Giorni di scuola

Si ritorna, ancora, sui banchi di scuola.
In tempi così complicati come sono i nostri eppure ecco ancora un nuovo inizio e per alcuni è un debutto assoluto.
Il primo giorno di scuola è sempre stato, per tutti noi, emozione pura.
La cartella sulle spalle, l’astuccio con le penne, il grembiulino bianco e il fiocco, la foto di rito davanti alla scuola.
Le scale, la classe, il banco, la lavagna, il gesso e il cancellino.
Le trecce oppure i codini: e qui mi sovviene che alle bambine di adesso i codini non li fanno mai, chissà poi perché!
I quaderni a quadretti, le matite di tutti colori e quando le temperavi finiva sempre che ti sporcavi le mani.
La penna stilografica: per i bambini mancini come me era un bel problema, si finiva per tirarsi dietro tutto l’inchiostro, non c’era verso di riuscire a scrivere senza far danni.
E poi i disegni vivaci con l’albero, la casetta, i fiori sempre sproporzionati, sulla sinistra una nuvola e là in alto a destra un sole giallo e brillante con tutti i raggi.
Si ritorna, ancora sui banchi di scuola, sapendo che sarà un tenero e prezioso ricordo.
E così a tutti quelli che sono bambini e a chi è stato bambino un tempo dedico questa bella immagine di una piccolina seduta alla scrivania nell’epoca delle romantiche cartoline.
Ha accanto un vasetto di fiori profumati, davanti a lei ci sono dei fogli bianchi.
Ha questi capelli così folti e quel bel visetto: pensa, immagina, un po’ sorride.
Brillano i suoi occhi di bimba, nel tempo dolce dei giorni di scuola.

Un cono gelato e la felicità

Una fresca delizia in un tempo nuovamente felice: è il 1946, dopo anni bui e difficili, si ritorna a guardare alla vita che verrà con ritrovato ottimismo.
Il futuro è una scommessa, si attende impazienti di arrivarci con fiducia e speranza nel cuore.
Ed è estate, è l’estate di un tempo nuovo.
E tu tieni tra le mani il tuo cono con quel gelato delizioso, la tua merenda preferita.
E certo, i gusti sono quelli classici: crema e cioccolato, nocciola e caffè, forse fragola e limone.
Questa dolcezza racchiude già la nostalgia che tu un giorno proverai: diventerai grande e ricorderai quell’estate di un tempo felice, la prima con una nuova idea di futuro.
Tu in calzoncini, sandali e camicia a maniche corte.
Dietro il bancone, tra mamma e papà, la bambina con le trecce sta lì in quella posa un po’ vezzosa con le mani dietro la schiena.
E tutti quei coni uno dentro l’altro!
E la scritta lassù, a vederla da lontano viene già da sorridere per la contentezza!
Ed è un tempo quieto, sereno e tranquillo, le sere d’estate scorrono lente.
E si sanno apprezzare davvero le piccole cose capaci di rendere bella la vita, sono attimi preziosi che non bisogna lasciarsi sfuggire.
Hai imparato che devi saper ridere forte, correre a perdifiato quando ti va, fare le capriole sull’erba e i tuffi spericolati nell’acqua, conosci la bellezza e la gioia di vivere.
E senza che nessuno te lo abbia detto sai già che, a volte, un semplice cono gelato assomiglia tanto alla felicità.

Vivere a colori

Così accade, nei giorni d’estate è naturale vivere a colori.
Accesi, vibranti e allegri di rosa si gonfiano i lenzuoli sospinti da favorevole vento e spiccano contro il cielo turchese di questa stagione.

I toni della nostra vita a volte invece sono tenui e delicati come trame di tessuti trafitti dalla luce calda del sole.

E poi ancora una corda da stendere, una brezza leggera e un bucato gioioso e vivace che racconta di corse sui prati e di risate felici.

E altrove ecco una danza lieve di azzurro e di bianco, di lilla e di jeans di pomeriggi spensierati.

E cielo sereno e pallidi toni confetto, così delicati e in perfetta gradazione.

La magia dei panni stesi risiede in quella sinfonia di smaglianti arcobaleni sempre diversi.

Brilla il cielo limpido e fa da sfondo a una coperta a quadretti messa a prendere aria.

Ed ecco diverse armonie di bianco e una danza di bucato tra le case.

E poi rose, scalette, asciugamani e contrasti di bianco, rosa, verde e blu.
Siamo così, amiamo vivere a colori.

Con questa bellezza e questa intensità mentre il vento spira ancora nel tempo d’estate davanti ai monti di Fontanigorda.

I pensieri della Signorina Ferrari

È un gioco di fantasia provare a immaginare i pensieri della Signorina Ferrari ed è poi arduo credere di saperli indovinare.
Lei è ritratta ancora bambina, le sue sembianze furono scolpite nel marmo dal valente scultore Giovanni Scanzi, autore di molti celebri monumenti funerari presenti nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
La statua di lei, una fanciullina appartenuta probabilmente alla buona borghesia genovese, risale al 1882 ed è parte della collezione del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova.
La Signorina Ferrari sembra ombrosa e imbronciata, appare fin troppo seria per una bimbetta della sua età.
Se ne sta in questa posa studiata, così appoggiata a un tavolino, un grande fiocco cade sul suo petto e in questa sua garbata compostezza non traspare alcuna spontaneità infantile.

E così l’ho immaginata in un diverso contesto, vezzeggiata dalle mamma e dalle zie, abita in una grande casa dove dolci spirano profumi di rosa e di talco, nella sua cameretta ci sono chiare tendine di pizzo alla finestra, uno scrittoio e un austero letto di legno scuro con i cuscini rivestiti di candido sangallo.
E poi l’ho immaginata scendere con la sua mamma giù da Via Assarotti, la Signorina Ferrari ha il soprabito di velluto blu, il cappellino con i nastri e i guanti color tortora.
Ed eccola, ancora, a passeggio all’Acquasola come si usava in quella sua epoca.
Che dolcezza di bambina, quando sorride sulle sue guance spuntano due deliziose fossette!
Giovanni Scanzi ha invece tramandato di lei una diversa espressione, ecco ancora la Signorina Ferrari, ha i capelli raccolti con un fiocchetto e il suo abito è rifinito sui polsi e sul colletto con un pizzo raffinato.

Tiene tra le mani un librettino, si scorge nei suoi gesti la consueta grazia che Scanzi sa cogliere nei soggetti da lui ritratti.

La bambina della quale non so indovinare i pensieri porta al polso un braccialettino semplice e liscio, chissà quanto le sarà stato caro!

Se per caso anche voi voleste ammirare la scultura di Giovanni Scanzi sappiate che fino al 1 novembre è esposta alla mostra Mogano ebano oro! Interni d’arte a Genova da Peters al Liberty allestita a Palazzo Reale di Genova.
Ed è stato Sergio Rebora, raffinato storico dell’arte che è anche uno dei curatori della mostra, a farmi notare un importante dettaglio: Scanzi potrebbe avere ritratto la Signorina Ferrari traendo spunto da una sua fotografia, a farlo supporre sarebbe uno degli elementi che compongono la scultura, quel tavolinetto che spesso si trova nelle fotografie di quel tempo.
A rifletterci, anche la posa così studiata richiama certe fotografie del passato.
Ne consegue che la scultura potrebbe forse essere il ricordo di una bambina tanto amata e troppo presto perduta, come purtroppo spesso accadeva in quel tempo.

Ai piedi della bimba, posato su un pouf damascato e rifinito con le frange, ecco una piccola borsettina, una splendida squisitezza nella quale si riconosce il talento incomparabile di Scanzi.

Là, sotto questa luce chiara, in questo tempo che non lei ha vissuto, la Signorina Ferrari volge a noi i suoi occhi ingenui, nel mistero della sua infanzia così lontana e fragile.

Le bambine di Riccione

Laggiù, alle loro spalle, ruggiva il mare e montava l’onda imperiosa densa di schiuma che si disfaceva sulla spiaggia di Riccione come un sogno del mattino.
Loro due erano là, con i loro pochi anni, nel tempo delle emozioni e degli entusiasmi.
Il vento fresco intriso di sale scompigliava i capelli, il sole brillante batteva sugli occhi.
Sedute con questa grazia sulla riva, con i loro costumi scuri, i sorrisi innocenti, le voci argentine come acqua che scorre.
In un tempo lontano come un’illusione, dolce come inafferrabile memoria.
Era il 16 Agosto 1923, sulla spiaggia di Riccione.
Loro due erano là, nei giorni felici dell’infanzia e dell’estate.

Ritratto di famiglia in campagna

Il tempo ha lasciato la sua traccia su questa antica fotografia che forse fu il ricordo prezioso di giorni felici.
Nel verde della campagna, davanti a un albero ritorto e rigoglioso, alcune persone posano per un ritratto di famiglia che cattura un momento importante.
Osservando con attenzione, balzano agli occhi alcuni dettagli, si notano infatti certe particolari differenze tra i protagonisti di questa fotografia.
Colgo una certa somiglianza tra le due giovani donne vestite di chiaro e forse si tratta di due parenti, la cura dei loro abiti, le pettinature e gli accessori come i piccoli anelli e gli orecchini fanno supporre una certa rilassata agiatezza.

Loro tengono tra le braccia i fiori di campo e le erbe raccolte durante una piacevole passeggiata in campagna, poi sceglieranno un bel vaso e il profumo di quei fiori si spanderà nelle loro stanze.
La bimba più piccina che vediamo in braccio alla donna seduta indossa un raffinato abitino con dei pizzi, è bionda come le due giovani donne e forse è figlia di una di loro.

Le altre persone, a mio parere, sono parte della stessa famiglia.
Ecco la ragazzina imbronciata dallo sguardo pensieroso e la frangetta troppo corta, lei tiene con la mano il suo caro amico a quattro zampe.

Il suo papà ha un cappello calcato sulla testa e con una mano regge un rastrello, la sua mamma sembra una donna concreta e vigorosa, sorride appena, quasi intimidita.
Con tutta evidenza le mie sono soltanto supposizioni, non so nulla di queste persone ma osservandole con attenzione mi sono sorti questi pensieri.
E ho anche immaginato che le due donne più eleganti fossero le proprietarie di una grande casa di campagna e che siano qui ritratte in compagnia del loro fattore e la sua famiglia.
E voglio anche credere che questa foto così particolare sia proprio appartenuta al fattore, tenuta da conto come dolce memoria di quelle persone tanto care per le quali forse era facile provare un moto di affetto.
Ecco così il ritratto di famiglia in campagna, ricordo di un tempo felice e ritrovarlo davanti ai nostri sguardi è una vera emozione.

Le bambine di Nettuno

Le bambine di Nettuno sono capitate sul mio cammino in una mattina di giugno e appena le ho vedute ho pensato che avrei dovuto portare a casa con me la loro bella fotografia.
Ed è pur vero che, oltre a non saper nulla di loro, io non sono neanche mai stata in quella località della costa laziale che fu scenario della loro vacanza nel mese di luglio del 1930.
Una lunga spiaggia di sabbia, le onde del mare e loro là, in quel tempo da ricordare.
Le più piccine sedute per terra, tutte con il cappellino bianco in testa e magari chissà, potrebbe anche trattarsi della divisa di qualche colonia estiva.
Brilla il sole alto nel cielo e batte sul viso delle bambine di Nettuno che strizzano un po’ gli occhi come tutti i bambini di qualunque tempo.

E poi loro tre, ognuna tiene la mano sul fianco, sono anche un po’ vezzose queste bambine di Nettuno.
E poi una di loro ha il costumino a righe alte e un favoloso cappello di paglia, quella al centro ha i capelli raccolti in un foulard chiuso da un fiocco perfetto e la terza ha due trecce bionde delle quali sembra andare molto fiera.
Le bambine di Nettuno sono allegre, gioiose e piene di vita.

Le ultime due poi eccole qua: una ha un cappello fantasia e l’altra addirittura l’ombrellino parasole.
Sorridono un po’, accanto alle loro amichette, con questa fretta di diventare grandi, come tutti i bambini di qualunque tempo.

Le bambine di Nettuno trascorsero giorni felici su quella spiaggia, questo credo proprio di poterlo dire.
E fecero corse, risate, giochi e castelli di sabbia.
E poi i giorni di luglio passarono, trascorsero anche le stagioni e rimasero i ricordi.
Memorie dolci di un tempo d’estate e di quando loro erano le bambine di Nettuno.

Gente dei caruggi

È un frammento del passato e riporta ai nostri sguardi istanti di vite, sorrisi ed emozioni.
È un giorno qualsiasi nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida che si trova tra la scenografica Via Balbi e la popolosa Via Prè e questo è solo uno degli scatti che verrà utilizzato per le cartoline.
Questo scorcio genovese sarà infatti tante volte riprodotto come immagine caratteristica di Genova e oggi, ai nostri occhi, resta come una sorta di quadro inimitabile nel quale tentiamo di intuire ciò che non possiamo vedere.
Quanta, vita, quanti respiri!
Si chiamano forse Pietro, Maddalena, Baciccia e Marietta, affollano queste strade che profumano di mare, di pane, di fatica ma anche di gioia di vivere.
Il cappellino messo traverso, una mano sul fianco, uno sguardo di sfida, un sorriso appena accennato.
Le mamme tengono in braccio i più piccolini, i più grandicelli conoscono una certa libertà, sono bambini svegli e indipendenti.

È gente dei caruggi, se queste persone potessero parlarci dello loro vite staremmo ad ascoltare il loro racconto e forse sarebbe difficile per noi immaginare una quotidianità come questa.
Alcuni restano seduti sul gradino davanti alla porta di casa, c’è chi esce fuori dalla sua bottega e chi invece si affaccia alla finestra.

E come sempre, come in ogni giorno di questo tempo lontano, c’è un’affaccendata baraonda attorno al lavatoio.
Ognuno arriva con la conca dei panni e con un pezzo di sapone, sono braccia forti a sfregare con vigore nell’acqua gelata, una di quelle fatiche che pare quasi impossibile anche solo immaginare.
Poi, appena per un istante, questa frenesia si ferma e gli sguardi si rivolgono tutti verso il fotografo.
Accade così, grazie alla magia di quella magnifica invenzione che è la fotografia: queste vite restano impresse sulla carta e la loro immagine ritorna davanti ai nostri sguardi.

Poi, istante dopo istante, il tempo scorre, svanisce, muta e tuttavia sembra quasi impossibile credere di non averla veduta davvero quella folla di popolo nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida.
È sempre stata lì, tra la ringhiera e la discesa, sotto l’immagine della Madonna ospitata nella bella edicola e tra le mura di case antiche dai colori caldi.

È sempre stata lì questa gente dei caruggi, sotto alla gioiosa confusione di fili da stendere e lenzuola sospinte dal vento vivace di Genova come vele avventurose in mezzo al mare.
Chi spedì la cartolina soggiornava all’esclusivo Grand Hotel de Genes in Piazza De Ferrari, lo si evince dal timbro posto a tergo, la cartolina fu spedita a Londra.
Gli occhi di questo viaggiatore si posarono su persone come queste, il suo sguardo trovò la prospettiva di questi vicoli e in un certo modo lo colpì, infatti nel testo vergato dalla sua mano egli chiede ai destinatari cosa ne pensino di questo scorcio caratteristico e così tipicamente genovese, un souvenir di Genova che certo rimase impresso.
Ancora adesso, ogni volta che passo dalla Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, mi sento quasi come quel viaggiatore, mi resta nello sguardo il suo medesimo stupore.
E vorrei fermarmi, ascoltare queste voci, lasciar raccontare la vita a questa gente dei caruggi.

Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

La fontana di Piazza Roma

La fontana di Piazza Roma non è la prima che incontri arrivando a Fontanigorda, tuttavia per me quella lì è sempre stata “la fontana” o comunque una delle mie preferite del paese.
La fontana di Piazza Roma si trova in una zona dove terminano diverse discese – o dove iniziano diverse salite, a seconda dei punti di vista, ecco – e per questa ragione, negli anni della nostra infanzia spericolata, quando cadevamo rovinosamente dalla bicicletta andavamo a bagnare i graffi con l’acqua gelida della fontana e secondo noi passava tutto.
Insomma, noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 eravamo anche un po’ selvatici ma ci sapevamo arrangiare.
E quando correvamo a perdifiato e arrivavamo da quella fontana lì in genere salivamo in piedi sul bordo, piegavamo le ginocchia e con le mani posate sulla fontana bevevamo quell’acqua fresca fresca e ristoratrice.
Che ricordo e che bellezza!
Non eravamo gli unici, chiaramente, a bere alla fontana, alle volte poi lo si faceva con la coppetta del gelato oppure con il bicchierino di plastica richiudibile che la mamma teneva in borsa.
Io non so a voi ma a me pareva sempre che quel bicchiere dovesse chiudersi all’improvviso proprio mentre stavo bevendo, non mi fidavo mica tanto di quell’affare lì!
La fontana di Piazza Roma era poi molto comoda perché noi andavamo sempre a giocare là vicino, a poca distanza c’è infatti il nostro muretto preferito per giocare con le perline.
E apro qui una nostalgica parentesi in ricordo delle tante perline perdute quando, per sfortuna, ti cadeva per terra la scatoletta.
Era una delle cose peggiori che potesse capitare, accidenti!
Ve lo ricordate anche voi vero quanto era difficile recuperare le perline cadute tra gli avvallamenti dell’asfalto?
Ammetto che alle volte, dopo averne raccattate un po’ con l’ago e con certosina pazienza, mi arrendevo e alcune le lasciavo lì, ci voleva un sacco di tempo a tirar su le perline!
Inoltre, per fortuna c’erano sempre le due fornitissime mercerie e anche il mercato al martedì, non rischiavamo certo di restar senza perline per i nostri braccialetti.
E ritorniamo alla nostra cara fontana di Piazza Roma che risale al 1966 ed è decorata con piccola scultura marmorea della Pietà.
In quegli anni ‘70, in quel tempo che era così diverso da questo, su questa piazza di Fontanigorda si affacciavano l’Albergo Fontanella e l’Albergo Roccabruna, quest’ultimo edificio è stato poi con successo convertito in un complesso con abitazioni private.
Eh, ma quando c’era ancora il Roccabruna io mi ricordo bene che i camerieri dell’albergo andavano alla fontana con le brocche a prendere l’acqua deliziosa per i loro clienti.
E anche altre persone avevano questa bella usanza, si andava là con la bottiglia di vetro e si metteva in tavola l’acqua fresca di Fontanigorda.
Io vado sempre a bere a quella fontana, però non salgo più in piedi sul bordo.
La scatola con le perline la tengo a casa in un armadio, penso che potrei fare decine e decine di braccialetti e collanine.
L’acqua sgorga sempre gioiosa dalla fontana di Piazza Roma, fluisce come il tempo che fugge via, a volte, in una maniera che non si sa spiegare.