Tornerà l’estate

Tornerà l’estate, tornerà anche per te.
E sarai un po’ più grande, sempre curiosa e così vivace.
Tornerà l’estate e avrai imparato a scrivere veloce, a contare fino a cento e pure oltre, ti farai le trecce da sola e ti rimirerai allo specchio.
Avrai piccoli orecchini d’oro, una collana di perle, un cappellino per i giorni di festa.
Tornerà l’estate e tu vedrai quella fotografia di te bambina: ha un difetto di stampa, è sgualcita e persino macchiata, è passato tanto tempo da quel giorno!
Tornerà l’estate e tu ritornerai ancora là, sulla spiaggia di Albissola.
Allora eri piccolina e te ne stavi ritta su quel gozzo, eri tu nei giorni della semplice felicità.
Frangetta, capelli a caschetto, sandalini bianchi, un completino a righe e il vento di Liguria che smuove quel tessuto leggero.
Una manina sul fianco, l’altra sulla barca.
E osservi.
La tua fotografia.
Tornerà l’estate e sarai ragazza, coraggiosa tuffatrice, sirena sinuosa tra le onde agitate.
Tornerà l’estate e ancora tornerai, sposa felice e madre amorosa.
Cadranno le foglie d’autunno, la neve coprirà le gemme e spunteranno timidi, ancora, tanti piccoli boccioli.
E verrà il solleone, con i suoi profumi intensi e tu li sentirai.
Tornerà l’estate e tornerà per te e tu sarai ancora là, con i tuoi ricordi, davanti al mare di Albissola.

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I sospiri di Carlotta

I sospiri di Carlotta non si sanno raccontare, risuonarono in certe antiche stanze illuminate da tremule fiammelle, nella casa dove lei visse i suoi giorni di sposa felice e giovane madre.
E così l’ho immaginata affranta, inconsolabile, smarrita e avvinta in un dolore per il quale forse le fu difficile trovare conforto.
Eppure Carlotta aveva forse questa forza nascosta che le donne spesso portano in dote senza neppure saperlo.

E forse lei usava recarsi al Cimitero Monumentale di Staglieno insieme ai suoi bimbi, proprio così è ritratta nel monumento dedicato al suo compianto marito Francesco Giuseppe Casella e opera dello scultore Giuseppe Benetti.

Monumento Casella (2)

Con i suoi piccini condivide gli istanti di raccoglimento e il saluto frequente a lui che se ne è andato troppo presto.

Monumento Casella (3)

Solleva con modi afettuosi il suo bimbo piccino verso l’immagine dell’amato padre.

Monumento Casella (4)

I suoi bimbi sono vestiti con gran gusto ed eleganza, non inganni il grande fiocco lezioso: i figli di lei sono due maschietti, sul finire dell’Ottocento si usavano questi abiti per i bambini.

Monumento Casella (4a)

Sono scolpiti nel marmo i nomi dei componenti di questa famiglia.

Monumento Casella (5)

Il maggiore dei due porta un cappottino con i bottoni grandi e un colletto di raffinato pizzo.

Monumento Casella (6)

E Carlotta quasi non appare e forse fu lei a volere questo.
Si intuisce la sua figura sottile avvolta in un pesante manto, si nota la sua materna femminilità nella sua posa e nei suoi modi.
Carlotta è nei suoi figli, nel frutto di quell’amore troppo presto compianto, in quel sentimento che lei prova per loro e in quell’amore che loro restituiscono a lei e a quel padre perduto.
E lei desidera che il suo amato compagno di vita sia ancora amato, ricordato e rimpianto.

Monumento Casella (7)

Carlotta è in questo respiro tenace della memoria, nelle ditina che sfiorano il volto benevolo e al contempo severo del capofamiglia.

Monumento Casella (7a)

Ed è in quelle mani giunte in speranzosa preghiera.

Monumento Casella (8)

Carlotta è nella sua forza caparbia, nella sua volontà di conservare i suoi più cari affetti e di tenere unita, in un cerchio di amore eterno, la sua cara famiglia.

Monumento Casella (9)

Di lei appena si nota il profilo aggraziato, nella sua silenziosa e potente presenza.

Monumento Casella (10)

Il tempo scorrerà, i figli cresceranno e da adulti torneranno in questo luogo e rivedranno il monumento di Giuseppe Benetti dove essi sono ritratti bambini accanto alla loro madre amorosa, nel tempo della perdita e dello smarrimento.

Monumento Casella (11)

E troveranno ancora conforto nell’immagine grandiosa di lei, nella forza del suo sentimento capace di superare ogni confine, in questo respiro potente di madre amorevole e amata.

Monumento Casella (12)

Noi tre

Ricordi?
Eravamo sempre noi tre, sempre noi.
Una bicicletta, prima appartenuta al più grande e poi, a seguire, a noi più piccoli.
Noi tre.
Portavamo i pantaloni di velluto a coste, la gonnellina scozzese, i maglioncini blu con i disegni.
Codini, capelli a spazzola, riccioli ribelli.
Guance rosse, dentini caduti, graffi sulle ginocchia a volte.
Noi tre, sulla giostra, con lo zucchero filato che si appiccica sulla faccia, i bon bon di gelatina oppure il gelato nella bella stagione.
Stai seduto composto.
Niente gomiti sul tavolo.
Ricordati di dire sempre per favore e grazie.
Niente capricci.
Mica sempre però, dai.
Ogni tanto noi tre correvamo liberi e allora non c’era proprio verso di prenderci, quando giocavamo a guardie e ladri poi!
Noi tre sapevamo meglio di qualunque filosofo cosa sia quella cosa chiamata felicità, solo che spiegarlo ai grandi non è per niente semplice, tutto sommato.
Poi ci veniva il fiatone e ci veniva da ridere anche, tutto insieme in una volta sola ed era come un’emozione bellissima.
E ci mettevamo là, ognuno sulla sua seggiolina.
E avevamo questo segreto da custodire e così difficile da spiegare: il segreto della felicità.

Camogli

Una bambola molto speciale

Giù dal letto, di mattina presto.
Dopo aver passato tutta la notte a sognare e a sperare: chissà cosa porterà Gesù Bambino, non vedi l’ora di scoprire i tuoi regali sotto l’albero.
E poi ecco arrivare finalmente la mattina del 25 Dicembre.
Svelta, svelta, corri ad aprire i pacchetti!
Con la camicina da notte, i capelli arruffati e gli occhi colmi di gioioso stupore.
E là, sotto l’abete decorato con le candeline e le palline dai colori sgargianti il pacco più grande è per te, ha un fiocco sontuoso e a te batte forte forte il cuore mentre con le manine sposti la carta per scoprire il tuo dono di Natale.
E poi la mamma ti mette il vestitino bello, le calze al ginocchio e la rebecchina chiara.
Per un po’ te ne stai lì seduta sulla tua seggiolina con la tua bambola, lei è proprio come tu la volevi: ha il cappello di paglia, i ricci scuri come te, gi occhi grandi e le ciglia folte, i sandali con il passante, un vestitino dai colori pastello.
E poi diventerai grande e i giocattoli non ti interesseranno più ma lei conserverà un posto particolare nel tuo cuore e per te sarà sempre la tua bambola molto speciale, dolce ricordo del tuo Natale da bimba.

Lo chiamavano Rino

In casa tutti lo chiamavano Rino, era il suo affettuoso diminutivo.
E aveva anche due fratelli, a quanto ne so.
Quindi la loro mamma doveva avere il suo gran da fare a star dietro a tutti loro però io credo che Rino fosse un bambino buono, studioso e tranquillo.
Eccolo qui, tutto serio con la sua giacchetta con i bottoni tondi e la cravattina sottile, era un ragazzino dalle tante speranze troppo presto deluse.

Aveva quasi undici anni e tutti lo chiamavano Rino.
Quasi undici anni di corse, ginocchia sbucciate, salti, tuffi nel mare profondo, dentini caduti, bretelle e calzoncini corti, risate e partite a pallone con gli amici.
Ed io ho incontrato lo sguardo di Rino diverse volte, in quella galleria di Staglieno dove egli riposa, questo mi ha fatto nascere la curiosità di conoscere qualcosa in più sul suo breve viaggio nel nostro mondo.
E così ho scoperto che Rino visse in una casa dei caruggi vicina a quella dove aveva abitato in tempi più lontani il mio bisnonno, il destino sa essere sorprendente e certi luoghi celano silenziosamente memorie preziose.

Rino (2)

La casa di Rino è là, vicino alla vivace Via della Maddalena con i suoi molti negozi, è comoda per il capofamiglia, infatti il papà di Rino è trippaio e proprio lì alla Maddalena ha la sua bella bottega.
E così l’altro giorno passando proprio davanti a quella serranda abbassata ho immaginato lui, Rino mentre corre come un fulmine per andare nel negozio del suo papà.
E in questi caruggi tutti lo conoscono, è normale che sia così, no?
I luoghi, a volte, nascondono anche le risposte che non possiamo conoscere.
Lui, Rino, aveva quasi undici anni e amava la scuola, almeno così credo, lo hanno ritratto per sempre scolaro con la sua cartella.

Rino (3)

E forse aveva imparato la bella calligrafia e magari quello era uno dei suoi orgogli.
Credo che amasse leggere ed immergersi in mondi immaginari con la sua vivida fantasia, faceva sogni ad occhi aperti che forse non ha mai confidato a nessuno.
Adesso la sua mano è posata per sempre su un libro molto celebre, certo a scuola Rino avrà letto il romanzo di De Amicis, forse era una storia a lui cara.

Rino (4)

Il suo nome era Rinaldo ma tutti lo chiamavano Rino, lo so perché ho trovato questo diminutivo nell’ultimo saluto che gli fece la sua famiglia.
Rino se ne andò come altri suoi coetanei, nel tempo in cui la vita e la buona salute erano più fragili.

Rino (5)

Lo ricordarono in questa maniera, ritratto nella sua esistenza acerba troppo presto recisa.
Rino è uno dei bambini che torno sempre a salutare ma adesso conosco anche alcuni dei suoi luoghi e allora è un po’ diverso portargli un pensiero o una parola.
Lui è uno di noi, è un bambino di Genova e della Maddalena.
Ciao Rino, così anche io ti ricordo, per sempre fanciullo e per sempre scolaro.

Rino (6)

Tra fratelli

Tra fratelli, in un giorno lontano fissato su fragile carta.
Bambini composti, tranquilli ed obbedienti.
Un abitino bianco con il bordo tutto pizzi, l’espressione vispa e intelligente, un ricciolo ribelle sul petto.
Manine conserte, bocca a cuore, maniche gonfie.

Nastri chiari e capelli biondi.
E tutta una particolare raffinatezza nell’abito di questa bimba assennata e giudiziosa, da grande sarà di certo divenuta una donna affascinante e molto ammirata.

Il maschio di casa, quello che ha più responsabilità di tutti anche se a dire il vero non ne sembra troppo consapevole: ha l’aria timida e impacciata, sembra un ragazzino scontroso e suscita in me un senso di tenerezza.

Tra fratelli accade così, ognuno ha la propria personalità e lei è la più grande, a me sembra anche la più volitiva.
Fiocchetto in testa, sguardo sicuro e un collanina al collo che sembra di rossi coralli, chissà cosa ne è stato di quella preziosità e se qualcuno l’ha conservata come caro ricordo di lei che la indossò da bambina.

E in questo quadro di raffinate e garbate compostezze spicca la bella spontaneità infantile, uguale e naturale in ogni epoca.
Pizzi, boccoli, piedini scalzi e un dolce sorriso ingenuo.

In un giorno distante, in un tempo diverso, memoria tenera di quei giorni di infanzia.

Le nostre care balie

Le nostre care balie, generose ragazze prodighe di gocce di vita.
Fanciulle semplici, vigorose e sane.
Cuori grandi e puliti, le nostre care balie che allevarono gracili creature e fragili bimbetti amati come figli.
Le nostre care balie dalle braccia affettuose e forti, dai petti colmi di amore e di calore materno, floride ragazze venute dalla campagna e a loro volta madri.
E figlie, sorelle, donne.
Giovani, generose, altruiste, con questa purezza negli occhi.
Una trama di pizzo, un nastro vezzoso sul capo, gli orecchini a cerchio.

Le nostre care balie, orgogliose e fiere, modeste, silenziose e gentili.
Affabili, pazienti e amorevoli.
Indelebili come le loro carezze, le ninna nanne e gli abbracci.
Le nostre care balie, ritratte con quei bambini per i quali esse rappresentarono vita e salute, prosperità e gioia.
Le nostre care balie dai nomi semplici e mai dimenticati.

Le nostre care balie che videro quei neonati diventare adulti e forti.
Fanciulle che seppero compiere meravigliosi miracoli forse senza neppure saperlo, cullando quei bimbi tra le braccia e tenendoli vicini al cuore.
Loro che restarono sempre nella memoria di molti, ricordate per sempre come le nostre care balie.

Autunno alla fermata dell’autobus

E così arrivò l’autunno anche alla fermata dell’autobus.
E come ben sapete su questo blog c’è una piacevole consuetudine, di tanto in tanto vi aggiorno su ciò che accade ad una certa fermata qui in Circonvallazione a Monte.
Ripropongo nuovamente il riassunto delle puntate precedenti: tutto ebbe inizio nel lontano 2013.

Il 2015 regalò ai fortunati utenti una bella poltroncina.

Ma in quella stagione ci furono altre sorprese!

Venne poi il tempo dolce della primavera del 2016: nuovi inizi e nuove comodità.

Nel 2017 poi qualcuno ebbe il merito di ricordarsi anche dei più piccini, certo!

E il tempo passò, inesorabile.
E questo anno 2018 ha già riservato diverse novità: dapprima, nei freddi giorni di febbraio ecco due belle seggioline in stile.

E poi ancora, nei giorni d’estate trovai qualcosa ancora una volta adatto ai bambini.

E giungiamo infine all’autunno.
Ancora resiste una delle due seggioline e lì accanto ecco un’altra sedia, se volete accomodarvi c’è posto!
E nel frattempo aspettiamo l’autobus e anche la prossima puntata!

Il tempo dell’uva

Ed era il tempo dell’uva, in un luogo a me sconosciuto.
E ancora c’era il sole caldo ed era il tempo della pelle ambrata e delle maniche arrotolate, luccica una piccola croce appesa al braccialetto, unico vezzo in un certo modo rigoroso.
E poi i pampini generosi, il pizzo sulle spalle, i capelli raccolti da un nastro oppure in un comodo fazzoletto, il sorriso della serenità.
Gli acini tondi e grandi e le labbra che si saziano di questa dolcezza di stagione.

Ed era il tempo dell’uva e dalle mani pendevano grappoli succosi, era un momento di autentica convivialità, amicizia e gioia condivisa.

Ed era il tempo bello dell’infanzia semplice, dei giochi e delle memorie straordinarie.
Restano nel cuore quei momenti lì.
E tu ricorderai la tua adorata mamma, le tue care zie e quel tempo lontano e perduto.
Portavi la giacchetta a righe e stavi là, vicino a tuo fratello.

Ed era un tempo dolce e armonioso tante volte ricordato e rimpianto.
Era un giorno distante, era il tempo dell’uva.

Il primo giorno di scuola

E arriva così l’emozione intensa del primo giorno di scuola.
La cartella e il quaderno, le matite colorate e una penna per imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto e i numeri, la curiosità di diventare grandi.
Un cappellino in testa, un nastrino che cade sul petto, un sorriso fiducioso e un vestitino a quadretti.
Nel lontano 1930, è trascorso tanto tempo da allora.

Il luogo nel quale è stata scattata questa fotografia è anche in parte cambiato.
Una curva vertiginosa e una salita, questo è un tratto di Corso Monte Grappa ed è stato riconosciuto dal mio amico Giancarlo Moreschi che qui ringrazio per il suo aiuto.
Con gli anni in questa strada sono sorti nuovi edifici ma il tempo è un mistero bellissimo, in qualche maniera tutto resta, in qualche modo i luoghi conservano la memoria di ciò che è stato.

Corso Monte Grappa (2)

E così, osservando meglio, si può scorgere una bimbetta, tutti la chiamano Pucci.
Compita, ordinata, obbediente e dolcissima.
Tiene i piedini uniti, ha calze e scarpette chiare, dello stesso colore sono i polsini e il colletto del suo abito.
È giudiziosa, intelligente e gioiosa.
Ha un quaderno nella cartella, castelli in aria e sogni, sogni ad occhi aperti a non finire.
E ha tutta la vita davanti, ancora.
E giorni da ricordare, i giorni delle scuole elementari.