Estate ad Albissola

E ancora tornò l’estate, sulla Riviera di Ponente, il sole radioso brillava alto nel cielo azzurro di Albissola.
L’onda lenta sfiorava la riva ed ogni istante era pura gioia, felicità e serena rilassatezza.
Con la maglietta a righe, i capelli tirati indietro e il sorriso migliore a illuminare viso.
Sulla spiaggia, davanti alle barche, in un giorno felice.

Un abito leggero, un foulard al collo, un costume scuro con la cintura più chiara, le signore seguono sempre la moda e gli stili maggiormente in voga.
I più piccini assaporano l’entusiasmante senso di libertà: un vestitino chiara, un cappellino in testa, un costume con le bretelline e tutta l’estate e tutta la vita davanti.

Ecco poi due bimbette, anche loro ritte sulla barca per la foto ricordo del tempo della villeggiatura.
Pettinature a caschetto, una certa timidezza, un sorriso spontaneo e innocente, i costumini a righe e ancora tanti sogni, desideri e gioie da assaporare.

È un’immagine conservata come memoria di una stagione felice, di giorni di tuffi e di corse sulla spiaggia, di onde e tramonti, piccoli istanti preziosi da serbare per sempre nel cuore.
Era il tempo d’estate, nella bella Albissola.

Copricostumi, cuffie e ricordi d’estate

Aprendo la scatola dei ricordi so sempre che tra voi qualcuno conserva dolci memorie simili alle mie.
Di quel tempo là, quando eravamo piccoli, in quegli anni ‘70.
Quando si andava al mare per noi bambini come copricostume bastavano una maglietta e un paio di calzoncini e via, eravamo pronti per la spiaggia!
Le mamme e le zie, invece, a pensarci oggi, caspita erano sempre eleganti!
Eh sì, pure per andare al mare, ricordo certi abiti con fantasie sgargianti e certe cinture dorate: mia mamma aveva un copricostume giallo e arancio, una delle mie zie invece prediligeva il viola e il turchese.
E non mancavano mai gli accessori coordinati, come certe collane coloratissime e gli orecchini ingombranti.
Non parliamo poi degli occhiali da sole: in quelle estati là andavano di moda gli occhiali grandi, molto fatali, che ricordo!
All’epoca, tra le cose che sinceramente mi stupivano delle nostre vacanze al mare, c’era il rito di andare dal parrucchiere.
Io ricordo perfettamente il negozio, a poca distanza da casa, le poltrone tutte allineate e le signore pazienti e diligenti con i bigodini in testa sedute sotto il casco.
Mi pareva una cosa insolita, devo ammetterlo, io da bambina pensavo che in estate si potesse anche andare in giro con i capelli al vento, ecco!

Le mamme degli anni ‘70, invece, erano proprio di diverso avviso, intanto loro avevano la soluzione per proteggere i loro capelli.
Ve lo ricorderete tutti: all’epoca si faceva il bagno con la cuffia.
Eh, quelle cuffie erano spesse, coloratissime, impegnative, con certi fiori grandi sul lato o con altre applicazioni.
Per me fare il bagno con la cuffia era una faccenda anche un po’ fastidiosa, diciamolo, vuoi mettere la bellezza di sentire i capelli che scivolano sulla schiena seguendo l’onda e poi uscire con tutto il salino addosso e starsene un po’ sotto la doccia?
La zia, invece, la pensava proprio in un altro modo.
Lei faceva il bagno rigorosamente con la cuffia, nuotava con una certa grazia, andando al largo, poi a un certo punto scompariva e da lontano si vedeva solo il colore della sua cuffia.
Anche io da piccola qualche volta ho portato la cuffia, ho pure qualche fotografia che lo testimonia.
Erano bei tempi e in ogni caso, anche nelle cose che mi parevano strane, c’era sempre qualcosa di bello.
Ad esempio, quando si andava dal parrucchiere, fuori dal negozio c’erano tutte quelle ceste piene di pinze, fiocchi, mollettine e pettinini e specchietti e bustine e spazzoline.
E insomma, a volte se ci penso, mi sembra di essere ancora là, davanti alla cesta, a due passi dalla pizzeria.
C’è anche una musica che suona il lontananza, forse è una canzone di Marcella Bella o magari di Donna Summer.
Ho cento lire per il gelato, sarà difficile sceglierlo ma alla fine, lo so, sarà quello giusto per me.

Sulla Passeggiata di Nervi

Ed ecco la dolce bellezza della Passeggiata di Nervi: il fragore del mare, le onde impetuose, i profumi mediterranei, il vento che smuove le fronde e tutto rinfresca e sempre si rinnova questo splendore.
A volte si osserva da lontano e non si distinguono i volti e le figure ma si ammira l’insieme e il panorama incantevole che ammalia lo sguardo.

Mettiamo la mano sulla sinuosa ringhiera turchese e percorriamo insieme un breve tratto, calcando i mattoni rossi della passeggiata che si snoda lungo gli scogli di Nervi.
E cerchiamo una panchina tutta per noi, davanti al mare inquieto.

Non siamo certo gli unici ad aver avuto questa splendida idea, le panchine della Passeggiata di Nervi sono da sempre il luogo perfetto per riposarsi e fermarsi a chiacchierare.
Ecco infatti alcuni signori impegnati in una piacevole conversazione.

E ancora, poco distante, gente che va e gente che viene, davanti a questo mare.
Una figuretta sottile e aggraziata incede con passo sicuro: è una giovane donna e porta con sé due belle bimbette, la più grandicella ha due lunghe trecce che le cadono sulla schiena, la piccolina si lascia quasi un po’ trascinare con il suo passo incerto.
Tutti loro sono là, sulla Passeggiata di Nervi.

E come vi dicevo, a volte si osserva da lontano e non si riescono bene a distinguere i volti e le persone eppure ci sono, in questo luogo tanto amato.
Se voi siete d’accordo, cari amici, io mi fermerei qui, che ne pensate?
Potremmo restare un po’ al chiosco della Marina a seguire il tempo che scorre, con questa dolcezza, sulla Passeggiata di Nervi.

Le nostre Barbie

E poi, un bel giorno, va a finire che su un banchetto del mercatino trovi le Barbie, proprio quelle con le quali ti piaceva giocare.
Oh, so bene che sto intavolando un argomento sul quale si potrebbero scrivere pagine e pagine e a dir tutta la verità io ovviamente ho ancora le mie Barbie e la valigetta con tutti i loro abitini variopinti e colorati, un giorno o l’altro ve li mostrerò!
Dunque, le nostre Barbie erano delle tipette ambiziose, bastava appunto dare uno sguardo al loro guardaroba: cappelli, scarpe, stivali di tutti i colori, calzoncini, gonne, completi sportivi, abiti da sera e vestiti per ogni occasione.
Alla Barbie del resto sta bene tutto, lo sappiamo.
E noi che siamo state bambine negli anni ‘70 abbiamo pure avuto il privilegio di possedere la Barbie con le gambe rigide, quella che riusciva a piegare le ginocchia è venuta dopo!
La Barbie è sempre stata bionda bionda bionda e io da piccola amavo moltissimo che avesse quei capelli dritti dritti dritti che in realtà erano pure un po’ spessi: nella vita vera le bionde naturali hanno in genere i capelli sottili, eh!
La Barbie invece no, lei è un’eccezione in tutto e i suoi capelli sono piuttosto spessi.

La Barbie ha poi gli occhioni grandi grandi e blu e mi pare di ricordare che le nostre bambole di quel tempo là avessero anche un accenno di trucco chiaro sugli occhi secondo lo stile degli anni ‘70.
Le mie Barbie hanno avuto la sfortuna di avere una padroncina un po’ disordinata, ammetto che spesso e volentieri mi ritrovavo con le scarpe scompagnate ed era una cosa piuttosto seccante!
So per certo di avere da qualche parte una scarpetta gialla, una sola, manco stessimo parlando di una moderna Cenerentola!
La Barbie poi aveva anche una sorellina più piccola, la mitica Skipper e pure lei era bionda e ricorderete che aveva la frangetta, io avevo ben due Skipper e trovavo che fossero due ragazzine piuttosto simpatiche, la nostra cara Barbie non sarebbe stata la stessa senza quella sorellina lì.
Sì, lo so, poi c’era anche il Ken, ricordo alla perfezione che il mio aveva un maglione a quadrettoni arancio e marrone, Ken era un bel ragazzo ma nel complesso mi pareva un tipo un po’ ingessato.
E poi a quell’epoca il nostro Ken aveva i capelli di plastica e questo mi lasciava perplessa, io non ho mai capito perché non avesse  i capelli come la Barbie, chissà!
In ogni caso la nostra eroina era lei, la bellissima Barbie, con i suoi accessori rosa fucsia, la macchina decapottabile, la moto, la casa in ordine perfetto e l’armadio pieno di vestiti.
La Barbie nuotava, giocava a tennis, a golf, andava a cavallo e insomma, come sappiamo aveva una vita interessante e non si annoiava mai.
Io ho un bel ricordo di lei e credo sia stata una piacevole compagna di giochi per noi bambine degli anni ‘70.
Così eterea, bionda e inimitabile: così Barbie come sempre è stata.

L’album delle figurine

Tutti coloro che sono stati piccoli negli anni ‘70 hanno avuto la gioia di dilettarsi con l’album delle figurine e a pensarci viene davvero un po’ di nostalgia.
Beh, a dire il vero anche i bambini che sono venuti dopo di noi sicuramente hanno avuto il loro meritato album, le figurine sono sempre state gioie dell’infanzia!
E in tutta sincerità non so neanche dire se fosse poi così importante completare l’album: la cosa bella era avere le figu, mi ricordo che le chiamavamo così.
E quindi, con un rito che si ripeteva puntuale, in certi specifici giorni papà tornava a casa dall’ufficio con i pacchetti di figurine, non vedevamo l’ora di mettere le mani sul malloppo, vi ricordate?
Ah, poi alcune figurine si ripetevano e si ripetevano all’infinito, accidenti!
Aprivi il pacchetto e c’era sempre quella là che avevi già trovato come minimo tre volte e la figurina di troppo se andava così a finire dritta nel mazzo di quelle da scambiare.
Spacchettare le figurine era gioia, attesa e divertimento vero ed era sempre accompagnato da quella tiritera che ancora tutti ricordiamo: celo manca, celo manca… e lo scrivo così perché noi lo dicevamo proprio così!
Insomma, non so quanti album di figurine abbiamo avuto noi fortunati bambini degli anni ‘70, mi viene in mente di scriverne perché l’altro giorno per puro caso ho trovato tra le pagine di un libro della mia infanzia il dorso di una di queste figurine che ora viene così elevato al livello di cimelio di quel tempo là!

Non mi ricordo proprio di quale figurina si trattasse anche perché, come molti di voi, ho raccolto figurine di tutti i tipi: di fiori e di animali, di Heidi e della mitica Barbie, non mi sono invece mai dedicata alle figurine dei calciatori perché il calcio proprio non mi interessava.
E comunque era sempre un bel divertimento mettersi seduta per terra con l’album e i pacchetti di figurine, sperando sempre di trovare quella là così rara che non capitava mai!
E vi ricordate? C’erano dei disegni composti da più figurine e quanto capitava di averne trovate due su tre diventavo particolarmente ansiosa di trovare la figurina mancante e il destino a volte me la faceva proprio sospirare!
E tuttavia era bello avere un album da completare: una volta terminato si metteva da parte e si aspettava di aver un nuovo album da riempire.
E ancora celo manca, celo manca e un nuovo mazzetto di figurine doppie da scambiare con gli amici: insomma, una di quelle cose che noi che eravamo bambini negli anni ‘70 ci ricordiamo proprio bene!

I pensieri del piccolo Giambattista

Di lui è rimasta per certo un’immagine dei giorni della sua infanzia e ad osservare l’opera nella quale egli è ritratto sorge spontaneo chiedersi quale destino abbia poi incontrato questo bambino e quali fossero i suoi pensieri.
Il suo nome è Giambattista e così lo si vede, affranto e dolente, nella scultura che adorna il cippo marmoreo posto sulla tomba di suo padre Michele Marré.

Eccolo questo papà troppo presto presto perduto, ha il volto serio e amorevolmente bonario.
L’opera è collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, a scolpirla con mirabile cura fu Giovanni Scanzi nel 1884.

La scultura fu commissionata dall’Avvocato Angelo Marré, con tutta evidenza si trattava di un parente stretto del defunto.
Il fatto che non risulti in nessun luogo il nome di una vedova mi induce a supporre che il piccolo Giambattista in quell’epoca non avesse più nemmeno la mamma: chiaramente non è una certezza ma soltanto una mia personale deduzione alla quale sono giunta osservando il complesso dell’opera.

Il piccolo invece è figura presente e viva della quale si vuole lasciare memoria anche nell’iscrizione incisa nel marmo a ricordo del padre Michele.

Nel progetto iniziale dell’opera Scanzi aveva ritratto il bimbo con un libro nella mano mentre nella realizzazione della scultura pose invece tra le dita del bimbo un cappellino.
La luce così sfiora la sua giacchetta e le sue fattezze di fanciullino.

Lui porta gli stivaletti alla caviglia chiusi da una fila di bottoncini, altri piccoli bottoni tondi sono sui suoi pantaloni.

Questo piccolino visse in un’epoca diversa dalla nostra e ancora così lo vediamo in un momento di grande difficoltà per lui.
Nei suoi occhi e nella sua mente si celano i suoi dolci pensieri di bimbo, le sue nostalgie e il rimpianto di quell’affetto perduto.
Ancora aggi il nostro sguardo trova il visetto dolce del piccolo Giambattista così come lo ritrasse con il consueto talento lo scultore Giovanni Scanzi.

Sui prati di Torriglia

Era uno di quei giorni dolcemente semplici, tra il verde generoso della campagna, sui prati di Torriglia.
Tra api ronzanti, uccellini ciarlieri e fiori che sbocciano ondeggiando smossi dal vento gentile.
Questa è la memoria di uno di quegli istanti che poi si ricordano con nostalgia, ripensando all’infanzia, alle ore spensierate, alle corse sui prati e alle risate gioiose.
Ed è una felicità radiosa ad illuminare il visino di questa bimba: lei porta il grembiule nero, i capelli folti fermati da una parte con una mollettina, ha un sorriso tenerissimo e un mazzo di margherite in una mano.

E poi ecco lui, ha il sole negli occhi, una mano su un fianco e un’espressione divertita.

E poi loro due: uno ho il fiocco grande sul grembiule da scolaretto e l’altro una magliettina a righe.
Ed è una di quelle giornata semplici e comuni eppure un po’ speciali anche se in realtà, in quel momento tu sei lì con i tuoi pochi anni e non te ne rendi certo conto.
Molto tempo dopo, invece, capirai l’assoluta unicità di quei momenti e magari ti sembrerà di sentire ancora il profumo dell’erba di Torriglia.

Ed ecco il più piccino con i suoi capelli biondi seduto per terra tra i fiori e le dolcezze della campagna.

E poi ancora, pettinature composte, un bel tessuto a righe, questi sorrisi così garbati e puliti, una gioia narrata dalle espressioni, dagli sguardi e dal senso di tranquillità che ispirano tutto coloro che in quel giorno si trovarono insieme su un prato della Val Trebbia.

La bella fotografia del fotografo Rusconi di Torriglia restituisce così l’immagine di un istante di vera serenità.
La luce si posava così sull’erba chiara e sbocciavano gentili le semplici margherite: era un tempo felice sui prati di Torriglia.

Auguri di Buona Pasqua!

Così arrivano i miei semplici auguri per questa festività, con una dolce cartolina del tempo passato: ci sono un prato verde, un albero in fiore, una bimbetta, un uovo e un tenero pulcino.
A voi auguro di trovare la perfetta bellezza di questa semplicità e di riscoprire ritrovati stupori infantili che sappiano colmare il cuore di vera gioia.
Care amiche e cari amici, a tutti voi Buona Pasqua!

Madame Rozier e la bambina di Vienne

La piccina giunse accompagnata dai suoi cari genitori, la sua espressione intimidita tradiva una certa emozione.
Madame Rozier la accolse affabile nel suo studio, tutto già era pronto per quel momento speciale che mai sarebbe stato dimenticato.
Madame Rozier sorrise e la bimba arrossì: docile seguì le istruzioni impartite dalla fotografa e assunse la posa che le veniva richiesta.

Indossava quell’abitino bordato da pizzi, uno dei suoi preferiti: ecco le maniche corte, un gran fiocco sul davanti e tra le dita una fragile rosa.
Così posata, con questa grazia garbata di bimba.

Portava poi le calze scure e le scarpette belle ed eleganti con la punta leggermente all’insù.

La bimba di Vienne sarà poi divenuta una giovane donna affascinante ed elegante, noi la conosciamo solo così, in questo frammento dei suoi giorni d’infanzia.
Acquistai questa fotografia per l’abitino ricercato della bimba e per l’insieme a mio parere così ben riuscito, solo in seguito ebbi occasione di notare che la carte de visite è opera di una fotografa che certo doveva conoscere tutti i segreti della sua arte e questa è la ragione per la quale ho scelto proprio questa immagine per il giorno dedicato alle donne.
Ecco il retro della fotografia, in questa maniera la nostra Madame Rozier presentava alla sua clientela la sua attività di fotografa che lei esercitava in uno studio di Vienne.
Il suo nome è così illuminato da quel fascio di luce, una cosa magnifica e innovativa.

Là giunse un bel giorno anche questa piccina, il suo visetto di bimba ci è restituito in tale maniera dall’arte fotografica di un’abile fotografa.
E così questo post è dedicato alla bimba di Vienne e all’intraprendente Madame Rozier ma anche a tutte le donne grandi e piccine, alla loro unicità, al loro coraggio e ai loro splendidi e preziosi talenti.

Ricordando Claruccia

Il suo viso resta nell’ombra e nel silenzio, lei là rimane, nel Porticato Montino del Cimitero di Staglieno.
Piccola Claruccia, troppo presto strappata all’abbraccio amoroso della sua mamma e del suo papà, la bimba era nata nel 1921 e visse quindi in un’epoca di grandi cambiamenti e anche la statua nella quale lei è effigiata è una testimonianza del gusto del tempo.
Dolce Claruccia, lei era la figlia del pittore Ubaldo Isolabella il quale affidò allo scultore Eugenio Baroni la realizzazione del monumento funebre che venne ultimato nel 1930.

Il visino di lei appare anche nel tondo che ci restituisce l’immagine ingenua di questa tenera bimbetta.

Eugenio Baroni, autore tra il resto del Monumento ai Mille sito nella zona di Quarto, era all’epoca padre di una bambina che aveva all’incirca l’età della piccola Claruccia e quindi sapeva comprendere lo strazio dei poveri genitori.
A proposito di questa vicenda ho tratto alcune notizie dal libro “Lo Scultore Baroni” di Sergio Paglieri edito da Prima Coop. Grafica Genovese nel 1994, un volume che vi consiglio vivamente se siete interessati ad approfondire la vostra conoscenza sull’opera di questo artista.
Nel suo accurato lavoro Paglieri narra che Baroni vide le fotografie e i filmini di famiglia e così ritrasse la piccola nella sua eterea fragilità.
Così la mostra, attonita e sorpresa, la sua postura è l’immagine del dolore, la fine la coglie prematuramente e la rapisce portandola via, Claruccia spalanca così gli occhi stupiti e apre le braccia nel vortice che la condurrà lontana dalla sua vita di bimba.

È una rappresentazione potente e commovente, insolita e particolare.
Lei è là sospesa, in quel frammento straziante nel quale è stata ritratta.

Claruccia Isolabella lasciò le cose del mondo in un giorno d’estate del 1926, scrive ancora Paglieri che a stroncare la piccina fu una difterite letale contratta durante una vacanza in montagna.

Eugenio Baroni effigiò nel marmo il suo abitino ondeggiante in quel vento sinistro che la travolse, il suo viso stupefatto e inquieto, le sue braccia esili e le manine semichiuse in un tempo che non le lasciò scampo e salvezza.

E ancora là resta la piccola Claruccia, così fragile e per sempre bambina.