Schiavi a Genova e in Liguria

Questo è un viaggio ricco di emozioni e vi condurrà nel tempo lontano della Superba tra parole, memorie, ricordi e frammenti di vite perdute.
Presso l’Archivio di Stato di Genova in piazza Santa Maria in Via Lata 7 è allestita fino al 7 Dicembre 2018 la mostra documentaria Schiavi a Genova e in Liguria (Secoli X-XIX) curata da Giustina Olgiati e da Andrea Zappia.
La mostra è un racconto affascinante e a guidarvi tra le intricate vicende antiche di Genova sarà Giustina Olgiati, colei che nel suo lavoro all’ Archivio di Stato mette cuore, sapienza, sentimento e passione autentica, non saprei riportare qui la meraviglia che lei sa trasmettere con le sue coinvolgenti narrazioni e pertanto vi invito ad andare ad ascoltarla durante una delle sue visite guidate.

E vi racconterà di loro, degli schiavi che vissero nella Superba.
Per la maggior parte si trattava di giovani donne che svolgevano i più disparati lavori servili e domestici, sono fanciulle che fanno da serve o da balie, sovente sono concubine che danno alla luce dei figli.
E non hanno il più prezioso dei nostri diritti, non hanno la libertà.
E non sono neppure considerati persone, gli schiavi sono come merce.

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E vengono da lontano e la maggior parte di loro ha la pelle chiara, gli schiavi sono ad esempio tartari e circassi, greci, ungari, russi bulgari e turchi, sono il bottino di guerre e razzie.
Giustina Olgiati vi ricorderà che se siete di Genova forse c’è anche qualcuno di loro nella storia della vostra famiglia: il mondo è grande e nessuno di noi conosce davvero il proprio passato.
Provate a pensarci, provate a immaginare queste persone e le vite che hanno avuto in sorte.
Lei è una ragazzina e ha appena 13 anni, si chiama Cutulusa ed è magiara, viene venduta da un genovese a un uomo di Barcellona.
C’è un bambino che invece ha soltanto 8 anni, si chiama Michaal e nel 1289 viene comprato da un certo Ansaldo Usodimare.
Questi straordinari documenti narrano queste storie.

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E narrano di lui, Imetto da Pera.
In realtà lui ha avuto in sorte una buona fortuna perché il suo padrone è il celebre Ammiraglio Andrea Doria che gli concede la libertà e un salvacondotto per raggiungere la città di Algeri o qualsiasi altro luogo da lui prescelto.
Con una vita da reinventare, con un destino da ritrovare.
E ci sono poi i Liguri catturati sventuratamente durante le scorribande delle navi barbaresche, per la loro salvezza a Genova si istituisce una particolare Magistratura che si occuperà appunto del riscatto degli schiavi.

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E poi leggete questi nomi: Patrone, Ramorino, Costa.
Sono genovesi e sono ridotti in schiavitù a Tunisi agli inizi dell’Ottocento.

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E poi ancora scoprirete la storia di lei, il suo nome è Maria ed è la schiava di Leonello Cattaneo.
Siamo nel 1411 e Leonello sta per partire per l’Oriente ma non si dimentica di Maria, in qualche modo cerca di tutelarla affidandola al prete Francesco di Negro perché ne disponga come se fosse sua.
La scelta di un religioso può avere due significati e viene così spiegata: forse Leonello voleva essere sicuro di ritrovare Maria al suo ritorno o magari sperava che appunto fosse trattata con cortesia e umanità.
E magari quando sarà ritornato l’avrà trovata ad attenderlo.
È difficile immaginare le vite degli altri, a volte abbiamo la speranza che siano state piene di gioia.
Sono vite e respiri perduti, potrete scoprirli alla mostra allestita all’Archivio di Stato e dedicata agli Schiavi a Genova e in Liguria, l’esposizione e a ingresso libero e qui trovate gli orari per la vostra visita.

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Ringrazio Giustina Olgiati per la sua attenzione e per la sua gentilezza, all’inaugurazione della mostra ha narrato alcune di queste storie emozionando tutti i presenti.
E la ringrazio perché lei custodisce con amorevole cura il nostro passato, riportando alla luce volti pieni di speranza, di desideri e progetti.
Visi di persone che vissero sognando un bene raro e insostituibile: la libertà.

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La città della Lanterna

È la prima mostra dedicata al simbolo della Superba: Genova è da sempre la città della Lanterna e fino al 4 Febbraio 2018 potrete ammirarla a Palazzo Reale nell’esposizione curata da Serena Bertolucci e Luca Leoncini.
La Città della Lanterna, l’iconografia di Genova e del suo faro tra Medioevo e presente è un viaggio affascinante nella nostra storia.
Inizia così questo percorso nel passato di Genova, con un volume proveniente dall’Archivio di Stato: è un registro di conti dei Salvatori del Porto e del Molo, risale al 1371 e su questa pergamena è tracciata l’immagine più antica della Lanterna.
E qui l’emozione è tanta, colui che usava questo volume segnava meticolosamente le spese da sostenere per tenere acceso il faro che illumina la Superba.

La città della Lanterna è raccontata attraverso 200 documenti di diverso genere: stampe, carte topografiche, acqueforti, dipinti, cartoline e manifesti pubblicitari, non mancano le fotografie di Alfred Noack e una sezione è dedicata ai lavoratori del porto.
Sono esposti quadri di artisti di pregio come Giolfi, Garibbo e Caffi che con le loro vedute ci restituiscono un panorama a noi caro, a tratti è quasi difficile distinguere parti della città ormai molto mutate.
La Lanterna è sempre riconoscibile, è un luogo del cuore, immagine cara ritratta in diversi momenti storici.
La città della Lanterna viene così dipinta da Antoine Edmond Joinville nella metà del XIX Secolo.
Ingresso del Porto di Genova, vele bianche sospinte da vento favorevole e un’insenatura accogliente.

E se a Genova ci sei nato ti soffermi a cercare le case, le chiese, le strade che sempre percorri.
Ed è mare calmo e gozzi, sullo sfondo il profilo di una città che in un certo modo è rimasta fedele a se stessa.

I pezzi esposti provengono da diversi musei e da collezioni private, questa è quindi un’occasione straordinaria per ammirare opere mai vedute.
E se a Genova ci sei nato ti fermerai davanti al quadro di William Parrott: veduta di Genova dallo scoglio Campana, il dipinto risale al 1854.
Lo scoglio Campana non c’è più, è coperto da una strada percorsa dalle auto.
E il mare non arriva più fino a quel punto, la città della Lanterna ha cambiato aspetto.

In questa mostra si ripercorrono gli eventi del passato di Genova: una burrasca memorabile che nel 1821 sconvolse la città, il Bisagno con la sua piena vigorosa e la veduta dal Ponte Pila.
Sulle tele di valenti artisti sono dipinti i momenti drammatici della Superba e i suoi giorni eroici come il bombardamento del 1684 da parte della flotta del Re Sole e certi episodi del Risorgimento.
Ricorre quell’immagine cara, il simbolo della nostra città.

E poi, se a Genova ci sei nato, magari ti stupirai di scoprire che venendo da Sampierdarena così si vedeva la Lanterna e così la dipinse Luigi Garibbo.

E forse ti sorprenderà la Veduta del Porto Antico di Genova e di Palazzo del Principe dipinta da Ippolito Caffi.

In queste opere e in questo panorama di quieta semplicità tutto ci appartiene, questi dipinti parlano di noi e di ciò che siamo stati.
Questa è casa nostra, con il nostro amato faro.

E poi se a Genova ci sei nato ti stupirà ancora scoprire i luoghi ormai irriconoscibili come la Spianata del Bisagno dalle Mura di Santa Chiara, opera di Tommaso Castello del 1834.
Là, in quella vasta area, sorgeranno in seguito l’attuale Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.

Vi ho mostrato alcune meraviglie di questa pregiata mostra, vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi le vedute e le stampe, i volti di Genova e i suoi giorni distanti.
Tra passato e presente, questo è il ritratto di una città.

Io sono uscita da Palazzo Reale con una piccola e salda certezza: le vicende degli uomini passano, si celebrano gli eroi, restano nei libri di storia coloro che erano considerati nemici, i sovrani perdono le loro corone.
Il tempo tutto muta, nel flusso della storia.
Il vento soffia sempre, gonfia ancora le vele.

E la Lanterna con la sua luce brillante e viva ancora rischiara le notti della Superba.
Su un’acquaforte del 1571 così si legge: La tres celebre cité de Gennes.
La mia Genova, la città della Lanterna.

Genova, 1542: i manicaretti di Geronima

Era giunto da lontano, dall’Isola di Corsica, aveva solcato il mare tumultuoso di onde e poi era arrivato in questa città posata sulla costa.
Era l’anno del Signore 1542 quando Gio Batta Salvago si stabilì in casa del nonno, nei vicoli della città vecchia.
E chissà come gli sarà parsa questa Genova dalle strade intricate, non abbiamo sue memorie di quei giorni.

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Forse venne in cerca di fortuna e tuttavia fece un incontro sventurato.
In quello stesso palazzo dove lui abitava aveva dimora una certa Geronima, non sappiamo se fosse bella ed avvenente di certo si sa che per tirare a campare costei vendeva le sue grazie al miglior offerente.
Per questa ragione aveva contratto una brutta malattia e sapete come accade?
Le notizie sensazionali si diffondono in fretta e così tutti vennero a sapere di lei e della sua professione.
Eh no, ai nobili della zona non stava affatto bene che Geronima abitasse in quella casa, bisognava fare in modo che sloggiasse e che se ne andasse altrove!
Gio Batta disse la sua, andò da lei e la invitò a trovare un’altra sistemazione, Geronima però era una donna caparbia e testarda, disse che sarebbe rimasta e così fece, non si mosse da dove era.
Il tempo passò, forse Gio Batta credeva che tutto fosse stato dimenticato, mi viene da supporlo.
Nella sua quotidianità, in qualche modo, la sua strada incrociò ancora quella di Geronima.
Eccoli i due, sono accompagnati da Ginevra e Giuseppe e si dirigono verso la chiesa di San Giuliano d’Albaro.
Che vanno a fare laggiù?
C’è un matrimonio da combinare: Ginevra ha promesso a Giuseppe che gli farà sposare la figlia di Alessandro de Negrone e Giuseppe ricambierà il favore con denari sonanti.

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E sono ancora i medesimi protagonisti a riunirsi per un pranzo a casa di Geronima, è lei ad averli invitati ed è lei a servire ai suoi ospiti invitanti lasagne.
Gio Batta le assapora con gusto, lo stesso fanno Giuseppe e Ginevra, la nostra Geronima invece non tocca cibo.
Un vero manicaretto, in seguito Gio Batta dirà che quelle lasagne gli erano parse davvero troppo salate.

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Ora forse vi starete chiedendo come sia giunta fino a noi la notizia di quel momento conviviale di tanti secoli fa.
Eh, dovete sapere che nei giorni a seguire il povero Gio Batta se vide proprio brutta!
Cadde malato e forse non si riuscì subito a capire cosa fosse successo, alla fine si scoprì che era colpa di quelle lasagne: oltre ad essere eccessivamente salate erano pure avvelenate.
Questi nomi sono conservati in un faldone dell’Archivio di Stato, la vicenda in questione è stata portata alla luce dal mio amico Don Paolo Fontana, responsabile dell’Archivio Diocesano di Genova, la storia del giovane Salvago verrà presto pubblicata da Don Fontana.
E per concludere sono lieta di comunicarvi che il nostro incauto Gio Batta si riprese alla perfezione, l’incidente di percorso non ebbe fatali conseguenze.
Non sono certa che abbia mai più assaggiato un piatto di lasagne, su questo non ci sono notizie ma alla luce dei fatti descritti, ahimè, temo proprio che non ci abbia mai più riprovato!

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Genova, Tesori d’Archivio

Ci sono viaggi che si intraprendono con curiosità e con il sincero desiderio di accostarsi a mondi diversi dal nostro, a consuetudini ed usi del nostro passato.
All’Archivio di Stato di Genova ancora una volta sono esposte testimonianze preziose di un tempo lontano: sono i Tesori d’Archivio in mostra fino al 30 Novembre.
Curatrice di questo affascinante percorso è la Dottoressa Giustina Olgiati che qui ringrazio per il tempo dedicatomi e per la sua passione nel dare risalto alle ricchezze del nostro archivio.
Antiche carte, tra di esse le pergamene dantesche del XIV Secolo: Erano state riutilizzate come fasciature di registri, sono state restituite a nuova vita nell’ambito dell’iniziativa adotta un documento, diversi di questi frammenti sono stati adottati da Roberto Benigni.
E poi, il caso: una di queste vetuste pergamene riporta i versi che Dante dedicò al genovese Branca Doria.

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Un mondo che era un altro mondo, se andrete all’Archivio di Stato la Dottoressa Olgiati alzerà per voi il velo su scritture incomprensibili ai più, su vicende lontane e su persone dimenticate.
In quel mondo che era un altro mondo nel 958 c’era un re di nome Berengario, questo documento porta la sua firma e suggella il riconoscimento dei beni dei genovesi secondo le loro consuetudini.

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In quel mondo di eroi e di conquistatori una figura merita il centro della scena: Caffaro di Rustico da Caschifellone, egli seguì l’Embriaco e raccontò la sua Crociata in Terrasanta, uno dei volumi a lui riconducibili occupa la zona centrale della sala.

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Il libro gelosamente protetto da un vetro è uno dei due manoscritti più antichi dei suoi Annali Genovesi e appartiene alla Biblioteca Nazionale di Francia.

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Caffaro è tornato a casa, Caffaro è tornato a Genova.
E su quel libro dal valore inestimabile egli è ritratto ormai anziano, accanto a lui c’è il giovane notaio Macobrio che si occupa della stesura.

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Ed è sempre di Macobrio questa carta dal quale si evince la sua firma, è il solo documento di lui fino ad oggi rinvenuto.

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Questo invece è il secondo volume più antico degli Annali di Caffaro e appartiene all’Archivio di Stato di Genova, durante la vostra visita scoprirete per quale motivo uno dei fogli spunti dalla rilegatura.

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Rosso e nero, una calligrafia perfetta: risale al 1105 ed è il testo dell’iscrizione nella basilica del Santo Sepolcro, vi sono scritti i privilegi concessi ai genovesi da Re Baldovino.

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Una mostra di Genova, una mostra di genovesi.

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Troverete una miriade di documenti che narrano il passato di questa città, la sua grandezza commerciale e politica, i contatti con i diversi stati che si affacciavano sul Mediterraneo.
Una firma con l’inchiostro rosso, solo all’imperatore era consentito usare questo colore e questa è la firma di Alessio III.

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E certo il Re di Armenia non voleva essere da meno, anche lui usava l’inchiostro rosso.

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E poi ecco il magnifico capolettera degli Statuti di Genova.

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Documenti vetusti e preziosi che testimoniano l’abilità di coloro che vergarono queste pagine.
Queste sono le regulae del 1413, stabilivano le cariche pubbliche e l’amministrazione giudiziaria.

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E questo ancora è un altro manoscritto che riguarda altre leggi.

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Come sempre a colpirmi maggiormente sono i documenti che raccontano il quotidiano degli uomini come ad esempio certi documenti assicurativi.
Carte e nomi di un altro tempo come la schiava Zica, il suo padrone ha sottoscritto per lei un’assicurazione contro i rischi del parto.
C’è anche Agostino Carrega, appaltatore di panni: lui si è assicurato contro un’eventuale pestilenza, un’epidemia sarebbe un danno per i suoi affari.
Le vite degli altri, i soldi guadagnati con fatica e talento, nella foto che segue ecco due assegni del 1459 firmati da un certo Antonio Burlando.

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Le vite degli altri, alcuni nomi sono vergati su uno splendido albero genealogico, quello della famiglia Spinola.

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E poi ancora uno stemmario del XVII Secolo.

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Un’ampia sezione è dedicata a un celebre genovese, Cristoforo Colombo, in un suo documento la conferma della sua origine.
Leggete l’inizio della quinta riga a partire dal basso: nacido en Genova, nato a Genova.

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Ci sono bozzetti di artistici di opere mai realizzate, si può fantasticare cercando di immaginare dove dovevano essere collocate.
E sono esposti alcuni pezzi della collezione cartografica: correva l’anno 1624 e si progettava la costruzione di un celebre porticciolo, tutti voi riconoscerete una località tanto amata, la nostra bella Camogli.

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Anche questo è un panorama a noi caro, è la dolcezza di Sestri Levante.

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Genova, Tesori d’Archivio è un mondo da scoprire, come potrete immaginare io vi ho dato solo un accenno di ciò che potrete ammirare.
La mostra è ad ingresso gratuito, qui trovate gli orari per la visita.
Là incontrerete quelle vite, le vite degli altri.
La vita e il destino: per conoscerlo alcuni si affidavano al libro delle sorti.
E sì, amici le domande sono sempre quelle: i soldi, la salute e l’amore.
Gli uomini sono sempre uguali, in un certo senso.

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Ci sono documenti sul lotto e sul seminario, di questi tornerò a parlarvi.
E ci sono delle carte da gioco come quelle che ancora usiamo.

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E c’è un grande libro, per me uno dei pezzi più emozionanti della mostra.
La vita, il destino.
In quel pesante volume è scritta la cifra che segnò un grande cambiamento, una rivoluzione, un nuovo inizio e una ritrovata felicità.
Un modo diverso di guardare al futuro grazie a quella somma: 1000 Lire, il primo premio della Lotteria.
Lo vinse lei, il suo nome è vergato nell’ottava riga: Catalina, serva di Battista Barixonus.
E c’è solo una scritta, sì.
Eppure osservate bene, guardate con attenzione quella pagina.
C’è tutta una vita: un sorriso, una luce in certi occhi, la speranza di un’esistenza migliore per Catalina.

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Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

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Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

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Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

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Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

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Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova

Genova, 1446: la storia di Maria e un dono speciale per me

Accade il 20 Giugno 1446, nella stagione del vento caldo, quando l’aria è intrisa del lindo profumo dei boccioli che si schiudono.
Anche Maria è un fiore esotico e delicato, Maria viene da lontano: è tartara, ha 24 anni ed è la schiava di un cittadino genovese, Manuele di Rapallo.
Qual è il prezzo di una vita?
Lei è giovane e forte, appartiene a Manuele ormai da lungo tempo, forse è arrivata nella sua casa quando ancora era bambina o magari vi è giunta all’epoca della sua adolescenza acerba.
E qual è il valore della sua vita? Quale il suo prezzo?
Davvero è alto, Maria e la sua pelle chiara valgono ben 150 Lire: a tale cifra ammonta lo stipendio di un anno di un insegnante privato con un centinaio di allievi, un marinaio guadagna quella somma in tre anni di fatiche.

Reti

È preziosa Maria, è un bene di grande valore.
E poi ci sono i sogni mai svelati, i desideri segreti, le parole non dette, la vita immaginata.
E la felicità, da qualche parte.
È bella Maria? Forse ha i capelli lunghi raccolti in una treccia e lo sguardo vivace.
Accade in un giorno d’estate, il 20 Giugno 1446, in Piazza Banchi.
Manuele di Rapallo si presenta davanti al banco del notaio Raffaele Fornari, Maria non è con lui.

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E al cospetto del notaio Manuele compie un gesto generoso: dona alla sua schiava la libertà, mantiene per se stesso soltanto il diritto di patronato che comprende rispetto, diritti di devozione, talvolta sono anche contemplati prestiti in denaro e opere.
Maria però adesso è libera.
Chi è quest’uomo che priva se stesso e la sua famiglia di un bene così importante?
Perché lo fa?
Forse è anziano e questo è il suo modo di dimostrarle il suo affetto, per evitarle di cadere nelle mani dei suoi discendenti che forse non la tratterebbero con riguardo?
Nell’atto stilato dal notaio si legge che Maria è stata affabile e diligente e che il suo padrone desidera ricompensarla.
E si legge che lei ha chiesto che le venga concessa la libertà, tuttavia davanti al notaio Maria non c’è.
E allora.
E allora immagina.
Forse Manuele è giovane, forse è innamorato di lei, forse lei non sa nulla di quel dono.

Archivio di Stato

Archivio di Stato di Genova

Lo vedete Manuele? Lascia Banchi e tra le mani stringe l’atto stilato dal notaio, per Maria tutto sta per cambiare.
Il documento che è giunto ai giorni nostri è la minuta, il medesimo testo veniva anche scritto su pergamena.
E alla minuta il notaio ha riservato una cura speciale: la prima lettera è decorata e vergata con grazia, questo accadeva molto di rado, è l’unico documento della filza ad avere questa particolarità.
Perché il notaio ha curato quell’iniziale con tanto riguardo?
Forse è accaduto perché si trattava di un’azione buona e generosa, su quel foglio tanto prezioso sono scritte parole di infinita bellezza che suggellano un gesto importante, si restituisce a una giovane donna un bene inestimabile del quale nessuno dovrebbe mai essere privato: la libertà.
E allora immagina.
Forse Manuele è giovane, forse è innamorato di Maria.
Corre a perdifiato per la città, per portare a lei quel foglio e metterlo tra le sue mani, è il dono più grande.
Corre per i caruggi, va da Maria.

Vico del Duca
Voglio pensare che si siano sposati e che la loro vita sia stata felice.
Il documento è conservato tra i tesori dell’Archivio di Stato: c’è il nome di lei, non sono narrati  i sogni che non potremo mai conoscere, i desideri di una ragazza tartara di 24 anni e quell’esistenza che ha avuto un corso inaspettato.
Il documento è stato restaurato in occasione della recente iniziativa denominata Adotta un documento promossa dall’Archivio di Stato, il progetto è volto al recupero e alla conservazione del nostro patrimonio.
Io ho ricevuto un dono semplicemente meraviglioso.
La Dottoressa Giustina Olgiati mi ha narrato questa storia con ricchezza di particolari e ha anche dedicato a me il documento restaurato: mi ha dedicato quel foglio che diede a Maria il sorriso e la fiducia nel futuro.
È uno dei regali più commoventi che abbia mai ricevuto, ringrazio ancora di cuore Giustina Olgiati per le belle parole che mi ha riservato, mi sono davvero commossa.
E  in chiusura di questo articolo vi mostro il documento.
C’è quell’iniziale decorata e bella, segna il principio di un destino che muterà.
E c’è il mio nome, sotto a quello di Maria.
Su un foglio dove è scritta quella parola preziosa: libertà.

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Genova, 1704: un amore clandestino in Sottoripa

È un assolato giorno di luglio del 1704 e a Genova ci sono un uomo e una donna in fuga.
Lui si chiama Domenico e lei Maria Gertrude, la donna ha con sé argenti, tessuti e un anello d’oro di un certo valore.
Chi è costei? E per quale motivo sta scappando?
Per scoprirlo occorre fare un passo indietro alla sera precedente e dobbiamo entrare nella casa di Maria Gertrude: lei abita con il marito Andrea Rebora in Vico dell’Oliva.

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Un caruggio tra Sottoripa e Canneto, chissà quante volte ci sarete passati anche voi, certi muri celano anche la storia di questa coppia di sposi.

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Il loro non è un matrimonio felice, a dire il vero: Maria Gertrude ha una relazione clandestina con colui con il quale è fuggita, Domenico Conti che a sua volta è sposato con una certa Maria Barbara.
Ora, come vi dicevo, andiamo a quella fatidica sera.
Sul tavolo trema la fiammella di una candela, nei piatti viene servita la cena: melanzane ripiene.

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Eh, quelle melanzane parevano saporite e gustose, tuttavia nottetempo Andrea, il marito di Maria Gertrude, accusa un fortissimo mal di pancia.
Il giorno dopo va da lui una delle sue serve e lo avverte di quanto è accaduto: Maria Gertrude è scappata!
E c’è di più, Maria Gertrude ha confidato alla domestica di aver dato le sue melanzane anche a Maria Barbara e pure lei si è sentita male!
Cosa mai sarà successo?
La faccenda è piuttosto complicata, presto si svelerà una storia di foschi intrighi.
Intanto il povero Andrea Rebora si reca il lunedì mattina presso la Rota Criminale e sporge denuncia contro la moglie e contro il suo amante, l’accusa è furto e adulterio.
Si scopre così una trama dai risvolti sinistri supportata da diverse testimonianze, un contributo di rilievo arriva da un certo Lavagnino, un medico di grande esperienza.
Costui narra di aver visitato la povera Maria Barbara, il marito di lei lo aveva fermato sulla Piazza dell’Ospedale di Pammatone e gli aveva detto di andare a casa sua a visitare sua moglie che venne poi trovata nei tormenti di una fortissima colica.

Piazza Pammatone

Piazza e Ospedale di Pammatone
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Fumenti e rimedi medicamentosi di vario genere l’avevano poi rimessa in sesto, certo che Maria Barbara se l’era vista proprio brutta, il medico le aveva anche prescritto una dieta particolare: lavativi di olio comune e mosto cotto e poi olio di mandorla dolce.
In seguito il dottore si era premurato di tornare a visitare Maria Barbara ma aveva trovato la porta chiusa e due guardie corse di piantone.
La giovane era tornata a casa dei suoi, il fratello di lei disse che temeva che fosse stata avvelenata, del resto aveva rigettato le melanzane, c’era qualcosa che proprio non quadrava.
Il dottore a proposito delle melanzane aveva un sua peculiare teoria: in questa stagione, diceva, sono di cattiva qualità e generano umori malinconici, possono essere anche poco digeribili.
Certo, cucinandole con uova, latte, formaggio e vari sapori vengono come addolcite, questi condimenti potrebbero persino avere alleggerito gli effetti di un eventuale veleno.
Uno ad uno sfilano i testimoni, la trama a poco a poco diviene chiara a tutti: i due amanti hanno tentato di avvelenare i rispettivi sposi.
Maria Barbara, una delle due vittime, viene descritta da tutti come una persona per bene, è una donna timorata di Dio.
E ha avuto accesi diverbi con il marito: lei ha capito perfettamente che lui la tradisce ma il fedifrago si ostina a negare!
E che dire della servetta di Maria Gertrude?
Si chiama Maria Geronima, ha appena 12 anni e racconta per filo e per segno tutto ciò che sa.
E insomma, dice che un bel giorno la sua padrona l’aveva mandata a far la spesa, le aveva dato un foglietto e si era raccomandata dicendole di non andare dal solito speziale dal quale era solita servirsi.
Così Maria Geronima, obbediente, si era messa in cerca di ciò che le serviva e alla fin fine aveva trovato la bottega che faceva al caso suo.
Dove?
Ma ovvio, in Sottoripa, che domande!

Sottoripa

E lo speziale, incuriosito le aveva chiesto per chi stesse comprando quegli ingredienti, Maria Geronima fu scaltra, mentì come le era stato comandato.
Giunta poi a casa della sua padrona aveva assistito alla preparazione del pasto: 24 melanzane ripiene condite con velenosa polvere di cantaride.
– Vai, Maria Geronima! – le disse la sua padrona – porta questo piatto a Maria Barbara.
E così fu.
Oh, Maria Geronima riferì anche che la sua padrona, mentre faceva i bagagli per la fuga, l’aveva persino minacciata: che non si azzardasse a dir nulla, altrimenti avrebbe fatto una brutta fine!
Poi era fuggita a bordo di una portantina verso Albaro e il suo amante era scappato insieme a lei.

Vico dell'Oliva (3)
Si scoprì che i domestici di casa sapevano tutto: i due amanti si incontravano in casa di Maria Gertrude e una delle domestiche era messa a guardia della porta, doveva controllare che non arrivasse il marito tradito!
Si vedevano anche a casa di un’amica, dalle parti di Coronata, ci furono persino delle lettere anonime che avvertivano il Rebora di quel che combinava sua moglie!
Le due vittime del complotto si salvarono, le melanzane alla cantaride non ebbero effetti letali per loro.
La giustizia fu implacabile: i due amanti vennero condannati alla pena capitale, colui che mi ha svelato questa storia mi ha detto che comunque non c’è certezza che la condanna sia poi stata eseguita.

Vico dell'Oliva (4)
La vicenda, buia e intricata, è stata narrata nel corso di un convegno da Don Paolo Fontana, responsabile dell’Archivio della Diocesi di Genova, la storia è stata da lui scritta ed è in corso di stampa, verrà pubblicata in un volume che raccoglie gli Atti del Convegno.
Don Paolo è una persona eccezionale ed è anche un caro amico di lunga data, conoscendo il mio interesse per questi argomenti mi ha inviato il suo testo dal quale è tratto questo racconto.
Il processo ai due amanti è conservato all’Archivio di Stato di Genova tra i documenti della Rota Criminale.
Nel visitare i luoghi dove vissero queste persone mi sono chiesta se Maria Gertude, nel corso della sua fuga disperata in cerca di salvezza, abbia alzato lo sguardo verso una delle tante edicole che ospitano la Madonna nei caruggi di Genova.
E mi sono chiesta se si sia mai pentita, chissà!
E poi l’ho immaginata correre, ansimante e smaniosa di raggiungere la libertà.
E ancora una volta ho pensato che la vita degli uomini, nel bene e nel male, è sempre più avventurosa di qualunque romanzo.

Vico dell'Oliva

Edicola in Vico dell’Oliva

Lasagne e Maccheroni, una preziosa ricetta del 1416

Una nuova chicca dal passato, su queste pagine, per voi.
Per questo articolo così particolare devo un sentito ringraziamento alla Dottoressa Giustina Olgiati, appassionata studiosa che ha affascinato tutti noi presenti alla sua conferenza tenutasi all’Archivio di Stato e dedicata ai Mercanti di Genova, penso che lei sia davvero l’angelo custode delle storie dei nostri giorni lontani.

Tutti i genovesi del Mondo

Tutti i Genovesi del Mondo – Manifesto della Mostra

Durante la sua meravigliosa narrazione la Dottoressa Olgiati ha svelato ai suoi stupiti ascoltatori un’antica ricetta per condire le lasagne e i maccheroni.
E sì, lei ha perfettamente compreso la mia curiosità in proposito e gentilmente mi ha inviato il testo completo di questo insolito manicaretto tratto dal volume di Antonia Borlandi, Il manuale di Mercatura di Saminiato de’ Ricci edito da Di Stefano nel 1963.
E dunque facciamo un passo indietro e andiamo all’anno 1396.
A Genova c’è un giovane mercante fiorentino, il suo nome è Saminiato de’ Ricci e scriverà con cura e attenzione un testo dedicato all’arte della mercatura, dettagliando minuziosi particolari relativi a pesi e monete adottati da luoghi diversi.

Bilancia

Antica bilancia da Farmacia – Farmacia Sant’Anna

Ahimè, la vita di Saminiato sarà breve, accusato di aver presto parte a una congiura, verrà giustiziato nella sua Firenze.
Il suo scritto però giungerà in buone mani e nel 1416 la sua opera verrà ultimata da Antonio Da Pescia, figlio del fattore di uno dei De’ Medici.
E dopo tanto discettare di soldi e di affari il nostro Antonio lascia ai suoi lettori una sua saggia divagazione: nella vita conta anche saper godere di piccole felicità e la buona cucina è certo una di queste!
E fa di più, scrive per i suoi lettori una ricetta, in questo modo si possono gustare deliziose lasagne o succulenti maccheroni, ognuno scelga ciò che più gli aggrada.
Ecco cosa occorre per cucinare alla maniera di Antonio Da Pescia.

Chi ragiona di chambi e chi di merchatantie sempr’è chon afanni e tribulazioni. Io farò il contrario e darovi ricetta a fare lasangnie e maccheroni.
Chi vuole buone lasangnie habbi 3 capponi grassi con un pezo di buono manzo. Li chuocha; quando son cotti trai l’occhio alla pentola, e fa da llato uno pentoletto; e abbi le lasangnie bene sottili, e a falde a falde le metti, e mai non le mestare; e quando sono apresso a chotte, abbi di buono ravagnolo mescholato con buono parmigiano, e uno poco ne metti a bollire.
Quando sono chotte le schodella; ebbi del grasso del chappone e del manzo, e di sopra le chondisci, e fatto questo le coperchia con una schodella perché si confetti bene. E non bechasti mai meglio.
E quasi questo stile si vuole tenere a macheroni. Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia, che voglio ghodere co’ compagnoni. Amen.

Avete compreso ogni parola?
Naturalmente il linguaggio è un po’ complicato e arcaico ma direi che si capisce abbastanza bene.
Un bel pezzo di manzo e addirittura tre capponi, questo sugo sembra un po’ pesante, eh, sospetto che sia poco digeribile!
È insaporito con il ravagnolo, si tratta di un tipo di formaggio.
E certo avrete notato la mancanza di un ingrediente per noi fondamentale: il pomodoro.
Correva l’anno 1416 e il nostro prode Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto l’America, quindi in Europa ancora non conoscevamo queste preziose bontà che da sempre arricchiscono i nostri piatti.

Pomodori

E poi.
E poi quella poesia sulle lasagne che devono essere sottili e vanno versate a falde, una ad una, una pioggia di delizia che poi verrà servita fumante a tutti i commensali.
E non manca una tipicità della nostra cucina: il Parmigiano, il re di tutti i formaggi.

Parmigiano

Parmigiano e pomodori, uno dei doni di Colombo
Hotel Cenobio dei Dogi di Camogli

Uno dei passaggi del testo appare un po’ oscuro e tuttavia posso fornirvene la spiegazione in quanto mi è stata data appunto dalla Dottoressa Olgiati.
Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia: questa frase si riferisce alle pratiche mercantili e significa chi vuole emettere una lettera di cambio a Bugia, in Africa Settentrionale, da pagare poi a Parigi lo faccia.
E poi.
E poi la saggezza: godetevi la vita.
Io lo faccio, scrive il nostro Antonio, coi compagnoni.
Non pensate soltanto ai denari e ai commerci, dedicarsi agli affari è fonte di preoccupazioni: sedetevi a tavola con i vostri amici, godetevi il piacere della loro compagnia e condividete un buon pranzo.
Lasagne o maccheroni, alla maniera di Antonio Da Pescia.

Da Pescia

Antonio Da Pescia
proiezione all’Archivio di Stato di Genova durante la Conferenza della Dottoressa Olgiati

Genova, 3 Ottobre 1273: il prezzo della virtù

Forse la virtù era la sua inclinazione o forse ciò che gli toccò in sorte fu per lui un sacrificio: non so davvero dirvelo, conosco appena un frammento dell’esistenza di questo genovese vissuto molti secoli fa.
Eppure, in qualche modo, l’ho immaginato.
Lo vedo aggirarsi per Genova, lui è un giovane uomo e si chiama Settimo.
Cammina per i caruggi, poco distante c’è il  mare solcato da avventurosi mercanti, percorre certi vicoli bui forse appena rischiarati dal fuoco di una torcia che arde.

Vicoli

Forse.
Cammina e passa davanti alle taverne delle città vecchia: questa è l’ultima sera.
Là dentro frastuoni e urla, in certi luoghi c’è un gran baccano, si beve per celebrare la vita e per scordare certe amarezze.
Si levano le coppe, immagino quelle persone con volti solcati dal tempo e mani inaridite dalla fatica, bocche sdentate e sguardi inebriati.
Dimenticano, dimenticano così ogni dolore.
E poi è ben noto, in certe bettole si incontra gente poco raccomandabile, Settimo lo sa, sa anche che per lungo tempo non correrà alcun rischio di imbattersi in certi manigoldi.
Scende la notte e poi risorge il sole: è mattina, la mattina del 3 ottobre 1273.
E Settimo si reca nel luogo convenuto, davanti al notaio Giacomo Mazucco: sarà lui a stabilire le condizioni per la concessione di un prestito.
Si tratta di 3 lire, cambieranno le sorti del giovane?
Settimo dovrà dare delle garanzie, in qualche modo: tra il resto rassicura il notaio, lui non ha le mani bucate e anzi ha una certa abilità nel gestire i soldi.
Tre lire, questo è il prezzo della virtù, se così si può dire: in cambio di questa somma Settimo si impegna a mantenere una promessa.
Per 10 anni starà lontano dalle taverne, gli è persino proibito fermarsi fuori dalla porta, non potrà bere vino acquistato e neppure offerto da altri.
Niente vino e niente vizi, il denaro non si sperpera e Settimo deve anche garantire che si asterrà dal gioco: una partita a dadi non gli è consentita, non può nemmeno giocare per mezzo di altri.
Tre lire, dieci anni.
E se per caso la tentazione fosse troppo forte cosa accadrebbe a Settimo?
Eh, sarebbero guai! Dovrebbe restituire il prestito sotto pena del doppio.

Dadi

Ora forse vi starete chiedendo in quale modo la mia strada abbia incrociato quella di Settimo.
Le vite degli uomini non sempre restano racchiuse nello spazio di tempo a loro concesso, a volte superano i propri confini e giungono fino a noi e si svelano così certi giorni lontani.
La mia visita all’Archivio di Stato per la mostra Tutti i Genovesi del Mondo mi ha portato regali preziosi, la Dottoressa Olgiati mi ha fatto dono di alcuni volumi, sono i cataloghi di 4 mostre, in questi libri sono raccolti documenti antichi che restituiscono frammenti di storie e di vite.
La vicenda di Settimo è narrata in Mercanti, gli uomini d’affari a Genova nel Medioevo, il documento che riguarda questo giovane è l’atto notarile stilato dal notaio Mazucco, la sua collocazione archivistica è la seguente: AS Ge Notai Ignoti 9, frammento 99.
E a quanto pare era piuttosto comune all’epoca esigere l’astensione dal gioco, nel testo sono riportate altre situazioni simili a quella che vi ho narrato.
E poi io ci ho messo la fantasia, l’immaginazione si accende davanti a certi scritti, ti fa vedere volti e persone che non hai mai incontrato.
E forse la virtù era nell’indole di Settimo.
O magari no e davvero lui quella sera si fermò davanti a una taverna e poté udire un frastuono di voci mentre il vino scorreva a fiumi.
Era una sera di ottobre del 1273 e quello era il prezzo della virtù: tre lire, dieci anni.

Libri

Volumi fotografati presso l’Archivio di Stato di Genova

Archivio di Stato di Genova: tutti i genovesi del mondo

C’è un luogo, a Genova, dove potrete scoprire la storia di tutte le storie, vi troverete la grandezza di tempi lontani e tutto ciò che testimonia la gloriosa potenza della Superba.
L’Archivio di Stato di Genova si trova in Carignano, nell’antico complesso di Sant’Ignazio in Santa Maria in Via Lata, già solo la bellezza del luogo vale una visita.

Archivio di Stato (2)

E se vorrete consultare i faldoni che contengono antichi documenti vi accomoderete nella sala di lettura.

Archivio di Stato (3)

Di recente ho avuto modo di fare una visita speciale, a tal proposito ringrazio la Dottoressa Giustina Olgiati per il tempo che mi ha dedicato e per i suoi racconti appassionati.
E allora vi porto là, alla mia maniera semplice e piana, lascio la complessità e gli approfondimenti agli esperti del settore, se andrete all’Archivio di Stato anche voi potrete ascoltare le narrazioni della Dottoressa Olgiati, fino al 5 Dicembre è allestita una mostra a ingresso gratuito che vi porta a conoscere Tutti i Genovesi del Mondo.

Archivio di Stato

Oltre a ciò io ho veduto altri documenti che non sono parte dell’esposizione e voglio dirvi che ho tenuto tra le mani una carta con la firma di una Papa.

Archivio di Stato (4)

E poi ho sfiorato un documento vergato da un imperatore, si tratta di carte antiche che risalgono all’incirca all’anno 1000.

Archivio di Stato (5)

E poi ho potuto aprire due piccoli volumi, contengono i regolamenti e gli statuti della Compagnia dei Caravana: nata nel XIV secolo, era l’associazione dei lavoratori del porto, la maggior parte di essi provenivano dalla zona di Bergamo.
E sapete?
La compagnia aveva dei posti letto riservati ai propri membri presso l’Ospedale di Santa Maria Maddalena e nel libretto c’è l’inventario di ciò che era di loro appartenenza: cuscini e materassi, camicioni e trapunte, un’organizzazione davvero perfetta.

Archivio di Stato (6)

Il libro che vedete nell’immagine sovrastante risale al 1340, quello che potete ammirare nella foto che segue è invece del 1400.

Archivio di Stato (7)

E non si può descrivere la raffinatezza di certi particolari.

Archivio di Stato (8)

E poi sul tavolo sono stati posti dei cartoncini, sono stati usati per racchiudere le filze.
E come potete notare sono rifasciati: all’epoca, nel ‘500, si usavano vecchie carte, se non ricordo male in questo caso si tratta di carta da musica del ‘300.

Archivio di Stato (9)

E poi ancora, ho visto un documento risalente al 958 con il quale Berengario e Adalberto confermano agli abitanti di Genova il riconoscimento dei loro beni con la proibizione per i rappresentanti regi di esigere diritti fiscali.

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E poi ho visitato la mostra Tutti i Genovesi dei Mondo: l’esposizione mette in evidenza la straordinaria capacità mercantile dei nostri predecessori, l’abilità diplomatica, il talento nella navigazione e nei commerci.

Archivio di Stato (11)

E là incontrerete suggestioni che vi faranno rivivere emozioni inusitate, tempi lontani ed eroici.
Vi fermerete davanti a una teca dove è esposto il primo documento: La Bonna Parolla, anche detta Portolano Sacro.
E’ la preghiera della gente di mare, tutti coloro che si trovano su una nave al momento della partenza si uniscono in una devota preghiera corale, si rivolgono a Dio e ai Santi perché concedano la loro protezione in favore della nave, degli uomini e della mercanzia.
Ci si affida alla Madonna e a San Giuliano, patrono della gente di mare.
Questi viaggi sono lunghi e pericolosi, così nel Portolano Sacro sono citati tutti i Santi delle località percorse dai mercanti genovesi durante la navigazione, sono citati i Santi che proteggono coste, promontori e città costiere.

Archivio di Stato (12)

Un viaggio nel passato ti permette incontrare anche la gente comune.
Andate a cercare Raffaellino, aveva solo nove anni quando venne affidato al cartografo Battista Beccari, così iniziò il suo apprendistato, come testimonia questo documento del 1427.

Archivio di Stato (13)

E poi cercate questa carta del 1210, riguarda le nozze tra Manuele, figlio di Nicolò Doria e Iurga, figlia di Comita II, giudice di Torres.
Un matrimonio combinato, come spesso accadeva per tutelare certi interessi, io mi sono chiesta se poi Iurga abbia avuto una vita felice.

Archivio di Stato (14)

E poi ancora, come l’avrà presa Alarame Salvago?
L’ufficio di San Giorgio ha predisposto il sequestro della merce trasportata sulla sua nave come pagamento di una certa tassa da lui dovuta.
Il carico comprendeva panni di lana, cuoi di vitello e merletti e guardate un po’, sul documento ci sono dei segni, venivano apposti sugli involucri ed erano i segni distintivi di ogni mercante.

Archivio di Stato (15)

Questo è lo statuto concesso nel 1251 da Ferdinando III di Castiglia, si permette così ai genovesi di commerciare a Siviglia.

Archivio di Stato (16)

E poi, dieci anni dopo, Alfonso X concede ai genovesi un quartiere in quella stessa città di Siviglia dove si facevano fiorenti affari.

Archivio di Stato (17)

Vedrete un volume molto prezioso, a parte questo ne esiste solo un altro.
E’ del Caffaro, questa è la sua narrazione della conquista di Almeria e Tortosa risalente al 1147-1148.

Archivio di Stato (18)

Il cronista delle imprese dei Crociati, questa è la magia del suo scritto.

Archivio di Stato (19)

Questi sono solo alcuni dei documenti che potete ammirare a questa mostra, troverete accordi di pace e libri dei conti dei genovesi che fecero affari in terre lontane.
Mercanti, gente di mare, persone che sapevano come far girare i soldi.
E tutto qui, all’Archivio di Stato, dove si conservano documenti fragili a volte usurati dai secoli, carte di valore inestimabile che devono essere protette e salvate.
Vi segnalo anche il link della mostra con gli orari, lo trovate qui, come già vi ho detto è a ingresso libero e sono possibili visite guidate gratuite.
Le righe che seguono sono la parte più importante del mio articolo, le scrivo per farvi sapere che ognuno di noi può dare un piccolo contributo per tutelare e difendere le preziose carte dell’Archivio di Stato, ci sono diversi modi per diventare parte attiva nella tutela del patrimonio cittadino.
Si può adottare un documento e provvedere al suo restauro, nel luogo dove si conserva la storia di tutte le storie.

Archivio di Stato (20)

Venite qui e cercate la vostra Anna.
Provate a darle un volto, a immaginare le sue fatiche e a rivivere le sue speranze.
Anna.
Chi sarà mai costei?
Anna era una schiava bulgara che ottenne la libertà e con essa forse una vita felice, almeno spero.
E basta davvero poco per lasciare il proprio segno e per tenere in vita la memoria di Anna e di tutti coloro che sono venuti prima di noi.

Archivio di Stato (21)