L’estate in cui tu non c’eri

L’estate in cui tu non c’eri è volata via, come un soffio di vento caldo.
Quest’estate pensavo a te, ho chiesto di te.
Ma non hai saputo? E’ successo qualche anno fa. 
No, non sapevo nulla.
E ti scrivo, solo adesso.
La tua bicicletta era da cross, questo mi ha sempre stupita.
Cosa ci fa una ballerina con una bici da ragazzaccio?
Non l’ho mai capito, forse tu nascondevi due anime e noi, distratte, non ce ne siamo mai accorte.
Danza.
Danza classica e grazia, la tua fatica e la tua passione.
Noi avevamo solo i compiti delle vacanze, tu avevi anche gli esercizi, ricordo che li facevi nella tua stanza.
E tu, come ogni vera ballerina, ti distinguevi per la tua maniera di camminare.
Tu camminavi a passo di danza, quasi in punta di piedi, non era un vezzo ma una consolidata abitudine.
Leggera come una farfalla, sottile come un giunco smosso da un refolo d’aria d’estate.
L’estate in cui tu non c’eri.
Qualche volta mi è pure sembrato di vederti passare, dev’essere accaduto perché pensavo a te.
E poi sai, oggi vorrei farti una confidenza: quelle tue camicette tutte pizzi e quei colletti ingombranti di sangallo, te ne ricordi?
Ecco, non mi sono mai piaciuti, non era proprio il mio stile, te lo dico solo ora, ora che è quasi terminata l’estate in cui tu non c’eri.
E poi in realtà a te stavano bene persino quelle robe là che io detestavo.
E poi.
E poi le serate in discoteca e tu che non venivi mai con noi.
Dai, con il senno di poi posso dirti che in fondo non ti sei persa nulla, anche se so bene che affermarlo adesso non conta, allora quelli sembravano appuntamenti immancabili ed era un dispiacere non esserci.
Durante l’estate in cui tu non c’eri ho cercato di far riaffiorare memorie che sono come appannate, non riesco a ricordare tutti i particolari.
Ad esempio, tu amavi i Duran o gli Spandau?
Il ghiacciolo o la granita?
E ce l’avevi anche tu la giacca di jeans, vero? Quella me la ricordo!
Io e te che siamo state bambine insieme, ho un’immagine impressa nella mente: siamo già grandi, esco dall’ufficio e tu sei lì, mi aspetti davanti al portone.
Io e te e i nostri muretti e le nostre cose preziose da ragazzine.
Bisogna tenerseli stretti certi momenti, servono per quando certe risate non le senti più.
L’estate in cui tu non c’eri è stata caldissima, sai?
E ti ricordi? In genere dopo ferragosto viene la pioggia e la nostra valle si rinfresca.
Ecco quest’anno non è successo.
E tu non c’eri, per questo te lo racconto.
E per un caso del destino la casa dove tu un tempo trascorrevi le vacanze è rimasta quasi sempre chiusa.
Così guardavo quelle persiane e pensavo a te.
Quante cose raccontano delle imposte chiuse?

Finestra

Davvero, che poche parole ti ho scritto, non bastano per dirti ciao, adesso, ovunque tu sia.
E anche se questa è stata l’estate in cui tu non c’eri una sera noi che eravamo ragazzine insieme ci siamo ritrovate a parlare di te.
Ed io sono pure scappata via, proprio perché tu non c’eri.
In realtà l’ho capito il giorno dopo, parlavamo di te ed era come se ci fossi anche tu.
Tu con le tue lentiggini, i capelli raccolti stretti stretti in uno chignon e  gli orecchini d’oro ai lobi, tu con quel tuo sorriso.
Tu.
E poi, sai, sui prati quest’anno c’erano tante farfalle.
Leggiadre e così piene di grazia, come te.
Da un petalo a una corolla.
A passo di danza, come te.

Farfalla (12)

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Sergio Caputo & me

Parlando di me e del tempo delle mie vacanze passate non posso scordarmi di lui.
E che vuoi capirne della lievità della vita e della capacità di sorridere anche in certi momenti delicati se non hai mai ascoltato i pezzi di Sergio Caputo?
Alcune canzoni restano come certe amicizie di vecchia data, il tempo e la distanza non possono dissolverle, c’è ancora il vinile che gira sotto la puntina.
Sergio Caputo & me, lui è quello delle atmosfere da piano bar, io sono la ragazza con la minigonna e le zeppe d’argento.
Lui è ironico, brillante, originale, è un giocoliere della parola.
La sua musica è swing, ha toni di blues e  jazz, è equilibrismi, giochi di rime e funambolismi, è sincopata, ha ritmo e vitalità, a volte emergono venature malinconiche.
Noi che eravamo là, negli anni ’80, tenevamo sempre il tempo quando partivano le note di Un sabato Italiano.
Noi che eravamo là, in quell’epoca, avevamo amici che sfoggiavano improbabili camicie hawaiiane e intanto lui cantava: vado alle Hawaii, da quelle parti non ci pagano mai.
L’amore poi, noi credevamo che durasse per sempre ma non è mica sempre così, l’amore sa essere assurdo ed estemporaneo, l’amore è anche questa cosa qua:

T’ho incontrata domani
O per lo meno mi è sembrato fossi tu
C’era troppa fuliggine ora non ricordo più

E poi? E poi a volte ci si ritrova, fatalmente:

Rivederti è pleonastico
per una volta o due, magari per un tè
dondolarci utopistici
in un sogno démodé.

Ironia e disincanto, le notti insonni ad aspettare l’alba, il ghiaccio che tintinna nel bicchiere e le note inconfondibili di Bimba che sapessi.
E cosa vuoi saperne di quelle sensazioni là se non hai mai provato ad interrogarti sugli effetti stroboscopici del destino.
Facce, storie, situazioni, quei brani sono frammenti della nostra vita, fotogrammi di stagioni vissute.
E ripenso a te sulla tua veranda alle sei di sera, a una luce accesa dall’altra parte del mare blu.
Io quelle canzoni le ascolto ancora, le so ancora tutte.
Ho cercato i video del passato e mi sono imbattuta nel canale Youtube di Sergio Caputo dove ho scoperto i suoi tutorial delle sue più celebri canzoni, se vi dilettate con la chitarra e volete imparare a suonare Spicchio di Luna guardate qui.
E tra i pezzi di quell’epoca là Sergio Caputo ha condiviso questo, è un brano languido e lento, appartiene ad un tempo che è trascorso, un tempo che a volte sembra essersi fermato.

La canzone dell’estate

La canzone dell’estate.
Provate a pensarci, riuscireste a scegliere un solo titolo?
Al netto di certi indistinti frastuoni di sottofondo e dei disincanti dell’età adulta noi che siamo stati giovani negli anni ’80 abbiamo certe melodie in testa e non le abbiamo scordate mai perché quelle erano le nostre canzoni.
E ancora ce le ricordiamo e potremmo cantarle senza timore di inciampare nelle parole, d’altra parte noi siamo quelli che hanno imparato l’inglese con i testi delle canzoni.
E poi alcuni dei nostri miti sapevano sempre come stupirci, ricordate Call me dei Blondie?
D’un tratto, inattesa, la voce di Debbie Harry sussurra suadente: chiamami!
Oh, ma l’ha detto proprio in italiano? Sì, hai sentito bene, chiamami!
Alcune di quelle voci sono rimaste là, sugli scogli e al baretto sulla spiaggia.
La radiolina accesa, il materassino, il ghiacciolo o la granita.
E la musica, sempre.
Dolce e romantica, a volte, come Lio con i suoi Amoreux solitaries, carica e trasgressiva come Nena con i suoi 99 Luftballons, è anche un po’ colpa sua se poi ho voluto studiare il tedesco.
Non so dire se la nostra musica fosse migliore di quella di adesso ma noi avevamo Giuni Russo con i suoi gorgheggi e lei è rimasta, è andata oltre il tempo e ha superato l’evanescenza di quelle sere d’agosto.
E noi ci provavamo pure ad intonare Un’estate al mare, lo facevamo più che altro per divertimento, sapevamo benissimo che la voce di Giuni era per noi inarrivabile.
Noi che andavamo a ballare e ci mettevamo i brillantini sulle palpebre come potremmo scegliere una sola canzone dell’estate?
Arriva questo tempo e questo caldo e nella mia testa risuona Hey Survivor di Mike Francis, anche lui è rimasto là, nell’epoca dei ricordi.
E là è restata anche Madonna, ad un certo punto ho smesso di seguire i suoi successi però ho ancora la cassetta di True Blue e l’ho ascoltata così tante volte che si è consumato il nastro.
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, mi parrebbe di far torto a qualche memoria dolce, a certe risate, ad alcuni istanti che a volte ancora mi sembra di rivivere.
Io e la mia amica, sul mercatino a cercare le pinze per capelli.
E poi io mi fermo sempre dal giornalaio, davanti all’espositore delle cartoline, lo faccio girare e le scelgo con cura, non ha neppure importanza che tutti gli anni siano sempre le stesse.
E il rito di scegliere l’abbronzante?
Sarà meglio l’olio al cocco o quello alla carota?
E vuoi non leggere l’oroscopo della settimana e l’affinità tra i segni?
E tu quanti orecchini hai?
E lo sai che il tempo passato non ritorna più?
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, sarebbe una faccenda complicata, ma ancora adesso potrei  cantarvi Self Control di Raf, è rimasta in quegli anni là ma nello stesso tempo l’ho portata con me, lo dovevo alla ragazza che ero.
Non è neanche nostalgia, è solo che mi piace ricordarli, quegli anni là.
E basta una musica, un accordo, una canzone dell’estate, una qualunque.
E sono ancora la ragazza che ero.

Giorni d’estate

L’estate è il profumo degli eucalipti.
Quegli alberi stanno davanti alla finestra della mia casa e sovrastano la viuzza che mi porta alla spiaggia.
Io per andare al mare devo solo scendere le scale, attraversare l’Aurelia e percorrere quel breve tratto di strada.
E c’è un’amica che rivedo ogni anno, lei è di Torino e d’inverno ci scriviamo lunghe lettere, le buste le confezioniamo noi, con la carta di giornale, scegliendo le pubblicità che più attirano la nostra attenzione.
Alla fine di queste vacanze in genere torno a casa con l’accento piemontese, durerà per alcuni giorni e poi la mia solita cadenza genovese prenderà il sopravvento.
Io al mare vado in calzoncini corti, maglietta e ciabattine.
E a volte dopo il bagno non mi faccio la doccia, resto sugli scogli ad asciugarmi al sole e i capelli mi si impastano di sale.
E in certi giorni esco dall’acqua all’ultimo minuto e vado verso casa gocciolando.
Le sdraio e i lettini sono color verde smeraldo, c’è un signore che passa sulle spiagge con un secchio azzurro e grida: cocco bello!
E’ la merenda migliore, no?
Nella borsa di paglia ho sempre l’olio abbronzante, gli occhiali da sole, la radiolina o il walkman.
E mi porto sempre riviste a volontà, a me piacciono Centocose e Cosmopolitan, mia zia però compra Bella ogni settimana e così anche quella diventa una delle mie letture da spiaggia.
Al mare non si può stare con i capelli sciolti, fa troppo caldo!
Ed io ho una collezione di pinze per capelli sulle quali sono applicati enormi fiori colorati e poi elastici di spugna, fermagli fluò, mollettine di ogni tipo.
Qui, su questa spiaggia, conosco tutti ma ogni anno faccio nuovi incontri.
E il bello è che in questo paese della riviera, gli stranieri sono tantissimi ed io sono sempre stata affascinata da questi turisti che arrivano dal Nord Europa.
Sono socievole, curiosa e faccio un sacco di domande, a dire il vero ho iniziato da bambina a fare amicizia con gli stranieri e non ho mai smesso, ogni anno torno a casa con l’agendina fitta di indirizzi.
Il mio primo amico straniero l’ho conosciuto a 13 anni, lui si chiamava Stephen ed era scozzese, da Glasgow mi mandò i 45 giri colorati dei Kiss e una spilla degli Who.
E poi c’è stata una ragazza svedese, io e lei ci siamo scritte per molti anni, adoravo ricevere le lettere che lei mi mandava dal suo paesino affondato nella neve e avvolto in quegli inverni lunghi e infiniti.
Amici d’estate, amici di penna.
E sono svizzeri, tedeschi, belgi e olandesi.
Sono ragazzi e ragazze, come me e diversi da me.
E insomma, odio fare i compiti delle vacanze ma esercito parecchio il mio inglese nella maniera migliore, divertendomi.
E che dire delle tre amiche di Oslo?
Abbiamo 22 anni e quando andiamo a ballare loro ordinano un intruglio che non ho mai assaggiato.
Provalo, è dissetante: Southern Comfort e limonata.
Delicious.
In realtà poi diventerò adulta e qualche volta proverò di nuovo a berlo ma chissà perché non mi sembrerà poi così particolare.
E come mai?
Il muretto sulla passeggiata, a volte non riuscivi nemmeno a trovare un posto a sedere.
Gli scogli, sul molo, anche di sera.
E l’eclissi di luna, mentre l’onda sbatte sulla riva.
E i lumini sul mare a ferragosto e i fuochi artificiali.
Seduta sulla sabbia, guarda su.
E l’Italia Campione del Mondo, nel lontano 1982.
E una scena che mi ricordo alla perfezione: i turisti tedeschi sul terrazzino dell’albergo e sotto alle loro finestre la banda del paese che suona la Marcia Trionfale dell’Aida.
E lì, in strada, a incitare i musicisti, una folla gioiosa e rumorosa di tifosi italiani, tra quelle persone ci sono anche io con la mia famiglia.
Summer days.
E poi ancora, gli abiti di seta indiana con la gonna lunga e le scarpe di corda con il laccio alla caviglia.
E il frappe alla fragola nella latteria vicino alla stazione.
E la piscina di un albergo, conosco bene il proprietario e spesso dopo la spiaggia ci permette di andare a nuotare lì.
Summer days.
E visi e sorrisi e ciao, ci rivediamo l’anno prossimo.
E scrivimi, mandami una cartolina, ricordati di me.
E quando sviluppo le foto te le mando, sicuro.
Fallo anche tu, sarà il nostro ricordo di questi giorni d’estate che abbiamo trascorso insieme.
Io non li ho mai dimenticati.

Le copertine dei nostri dischi

Quella musica che ha girato nel tuo stereo.
Alcune di quelle canzoni restano, non soltanto per il loro valore artistico o per il significato dei testi, restano per il significato che hanno avuto per noi.
Resta la musica, restano le copertine dei nostri dischi.
U2, War: una foto in bianco e nero, un bambino biondo con gli occhi sgranati.
Io ho ancora la cassetta con i titoli scritti con il pennarello verde dalla mia amica, a dire il vero si è anche un po’ sbiadito ma la musica no, quella mai.
E poi la copertina delle copertine: sfondo rosa, un frigorifero, un aspirapolvere, una piantana.
Tutto molto vintage, anni ’50, direi.
E davvero devo mettere il titolo? Three imaginary Boys , The Cure.
Tra il resto questo LP me lo aveva fatto scoprire un ragazzo che conoscevo, mi ricordo che una volta mi fece un discorso molto complesso per spiegarmi il significato di una delle canzoni di quell’album.
Ecco, io mi ricordo tutto, è proprio come se in questo momento fossi seduta su quella panchina, lui parla, io ascolto.
E lui ha questa espressione seria e concentrata, parla di questa musica con una sorta di ascetico misticismo.
Ed è grazie a lui se ho comprato questo disco, è così che mi ha convinto, a sentir lui quella doveva essere proprio una roba tosta, certo più significativa delle monadi di Leibniz che, tra il resto, sento davvero come poco presenti nell’ordine delle cose della mia vita.
La musica invece no. Quella musica resta, sempre.
E poi, tra le copertine dei dischi, London Calling , The Clash.
Certa musica interpreta il senso di ribellione, io non sono mai stata tanto al di sopra delle righe ma la musica dei  Clash mi piaceva,  la trovavo energica e potente, ora il gruppo si è sciolto ma ancora resta quella musica per noi che la ascoltavamo.
La musica resta,  resta sempre, basta qualche nota per riportarti a ciò che eri, a un altro luogo, a un altro tempo.
E poi c’è la parte più frivola e femminile di me, quella prediligeva anche altri artisti.
E tra i tanti c’era quella ragazza con l’espressione stralunata, io veramente avrei voluto vestirmi come lei, non so se i suoi brani siano memorabili eppure hanno segnato un tratto della mia strada.
She’s So Unusual, Cindy Lauper.
Energica, vitale, pazzoide, eccentrica al punto giusto, la sua musica era tutta da ballare e da cantare.
E io avrei voluto i suoi capelli, sì.
Lei cantava Girls just want to have fun, noi eravamo quelle ragazze.
E poi ancora, questa ragazza aveva la camera tappezzata di poster e sul muro per un lungo periodo c’è stato solo un volto, replicato all’infinito in diverse fotografie, avevo persino ritagliato le immagini dai giornali e composto il mio personale quadro di lui.
Sì, ce l’ho ancora, non chiedetemelo, ormai lo sapete, io tengo tutto.
Tenebroso e trasgressivo ma non tanto, spesso vestito di pelle nera.
Con la cresta, rigorosamente biondo platino.
E gli occhi azzurri.
E quando cantava aveva quella strana abitudine, teneva sempre la bocca storta.
Se ci pensate, le copertine dei nostri dischi sono l’album dei ricordi del nostro passato, ad ogni canzone è legato un momento, un piccolo passo o un’esitazione, semplicemente la vita, ogni vita ha la sua colonna sonora.
Lui era Billy Idol, la copertina del suo LP ha lo stile di quegli anni, Rebel Yell , l’urlo ribelle di un tempo che ho vissuto.
Tratta da quell’album, una canzone che ascolto ancora adesso perché la nostra musica resta, resta sempre.

Quella canzone degli Ultravox

Ascoltavo quella canzone, proprio quella.
L’altra mattina, per strada, sento sempre la musica quando sono in giro.
Me ne sono accorta dopo un po’, il mio passo è diventato più leggero, è il ritmo, il ritmo ti frega di brutto a volte.
E quella canzone, proprio quella.
Bastano alcune note ed io sono di nuovo quella che corre giù dalla creuza per andare a scuola, con lo zainetto sulle spalle.
E quando ti si slacciano le stringhe delle scarpe da ginnastica? Va a finire che perdi tempo e arrivi in ritardo!
E quanto pesa il vocabolario di greco, è di mia sorella, lei è quella che prende bei voti, io invece no.
E insomma, sono io.
Io, noi, a quell’età conta parecchio essere parte di un gruppo.
Noi.
A dire il vero io sono sempre stata molto individualista e non ho smesso di esserlo.
Io e quella musica.
C’è un videogioco nel quale sono un vero asso anche se in realtà mi ci diverto solo in estate, quando vado al mare.
E sono diventata così brava che mi basta solo una moneta per arrivare in fondo a tutti i quadri, alla fine c’è un mostro da uccidere.
Metafora della vita, eh? Anche questo l’ho capito molto tempo dopo.
E mentre gioco c’è sempre un ragazzo che mi ronza intorno, no, non gli interesso io, aspetta il suo turno con una certa impazienza.
Sala giochi e discoteca, tipica sequenza delle mie serate estive al mare.
E da qualche parte ho ancora la preziosa cassetta che mi aveva preparato il DJ, potevo non tenerla?
Ascoltavo quella canzone, proprio quella.
Io, io sono quella impulsiva e se mi metto in testa una cosa, la faccio e basta.
Ad esempio, i buchi nelle orecchie.
E chi ci aveva mai pensato a farseli?
Un pomeriggio sono uscita e sono tornata a casa con due stelline sui lobi, dopo breve ho aggiunto un terzo orecchino, poi mi sono stancata di portarli.
Fine, mai più messi.
Io sono quella lì e mi piaceva proprio quella canzone.
Take my hand, take my hand.
Era uno dei pezzi che cercavo alla radio, avanti e indietro, infinite volte finché non la trovavo, amo anche altri brani di questo gruppo, ne scriverò un giorno o l’altro, certe sonorità sono splendidamente attuali secondo me.
E comunque c’era questa canzone, la ascoltavo in loop.
E se mi conoscete e mi incontrate per strada e al vostro saluto non ottenete risposta, non preoccupatevi: non vi ho davvero visto.
E probabilmente sto proprio altrove, nel 1982.
E’ il ritmo, sono quelle note, è quella canzone in testa.
Ultravox, Reap the Wild Wind.

Il tempo dei 45 giri

Il tempo dei 45 giri è svanito, la puntina del giradischi è arrivata in fondo alla traccia, la musica si è affievolita fino a spegnersi e quel tempo è scivolato via piano.
Forse è rimasto impigliato a certe melodie che non ascoltiamo più o magari è nascosto, rinchiuso in uno di quei contenitori a soffietto dove tenevamo la raccolta dei nostri dischi preferiti.

1

Il tempo dei 45 giri andava a una diversa velocità, a noi sembrava tutto rapido ma in realtà era molto più lento.
E quel tempo si è sovrapposto a quello degli LP, la memoria in questo caso mi tradisce.
Quando abbiamo smesso di comprare i 45 giri?
Sono scomparsi, senza romantiche nostalgie.
Ed è arrivata l’epoca dei poster appesi al muro, quando l’entusiasmo per il cantante di turno veniva meno i poster andavano a finire arrotolati da qualche parte.
Io i miei ce li ho ancora, è logico, in camera mia per un lungo periodo c’è stato Billy Idol con tanto di chiodo d’ordinanza, cintura con le borchie e cresta biondo platino.
Ai tempi, a Genova, c’era un negozio che adesso ha cambiato collocazione ma io talvolta me ne dimentico, dev’essere una sorta di riflesso a condurmi proprio là, nel luogo dove sono sempre andata a comprare i dischi.
Interi pomeriggi tra vinili, libri, spartiti e strumenti musicali.
E il mio tempo, il nostro tempo era infinitamente più lento.
Un 45 giri era un piccolo passo.
Quella canzone, proprio quella, diventava tua e così non dovevi più cercarla alla radio saltando in continuazione da una stazione all’altra.
Certe facce, certe voci le incontravi in TV ed era immediata affinità.
Tu, proprio tu.
E io ero davvero piccola, a pensarci ora mi pare quasi strano essere rimasta colpita.
Sarà stato il sorriso scanzonato, lo sguardo provocatore, il cappello in testa, un certo riconoscibile carisma.
Ti guardo, ti sento cantare, so che tornerai.
Ed io per gli anni a venire comprerò tutti i tuoi dischi, intanto inizio da qui, dal 45 giri.

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Il tempo dei 45 giri andava a una diversa velocità.
Alcuni dischi si ascoltavano di continuo e così la copertina era tutta sgualcita, se si strappava da una parte veniva rattoppata con una striscia di scotch.
E talvolta sul retro c’era il testo della canzone, se si trattava di un artista straniero era davvero una gran fortuna.
E compravi una canzone ma te ne ritrovavi due, c’era anche il trascurato e negletto lato B.
Ammetto di non avergli mai dato importanza, d’altra parte da giovani si commettono fatali errori di giudizio, magari sul lato B di alcuni miei dischi c’è un capolavoro e io neppure lo so.
Il tempo dei miei 45 era il tempo della crescita e il cambiamento, i miei gusti musicali non erano ancora ben definiti e così adesso mi ritrovo con una vasta galleria di artisti molto diversi tra loro.

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Ma quando abbiamo smesso di comprare i 45 giri?
Io non lo ricordo.
La puntina del giradischi è arrivata in fondo alla traccia.
Quel tempo si è dissolto ed è divenuto altro, la musica in sottofondo è cambiata così come i volti sulle copertine di dischi.
Ascoltavo, leggevo, cercavo di capire.
E compravo sempre una rivista, una sola.
Era una roba seria, con le foto in bianco e nero.
E c’era tutto: interviste di pregio, esaustive recensioni, date dei concerti e rubriche di vario genere.
E sfogliando una di queste riviste ho trovato una sezione della quale mi ero scordata: gli annunci.
C’era chi voleva fare nuove amicizie, chi vendeva bootlegs, dischi di seconda mano o strumenti, alcuni speravano di ricevere testi delle canzoni, spille, fotografie e ritagli di giornale riguardanti il loro artista pereferito, altri cercavano musicisti per la propria band.
E di tutti c’era nome, cognome e indirizzo.
Sul giornale.
Ora non lo faremmo mai, no.
Quello era un altro tempo.
E a noi sembrava tutto rapido ma in realtà era molto più lento.
Era un altro tempo e andava a una diversa velocità.

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La mia canzone di Natale

Una canzone di Natale, una sola.
Quante ce ne sono? Voi quale scegliereste?
Dai grandi classici del passato ai successi più recenti, versi e parole per il 25 Dicembre.
Una canzone di Natale, una sola.
E non può essere che questa.
Erano gli anni durante i quali nelle feste di Natale avevo l’abitudine di dedicare un tempo infinito a certi rituali degli ultimi giorni dell’anno.
Ad esempio passavo ore e ore nei negozi insieme a quella mia amica, quella che era sempre in ritardo.
E il nostro scopo era uno solo, trovare qualcosa da indossare a Capodanno.
Per non dire degli accessori, collane, orecchini e braccialetti luccicanti, manco a dirlo.
Sì, allora sì.
E mentre scrivo, d’un tratto mi è venuta in mente una cintura celeste sberluccicante di strass che ho ancora nell’armadio, ovviamente.
E mi ricordo che ci mettevamo i brillantini dorati sulle palpebre.
E quando arrivava il 31 di dicembre ero capace di passare l’intera giornata a prepararmi.
C’era il ragazzo che mi piaceva e c’era quella canzone.
E inevitabilmente c’è stata poi per molti anni.
E a Capodanno c’era sempre qualcuno che alzava un po’ il gomito.
E davanti a noi c’era tutto e alle nostre spalle quasi niente, anche se ci sembrava di avere già vissuto tanto.
E c’era una playlist con la musica da ballare e i 33 giri nello stereo.
Da Big in Japan a Moonlight shadow, la colonna sonora di quelle serate è stata la stessa per molti di noi, potrei recitarvi a memoria un lungo elenco di brani e so già che li rammentereste.
E poi c’era Natale e c’era Capodanno con tutte le sue aspettative, non so spiegarne il motivo ma allora per me era così.
E quella canzone.
E c’era una jeep che sale su una strada di montagna.
Una baita, un gruppo di amici, gli sci in spalla e la battaglia con le palle di neve.
E io non so sciare, in realtà.
C’era l’inverno, attorno al calore di un caminetto acceso.
Una grande tavolata, chiacchiere e risate.
E sguardi complici e quella cosa là, l’aspettativa.
E poi la nostalgia, in una canzone di Natale.
La so a memoria, parola per parola.
E c’era Videomusic, questo video l’ho cercato e guardato centinaia di volte, so che avete già capito tutti di quale stia parlando.
Una canzone di Natale, una sola.
Per me, per molti di noi è solo questa.
Era il 1984, loro sono gli Wham e io mi mettevo i brillantini sulle palpebre.

Le panchine di Castelletto

Le panchine dei tempi della scuola.
Vi ricordate quali posti frequentavate una volta terminate le versioni di latino e i compiti di matematica?
Come si può dimenticare!
Per un certo numero di anni dalle sei di sera fino all’ora di cena potevate trovarmi qui.
Sempre, tutti i giorni.

Panchine di Castelletto  (2)

Le panchine di Castelletto, sì.
E la bellezza nostalgica di certe memorie più vivide e reali di molte altre.
E’ accaduto ieri o più di vent’anni fa?
Rewind.
Uno della compagnia aveva un’insolita A112 arancione, a pensarci adesso era un colore davvero anomalo, la parcheggiava sempre nello stesso posto, coi finestrini giù e l’autoradio accesa.
E la musica era quella: i Clash, i Cure, gli U2.
C’erano quelli che si piazzavano sul sellino della moto e quelli che si sedevano per terra, al sabato poi  c’era così tanta gente che non si riusciva quasi a camminare.
Istantanea, fotogramma, un flash.
Uno che racconta di un viaggio in Spagna.
Siamo in tre seduti sulla panchina, il ragazzo parla della città che ha visto, a me sembra che racconti di un paese esotico, che strano, eppure non è mica così lontana Barcellona.
Rewind.
L’amica con il viso coperto di efelidi e la pettinatura a caschetto che le cade dritta sul collo.
Ah, che invidia i capelli lisci, io non li ho mai avuti!
E c’è la ragazza che ama camminare sotto la pioggia senza ombrello, cappuccio in testa e mani in tasca, non si scompone.
Ci sono gli amori eterni: quelli che giureresti che dureranno per tutta la vita, per tutti i giorni a venire, per sempre.
E hai anche già deciso cosa regalerai al matrimonio, che vestito indosserai e immagini le faccine dei loro bambini.
E poi il destino a volte invece separa certe strade, accade.
C’è un mondo e ce n’è un altro.
Sarebbe meglio dire, un mondo e il suo contrario.
I finti duri con gli anfibi e le ragazze bionde con la cartella di Naj Oleari sulle spalle.
E lo spazio disponibile pare equamente diviso, alcuni stanno dal lato del tabacchino, gli altri da quello del benzinaio.
Ecco, non c’è manco più il benzinaio.
Le panchine no, quelle sono sempre lì e sono le stesse di allora.

Panchine di Castelletto

Due mondi che si compenetrano, si sfiorano, si incontrano.
Erano davvero poi così distanti? Con gli occhi di adesso so per certo che non era così.
E so che sopravvivere alla propria adolescenza e la più grande impresa che si possa compiere: a volte ti aiuta la saggezza, altre volte il caso.
C’erano giorni che sembravano brevi ma il futuro sembrava così distante, poi ci siamo precipitati dentro senza neanche accorgercene.
Come mai il futuro è già qui? Come ha fatto ad arrivare così in fretta?
Solo ieri c’erano quelli che avevano trent’anni e mi sembravano vecchi, proprio così!
E poi c’erano quelli di Albaro, mi ricordo un’epica battaglia delle uova della quale fui stupita spettatrice.
Motivazione? Che domande!
Ci sarà stata di certo qualche validissima ragione per far volare tuorli e albumi da una parte all’altra, ora non rammento tutti i dettagli.
Ma come vi dicevo a Castelletto c’era un mondo, era il mio piccolo mondo.
C’erano gli zainetti con i libri buttati per terra, i vocabolari di greco ereditati dai fratelli maggiori, il gelato al pistacchio di Guarino.
C’era il Ciao e la Vespetta, c’era l’amica che arrivava sempre in ritardo e c’erano gli esami di riparazione.
C’erano quelle domande alle quale non trovavamo risposta.
A che caspita mi serve sapere le leggi della termodinamica?
E quando mai nella vita mi verrà utile la Critica della Ragion Pura di Kant?
E quanto dura la penna con l’inchiostro profumato?
E la felicità è quella cosa che tentiamo di evocare con le parole delle canzoni copiate sul diario?
E l’amore? E davvero senza fine o è destinato a spegnersi così come si consuma una candela?
Sì o no?
Sempre o mai?
E’ bianco o nero?
Quella è l’età delle domande ma anche delle certezze senza sfumature, il grigio non esiste.
E non credo sia giusto dire che allora eravamo migliori.
Eravamo diversi, forse avevamo più sogni dei ragazzi di adesso ma non per merito nostro, era il mondo che ci circondava a permetterci di averli.
E io passo spesso da quelle parti.
C’è ancora una macchina arancione, parcheggiata sempre al solito posto con l’autoradio accesa, le chiacchiere e le risate sovrastano la musica.
E c’è la ragazza che cammina sotto la pioggia, cappuccio in testa e mani in tasca.
Ci sono le panchine sulle quali andavamo a sederci ogni giorno.

Panchine di Castelletto  (3)

L’amore al tempo delle cabine

Quest’estate, nell’ameno paesino della Val Trebbia dove trascorro le vacanze, ho visto qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Una cabina del telefono, il cartello rosso affisso sul vetro preannunciava la rimozione della cabina stessa entro il 30 ottobre 2012.
In questi casi è data facoltà all’utenza di richiedere che il telefono resti attivo, chissà se qualcuno l’avrà fatto.
Temo di no, purtroppo.
Cala un velo su un’era che in realtà è terminata molti anni addietro.

Cabina

Ma voi ve lo ricordate l’amore al tempo delle cabine?
Lo so, i più giovani non sanno neppure di cosa io stia parlando.
No, non credo fosse meglio prima, era solo diverso.
L’amore e l’amicizia al tempo delle cabine erano ritmati dal clangore dei gettoni che scendevano uno ad uno, un suono inconfondibile.
L’amore al tempo delle cabine era un po’ complicato, difficile accorciare le distanze.
Intanto bisognava procurarsi un numero cospicuo di monetine o una splendida scheda telefonica che dava un senso di maggior sicurezza.
E poi c’era da aspettare il proprio turno, nei luoghi di villeggiatura le cabine telefoniche erano regolarmente prese d’assalto.
E c’era sempre la coda, una vasta umanità si affollava lì davanti.
E non c’era neanche tutta questa riservatezza, se ci riflettete, da fuori si sentiva quasi tutto.
Ci penso adesso, allora non ci facevo affatto caso.
L’amore al tempo delle cabine era un vetro grigio che ti proteggeva a mala pena dal mondo esterno e là fuori magari c’era la casalinga impaziente o l’anziano signore che vi guardavano torvi facendovi intendere che dovevate spicciarvi.
L’amore al tempo delle cabine era certe parole che non diciamo più.
A che ora ti chiamo domani?
Fai in fretta che sto finendo i gettoni!
L’amore al tempo delle cabine era ostacolato da una lucetta rossa: quando si accendeva voleva dire che non si poteva telefonare, accidenti!
L’amore al tempo delle cabine era darsi la buonanotte alle sette di sera, non si poteva far diversamente.
Era un altro tempo, il tempo delle cartoline.
Si tornava dalle vacanze e si trovava la buca delle lettere traboccante di cartoncini rettangolari con panorami marini e montagne innevate.
E poi c’erano alcune amiche che andavano sempre nello stesso posto e tutti gli anni mandavano la stessa cartolina.
Era il tempo della carta da lettere, una missiva ci metteva qualche giorno ad arrivare.
Era l’epoca dell’aspettativa e dell’attesa, della busta che si strappa, dei francobolli ritagliati e destinati ad arricchire certe collezioni.
Il tempo delle penne profumate e delle calligrafie tondeggianti.
Che voi sappiate c’è ancora qualcuno che scrive lettere? Credo di no, si usano altri mezzi di comunicazione rapidi ed immediati.
Era tutto più lento allora.
Era un altro tempo, un tempo che esiste ormai solo nei ricordi.
A volte viene quasi da chiedersi come abbia fatto a passare così in fretta.