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Posts Tagged ‘Arte’

Nel tempo dei presepi e in questi giorni vicini al Natale vi porto ancora nella Chiesa di San Siro che un tempo fu cattedrale della città.
Là, tra gli ori e le immagini sacre, troverete una splendida rappresentazione della Natività.

Il dipinto è opera di un pittore di nome Cristoforo Roncalli vissuto tra la seconda metà del ‘500 e gli inizi del ‘600.
Scrive di lui Raffaele Soprani nel suo testo Vite de pittori, scultori e architetti genovesi e narra che questo pregiato artista era nativo di un borgo toscano detto delle Pomarance e da questa località egli prese il suo nome, a tutti era noto come il Pomarancio e il suo pseudonimo per me è già poesia.
Il Pomarancio dipinse opere importanti in diverse chiese di Roma e proprio in quella città conobbe il Marchese Vincenzo Giustiniani ed è sempre Soprani a scrivere che il nobile genovese volle fare un giro d’Italia alla scoperta delle bellezze artistiche e volle essere accompagnato proprio dal Pomarancio.
E così lo condusse anche nella Superba dove il pittore incontrò il Marchese Giacomo Lomellini che gli commissionò questo dipinto per la Cappella della sua nobile famiglia.

Il presepe dipinto dal Pomarancio è un capolavoro di grazia, angeli e putti annunciano la venuta di Gesù, dal cielo assistono alla sua nascita.

Ed è rischiarata da una luce salvifica l’immagine della Sacra Famiglia.

La cappella è arricchita dagli intarsi di Giuseppe Carlone, nella chiesa c’è una legenda che spiega come questo altare sia impreziosito da corniola, ametista, diaspro rosso e lapislazzuli, alla base della grande Croce c’è un calvario di pirite e due magnifici angeli reggono con grazia l’altare.

È un presepe genovese in una delle più belle chiese della Superba e potete ammirarlo in ogni periodo dell’anno.
È l’opera di un valente pittore che giunse a Genova molti anni fa.

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A volte il dolore ha diverse maniere per manifestarsi, può svelarsi in un angelo piangente, in un gesto drammatico o in una postura tragica.
Certi monumenti di Staglieno sono intrisi di autentica inquietudine e suscitano emozioni forti e profonde.
A volte non trovi uno sguardo dolente ma i tuoi occhi incontrano comunque l’espressione del tormento.
E così mi è capitato qualche anno fa, non vi nascondo che la prima volta che ho veduto questa tomba ho avuto una sorta di sussulto.
E sono soltanto due mani, nodose e vissute, protese nel chiaroscuro della galleria.

A dire il vero sul momento non ho nemmeno pensato a leggere i dettagli, i nomi sulla lapide, le date e la memoria di loro.
C’era questo senso di inquietudine in quel gesto, poi riflettendoci mi è parso in seguito anche una sorta di richiamo, un fremito dall’abisso alla vita.

L’ho veduta altre volte questa tomba, non può lasciare indifferenti.
Emergono dal nulla le dita tese verso questo nostro mondo terreno.

Un giorno poi mi sono soffermata a leggere e ho scoperto che qui riposa la famiglia Maine.
Il cognome è anche inciso nella parte in basso a destra della lapide, è la firma dell’autore di questa particolare scultura che risale al 1925.

Ed è trascorso altro tempo, ho in seguito acquistato il numero di Giugno 1930 della rivista Genova edita dal Comune di Genova.
C’è una sezione dedicata agli artisti e qui ho trovato il nome di lui, dalla rivista sono tratte le notizie che qui riporto.
Angelo Camillo Maine era uno scultore genovese, nacque il 24 Dicembre 1892.
Studiò all’Accademia delle Belle Arti e con le sue opere partecipò a diverse esposizioni: espose alla III Mostra di Arti Decorative di Monza nel 1927, all’Esposizione di Belle Arti di Torino nel 1928 e poi alle mostre di Budapest, Roma e Venezia.
Uno scultore di pregio che ebbe poi un lungo percorso artistico, non so dirvi per quale ragione abbia scelto queste mani sofferenti per lasciare il ricordo della sua famiglia.
Qui riposano i suoi genitori, Giacomo e Maria.
Da quelle dita scolpite pendono due catenelle, ad esse è appesa una targhetta.
E si legge il nome di lui, qui dorme il suo sonno eterno Angelo Camillo Maine.

In quella tomba che ha suscitato in me un sussulto, tra le mani che egli forgiò ispirato dal suo estro creativo, inquieta memoria di un artista di talento.

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È la prima mostra dedicata al simbolo della Superba: Genova è da sempre la città della Lanterna e fino al 4 Febbraio 2018 potrete ammirarla a Palazzo Reale nell’esposizione curata da Serena Bertolucci e Luca Leoncini.
La Città della Lanterna, l’iconografia di Genova e del suo faro tra Medioevo e presente è un viaggio affascinante nella nostra storia.
Inizia così questo percorso nel passato di Genova, con un volume proveniente dall’Archivio di Stato: è un registro di conti dei Salvatori del Porto e del Molo, risale al 1371 e su questa pergamena è tracciata l’immagine più antica della Lanterna.
E qui l’emozione è tanta, colui che usava questo volume segnava meticolosamente le spese da sostenere per tenere acceso il faro che illumina la Superba.

La città della Lanterna è raccontata attraverso 200 documenti di diverso genere: stampe, carte topografiche, acqueforti, dipinti, cartoline e manifesti pubblicitari, non mancano le fotografie di Alfred Noack e una sezione è dedicata ai lavoratori del porto.
Sono esposti quadri di artisti di pregio come Giolfi, Garibbo e Caffi che con le loro vedute ci restituiscono un panorama a noi caro, a tratti è quasi difficile distinguere parti della città ormai molto mutate.
La Lanterna è sempre riconoscibile, è un luogo del cuore, immagine cara ritratta in diversi momenti storici.
La città della Lanterna viene così dipinta da Antoine Edmond Joinville nella metà del XIX Secolo.
Ingresso del Porto di Genova, vele bianche sospinte da vento favorevole e un’insenatura accogliente.

E se a Genova ci sei nato ti soffermi a cercare le case, le chiese, le strade che sempre percorri.
Ed è mare calmo e gozzi, sullo sfondo il profilo di una città che in un certo modo è rimasta fedele a se stessa.

I pezzi esposti provengono da diversi musei e da collezioni private, questa è quindi un’occasione straordinaria per ammirare opere mai vedute.
E se a Genova ci sei nato ti fermerai davanti al quadro di William Parrott: veduta di Genova dallo scoglio Campana, il dipinto risale al 1854.
Lo scoglio Campana non c’è più, è coperto da una strada percorsa dalle auto.
E il mare non arriva più fino a quel punto, la città della Lanterna ha cambiato aspetto.

In questa mostra si ripercorrono gli eventi del passato di Genova: una burrasca memorabile che nel 1821 sconvolse la città, il Bisagno con la sua piena vigorosa e la veduta dal Ponte Pila.
Sulle tele di valenti artisti sono dipinti i momenti drammatici della Superba e i suoi giorni eroici come il bombardamento del 1684 da parte della flotta del Re Sole e certi episodi del Risorgimento.
Ricorre quell’immagine cara, il simbolo della nostra città.

E poi, se a Genova ci sei nato, magari ti stupirai di scoprire che venendo da Sampierdarena così si vedeva la Lanterna e così la dipinse Luigi Garibbo.

E forse ti sorprenderà la Veduta del Porto Antico di Genova e di Palazzo del Principe dipinta da Ippolito Caffi.

In queste opere e in questo panorama di quieta semplicità tutto ci appartiene, questi dipinti parlano di noi e di ciò che siamo stati.
Questa è casa nostra, con il nostro amato faro.

E poi se a Genova ci sei nato ti stupirà ancora scoprire i luoghi ormai irriconoscibili come la Spianata del Bisagno dalle Mura di Santa Chiara, opera di Tommaso Castello del 1834.
Là, in quella vasta area, sorgeranno in seguito l’attuale Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.

Vi ho mostrato alcune meraviglie di questa pregiata mostra, vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi le vedute e le stampe, i volti di Genova e i suoi giorni distanti.
Tra passato e presente, questo è il ritratto di una città.

Io sono uscita da Palazzo Reale con una piccola e salda certezza: le vicende degli uomini passano, si celebrano gli eroi, restano nei libri di storia coloro che erano considerati nemici, i sovrani perdono le loro corone.
Il tempo tutto muta, nel flusso della storia.
Il vento soffia sempre, gonfia ancora le vele.

E la Lanterna con la sua luce brillante e viva ancora rischiara le notti della Superba.
Su un’acquaforte del 1571 così si legge: La tres celebre cité de Gennes.
La mia Genova, la città della Lanterna.

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Sedici anni.
A quell’età cerchi la tua strada nel mondo, immagini il tuo futuro, costruisci le tue speranze.
Ferruccio Cabona e i suoi sedici anni, nel lontano 1918.
La traccia del suo breve cammino su questa terra è rimasta scolpita nel marmo dal talento di Luigi Orengo nel monumento a lui dedicato sito nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Non è solo, Ferruccio.
Accanto a lui c’è la sorella che lo ha perduto, lei lo tiene accanto a sé con amorevole cura.

Sedici anni e non avere più giorni.
Scrive Ferdinando Resasco che questo ragazzo tanto rimpianto morì nel 1918, fu una delle vittime della terribile epidemia di febbre spagnola che spezzò il suo respiro e si portò via la sua gioventù in soli due giorni.
Figlio amatissimo dai genitori, Gaetanino e Giuseppina riposano accanto a lui.

Fu il padre a commissionare allo scultore Orengo questo monumento e fece una richiesta precisa: volle che il suo ragazzo fosse ritratto in tenuta da esploratore.
Ed eccolo ritto e fiero, porta la camicia con le maniche lunghe, la cravatta, la cintura con la fibbia.
E tiene la mano abbandonata nel grembo della sorella, protetto dall’abbraccio di lei.

Un giovane esploratore che non poté scoprire gli avventurosi sentieri della vita e rimase impigliato in un destino beffardo e crudele.
Senza più forza, senza più futuro.

Ritratto nella sua acerba innocenza perduta, nella memoria di un tempo felice.

Se osservate il suo sguardo noterete che i suoi occhi guardano lontano, verso le sue esperienze mancate, verso i suoi progetti infranti, verso i giorni inesplorati.

Sul basamento, tra le sue date di nascita e morte, sono incise le parole volute dalla famiglia di lui, la scritta è consunta dal tempo così la riporto qui per voi.

Ferruccio Cabona
scorrono eterne le ore
e sempre noi t’attendiamo nella illusione d’un sogno
O Ferruccio delizia nostra
e qui nel marmo ti rimiriamo allato della sorella amata
come i genitori tuoi inconsolabile

Qui resta la sua memoria, il ricordo della sua giovane vita troppo presto perduta.

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Così puro e casto, un bacio innocente.
Un’armonia di gesti, le mani si toccano e le labbra si sfiorano.
Ad occhi chiusi.
Un palpito, un battito.
Un vento lieve smuove piano le vesti, fremono i cuori.
Un respiro, un dolce bacio.

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Un tempo si stagliava sulla porta dell’Acquasola, la figura di questa giovane martire si ergeva sopra di essa.

La porta cinquecentesca era collocata nell’attuale Piazza Corvetto, lo storico Luigi Augusto Cervetto scrive che si trovava nel punto dove ora vediamo la statua di Vittorio Emanuele II, la porta venne poi demolita all’inizio dell’Ottocento per lasciar posto a una nuova idea di città.
La Santa che da lassù volgeva il suo sguardo sui genovesi trovò invece una nuova collocazione presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti in Largo Pertini, a fianco del Teatro Carlo Felice.

Ancora adesso potete ammirarla, è ospitata nella nicchia in cima alla prima rampa di scale.

Ai piedi della statua un’iscrizione narra che questa pregevole scultura è opera di Guglielmo Della Porta, artista vissuto nel ‘500, la sua Santa Caterina d’Alessandria venne trasferita qui nel 1830.

Caterina, giovane vissuta intorno al 300, Caterina che morì in nome della sua fede in Cristo.
Le cronache narrano che venne condannata all’atroce pena della ruota ma il terribile strumento nel suo caso si ruppe, tuttavia questo non bastò a salvare la sua vita.
Nell’arte la figura di Caterina viene sempre rappresentata con la ruota spezzata e in questo modo la vediamo anche in questa raffigurazione.

Una giovane bella e aggraziata, porta sul capo una corona e stringe tra le dita una palma, questo è il simbolo del suo martirio.

Appartiene ad un passato che non abbiamo veduto e che non riusciamo neanche immaginare: non c’era la piazza che sempre percorriamo e c’era una porta maestosa, nel centro di Genova.
E là, nell’azzurro cielo, si ergeva nella sua bellezza armoniosa il profilo di una martire cristiana: era un altro tempo e la Porta dell’Acquasola era custodita da Santa Caterina d’Alessandria.

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Nei caruggi di Genova bisogna sempre alzare lo sguardo.
Camminare piano, osservare e meravigliarsi.
Certamente a tutti i genovesi capiterà di passare in Via David Chiossone, un vicolo nel quale potrete ammirare la magnificenza che sovrasta il civico 1.


Alzate gli occhi verso questo splendido portale lasciatoci dal talento di un valente scultore, l’opera è attribuita a Pace Gaggini, artista vissuto tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500.

Un portale che celebra la gloria e la grandezza di una famiglia: questo è il Trionfo dei Doria.

Foglie delicate, angioletti che suonano melodie soavi.

E volti misteriosi.

La perfetta armonia di un fiero profilo.

E ancora musica, putti, fiori e uccelli, un gioco continuo di linee e di curve.

E piccole creature celesti che sorreggono il simbolo di Cristo.

Alzando poi ancora lo sguardo verso questo magnifico portale si scorge un mondo in movimento.
E sguardi, gesti, armonia di intenti.
Due uomini armati di lance, ognuno di essi ha un elmo sul capo e ad osservare bene si notano i minuziosi dettagli di questa scultura.

E ancora altri angioletti.
Ali leggere, boccoli e pieghe delle vesti.
Suonano una musica che accompagna il carro trionfale e pare di vederli mentre gonfiano le guance paffute.

A trainare quel carro sono due centauri, sui loro volti si legge saggezza e cautela.

E sono ancora i soldati a custodire lo stemma araldico della famiglia Doria sul quale spicca una fiera aquila.

Mentre i piccoli putti tengono salde le redini.

Un capolavoro di scultura, un’opera che potrete ammirare sotto il cielo di Genova, nella zona che ospitò i membri di questa importante famiglia genovese che ha lasciato un segno nella storia di questa città.
La loro grandezza è scolpita nel candido marmo, nella meravigliosa bellezza del Trionfo dei Doria.

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La statua che ritrae Maria Brignole Sale è proprio di fronte al Galliera, l’Ospedale che lei fece costruire per la sua città.
Questa è una delle sue buone opere, la Duchessa di Galliera lasciò a Genova i suoi palazzi e le opere d’arte che oggi sono il vanto dei Musei di Strada Nuova, Maria donò a noi le sue ricchezze.
Diede mandato a Cesare Parodi di progettare l’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni, a lui diede l’incarico di edificare l’Ospedale di Sant’Andrea, il nostro Galliera.

Quando lei lasciò le cose terrene si volle ricordarla con questo monumento dove viene ritratta in tutta la sua dolce bontà.
Assisa, quieta e benevola, munifica benefattrice.
Indossa un abito ricco e raffinato, sul suo petto cadono diversi fili della stessa collana.

Autore di questo monumento è Giulio Monteverde, valente scultore al quale si devono molte celebri opere collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Monteverde pose la sua firma anche sul monumento del marito di Maria Brignole Sale, Raffaele De Ferrari, colui che come la sua consorte si distinse per generosità.
Il monumento a De Ferrari attende ancora una nuova collocazione, quello di Maria svetta invece sotto il cielo blu di Carignano.

Quanto dolore attorno a lei, quanta vita temprata dalle difficoltà ai piedi della nobildonna.
C’è un uomo spossato con una stampella.

Una giovane madre stremata dalla sofferenza sembra quasi non avere più forze ma tiene caparbiamente a sé il suo bambino piangente.
Saldo e sicuro, a sovrastare tutti loro, un angelo.

Un angelo pieno di grazia dai tratti perfetti, creatura celeste scaturita dal talento di un abile artista, gli angeli di Monteverde hanno una particolare bellezza, il più celebre custodisce il sonno della famiglia Oneto.

Questo gruppo scultoreo pare avere, nella mia opinione, una sorta di vitalità che si coglie nei gesti, negli sguardi e nelle posture.
L’angelo ha le grandi ali aperte e volge il viso verso Maria.

Pare quasi, almeno a me, che tra i due ci sia un dialogo, lui sembra volgere gli occhi verso di lei e pare dirle: guarda quanta umanità dolente è stata affidata alla tua bontà, guarda quanto bene hai fatto ai tuoi simili.

E lei sembra rispondere con quella dolcezza che traspare dai suoi occhi.
Caritatevole, generosa e indimenticabile benefattrice.

Sulla base del monumento sono incise parole che ricordano la grandezza della Duchessa di Galliera, alle spalle di lei c’è l’edificio che testimonia la sua munifica generosità.
Tra cielo e terra l’angelo giovane dalle fattezze sublimi protegge l’umana fragilità, la mostra e la affida a colei che dona salvezza, cura e accudimento.

Attorno al monumento si aprono boccioli profumati.

Sono le Rose Duchessa di Galliera e sono state create appositamente per lei che amava tanto questi fiori, i giardini di Maria Brignole Sale erano un trionfo di rose, ora questi petali delicati circondano la sua figura.


Nobile di animo e attenta alle esigenze dei meno fortunati, ha lasciato una traccia indelebile nella sua città e ancora adesso tutti noi dovremmo esserle grati.

L’angelo è chino ai suoi piedi, con quella grazia per la quale non si trovano parole adatte, si può solo ammutolire davanti alla gloria della bellezza, si può solo restare incantati a guardare.

E poi gli occhi trovano il volto sereno di lei, quel suo sorriso dolce e materno.
È la bellezza della generosità per sempre impressa sul viso di Maria Brignole Sale.

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Con quella grazia lieve.
Nobile, eterea e mistica beltà, sospesa nello spazio dell’incomprensibile.
Là, in un tempo senza tempo.

Un manto, un orlo delicato che stringe la vita.
Come se fosse impalpabile, sottile e leggero.

Un gesto.
Le braccia protese in un inspiegabile equilibrio.
Come se trattenesse il respiro, come se ripetesse dentro di sé una dolce preghiera.

Una visione.
E ti sembra di cogliere una sensazione di movimento, l’angelo veglia solenne e vigila sugli istanti perduti, custodisce la fragilità.

Come se un vento fresco sfiorasse quei tessuti, come se accarezzasse quelle dita sottili.
Salvezza, verità e purezza.

Il suo viso.
E i boccoli che cadono sulla fronte e sul collo.
Il suo sguardo dolce, benevolo e saldo.
Fisso sull’eternità.

Sublime creatura celeste, angelo incantevole nella sua lievità.

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Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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