Bambini e ortiche

Chiunque abbia trascorso i giorni d’infanzia in campagna conosce bene la questione: da piccoli tutti abbiamo avuto malaugurate disavventure con le ortiche.
Era un fatto assodato e quasi inevitabile: prima o poi durante certe corse spensierate sui prati si sarebbe andati a finire in mezzo alle ortiche, che male!
Erano tempi di infinite raccomandazioni, immagino che pure quelle fossero uguali per tutti.
Vai piano in bicicletta e non stare in mezzo alla strada.
Le patatine e il ghiacciolo per merenda? Tutti e due no, non se ne parla!
Mettiti il fazzoletto in testa che il sole picchia.
A proposito, il fazzoletto non si usa più, avete notato? E perché mai? Come i codini, era un vezzo di noi bambine degli anni ’70 e mi sembra proprio che ora invece non vadano più di moda.
Scusate le divagazioni, torniamo alle terribili e pungenti ortiche, tuttora le guardo con un certo rispettoso timore.
All’epoca, lo ammetto, ero troppo impegnata a giocare e divertirmi per far caso a quegli steli flessuosi sui bordi dei sentieri: mi accorgevo di loro solo quando scontravo le foglie.
Bolle e prurito, i regali delle ortiche sono questi qui.
A quanto ricordo l’ortica poi è specialista nel mettersi in mezzo proprio quando meno te lo aspetti, ad esempio mentre stai giocando a guardie e ladri e corri come un forsennato per non essere acciuffato.
Ecco, in uno di quei momenti lì l’infida ortica ti sfiora il braccio.

Tac, questione di un attimo.
La reazione, spontanea e vivace, è ancora impressa nella mia memoria.
E aggiungo al mio album dei ricordi un fatterello che riguarda una delle mie zie la quale, fortemente animata da spirito bucolico, era solita andare a raccogliere le ortiche per la frittata.
Ora, non che io abbia mai dubitato della bontà dei suoi manicaretti ma la sola idea di mettere sotto i denti qualcosa che regolarmente mi pungeva a tradimento mi sembrava all’epoca veramente impensabile!
Ma poi era mai possibile che venisse concessa persino all’ortica una seconda possibilità? Ebbene sì, addirittura si pensava di mettermela nel piatto, cose da non credere!
Con il tempo, poi, si impara ad essere più accorti e si cerca evitare accuratamente le foglie urticanti che ondeggiano al vento anche se non sempre è possibile.
Se ci pensate ci sono molti diverse qualità di ortiche nelle quali si va a finire nel corso dell’esistenza e il problema è sempre quello: non sono mai correttamente segnalate, ecco.
Si mescolano all’erba alta, stanno lì in agguato e mentre tu allunghi la mano per raccogliere una fragola infide lambiscono la tua caviglia e lasciano traccia della loro carezza.
Tuttavia c’è pure sempre una soluzione, mettiamola così.
Infatti, potrà capitare a chiunque prima o poi di trovare ortiche lungo il cammino e alla fin fine, mi sembra persino strano dirlo, in certi casi farci una frittata mi pare proprio una fantastica idea.

9 Maggio 1915: sui prati di Cesino

È un giorno di primavera di un tempo distante, non è un periodo qualsiasi.
È il 9 Maggio 1915 e sono ore cruciali per tutta la nazione, questo tempo precede di poco l’entrata in guerra dell’Italia.
Pochi giorni prima, il 5 Maggio, a Quarto si è svolta l’inaugurazione del monumento ai Mille opera dello scultore Eugenio Baroni, protagonista della cerimonia è Gabriele D’Annunzio, le sue parole infiammano gli animi, il Vate sottolinea la necessità dell’Italia di prendere parte al conflitto.
E la vita continua, malgrado tutto.
Si cerca la quiete nella frescura della campagna in fiore, sui prati di Cesino.
Ed è il 9 Maggio 1915, è una luminosa domenica.
Per mia curiosità ho cercato sui quotidiani dell’epoca quali fossero le iniziative per quel giorno di festa e ho trovato su Il Lavoro del giorno 8 Maggio il programma di una maggiolata in montagna organizzata da un’Associazione Escursionistica.
Ecco qua la tabella di marcia: ritrovo alle 5.45 a Caricamento e partenza alla volta di Pontedecimo in tram, prosecuzione quindi alla volta di Mignanego, in programma ci sono vari divertimenti come la corsa nei sacchi e i balli campestri.
Il ritorno è previsto passando per Paveto, Cesino e ancora Pontedecimo.
Queste persone ritratte nella mia fotografia avranno preso parte alla piacevole escursione?
Non so dirvelo, eppure in quella domenica tutti loro si sono ritrovati sui prati di Cesino.
Si sfoggiano sorrisi garbati, con un ombrellino ci si ripara dal sole, si indossano abiti severi chiusi con file di bottoni.

È una gita di famiglia, si direbbe.
E intanto gli steli d’erba ondeggiano al vento, di mattina la chiara rugiada imperla i prati, sbocciano le pratoline e minuti fiorellini spuntano tra i prati.
Ronzano le api e le prime farfalle passano lievi di corolla in corolla.
E la vita continua, malgrado tutto.
E mancano appena pochi giorni a quella fatidica data: il 24 Maggio 1915 l’Italia entra in guerra.
A immortalare questa storica data sarà anche un celebre canto patriottico che inizia così: il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio.
E la vita continua, malgrado tutto.
E il 9 Maggio 1915, sui prati di Cesino, a 15 giorni da quella storica data, si cerca la bucolica pace campestre.
Con il cappello con i fiori, la camiciola leggera e il sorriso incerto ma tuttavia speranzoso di una madre che guarda al suo futuro.
Accanto a lei il marito e il figlio, è una famiglia unita in un tempo fragile.

È così imprevedibile la vita, ti sorprende in certi istanti e mentre li stai vivendo tu non sai neanche immaginare che saranno unici e memorabili, forse a segnarli e a renderli tali saranno anche gli eventi storici e i fatti che ancora devono accadere.
La vita continua, malgrado tutto.
E tu semplicemente vivi, nella maniera migliore che puoi, aspettando il tempo della gioia e della vera tranquillità.
Sui prati di primavera, come quel 9 Maggio 1915 a Cesino.

Una giornata in famiglia

Furono ore serene trascorse nel cerchio degli affetti più cari, fu una giornata in famiglia da aggiungere all’album dei ricordi.
Con questa fierezza di giovane madre così orgogliosa del marito e della sua splendida prole, nel tempo a venire ci sarebbe stato modo di essere ancor più fiera di tutti loro.

Capelli scuri, un nastro di seta, l’abito a righine sottili e occhi grandi e pieni di sogni.
E tutta la vita davanti, ancora persino da immaginare.

Sguardi timidi di bimbi ed espressioni serie di giovani zie note per lo loro molte virtù, prima tra tutta la pazienza.
Le ragazze di quel tempo avevano quei nomi che non si portano più: Ada, Geronima o magari Fanny così si chiamavano certe fanciulle di tempi lontani.

E così si trascorrevano le giornate in famiglia, magari nella dolce frescura dell’entroterra, nel giardino della casa dei passatempi primaverili, là dove l’estate sa essere un dolce trastullo.
Si intravede, nei tratti dei visi e nelle espressioni, una certa aria di famiglia, accade così con certe persone, ti accorgi subito che c’è uno stretto legame di parentela.
E si resta, tutti in posa, per la fotografia.
E il capostipite, con la sua caterva di anni sulle spalle, ha questo aspetto così burbero ma poi, in realtà, doveva essere un cuor d’oro, sempre pronto a occuparsi dei suoi cari e a provvedere alle loro necessità.

In queste antiche fotografie la meraviglia è nei dettagli, in quelle minuzie del quotidiano colte per un puro caso da certi fotografi dilettanti.
Guarda, guarda bene.
E noterai il mezzo sorriso del ragazzo poco più che adolescente, l’espressione quasi sorpresa della giovane donna, il fare annoiato della bambina che pare avulsa nel suo mondo segreto, a lei non piace tanto stare con i grandi.
E poi la nonna con il suo atteggiamento quasi compiaciuto, lei è una donna di carattere, volitiva e assertiva, io la immagino fare lunghe conversazioni con il suo consorte e suppongo, lo dico con affetto, che sia lei ad avere quasi sempre l’ultima parola.
C’è qualcosa di bellissimo nel suo volto così espressivo e particolare.
A volte accade così: un’immagine è già un romanzo e tu devi soltanto leggere le pagine o magari provare a immaginarle.

Avvenne, da qualche parte, molto tempo fa.
E poi il fotografo disse che tutto era stato fatto e i bambini corsero via, gli adulti rimasero a parlare tra di loro, il nonno e la nonna andarono a mettersi seduti all’ombra degli alberi.
E la ragazzina che stava nel suo mondo segreto continuò a fantasticare di cose che non avrebbe mai detto a nessuno.
E per tutti, in modo diverso, fu una giornata da ricordare.

Bambini di campagna

Due fotografie, infiniti mondi negli occhi e nei sorrisi delle persone che vi sono ritratte, nel tempo dell’estate in campagna.
Non conosco la località nella quale sono state scattate queste immagini ma penso di sapere che dovevano essere il ricordo di giorni felici.
E ci sono tre fratelli, a osservarli con attenzione sembra quasi che si distinguano dagli altri, lo si nota dagli abiti e dal loro atteggiamenti.
Forse sono bambini di città o forse sono i figli dei “signori” del paese, magari sono i piccoli del dottore o di qualche ricco possidente.
Abito alla marinara, sorriso divertito, la gerla sulle spalle forse più per divertimento che per dovere.

Ed ecco il più piccino dei tre, comunque doveva essere una peste, lo si vede chiaramente.

Al centro, con il suo abitino vaporoso e chiaro come le nuvole d’estate, la sorellina.
Seria, bene educata e compita, sfoggia anche un bel fiocchetto tra i capelli.

Bambini di campagna, in un frutteto.
Su un carro di legno cigolante, tutti insieme.
E sì, ci sono anche i fratellini dell’altra fotografia, oltre a loro altri bimbetti più piccoli.
E sono smorfie, ciuffetti biondi, magliette a righe, sole negli occhi, berrettini messi di traverso, bretelle incrociate, sorrisi ingenui e appena accennati.

E camiciole leggere perché fa caldo, cappelli di paglia, respiri trattenuti, inattesi stupori.
E per dirne una, osservate i due bambini in primo piano sulla destra, nell’immagine sottostante: mica l’hanno mai fatta prima una fotografia.
È capitato quel giorno lì e poi chissà, il più grande ne ha parlato per giorni con il nonno, raccontando di quella volta che gli capitò di essere sul carro e di fare la fotografia, che batticuore!

Bambini di campagna, a guidare il carro un uomo che ha conosciuto certo molte fatiche.
È scalzo, ha l’aria di serbare molti segreti per noi misteriosi, sono così quelli che sanno leggere le storie e le parole della madre terra, hanno una sapienza a noi sconosciuta.

In quel tempo, in campagna, c’erano tre fratelli.
E qualcuno li fotografò davanti a questa casa, forse ancora oggi quei muri racchiudono antiche memorie.

In quel tempo, davanti agli alberi, c’era un carro.
E appena si nota sulla sinistra la sagoma di una figura femminile, forse la moglie di colui che tiene le redini.
E là, tutti insieme, ci sono loro: bambini di campagna nel tempo di un’altra estate.

Verde brillante

Verde brillante, lucidato di fresco dai raggi del sole.
Fulgido, chiaro e splendente.
Vibrante di luce, intenso e palpitante d’estate.
Verde brillante che ondeggia piano come una cantilena, come una canzone lenta, come un soffio leggero.
Ombra.
Il luogo perfetto per indugiare così, nelle pigrizie estive, nella dolcezza quieta del verde brillante.

Il fieno

Riposa, nel quieto e silente orizzonte di un giorno d’estate.
Il fieno, sui prati rinfrescati dagli acquazzoni di luglio, nella pacifica campagna che circonda Loco.
Là, dove senti appena gorgogliare le acque del Trebbia che scorrono sotto al ponte.
Oltre ancora, il fieno.

Raccolto secondo le consuetudini di una saggezza antica, come nel tempo di maggiori e diverse fatiche.
Riposa, al sole di luglio e in questi languidi tepori.

Tra gli orti e le case, sotto al cielo percorso da nuvole bianche e leggere.

Nel tratto in cui la strada si piega così dolcemente in una di quelle curve fenomenali che caratterizzano la valle e la Statale 45 che la percorre.
Ai margini, tra l’erba verde, il fieno.

Con la sua luce propria, catturata dai raggi del sole che sfiorano le cime degli alberi, i fiori e la terra.
E riposa, in questo calore, il fieno.

Luglio 1917: una cartolina dal Bosco delle Fate

Era stato un viaggio lungo e a suo modo tumultuoso, la signorina Laura non vedeva l’ora di giungere a destinazione e lungo il percorso più di una volta si sorprese ad ammirare il panorama che le scorreva davanti agli occhi.
I prati, gli alberi fitti, la natura ricca e generosa.
E così quando prese posto nella sua camera d’albergo in quel di Fontanigorda si ritenne più che soddisfatta della sua scelta: il tempo della villeggiatura era iniziato, ora finalmente poteva godersi le passeggiate all’ombra dei castagni e le molte dolcezze dell’estate.

Dopo breve tempo acquistò anche una cartolina da spedire a Mary che in quel mese di luglio si trovava ancora a Genova tormentata dalla calura cittadina.
Forse Laura avrebbe voluto condividere con lei quelle passeggiate ritempranti al fresco e la meraviglia dei monti che circondano il piccolo paesino.

E così inviò una cartolina nel quale si vedeva di un luogo amato: l’incantevole Bosco delle fate meta dei suoi pomeriggi estivi.
La cartolina partì il 15 Luglio 1917 e dopo breve giunse tra le mani di Mary, chissà se a lei venne il desiderio di trascorrere qualche giorno in Val Trebbia, queste sono le parole che le scrisse la cara Laura:

“È un soggiorno davvero bello questo e se non fosse per il viaggio un po’ disagevole e l’albergo mancante del comfort al quale tu eri abituata ti direi di venire a passarvi qualche settimana.
La compagnia è simpatica e il vitto è buono e dei nostri alberghi montanini è il più pulito di quanti ne vidi.”

Frammenti di estati passate riemergono così nel nostro presente, la nostra villeggiante narra poi delle sue due brevi passeggiate giornaliere e dice che si gode l’ombra degli amorosi castagni.

Lo facciamo ancora adesso, oltre cento anni dopo.
Le rocce, il sentiero, la curva gentile.
Non c’è più la capanna, adesso ci sono gli scivoli, le altalene e i giochi per i bambini.
Ancora ci sono i castagni, fieri testimoni del tempo lontano e del dolce soggiorno di Laura che qui trascorse l’estate del 1917.

Due casette molto speciali

Le due casette prefabbricate di Fontanigorda si trovano un po’ fuori dal paese, lungo la strada che porta a Casanova.
Negli anni ’70, noi bambini eravamo sempre in giro e spesso facevamo le nostre scorribande in bicicletta verso il mulino così chiaramente passavamo davanti alle casette che allora per me avevano un fascino tutto speciale.
Ora, devo dire che non ho mai conosciuto i nomi dei proprietari di queste abitazioni sulle quali ho a lungo fantasticato da bambina, all’epoca in proposito io avevo le idee molto chiare.
Quelle erano casette straordinarie, ne ero certa: le case erano prefabbricate e questo dettaglio le rendeva ai miei occhi assolutamente sensazionali.
Non si trattava di case costruite in solida pietra o con le travi di legno: queste erano case moderne e solo per un caso fortuito si trovavano in Val Trebbia, avrebbero potuto essere in qualunque altro luogo.
Capite?
E insomma, a mio insindacabile parere casette simili avrebbero potuto essere collocate in California o nel New Jersey, tanto per dire.
Erano talmente innovative da essere uniche, in un certo senso.
E si trovavano in quel punto, dove la strada si snoda sinuosa come una musica.

Le casette prefabbricate hanno intorno boschi e prati e da un lato c’è l’orto, mi ricordo che in altri anni una delle due aveva un colore verde salvia.
E per l’appunto, essendo case speciali, chiaramente io pensavo che fossero abitate da persone altrettanto particolari.
Ad esempio, una tipica famiglia americana con una schiera di figli biondi e bellissimi, tipo la famiglia Bradford.
Ora, chiaramente la logica dovrebbe aiutare a trarre certe conclusioni.
Come mai questi delle casette non si vedevano mai in paese?
Perché nessuno di loro veniva mai a far la spesa?
E per quale motivo tutti i loro bambini biondi non venivano mai a giocare con noi?
Non si vedevano neanche nei giorni di mercato, quando si andava a comprare le bolle di sapone!
La fantasia e la logica non vanno tanto d’accordo, quindi io non mi sono nemmeno mai posta tutte queste domande senza costrutto.
Ero certissima che in quelle casette ci fosse la cucina con l’isola centrale e tutti gli elettrodomestici del caso, proprio come nei telefilm.
Poi c’era la scala, altro dettaglio non trascurabile, nelle camere dei bambini c’erano i letti a castello.
E si faceva colazione con enormi tazze di latte, ovviamente.
E c’era un salotto con un tavolino al centro, il caminetto e la televisione.
Erano gli anni ’70 e io passavo in bici con le mie amiche davanti alle casette prefabbricate di Fontanigorda.
E c’era questo mondo fantastico e favoloso ed era proprio là, dove la strada si snoda con quelle curve meravigliose.

Estate in campagna

Estate in campagna, è il tempo di momenti gioiosi che poi diverranno teneri ricordi.
Ha quel sapore lì la nostalgia, ti prende in un momento in cui tu non sai come affrontarla e ti porta indietro, ai giorni che hai vissuto.
Il tempo scorre, scivola via veloce e tu a volte vorresti poterlo fermare ed essere ancora la ragazza che sorrideva al fotografo in quel giorno d’estate.
Ed era caldo, avevi il tuo abito leggero con il tessuto in fantasia, quello con la gonna ampia.
Indossavi anche il tuo luminoso sorriso ed eri speciale, ti sentivi anche così.
Tutte insieme in estate, in campagna.
Lanciavate i sassi nell’acqua gelata e ridevate di gusto mentre i sassi andavano a fondo facendo quel suono che si affievoliva fino a scomparire.

Una giornata felice che racchiudeva promesse e tante speranze, c’era un futuro da immaginare e c’erano vite da costruire, sogni da far divenire solide realtà.
E sorrisi, sinceri e aperti, visi puliti.
E acqua e sassi, in un giorno d’estate.

Un’immagine cara di te, il tuo sorriso e i il tuo volto di ragazza, accanto a persone amate.
E chissà se i tuoi desideri di allora sono stati esauditi e se la vita è stata gentile con te.
Tu comunque hai fatto del tuo meglio, hai vissuto ogni istante con entusiasmo e sei sempre rimasta fedele a te stessa, in fondo sei rimasta la ragazza che eri.
Come in quel tempo lontano, quando le vostre figure si riflettevano nell’acqua tremula.
Era un giorno d’estate, a Gattorna, nel 1930.

Nella villa di Casella

La villa di Casella era immersa nel verde, la circondavano alberi rigogliosi e generosi di ombra.
E doveva essere il posto preferito dal patriarca: un luogo amato e molto caro, da sempre prescelto per le riunioni di famiglia.
Ricorrenze, compleanni e matrimoni, semplicemente la vita, momenti importanti durante i quali si costruiscono i ricordi e le memorie dolci che saranno a raccontate a coloro che verranno.
Lui, il nonno, si chiamava Ernesto, il suo nome è il solo scritto a tergo di questa fotografia.
Quanta vita attorno a lui: figli e nipoti ai quali lasciare preziosi insegnamenti.

E le ragazze, nella villa di Casella, tenevano tra le dita un fiore fragile oppure un grazioso ventaglio per farsi fresco in certe giornate estive.
E avevano sguardi sognanti e ingenui, erano bellezze semplici e per nulla artefatte.

Là, nel giardino della grande casa, c’erano panchine per godersi l’aria pura della campagna.
Quel giorno sul tavolo c’era un vassoio con una bottiglia di vino, una seconda bottiglia contenente forse acqua e un’alzata di vetro trasparente, così io mi sono chiesta dove siano finiti questi oggetti.
Il tempo posa il suo velo sulle cose e sulle esistenze, restano impresse sulla carta la disinvoltura della giovinezza, l’eleganza ed una certa fierezza.

Nella villa di Casella si arrivava con i mezzi dell’epoca.
E sapete, io sono certa che colui che guidava questo carro fosse in qualche modo parte della famiglia.
Li ha visti crescere tutti quei bambini e li ha veduti diventare grandi: lui c’era, lui c’è sempre stato.

E allora ci celebra questo instante con una lievità che è propria dei giorni felici.
Un sorriso, la bellezza di un momento gioioso e condiviso con le persone amate, in un luogo caro a tutti.

Non so dirvi nulla di questa grande casa, mi piacerebbe vederla e ritrovarla.
So soltanto che un tempo ci furono questi respiri, questi visi e questi sguardi, in un giorno da non dimenticare, nella villa di Casella.

Casella