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Posts Tagged ‘Botteghe storiche negozi e locali di Genova’

Ottobre, tempo di zucche.
A dire il vero io non sono mai stata particolarmente appassionata di Halloween ma le zucche mi mettono sempre allegria.
Per i colori accesi, per quell’arancio sgargiante che spicca tra gli altri doni della natura.
E poi ieri mattina sono passata in Via San Bernardo e le ceste della bottega dei Fruttarelli erano un trionfo d’autunno.
E allora vuoi non fermarti ad ammirare le zucche?

Pronte per essere intagliate e sistemate a dovere secondo la tradizione.

E là, nel cuore dei caruggi della vecchia e cara Zena, non mi ha sorpreso trovare panni stesi in sintonia con le magnifiche zucche.
C’era un geometrico ritaglio di azzurro e lassù, sul filo teso, alcune sfumature di ottobre.

Zucche grandi e piccine, vere e finte, ne ho viste da ogni parte, ad esempio di fronte alla spiaggia di sassi di Boccadasse.

Là, davanti alla finestra.

Dal mare ai caruggi, queste sono le zucche di Zena.
Sullo sfondo una piazzetta dei miei cari vicoli e i colori caldi di questa stagione.

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Il pregiato negozio del Signor Alberto Ferro era in una zona strategica della città, l’elegante confetteria si trovava ad un passo dalla Cattedrale, nel cuore vivo della Superba.

A dirvi il vero io in realtà non ci sono mai stata ma so per certo che nel lontano 1874 si poteva varcare la soglia di quel negozio prestigioso.
E sono sicura che fosse un luogo lussuoso ed accogliente, impreziosito da arredi raffinati, dal Signor Ferro di certo si serviva il fior fiore dell’alta società e alla sua esclusiva clientela il nostro abile confettiere riservava soltanto il meglio.
D’altra parte aveva imparato tutti i segreti del mestiere da un vero maestro, aveva appreso le meraviglie di quest’arte sopraffina dal celebre Pietro Romanengo.

E così, Alberto Ferro aveva fatto tesoro di quegli insegnamenti e aveva aperto la sua bella confetteria prodiga di molte dolcezze.
Vendeva favolosi bomboni e spettacolari frutti canditi, apprezzata specialità molto in voga a Genova nei tempi passati.
E certo esponeva in vetrina le sue bontà con quella cura che ancora troviamo proprio da Romanengo.

Il nostro abile commerciante era anche ben fornito di bomboniere e astucci per feste da ballo e soirées, mi pare ovvio!
E poi nel suo negozio si potevano comprare cioccolatto e cioccolatini, petit-fours e confortini di ogni genere.
E sì, un po’ di francese non guasta mai, sono sicura che le dame genovesi avessero una predilezione per le bontà offerte dal signor Ferro.

Non mancavano lo Champagne, i Vini del Reno e altre assortite ricercatezze per accompagnare i dolci intermezzi della pregiata confetteria della Superba.
Ho trovato notizia di questo negozio favoloso sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova compilata da Edoardo Michele Chiozza e risalente al 1874-1875.
In una delle pagine di questo volume di mia proprietà spicca la bella pubblicità di questo negozio e sono specificate le specialità della casa.
Su lunari successivi poi il nome del Signor Ferro si affianca a quello del Signor Cassanello, con il tempo i negozi divennero più numerosi.
Nel 1882, infatti, risultano due confetterie, una in Piazza San Lorenzo e l’altra a De Ferrari, nel 1894 se ne aggiunse una terza alla Nunziata.
Ho trovato queste informazioni sui miei libri e poi mi sono ricordata che questo glorioso negozio è in qualche modo già apparso su queste pagine.
Tempo fa dedicai un articolo alle vie di Portoria e pubblicai la pubblicità della Fabbrica di Frutti Canditi e Pane Dolce di Attilio Giannini, successore dei Fratelli Cassanello.
Tra i commentatori c’è il mio solito amico Eugenio, profondo conoscitore della nostra città, in quell’occasione fu lui a fare riferimento al glorioso negozio del Signor Ferro.
Oggi vi ho portato là, nel lontano 1874, davanti al bancone ricolmo di delizie di una confetteria del passato.
E mando un saluto a lei, caro Signor Ferro, questo è un piccolo omaggio alle sublimi dolcezze che lei ha saputo regalare ai genovesi del suo tempo.

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La trovate dove sempre è stata, in Via Colombo, a pochi passi dalla piazza.
È una bottega che ha mantenuto intatta la sua identità, questo bel negozio di coloniali venne aperto all’inizio degli anni ‘30 dal signor Mario Viganego.

Diamo uno sguardo a una delle vetrine: infusi e tisane, miele della Val Trebbia, diversi tipi di tè.

E caramelle gommose, confetti, sciroppi e altre delizie.

Varchiamo la soglia di questa drogheria autentica e speciale, semplice e vera.

Entri in una bottega come questa, ti guardi intorno e cosa puoi dire?
Gh’è de tutto comm’a  Zena!
Non c’è bisogno di traduzione, sono certa che vedendo tanta abbondanza avete compreso senza alcuna difficoltà.
Una bottega fedele a se stessa, dove si cammina ancora sul pavimento originale.

Viganego conserva i suoi antichi arredi, legno caldo e vissuto.

Di generazione in generazione, dal nonno alla nipote: lei si chiama Silvia e credo che possa andare orgogliosa del segno lasciato dalla sua famiglia in questa città.

Nella caratteristica bottega di Via Colombo sugli antichi ripiani di legno stanno in bella fila i flaconi di detersivo e i prodotti per la casa esposti anche in una delle due vetrine.

E ci sono capienti cassetti un tempo usati per i prodotti sfusi.

Un’atmosfera di un altro tempo, un negozio dove si sono servite generazioni di genovesi.

E colori e profumi, sono quelli delle spezie e dei tanti prodotti esposti nei bei vasi.
E diverse sfumature di liquirizia.

E barattoli di latta che risalgono agli inizi del ‘900: li usano ancora, non hanno mai perso la loro utilità e nemmeno la loro bellezza.

E ginevrine, gelatine di frutta e pasticche alla menta.
Comprare le caramelle in questa maniera è tutta un’altra storia, lo sappiamo tutti!

E poi c’è una scala.
Ripida e vertiginosa, ardesia della Superba e gradini altissimi.
Cose che si trovano in certe botteghe di Genova.

E ancora, in vetrina ho veduto qualcosa che non ho mai trovato in nessun altro posto.
Consolidate abitudini che fanno parte delle nostre tradizioni.

Tutto è come sempre è stato.
Anche la bilancia appartiene a un tempo che ancora resiste in questa drogheria: la usava il signor Mario Viganego negli anni ‘30.

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C’era un tempo un magnifico negozio presso il quale di certo si serviva la migliore clientela: si trovava in Galleria Mazzini, celebre ritrovo dell’alta società cittadina.
Una galleria elegante, raffinata ed armoniosa, luogo prediletto per il passeggio e molto amato dai genovesi nei tempi passati.
A sfogliare la Guida Pagano del 1926 si scopre che là in quegli anni c’erano negozi favolosi: si vendevano alabastri e filigrane, c’erano orefici e fotografi, non mancavano un ombrellaio e un confettiere.

E ancora risplende la nostra Galleria Mazzini e noi ancora amiamo camminare al riparo, su e giù, qui dove si affacciano le vetrine scintillanti di negozi prestigiosi.

Sotto i vetri che luccicano, quando la luce li attraversa.

E ancor di più amiamo frequentarla nelle occasioni che la rendono più viva e affascinante restituendole la sua identità e facendoci apprezzare la vantaggiosa gradevolezza di avere una galleria in pieno centro.
In Galleria Mazzini si tiene da sempre la Fiera del Libro, a causa di certi restauri negli ultimi anni è stata traslocata altrove ma tutti noi attendiamo che la prossima edizione torni nel suo luogo di origine.
E che dire del mercatino dell’antiquariato? Sì, questa è la collocazione perfetta.

Facciamo un passo indietro e andiamo a certi anni del secolo scorso quando erano in voga ben altre eleganze.
In Galleria Mazzini c’era un negozio di cappelli, ne ho notizia grazie ad una cartolina spedita nel 1913 e comprata su una bancarella.
La cartolina è molto rovinata e ha diverse pieghe, questo però non toglie nulla alla mia fantastica scoperta.
E qui ringrazio i mie amici Giancarlo Moreschi e Pier Giorgio Gagna, sono stati loro riconoscere la via in cui si trovava questo negozio, restava da trovare l’esatta collocazione.
Dunque, osserviamo l’insegna.
Signori, qui si vendono cappelli di paglia e di feltro, è garantito un certo stile!

Quindi immagino che certi elegantoni si fermassero a sbirciare le vetrine, è difficile far la scelta giusta quando ci sono così tanti articoli in esposizione.
Nella parte alta dell’insegna spiccano queste parole: Emporio Cappelleria Genovese.
E nella zona sottostante si legge che questo negozio ha una storia, in anni anteriori infatti aveva probabilmente il nome del suo precedente proprietario, Susto.

E allora eccomi in Galleria Mazzini, con la cartolina tra le mani.
Mi piacerebbe tanto comprare un cappello di paglia, purtroppo non c’è più la Cappelleria Genovese, altrimenti sarei un’affezionata cliente!
Io vado su e giù, cerco il luogo che corrisponde esattamente a quello della mia immagine d’epoca.
Ci sono due vetrine, su ognuna è collocato un punto luce con una lampada, sono separate da due semicolonne, sull’estrema sinistra si scorge parte del lampione della pubblica illuminazione.

Ed io, in una mattina di settembre, sono certa di aver trovato il punto esatto.
Mi assiste l’intuizione ma anche un pizzico di fortuna, una volta tornata a casa ho letto che la Cappelleria Susto sul finire dell’Ottocento si trovava al 57 e 59 di Galleria Mazzini.
E presumendo che la numerazione non sia cambiata questo è esattamente l’indirizzo del negozio di abbigliamento fotografato da me.

Non basta, andiamo ancora oltre, c’è altro da raccontare.
Come vi ho già detto la mia cartolina risale al 1913, sulla Guida Pagano del 1926 risulta che a quell’indirizzo in quell’anno c’era il negozio del Signor Marini: cappelleria, modisteria e impermeabili.
Io non so dirvi se si tratti dello stesso negozio della mia immagine perché su questo cartoncino sbiadito non si legge questo nome, certo è che in ogni caso lì si vendevano sempre questo genere di articoli, che bellezza!
I cappelli, italiani e stranieri, venivano confezionati in certe scatole lussuose.
E attenzione, si vede anche il cartellino del prezzo!

Ho messo indietro la macchina del tempo e sono rimasta a passeggiare in quegli anni lontani, nella nostra Galleria Mazzini.

E ho incontrato un avventore, forse era solo un tale che passava da quelle parti e si è messo in posa davanti al favoloso negozio di cappelli.
Alla Cappelleria Genovese c’erano cappelli, berretti, copricapi per ogni gusto e avrete notato che le vetrine erano bordate con dei disegni di cappelli dalle diverse fogge.

Il tempo è trascorso, è tramontata l’epoca della paglietta e con essa sono svanite molte altre mode.
In un giorno distante il fiero proprietario di questo negozio si mise in posa per farsi immortalare davanti alla sua vetrina, il signore in questione portava una giacca di buon taglio e sfoggiava un bel paio di baffi.
Mi è rimasta solo una curiosità, chissà, magari qualcuno di voi lettori può essermi d’aiuto.
Come potete vedere il nostro abile commerciante non è solo, c’è un gatto davanti ai suoi piedi, si direbbe un habitué.
Ecco, se per caso qualcuno conoscesse il nome del piccolo felino lo scriva, a me piacerebbe tanto saperlo.

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Era un negozio magnifico, io ne sono certa: il signor Gaetano Cassini doveva essere un abile commerciante, aveva intuito, capacità dialettica e soprattutto vendeva merci di prima qualità.
Penso che in città fossero in molti a conoscerlo, anche su questo sono sicura di non sbagliarmi.
Riuscite ad immaginare il suo grande magazzino?
Decine di scatole di cartone rigido ricolme di ogni ben di Dio, matasse di lana e di cotone, nastri e pizzi, bottoni dorati e di madreperla, piccole delicate raffinatezze per abbellire gli abiti delle genovesi.
Ho trovato notizia della sua bottega sul Lunario del 1882 e precisamente nell’elenco delle Mercerie e Novità per Signora, il negozio era in una zona elegante ed esclusiva: sotto i Portici dell’Accademia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sul Lunario del 1894 l’attività risulta sempre a De Ferrari e in più si aggiunge un altro indirizzo: il nostro faceva i suoi affari anche in Via Giulia, la strada destinata a scomparire per lasciar posto all’attuale Via XX Settembre.
E per me un interrogativo è quasi d’obbligo: il Signor Cassini avrà mai conosciuto il mio antenato Vincenzo che era passamantiere in quel di Campetto?
Eh, chissà, del resto Genova non è una città poi così grande e quindi è molto probabile.

E veniamo alla nostra epoca e a questi giorni d’estate.
Su una bancarella del mercatino dell’antiquariato di Fontanigorda una certa persona si ritrova per le mani un piccolo gingillo che proviene proprio da quel negozio.
Forse sarà appartenuto ad una sarta o magari ad una madre di famiglia che aveva il suo bel da fare a cucire gli abiti dei suoi molti bambini.
Certi oggetti seguono percorsi misteriosi e in qualche modo arrivano a noi, le cose che hanno avuto già una vita hanno sempre grande fascino per me.
Doveva essere un modo per farsi pubblicità, io sono convinta che l’articolo in questione non fosse in vendita.
E ve l’ho detto, il Signor Gaetano Cassini era uno che sapeva il fatto suo!
Vendeva filati, mercerie e calze e così ebbe questa bella idea per far circolare il suo nome: un magnifico puntaspilli.
Sul retro c’è l’etichetta ormai ingiallita con gli indirizzi delle sue attività.

Sul bordo sono fissati alcuni spilli ormai arrugginiti, chissà quali dita operose li hanno maneggiati.
Al centro c’è un’immagine romantica, è la suggestione di un altro tempo.
Questa piccola carabattola ora appartiene a me ed è una grande gioia mostrarla anche a voi e riportare qui la memoria di quel magnifico negozio sul quale mi piace fantasticare.
Con un pensiero a lui, Gaetano Cassini, abile commerciante di quella Genova che non abbiamo mai veduto.

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Sabato scorso ero al Porto Antico, dopo un giro per caruggi io e la mia amica siamo andate davanti al mare.
E sì, come evitarlo?

Era anche l’ora giusta e così abbiamo pensato di provare un posticino dove non ero mai stata anche se l’ho sempre guardato con una certa curiosità.
Questo è uno di quegli indirizzi “giusti”, perfetto per foresti e genovesi.
Panino Marino si affaccia su Caricamento, lo vedete sullo sfondo, alle spalle dell’imponente statua che ritrae Raffaele Rubattino.

Un posto ideale per un pranzo veloce e di ottima qualità.
Da Panino Marino troverete dei panini speciali con i profumi e i sapori del mare, dal salmone allo sgombro, dal merluzzo al polpo, con abbinamenti gustosi e particolari.

Il locale è aperto ogni giorno a pranzo e a cena, dopo le 18.30 potrete provare i loro aperitivi, si può scegliere anche il pesce crudo.
E potrete accomodarvi sugli sgabelli che si affacciano sulla prospettiva di Genova e su San Giorgio.

Oppure potrete prendere posto nella saletta che è accogliente e curata e ha i toni e i colori del mare.

C’è anche una balena sorridente, eccola qua!

Noi abbiamo scelto di sederci fuori, nelle giornate d’estate mangiare all’aperto fa sempre piacere.

E ci siamo concesse un pranzo veramente sfizioso: voilà, fritto misto di gamberi, calamari e acciughe.
Leggero, croccante e saporito, un pranzo delizioso!

Non manca una buona scelta di bevande.

E aggiungeteci pure che i gamberi sono sapientemente sgusciati e questo vi evita inutili acrobazie.

C’è spesso tanta gente da Panino Marino, se passate da queste parti tenete presente questo posto, io sicuramente ci tornerò.
Bella atmosfera, semplicità e le bontà del mare davanti al mare di Genova.

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Succede sempre così: quando un locale tanto amato e frequentato chiude i battenti resta un velo di malinconica nostalgia tra gli affezionati clienti.
Facciamo un salto nel tempo e andiamo ancora una volta agli inizi del secolo scorso, siamo ancora nella frizzante Belle Époque.
Forse si sapeva, forse circolavano delle voci, ma come non rimpiangere i fasti dello Stabilimento Bavaria?
Un locale amatissimo di proprietà del Signor Fezzardi, clientela elegante, accoglienza impeccabile, negli anni a venire saranno molte le persone che lo ricorderanno con affetto, prima tra tutte una certa signora americana, certo vi rammenterete di lei!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ebbene, è il 29 Ottobre del 1911 e sul quotidiano Il Lavoro c’è una notizia che sarà un colpo al cuore per molti genovesi.
Il Signor Fezzardi lo ha confermato e con gran dispiacere: a fine mese il suo bel locale chiuderà, sembra a causa dell’affitto troppo alto, purtroppo.
Addio dolci serata allietate dall’orchestra, come faremo senza il punch e senza la granatina del Bavaria?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Niente paura, in quest’epoca di entusiasti imprenditori c’è un genovese ben noto a tutti, appartiene a una famiglia di stimati ristoratori, tutti voi vi ricorderete di Pier Enrico Zolezi, è colui che vende il Vermouth delle Dame!
Possiede quel bel locale in Galleria Mazzini, ricordate che ci siamo già stati insieme?
Bene, sul giornale si legge che sarà lui a rilevare parte del Bavaria, il grande salone invece diverrà un cinematografo.
Il Signor Fezzardi, invece, continuerà ad occuparsi del suo Hotel in Piazza Corvetto.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Che sospiro di sollievo, se c’è di mezzo Zolezi andrà tutto per il meglio, c’è da scommetterci!
Dopo breve tempo ecco la notizia che dà un’idea di chi sia il nostro Pier Enrico, è sempre Il Lavoro a fornirla, in data 19 Dicembre.
Sul giornale di quel giorno è pubblicata una lettera di Pier Enrico Zolezi che scrive al direttore annunciando l’apertura del suo nuovo locale.
E si rammarica, dice che avrebbe voluto inaugurare il bar invitando colleghi e amici ma il suo stato di salute non glielo consente.
E così, ricordandosi dei meno fortunati, ha pensato bene di celebrare la sua nuova iniziativa imprenditoriale in altra maniera.
Ha deciso di destinare 600 Lire in beneficenza e ha inviato questa somma ripartita in parti uguali a diverse testate giornalistiche affinché le redazioni provvedano a distribuire i soldi tra i più bisognosi che sempre si rivolgono ai giornali per chiedere aiuto.

Ora, forse qualcuno osserverà che si tratta di un’abile mossa pubblicitaria.
Come facciamo a dirlo?
Il nome di Zolezi era talmente conosciuto in città, non credo che ne avesse bisogno!
Nel mio ricercare piccoli squarci di quotidianità ho raccolto nel tempo diversi articoli, a volte le vicende si incrociano, come in questo caso.
E se siete di Genova sapete cosa intendo quando dico che bene o male qui ci conosciamo tutti, vero che è così?
Ecco, lo stesso vale per quella Genova del passato, in qualche maniera.
Avevo messo da parte la notizia della chiusura del Bavaria, tempo dopo mi è capitata in mano la lettera di Zolezi.
E dico davvero, a volte mi sembra di andarci per davvero in quegli anni ed è una bellissima sensazione.
In alto i calici, un brindisi a quella Genova lontana e ai cittadini di quel tempo, protagonisti di un’epoca che possiamo soltanto immaginare.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Un mestiere del passato, un mestiere ormai perduto.
Dei cadrai scrive ampiamente Ivana Ferrando nel suo libro “Vendo l’argento do mâ” edito da Sagep: i cadrai erano coloro che a bordo delle loro imbarcazioni portavano il cibo alle navi all’ancora.
I cadrai iniziavano il loro giro di buon mattino e ritornavano per il pranzo di mezzogiorno portando vere prelibatezze: minestra e baccalà, focacce e panini, trippe e stoccafisso, gazzose e bevande, dai gozzi dei cadrai venivano issati questi cestini con tutti i generi di conforto.

Sull’origine del termine cadrai ci sono diverse interpretazioni, ad esempio si presume che la parola derivi dall’inglese catering.
A parte le questioni linguistiche oggi vorrei raccontarvi qualche curiosità sui cadrai, ho trovato queste notizie su un vecchio libro comprato su una bancarella: la Guida del Porto di Genova scritta dall’Avvocato Cesare Festa e pubblicata da Giacomo Luzzatti Editore nel 1922.
Tra le tante preziose notizie un’intera paginetta è dedicata ai cadrai e per correttezza vi segnalo che qui vengono definiti catrai.
Ma come bisognava fare per essere ammessi in questa speciale categoria di lavoratori?
La concessione durava 5 anni ed era attribuita dal Consorzio del Porto tramite gara ma era necessario avere determinati requisiti.
Bisognava avere 18 anni ed essere iscritti tra la gente di mare di 1° e 2° categoria, non avere precedenti penali e avere esperienza di almeno “6 mesi di navigazione o d’esercizio su barche da pesca o traffico pel trasporto merci e passeggeri, o di lavorio nelle arti marittime”.
Potevano concorrere alle gare anche le vedove e i figli maggiorenni dei cadrai defunti, a condizione che a bordo dei loro battelli venisse tenuto sempre un marittimo.
Viene anche specificato presso quali calate potevano accostarsi le imbarcazioni, i battelli dovevano essere ben riconoscibili e dovevano avere misure e colori particolari.

Eccoli i cadrai, portano le loro bontà alla gente di mare.
E seguono le regole del mestiere, possono circolare nelle acque del porto dall’alba al tramonto ed esercitano la loro professione seguendo i ritmi della vita del porto.
E quando si avvicinano alle navi all’ancora annunciano il loro arrivo con quel grido appassionato:
– Cadrai! Cadrai!
Nella Guida del Porto di Genova del 1922 sono elencati tutti i cadrai presenti nel porto, in quell’anno erano 40.
E c’è scritto come si chiamavano i loro battelli, alcuni di questi nomi sono particolari e per questa ragione mi hanno colpita.
A Genova, oltre a Maddalena, Peppino e Gio Batta, c’era anche il battello Nicolin Terzo e il suo nome fa pensare a generazioni e generazioni di cadrai.
Nelle acque della Superba circolava La Derelitta ma c’erano anche Mazzini e Balilla, non mancava Speranza e c’era il più salvifico di tutti i battelli: Dio Provvede.
Sono i cadrai di Genova, nell’anno 1922.

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Siamo nell’anno 1909 e a Genova giungono numerosi turisti.
Alcuni soggiornano in certi eleganti hotel, la loro vacanza è lussuosa ed elegante: luoghi esclusivi, passeggiate incantevoli, ristoranti alla moda, questi turisti cercano il meglio che Genova possa offrire.
Alcuni di questi visitatori hanno un pregevole volumetto: la Guida Treves che svela tutti i segreti della Superba e della Liguria.
E con mia grande gioia posso dirvi che anch’io possiedo quel libro, quindi oggi seguiremo qualche prezioso consiglio fornito da questa Guida, saremo visitatori del 1909.

Ci sarebbe una varietà di argomenti da approfondire ed io oggi vorrei parlarvi dei mezzi di trasporto disponibili in città.
Tra l’altro, il libro si apre proprio con un paragrafo dedicato alle stazioni, la più importante è Principe, là davanti si trovano le vetture pubbliche, i tram e gli omnibus degli alberghi.
Gli omnibus, per chi non lo sapesse, sono carrozze con diversi posti e a trainarle sono cavalli.
Eccoci quindi in Piazza Acquaverde, io naturalmente indosso il mio abito migliore.

E come dice la Guida Treves, qua c’è un’abbondanza di mezzi messi a disposizione dagli alberghi per facilitare i loro graditi clienti.
Qualcuno di voi deve andare all’Excelsior oppure all’Hotel Londra?
Eccovi serviti, cari visitatori, verrete condotti a destinazione con tutti gli agi!
Io per parte mia ringrazio lo spazzino che si vede sulla destra dell’immagine, il suo lavoro è importantissimo!

A Genova, naturalmente, esistono anche le vetture pubbliche a uno o a due cavalli.
Il prezzo della corsa è maggiorato se la stessa si svolge durante il servizio notturno che ha inizio con l’accensione dei pubblici fanali e termina quando questi vengono spenti.
Sono specificati i prezzi del trasporto bagagli e volendo si possono fare anche escursioni fuori città.
Come è logico che sia la vettura a due cavalli costa di più della vettura ad un cavallo, ma volete mettere il vantaggio della velocità?

Non è il solo mezzo che potete scegliere, la Guida Treves precisa che Principe è collegata a De Ferrari dagli omnibus che percorrono Via Balbi e Via Garibaldi, il biglietto costa 10 centesimi.
Lo stesso prezzo si paga per l’intera corsa della Funicolare di Sant’Anna, se invece dalla Zecca volete arrivare fino al Righi il viaggio vi costerà 50 centesimi.
E ne vale la pena, da lassù vedrete tutta la città!

Genova è posata sul mare e dunque dispone anche di un servizio di barche, si paga all’ora ed è offerto in tale maniera: per un massimo di quattro persone si spendono 2 Lire per la prima ora e poi 1 Lira per ogni ora successiva.

La città ha anche un efficientissimo servizio di tram e sulla Guida Treves sono precisati tutti i percorsi, sono indicate anche le linee che vi porteranno nei dintorni.
Poniamo il caso, ad esempio, che dobbiate recarvi a Nervi, il vostro tram partirà da De Ferrari, il biglietto costerà 45 centesimi e la corsa durerà 50 minuti.
E tutto sommato, considerando che siamo nel 1909, non mi sembra niente male!

In libri magnifici come questo si fanno meravigliose scoperte, certi dettagli non si potrebbero conoscere diversamente, neanche guardando le immagini dell’epoca.
E come mai, direte voi? È semplice, le cartoline sono in bianco e nero e invece la vita di ogni giorno, oggi come ieri, ha molteplici colori.
E così leggendo queste pagine ho appreso che le linee del tram avevano le insegne colorate, una particolarità che non avrei mai potuto immaginare.
Ad esempio il tram per Nervi aveva l’insegna bianca, quello che da De Ferrari raggiungeva Principe passando per Circonvallazione a Monte l’aveva verde, altre insegne erano anche a due colori.
Voi viaggiatori muniti della pregevole Guida Treves non avrete alcun problema a districarvi per la Superba, in queste pagine c’è davvero tutto ciò che vi occorre.
Benvenuti a Genova, nell’anno 1909.

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La signora capitò a Genova nel cuore dell’estate.
Non so dirvi quanto si trattenne, di certo ebbe modo di apprezzare le bellezze cittadine e tornò a casa portando con sé il ricordo della cortesia che le era stata riservata.
Date le circostanze credo di non sbagliare a sostenere che con tutta probabilità la nostra viaggiatrice apparteneva al bel mondo, faceva parte dell’alta società.
Un’americana a Genova, le cronache purtroppo non hanno tramandato il suo nome ma ci parlano di lei nel giorno in cui la sua partenza è vicina.
La attende un lungo viaggio e prima di lasciare la Superba la signora si concede una ricca colazione al Bavaria con certi parenti.
E qui mi sorge un legittimo dubbio, sarà stato il Bavaria di Piazza De Ferrari che si faceva pubblicità con queste eleganti cartoline?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oppure forse si trattava dell’Hotel sovrastante Corvetto?
Sarebbe anche legittimo pensarlo, visto che parliamo di una viaggiatrice, forse alloggiava in una di quelle stanze che sovrastano la bella piazza nel centro di Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In ogni caso torniamo a lei, la protagonista della nostra storia.
Il piroscafo per l’America l’attende, è tempo di partire.
E proprio prima di attraversare l’oceano nello sbigottimento generale la signora si accorge che le mancano gli anelli di brillanti: 4 preziosi gioielli del valore di 10.000 Lire!
Ci pensa un po’ su e poi si rammenta di averli lasciati nella toilette del Bavaria, la signora però non può scendere da bordo e manda così un amico che in tutta fretta si precipita sul posto.
Ad accoglierlo è il proprietario, il Signor Fezzardi bonariamente tranquillizza il suo interlocutore: gli anelli sono al sicuro, a riconsegnarli è stato il piccolo venditore di sigari, un ragazzino di nome Guglielmo.
Guglielmo li aveva trovati, Guglielmo li aveva riconsegnati.
E così la signora americana riebbe i suoi anelli, il piccolo venditore ricevette una ricompensa di 500 lire.
Non che allora il mondo fosse un posto migliore, nelle cronache del tempo si trova la consueta sequenza di truffe, furtarelli e ruberie di vario genere.
E poi ci sono quelli come Guglielmo: sono loro a far tutta la differenza, in qualunque epoca.
La notizia è riportata su Il Lavoro del 25 Luglio 1908, è passato tanto tempo da allora.
Io immagino la signora americana sul piroscafo che la condurrà oltreoceano: osserva la costa allontanarsi e sorride serena.
E non solo perché ha riavuto i suoi anelli, sorride perché anche lei sa che al mondo ci sono persone come Guglielmo e sono solo loro a far tutta la differenza.

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