Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

La fontana di Piazza Roma

La fontana di Piazza Roma non è la prima che incontri arrivando a Fontanigorda, tuttavia per me quella lì è sempre stata “la fontana” o comunque una delle mie preferite del paese.
La fontana di Piazza Roma si trova in una zona dove terminano diverse discese – o dove iniziano diverse salite, a seconda dei punti di vista, ecco – e per questa ragione, negli anni della nostra infanzia spericolata, quando cadevamo rovinosamente dalla bicicletta andavamo a bagnare i graffi con l’acqua gelida della fontana e secondo noi passava tutto.
Insomma, noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 eravamo anche un po’ selvatici ma ci sapevamo arrangiare.
E quando correvamo a perdifiato e arrivavamo da quella fontana lì in genere salivamo in piedi sul bordo, piegavamo le ginocchia e con le mani posate sulla fontana bevevamo quell’acqua fresca fresca e ristoratrice.
Che ricordo e che bellezza!
Non eravamo gli unici, chiaramente, a bere alla fontana, alle volte poi lo si faceva con la coppetta del gelato oppure con il bicchierino di plastica richiudibile che la mamma teneva in borsa.
Io non so a voi ma a me pareva sempre che quel bicchiere dovesse chiudersi all’improvviso proprio mentre stavo bevendo, non mi fidavo mica tanto di quell’affare lì!
La fontana di Piazza Roma era poi molto comoda perché noi andavamo sempre a giocare là vicino, a poca distanza c’è infatti il nostro muretto preferito per giocare con le perline.
E apro qui una nostalgica parentesi in ricordo delle tante perline perdute quando, per sfortuna, ti cadeva per terra la scatoletta.
Era una delle cose peggiori che potesse capitare, accidenti!
Ve lo ricordate anche voi vero quanto era difficile recuperare le perline cadute tra gli avvallamenti dell’asfalto?
Ammetto che alle volte, dopo averne raccattate un po’ con l’ago e con certosina pazienza, mi arrendevo e alcune le lasciavo lì, ci voleva un sacco di tempo a tirar su le perline!
Inoltre, per fortuna c’erano sempre le due fornitissime mercerie e anche il mercato al martedì, non rischiavamo certo di restar senza perline per i nostri braccialetti.
E ritorniamo alla nostra cara fontana di Piazza Roma che risale al 1966 ed è decorata con piccola scultura marmorea della Pietà.
In quegli anni ‘70, in quel tempo che era così diverso da questo, su questa piazza di Fontanigorda si affacciavano l’Albergo Fontanella e l’Albergo Roccabruna, quest’ultimo edificio è stato poi con successo convertito in un complesso con abitazioni private.
Eh, ma quando c’era ancora il Roccabruna io mi ricordo bene che i camerieri dell’albergo andavano alla fontana con le brocche a prendere l’acqua deliziosa per i loro clienti.
E anche altre persone avevano questa bella usanza, si andava là con la bottiglia di vetro e si metteva in tavola l’acqua fresca di Fontanigorda.
Io vado sempre a bere a quella fontana, però non salgo più in piedi sul bordo.
La scatola con le perline la tengo a casa in un armadio, penso che potrei fare decine e decine di braccialetti e collanine.
L’acqua sgorga sempre gioiosa dalla fontana di Piazza Roma, fluisce come il tempo che fugge via, a volte, in una maniera che non si sa spiegare.

In bicicletta

E venne poi anche per loro il tempo del gioco, dello svago e delle giornate all’aria aperta.
Eccole insieme, sorridenti e spensierate.
Due ragazzine con i loro abitini candidi, i sandaletti e le calze bianche, l’immancabile cappellino per ripararsi dal sole.
Su una strada di campagna, si intuisce sullo sfondo un placido panorama forse scenario di gioiose villeggiature.
E là, in quel tempo sereno, c’erano anche loro.
Se è vero che vivere è una questione di delicati equilibri andare in bicicletta ne è la perfetta metafora.
Così, seguendo la strada, una pedalata dopo l’altra, le due ragazzine sembrano piuttosto sicure.
E sorridono.
E magari sognano, come tutti, del resto.
E tengono le mani salde sul manubrio e cercano un orizzonte lontano.
Così vicine, in un tempo felice, in bicicletta.

Piccole pesti di cento anni fa

Era l’estate del 1920: sono passati cent’anni da quel giorno.
E loro allora erano là, a piedi scalzi sui sassi, nel cuore della bella estate, il sole sfavillava alto nel cielo.
Il più piccolo di questi bimbi ha un cappellino messo per traverso ma guardate gli altri e provate un po’ anche a usare la vostra immaginazione: i costumi sono scuri ma tutti hanno il capo coperto con certi fazzoletti annodati sul davanti che sembrano di tela spessa e secondo me sono di tutti i colori, quelli lì sono proprio i colori dell’estate.
Sullo sfondo, in lontananza, fa capolino un ragazzino con il cappello di paglia: chissà, forse vorrebbe far parte della bella compagnia!
Questa è una piccola fotografia ed io ho l’impressione che sia ritagliata da una foto più grande, la scovai tempo fa tra altre carte poco interessanti, il gruppetto di bimbi con il salvagente però non poteva che tornare a casa con me.
Sul retro una mano gentile ha scritto: estate 1920.
E c’è davvero tutto un mondo in questa immagine: ci sono l’amicizia, la fratellanza, le mani sulle spalle, la complicità e la timidezza, la vivacità e la gioia di vivere.
E questi qui sono delle piccole pesti, ne sarei quasi certa, guardate: non si riesce a farli star fermi un momento, giusto per fare la fotografia, ecco, ma quello lì per loro deve essere stato un piccolo evento!
Per il resto, ah, che divertimento l’estate e le corse nel mare, i tuffi e la pelle delle dita che fa le grinze quando stai troppo in acqua.
Poi il tempo scorre e va così veloce che non ci si può credere, sono passati addirittura cento anni da allora.
Eppure, da qualche parte, l’onda forse lambisce ancora quei sassi un tempo calcati da questi piccoli bagnanti.
Era un’altra estate, era l’estate del 1920.

 

 

Primi giorni sulla spiaggia

E poi te li ricordi i primi giorni sulla spiaggia?
Là, seduta sui sassi, sullo sfondo una fila di cabine, non so indovinare di quale luogo si tratti ma potrei immaginare che sia il ponente genovese o forse qualche località nella provincia di Savona.
Ed erano davvero i primi giorni e c’eravate voi tre.
Ecco il tuo fratellino con i suoi riccioli ribelli, le guance arrossate come piccole pesche mature, le fossette e la sua faccetta buffa.
La mamma, con il suo abito leggero e semplice, il sorriso limpido e solare.
E tu.
Tu hai i capelli chiari, la riga in mezzo e le treccine raccolte sul capo, sorridi spensierata e allegra.
E strizzi gli occhi anche, hai il sole davanti e tutta la vita che ti attende.
Porti il costume intero, stai così seduta su quei sassi, su una spiaggia quasi deserta, tra le barche tirate a riva.
Ti sei tolta i sandaletti e te ne stai a piedi scalzi e questa ti sembra una bellissima libertà.
Ti guardo e penso che, in altri anni e in epoche diverse dalla tua, siamo tutte state la bambina che eri tu.
Senza pensieri, felice solo del suono del mare, dei giochi nell’acqua, delle corse a perdifiato, delle piccole conchiglie che stringevi tra le mani.
Un’immagine, a volte, racconta una felicità comune, un sentimento di gioia già provato.
E tu eri là seduta sui sassi ed erano i primi giorni sulla spiaggia.

Magliette e ricordi d’estate

È da sempre uno dei capi d’abbigliamento preferiti nella stagione estiva, sapreste dire quante magliette avete posseduto?
Io di certo no ma di alcune di loro conservo precise memorie in quanto sono legate a tempi di estati felici.
La maglietta per così dire più odiata era forse anche la più piccina: era quella che la mamma mi metteva quando in spiaggia mi scottavo la schiena.
Sì, perché noi che eravamo bambini negli anni ‘70 eravamo pure un po’ selvaggi e non c’era maniera di farci stare fermi, quindi in quell’andirivieni tra scogli, spiaggia, cabina, baretto e bagnasciuga alla fine delle volte finivamo per ritrovarci con la schiena rossa come un peperone!
Il rimedio? La maglietta!
E non c’è niente di peggio che andare alla spiaggia con la maglietta soprattutto se hai un gran da fare tra castelli di sabbia, pesci, granchi, tuffi, sassi e conchiglie.
Tra le molte magliette della mia infanzia un pensiero affettuoso va anche a tutte quelle che si sono rovinate in qualche maniera durante le estati in Val Trebbia.
Sì, perché noi che eravamo bambini negli anni ‘70 mica stavamo a ciondolare sulle panchine, eravamo sempre in giro e andavamo per boschi e per prati e vuoi che non mi sia mai rimasta agganciata la manica della maglietta in qualche ramo? Eh!
E che dire delle scorribande in bicicletta?
L’estate era ginocchia sbucciate ma anche, fatalmente, magliette strappate, capitava così!
Poi sono venuti altri tempi e altre vanità da adolescenti.
E in quegli anni le magliette più belle me le regalava la mia cara zia, lei viaggiava un sacco e ritornava dai suoi giri sempre con delle magliette bellissime.
Alcune avevano scritte e disegni relativi alle città visitate, altre erano invece dedicate a cantanti e band dell’epoca: la zia era insegnante e sapeva benissimo cosa piaceva ai ragazzini, la zia non ha mai sbagliato un regalo in vita sua e questa era davvero una cosa fantastica.
Alcune di quelle magliette le conservo ancora, sono un po’ un bel ricordo di quegli anni là.
Insieme a loro, nel cassetto, ho anche una maglietta di cotone beige con una grande farfalla rossa sul davanti, sulle ali aggraziate ci son anche alcuni brillantini: quella maglietta apparteneva alla zia, io non l’ho mai indossata ma credo che si trovi bene nel mio cassetto insieme a quelle altre, ecco.
Quante magliette ci sono state nelle nostre estati: quelle con il coccodrillo e quelle della Fruit of the Loom, quelle semplicemente bianche, magliette a righe, a colori, a volte con le scritte o con le frasi nelle quali ci riconoscevamo.
Si, perché noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 e poi ragazzini negli anni ‘80 abbiamo avuto tutta una serie di nostri miti personali e certe frasi le avevamo sul diario, sulle borse di stoffa e sulle magliette.
Eravamo così, sono contenta di essere stata così, anche se una delle mie cadute in bicicletta mi ha lasciato una piccola cicatrice su un ginocchio ma d’altra parte la vita è fatta anche di questo.
La maglietta che vedete nella foto che conclude questo post non appartiene a me: l’ho veduta così, appesa fuori dalla finestra, in un giorno di luglio a Fontanigorda.
Mi ha fatto venire in mente le magliette delle mie belle estati, a volte sono le cose più semplici a far nascere in noi un senso di dolce nostalgia.

Un giorno a Zurigo

Non c’ero mai stata prima eppure, un bel giorno, come per magia mi sono ritrovata a passeggiare per un’elegante via del centro di Zurigo.
Tic tac, tic tac, fa sempre quel rumore dolce la mia macchina del tempo e basta una sola e unica fotografia per ritrovarsi, con stupore, in un giorno distante nel cuore della città svizzera.
Non so dirvi di preciso in che anno io sia andata a finire ma so che era una giornata tranquilla e si camminava con calma sulla sponda del fiume Limmat che scorre nel centro Zurigo.
Ed ecco la ringhiera finemente decorata, i lampioni e la gente a passeggio, alcune signore reggono l’ombrello per ripararsi dal sole battente, non manca un sussiegoso ciclista, tra queste persone ci sarà forse anche qualche ospite dell’Hotel Central.

Ed è una folla vivace ad attraversare questo scorcio di tempo in questa strada di Zurigo, ci sono i negozi eleganti con le tende tirate in fuori, cigolano le ruote della carrozzina di legno spinta da una ragazzina, lei incede leggera vicino alla sua mamma.
Si chiacchiera, si sorride, si cammina mentre frusciano le gonne delle dame, i tacchi battono sul selciato, è un’allegria di nastri, cappelli alla moda, balze vaporose, sete leggere e pizzi svolazzanti.

Ogni romanzo poi, seppur breve, ha i suoi comprimari e i suoi protagonisti e in questo caso lui è uno di questi: pantaloni alla zuava, cappello di paglia, scarponcini e calze lunghe, un ombrello in una mano e un sorriso spensierato come la gioia dei suoi pochi anni.

E poi c’è anche lui: ancora un ragazzino al centro della scena mentre là, sullo sfondo, la vita scorre e sferraglia lento il tram.

Ricordate cosa ho scritto all’inizio del post?
Io non sono mai stata a Zurigo, dico davvero.
E allora forse vi starete chiedendo come possa essere sicura che questo frammento di tempo sia stato catturato proprio in quella città e la risposta è solo un dettaglio.
Comprai questa bella fotografia diverso tempo fa, ignorando di che luogo si trattasse, la trovo particolarmente affascinante proprio per tutta questa vita che la anima e che è stata così abilmente catturata dal fotografo.
Su uno dei palazzi, sopra certe finestre, si legge chiaramente un’insegna: Hotel Limmatquai.
Dopo una rapida ricerca ho così scoperto che Limmatquai è il nome di una celebre strada di Zurigo, non è stato nemmeno difficile ritrovare proprio quel tratto della via.

Così è andato questo viaggio nel tempo, con molta sorpresa e con la bellezza della forza dell’immaginazione.
In un tempo distante che mi pare quasi di aver vissuto davvero, in un giorno lontano a Zurigo.

La gioia di Lulli

La gioia di Lulli è in ogni suo respiro, nella sua dolcezza di giovane madre.
Così aggraziata e leggiadra, porta i folti capelli in una morbida treccia che tiene raccolta sulla nuca, ai lobi ha gli orecchini con le pietre preziose, il suo abito raffinato è impreziosito da pizzi leggeri e passamanerie, lei è così semplicemente radiosa nella sua materna femminilità.
La gioia di Lulli è nella sua postura amorevole e protettiva così mirabilmente colta dal fotografo Achille Testa.
E il suo sorriso luminoso si posa sulla sua creatura, il suo piccolino ha questa vestina tutta pizzi con un gran fiocco lucido sul davanti.
Il futuro è quel piccino che guarda verso il fotografo schiudendo le tenere labbra rosate.
Il futuro è nell’avventura di vederlo crescere e diventare grande.
Il futuro è nella grandezza di un sentimento che non ha pari ed è destinato a durare per sempre.
A tergo di questa bella immagine una gentile mano femminile, forse quella di una nonna orgogliosa, ha scritto alcune parola colme di affettuosa fierezza specificando: invio la fotografia di Lulli col suo bimbo di sei mesi.
E c’è tutta l’essenza di una vita in questa dolcissima immagine: è la gioia di Lulli, così autentica e densa di emozione.

Camminando nel passato di Pegli

Tic tac, tic tac, risuona ancora nostalgica la macchina del tempo e ci porta indietro negli anni, sempre nei giorni che non abbiamo veduto ma che ancora ci piace immaginare.
E ci ritroviamo a Pegli, si cammina davanti a quel mare che sempre, in ogni epoca, ha la stessa voce, a volte è una dolce ninna nanna e a volte invece è un ruggito potente e fragoroso che sovrasta i respiri e le parole.
Forse è una calda mattina di primavera e il sole picchia, non saprei dirvi se sia proprio un giorno di festa, un uomo incede con passo deciso tenendo un cappello a larghe falde calcato sulla testa.
È dolce la vita nella bella Pegli, la ridente località dal clima mite è molto apprezzata per piacevoli villeggiature, ancor più fortunati sono coloro che possono godere di tanta bellezza in ogni periodo dell’anno.

E poi ecco terrazzini, persiane chiuse, tende di certe botteghe tirate in fuori e là, a sovrastare il continuo l’andirivieni di passanti, l’immancabile statua dell’eroe Giuseppe Garibaldi.

E in questo particolare scorcio di un’altra stagione è il gruppetto al centro della cartolina ad attirare maggiormente l’attenzione.
Quanta pazienza deve avere questa giovane mamma!
Lei se ne va a passeggio con tutti i suoi bambini, regge un candido ombrellino per ripararsi dai raggi del sole, le sue bimbette indossano i cappellini di paglia e gli abiti chiari, leggeri e svolazzanti.
Che allegria questa bella passeggiata tutti insieme, pare quasi di sentire un gioioso e complice chiacchiericcio infantile mentre la mamma amorosamente cerca di tenere tutti tranquilli.
E poi guardate bene in ragazzino più grande, ad osservarlo con attenzione pare proprio che stia tenendo in una mano una canna da pesca, chissà che emozione lanciare la lenza nel mare di Pegli!

Questo scorcio del quartiere sito nel ponente genovese non è poi così cambiato, tempo fa scattai una foto di questo tratto di strada.
Il sole brillava alto nel cielo e come in altri tempi più lontani ecco quel palazzo con le persiane chiuse, la statua di Garibaldi sulla destra e dall’altra parte il lungomare e la gente sul marciapiede.

Non c’erano, al centro della strada, una mamma con il parasole e tutti i suoi bambini, eppure a me è parso di averli veduti davvero, immaginando di camminare nel passato di Pegli.

Baci affettuosi

E poi bimbetti, tenerezze e suggestioni del passato.
Questa è una cartolina del tempo lontano, chi la spedì volle così manifestare il suo affetto autentico e sincero per colei alla quale la cartolina era destinata.
Baci.
Ti penso con nostalgia.
Sei nel mio cuore, sei sempre nei miei pensieri.
Quanti modi ci sono per dirlo?
Tanti, questa è una maniera dolce e per noi desueta, in quegli anni era invece una graziosa consuetudine.
La scritta con le lettere così ben delineate doveva poi essere assai apprezzata e molto in voga,  ne ho trovata una simile anche su un’altra cartolina molto più sentimentale che vi mostrai in questa diversa occasione.
Baci e pensieri affettuosi, sempre.