Il tempo dell’uva

Ed era il tempo dell’uva, in un luogo a me sconosciuto.
E ancora c’era il sole caldo ed era il tempo della pelle ambrata e delle maniche arrotolate, luccica una piccola croce appesa al braccialetto, unico vezzo in un certo modo rigoroso.
E poi i pampini generosi, il pizzo sulle spalle, i capelli raccolti da un nastro oppure in un comodo fazzoletto, il sorriso della serenità.
Gli acini tondi e grandi e le labbra che si saziano di questa dolcezza di stagione.

Ed era il tempo dell’uva e dalle mani pendevano grappoli succosi, era un momento di autentica convivialità, amicizia e gioia condivisa.

Ed era il tempo bello dell’infanzia semplice, dei giochi e delle memorie straordinarie.
Restano nel cuore quei momenti lì.
E tu ricorderai la tua adorata mamma, le tue care zie e quel tempo lontano e perduto.
Portavi la giacchetta a righe e stavi là, vicino a tuo fratello.

Ed era un tempo dolce e armonioso tante volte ricordato e rimpianto.
Era un giorno distante, era il tempo dell’uva.

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Il primo giorno di scuola

E arriva così l’emozione intensa del primo giorno di scuola.
La cartella e il quaderno, le matite colorate e una penna per imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto e i numeri, la curiosità di diventare grandi.
Un cappellino in testa, un nastrino che cade sul petto, un sorriso fiducioso e un vestitino a quadretti.
Nel lontano 1930, è trascorso tanto tempo da allora.

Il luogo nel quale è stata scattata questa fotografia è anche in parte cambiato.
Una curva vertiginosa e una salita, questo è un tratto di Corso Monte Grappa ed è stato riconosciuto dal mio amico Giancarlo Moreschi che qui ringrazio per il suo aiuto.
Con gli anni in questa strada sono sorti nuovi edifici ma il tempo è un mistero bellissimo, in qualche maniera tutto resta, in qualche modo i luoghi conservano la memoria di ciò che è stato.

Corso Monte Grappa (2)

E così, osservando meglio, si può scorgere una bimbetta, tutti la chiamano Pucci.
Compita, ordinata, obbediente e dolcissima.
Tiene i piedini uniti, ha calze e scarpette chiare, dello stesso colore sono i polsini e il colletto del suo abito.
È giudiziosa, intelligente e gioiosa.
Ha un quaderno nella cartella, castelli in aria e sogni, sogni ad occhi aperti a non finire.
E ha tutta la vita davanti, ancora.
E giorni da ricordare, i giorni delle scuole elementari.

I quaderni delle elementari

Ed è settembre e a breve inizierà la scuola, uno dei viaggi più avventurosi che si possano intraprendere.
E ditemi, voi ricordate in quale momento esatto avete imparato a scrivere?
Io a dire il vero non ne ho memoria precisa e oltre tutto appartengo all’eletta schiera dei mancini, da adulta ho persino tentato di imparare a scrivere con la destra e dopo essermi esercitata un po’ con le aste ho gettato la spugna, era veramente una fatica improba!
In prima elementare però, come tutti, anch’io sono riuscita ad apprendere velocemente l’arte della scrittura e ancora conservo quei miei quaderni di prima elementare pieni zeppi di vocali tremolanti e consonanti sbilenche.
E così oggi, con vero orgoglio, vi mostrerò alcuni dei miei capolavori.
Nelle gloriose aule della Mazzini ci si esercitava di continuo con le matite rosse e nere e si cercava di districarsi tra aghi, ghiri e poi funghi, mughetti e ghiande, un lavoraccio!

I miei quaderni delle elementari sono ricchi di colori, di sbavature e di vita.
E sono densi anche di magnifiche scoperte o semplici constatazioni che restano comunque anche adesso fonte di stupore e meraviglia.

Su quelle pagine a quadretti ci sono anche rime e filastrocche.
E poi una volta diventati adulti si pensa di averle dimenticate ma non è mai realmente così, tutto resta in qualche angolo della memoria e basta che gli occhi scorrano su certe parole perché ci venga subito in mente tutto quello che credevamo di aver scordato.
E dite un po’, vi ricordate questa cosa qui?

Sono certa che alcuni di voi stanno già ripetendo a voce alta il seguito della storiella che fa così: venerdì fu un bel pulcino, beccò sabato un granino, la domenica mattina aveva già la sua crestina.
Eh, noi studiavamo quelle cose lì, non so se i bambini di adesso facciano lo stesso!
Sul mio quaderno di quel tempo andato ci sono poi anche altre cose meravigliose come ad esempio il girotondo del ghi e del ghe che prosegue esattamente così.

E poi continua in questa maniera: tanti funghi grossi o lunghi, ghiaccio e aghi, ghiaia e maghi.
Girotondo del ghi e del ghe, scrivine ora uno da te.
Sono da molto tempo lontana dal mondo della scuola e immagino che le cose siano molto cambiate e sono anche certa che tra voi lettori ci siano persone che come me hanno imparato a diventare grandi proprio in questa maniera.
Eravamo bambini negli anni ‘70 e avevamo la cartella sulle spalle e il grembiulino bianco.
Imparavamo ogni giorno qualcosa di nuovo e sui nostri quaderni c’erano quelle belle parole a volte difficili da scrivere, c’erano le annotazioni della maestra e i suoi elogi che ci incoraggiavano a fare sempre meglio.
Sui nostri quaderni c’erano le nostre frasette, gli esercizi, i sogni e i disegni.
E alberi, sole brillante, cielo azzurro, nel tempo delle fiabe e della scuola elementare.

Cappellini bianchi

E poi ci si ritrova tutti insieme, nel tempo dell’ingenuità.
Coloro che compaiono in questa bella immagine d’epoca sono quasi tutti piccoli e quasi tutti portano un cappellino bianco in testa.
E poi la manina sul petto, un sorriso gioioso e l’espressione seria, una bimbetta ha qualcosa in bocca e quindi nella foto sembra che faccia una strana smorfia.

E poi dita in bocca, frangette, bretelle, abitini a fiori, infantili incertezze e pelle ambrata dal sole.
E lui che da solo è già un romanzo: stringe in un dolce abbraccio la bimba più piccina, ha questo modo di fare protettivo, è sicuro di sé e tiene l’altra mano sopra agli occhi per ripararsi dal sole che batte.
Lui da solo è una storia di infanzia avventurosa e di scoperta, di bellezza e infiniti stupori.

I bambini poi, come tutti i loro coetanei di qualsiasi epoca, amano mettersi seduti sui sassi, uno accanto all’altro.
E come dicevo alcuni hanno il cappellino bianco in testa, altri invece no.

Certi sembrano degli angioletti ma invece sono irrequieti e vivaci, delle piccole pesti che magari stanno soltanto architettando qualche guaio da combinare!

Stoffe a quadretti, tempo d’estate, sole negli occhi.

E ancora onde, gozzi, legno verniciato di uno stabilimento balneare.
E non mi è chiaro cosa regga in una mano il giovane uomo in piedi, un amico dice che secondo lui potrebbe trattarsi di un sigaro ma io non ne sono così sicura.
Erano anni lontani, nel tempo dell’infanzia.
E tra tutti loro c’era un bambinetto che guardava lontano, io vedo in lui la fiducia vera nel futuro e nelle opportunità che la vita terrà in serbo per lui.

E il sole brillava alto, in quell’altro tempo.
E c’erano sassi, speranze e cappellini bianchi.

Anni ’20: agosto ai Bagni Liggia

Ricordi i nostri giorni d’estate?
Andavamo sempre ai Bagni Liggia, quello era davvero il nostro posto.
E poi cresci, diventi grande, ma quei luoghi che appartengono ai giorni dell’infanzia non li potrai dimenticare mai.
Andavamo ai Bagni Liggia, sul finire degli anni ’20, la vita era una sorpresa, accade così quando sei un piccoletto che va alla spiaggia con mamma e papà.

Proprio là, nel levante della città, dove il clima sa essere dolce e piacevole.

Bagni Liggia (2)

Là, dove lo sguardo si perde a inseguire la costa frastagliata e le impervie bellezze della Liguria.

Bagni Liggia (3)

Nel tempo dell’infanzia c’era sempre tutta quella gioia nei nostri occhi, noi che nulla sapevamo del nostro futuro.
Con la mamma e con le zie, ognuna porta un cappellino diverso, è caldo nel mese di agosto ed è meglio ripararsi la testa.
Ed eccomi lì, a dondolare le gambe sul pontile, avanti e indietro, avanti e indietro.
Poi raccogli un sasso e stringilo in una mano, insegui i granchi, corri sul bagnasciuga e ridi fortissimo.

Era il tempo dei giochi sulla spiaggia, ai Bagni Liggia.

Bagni Liggia (5)

E ti ricordi?
Ci mettevamo a sedere sui sassi e la mamma ci faceva mille raccomandazioni.
Era un tempo dolce, quello.
E l’aria calda accarezzava la pelle, papà mi baciava la fronte e ogni giorno era una nuova avventura.

Quello, per noi, era davvero il nostro posto.
E questa è una cosa che non si sa spiegare: ritorni in un certo luogo e il cuore comincia a batterti forte perché lì ci sono i ricordi della tua vita.
Le risate dei grandi, le chiacchiere in riva al mare e la luce del sole che fa luccicare l’acqua.

Bagni Liggia (6)

E ti ricordi?
Ti ricordi le nostre merende tra le braccia di mamma?
All’ombra, perché faceva caldo ai Bagni Liggia, dopo il bagno ci mettevamo lì bravi bravi e ci godevamo qualche dolce bontà che mamma aveva preparato per noi.

E i giri in barca?
Ti ricordi quel rumore? Pluf! È il suono del remo che cade nell’acqua e poi ritorna su!
E andavamo al largo, facevamo i tuffi ed era tutto così semplice e perfetto, il ricordo di quei momenti speciali è ancora vivo e vivace.

Bagni Liggia (8)

E questo, cari lettori, è ancora uno dei miei giochi di fantasia.
Ho dato voce al bimbetto che avete veduto nelle immagini d’epoca, si tratta di tre fotografie, su due di esse a tergo una mano gentile ha scritto Bagni Liggia, specificando poi anche che le immagini risalgono ai mesi di Agosto del 1928 e del 1929.
Non c’è scritto nulla sulla terza fotografia della quale avete già veduto un frammento, qui di seguito la pubblico per intero.
Ed io penso di aver riconosciuto il bambino sorridente e anche la sua mamma, quindi presumo che anche questi siano i Bagni Liggia anche se non ne ho certezza.
Era il tempo dolce di agosto.
Sorrisi, aria di mare, onde frizzanti.

E poi, il tempo.
Scorre, scivola e svanisce.
E accade così, all’improvviso.
E ti resta il ricordo del tuo tempo d’estate ai bagni Liggia.

Bagni Liggia (10)

 

Bambini di campagna

Due fotografie, infiniti mondi negli occhi e nei sorrisi delle persone che vi sono ritratte, nel tempo dell’estate in campagna.
Non conosco la località nella quale sono state scattate queste immagini ma penso di sapere che dovevano essere il ricordo di giorni felici.
E ci sono tre fratelli, a osservarli con attenzione sembra quasi che si distinguano dagli altri, lo si nota dagli abiti e dal loro atteggiamenti.
Forse sono bambini di città o forse sono i figli dei “signori” del paese, magari sono i piccoli del dottore o di qualche ricco possidente.
Abito alla marinara, sorriso divertito, la gerla sulle spalle forse più per divertimento che per dovere.

Ed ecco il più piccino dei tre, comunque doveva essere una peste, lo si vede chiaramente.

Al centro, con il suo abitino vaporoso e chiaro come le nuvole d’estate, la sorellina.
Seria, bene educata e compita, sfoggia anche un bel fiocchetto tra i capelli.

Bambini di campagna, in un frutteto.
Su un carro di legno cigolante, tutti insieme.
E sì, ci sono anche i fratellini dell’altra fotografia, oltre a loro altri bimbetti più piccoli.
E sono smorfie, ciuffetti biondi, magliette a righe, sole negli occhi, berrettini messi di traverso, bretelle incrociate, sorrisi ingenui e appena accennati.

E camiciole leggere perché fa caldo, cappelli di paglia, respiri trattenuti, inattesi stupori.
E per dirne una, osservate i due bambini in primo piano sulla destra, nell’immagine sottostante: mica l’hanno mai fatta prima una fotografia.
È capitato quel giorno lì e poi chissà, il più grande ne ha parlato per giorni con il nonno, raccontando di quella volta che gli capitò di essere sul carro e di fare la fotografia, che batticuore!

Bambini di campagna, a guidare il carro un uomo che ha conosciuto certo molte fatiche.
È scalzo, ha l’aria di serbare molti segreti per noi misteriosi, sono così quelli che sanno leggere le storie e le parole della madre terra, hanno una sapienza a noi sconosciuta.

In quel tempo, in campagna, c’erano tre fratelli.
E qualcuno li fotografò davanti a questa casa, forse ancora oggi quei muri racchiudono antiche memorie.

In quel tempo, davanti agli alberi, c’era un carro.
E appena si nota sulla sinistra la sagoma di una figura femminile, forse la moglie di colui che tiene le redini.
E là, tutti insieme, ci sono loro: bambini di campagna nel tempo di un’altra estate.

All’ombra degli alberi

Tra le dita delle donne scorrono i fili sottili, gli aghi lucenti, le stoffe lisce e chiare.
Ed è una quotidiana opera di precisione e pazienza, è cura, dedizione e amore, le voci cantilenano in sottofondo e accompagnano il ritmo di un lavoro certosino.
È un giorno qualunque, all’ombra degli alberi, uno della famiglia si improvvisa fotografo e si mette oltre la recinzione a catturare qualche immagine di momenti felici.
Sulla panca di legno il piccino di casa se ne sta seduto vicino alla scatola bella dove si conservano i rocchetti di filo, i bottoni dorati, le forbici e il puntaspilli.
È un giorno qualunque e le mani delle donne si muovono svelte, lei è così materna e paziente, osserva dolce e bonaria, timida forse, arrossisce e sorride appena.

Le mani delle donne preparano tovaglie, tende delicate, vestine candide e vaporose, camicini per neonati, ogni momento della vita ha il suo gesto gentile.
L’ago trapassa la stoffa e la tela prescelta, il ricamo prende forma punto dopo punto.
E ancora c’è una scatola che racchiude tutto ciò che occorre a queste donne per i loro lavori.

Sono sapienti gesti antichi e la bambina con il cappellino osserva da lontano con curiosità.
E si chiacchiera, si discute amabilmente, ognuna di loro ha una famiglia numerosa di cui prendersi cura, ognuna ha gioie, pensieri e fatiche.
E ognuna ha cifre da mettere sugli asciugamani, orli da rifare, sogni da realizzare.

Poi il tempo scorre e compie le sue evoluzioni, i giorni svaniscono e quasi non sembra possibile che accada così in fretta.
E le bimbe che si vedono sullo sfondo diventano grandi, da giovani spose anche loro conoscono a memoria l’arte di tagliare, cucire, ricamare e prendersi cura dei propri cari.
In qualche luogo forse saranno ancora conservate quelle tovaglie, i centrini, i fazzoletti bordati di pizzo e gli asciugamani bianchi con le frange, forse sul fondo di qualche cassetto avranno trovato posto le due scatole dei fili, quelle belle con le decorazioni.
C’erano le parole, c’erano queste donne, pazienti e amorose madri di famiglia.
Ed era un giorno qualunque, su una panca di legno, all’ombra degli alberi.

Entella Contini: la bambina con il salvagente

Questa è la storia di una bambina nel tempo di una lontana e calda estate.
Allegra nella sua ingenua gioia infantile, i suoi occhi brillano curiosi e cercano impazienti il mare, lei vuole soltanto correre libera tra le onde frizzanti, sono i giorni del gioco e del divertimento.
E la sua mano si posa, fatale, su quel salvagente.

Ha appena nove anni e sul suo costumino si legge quel suo nome romantico e ormai desueto: Entella.
Ha un fermaglio nei capelli, il sorriso luminoso, gli occhi brillanti di vita.

Entella e le onde, il suo mare è quello di Celle Ligure, il nome della località meta delle vacanze estive si legge proprio sul salvagente della bambina.

Entella Contini (3)

E il destino della piccola Entella si compie , la memoria della sua fine tragica è scritta ai suoi piedi.
Entella Contini, a 9 anni, mentre andava alla carezza dell’onda e folleggiando sorridea alla vita.

Entella Contini (4)

Un malore improvviso, il respiro che si spezza, l’acqua che la sommerge avvolgendo i suoi sensi e cancellando il suo sorriso di bimba.
La statua di lei è opera di Roberto Ersanilli, l’artista la ritrasse nel momento della sua ultima felicità.

Quando ero piccola mia mamma mi portava spesso a visitare i monumenti di Staglieno e la storia di Entella all’epoca mi scosse e mi colpì.
Era una bimba perduta tra le onde e mai più tornata tra le braccia amorose dei genitori, nel calore sincero della sua famiglia.
Sono sempre ritornata a trovarla, io sono divenuta una donna ma lei è rimasta per sempre bambina.
La sua tomba si trova nel Boschetto Irregolare, lungo la scalinata che conduce alla tomba di Mazzini.
Tra gli angeli, nel tempo dell’innocenza.

Entella Contini (6)

Là dove lei riposa c’è anche una fotografia che la ritrae nel tempo dei suoi sorrisi.
E se andrete anche voi a salutarla la vedrete, compita e sorridente con il suo vestitino chiaro con la gonna a balze, le maniche corte a sbuffo e un colletto ampio, ha le calze corte e le scarpe con il passante.
Si appoggia a una seggiola e sorride, ottimista e fiduciosa nel futuro.
La ricordo oggi, nel giorno dei suoi ultimi giochi tra le onde del mare, lei lasciò le cose del mondo il 22 Luglio 1921.
Ed è ancora così, come l’ho sempre veduta: Entella, la bambina con il salvagente.

Entella Contini (7)

Ricorderai

Ricorderai il calore dei sassi sotto i piedini per il sole dell’estate.
Ricorderai la spuma del mare sulle caviglie, l’onda sulle tue ginocchia bambine e il passo un po’ esitante e incerto per il timore di scivolare.
Ricorderai la tua gioia, le piccole conchiglie racchiuse nella manina, i pesci guizzanti e sfuggenti.
Ricorderai il tuo fratellino, complice compagno di giochi e di guai.
Ricorderai la figura sottile di tua madre seduta sullo scoglio in paziente attesa del tuo ritorno.
Ricorderai il suo viso dolce e rassicurante, lo sguardo limpido che ti insegnò in quale maniera guardare il mondo.
E poi le tue braccia spalancate, la tua risata fragorosa, un tuffo in mare, il bruciore negli occhi, trattieni il fiato, riemergi e respira.
E ancora ricorderai le voci sulla spiaggia e una sola chiama te, è la voce di lei che ti attende a riva.
Ricorderai, nel tempo che verrà, forse proverai a raccontare quei giorni della tua infanzia e ti sembrerà di non trovare mai le parole giuste.
E chiuderai gli occhi, sorriderai, ti batterà forte il cuore.
E ancora una volta ricorderai.