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Posts Tagged ‘Barche’

È una casetta che si trova nell’incanto di Nervi, proprio prima di arrivare a Capolungo.
La ringhiera azzurra, le panchine, il cielo limpido e chiaro, così era ieri e laggiù la casa rossa, colori di Liguria caldi di sole e di luce.

Là sotto, contro le rocce levigate e scoscese, infuria il mare, si schianta con vigore e l’azzurro si dissolve in frizzante spuma bianca.

E si susseguono le onde in una danza che sembra non avere mai fine.

E allora, nella casetta rossa, è il momento di tirare le tendine e di chiudere le persiane per ripararsi dal fragore del mare.
O forse è un’illusione? Osservate bene, lassù, all’ultimo piano c’è una graziosa finestra dipinta.

E poi ecco un vasetto di coccio, i fiori, un pizzo trasparente e leggero.

E luce ed ombra, mentre si scende verso Capolungo.

E gozzi, acqua che luccica, ancora onde potenti.

E tutto è quieto, di mattina, tra panni stesi ad asciugare sospinti dall’aria di mare, caruggi e semplicità.
Sta tutta lì la bellezza, nelle cose vere e nei luoghi che raccontano la vita delle persone.

E su quel mare inquieto si affacciano i balconi e le finestre della casetta rossa.

Ogni giorno ognuno di noi compie il proprio viaggio e poi ritorna al luogo al quale appartiene: alla propria spiaggia, al posto che è casa nostra.
E per alcuni è qui, davanti a questa riva.

Nel luogo in cui l’abisso pronuncia le sue parole ed è energia, forza e gioia, vita e libertà, respiro eterno.

Mentre ancora tornano le onde e si inseguono con la loro musica infinita, sinfonia del mare davanti a Capolungo.

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Accade, a volte, di scoprire per caso realtà delle quali nulla conoscevo, succede aprendo certi vecchi volumi che svelano un mondo distante dal nostro, a volte provo anche un certo sollievo nel constatare che in certi settori abbiamo fatto dei passi avanti.
Genova, 1875.
Quanti bambini sono senza famiglia?
E quanti di loro magari ne hanno una e tuttavia finiscono sulla strada sbagliata oppure rimangono senza futuro?
Trascurati, lasciati a loro stessi, senza cure e senza le attenzioni che tutti i ragazzini dovrebbero ricevere ed eccole qui queste piccole pesti, sono abbastanza riconoscibili, vero?
Loro hanno un lampo vivace nello sguardo, corrono veloci come il vento, hanno i capelli arruffati e portano scarpe vecchie e scalcagnate.
Che risata amara la loro, rumorosa ma sempre spontanea.
Si chiamano Checchin, Bernardo, Bartolomeo o Pietro, sono figli di Genova come noi.
E in questo anno 1875 c’è un’istituzione preposta a prendersi cura di questi fanciulli, ne ho letto sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza del 1874 e 1875.
Su questo volume si parla appunto di un’ istituzione nata per iniziativa delle autorità, la sua sede era in certi locali del Municipio alla Foce.

Qui era collocato il Riformatorio pei giovani discoli e appare evidente che c’è una sorta di ingannevole poesia in questa denominazione.
Il temine discolo ci fa immaginare una spensierata leggerezza, innocenti disobbedienze, regole infrante per gioco e divertimento, gioia di vivere e felicità.
In realtà, io credo, il termine andrebbe interpretato cercando di scorgere il suo significato cupo e il senso di solitudine che doveva essere legato a quella esperienza.
Questo riformatorio era curato dalla Compagnia di Misericordia, venivano dati dei contribuiti del governo per l’educazione e l’istruzione di questi ragazzini.
Che si poteva fare di loro? Come si poteva dare un senso alle loro vite?
Era necessario che imparassero un mestiere e al Riformatorio si insegnava loro a divenire operai di cantieri navali e mozzi.
Per imparare meglio le arti marinare i ragazzi potevano essere imbarcati sulle navi mercantili e lì avrebbero quindi appreso tutti i segreti della gente di mare.

È chiaro che in questo modo li si strappava a una vita magari senza indirizzo e senza speranza, era un’opportunità e forse alcuni di loro saranno stati persino felici di questo destino, altri invece avrebbero voluto poter scegliere in autonomia.
Quando leggo storie come queste mi sovvengono sempre certi pensieri, sempre gli stessi.
A queste vite forse mancarono certe dolcezze che nell’infanzia e nella giovinezza dovrebbero essere dovute a tutti: la carezza sulla fronte, il bacio della buonanotte, la mamma che ti racconta la favola prima di dormire, tuo papà che ti porta a pescare, un fratello maggiore con il quale litigare, una sorellina più piccola alla quale fare i dispetti.
E una scatola di matite colorate, una bicicletta, un giocattolo preferito, un pallone da lanciare in porta.
E tutto questo non c’era nel Riformatorio per giovani discoli della Foce e in posti simili a quello.
C’era comunque un orizzonte e c’era un futuro da conquistare.
C’era il vasto mare da solcare, compagno di giorni lunghissimi e di sere buie, un amico al quale confidare i propri sogni nascosti.
Spero che quelle onde abbiano ascoltato quei desideri e cullato certe notti insonni come l’abbraccio di qualcuno che ama davvero.

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Mi capita spesso di camminare di fronte al mio mare, là dove approdano le barche dei pescatori.
E ancora ritorno, sempre.
E ritrovo le rete intrise di sale e a volte quella sedia vuota.

E poi, in certi altri giorni, qui ho veduto i custodi di una sapienza antica, a dire il vero in questi casi mi fermo sempre a guardare.
In silenzio, senza disturbare.
Mentre immagino le reti che sfiorano le rocce e catturano conchiglie aguzze, pesci guizzanti e alghe scivolose.

E poi sono mani abili e sapienti a riparare quelle reti.
Ed è un rito che possiede profonda saggezza e richiede pazienza e dedizione, amore e lentezza.
E tempo, tempo scandito dal rumore del mare.

E allora tu puoi soltanto restare a guardare mentre le reti scivolano piano tra quelle dita.

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Una mattina celeste e chiara, a Boccadasse.
Lasciandosi alle spalle il mare, la spiaggia, i sassi, il gozzo adagiato sulla riva.

E imboccando questo vicoletto.

Si arriva in una piazzetta sulla quale si affaccia anche un bel ristorante ma in una mattina qualunque non c’era folla, eravamo in pochi da queste parti.

E ancora, oltre la casa rosa.
Stradine, finestrelle e panni stesi.

Ha tutta la sua bella semplicità questo posto, tutto è vero e vissuto, narra storie di marinai e di pescatori, ogni scorcio di Boccadasse è parte della sua anima.

Qui, camminando su e giù, mi sono messa a chiacchierare con un signore.
Nato qui e vissuto sempre qui, mi ha detto con un sorriso di non aver mai pensato di poter abitare altrove.
E come si fa a non comprenderlo?
Una casa a due passi dal mare, in un luogo che racchiude tanta bellezza.

Ancora qualche passo, ancora avanti.
E sono arrivata in una piazza ampia e accogliente con i suoi edifici alti e semplici, non è difficile immaginarla anche in epoche più lontane.

E ho veduto piante, vasi di coccio e portoncini verdi.

E ortensie rigogliose, gerani e giare panciute.

E fiorellini azzurri e sedie di metallo color del cielo.

Fili da stendere, rampicanti, sole sui vetri e vita, semplicemente vita vera.

E poi ho ripercorso la strada a ritroso, tra le case gialle e rosa e sotto al candido bucato.

E sono tornata là, davanti al mare, nella semplice e perfetta bellezza di Boccadasse.

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Il taglio degli occhi, dicono sempre tutti che è proprio uguale a quello di nonna.
Le attitudini di alcuni di noi a volte stupefacenti.
Ad esempio, nessuno in famiglia aveva mai dimostrato le inclinazioni creative di lui e questa è stata in un certo senso una piacevole sorpresa.
La più tranquilla di casa, sempre lei.
Timida, silenziosa, anche da bambina durante i pranzi di famiglia parlava poco e se ne stava sulla sua sedia dondolando le gambe avanti e indietro.
I discorsi, gli aneddoti memorabili del nonno.
La foto di gruppo, passano gli anni e piano piano cambiano i protagonisti oppure quelli che prima erano bimbetti adesso sono irrimediabilmente adulti.
E c’è sempre un posto vuoto o magari anche più di uno, accade in ogni famiglia.
Dopo le molte portate poi i più giovani non vedono l’ora di schizzare via per incontrare i loro amici: succedeva ieri e succede ancora adesso, è sempre così.
E gli altri invece se ne andranno tutti insieme a fare una passeggiata, dopo certi elaborati manicaretti è proprio quello che ci vuole e anche questa è ormai una tradizione.
Ognuno con il suo passo, ognuno alla propria velocità e poi magari ci si ferma ad aspettare quelli che camminano più piano.
E poi si continua il percorso, tutti insieme.
Accade così, in una famiglia.

Celle Ligure

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Anche i supereroi amano il mare e forse il più delle volte cercano di passare inosservati.
Si mescolano tra la gente, cercano di non farsi notare.
E magari scelgono un angolino speciale per godere del tepore del sole.
Chissà, magari si sarà trattato di un tuffo fuori stagione, era una di quelle giornate calde che ci ha regalato l’autunno appena trascorso.
E anche i supereroi amano il mare, a volte però si scordano la maglietta posata sul muretto, a Boccadasse.

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Noi che viviamo davanti al mare siamo abituati a vedere i gabbiani che si librano nella luce dorata del tramonto eppure domenica scorsa ho potuto ammirare uno spettacolo per me straordinario e c’erano proprio loro, i gabbiani nel vento.
Nel clima rigido di dicembre, ero là, davanti alla ringhiera.
E sopra l’acqua inquieta, all’improvviso i gabbiani.

Tra le geometrie di mare in una sera genovese.

Ed è difficile portare qui quelle sensazioni, il canto dell’acqua e il canto degli uccelli, il vento gelato che sfiora la pelle.

E loro, ad ali spiegate.

Mentre si ripete la magia del quotidiano.

Ed era l’attaccamento alla vita a condurre là i gabbiani, c’era del pane che galleggiava sull’acqua e loro lo hanno visto, da lontano.

E così, d’un tratto, il cielo è diventato un quadro marino, sempre mutevole e inquieto.

E no, non ve lo so spiegare solo con qualche fotografia cosa significhi vedere decine di gabbiani planare sull’acqua e poi volare controvento.

Indomiti, caparbi, ostinati.

In equilibrio nell’aria, fieri signori del mare.

Padroni del cielo si stagliavano nella luce della sera in una danza coraggiosa.

In un’armonia che puoi soltanto contemplare, perché le parole non ti bastano.
Poi è rimasto il cielo terso e ancora alcuni gabbiani volavano alti, in una fredda sera di dicembre.

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Se andrete a Celle Ligure fate come me e seguite il consiglio di una mia cara amica, è stata lei a suggerirmi di cercare questo punto panoramico certo notissimo a tutti coloro che conoscono bene Celle Ligure.
Per arrivare lassù occorre prendere un’ascensore che si trova nell’estremo ponente del paese: terminata la spiaggia, invece di proseguire sulla Via Aurelia, alla vostra destra troverete una salita, dopo pochi metri c’è l’accesso all’ascensore Bottini che è completamente gratuito.
E vi porta lassù, in alto.
Dopo una breve passeggiata lungo una via con magnifiche ville giungerete alla Pineta Bottini e davanti a voi troverete il mare lucente.

E sotto di voi vedrete la costa, la spiaggia e le case di Celle Ligure.

Là dove cielo, mare e terra si incontrano in perfetta armonia.

E potete sedervi ad ammirare il panorama.

Mentre il vento sospinge le vele per la gioia dei naviganti.

Con questi scorci di Liguria in una giornata incantevole.

Colori tenui, la spiaggia di sabbia e l’onda che lenta accarezza la riva.

Sotto ad alberi imponenti protesi verso il sole in un incanto di luce autunnale.

In un magnifico angolo di paradiso dove regna l’armonia.

Tra i corbezzoli carichi dei loro frutti.

Mentre pendono dai rami le casette per gli amici uccellini.

E non occorrono molte parole, è tutta davanti ai vostri occhi la perfezione di questa parte di Liguria.

Giungerete lassù con questa ascensore.

E oltre il vetro già potrete ammirare lo splendore che vi attende.

Una meraviglia di Liguria, tutta la bellezza di Celle Ligure.

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Una mattina d’autunno a Boccadasse.
Con questo tepore, con questa dolcezza marina, la creuza e la costa sinuosa all’orizzonte.

Giù per le scale e davanti al mare.
C’erano poche persone ma non sei mai solo a Boccadasse, c’è il caldo abbraccio del borgo ad accoglierti.
E a riposare davanti all’acqua calma l’altra mattina c’era anche Adele.

Tra i colori armoniosi baciati dal sole di ottobre.

E c’erano i pescatori, come sempre.
Scogli, canne da pesca e speranzose attese.

E sassi sulla spiaggia silenziosa, la magia bella di Boccadasse.

Ovunque tu volga lo sguardo sa sempre affascinarti.
Ancora, anche se quella salita l’hai percorsa tante volte, Boccadasse ti regala stupori sempre nuovi.

Così, in una quieta mattina, sono andata a gironzolare tra creuze e piazzette.

Ad ammirare il mare da una prospettiva a me cara.

E poi ancora là, dove si adagiano pensieri dolci, in questa splendida quiete.

Davanti a finestrelle che si spalancano di fronte al blu.

E il clima è ancora caldo e gradevole, così mi sono concessa una sosta sul muretto con una striscia di focaccia da gustare.
Eccola lì la perfezione di un mattino d’autunno, non saprei chiedere nulla di meglio!

E mentre mi godevo il mio spuntino ho veduto l’acqua gorgogliare.
Saranno i pesci, ho pensato tra me e me.
E non sei mai solo a Boccadasse, ve l’ho detto.
D’un tratto è emerso un simpatico pennuto, si tuffava e poi riemergeva, nuotava beato nel mare di Genova.
Non sono riuscita a vederlo bene ma credo che fosse un cormorano.

Sulle onde lievi luccicanti di sole.
E poi ancora giù, sott’acqua, infine ha preso il largo e l’ho perso di vista.

Io sono rimasta ancora sulla spiaggia, davanti a questa meraviglia, in una calda mattina d’ottobre.

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Vi porto con me, vi porto nel ponente cittadino.
Davanti al mare di Pegli, là dove riposano i gozzi mentre l’acqua scintilla di un chiarore autunnale.

Non è uno dei luoghi del mio quotidiano, non frequento spesso Pegli, questo è un quartiere piacevole che offre diverse attrattive come la Villa Durazzo Pallavicini che quest’anno si è guadagnata il titolo di Parco Pubblico più bello d’Italia.
Come tutti i genovesi sanno, un tempo Pegli era un comune autonomo ed era un’apprezzata meta turistica, amata per il suo clima dolce e per la sua armoniosa bellezza di cittadina appoggiata sul mare.

Sfogliamo insieme un mio volumetto edito da Dell’Avo agli inizi del ‘900: Genova e dintorni Guida Popolare Illustrata dal quale è tratta l’immagine che segue.
E queste sono alcune righe dedicate a Pegli:

Ecco Pegli ridente e gradito soggiorno estivo per la sua spiaggia favorevole ai bagni, ed invernale per il clima temperato che abitualmente la favorisce.

Ed io ero davanti a questo azzurro e a queste sfumature di mare.

Mentre può capitare di vedere passare una barchetta con la sua bianca vela.

Come vi dicevo, non conosco così bene Pegli, tuttavia una cosa credo di saperla.
Scrissi qualcosa del genere diverso tempo fa a proposito degli abitanti di Nervi e credo che per i pegliesi sia proprio lo stesso.
Dunque, se chiedete a quelli di Nervi di dove sono, loro non vi risponderanno mai che sono di Genova: quelli di Nervi sono di Nervi.
Ecco, per quelli di Pegli secondo me è la stessa cosa: quelli di Pegli sono di Pegli.
E non è una questione di disamore per la città, a mio parere, è semplicemente l’espressione del proprio senso di appartenenza ad un luogo specifico.
E ritorniamo alla mia passeggiata, davanti a questo blu, con il profilo della costa che si perde in lontananza.

Si giunge nei pressi di una bella costruzione arroccata sul mare, questo è Castello Vianson.
Il progresso ha mutato molto la fisionomia di certe zone della città, alcune bellezze però sono rimaste.

E là sotto la vita ferve, planano dall’alto creature dell’aria.

Mentre i pescatori prendono il largo, sperando di aver fortuna.

Là, nel mare racchiuso dalla diga, affiora uno scoglio, ho poi scoperto che questo è noto come lo Scoeuggio Spaccou, lo scoglio spaccato.
Ed io ero appoggiata alla ringhiera quando ad un tratto ho notato che su quella superficie spicca un cartello.
Cosa mai sarà? Difficile capirlo da questa distanza, bisogna usare lo zoom per poter svelare il mistero.

C’era un mare diverso, in un altro tempo.
C’erano altre spiagge oltre a quelle che sono rimaste.
C’era un fiero senso di appartenenza al proprio luogo di nascita e questo c’è ancora.
Resiste, insieme alla dolce nostalgia di ciò che si è perduto.

Sono l’ultimo scoglio di Pegli
l’altro è solo una pietra
sono a pezzi
parlo ancora genovese…
non mi capirà più nessuno

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