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Posts Tagged ‘Bambini’

Villetta Di Negro, luogo di giochi spensierati dei più piccini: lo è stata per noi, lo è stata anche per tanti bambini che sono nati molti anni prima di noi.
Sotto ai verdi alberi, davanti a Piazza Corvetto.

La libertà di giocare, scoprire, cadere e rialzarsi, semplicemente la gioia di vivere dell’infanzia.
E siamo in molti ad avere teneri ricordi di questo luogo, della sua cascata scrosciante e della magia di questo parco incantevole.

Corri, corri e attraversa il ponticello.

E salta la corda, insegui la palla, ridi che ti vengono le fossette e poi ti sorridono anche gli occhi.
E quanti piedini hanno calcato i viali della nostra bella Villetta?
Tanti, anche questi.
Scarpette con il passante, calzettoni al ginocchio e tutta la vita davanti.

Ritratto di famiglia a Villetta di Negro.
Espressioni serie e compunte, un bimbetto vestito alla marinaretta, la sua sorellina ha invece un soprabitino candido e un grande fiocco chiaro sulla testa.
Un istante, un pomeriggio da ricordare.
E poi verranno altri anni, forse più difficili, resteranno le memorie.
Ti ricordi?
Andavamo sempre a Villetta Di Negro.
Ti ricordi?

A fissare questo momento fu un fotografo dal nome altisonante e quando ho comprato queste fotografie ho fatto una bella scoperta.
Alfonso Bonadiman doveva avere il senso degli affari e infatti aveva uno studio proprio a Villetta Di Negro, lo si legge sulle sue fotografie che sono rifinite con una sorta di cornicetta e con una scritta in puro stile Liberty.
Molte notizie più dettagliate si trovano in Vivere d’Immagini, il magnifico libro di Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine ho letto che lo studio di questo fotografo rimase irrimediabilmente danneggiato durante la II Guerra Mondiale.

Per lungo tempo, tuttavia, il fotografo immortalò i molti visitatori della Villetta.
Il tempo non puoi fermarlo, non puoi trattenerlo tra le mani.
Resta un’immagine, un momento della tua vita e ti rivedi come eri e magari eri una bimbetta coi capelli chiari, seduta sul passeggino accanto al fratello maggiore.
E ti ricordi?
Il cerchio, ti ricordi quanto ci abbiamo giocato?

Là, nella nostra amata e cara Villetta Di Negro.

Ritratto di famiglia e di momenti felici, su una panchina all’ombra degli alberi.

E ti ricordi?
Eravamo piccoli, quando siamo diventati grandi abbiamo comunque conservato lo stesso sguardo, la stessa espressione.
Noi, siamo rimasti noi.

Ti ricordi?
Eravamo noi, noi tre.

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Due mamme.
Due mamme, tra loro non si conoscevano.
Eppure hanno tanto in comune, eppure avrebbero potuto trascorrere ore ed ore a parlare delle loro famiglie.
Due mamme, sul volto di ognuna si legge una dolcezza infinita, entrambe sono ritratte con i loro figli, bimbetti curati e tenuti amorevolmente, le loro esigenze vengono sempre prima.
Lei ne ha quattro: la più grande ha l’espressione giudiziosa, porta una catenina al collo e un fiocco in testa, il secondo ha la faccia da piccola peste e poi ci sono loro, loro sono due e hanno la stessa età.

Le mamme hanno quell’espressione paziente, in questo sembrano assomigliarsi.
Hanno la stessa gestualità affettuosa e quello sguardo tenero, abbracci saldi e capacità di comprendere e ascoltare.
Queste mamme avranno compiuto grandi fatiche che non possiamo conoscere, entrambe hanno volti aperti e puliti.
E hanno pochi orpelli ma quanta vita attorno a loro!

Una schiera di figli, chissà se sono davvero tutti qui o se poi ne sono venuti altri.
Le due sorelle portano l’abito chiaro, hanno i capelli scuri e ben pettinati, il fratellino è vestito alla marinaretta.
E li guardi, ti poni delle domande, speri che il destino sia stato generoso con tutti loro.

Le mamme, in quel tempo là.
Così perfette, nella loro pura semplicità.
Immaginate le loro cucine, le conche per lavare i panni, i vestiti da rammendare, i ricami sempre precisissimi.
E le speranze, le paure, le notti insonni.
E le ninne nanne, il quaderno dei compiti e tutte quelle ginocchia sbucciate.

E tutta quella loro amorosa e infinita pazienza.
Ho scelto loro due, tra tante fotografie, ho scelto loro per questo giorno così importante.
Due mamme con i loro figli.
Buona festa della mamma!

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A Carnevale tutti i bambini amano mascherarsi, ognuno di noi ha memoria di quegli abiti dai tessuti scivolosi e dai colori sgargianti, il Carnevale è sempre stato un gran divertimento per i più piccini.
In ogni epoca, in ogni tempo.
Ieri ho trovato per caso due foto su una bancarella e allora porto qui questi due bimbetti genovesi ritratti in un momento per loro sicuramente emozionante.
La frangetta diritta, il caschetto, un fazzoletto in testa, la collanina con il pendente, lei forse potrebbe essere una contadinella.
In braccio stringe fiera una bambola con un vaporoso abitino bianco.

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La bimba porta anche uno scialle con le frange e una camiciola con le maniche ampie bordate di pizzo, la sua postura richiama quella delle donne adulte.
Una mano sul fianco e l’atteggiamento deciso, chissà quante volte avrà visto la mamma o la nonna proprio in quella posa, magari davanti alla porta di casa.
E lei, piccola donna, gioca ad essere grande come loro.

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Lui invece è un bambinetto che indossa un costume molto celebre, è un piccolo Pierrot.
Ha un’espressione così seria, a cosa starà pensando?

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Il suo abito è elaborato e molto ricco, tiene tra le mani uno strumento e suona la musica della fantasia e dell’immaginazione.
Come fanno i bambini, non solo a Carnevale.

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E guardate le sue scarpe!

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Potrebbero essere bambini della Foce o comunque delle zone limitrofe, il fotografo era in Corso Buenos Aires e presumo che non si andasse tanto lontano da casa per farsi fare una foto, ovviamente è solo una mia deduzione e non è detto che sia così.

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Ritratti nello stesso studio fotografico con il medesimo sfondo alle spalle: un muretto, un mare con una vela, i rami di un albero.
E una bambina compita, ritta in piedi con la sua bambolina.

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E un bambino vestito da Pierrot.
Con i suoi sogni, con i suoi pensieri per noi sconosciuti.
Nel dolce tempo dell’infanzia, a Carnevale.

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Sfogliando le pagine del nostro passato emerge spesso una consolidata abitudine: erano molti i benefattori, erano numerosi coloro che lasciavano i propri beni ai più sfortunati.
Non so dire se adesso siamo cambiati o se siano mutate le modalità, forse ai nostri tempi la generosità si manifesta in altre maniere.
Leggendo i libri del nostro passato i nomi di questi benefattori spiccano luminosi, ora magari li abbiamo scordati ma per queste persone doveva essere un onorevole privilegio rendersi utili alla comunità.
Tra di essi merita di essere ricordato Tito Cesare Della Casa, egli lasciò le cose terrene nel maggio del 1875 ma non si dimenticò dei più sfortunati.
Non aveva figli, non aveva eredi, decise così con il suo testamento di donare le sue immense fortune ai meno abbienti.
E a quell’epoca erano davvero numerosi i bambini senza padre e madre, molti venivano accolti nell’Orfanotrofio di San Giovanni Battista in Via Serra.

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Tito Cesare istituì l’Opera Pia della Casa, questa istituzione benefica pagava gli studi ad alcuni bambini di famiglie povere, figli maschi nati in San Francesco d’Albaro, con i soldi del benefattore questi bambini potevano studiare e conseguire una laurea o divenire Capitani Marittimi.
Inoltre l’Opera Pia manteneva nell’Orfanotrofio tre bambini, maschi o femmine, privi di entrambi i genitori e nati in San Francesco d’Albaro.
In entrambi i casi, in mancanza di bambini provenienti da quella zona di Albaro, il diritto all’accesso veniva esteso a piccoli provenienti da altre parti della città.

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L’Opera Pia Della Casa venne eretta in Ente Morale sul finire del 1875, dopo la morte del munifico benefattore, ad amministrarla erano l’Arcivescovo e il Sindaco di Genova, i posti venivano assegnati tramite concorso.
Sfogliando le pagine del nostro passato si leggono storie come queste e non è difficile immaginare quanti bambini abbiano avuto un destino migliore grazie a quest’uomo generoso.
Eppure la patina del tempo ha posato il suo velo sulla sua grandezza morale, per questo ritengo che sia giusto ricordare Tito Cesare Della Casa.
Girando per Staglieno, nella zona del Boschetto Irregolare, mi sono imbattuta nel monumento funebre di lui.
Sulla sua tomba svetta una graziosa figura dallo sguardo dolce e benevolo, certo la statua avrebbe bisogno di restauri.

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A colpirmi è stato il libro che regge in una mano, vi si legge una parola nella quale risiede tutto il senso della vita di Tito Cesare: beneficenza.

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E poi la bella creatura scurita dal tempo tiene tra le dita un crocifisso.

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E allora ho letto la lapide, a dire il vero è piuttosto deteriorata e non si vede così bene.
E poi ho cercato notizie di lui, le ho trovate sulla Guida Pagano del 1926 e poi come sempre mi ha aiutato il mio amico Eugenio che qui ringrazio.
Riporterò le parole scritte in memoria di questa figura di un altro secolo.
Adesso, dopo tanto tempo, in ricordo di un uomo altruista e generoso: Tito Cesare Della Casa, un benefattore.

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TITO B. CESARE DELLA CASA
MORTO IL 7 MAGGIO 1875
FONDO’ COL RICCO CENSO
SPECIALE ISTITUTO DI EDUCAZIONE
PER I GIOVANI POVERI E ORFANI

L’AMMINISTRAZIONE DEL PIO LASCITO
A RICORDO DI TANTO BENEFIZIO
QUESTO MARMO POSE
DICEMBRE 1900

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Nomi e vicende riemergono dal passato, sono frammenti di vita che non abbiamo veduto.
Ricorderete che poco tempo fa su queste pagine è apparso un articolo dedicato a Pier Enrico Zolezi e al suo glorioso locale una volta sito in Galleria Mazzini.

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Pier Enrico non era il solo della sua famiglia a dedicarsi alla ristorazione, come lui anche Giuseppe Zolezi aveva un esercizio commerciale che si trovava in Via Madre di Dio, una strada molto amata di Genova.
Una storia ne rievoca un’altra ed è proprio ciò che è capitato in questo caso.
A seguito del mio post dedicato a Pier Enrico Zolezi sono stata contattata da Renata e Michela, entrambe sono imparentate in diversa maniera con gli Zolezi e le ringrazio di cuore per la loro generosa disponibilità.
Michela è figlia di Armando Morselli, discendente di Giuseppe, proprio al signor Armando si deve una testimonianza preziosa, una splendida immagine d’epoca conservata con autentico amore e attaccamento alle proprie radici.
Quella foto ci porta in Via Madre di Dio, la strada perduta e abbattuta dalla mano dell’uomo come tutti quei vicoli che la circondavano.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è scomparsa anche la zona delle Mura di Santa Margherita, consultando le mie vecchie guide ho scoperto che Giuseppe Zolezi e la sua consorte avevano lì una fabbrica di acque gazzose.
Come dicevo, nella rimpianta Via Madre di Dio c’era invece il loro locale con la sua bella insegna ben evidente.
Trattoria, caffè e bottiglieria, per la gioia dei genovesi.

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Mettiamo indietro le lancette e andiamo a quel giorno, è un giorno speciale per gli Zolezi: si festeggia il primo compleanno del più piccino.
A sollevarlo con fierezza e orgoglio è proprio suo papà Giuseppe, il proprietario del caffè.
Seduta sulla sedia una bimbetta dal fare un po’ impacciato, mani amorose si posano sulle sue spalle.

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Eccoli i bambini di casa, ritti e impettiti per fare la fotografia, un evento che non capitava certo ogni giorno.
Il signore con giacca, panciotto e paglietta chi sarà? Un avventore o forse uno di famiglia?
Restano tutti ritratti in un istante della loro vita, in una bella fotografia antica.

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Vermouth, birre e gazzose, tintinnano i bicchieri dei clienti davanti al bancone del Caffè.

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E passano i piatti con le pietanze fumanti, chissà che delizie escono dalla cucina: torte di verdure dalla sfoglia impalpabile, cibo sano e genuino.
E certo, molti sono abituali frequentatori del locale, vengono accolti con sorrisi e con parole di benvenuto.

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L’animata e vivace Via Madre di Dio è frequentatissima nel tempo del suo fulgore.
La strada è abitata da lavoratori e da gente del popolo, uno di essi lo si nota appena in questo piccolo ritaglio: è seduto davanti alla sua casa, probabilmente.
Guarda scorrere la vita del quartiere, la vive ogni giorno, questo è il suo mondo, qui batte il suo cuore.
Accanto a lui un giovane uomo con le mani in tasca osserva la porta del locale, forse si domanda cosa stia accadendo da Zolezi.

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Ve l’ho detto, si festeggia una piccola vita che cresce, un bimbo che compie un anno.
E sono numerosi gli altri bambini che affollano questa porzione di strada: timidi, esitanti, curiosi di ciò accade attorno a loro.

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Il cappello calcato sulla testa, il sole che batte sugli occhi, i più piccini che si sporgono dietro a quelli più grandicelli.
E la bimba con l’abitino bianco e leggero, di lei non si vede il volto, si può solo immaginare il suo dolce sorriso.

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Era un giorno lontano, in Via Madre di Dio.
In un luogo dove non possiamo ritornare, in una strada che non possiamo vedere.
Davanti al locale di Giuseppe Zolezi, in un momento importante per questa famiglia.

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Non è tanto cambiata questa zona di Genova, ad osservare con attenzione questi siamo noi e andiamo a passeggio non lontano della cattedrale, in una piazza del centro oggi intitolata a Giacomo Matteotti e all’epoca dedicata ad Umberto I.
Uno scorcio quasi immutato, pare persino di poter sentire i rumori dei passi, le confidenze, i saluti di quelli che si incontrano per caso.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E osservate queste persone.
Provate a fantasticare, immaginate di vederle compiere un viaggio al contrario, da ieri a oggi.
Cosa accadrebbe?
Volgerebbero lo sguardo verso Palazzo Ducale e vedrebbero un variopinto spettacolo di luci psichedeliche.
Da ieri a oggi, sarebbero sussulti ed emozioni intense, riuscite a figurarvi il loro stato d’animo?

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Pensate a loro, le dame della buona società con i loro abiti chiari e l’ombrellino parasole.

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Questa immagini del passato appartengono al mio amico Eugenio e ancora una volta lo ringrazio per avere alzato il velo su questi giorni che non abbiamo vissuto, giorni diversi e al contempo simili ai nostri.
Eppure.
Osserva, c’è sempre qualche dettaglio a far la differenza.
Nella vita di ogni giorno, anche se i contorni delle figure restano sfumati.

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Una specie di carriola addossata ad un lampione.
Là, di fronte alla dimora dei Dogi.
In quell’anno distante, lontano e diverso.

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E poi lei, davanti al Ducale.
L’ho detto, i contorni non sono così chiari eppure lei è dolcemente visibile ai nostri occhi, è una ragazzina forse un po’ timida, è poco più di una bimba dai sentimenti puliti.
Con la sua gonnellina, gli stivaletti, la cesta sotto al braccio.
Tiene il capo leggermente reclinato, forse avrà capelli raccolti in una treccia.
Ha sogni, desideri, una mamma che l’aspetta a casa, una schiera di fratellini, un semplice rosario che tiene da conto, è un ricordo della nonna.
Quante cose potremmo immaginare su lei e tutte potrebbero essere vere oppure no.

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Lei è là, tra la gente che affolla Piazza Umberto I.
In uno spazio di tempo svanito e labile, in un fragile bianco e nero.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Sono bambini, semplicemente bambini.
E appartengono ad un altro tempo, i loro ritratti furono cara memoria per nonni e genitori, per lungo tempo queste fotografie forse furono riposte in un album o dentro ad una bella cornice, ricordo d’infanzia e di giorni felici.
E poi, per le misteriose vie della vita, i volti di questi bimbetti hanno incrociato il mio sguardo e così li ho portati con me, non potevo fare altrimenti.
Ad accomunare queste fotografie che fanno parte della mia piccola collezione sono alcuni particolari: ognuna è un ritratto, di nessuno di questi bimbi si conosce il nome e non c’è una data scritta a tergo.
Sono semplicemente bambini di un altro secolo e anche se tra loro non si conoscevano ho deciso di metterli uno accanto all’altro per presentarli anche a voi, con tutta la tenerezza che suscitano i loro visetti.
La prima di loro è una piccolina speciale, i boccoli le incorniciano il viso, porta un fiocchetto sulla testa e ad osservarla si comprende che ha carattere, doveva avere una certa grinta secondo me.

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A guardare queste immagini antiche mi sorge sempre un dubbio e non so mai trovare la risposta.
Come facciamo a indovinare i colori degli abiti?
Qui pare di scorgere una fantasia, la gonnellina è tutta pieghe e si intravede una giacchetta forse rifinita di pizzo e fermata dietro con un grande fiocco.

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La posa, nell’insieme, ha una grazia tutta sua: ve l’ho detto, per me lei è una bambina speciale.

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E poi lui.
Un visino senza tempo, cambiategli i vestiti e vi parrà un bambino della nostra epoca.
Timido, io credo.

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E ricordate le raccomandazioni del mio manuale di fotografia per dilettanti del 1910?
Le mani devono essere impegnate in qualche maniera e infatti il marinaretto se ne sta appoggiato al gozzo e regge in una mano il cappello della “Regia Marina”.
Cosa avrà fatto da grande?
E come si chiamava?
E quante delle mie domande non avranno mai risposta?

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Sapete cosa accade ad osservare questa antiche fotografie?
A volte sembra di scorgere delle somiglianze e dei tratti in comune, poi la logica ti porta a concludere che è improbabile che ci siano delle parentele.
Eppure tutti gli uomini con baffi importanti sembrano cugini, certe giovani donne sembrano sorelle, certe bimbe sembrano appartenere alla stessa famiglia: sono le fisionomie del tempo ad essere in qualche modo simili, alcune caratteristiche sono ricorrenti.
Da ultima ecco un’altra piccina, ha uno sguardo vivace e intelligente, in realtà secondo me avrebbe i capelli ricci ma glieli hanno spazzolati e quindi ora sembrano leggermente ondulati.

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Indossa, come si usava all’epoca, graziosi stivaletti con dei bottoncini.

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E mi ha colpita per una precisa ragione, a differenza di tutti gli altri lei cosa fa? Sorride.
Fateci caso, nelle foto d’epoca le espressioni sono sempre serie, vale anche per le immagini che avete veduto prima di questa.
Lei invece no, sorride.
E il suo sorriso è la pagina di romanzo ancora tutto da scrivere.
Ed è dolce innocenza e infantile spontaneità, un moto dell’animo che esprime così la sua semplicità.
Ed è il sorriso di lei, una bambina di un altro secolo.

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Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

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E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

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Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

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E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

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Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

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La piccola Ada stringe la mano della sua mamma, cammina accanto a lei, come ogni giorno.
In un’epoca in cui sono comuni le famiglie numerose Ada Carrena è una peculiare eccezione: è figlia unica, è una piccolina adorata e vezzeggiata dai genitori.
Lei è una bambina dell’Ottocento, la mamma la veste con quegli abitini alla moda cuciti apposta per lei, sono fatti di tessuti leggeri orlati di pizzi e rifiniti con fiocchi, sono vestine delicate e candide.
Ada è bionda, ha poco più di 5 anni, ha gli occhi scuri e neri come la notte, è un fiorellino di dolcezza.

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La bimba accompagna sempre la mamma Enrichetta al Camposanto di Staglieno dove riposano i suoi parenti.
E nel corso di una di quelle visite Ada incontra lo sguardo di un’altra piccina: il suo nome è Giuseppina Grillo e  qui trovate l’articolo che le ho dedicato.

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Dolce e tenera, è una bimbetta che Ada non ha mai conosciuto.
Eppure le resta nel cuore, eppure la osserva e la sente come un’amica, è una sua simile alla quale voler bene.
E torna a trovarla e insistentemente chiede alla sua mamma di portarla da lei, da Giuseppina.
E quando ancora deve lasciarla la saluta con parole amorose, promettendo di tornare presto da lei.
Un incontro, un destino che non si sa comprendere, un affetto che non si sa spiegare.

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E giunge il primo di Aprile del 1880, in questo giorno Ada abbandona per sempre la sua mamma e la sua famiglia, a portarla via dal suo piccolo mondo è una tremenda meningite.
E il dolore travolge Enrichetta, non c’è consolazione per una simile perdita, non ci sono neppure parole.
La madre, nella sua disperazione, rammenta bene i moti di affetto di Ada verso Giuseppina e decide così di recarsi da Giovanni Scanzi, autore del monumento funebre della piccola Grillo.
Enrichetta è una dolente figura tragica, di lei e della sua storia ci narra Ferdinando Resasco nel suo testo La Necropoli di Staglieno.
E la descrive, racconta di questa madre che davanti allo scultore parla della sua bambina e di quella morte prematura, a lui chiede di immortalare nel marmo la sua unica figlia perduta.
E secondo Resasco pronuncia queste parole:

“Badi che una bambina più bella della mia non è mai esistita, non esisterà mai.”

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E Scanzi si mette all’opera.
Con il suo talento, con il suo cuore, con la sua sensibilità di artista.
E l’immagine di lei è grazia, lievità e candore.
Il suo abitino è appena smosso dal vento, in una mano Ada stringe un fiorellino.
Delicata e innocente, per sempre ritratta nei suoi pochi anni.

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Due sono le lapidi che raccontano di lei e del suo breve cammino nel mondo.

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Ada Carrena incede tra piccoli fiori e boccioli di rose.
E narra Resasco che Scanzi si recò in un giardino di una villa privata per poterli scolpire al meglio, ebbe la natura come modello per i fiori che accompagnano il cammino di Ada.

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E poi con il suo scalpello fece sbocciare le rose sulle quali posa i piedini la piccola Ada.
Nessuno di questi fiori ha spine, così volle la madre di lei.

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Il monumento di Ada Carrena venne sistemato nelle vicinanze di quello di Giuseppina Grillo, in seguito la sua tomba venne trasferita nella sua attuale collocazione, sotto a questo tempietto, nel Boschetto Irregolare.

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La storia di questa bimba ancora non è terminata.
Immaginate Staglieno, nel 1892.
Lungo uno dei viali c’è un uomo che tramanderà ai posteri le vicende di coloro che riposano nel nostro Cimitero Monumentale: è proprio lui, Ferdinando Resasco.
Sul suo cammino incontra una donna prostrata dal dolore: è colei che sempre adorna di fiori la tomba di Ada, è colei che non può dimenticare, è colei che ancora la ricorda nei suoi tratti di piccolina adorata.
Dodici anni anni dopo Enrichetta torna ancora dalla sua Ada.
E parla di lei a Resasco, racconta ancora la sua storia, dice che l’opera di Scanzi e è il ritratto perfetto della sua figliolina.
Enrichetta e la sua bambina, a lei la mamma porta i fiori freschi ogni tre giorni.

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E poi il tempo scorre e riunisce ciò che il tempo ha separato, così termina la storia drammatica di una mamma sconsolata e della sua piccina.

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Un filo sottile unisce il destino tragico Giuseppina Grillo e Ada Carrena, due bimbe troppo presto perdute, entrambe ritratte dal talento di Giovanni Scanzi.
Entrambe amavano i fiori, entrambe hanno gli occhi aperti per sempre sul tempo che non hanno veduto.
Ada cammina sui petali, su quei rami senza spine, tenero fiore gentile di quasi sei anni.

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Questa è la storia di una bambina e tutti voi dovreste conoscere certe cose di lei.
Giuseppina Grillo indossa una vestina leggera orlata di pizzi delicati, al collo porta una collanina con un Crocifisso, i suoi capelli setosi sono raccolti in boccoli ordinati.

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E una trina sottile copre le sue ginocchia, i suoi stivaletti sono fermati da una nappina.

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Ha un grande fiocco sulla schiena, vezzo delle bimbe del suo tempo.

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Quante cose non sappiamo di lei, bimba perduta di un secolo fragile.
Forse Giuseppina a volte metteva il ditino nel barattolo dello zucchero?
E quando stava seduta dondolava le gambe avanti e indietro come spesso fanno i più piccini?
Amava le fiabe? E qual era la sua preferita?
Scriveva con una calligrafia compita e tondeggiante e magari nel suo libro di scuola teneva un fiorellino essiccato?
Quante cose non sappiamo di lei, di lei è rimasta l’immagine di eterna bambina, così la ritrasse lo scultore Giovanni Scanzi autore di molte mirabili opere situate al Cimitero Monumentale di Staglieno.

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E di Giuseppina Grillo, appartenente ad una abbiente famiglia genovese, hanno lasciato memoria celebri autori che scrissero le epigrafi incise sulle sua tomba.
È lei stessa a parlare nelle parole lasciate da Aleardo Aleardi, Giuseppina consola gli affranti genitori.

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E racconta di lei Niccolò Tommaseo, tramandando ai posteri il ricordo del suo breve cammino terreno terminato nel 1874.

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Così è giunto a noi un frammento dei dieci anni di questa bambina: con la mano tiene un lembo della sua gonna, ancora continua a raccogliere i fiori tanto amati.

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Insieme a lei riposa una componente della sua famiglia, penso che sia la nonna citata nell’epigrafe di Aleardi.

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Questa bambina sfortunata ebbe un destino comune ad altri piccoli vissuti in quella sua epoca nella quale non c’erano cure per certe malattie, il suo visetto dolce è così adombrato da un velo di tristezza.
Tutti i suoi giorni in uno sguardo, tutti i suoi pochi anni in un sospiro che si affievolisce lentamente.

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Ricordatevi di lei e dei suoi petali profumati, dei suoi tratti immortalati da Scanzi.
Rammentate il suo nome e la sua storia, molto presto tornerò a scrivere della sua tenerezza perduta, la sua tragica vicenda ha un seguito che merita di essere raccontato.
Ritta nella sua grazia armoniosa, nel suo leggiadro candore, per sempre bambina.

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Il suo nome è Giuseppina Grillo, lei è la bambina che amava i fiori.

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