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Posts Tagged ‘Botteghe storiche negozi e locali di Genova’

L’ho cercata.
Sono andata là, sotto i portici di Sottoripa.
Camminando piano, un passo alla volta, sperando di trovare il civico corrispondente, in fondo non è nemmeno passato poi tanto tempo, mi dicevo.
E così i miei occhi hanno cercato le tracce della gloriosa Trattoria Monticelli, l’ho anche immaginata, naturalmente.
Un soffitto con le volte, i tavoli di solido legno scuro, le tovaglie spesse, le stoviglie bianche e le brocche di vetro trasparente.
E le voci festanti e rumorose, le frasi pronunciate in dialetto e le risate fragorose, espressione di gioia e di convivialità.
In alto i bicchieri, si brinda alla bellezza della vita e alle fortune che il destino concede!
Qui si servono porzioni abbondanti e generose, dalla cucina escono piatti ricolmi di vere delizie.
E lui, il proprietario, se ne sta dietro il bancone, con un certo compiacimento osserva i suoi clienti soddisfatti, già la vita riserva tante amarezze ma i momenti di gioia bisogna pur saperli apprezzare.
Ho trovato notizie su questa trattoria tra le pagine di uno dei miei libricini, Genova e Dintorni, Guida Popolare Illustrata edita agli inizi del ‘900 dai Fratelli Dell’Avo.
E così eccomi in Sottoripa, vado su e giù e nel mio sognante girovagare ho trascurato di considerare la realtà: la celebre trattoria, infatti, si trovava in quel tratto dove oggi svetta un edificio moderno, il palazzo che un tempo la ospitava ormai non esiste più.

E cammino in Sottoripa, a dire il vero sono piuttosto contrariata.
Non posso trovare neanche un’insegna sbiadita o un locale rinnovato che con la potenza della fantasia potrei provare ad immaginare diverso.
Eppure.
C’era tutta quella folla, gli affezionati avventori tornavano sempre da Monticelli.
Gente di mare e di vicoli, gente dalle facce pulite e dai sorrisi aperti.
Ad una certa ora fuori dalla porta si formava la coda per assicurarsi un tavolo.
Da Monticelli nella stagione calda il locale era rinfrescato da ventilatori elettrici, avevano molto a cuore il benessere della clientela!

E che dire del negozio di vino?
Le due pubblicità sono sulla stessa pagina della Guida, ne ho dedotto che appartenessero alla stessa famiglia.
Il premiato negozio era a breve distanza, si trattava di una bottega di lunga tradizione specializzata in vini particolari, sono certa che i proprietari ne andassero particolarmente fieri.

Attiva dal lontano 1840, caspita!
Ben prima dell’Unità d’Italia, stai a vedere che le Camicie Rosse di Garibaldi sono passate pure da Monticelli?
Non mi stupirebbe affatto, del resto lì vicino c’era l’Albergo del Raschianino dove soggiornarono i prodi che seguirono il nizzardo nella sua impresa.
Certo, se potessi far due chiacchiere con il Signor Monticelli mi sarebbe tutto più chiaro!

Ho tentato di seguire il filo del tempo, sempre avvalendomi della mia Guida Pagano.
E posso dirvi che nel 1926 sia la trattoria che il negozio erano ancora fieramente al loro posto.
E la concorrenza era forte, Sottoripa era pullulante di negozi e botteghe, solo in quel breve tratto c’erano ben due osterie e guardate quante botteghe diverse facevano i loro affari davanti al mare di Genova.
Io avrei particolare interesse per il negozio di un certo Signor Guani, costui vendeva crine, certo quella è tutta un’altra storia!

Poi il tempo passò, venne la guerra, caddero le bombe e cambiarono in parte il profilo della città.
Sulla Guida Pagano del 1957 non c’è più traccia di gloriose attività della Famiglia Monticelli, forse cessarono molto tempo prima, non saprei dirvelo.
Eppure.
Là c’era un continuo andirivieni, io ne sono sicura.
Provate ad immaginare di esserci stati anche voi.
In un altro tempo, in Sottoripa.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Vi porto per caruggi, in un pomeriggio d’inverno.
In quei posti che amo, oltre la prospettiva di case alte a breve distanza da Porta Soprana.
Lo dico sempre, io vado ovunque e senza alcuna meta, in realtà.
Cammino, a Genova.

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E si può non indugiare davanti alla vetrina di Casaleggio?
Canestrelli, nocciole, miele, sciroppo di rose, vasi e vasetti.

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E poi scendo in Piazza delle Erbe, con le sue antiche case dai colori caldi di zafferano e biscotto.

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E mi fermo davanti a quella che fu una libreria antiquaria, questo posto è rinato a nuova vita e adesso ospita un caffè letterario, io non ci sono mai stata e mi ripropongo di scoprirlo presto.

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Su e giù per questi caruggi, tuttavia la meta non è importante, ve l’ho detto, io vado ovunque.
Basta esserci, basta guardare il cielo sopra la città.

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E la prospettiva di Vico del Fico che si perde lassù in un bagliore di giallo.

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Gli edifici che si scorgono in lontananza sono quelli di Piazza delle Lavandaie, facile immaginare di vedere donne curve sotto ceste pesanti cariche di panni, difficile immedesimarsi nelle vite degli altri e figurarsi fatiche che fortunatamente non abbiamo conosciuto.

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Da queste parti nel tardo pomeriggio la luce dolcemente declina mentre il cielo si tinge di oro oltre i tetti e oltre il campanile di San Donato.

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E poi sali su per Vico delle Fate, un posto con un nome simile può soltanto riservare incanti.

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E muri antichi e mattoni consunti.

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E poi, magari, vagando senza meta per i caruggi, può capitare di sbucare in Via Ravecca, a volte si finisce per trovare persino una perfetta geometria di colori in luoghi come questi.

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Quando meno te lo aspetti, in ogni luogo.

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Quando il sole illumina i tetti, a Genova, in un pomeriggio d’inverno.

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Nomi e vicende riemergono dal passato, sono frammenti di vita che non abbiamo veduto.
Ricorderete che poco tempo fa su queste pagine è apparso un articolo dedicato a Pier Enrico Zolezi e al suo glorioso locale una volta sito in Galleria Mazzini.

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Pier Enrico non era il solo della sua famiglia a dedicarsi alla ristorazione, come lui anche Giuseppe Zolezi aveva un esercizio commerciale che si trovava in Via Madre di Dio, una strada molto amata di Genova.
Una storia ne rievoca un’altra ed è proprio ciò che è capitato in questo caso.
A seguito del mio post dedicato a Pier Enrico Zolezi sono stata contattata da Renata e Michela, entrambe sono imparentate in diversa maniera con gli Zolezi e le ringrazio di cuore per la loro generosa disponibilità.
Michela è figlia di Armando Morselli, discendente di Giuseppe, proprio al signor Armando si deve una testimonianza preziosa, una splendida immagine d’epoca conservata con autentico amore e attaccamento alle proprie radici.
Quella foto ci porta in Via Madre di Dio, la strada perduta e abbattuta dalla mano dell’uomo come tutti quei vicoli che la circondavano.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è scomparsa anche la zona delle Mura di Santa Margherita, consultando le mie vecchie guide ho scoperto che Giuseppe Zolezi e la sua consorte avevano lì una fabbrica di acque gazzose.
Come dicevo, nella rimpianta Via Madre di Dio c’era invece il loro locale con la sua bella insegna ben evidente.
Trattoria, caffè e bottiglieria, per la gioia dei genovesi.

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Mettiamo indietro le lancette e andiamo a quel giorno, è un giorno speciale per gli Zolezi: si festeggia il primo compleanno del più piccino.
A sollevarlo con fierezza e orgoglio è proprio suo papà Giuseppe, il proprietario del caffè.
Seduta sulla sedia una bimbetta dal fare un po’ impacciato, mani amorose si posano sulle sue spalle.

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Eccoli i bambini di casa, ritti e impettiti per fare la fotografia, un evento che non capitava certo ogni giorno.
Il signore con giacca, panciotto e paglietta chi sarà? Un avventore o forse uno di famiglia?
Restano tutti ritratti in un istante della loro vita, in una bella fotografia antica.

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Vermouth, birre e gazzose, tintinnano i bicchieri dei clienti davanti al bancone del Caffè.

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E passano i piatti con le pietanze fumanti, chissà che delizie escono dalla cucina: torte di verdure dalla sfoglia impalpabile, cibo sano e genuino.
E certo, molti sono abituali frequentatori del locale, vengono accolti con sorrisi e con parole di benvenuto.

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L’animata e vivace Via Madre di Dio è frequentatissima nel tempo del suo fulgore.
La strada è abitata da lavoratori e da gente del popolo, uno di essi lo si nota appena in questo piccolo ritaglio: è seduto davanti alla sua casa, probabilmente.
Guarda scorrere la vita del quartiere, la vive ogni giorno, questo è il suo mondo, qui batte il suo cuore.
Accanto a lui un giovane uomo con le mani in tasca osserva la porta del locale, forse si domanda cosa stia accadendo da Zolezi.

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Ve l’ho detto, si festeggia una piccola vita che cresce, un bimbo che compie un anno.
E sono numerosi gli altri bambini che affollano questa porzione di strada: timidi, esitanti, curiosi di ciò accade attorno a loro.

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Il cappello calcato sulla testa, il sole che batte sugli occhi, i più piccini che si sporgono dietro a quelli più grandicelli.
E la bimba con l’abitino bianco e leggero, di lei non si vede il volto, si può solo immaginare il suo dolce sorriso.

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Era un giorno lontano, in Via Madre di Dio.
In un luogo dove non possiamo ritornare, in una strada che non possiamo vedere.
Davanti al locale di Giuseppe Zolezi, in un momento importante per questa famiglia.

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Luci.
Luci spente, in una giornata luminosa.
Sospese sul mare e sul cielo.

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E sui tetti e sulle vele al Porto Antico, sul profilo della città vecchia.

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Fiori.
Ondeggianti, davanti a una persiana in Campo Pisano.

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E bolle, bolle di sapone.
Una, due, tre, è la magia di un artista di strada in Piazza De Ferrari.

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E poi, un leggero soffio di vento.
E le bolle si alzano tremule verso il cielo, è un gioco di colori e trasparenze.

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Spesso la bellezza è così, se ne sta racchiusa in un istante, in questa fragilità.

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E ancora luce.
Calda e avvolgente, crea un’affascinante atmosfera.
Il tavolino, i soprammobili, le scatoline di latta: è la vetrina di Bachelite, un negozietto di articoli vintage ai Macelli di Soziglia, una botteguccia che attira sempre la mia attenzione.

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E ancora petali.
Smarriti, perduti, alla ventura.

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E ancora bolle.
Fluttuano davanti alle finestre, si scontrano, svaniscono.

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E sole.
Brilla lucente tra le case, sfiora le ardesie e il campanile della Chiesa delle Vigne.

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Altrove un ultimo incanto.
Solo un raggio di luce, lambisce il muro e vi si posa.
Rimane a rischiarare un dettaglio di poco conto, difficilmente si potrebbe pensare che meriti di essere immortalato.
Se non fosse per il sole, se non fosse per la luce.

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Oggi vi porto all’Acquasola, un parco pubblico molto amato dai genovesi di un altro tempo e tuttora nel cuore di molti di noi.
In altre epoche era tutto diverso rispetto ad adesso, anche la sua estensione era differente, il tempo del fasto dell’Acquasola è lontano ma tutti speriamo che presto torni a risplendere e ad essere ancora un luogo di grande fascino.

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Vi mostrerò un frammento del suo fulgore ottocentesco, in altri secoli all’Acquasola si veniva a passeggio e le aristocratiche dame della città facevano sfoggio di eleganza, nella bella stagione era un posto molto frequentato.

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Andiamo indietro nel tempo, nella seconda metà dell’Ottocento sotto gli alberi generosi dell’Acquasola c’era un caffè dove si poteva ristorarsi dalla calura con dolci delizie e gradevoli bevande.
Ho due immagini d’epoca da mostrarvi, appartengono ad un amico collezionista di foto antiche e rare e qui lo ringrazio di avermele inviate.
Si tratta di fotografie stereoscopiche, sono composte da due immagini identiche e per osservarle si utilizzava un particolare strumento.
Il Caffè d’Italia fu attivo negli anni ‘70 dell’Ottocento e mi è difficile riuscire a stabilire la sua precisa collocazione, tutto è mutato da allora e sebbene abbia fatto qualche supposizione preferisco attenermi ai dati certi, se troverò altre informazioni tornerò a scriverne.
Ecco l’ingresso del nostro leggendario Caffè.

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Viene citato in una Guida del 1872, Genova ed i suoi dintorni: viaggio alle due Riviere.
E qui si legge della incredibile eleganza del Caffè d’Italia, in certe sere scintillava di luci e vedeste quanta gente vi si trovava, c’era la folla!
Si trattava di un posto alla moda, si può comprendere il suo successo!
E ancora, sfogliando il Lunario del 1872 il mio solito prezioso amico Eugenio ha reperito queste notizie:

L’Italia, all’Acquasola, caffè giardino unico suo genere in tutta Italia, aperto dal giorno di Pasqua a tutto settembre.

Un luogo magico, una meraviglia cittadina che è la gioia dei genovesi di quel tempo.

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E osserviamo con maggiore attenzione alcuni dettagli di queste antiche fotografie, esse restituiscono frammenti di vita reale.
E non è il fasto a vedersi, non è lo sfarzo degli abiti esclusivi o la leggiadria delle gentildonne.
Il fotografo ha fissato il suo sguardo su una particolare categoria di persone: i lavoratori, coloro che con le loro fatiche resero grande il Caffè d’Italia.
Ognuno ha diverse mansioni e responsabilità, ognuno fa la sua parte.
Ed ecco i giardinieri che reggono in mano pesanti annaffiatoi, sullo sfondo un uomo con i baffi, credo che abbia un tovagliolo posato sul braccio.

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E ancora, tre diverse generazioni.
A mio parere non si tratta di una posa casuale, trovo una studiata armonia nelle differenti posture di queste persone.
Due camerieri e un garzonetto, pronti a servire la loro raffinata clientela.
E non mancate di notare il palo dell’illuminazione pubblica, da amante dei particolari questo dettaglio ha subito attirato la mia attenzione.

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Al Caffè d’Italia ci si dilettava con il biliardo, ai tavoli del ristorante venivano serviti memorabili pranzi.
E certo, saranno sbocciati nuovi amori sotto l’ombra confortatrice di quegli alberi.
Quante fanciulle di Genova avranno raccolto una foglia all’Acquasola per poi conservarla tra le pagine di un libro in ricordo di una giornata particolare?
E magari una calligrafia antica e ordinata avrà fissato certi momenti su carta sottile e fragile come il tempo che svanisce senza lasciar traccia di certa grandezza.
Un velo si posa sui luoghi, sulle memorie, sui posti che non conosciamo perché non li abbiamo mai veduti.
C’era un tempo all’Acquasola il Caffè d’Italia.

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Poi quel tempo si è dissolto, sono trascorsi i mesi e gli anni.
Eppure è fissato per sempre, in alcune fotografie e in certi sguardi rivolti verso di noi, in una dimensione resa reale dalla fantasia e dall’immaginazione.

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Nel freddo dell’inverno è bene ritemprarsi e per farlo potremmo scegliere un esclusivo locale della città.
Si tratta di un posto di successo, il locale di Pier Enrico Zolezi ha aperto i battenti nel 1877 come birreria nell’elegante Galleria Mazzini.

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E lo ritroviamo ancora celebre nel 1882, nel Lunario del Signor Regina di quell’anno ci sono ben 2 pagine dedicate a questo locale e allora andiamo a trovare il Signor Zolezi, i suoi piatti vengono serviti con vini pregiati.
Come potete leggere è possibile anche far una specie di convenzione, una sorta abbonamento mensile.

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E tra l’altro, siccome la pubblicità è l’anima del commercio, in un paio di righe si invita la clientela a fare i dovuti paragoni con i prezzi offerti dagli altri ristoratori, direi che non c’è proprio paragone!
Da Zolezi il pranzo a prezzo fisso comprende le seguenti portate, avrete due scelte ed entrambe a mio parere sono piuttosto generose.
A me basta il pranzo da Lire 2.50, voi che ne dite?

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Si aggiunga a tutto questo un’autentica specialità che si può gustare esclusivamente da Zolezi: il rinomatissimo Vermouth delle Dame.
Si legge sul Lunario che questo corroborante liquore è fatto con moscato di Canelli ed è poi arricchito con l’aroma di certe radici.
E lo potete bere solo là, in Galleria Mazzini.

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E ha un sacco di proprietà, sapete?
C’è una paginetta intera sul Vermouth delle Dame, ohibò!
E io non l’ho mai assaggiato, che disdetta!
Ottimo per digerire, per la precisione è apprezzato dalle dame e anche dai gentiluomini, si può bere prima o dopo pranzo e avrà comunque benefici effetti.
E quindi, ecco qualche consiglio su come gustarlo, con il seltz o con la soda sembra perfetto e poi ci sono le bottiglie di lusso, regalatene una ai vostri amici e farete una gran figura, credetemi!

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E poi da Zolezi non ci si annoia mai, sapete?
Ah no, in certi anni in quel locale si tengono sono magnifici spettacoli di varietà e concerti per allietare la clientela, insomma dalle parti di Galleria Mazzini ci sanno fare, fidatevi di me.
Ho questo Lunario del 1882 da parecchio tempo, finalmente sono riuscita a scrivere del signor Zolezi e penso che sentirete ancora parlare di lui su queste pagine.
Tra l’altro la primavera scorsa mi è anche accaduto un fatto curioso, un evento proprio frutto del caso.
Mi trovavo a Staglieno, durante uno dei miei soliti giri e lo sguardo ha trovato un monumento sul quale è inciso proprio quel nome.
Per caso, in un giorno di marzo.

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E allora da questa mia paginetta mando un caro saluto a Pier Enrico Zolezi e mi congratulo per la sua iniziativa imprenditoriale, in qualche modo anche lui è entrato a far parte della storia di questa città.
Brindo alzando un bicchierino immaginario, è ricolmo di Vermouth delle Dame.
Come se fossi in Galleria Mazzini, nel 1882.

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Ci sono immagini di un altro tempo che sono a loro modo speciali: non le ha scattate un celebre fotografo e non ritraggono persone importanti, semplicemente catturano istanti di quotidianità che diversamente resterebbero sconosciuti .
La foto in questione non è antica, semmai la definirei vintage, non saprei davvero attribuirle una data precisa, l’ho trovata in un mercatino e mi è sembrata interessante.
E andiamo a un giorno di settembre, eccomi in Sottoripa con la digitale in una mano e la piccola foto nell’altra.
– Scusi, perché fotografa questo palazzo? – Mi chiede un signore affacciandosi da una delle finestre, il suo tono è piuttosto perplesso.
Sventolo la mia fotografia e rispondo candidamente:
– Guardi! Ho una foto del passato! Sto cercando di ritrarre lo stesso scorcio!
Il signore annuisce, mi saluta e sorride: fatelo anche voi se vedete una tizia che fotografa sotto casa vostra, potrei essere io, ecco.
Dunque, siamo in Sottoripa.

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Oltre i portici lo scenario è questo ed è noto a tutti i genovesi.

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Di questo amatissimo porticato ho già avuto modo di scrivere in un precedente articolo.

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E in altri anni era identico, sembra che non sia cambiato nulla, nell’immagine soprastante si nota una differenza: adesso sono visibili alcune parti di muro e certe antiche pietre.

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Le finestre.
Spalancate sull’azzurro, invase dall’aria del mare, dai rumori della via, da voci che non possiamo sentire.

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Sono rimaste uguali, così erano in quello scatto e così sono ancora.

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Sotto i portici di Sottoripa c’era una bottiglieria.

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E ancora adesso, nello stesso luogo, si vendono vini, bevande e liquori.

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Che accade in quella zona di Genova in quel frammento di vita ormai trascorsa?
Sullo sfondo qualcuno che passa di fretta, in primo piano sulla destra c’è un tale seduto su uno sgabello, discute con l’uomo in piedi davanti a lui, entrambi indossano un capello.
E osservate la porzione di porticato sulla sinistra.
Si nota un negozio, un bancone, un motivo a quadretti, così sono disposte certe piastrelle.

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Sono bianche azzurre e sono proprio quelle di una storica friggitoria dei caruggi nota a tutti i genovesi.

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Uno di quei posticini dove si trovano certe semplici golosità.

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Una strada che sempre percorro, un posto del cuore, un luogo che ho ritrovato identico a se stesso.

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Ed è solo un frammento, un istante di una giornata qualunque, davanti al mare di Genova.
Affacciata ad una di quelle finestre c’è una giovane donna.
Osserva, guarda la vita scorrere, immersa in certi pensieri che non possiamo conoscere.
In una giornata qualunque, in Sottoripa.

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Quando si parla di moda la capitale francese di certo non ha eguali.
Chiunque sia stato a Parigi si è soffermato ad ammirare certe lussuose vetrine dove sono esposti abiti eleganti e sontuosi, giurerei che lo avete fatto anche voi!
E là, a Parigi, io ho trascorso un tempo infinito a curiosare dai bouquinistes lungo le rive della Senna.
E poi sono tornata a casa con la moda di Parigi, ho acquistato diverse stampe che ora sono appese in casa mia.
Ecco le Moniteur de la Mode, le signorine francesi certo avevano buon gusto!

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Ne ho una piccola serie e ve ne mostro soltanto un paio, ognuna di esse è un piccolo gioiello.
Capello di paglia, nastri e ombrellino da passeggio, lo stile perfetto di un’epoca distante.

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E a proposito della moda di Parigi ho scoperto sulla mia Guida Pagano del 1894 che un certo stile in quell’anno era molto apprezzato anche nella Superba.
Le immaginate le signore genovesi?
Solo a sentir nominare la Ville Lumière si saranno incuriosite, presumo che il negozio in questione fosse molto ambito, sicuramente vi si trovavano capi ricercati.
Era situato nell’elegante Via Cairoli che qui vedete da una prospettiva particolare, sono riuscita a fotografarla in questa maniera da Palazzo della Meridiana.

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E quindi, sul finire dell’Ottocento, una passeggiata in questa strada di Genova forse prevedeva una tappa obbligatoria in quel negozio.

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Qui si offriva una vastissima scelta di capi d’abbigliamento, per l’inverno si confezionavano caldi mantelli e sicuramente si prestava sempre attenzione alle ambizioni delle clienti.
Nella pubblicità del Salone di Moda mi ha colpito un dettaglio inconsueto per i nostri tempi: oltre ai vestiti per i momenti gioiosi e mondani si specifica che in questo negozio si preparano anche abiti da lutto in 24 ore.
Eh insomma, all’epoca le signore e signorine ci tenevano particolarmente ad essere eleganti anche in circostanze tristi e i sarti della casa erano a disposizione.
Grazie al cielo la vita dona anche attimi di indimenticabile serenità e allora ecco i corredi da sposa, i mantelli da ballo e gli abiti per le serate a teatro.

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E dal nome del negozio noterete che i proprietari dovevano essere proprio francesi, quindi sicuramente se ne intendevano e avranno fatto del loro meglio per accontentare l’esigente clientela genovese nel loro salone di moda che immagino arredato con mobili di pregio e comode poltroncine.

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Un luogo raffinato ed accogliente nella centralissima Via Cairoli.
Tra sete e velluti, nastri e pizzi, la moda di Parigi nel cuore di Genova.

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Si entra nella storia di una città in tante maniere e questo celebre negozio genovese ne è parte a buon diritto, Rivara è un baluardo dello stile della Superba da più di 200 anni.
Le sue vetrine si affacciano su Piazza San Lorenzo e sulla bella Scurreria, in una collocazione a dir poco splendida.

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Giovanni Rivara fu Luigi, pregiata teleria genovese dal 1802, un’attività annoverata tra le botteghe storiche della città.

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Biancheria da bagno, asciugamani, tovaglie e accessori per la cucina, tessuti di ogni genere.
E ancora vive la tradizione voluta da Luigi Rivara, originario di Sestri Levante, fu lui a stabilire qui agli inizi dell’Ottocento la sua bottega di stoffe e macramè, le sue vetrine sono tuttora allestite con cura e buon gusto.

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Ad osservarle una ad una ci si impiega un po’ ma sappiate che ne vale la pena.

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E al di là di certi vetri vedrete i coloratissimi mezzari della nostra tradizione, i mezzari sono in tutte le case dei genovesi e li trovate con i loro motivi originali proprio da Rivara.

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E allora entriamo in questo negozio che nei periodi delle feste è preso d’assalto dai suoi affezionati clienti.

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Perfettamente restaurato, conserva ancora i suoi antichi arredi compreso il bancone che è una pregiata ricercatezza: si tratta di un pezzo unico di noce massiccia nostrana lungo più di cinque metri.

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E poi ripiani, scaffali, colori.

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E stoffe e tessuti a metraggio per ogni esigenza.

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Un luogo senza tempo al passo con i tempi.

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Difficile elencare tutti gli articoli presenti in questo negozio, dalle tovaglie alle presine, dagli asciugamani alle federe per i cuscini, non manca davvero nulla.
Ho scattato queste foto in un giorno d’estate, naturalmente nel tempo del Natale qui troverete una vasta scelta di articoli a tema.

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E poi ancora, il reparto camiceria con i suoi arredi dalle tinte scure.

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E le righe, i quadretti e i colori.

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E un corposo volume che racconta una storia, ho scorso pagine e pagine, una calligrafia ordinata ha fissato su quella carta i nomi degli illustri clienti, dagli Spinola al Marchese Centurione, la buona società genovese si è sempre servita da Rivara.

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E poi, nel dettaglio, una poesia di parole e l’immagine immaginata di un altro tempo: canapa e fazzoletti di lino, calicot e coperte, tela lino d’Irlanda e tela del Belgio, madapolam e tela crociata.

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Una tradizione di famiglia capace di rinnovarsi nel rispetto del proprio passato, questa è la chiave del successo di Rivara.

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E poi la meraviglia di questa antica scala di legno, uno dei gioielli di questo negozio.

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E ancora un libricino, antico e consunto, vi sono annotati gesti di generosità: le somme donate a persone bisognose, le cifre regalate alle monache di un certo convento.

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E per quel magnifico intreccio di vite che è la Superba ho trovato notizie di Giovanni Rivara in un articolo della Professoressa Marina Milan, il già citato “Carte d’archivio e giornali. Fonti inedite per la storia del giornalismo” pubblicato in Le Eredità della Liguria. Viaggio nell’Ottocento attraverso i documenti fiscali – Catalogo della Mostra organizzata dall’Agenzia delle Entrate di Genova (Palazzo San Giorgio – autunno 2004).
Ebbene, vi si legge che Giovanni Rivara nel 1873 fondò il quotidiano Il cittadino, un giornale di ispirazione cattolica, nella sua impresa lo seguì Maurizio Dufour, importante esponente di un’altra celebre famiglia genovese.

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Quel negozio che faceva strabiliare dame e gentiluomini dell’Ottocento è ancora uno dei fiori all’occhiello di Genova.
E come vi ho detto qui trovate i veri mezzari genovesi che fanno parte della tradizione di questa città dalla seconda metà del XVII secolo.

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Un tempo li indossavano le giovani spose, alcuni mezzari sono anche esposti in uno dei Musei di Strada Nuova.

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Ai giorni nostri si usano come copriletti o come copridivani, nelle case dei genovesi c’è sempre un mezzaro, tipico è il classico motivo dell’albero della vita.

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Azzurro, verde, rosso, tutte le sfumature di un tessuto che è uno dei simboli delle genovesità.

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Colori tenui oppure accesi.

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Un piccola preziosità che racconta di noi e del nostro passato, per vedere i mezzari in tutto il loro splendore e gli altri articoli di Rivara date uno sguardo al sito, lo trovate qui.

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Una bottega che ha più di 200 anni, una bottega che si affaccia sulla piazza dove predomina la maestosa cattedrale di Genova.

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In certi giorni luminosi la facciata di San Lorenzo si riflette sul vetro della porta d’ingresso di Rivara.

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E lo stesso accade per certi palazzi che si specchiano tra i colori dei mezzari esposti nelle vetrine di questo negozio, parte vera della storia di Genova e del suo cammino dal lontano 1802.

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In diverse circostanze ho avuto occasione di scrivere della Farmacia dei Frati Carmelitani Scalzi di Piazza Sant’Anna, il mio primo articolo risale al 2012, poi ne sono venuti molti altri.
C’è sempre una buona ragione per tornare a trovare Frate Ezio, magari nel tempo in cui profumano gli agrumi.

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Oppure quando sbocciano le rose.

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E poi insomma, è sempre una gioia rivedere il mio amico Frate Ezio e scoprire gli affascinanti segreti della Farmacia Sant’Anna, la storia di questo negozio iniziò nel 1650 e ancora continua con successo.
Come ho già avuto modo di ricordarvi questa è la più antica bottega di Genova che non ha mai cambiato proprietario.

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E oggi, cari amici, torneremo insieme in questo luogo così speciale di Genova e lo faremo in un modo particolare.

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Qui, seguendo antiche e preziose ricette, nascono i preparati e i rimedi per le più svariate necessità come ad esempio la pozione di salsapariglia, depurativa e detossificante del sangue e antinfiammatoria.

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E certo, dai petali delle rose nasce uno sciroppo delizioso!

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Tic, tac, tic, tac.
Si accende la macchina del tempo e si va indietro negli anni, all’inizio del secolo scorso.
Come si giunge alla bella farmacia dove si trova ogni rimedio per i propri malanni?
Se si viene dal centro si consiglia di servirsi dell’ascensore di Sant’Anna, mentre coloro che già sono in Circonvallazione a Monte potranno fare una gradevole passeggiata fino alla Farmacia.
Si scende, percorrendo Corso Firenze.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E poi ancora, si imbocca Corso Paganini.
Ecco le signore con gli abiti scuri e i cappelli scenografici, tutte si dirigono verso la salita che conduce alla piazzetta.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ah, che fatica, con quei vestiti, con l’ombrellino da passeggio e tutto il resto!
Piano piano si arriverà a destinazione.

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E una volta giunti in Piazza Sant’Anna si andrà a far compere, in cerca di ciò che occorre per il proprio benessere, siamo agli inizi del ‘900 e l’offerta è ampia e varia.
Oh sì, cari lettori, io ne ho la certezza perché nella mia guida Pagano del 1922 ho felicemente trovato una splendida inserzione pubblicitaria che decanta i prodotti della Farmacia, c’è anche un riferimento alla Funicolare della quale si può servirsi per andare dai frati.
E sono nominati lo sciroppo di salsapariglia e quello di rose, come avete potuto vedere dalle mie foto in questa farmacia ancora si usano questi ingredienti.
E poi rosolio, zucchero rosato e diversi altri preparati, ci sono anche le pillole di un certo Fra Bernardino e naturalmente è citato il Dottor Le Roy, all’ingresso della Farmacia c’è un busto marmoreo che ritrae questo celebre medico.

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E insomma, la pubblicità è l’anima del commercio, no?
E così i predecessori di Frate Ezio nel glorioso 1922 ricorrevano alle inserzioni pubblicitarie sulla Guida della città di Genova e in questo modo facevano conoscere i loro particolari preparati.
Oggi le cose sono cambiate, la Farmacia ha un sito del quale vi potete servire per le vostre ordinazioni, come sapete vi si trovano anche prodotti cosmetici, saponi e acque profumate.
Non so come fossero quei religiosi del 1922, a me i frati sono sempre simpatici, alcuni in modo particolare.
Ai nostri giorni all’Antica Farmacia Sant’Anna trovate lui, il mio amico Frate Ezio, insieme ai suoi confratelli conserva i segreti del passato con uno sguardo verso il futuro, nello splendido cammino della più antica bottega di Genova che non ha mai cambiato proprietario.

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