Ritratto di famiglia nel 1922

Una famiglia nel lontano 1922: la loro sembra soltanto una comune fotografia senza insolite particolarità.
Eppure qualcosa ha colpito la mia attenzione e a mio parere il merito è del fotografo Achille Testa, nei suoi ritratti ritrovo spesso una cifra stilistica di notevole raffinatezza e la sapiente capacità di cogliere le sensazioni e gli stati d’animo.
Ecco così l’amore, sta tutto lì, racchiuso in un fragile cartoncino rettangolare.
Ed ecco l’affabile dolcezza di una giovane mamma e il suo gesto protettivo e delicato: nella sua mano tiene le dita piccine della sua creatura.
Madre e sposa, lei ha i tratti del viso così regolari e si distingue per la sua sobria eleganza, indossa un bel cappello con una piuma e porta al polso un braccialetto liscio ed essenziale con una sola pietra al centro.
Madre e sposa, la sua emozione è così fissata nei suoi occhi spalancati e nelle sue labbra appena socchiuse.
E ancora, guardate il suo consorte: sorride benevolo, nella suo composta fierezza appare così orgoglioso della sua bella famiglia, ha questa felicità vera nello sguardo colta con puntualità dall’abile fotografo.
Tra loro la gioia vera: frangetta, occhi chiari e vispi, labbra rosa a cuore e tutta la vivacità dei suoi pochi anni.
Il futuro è sempre un libro da scrivere per ognuno di noi, taluni lo sanno attendere e conquistare con quella luce negli occhi, forti del calore dei propri affetti.
Così li ho osservati: loro tre insieme e il loro segreto bellissimo, l’amore e la felicità in un ritratto di famiglia nel 1922.

Bambini a Villetta Di Negro

Ed era ancora il tempo felice e inconsapevole dell’infanzia nella celebre Villetta che fu del Marchese Di Negro destinata a divenire appunto parco pubblico per la gioia di grandi e piccoli genovesi.
Intere generazioni di bambini sono cresciute correndo con spensieratezza lungo gli ampi viali della Villetta, poi a volte magari ci si sbucciava le ginocchia ma poi ci si rialzava sempre con rinnovato ottimismo.
Sotto l’ombra degli alberi, accanto alla cascatella scrosciante, negli angoli esotici e resi magnifici dal verde rigoglioso, molti di noi hanno ricordi belli della Villetta.
Ed era anche per questi bambini il tempo dolce dei primi anni della vita, sotto gli occhi attenti dei grandi, una signora se ne sta seduta paziente e sembra quasi intenta in qualche suoi lavoro di cucito.
Il gentiluomo con cappotto e cappello si volta a guardare il fotografo, lì in piedi davanti a lui c’è una piccolina con un abitino chiaro, le calzette di filo e occhi curiosi che cercano la complicità dei coetanei.

Essere bambini in un’altra epoca, in una stagione dolce a Villetta Di Negro: la manina posata sulla ringhiera, il soprabito con i bottoncini, le voci allegre e squillanti.
E il desiderio di giocare, imparare e crescere.
Vigili e vicine le affettuose bambinaie accompagnano momenti di gioia e di svago.

In un tempo diverso dal nostro, si distingue non solo per lo stile e per la foggia degli abiti, sappiamo bene che i bambini di adesso sono più liberi e indipendenti.
E tuttavia nel tempo dell’infanzia, in qualunque epoca, ognuno porta nel cuore l’entusiasmo di scoprire e sperimentare cose nuove, questa è la gioia e la bellezza di diventare grandi.
E così era anche per questi bambini ritratti in un giorno distante a Villetta Di Negro.

Feste di compleanno

Le nostre feste di compleanno: noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 ce le ricordiamo molto bene.
Per ognuno di noi la fatidica data era un piccolo evento di grande importanza al quale partecipavano i nostri compagni di classe e gli amici più cari, il compleanno poi si festeggiava rigorosamente a casa propria.
A tal proposito, forse ve ne ricorderete, c’erano due categorie di bambini che all’epoca delle scuole elementari ci parevano, per così dire, più sfortunati degli altri: innanzi tutto mi riferisco a quelli che compivano gli anni in estate, ognuno di noi in quella stagione trascorreva le vacanze in un luogo diverso e chi era nato nei mesi estivi non festeggiava mai il compleanno con i compagni di scuola.
Ancor più sventurati mi sembravano quelli nati il 25 dicembre o comunque a ridosso del Natale, più che altro per il fatto che per loro c’era il rischio concreto di ricevere un unico regalo cumulativo e questa mi pareva un’intollerabile ingiustizia!
Tutti noi altri che invece per puro caso eravamo venuti al mondo nei periodi giusti seguivamo il rituale consueto della festicciola in casa.
Nei favolosi anni ‘70 si usava offrire ai propri amichetti delle ottime merende preparate dalle nostre mamme: c’erano sempre i panini tondi con in mezzo la fetta di salame, le pizzette, i tramezzini, le aranciate e le bibite gassate da bere con le cannucce nei bicchieri grandi.
Alle nostre feste di compleanno poi non poteva certo mancare il fotografo di famiglia, nel mio caso era mio papà a scattare un certo numero le foto che poi venivano stampate e accuratamente riposte negli album insieme a quelle degli altri momenti importanti delle nostre vite.
E così i nostri ricordi se ne stanno ancora là, protetti da leggere veline.
E c’era la torta al cioccolato con le candeline rosa sopra e quella foto lì, fatta mentre si soffiava per spegnerle, era decisamente la più importante.
Eravamo bambini semplici e ci divertivamo con poco: una corda per saltare, una cesta di pentolini, un album da colorare con i pennarelli, i vestiti e gli accessori della Barbie, quelli poi non finivano mai!
E quando era la nostra festa avevamo sempre da aprire i pacchettini donati dagli amici, il nastro e la carta lucida racchiudevano quelle piccole grandi cose che ci rendevano semplicemente felici.
E secondo voi da quale negozio venivano i regali più belli?
E certo, proprio da quel negozio là!
Ho ritrovato un sacchetto in cantina e non mi ricordavo nemmeno di averlo, quando ho visto le faccine gialle e sorridenti alla fine ho sorriso anch’io.
E così mi sono tornate in mente le nostre festicciole, le candeline accese, le foto ricordo, le treccine e le gonnelline a pieghe, i gilet fatti a maglia dalle nonne, i birilli di plastica, le calze bianche e molte altre cose che non ho scritto qui ma che appartengono a quegli anni là.
Erano i giorni belli di tutti noi che eravamo bambini negli anni ‘70.

Frammenti del passato di Piazza Corvetto

Metto di nuovo in funzione la mia mirabolante macchina del tempo e vi porto ancora con me nel passato di Genova.
Vi mostrerò una cartolina colorata a tinte vivaci, questo cartoncino per giungere nelle mani della sua destinataria viaggiò in quell’altro tempo fino a Marsiglia e poi, sempre per le inspiegabili vie del caso, in qualche modo tornò nella Superba per finire nella mia piccola collezione.
In quell’epoca là c’erano luoghi che per consuetudine venivano spesso fotografati e quelle immagini venivano usate per le cartoline, certamente è molto frequente trovare la nostra Piazza Corvetto.
Non è poi così cambiata quella parte di Genova, ancora conserva immutato quel suo fascino ottocentesco.
Certe cartoline poi suscitano vere e proprie divagazioni della fantasia: non svelano volti ma tu puoi vederli con un gioco della tua immaginazione.
Tic tac, tic tac: è un giorno qualunque in questa Piazza Corvetto per noi insolitamente deserta, senza semafori o macchine in fila, la strada sembra appartenere alle persone, alcuni uomini se ne restano invece seduti su una panchina ad osservare la vita che scorre.
I loro occhi hanno forse veduto i molti mutamenti di questa piazza, forse potrebbero raccontare come sono sorti quei monumenti che ancora adesso la adornano.

Tutto attorno si leva un brusio di voci, nella fretta del quotidiano, sono rumori per noi insoliti.
Un signore attraversa distratto mentre legge le ultime notizie sul giornale, nel frattempo certi occhi vivaci e curiosi guardano impazienti verso il futuro, il tempo che verrà è ancora sconosciuto ma è così scandito dal suono di passi piccini in Piazza Corvetto.
Ecco gli stivaletti con i bottoncini, il soprabito scuro e la manina stretta in quella della mamma.
E sotto il cappellino di paglia un sorriso illumina un bel visetto di bimba, la sua pelle è chiara e disseminata di lentiggini proprio quella della sua mamma, una giovane donna di molta grazia e dal portamento elegante.

Accadde tutto in una breve frazione di tempo.
E tutto attorno risuonavano rumori così diversi da quelli che sentiamo adesso, era una stagione lontana, con questa quiete e questa semplicità.
Sbocciavano i fiori nelle aiuole, le nuvole percorrevano il cielo di Genova in questi istanti fissati per sempre in una cartolina: frammenti del passato in Piazza Corvetto.

Tutta la vita davanti

Non è un ritratto opera di un celebre fotografo, questo scatto in bianco e nero è di un autore anonimo ed è stampato su semplice carta sottile.
Non conosco neanche il nome di questa ragazzina, scovai la sua piccola fotografia tempo fa in una scatola piena zeppa di cartoline degli anni ‘60, stava quasi nascosta tra certi rigidi cartoncini spediti come ricordo di vacanze ormai dimenticate.
Mi ha colpita il suo ingenuo candore e a guardare il suo viso ho pensato che fosse proprio una di quelle fotografie che meritava di essere salvata.
C’è autentica innocenza nel suo sguardo, mentre la sua giovinezza sta per sbocciare, nella semplicità dei tratti acerbi di questa fanciulla già si scorge la donna aggraziata e affascinante che diverrà.
Cosa le piace fare nel tempo libero?
Forse suona il piano, si diletta con il ricamo, ama in particolar modo disegnare.
Ha dei fratelli?
Forse loro sono più liberi e magari anche a lei piacerebbe correre, senza pensieri, proprio come fanno loro.
E cosa sogna? Come immagina il suo futuro?
Forse diventerà una sposa molto amata, un madre affettuosa e le sue figlie assomiglieranno a lei.
Intanto resta con i suoi occhi belli così spalancati su un domani sconosciuto.
E indossa un vestitino rifinito da pizzi raffinati, i suoi capelli sono folti, mossi e un po’ ribelli, credo che li porti lunghi e raccolti in una treccia.
Ha labbra carnose, profilo perfetto, pelle chiara e rosea.
Attende la felicità e il tempo ancora ignoto.
Attende i giorni che verranno, attende la gioia e le promesse mantenute, i desideri, le risate e gli entusiasmi.
Ha un colletto di pizzo e tutta la vita davanti.

Un cavallino con cui giocare

Un abitino candido con le pieghe sul petto e i pizzi leggeri.
Le calze bianche e gli stivaletti chiari con i bottoncini.
La frangetta così corta, i ricci ben pettinati e le labbra rosa a cuore.
Un certa imbronciata timidezza, gli occhi grandi spalancati sul mondo.
E la manina si posa sul cavallino, con probabilità è un oggetto di studio e il fotografo lo usa quando deve ritrarre i più piccini.
È una piccola cosa, un balocco del tempo andato: un cavallino di legno da far correre e trottare in mille avventure sull’orizzonte di una stanza dei giochi.
E chissà quanti piccolini nella loro letterina a Gesù Bambino avranno chiesto in dono proprio questo regalo: un cavallino di legno.
Un amico da tenere vicino per trascorrere insieme ore gioiose, un fidato compagno di giochi immaginando le cose più belle e straordinarie.
Con la vivacità della fantasia e dei giorni d’infanzia quando per essere felice bastava soltanto avere un cavallino con cui giocare.

L’albero paziente

C’era una volta un albero noto per la sua pazienza: quando nel bosco si parlava di lui erano tutti concordi, quell’albero era accomodante e di buon carattere, nessuno lo aveva mai sentito lamentarsi.
Eppure anche lui avrebbe avuto le sue buone ragioni per farsi sentire, tra i suoi vicini fracassoni c’era ad esempio una famiglia di petulanti civette e quando di notte attaccavano a cantare non c’era verso di chiudere occhio!
L’albero taceva e sopportava stoicamente.
Non si era nemmeno mai lagnato con gli scoiattoli che in certe giornate di sole facevano su e giù sul suo tronco, mai si sarebbe poi messo a discutere con i ricci, quelli non erano tipi con i quali affrontare argomenti spinosi, era meglio soprassedere.
L’albero era schivo e tollerante e tuttavia, malgrado fosse così solitario e anche un po’ timido, in certi periodi dell’anno attorno a lui si affollava una moltitudine di personaggi: le ghiandaie planavano intrepide sui suoi rami e poi se ne stavano lì a cianciare per un tempo infinito.
E l’albero paziente rimaneva in silenzio.
La volpe una volta aveva detto di aver sentito l’albero sospirare, era rimasta così ferma immobile in attesa di qualche altra reazione ma nulla, non era accaduto più nulla!
Era poi sopraggiunta anche una giovane faina e le due bestiole, ai piedi dell’albero, si erano messe a questionare sul famigerato sospiro che la volpe andava ripetendo di aver sentito mentre la faina scuoteva la testa e sosteneva di non saperne niente!
L’albero paziente restò in silenzio ad aspettare che quelle benedette creature finalmente se ne andassero.
Erano così certi giorni dell’anno, l’estate poi portava gioia ed allegria, l’albero non l’aveva mai confidato a nessuno ma lui era veramente felice quando il piccolo paesino si popolava di villeggianti e la strada si riempiva di bambini e lui se ne restava là, sempre in silenzio, a guardarli correre e giocare.
Ah, quello era davvero il suo diletto preferito!
E se non fosse stato un tipo così riservato qualche volta avrebbe anche voluto dire qualche parola a quei bimbetti scatenati che gli passavano davanti ogni giorno.
E che emozione vederli crescere e diventare grandi, alcuni di loro li conosceva ormai bene.
E poi il caldo finiva e molti di quei piccini ritornavano in città, lentamente avanzava l’autunno, cadevano le foglie, l’aria si faceva più frizzante e fresca, le giornate divenivano ogni giorno più corte.
E come sempre tutto mutava, così è l’avvicendarsi delle stagioni.
Accadde poi un fatto in un giorno di dicembre: c’era un bel cielo azzurro e terso, il sole brillava e l’albero se ne stava tranquillo a godersi quel piacevole tepore.
Passarono in quell’istante alcuni visitatori venuti da lontano, l’albero non li conosceva, non li aveva mai visti prima ma sentì chiaramente che parlavano di lui e udì una voce femminile esclamare:
– Ma guarda che sterpi, che rami spogli!
L’albero paziente non se ne curò, non se la prese e come sempre non disse nulla, attese che tutti se ne andassero.
Non gli importava niente di quello che dicevano di lui: in cuor suo sapeva molto bene che la neve sarebbe caduta e poi sarebbe tornata la primavera e infine sarebbe rifiorita la calda estate.
E i suoi rami si sarebbero di nuovo ricoperti di gemme e di foglioline verdi, i bambini con le loro biciclette e le loro risate sarebbero ritornati e una nuova felicità sarebbe sbocciata ancora.
E lui era un albero paziente e sapeva aspettare.

Le bambine con le spille

Le bambine con le spille eravamo proprio noi.
Poi siamo diventate delle ragazzine con una raccolta di dischi da conservare gelosamente, avevamo pure le magliette con le immagini dei nostri cantanti preferiti, io ne ho possedute diverse dei Duran Duran ed ero particolarmente fortunata perché me le portava mia zia da Londra.
E poi certo, anche allora usavamo le spillette, io ne conservo ancora una degli Who: all’epoca non era certo uno dei miei gruppi preferiti ma avevo circa 14 anni e tenevo una fitta corrispondenza con un amico di penna in Scozia, era un ragazzino che avevo conosciuto al mare e una volta mi inviò una selezione di 45 giri e pure questo gadget per me abbastanza originale.
Più o meno in quel periodo noi ragazzine di quel tempo là eravamo piuttosto affascinate da un certo Terence: sto chiaramente parlando del grande amore di Candy Candy, non so nemmeno se sia il caso di specificarlo in quanto per noi era davvero una sorta di celebrità.
E sì, tra un compito di algebra e un riassunto noi guardavamo i cartoni animati.
Io poi Terence lo ricordo come una travagliata versione moderna del principe azzurro, una mia cara amica dell’epoca ne era letteralmente ammaliata.
Eravamo ragazzine un po’ sognatrici, che volete farci!
E prima di allora siamo state quelle bambine che si preparavano la merenda con il Dolce Forno, quelle che avevano un corredo di vestiti all’ultima moda per le Barbie e quelle che avevano il telaio di legno per fare i braccialetti di perline con il nome.
E poi, ad essere sincera, non sembra nemmeno passato tutto questo tempo, le memorie belle hanno lo straordinario potere di rimanere vive e presenti.
E da qualche parte, siamo ancora i bambini che siamo stati, io di questo sono davvero sicura.
Io poi ho conservato molti oggetti cari della mia infanzia e quando mi capitano tra le mani è sempre un’emozione ed è quello che è accaduto l’altro giorno quando, aprendo una scatola di latta, ho ritrovato alcune spille appartenute a quella me bambina che ogni tanto mi piace ricordare.

So che queste immagini saranno forse una memoria dolce per molte di voi, le ritrovavamo sui quaderni e sui diari di scuola.
Alberi e fiori, gattini e cappelli di paglia, bimbette con grembiulini chiusi sulla schiena con grandi fiocchi, un piccolo universo romantico, quello era il mondo di Holly Hobbie e Sarah Kay ed era anche il nostro.
Ed ecco così le mie spille, ritrovate in scatola insieme alle collane e agli anellini, sono cose del tempo passato che conservo ancora in un cassetto.
Un ricordo di noi che eravamo le bambine con le spille, una piccola memoria che mi strappa un sorriso.
Perché da qualche parte siamo ancora i bambini che siamo stati, io potrei giurarci.

Diventare grandi

Diventare grandi è un’avventura spericolata per ogni bambino e ognuno di noi diventa grande in maniera diversa.
Crescere significa cambiare, affidarsi, imparare ogni giorno nuove cose, sperimentare, correre, cadere e rialzarsi e magari pure cadere ancora e tirarsi di nuovo su, forse pure con le ginocchia sbucciate.
Diventare grandi, in un altro tempo, era poi una faccenda del tutto differente e certamente più complicata.
La vita era più fragile, in quell’altro tempo.
Diventare grandi, in ogni epoca, resta comunque il gioco più emozionante che si possa fare.
Hai tutti quegli anni davanti a te, puoi persino sbagliare e non ha nemmeno importanza: stai crescendo e stai diventando grande.
E magari sei una bimbetta, con le calze scure e le scarpette con il passante.
E hai i capelli a caschetto e la frangetta corta corta, si usa proprio così.
E porti un soprabitino chiaro con i bottoni grandi, sui polsi e sul colletto è rifinito con del pizzo raffinato.
Sei una dolce bambolina vestita in questo modo mentre ti metti in posa nello studio del fotografo Svicher.
Ed è proprio quell’avventura lì, diventare grandi: con gli occhi spalancati sul mondo, magari trattenendo un po’ il fiato.
Mentre tutto ancora deve accadere ed è semplicemente un gioco di fantastici equilibri.
E tu sei lì, in quel momento della tua infanzia.
Con le mani salde sul manubrio, un piedino sul pedale e tutta la vita davanti.

Una cartolina per Bice

Era 1910, era un tempo che mi piace spesso rammentare e questa è una cartolina di auguri che viaggiò leggera da certe mani gentili per finire poi tra la dita di Bice.
Ah Bice, il suo nome è caduto ormai in disuso e certo non è più così comune alla nostra epoca, le mode cambiano la nostra quotidianità in ogni senso.
A quanto leggo nello spazio dedicato all’indirizzo Bice era vedova e abitava nella ridente Cornigliano Ligure.
Dunque per me è fatale pensare che diversi anni dopo la nostra Bice abbia incontrato la signora Maddalena, pure lei nel tempo della sua vedovanza sceglierà di vivere in quella zona del ponente genovese.
La signora Maddalena è una donna poco appariscente, è magra e ha il viso lungo, ha molti ricordi felici e certo anche diverse malinconie, la sua vita è stata segnata da numerose perdite.
Tuttavia Maddalena ha tempra e carattere, così l’ho immaginata conversare amabilmente con Bice, le due condividono percorsi comuni, forse le loro esperienze di vita le fanno avvicinare.
Siedono con il cucito in grembo, in una stanza di Cornigliano illuminata da una luce fioca e conversano a voce bassa rievocando il tempo passato.
Poi Bice si alza e mette sul tavolo la sua scatola di cartone dove conserva cari ricordi: sono lettere e santini, fotografie e bigliettini racchiusi con cura da un nastrino di raso.
Tiene da conto anche questa cartolina e la mostra a Maddalena, la sua amica la trova così garbata e di gusto raffinato: sul cartoncino ci sono due bimbe con gli abitini chiari, toni di rosa e di verde, balze, fiocchi e nastrini, boccoli e sorrisi innocenti.
Maddalena osserva, un’ombra cade sui suoi occhi e con essa le appare ancora più chiara l’immagine mai dimenticata della sua unica figlia femmina portata via dalla tisi a soli 16 anni.
Anche la sua bimbetta portava quei vestitini, anche lei sorrideva così fiduciosa.
Ho giocato con la fantasia come spesso mi piace fare, non so se Bice e Maddalena si siano mai incontrate, ad ogni modo mi piace pensarlo.
Di Bice conosco soltanto i dati riportati sulla mia cartolina.
Maddalena era invece la mia bisnonna, visse davvero a Cornigliano e perse la sua adorata figlia appena sedicenne, lei si chiamava Aurora ed era una ragazza bellissima.
Ovunque siano tutte loro le saluto così, con questa delicatezza: Bice, Maddalena e Aurora, questa cartolina è per voi.