Anni ’20: agosto ai Bagni Liggia

Ricordi i nostri giorni d’estate?
Andavamo sempre ai Bagni Liggia, quello era davvero il nostro posto.
E poi cresci, diventi grande, ma quei luoghi che appartengono ai giorni dell’infanzia non li potrai dimenticare mai.
Andavamo ai Bagni Liggia, sul finire degli anni ’20, la vita era una sorpresa, accade così quando sei un piccoletto che va alla spiaggia con mamma e papà.

Proprio là, nel levante della città, dove il clima sa essere dolce e piacevole.

Bagni Liggia (2)

Là, dove lo sguardo si perde a inseguire la costa frastagliata e le impervie bellezze della Liguria.

Bagni Liggia (3)

Nel tempo dell’infanzia c’era sempre tutta quella gioia nei nostri occhi, noi che nulla sapevamo del nostro futuro.
Con la mamma e con le zie, ognuna porta un cappellino diverso, è caldo nel mese di agosto ed è meglio ripararsi la testa.
Ed eccomi lì, a dondolare le gambe sul pontile, avanti e indietro, avanti e indietro.
Poi raccogli un sasso e stringilo in una mano, insegui i granchi, corri sul bagnasciuga e ridi fortissimo.

Era il tempo dei giochi sulla spiaggia, ai Bagni Liggia.

Bagni Liggia (5)

E ti ricordi?
Ci mettevamo a sedere sui sassi e la mamma ci faceva mille raccomandazioni.
Era un tempo dolce, quello.
E l’aria calda accarezzava la pelle, papà mi baciava la fronte e ogni giorno era una nuova avventura.

Quello, per noi, era davvero il nostro posto.
E questa è una cosa che non si sa spiegare: ritorni in un certo luogo e il cuore comincia a batterti forte perché lì ci sono i ricordi della tua vita.
Le risate dei grandi, le chiacchiere in riva al mare e la luce del sole che fa luccicare l’acqua.

Bagni Liggia (6)

E ti ricordi?
Ti ricordi le nostre merende tra le braccia di mamma?
All’ombra, perché faceva caldo ai Bagni Liggia, dopo il bagno ci mettevamo lì bravi bravi e ci godevamo qualche dolce bontà che mamma aveva preparato per noi.

E i giri in barca?
Ti ricordi quel rumore? Pluf! È il suono del remo che cade nell’acqua e poi ritorna su!
E andavamo al largo, facevamo i tuffi ed era tutto così semplice e perfetto, il ricordo di quei momenti speciali è ancora vivo e vivace.

Bagni Liggia (8)

E questo, cari lettori, è ancora uno dei miei giochi di fantasia.
Ho dato voce al bimbetto che avete veduto nelle immagini d’epoca, si tratta di tre fotografie, su due di esse a tergo una mano gentile ha scritto Bagni Liggia, specificando poi anche che le immagini risalgono ai mesi di Agosto del 1928 e del 1929.
Non c’è scritto nulla sulla terza fotografia della quale avete già veduto un frammento, qui di seguito la pubblico per intero.
Ed io penso di aver riconosciuto il bambino sorridente e anche la sua mamma, quindi presumo che anche questi siano i Bagni Liggia anche se non ne ho certezza.
Era il tempo dolce di agosto.
Sorrisi, aria di mare, onde frizzanti.

E poi, il tempo.
Scorre, scivola e svanisce.
E accade così, all’improvviso.
E ti resta il ricordo del tuo tempo d’estate ai bagni Liggia.

Bagni Liggia (10)

 

Annunci

Bambini di campagna

Due fotografie, infiniti mondi negli occhi e nei sorrisi delle persone che vi sono ritratte, nel tempo dell’estate in campagna.
Non conosco la località nella quale sono state scattate queste immagini ma penso di sapere che dovevano essere il ricordo di giorni felici.
E ci sono tre fratelli, a osservarli con attenzione sembra quasi che si distinguano dagli altri, lo si nota dagli abiti e dal loro atteggiamenti.
Forse sono bambini di città o forse sono i figli dei “signori” del paese, magari sono i piccoli del dottore o di qualche ricco possidente.
Abito alla marinara, sorriso divertito, la gerla sulle spalle forse più per divertimento che per dovere.

Ed ecco il più piccino dei tre, comunque doveva essere una peste, lo si vede chiaramente.

Al centro, con il suo abitino vaporoso e chiaro come le nuvole d’estate, la sorellina.
Seria, bene educata e compita, sfoggia anche un bel fiocchetto tra i capelli.

Bambini di campagna, in un frutteto.
Su un carro di legno cigolante, tutti insieme.
E sì, ci sono anche i fratellini dell’altra fotografia, oltre a loro altri bimbetti più piccoli.
E sono smorfie, ciuffetti biondi, magliette a righe, sole negli occhi, berrettini messi di traverso, bretelle incrociate, sorrisi ingenui e appena accennati.

E camiciole leggere perché fa caldo, cappelli di paglia, respiri trattenuti, inattesi stupori.
E per dirne una, osservate i due bambini in primo piano sulla destra, nell’immagine sottostante: mica l’hanno mai fatta prima una fotografia.
È capitato quel giorno lì e poi chissà, il più grande ne ha parlato per giorni con il nonno, raccontando di quella volta che gli capitò di essere sul carro e di fare la fotografia, che batticuore!

Bambini di campagna, a guidare il carro un uomo che ha conosciuto certo molte fatiche.
È scalzo, ha l’aria di serbare molti segreti per noi misteriosi, sono così quelli che sanno leggere le storie e le parole della madre terra, hanno una sapienza a noi sconosciuta.

In quel tempo, in campagna, c’erano tre fratelli.
E qualcuno li fotografò davanti a questa casa, forse ancora oggi quei muri racchiudono antiche memorie.

In quel tempo, davanti agli alberi, c’era un carro.
E appena si nota sulla sinistra la sagoma di una figura femminile, forse la moglie di colui che tiene le redini.
E là, tutti insieme, ci sono loro: bambini di campagna nel tempo di un’altra estate.

All’ombra degli alberi

Tra le dita delle donne scorrono i fili sottili, gli aghi lucenti, le stoffe lisce e chiare.
Ed è una quotidiana opera di precisione e pazienza, è cura, dedizione e amore, le voci cantilenano in sottofondo e accompagnano il ritmo di un lavoro certosino.
È un giorno qualunque, all’ombra degli alberi, uno della famiglia si improvvisa fotografo e si mette oltre la recinzione a catturare qualche immagine di momenti felici.
Sulla panca di legno il piccino di casa se ne sta seduto vicino alla scatola bella dove si conservano i rocchetti di filo, i bottoni dorati, le forbici e il puntaspilli.
È un giorno qualunque e le mani delle donne si muovono svelte, lei è così materna e paziente, osserva dolce e bonaria, timida forse, arrossisce e sorride appena.

Le mani delle donne preparano tovaglie, tende delicate, vestine candide e vaporose, camicini per neonati, ogni momento della vita ha il suo gesto gentile.
L’ago trapassa la stoffa e la tela prescelta, il ricamo prende forma punto dopo punto.
E ancora c’è una scatola che racchiude tutto ciò che occorre a queste donne per i loro lavori.

Sono sapienti gesti antichi e la bambina con il cappellino osserva da lontano con curiosità.
E si chiacchiera, si discute amabilmente, ognuna di loro ha una famiglia numerosa di cui prendersi cura, ognuna ha gioie, pensieri e fatiche.
E ognuna ha cifre da mettere sugli asciugamani, orli da rifare, sogni da realizzare.

Poi il tempo scorre e compie le sue evoluzioni, i giorni svaniscono e quasi non sembra possibile che accada così in fretta.
E le bimbe che si vedono sullo sfondo diventano grandi, da giovani spose anche loro conoscono a memoria l’arte di tagliare, cucire, ricamare e prendersi cura dei propri cari.
In qualche luogo forse saranno ancora conservate quelle tovaglie, i centrini, i fazzoletti bordati di pizzo e gli asciugamani bianchi con le frange, forse sul fondo di qualche cassetto avranno trovato posto le due scatole dei fili, quelle belle con le decorazioni.
C’erano le parole, c’erano queste donne, pazienti e amorose madri di famiglia.
Ed era un giorno qualunque, su una panca di legno, all’ombra degli alberi.

Entella Contini: la bambina con il salvagente

Questa è la storia di una bambina nel tempo di una lontana e calda estate.
Allegra nella sua ingenua gioia infantile, i suoi occhi brillano curiosi e cercano impazienti il mare, lei vuole soltanto correre libera tra le onde frizzanti, sono i giorni del gioco e del divertimento.
E la sua mano si posa, fatale, su quel salvagente.

Ha appena nove anni e sul suo costumino si legge quel suo nome romantico e ormai desueto: Entella.
Ha un fermaglio nei capelli, il sorriso luminoso, gli occhi brillanti di vita.

Entella e le onde, il suo mare è quello di Celle Ligure, il nome della località meta delle vacanze estive si legge proprio sul salvagente della bambina.

Entella Contini (3)

E il destino della piccola Entella si compie , la memoria della sua fine tragica è scritta ai suoi piedi.
Entella Contini, a 9 anni, mentre andava alla carezza dell’onda e folleggiando sorridea alla vita.

Entella Contini (4)

Un malore improvviso, il respiro che si spezza, l’acqua che la sommerge avvolgendo i suoi sensi e cancellando il suo sorriso di bimba.
La statua di lei è opera di Roberto Ersanilli, l’artista la ritrasse nel momento della sua ultima felicità.

Quando ero piccola mia mamma mi portava spesso a visitare i monumenti di Staglieno e la storia di Entella all’epoca mi scosse e mi colpì.
Era una bimba perduta tra le onde e mai più tornata tra le braccia amorose dei genitori, nel calore sincero della sua famiglia.
Sono sempre ritornata a trovarla, io sono divenuta una donna ma lei è rimasta per sempre bambina.
La sua tomba si trova nel Boschetto Irregolare, lungo la scalinata che conduce alla tomba di Mazzini.
Tra gli angeli, nel tempo dell’innocenza.

Entella Contini (6)

Là dove lei riposa c’è anche una fotografia che la ritrae nel tempo dei suoi sorrisi.
E se andrete anche voi a salutarla la vedrete, compita e sorridente con il suo vestitino chiaro con la gonna a balze, le maniche corte a sbuffo e un colletto ampio, ha le calze corte e le scarpe con il passante.
Si appoggia a una seggiola e sorride, ottimista e fiduciosa nel futuro.
La ricordo oggi, nel giorno dei suoi ultimi giochi tra le onde del mare, lei lasciò le cose del mondo il 22 Luglio 1921.
Ed è ancora così, come l’ho sempre veduta: Entella, la bambina con il salvagente.

Entella Contini (7)

Ricorderai

Ricorderai il calore dei sassi sotto i piedini per il sole dell’estate.
Ricorderai la spuma del mare sulle caviglie, l’onda sulle tue ginocchia bambine e il passo un po’ esitante e incerto per il timore di scivolare.
Ricorderai la tua gioia, le piccole conchiglie racchiuse nella manina, i pesci guizzanti e sfuggenti.
Ricorderai il tuo fratellino, complice compagno di giochi e di guai.
Ricorderai la figura sottile di tua madre seduta sullo scoglio in paziente attesa del tuo ritorno.
Ricorderai il suo viso dolce e rassicurante, lo sguardo limpido che ti insegnò in quale maniera guardare il mondo.
E poi le tue braccia spalancate, la tua risata fragorosa, un tuffo in mare, il bruciore negli occhi, trattieni il fiato, riemergi e respira.
E ancora ricorderai le voci sulla spiaggia e una sola chiama te, è la voce di lei che ti attende a riva.
Ricorderai, nel tempo che verrà, forse proverai a raccontare quei giorni della tua infanzia e ti sembrerà di non trovare mai le parole giuste.
E chiuderai gli occhi, sorriderai, ti batterà forte il cuore.
E ancora una volta ricorderai.

Due casette molto speciali

Le due casette prefabbricate di Fontanigorda si trovano un po’ fuori dal paese, lungo la strada che porta a Casanova.
Negli anni ’70, noi bambini eravamo sempre in giro e spesso facevamo le nostre scorribande in bicicletta verso il mulino così chiaramente passavamo davanti alle casette che allora per me avevano un fascino tutto speciale.
Ora, devo dire che non ho mai conosciuto i nomi dei proprietari di queste abitazioni sulle quali ho a lungo fantasticato da bambina, all’epoca in proposito io avevo le idee molto chiare.
Quelle erano casette straordinarie, ne ero certa: le case erano prefabbricate e questo dettaglio le rendeva ai miei occhi assolutamente sensazionali.
Non si trattava di case costruite in solida pietra o con le travi di legno: queste erano case moderne e solo per un caso fortuito si trovavano in Val Trebbia, avrebbero potuto essere in qualunque altro luogo.
Capite?
E insomma, a mio insindacabile parere casette simili avrebbero potuto essere collocate in California o nel New Jersey, tanto per dire.
Erano talmente innovative da essere uniche, in un certo senso.
E si trovavano in quel punto, dove la strada si snoda sinuosa come una musica.

Le casette prefabbricate hanno intorno boschi e prati e da un lato c’è l’orto, mi ricordo che in altri anni una delle due aveva un colore verde salvia.
E per l’appunto, essendo case speciali, chiaramente io pensavo che fossero abitate da persone altrettanto particolari.
Ad esempio, una tipica famiglia americana con una schiera di figli biondi e bellissimi, tipo la famiglia Bradford.
Ora, chiaramente la logica dovrebbe aiutare a trarre certe conclusioni.
Come mai questi delle casette non si vedevano mai in paese?
Perché nessuno di loro veniva mai a far la spesa?
E per quale motivo tutti i loro bambini biondi non venivano mai a giocare con noi?
Non si vedevano neanche nei giorni di mercato, quando si andava a comprare le bolle di sapone!
La fantasia e la logica non vanno tanto d’accordo, quindi io non mi sono nemmeno mai posta tutte queste domande senza costrutto.
Ero certissima che in quelle casette ci fosse la cucina con l’isola centrale e tutti gli elettrodomestici del caso, proprio come nei telefilm.
Poi c’era la scala, altro dettaglio non trascurabile, nelle camere dei bambini c’erano i letti a castello.
E si faceva colazione con enormi tazze di latte, ovviamente.
E c’era un salotto con un tavolino al centro, il caminetto e la televisione.
Erano gli anni ’70 e io passavo in bici con le mie amiche davanti alle casette prefabbricate di Fontanigorda.
E c’era questo mondo fantastico e favoloso ed era proprio là, dove la strada si snoda con quelle curve meravigliose.

Ancora sorprese alla fermata dell’autobus

Torno ancora ad aggiornarvi su una questione che ormai si ripete con una certa regolarità, ad ogni stagione c’è una nuova sorpresa che mi attende.
Ed è ben evidente che nei dintorni deve esserci qualche concittadino che si diverte ad arredare una certa fermata dell’autobus, c’è da dire che in Circonvallazione a Monte non restiamo mai delusi.
Ecco il riassunto delle puntate precedenti: tutto iniziò nel lontano 2013.

Venne poi l’anno 2015 e portò una bella poltroncina.

Non passò molto tempo, l’albero si ricoprì di foglie e alla fermata dell’autobus ecco nuove comodità per i fortunati viaggiatori in attesa.

Giunse poi la primavera del 2016: due cuori e una fermata dell’autobus.

Tempo dopo, al principio dell’estate del 2017, ecco comparire in un angolino una sistemazione adatta a un bimbetto sgambettante.
Ed è come assistere a una storia, in un certo modo.

Ancora il tempo passò, trascorsero i mesi e giorni.
E a febbraio di quest’anno mi capitò di vedere alla fermata dell’autobus due seggiole in stile, devo dire che avevano anche una loro eleganza.

E qui vi lasciai, qualche mese fa conclusi il mio post con speranzoso ottimismo, certa che la faccenda non fosse finita lì.
E voilà, eccoci alle soglie di una nuova estate e alla fermata dell’autobus non mancano le sorprese per grandi e piccini.
Un caro saluto a tutti voi, aspettando la prossima puntata!

La forza di una madre

Buona e affabile, severa ma giusta, sempre paziente e pronta ad ascoltare, una madre a volte disposta anche a nascondere le sue preoccupazioni.
Ed eccola vicina alle sue ragazze, ad ognuna di loro ha trasmesso il suo senso di generosità e la sua modestia, ad ognuna di loro ha insegnato la buona educazione, il ricamo a punto intaglio e certe filastrocche mai dimenticate.
Per ognuna ha preparato un corredo, ad ogni figlia ha destinato uno dei suoi anelli.
E non si risparmia, da madre amorevole e protettiva.

E poi, in certe famiglie numerose, a volte il primogenito segue le tracce paterne, raccoglie un testimone e magari porta avanti un’attività che con gli anni è divenuta fiorente.
Fratelli e sorelle, ognuno è una speranza e un pezzo di cuore.

E poi c’è la più piccina, è timida e coccolata da tutti, lei è la gioia dei suoi genitori.
Manco a dirlo, tra tanti figli uno solo è il più irrequieto ed è vero, porta l’abito dei giorni di festa con quel grande fiocco sul gilet, ostenta pure una certa sicurezza.
E poi ha quel sorrisetto, lui è quello che fa sempre disperare la mamma, fa i dispetti alla sorellina e ne combina di tutti i colori.

E lei, la mamma, lo riprende con la sua dolce pazienza, poi lo coccola, a volte sembra quasi che lo vizi un po’ ma in realtà è semplicemente affettuosa come è sempre stata con tutti i suoi figli.
Con costanza e abnegazione, con i suoi piccoli eroismi quotidiani e senza paura, unica e speciale, con la forza di una madre.

Costruendo il futuro

Ritorna davanti ai nostri sguardi un’immagine che viene dal passato e racconta di fatiche e sudori, forse di insperate conquiste e di grandi cambiamenti.
Non conosco il luogo e la data di questa fotografia, sullo sfondo ci sono alcuni spettatori, non so se anche loro abbiano partecipato a questi lavori che si effettuavano per costruire chissà quale edificio.
Mattone su mattone, pietra su pietra, con dedizione.
E c’è un giovane uomo che ha davvero dipinte negli occhi la sua determinazione e la sua voglia di fare.
Lui è uno che ha la testardaggine di voler cambiare il mondo, per lo meno il suo mondo.
Un gilet, una sciarpa intorno al collo, un cappello calcato sulla testa.
E la fierezza, quella la condivide con i suoi compagni di lavoro.

Quindi.
Ti sporchi le mani, ti spezzi la schiena, magari la tua paga non è neppure tanto alta.
Guadagni quello che meriti?
Vivi nella maniera che desideravi?
Comunque vada tu sorridi perché nella vita sorridere conta quasi quanto respirare, è una diversa forma di speranza.

Spatole, mazze, secchi e mattoni e nella foto c’è persino qualcuno che non dovrebbe essere in mezzo ai grandi.
Lui ha l’età per giocare a nascondino e per andare a pescare, dovrebbe andare in giro a fare scorribande in bicicletta e poi ritemprarsi con una buona merenda a base di pane e marmellata.
E forse si è solo fatto ritrarre con i compagni di lavoro di suo papà, mi piace pensarla così.

Pietre, mattoni, polvere, sudore.
E fatica, tanta.
E saggezza, esperienza, trucchi del mestiere che quelli più grandi insegnano ai più giovani.
E umiltà, sempre.

In un giorno qualunque, in un tempo di giornate forse tutte uguali.
Pensando sempre al domani.
Costruendo una solida casa, costruendo i giorni del proprio futuro.

Bambini di un altro tempo

Ci sono fotografie che raccontano in quale maniera si diventa grandi, il cammino non è per tutti uguale, per alcuni è più difficile e per altri, invece, può essere semplice e piano.
Questa foto di gruppo viene da un altro tempo e ritrae bimbi di diverse età e si notano bretelline, frangette, riccioli scomposti, grandi fiocchi e facce imbronciate.
Forse a tutti era stato detto di essere buoni e obbedienti mentre il fotografo Andreata scattava questa fotografia.
E loro, i bambini, hanno fatto del loro meglio, come sempre.

E mi pare di scorgere qualche somiglianza, la ragazzina più grande sembra essere una protettiva sorella maggiore.

Niente sorrisi, visini seri e persino un po’ ombrosi.
Le mani aperte sulle ginocchia, l’abitino a quadretti, gli occhi sgranati e smarriti.
La prima bimba a sinistra, la biondina con i capelli raccolti in una coda, non è figlia unica.

Eccola lì seduta per terra la sua sorellina minore, è quella sulla destra, le due portano vestiti fatti con la stessa stoffa, hanno la stessa espressione negli occhi e pure lo stesso stesso nasino.

Funziona sempre così nelle foto di gruppo: i piccoli stanno davanti e seduti per terra, i più grandi in ultima fila in piedi insieme agli adulti.
E a volte in certi sguardi si scorgono rigore e severità, sembra non trasparire quasi nessuna dolcezza, credo che questo accada perché noi non sappiamo guardare bene o forse siamo abituati ai nostri atteggiamenti spigliati davanti a una macchina fotografica.
E invece se guardate con attenzione vedrete che la bimba piccina stringe le dita della donna alla sua sinistra e in quel gesto c’è tutta la tenerezza che le parole non possono descrivere.

Certe fotografie raccontano di quaderni a quadretti, di paginate di aste, di letterine di Natale, di matite colorate e di filastrocche in rima da imparare a memoria.

E poi nelle fotografie di questi giorni lontani c’è sempre qualcuno che attira maggiormente la mia attenzione, magari per la gestualità o per una particolare espressione.
Ed eccolo qui, lui un marinaretto un po’ irrequieto, deve essere uno di quelli che non stanno mai fermi e che alla prima occasione ne combinano di tutti i colori.
Insomma, un adorabile bambino terribile!

E che dire del piccoletto seduto per terra che è tutto preso a rimirare la sua tazza?
Non gliene importa proprio niente di quello che accade attorno a lui!

Fiocchi, sorrisi, sogni, dubbi, calzini corti ed incertezze, scarpette con il passante e pianti a dirotto, camiciole candide e risate rumorose.
Cose di bambini di un altro tempo.
Con un destino da scrivere, giorno dopo giorno.

Tutti insieme per la fotografia, imparando a diventare grandi.