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Posts Tagged ‘Bambini’

Di sovente su questo blog vi aggiorno su quanto accade ad una certa fermata dell’autobus qui nei dintorni.
È un fatto assai curioso, periodicamente c’è qualcuno che si prende la briga di portare sul posto pezzi di arredamento per rendere più confortevole l’attesa.
E quindi facciamo un passo indietro e andiamo al glorioso 2013, in quell’anno alla fermata dell’autobus venne allestito un comodo salottino.

E poi il tempo passò, nel 2015 trovai invece una bella sedia con la seduta foderata di azzurro.

Poco tempo dopo qualcuno ebbe l’idea di arredare un po’ meglio quell’angolino.
Ecco comparire così un tavolo, per ingannare l’attesa a quel punto si poteva persino fare una bella partita a carte, perché no?

E venne il mese di maggio del 2016.
In quella circostanza trovai posto per due: chissà se è mai sbocciato un amore, mi piace pensarlo.

Nel mese di giugno 2017 ecco infine un’ulteriore soluzione, d’altra parte bisogna pure pensare anche ai più piccini, no?

E infine, cari lettori, rullo di tamburi: al momento sul posto sono disponibili due comode sedie dallo stile un po’ vintage, ci vorrebbe anche un portariviste con due giornali da leggere.
A questo punto aspetto la prossima puntata: sempre là, alla fermata dell’autobus.

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Carnevale, tempo di maschere e di divertimento per i più piccini.
Un gioco, una magia che ti fa diventare qualcuno che non sei e la fantasia vola: puoi essere una damina oppure Pulcinella, Colombina oppure un paesano, un nobile o chiunque tu voglia.
E ogni anno a Carnevale, da che mondo è mondo, da qualche parte c’è un piccolo Arlecchino.
Espressione sveglia, un cappello con nastri e fiocchetti, la testolina con i ricci, gli occhi grandi e scuri.

Un piccolo Arlecchino che indossa un costume speciale, secondo me.
Infatti mi sembra che l’abito sia un gran lavoro di cucito, lo avrà fatto la sua mamma mettendo insieme tutti i pezzi di stoffa avanzati?
E sono scampoli di tutti i colori: rosso, giallo, verde e blu, sono stoffe a fiori e a quadretti, a righe e a pois, tante variopinte fantasie per il piccolo Arlecchino.
E sì, anche in questo caso si tratta di una piccola peste, ne sono sicura, in una manina stringe un biscotto e mi sono chiesta se fosse una piccola ricompensa per il tempo trascorso a fare questa fotografia.

La carte de visite è un po’ malconcia, sono passati tanti anni e qualcuno l’ha conservata come meglio poteva, tenendola da conto in un cassetto come memoria di un tempo felice.
Venne scattata presso Fotografia Pisana, lo studio del fotografo Vittorio Frediani a Sampierdarena e chissà quanti bimbi mascherati avranno posato per lui.
In piedi sulla sedia, con i sandaletti e i piedini uniti, nel tempo di Carnevale, un piccolo Arlecchino di Genova.

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La gioia di mamma era un piccoletto vivace e turbolento, aveva proprio l’argento vivo addosso.
E sì, basta guardarlo: il biondino doveva essere un tipo sveglio, chissà quante ne ha combinate con quell’espressione furbetta!
Un piccolo terremoto, la mamma doveva sempre corrergli dietro perché lui non stava mai fermo.
Eccolo lì sulla sedia.
La manina posata sul bracciolo, quel completo che immagino di celeste chiaro, i fiocchetti sul petto, i bottoncini tondi, i polsini e il colletto di pizzo.
E il cappellino sulla testa, certo!
Che dolcezza, la piccola peste era un bambino bellissimo.

E la sua mamma sembra piuttosto giovane e volitiva.
Ci sarà riuscita a non viziarlo quel tipetto lì?

La gioia di mamma, la gioia di tutta la famiglia e anche della nonna.
Quanto affetto e quante coccole, le attenzioni erano tutte per lui.

E quel piedino alzato in quella maniera?
Sarà una richiesta del fotografo? Non saprei dirvelo, io leggo in quella postura tutta l’impazienza dell’infanzia.
E dai, e quando finisce questa faccenda di fare la fotografia, voglio andare a giocare!
Ecco, semplicemente così.

La gioia di mamma amava la neve, le corse sui prati, le fiabe della buonanotte, forse aveva una palla, un cavallino di legno e un cerchio con il quale giocare.
Io non colleziono fotografie, più che altro trovo delle emozioni e le conservo.
Queste immagini sono state scattate da un fotografo di Zagabria, c’è una tenerezza immensa in questi ritratti.

Sorride allegro questo bimbetto, il suo sguardo è rivolto verso un luminoso futuro.
Era la gioia della sua mamma e spero che entrambi abbiano avuto in sorte davvero tanta gioia.

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“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

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Nel mese di Carnevale i bambini avranno tante occasioni per divertirsi, questo accadeva anche negli anni passati: sfilate, feste in maschera, giochi.
A Genova c’era l’usanza di organizzare un gran ballo per i più piccini al Teatro Carlo Felice, la maschere più belle si aggiudicavano gli ambiti premi: bambole, lanterne magiche, dolciumi e altro ancora.
E così sfogliando i giornali degli inizi del ‘900 si trova il racconto di quelle occasioni festose e c’è l’elenco delle maschere indossate dai bambini.
Ed ecco entrare lo gnomo e l’amazzone, la regina delle fate, lo stregone, il paggio, il contadino e il marchese, la piccola fioraia e la nobildonna genovese, la paesana e il torero.
Un giorno, a quel ballo partecipò anche una certa bambina: portava una gonna lunga, un grembiule orlato di pizzi, uno scialle annodato sul petto e indossava una parrucca di riccioli biondi.
Sotto al braccio teneva un cesto ricolmo di tante bontà e nell’altra mano reggeva canestrelli e reste, le celebri collane di nocciole: quella bambina era vestita da venditrice di noccioline e dolci e si aggiudicò il primo premio.
Quella bambina era la sorella di mia nonna paterna e possiedo la foto che la ritrae con quella maschera però la zia aveva il suo caratterino e so che non le farebbe piacere che pubblicassi la sua fotografia e quindi la terrò per me.
Nel tempo di Carnevale c’era anche quest’altra bimba, di lei non so nulla e non conosco il suo nome, mi sembra proprio che sia vestita da piccola olandesina.

E osservando questa immagine del passato mi sono chiesta se lei sia mai stata sul quel palco, al ballo dei bambini al Carlo Felice.
E chissà, avrà per caso conosciuto la zia?
E forse le due si sono trovate vicine, magari hanno riso insieme e chiacchierato.
Tu hai lo scialle, io ho il fiocco grande e colorato.
E ho un anellino al dito e la collanina che luccica, quella è importante.

Ed è un ricordo che resta: quando poi diventerai grande ti rammenterai di essere stata Colombina, uno dama del ‘700, una venditrice di canestrelli o forse una piccola olandesina.
Con lo sguardo dubbioso, rivolto al tempo che ancora deve venire.
In un altro tempo della tua vita, nel tempo di Carnevale.

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Lei sta lì seduta, sembra una piccina obbediente e docile, in realtà chissà se lo era davvero o se magari aveva un carattere turbolento.
Ha il visino dolce, lo sguardo intelligente, è bella come una bambolina.
Figlia unica? Io non credo, nella sua epoca erano comuni le famiglie numerose e forse lei fu semplicemente la prima di molti fratelli.
Io immagino che sia stata una bimba molto amata e vezzeggiata e forse avrà avuto uno di quei nomi romantici così in voga nel passato.
Si chiamava Isolina, Matilde o magari Clementina?
Io non so davvero nulla di lei ma per me il suo nome è Angioletta.
E cosa possiamo provare a immaginare su di lei?
Le piacevano i biscotti, amava mettere il ditino nello zucchero e tutte le volte che le facevano i boccoli lei si annoiava ed era impaziente di alzarsi dalla sedia.
Capelli neri, frangetta, occhi grandi e scuri.

I bottoni decorati, le applicazioni con i fiori e la sua mano così piccina.
La bimba con i capelli color dell’ebano sarà poi diventata una giovane donna affascinante e al suo anulare affusolato avrà portato la vera nuziale simbolo delle promesse di amore eterno.
E a sua volta anche lei sarà divenuta madre e forse avrà avuto una bimba così dolce e tenera.

Non è poi tanto semplice indovinare le vite degli altri, ho incontrato lo sguardo di lei al di là del tempo, oltre gli anni che ci separano: è rimasto su una fotografia di Giulio Rossi ed ho trovato in quegli occhi tutta la vivacità dell’infanzia, tutti quei sogni di fantasia.
Ed è lo sguardo di una bimbetta della quale non possiamo conoscere il destino, possiamo solo avere la speranza che il suo bel viso sia stato rischiarato da molti gioiosi sorrisi.

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Accade, a volte, di scoprire per caso realtà delle quali nulla conoscevo, succede aprendo certi vecchi volumi che svelano un mondo distante dal nostro, a volte provo anche un certo sollievo nel constatare che in certi settori abbiamo fatto dei passi avanti.
Genova, 1875.
Quanti bambini sono senza famiglia?
E quanti di loro magari ne hanno una e tuttavia finiscono sulla strada sbagliata oppure rimangono senza futuro?
Trascurati, lasciati a loro stessi, senza cure e senza le attenzioni che tutti i ragazzini dovrebbero ricevere ed eccole qui queste piccole pesti, sono abbastanza riconoscibili, vero?
Loro hanno un lampo vivace nello sguardo, corrono veloci come il vento, hanno i capelli arruffati e portano scarpe vecchie e scalcagnate.
Che risata amara la loro, rumorosa ma sempre spontanea.
Si chiamano Checchin, Bernardo, Bartolomeo o Pietro, sono figli di Genova come noi.
E in questo anno 1875 c’è un’istituzione preposta a prendersi cura di questi fanciulli, ne ho letto sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza del 1874 e 1875.
Su questo volume si parla appunto di un’ istituzione nata per iniziativa delle autorità, la sua sede era in certi locali del Municipio alla Foce.

Qui era collocato il Riformatorio pei giovani discoli e appare evidente che c’è una sorta di ingannevole poesia in questa denominazione.
Il temine discolo ci fa immaginare una spensierata leggerezza, innocenti disobbedienze, regole infrante per gioco e divertimento, gioia di vivere e felicità.
In realtà, io credo, il termine andrebbe interpretato cercando di scorgere il suo significato cupo e il senso di solitudine che doveva essere legato a quella esperienza.
Questo riformatorio era curato dalla Compagnia di Misericordia, venivano dati dei contribuiti del governo per l’educazione e l’istruzione di questi ragazzini.
Che si poteva fare di loro? Come si poteva dare un senso alle loro vite?
Era necessario che imparassero un mestiere e al Riformatorio si insegnava loro a divenire operai di cantieri navali e mozzi.
Per imparare meglio le arti marinare i ragazzi potevano essere imbarcati sulle navi mercantili e lì avrebbero quindi appreso tutti i segreti della gente di mare.

È chiaro che in questo modo li si strappava a una vita magari senza indirizzo e senza speranza, era un’opportunità e forse alcuni di loro saranno stati persino felici di questo destino, altri invece avrebbero voluto poter scegliere in autonomia.
Quando leggo storie come queste mi sovvengono sempre certi pensieri, sempre gli stessi.
A queste vite forse mancarono certe dolcezze che nell’infanzia e nella giovinezza dovrebbero essere dovute a tutti: la carezza sulla fronte, il bacio della buonanotte, la mamma che ti racconta la favola prima di dormire, tuo papà che ti porta a pescare, un fratello maggiore con il quale litigare, una sorellina più piccola alla quale fare i dispetti.
E una scatola di matite colorate, una bicicletta, un giocattolo preferito, un pallone da lanciare in porta.
E tutto questo non c’era nel Riformatorio per giovani discoli della Foce e in posti simili a quello.
C’era comunque un orizzonte e c’era un futuro da conquistare.
C’era il vasto mare da solcare, compagno di giorni lunghissimi e di sere buie, un amico al quale confidare i propri sogni nascosti.
Spero che quelle onde abbiano ascoltato quei desideri e cullato certe notti insonni come l’abbraccio di qualcuno che ama davvero.

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Il regalo più bello

Qual è per voi il regalo più bello?
Io penso da sempre che un dono per essere speciale debba raccontare molto dell’affetto che intercorre tra chi lo fa e chi lo riceve.
Un regalo deve avere le sue parole: pensavo a te.
Sapevo che questo era uno dei tuoi desideri ed ecco, questo è proprio per te.
I regali per me non devono essere per forza molto costosi, non vanno scelti di fretta e neanche svogliatamente, come se fosse un obbligo.
A dire il vero è quasi più bello fare i regali che riceverli, la pensate anche voi così?
Un libro, ad esempio, è sempre un punto di unione tra due persone.
E magari può essere il romanzo che hai tanto amato scritto dall’autore che prediligi e regalare proprio quel volume significa condividere un’emozione o un sussulto.
Guarda qua, i protagonisti di questa storia sono amici miei, proprio come lo sei tu: te li presento.
E infatti io non so quante volte ho regalato uno dei miei romanzi preferiti: Tre uomini in barca (per non parlar del cane) di J. K. Jerome.
E in quel caso ho condiviso risate, umorismo, aneddoti memorabili che amo rileggere spesso.
Certo, devi sapere che la persona prescelta apprezzerà il libro che intendi donarle, però non è poi così difficile conoscere le inclinazioni delle persone che amiamo.

Il regalo più bello rimane come la memoria di un momento speciale, può essere il simbolo di un’amicizia o di un legame.
E questo accade quando una persona gentile magari vi dona qualcosa che ha preparato con le sue mani: un dolce, una conserva, un oggetto cucito e confezionato proprio per voi.
In quel caso insieme al regalo riceverete anche il tempo dedicato a pensarlo e a realizzarlo, la pazienza e la dedizione necessarie per portarlo a termine.
Il regalo più bello è quello che hai tanto desiderato e magari non hai mai avuto modo di comprartelo per diversi motivi.
Poi un giorno lo trovi impacchettato e finalmente ciò che a lungo tempo è stato nei tuoi pensieri ti appartiene.
Il regalo più bello è anche quello che hai elencato nella tua letterina natalizia con la speranza di vederlo arrivare sotto l’albero.
E forse il tuo desiderio sarà esaudito e quel regalo lì resterà per sempre caro anche dopo molto tempo.
Mesi fa, ad un mercatino, mi è capitato di vedere una valigia piena di bambole.
Se ne stavano tutte insieme, con le loro guance rosee, con gli occhi spalancati e le ciglia lunghe, con quei capelli che era ben difficile pettinare.
E ho pensato alle bambine che hanno posseduto queste bambole.
Le avranno trovate in una scatola chiusa da un grande fiocco e poi avranno fatto un lungo tratto di strada insieme, succede sempre così.
Poi, per le misteriose vie del destino, queste piccole amiche sono finite esposte insieme agli oggetti vintage e noi non possiamo sapere come sia accaduto.
Di una cosa però io sono certa: quello deve essere proprio stato uno dei regali più belli.

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Vestivamo alla marinara, per davvero, poi a noi è sembrato strano che non sia più stato così.
Vestivamo alla marinara, due fratelli ed una sorella, non sapremmo proprio dire in quale istante poi siamo diventati grandi, perché sei bambino e poi all’improvviso ti ritrovi adulto e non lo sai nemmeno tu come sia accaduto, semplicemente succede.

Essere bambini non è sempre stato semplice per noi, noi non eravamo viziati e dovevamo sempre obbedire ai nostri genitori.

In piedi sulla sedia, sembra una piccola trasgressione ma se lo dice il fotografo allora si può fare, poi c’è tutto quel tempo da aspettare per la fotografia, è una cosa lunga e i bambini, si sa, sono irrequieti.

Vestivamo alla marinara e abbiamo vissuto momenti speciali, noi tre.
Sandro, Carlo e Luciana, sempre insieme.
Sempre uniti, come deve essere tra fratelli.

Noi non avevamo mica tante pretese, no.
C’era semplicemente una vita da vivere e già quello a volte era abbastanza complicato ma c’era tutto un mondo che non avevamo mai visto, posti che qualcuno ci ha raccontato.
Quelli che facevano viaggi e poi tornavano a casa magari ti parlavano di altre città, di paesi lontani e non bastano neanche le parole per descriverli mondi così.
Noi però avevamo la forza dell’immaginazione e la fantasia, avevamo quei mondi mai visti negli occhi.

Vestivamo alla marinara anche nei momenti più importanti.
E provavamo a volte una certa emozione che non sapremmo spiegarvi, quindi ci veniva anche un po’ da sorridere in quei momenti lì.
Poi c’era sempre quello che ti raccontava il mondo che tu non avevi mai visto ma sapevi che un giorno magari avresti fatto anche tu quello stesso viaggio e così avresti avuto una storia bellissima da raccontare.
Noi però le avevamo già negli occhi quelle storie, per tutti noi era così.

Stai serio, non distrarti, stai diritto.
E a volte uno poteva dire di avercela fatta, proprio come voleva la mamma!

Noi che abbiamo anche vissuto anni faticosi, quando eravamo piccoli mica potevamo saperlo.
Il futuro è sempre un mistero da scoprire e non sai mai cosa ti attende.

E poi, a volte, hai un fratello più grande.
E cresce con te, camminate insieme e diventate grandi insieme.
E per noi è stato così, sempre.

Vestivamo alla marinara e avevamo dei sogni, alcuni non li abbiamo neanche mai raccontati a nessuno, li abbiamo tenuti per noi, racchiusi nel nostro cuore.
E quando eravamo bambini credevamo che si sarebbero tutti avverati, in certi casi è capitato, a volte invece no.
E di noi ricordiamo perfettamente quegli istanti, quei momenti ricchi di sensazioni talmente intense che noi restavamo lì, con gli occhi spalancati sul mondo e ci batteva tanto forte il cuore che ci veniva proprio da trattenere il fiato.

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Il gioco è libertà, gioia e fantasia e i giochi dei bimbi di un altro tempo ci sembrano così semplici ma in realtà in certi casi era necessaria una certa abilità.
I bambini di un altro tempo non avevano genitori sempre pronti a fotografarli in ogni momento della loro vita e quindi per conservare la memoria dei giorni dell’infanzia bisognava affidarsi ad un professionista.
Inoltre, con tutta probabilità, i giochi con i quali questi piccini sono ritratti non erano neanche di loro proprietà ma erano pezzi che appartenevano al fotografo.
Lui è Valter con la sua sorellina Vanda, quanto si assomigliano questi due!
Il cappello della Regia Marina, il cappottino scuro con i bottoni grandi, l’espressione composta ed obbediente.

I giochi dei bimbi di un altro tempo evocano in noi un’inconsueta nostalgia di quello che non abbiamo vissuto.
Un cerchio e un bastoncino per farlo correre, tutta una questione di gioioso equilibrio: noi non ci abbiamo mai provato ma ci sarebbe piaciuto, vero?
Il suo nome è Piero ed eccolo qui in piedi sulla sedia con le manine sul suo cerchio e lo sguardo un po’ spaventato.

Non era il solo modo per divertirsi, grazie ad una vecchia foto ho scoperto un passatempo del quale non ero a conoscenza.
Servivano un cerchio di piccole dimensioni e due bastoncini, il cerchio veniva lanciato in aria e un compagno di giochi doveva prenderlo e rilanciarlo con gli stessi bastoncini.
Ho trovato qui la spiegazione e credo che si tratti proprio dello stesso gioco.
E c’è un bimbetto dall’espressione furbetta che potrebbe insegnarci alla perfezione tutta la procedura, direi che sembra sapere il fatto suo!

Ed ecco poi un bel cavallino.
In altre foto d’epoca più antiche e simili a questa ho notato che la base su cui si regge il cavallo risulta sopraelevata ed è dotata di quattro rotelle.
A guardar bene anche questo gioco ha le sue rotelline, sono inserite nell’asse di legno.
Cose di bimbi di un tempo diverso e distante dal nostro.

Giochi desiderati, giochi semplici ed entusiasmanti per questi bimbi di un altro secolo.
Nel tempo del divertimento, quando ancora bisogna diventare grandi.
E magari tu sei un ragazzino giudizioso di nome Valter, appena è possibile te ne vai fuori a giocare e fai correre il tuo cerchio così veloce, quando prende il via è un’emozione grande!
E hai una sorellina che si chiama Vanda, lei è curiosa e intelligente e vorrebbe sempre fare tutto quello che fai tu.
E così un bel giorno ti metti lì e le spieghi come funziona: la bacchetta, il cerchio e via, si parte!
E quando il cerchio inizia ad andare veloce è un’emozione così grande che davvero non si può raccontare.

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