Il Carnevale del 1923

Era il Carnevale del 1923.
Tempi difficili, provate a pensarci: alle spalle anni complicati, una tragica epidemia e venti di guerra, davanti un ignoto futuro e vite da costruire.
Ed era il tempo di Carnevale, tempo di svago per grandi e piccini e anche per lui: il suo nome è Guerrino ed è un bimbo di Roma, così si legge sul retro della fotografia nella dedica agli zii e al cuginetto.
Guerrino se ne sta così in posa, tutto fiero, con il suo costume allegro e colorato, penso di indovinare che fosse di colore blu come la notte, come si può notare vi sono applicate sopra delle mezzelune.
Non so dirvi precisamente di che costume si tratti ma Guerrino ne sembra più che soddisfatto!

Il bimbo tiene la mano posata sul bracciolo del divanett0 e sorride.
Con la faccia truccata, le guance disegnate e quel sorriso bellissimo che profuma di vera felicità.
Il sogno di questo periodo dell’anno, per qualche ora, con la fantasia, si può giocare a divenire qualcuno di diverso.
E Guerrino sorride, sorride anche con gli occhi, in questo Carnevale del 1923.

Una bimba di Savona

Lei è una bimba piccina piccina, forse ha imparato da poco a camminare e davvero quella cosa lì di stare in equilibrio sui piedini è per lei un’impresa straordinaria.
Ecco così una carte de visite di un giorno tenero e acerbo in cui la mamma e il papà condussero fieri la loro piccolina nello studio del bravo fotografo savonese Fazzi perché lui la immortalasse nel tempo felice dell’infanzia.
Non mi intendo di tecniche fotografiche e quindi non so non darvi le dovute spiegazioni in merito ma vorrei rimarcare che in diverse circostanze ho avuto modo di notare che le fotografie di Fazzi sono particolarmente nitide e ben definite.
Ed è così anche per la nostra bimbetta di Savona, la mamma le ha messo il cappottino pesante, la piccina poi porta in testa una cuffietta che è un trionfo di pizzi vaporosi e nastri, chissà che scomoda, però!
Lei rimane là, un po’ esitante, con gli occhi spalancati e le labbra a cuore.

E davvero, quella faccenda di restare in equilibrio e camminare e poi addirittura correre è un’emozione che non si sa raccontare.
Ad un certo punto impari tutto e poi ti dimentichi persino come hai fatto e non riesci a ricordare quanto fossero difficili quei primi passi.
E lo sguardo ritorna a lei e ai suoi pochi anni, a quelle scarpette scure, al suo visetto dolce, nel tempo distante della sua infanzia.

Una famiglia felice

Questo è il ritratto di una famiglia felice che in un giorno del passato giunse al cospetto del bravo fotografo Sciutto.
Una famiglia così a noi potrebbe sembrare molto numerosa, all’epoca in realtà era abbastanza comune avere diversi bambini tutti in scaletta.
Una famiglia è rifugio sicuro, calore, affetto e comprensione e si legge salda tenerezza nel volto di questa madre che qui vediamo accanto alla piccina di casa.
I folti capelli raccolti in una crocchia, gli occhi chiari, le labbra sottili e attorno a lei tutta la ragione della sua esistenza.

Le bimbe portano abiti candidi, hanno certi fiocchetti tra i boccoli e sguardi dolci e timidi e anche curiosi.
Stanno lì, garbate e obbedienti, con tutta la vita davanti.

Questa poi è una fotografia di grandi dimensioni e questo aiuta certo a cogliere i dettagli.
I piedini incrociati, le scarpette con i bottoncini e le calzine fantasia che con mio stupore sembrano straordinariamente moderne.
E il ventaglio tra le dita della mamma e le mani delle piccoline.

Una famiglia felice e fratelli maggiori saggi e responsabili, sempre affabili e pronti ad aiutare in casa.
E come si notano le somiglianze!
Una giacchetta, una maglia a righe e un futuro luminoso che non sai, è là ad attendere te con il suo carico di gioie e di sorprese.

E poi la gonna a quadretti che io immagino di delicati colori pastello, i guanti bianchi, gli anellini sottili alle dita, una grazia imparata giorno dopo giorno.

E poi la ritrosia e la meraviglia della più piccina.
E poi c’è sempre un fratellino vivace che fa i dispetti, vero? Eh certo, con quel sorriso lì.

Una famiglia felice, un istante passato, appena un ricordo fragile e sono io a conservarlo, è un privilegio per me.
Una famiglia felice e un padre solido e amorevole che si cura di ognuno di loro, protettivo tiene la mano sulla spalla della sua consorte e là tutti restano, nel tempo in cui erano tutti vicini e uniti.

Piano piano, in punta di piedi

Piano, piano, in punta di piedi: così dolcemente si rivelano l’affetto e il rimpianto per chi non è più, così l’artista narra un sentimento, un legame indissolubile che nulla può spezzare.
Questa è la memoria dei coniugi Torre, il cippo funebre è opera del prolifico e valente scultore Domenico Carli che lo ultimò nel 1887 e si trova nel Porticato Superiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
La bimba regge teneri fiori tra le dita e così volge lo sguardo verso il volto benevolo e al contempo severo del compianto defunto.

Piano, piano, in punta di piedi, con tutta la sua innocente tenerezza infantile.
E forse vorrebbe porre domande o forse invece già tutto conosce, nella sua assoluta purezza.

Ondeggia la bella gonnellina a pieghe della piccola mentre la sofferenza cade come un velo ad oscurare il volto triste di Antonietta.
La desolata moglie fu la committente dell’opera e venne ritratta così avvinta dal suo dolore: un raffinato pizzo copre il capo di lei e nella sua postura si coglie un senso di arrendevole abbandono.

Una fila di bottoncini chiude quel suo abito sotto il quale di certo era solita indossare un rigido busto secondo i dettami del tempo.

Cade la luce, si posa lieve sulla gonna vaporosa della bimba e sui pizzi delicati della sua sottogonna, la luce sfiora quei boccoli chiari ben pettinati e l’illusione dell’arte lascia immaginare sospiri languidi e impazienti per una perdita impossibile da comprendere.

Così lei resta, per sempre.
Così lei rappresenta il desiderio di tenero affetto.
Protesa a cercare un amoroso abbraccio, con le sue calzette di filo e le scarpine belle chiuse da un vezzoso passante.
Piano, piano, in punta di piedi.

Così rimane tra noi la memoria dei coniugi Torre che insieme dormono il loro eterno sonno, per sempre effigiati nel marmo dal talento di Domenico Carli.

Una mamma e i suoi bambini

Ogni volta che osservo una fotografia del passato mi sovviene spontanea una domanda: dove sono quelli che mancano?
Quelli che mancano sono in viaggio, sono lontani, sono in qualche modo irraggiungibili.
Oppure sono a breve distanza e semplicemente, per qualche ragione a noi sconosciuta, non sono entrati a far parte della fotografia.
Quelli che mancano, poi, sono tutti nell’intensità degli sguardi di coloro che sono stati immortalati nell’istante perduto che ci viene restituito da un immagine.
In questo caso, davanti al bravo fotografo Sciutto, ecco una giovane mamma con i suoi due bimbi, si notano con evidenza certe somiglianze nei tratti, nei lineamenti e nei morbidi ricci.
E doveva trattarsi di una famiglia agiata e benestante, non solo per la scelta del ricercato fotografo ma, a mio parere, anche per la ricchezza degli abiti della signora.
E non saprei dirvi davvero dove si trovasse in quel momento il capofamiglia, mi piace pensare che fosse lontano, forse in viaggio per qualche lavoro importante.
Chi manca è tuttavia sempre presente, in qualche maniera, nella memoria di quegli occhi grandi e spalancati verso il domani, nella tenerezza infantile di una bimba che con dolcezza se ne sta accanto al fratellino e alla mamma.

Nulla mai è lasciato al caso, immaginate il bravo fotografo che spiega ad ognuno come deve mettersi e tutti gli danno ascolto.
Così il maschietto tiene una mano sulla cintura e l’altra intrecciata a quella della sorella, la mamma regge invece un ombrello da passeggio.

Un momento fermi, un po’ di pazienza, non muovete la testa.
Niente sorrisi, mai.
E nel cuore e nella mente?
Ah, là da qualche parte, c’è un luogo segreto e sicuro dove sempre si trovano coloro che mancano nelle fotografie.

Tre fratelli

Sono tre fratelli: un ragazzino e due sorelline più piccole.
Eccoli ritratti tutti insieme nello studio del bravo fotografo Sciutto, sono vestiti con cura e con la dovuta attenzione.
I tre bambini sono l’orgoglio e la fierezza dei loro genitori, sorridono con garbo e dolcezza, sono tre piccini giudiziosi e bene educati.
Il maschietto ha questo fiocco grande che morbido cade sul suo petto, le due bimbe hanno i boccoli lucidi ben pettinati e raccolti con graziosi fiocchetti chiari.
Tutti e tre hanno quel guizzo nello sguardo che racconta semplicemente la bellezza di essere bambini ricchi di vivacità, allegria, curiosità e gioia di vivere.
La più piccolina poi tiene il capo un po’ reclinato e osserva in quella maniera deliziosa con quella luce negli occhi.
Tutti e tre, io credo, non vedrebbero l’ora di scappare via, invece di stare lì ad annoiarsi davanti ad un fotografo preferirebbero giocare in libertà, tornare al cerchio da far correre con mirabile senso dell’equilibrio e alle bambole alle quali raccontare le favole.
E vorrebbero un po’ ridere, chiacchierare sotto voce tra di loro e confidarsi quelle cose che i grandi non sanno capire.
Tre fratelli, con questi sorrisi e questa tenerezza.

Una clessidra degli anni ’70

La mia clessidra ha una storia abbastanza lunga, arrivò in questa casa come gradito dono messo sotto l’albero dal solito Babbo Natale.
Erano quegli anni là in cui si andava docilmente a letto molto presto perché la notte del 24 Dicembre doveva passare in fretta e noi non vedevamo l’ora di alzarci presto al mattino per andare a scartare i nostri pacchetti.
I nostri regali erano fasciati nella carta luccicante con quei fiocchi dorati e allora non facevo tanto caso a non rompere tutto, ero una bambina impaziente.
La mia clessidra aveva tutti quei colori bellissimi: la struttura dorata con delle perle ovali rosse al centro, dei toni di rosa e la sabbia celeste come il cielo.
Mi è sempre piaciuta un sacco la mia clessidra, segnava quel tempo che aveva un ritmo diverso ed era scandito dalle canzoncine che giravano nel giradischi e dalle nostre amatissime Fiabe Sonore, una su tutte I fiori della Piccola Ida che come ho già avuto modo di scrivere è sempre stata la mia preferita.
La mia clessidra era piuttosto grande e in realtà non sapevo bene come utilizzarla: tanto per dire, per la Barbie era troppo alta e mettendola vicino all’armadio di legno e al letto a castello risultava fuori misura, una cosa piuttosto seccante e me rendevo ben conto pure io!
Però, come vi ho detto, amavo tantissimo la mia clessidra e tuttavia non avevo mica del tempo da misurare, scadenze, appuntamenti o chissà che altro!
Oh no, erano gli anni ‘70 e allora avevo appunto tutto il tempo del mondo!
Così mi mettevo seduta per terra con la mia clessidra e facevo scendere giù la sabbia e quando poi aveva finito giravo la clessidra e andavo avanti così chissà per quanto, era una di quelle storie che a volte pareva non finire mai e però mi stupiva sempre quella sabbia che inesorabile cadeva giù.
In quegli anni ebbi in regalo anche il mio primo orologino che aveva il quadrante tondo e bianco, anche quello chiaramente ce l’ho ancora.
La clessidra però era ben altra meraviglia, mi è sempre stata molto cara.
In tutti questi anni l’ho conservata in un cassetto e l’altro giorno mi è capitata tra le mani e ho pensato che fosse un peccato tenere tutto quel tempo prezioso in un cassetto.
Così le ho trovato un posticino su uno dei ripiani della libreria, tra le fotografie e le scatoline di metallo e sono contenta di questa sistemazione.
Del resto la mia è una clessidra speciale: è una clessidra degli anni ‘70.

Un bimbetto molto speciale

Un bimbetto molto speciale, di certo eri così.
Allegro, vivace e dall’intelligenza pronta, basta osservarti per provare un moto di spontanea simpatia nei tuoi confronti.
Ed io ti ho anche immaginato mentre attraversi Strada Nuova in compagnia dei tuoi augusti genitori per raggiungere lo studio del bravo fotografo Giulio Rossi per la foto di rito: così è rimasto un ricordo di te, di quando eri piccino.
Quell’istante è rimasto imbrigliato in una fotografia e come per incanto il tempo si è fermato: e tu sei lì, vispo ma obbediente, sei proprio tu.
Come ti chiamassi io davvero non lo so ma appena ho visto il tuo faccino ho subito pensato che il tuo nome fosse Giovanni Battista o meglio Baciccia, come si dice a Zena.
Con quel fazzoletto legato al collo e quello strano cappellino posato sui tuoi capelli lisci, stai lì tutto serio e compito ma dì la verità: eri una piccola peste!

Di certo conoscevi le regole della buona educazione e stavi seduto come si doveva, secondo le indicazioni del fotografo.
E davvero nulla è lasciato al caso in questa immagine, la manina sul ginocchio è posata ad arte, luccicano i grandi bottoni dei calzoncini e della giacchetta.

Quel tuo visetto è rimasto così impresso nella bella carte de visite di Giulio Rossi e tu sei là, dolce bambino, con la tua espressione stupita, gli occhi grandi e curiosi, le labbra a cuore, la tua tenerezza infantile.
E ci osservi da quell’altra epoca, in una sorta di magia che sa superare il confine del tempo.

C’era una volta un tappo di sughero

C’era una volta un tappo di sughero che amava soltanto il dolce far niente.
– Io non sono nato per faticare! – Ripeteva con voce stentorea mentre gli altri tappi lo guardavano allibiti – Nella mia famiglia nessuno ha mai lavorato, a noi si addicono le feste e la bella vita!
Bertrand era un pigro e viziato tappo di origine francese e con un certo tono altezzoso amava sottolineare che lui proveniva proprio dalla zona dello Champagne così come quel prezioso vino conservato nella bottiglia che egli custodiva.
– A quanto ne so – affermava sussiegoso – quelli come me sono destinati alle grandi occasioni, così è stato per mio padre e per i miei fratelli e così sarà anche per me!
– Noi invece siamo gente alla buona! – gli faceva eco la gretta della birra.
– Figurati noi! – replicava il tappo dell’olio sporgendosi dal ripiano della credenza mentre al suo fianco il tappo dell’aceto annuiva complice, quei due lì andavano da sempre d’amore e d’accordo e tutti lo sapevano.
Bertrand, invece, era aristocratico e solitario, in quella dispensa non aveva stretto amicizia con nessuno, il tappo del Barolo aveva cercato di attaccare bottone ma Bertrand lo trovava francamente un tipo troppo distante da lui.
Quello dei tappi era un mondo complicato e Bertrand era certo di distinguersi tra tutti gli altri.
Aveva le idee chiare sul suo futuro, lui attendeva soltanto il suo debutto in società e un bel giorno, a dicembre, finalmente giunse quell’istante tanto atteso.

Era Natale, attorno alla tavola riccamente imbandita sedevano i molti commensali, le fiammelle delle candele tremavano creando una calda atmosfera di serenità.
Bertrand si guardava intorno compiaciuto: la bottiglia nella quale abitava era stata posta nel cestello del ghiaccio accanto ad una fila di calici di cristallo i quali, a dire il vero, facevano un fracasso dell’accidente.
– State un po’ zitti! – li rimbrottò Bertrand – non riesco a sentire nulla!
Ma quelli, imperterriti, continuarono a tintinnare felici: c’era da comprenderli, in fondo uscivano pure loro solo per le feste e quindi il Natale era un momento memorabile.
Furono servite molte portate e infine, nell’allegria generale, giunse il momento di fare il brindisi: Bertrand non stava più nella pelle e anzi, ad esser proprio precisi, a breve non sarebbe stato più nella bottiglia!
Ogni ospite reggeva il suo bicchiere, con un gesto plateale il padrone di casa si apprestò ad aprire lo Champagne.
Bertrand trattenne il respiro, finalmente stava per essere il protagonista assoluto e infatti da lì a poco stoc… la bottiglia venne stappata e Bertrand saltò per aria esibendosi in un scenografico volo che lasciò tutti stupefatti.
E dovevate sentire il coro di voci:
– Evviva, evviva! Auguri, auguri!
Bertrand sorrideva tutto beato: quelle espressioni di giubilo si riferivano di certo a lui, su questo non aveva alcun dubbio.
Dopo cotanto spettacolare fragore il tappo planò a terra con leggerezza e nessuno parve più curarsi di lui.
Oh che delusione, mai avrebbe pensato di finire trascurato e abbandonato su un pavimento!
Lui era l’anima della festa, come potevano dimenticarsi di lui?
Passò ore e ore singhiozzando in totale solitudine e disperazione quando, al calar della sera, si sentì afferrare dalla mano della piccola Annina:
– Questo lo prendo io! – disse la bimba – sarà un perfetto guardiano per la mia casa delle bambole!
Con un pezzo di stoffa fece per lui una sorta di cappellino e una bella divisa e poi lo mise là davanti alla minuscola porticina.
Bertrand era incuriosito dalla sua nuova sorte, dentro a quella casa abitava una bamboletta biondina con tanti abitini di molti colori: custodirla era un compito gravoso e tra tanti tappi era stato prescelto proprio lui.
Da quel giorno così sentì il peso di una nuova responsabilità e con cura e attenzione restò sempre a guardia davanti alla casetta: lui che era famoso per la sua pigrizia e la sua indolenza aveva infine imparato la gioia di essere utile agli altri.

Storie di Natale

“No, non sono uno spirito del Natale e vivo con i miei compagni in un bel posto, dove ci prepariamo per la nostra festa, quando ci è concesso di girare il mondo per aiutare a renderla un momento felice per tutti coloro che ci lasciano entrare. Vuoi venire a vedere come lavoriamo?”

Così la piccola Effie sorrise e seguì volentieri colui che le aveva rivolto queste parole e con lei andremo anche noi lettori, è una vera piacevolezza perdersi nell’universo di fantasia di Louisa May Alcott nel volume Storie di Natale Racconti inediti pubblicato da Edizioni Clichy.
La Alcott è l’indimenticata autrice del celebre romanzo Piccole Donne e non le saremo mai abbastanza grati per averci svelato il magnifico mondo delle sorelle March.
La scrittrice destinò la maggior parte di questi suoi racconti alla sua nipotina, queste sono le storie della buonanotte che questa zia così speciale raccontava alla sua Lulù.
E così è particolarmente gradevole mettersi seduti con questo libro tra le mani e lasciarsi trasportare in certe atmosfere fiabesche dove si incontrano bimbe curiose che si chiamano Lily, Rosy o May e ragazzini che si annoiano e vanno in cerca di avventure.
Il mondo della Alcott è una delizia di straordinarie fantasie che vi faranno ritornare bambini, questo libro si legge in soffio e d’altra parte si vorrebbe anche che non finisse mai: ha il garbo della scrittura ottocentesca, vi si ritrovano le atmosfere che ci si attende e tuttavia è una costante splendida sorpresa.

Non mancano i rimandi ad autori noti, il lettore riconoscerà sicure suggestioni dickensiane e per una certa parte coglierà anche la gradita influenza di Hans Christian Andersen.
Nelle storie di Louisa May Alcott ci sono anche certi animaletti parlanti, ad esempio incontrerete Hop, Croack e Splash: loro sono tre ranocchi, due fratelli e una sorella, non vi svelo niente su di loro e vi lascio il piacere di scoprirlo.
E poi queste storie hanno anche una morale: sono piccoli insegnamenti, strade da seguire, ammonimenti e lezioni di vita.
La gioia della lettura si ritrova poi nella totale immersione in trame imprevedibili e inaspettate e in bellissimi giochi dell’immaginazione.
Sono tutte storie piacevoli ma io ho adorato in particolare le avventure della piccola Lily nel Paese delle Caramelle: questa bimbetta vi ricorderà una certa Alice nel Paese delle Meraviglie, il suo viaggio tra le varie dolcezze la porterà anche nel paese dei dolci dove tutti sono imparentati per via dei nonni, Zucchero e Melassa.
E poi in altre storie incontrerete Kitty e le sue scarpe ballerine, May con la sua scatola magica, Rosy e i suoi fantastici compagni di viaggio, il piccolo Johnny al quale si svelerà il senso della vera amicizia e voi sarete accanto a lui per scoprirlo.
Quando un libro riesce a portarti in un meraviglioso mondo allora quelle pagine sono preziose per l’anima, per il cuore e per la mente: questo è uno di quei libri ed è un magico dono della nostra cara amica Louisa May Alcott.

“Appena furono cantate le ultime parole, proprio davanti ai suoi occhi vide una creatura minuscola che si dondolava sulla rosa che era lì in un vaso: una fatina incantevole con le ali come una farfalla, un vestito trasparente e una stella sulla fronte.”