Al Duca di Galliera, cittadino insigne

È tornata davanti agli sguardi dei genovesi l’opera magnifica eretta a gloria e memoria di Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio, illustre genovese e benefattore della sua città.
Il monumento bronzeo è frutto del talento di Giulio Monteverde e venne posto nella zona antistante la Stazione Marittima il 12 Aprile 1896, qui trovate un mio articolo ad esso dedicato con le due differenti collocazioni che l’opera ebbe nel passato.

Dopo un accurato restauro ecco di nuovo risplendere il capolavoro di Monteverde ora posizionato in fondo a Via Corsica nel quartiere di Carignano, ancora di fronte al mare.

Monumento al Duca di Galliera (1a)

Il gruppo scultoreo è composto da tre figure mirabili per grazia ed armonia.
Benevolo e gentile è lo sguardo di lei: la Munificenza, dote che contraddistinse la figura di Raffaele De Ferrari per tutto il corso della sua vita.

Monumento al Duca di Galliera (2)

E accanto tiene il suo genio alato che le ispira bontà e generosità, costui ha le fattezze di vivace giovinetto dallo sguardo gioioso ed attento.

Monumento al Duca di Galliera (3)

Ai piedi della Munificenza siede pensoso e riflessivo Mercurio, il dio che rappresenta il Commercio, arte nella quale il nostro generoso concittadino eccelse in maniera superba.

Monumento al Duca di Galliera (4)

E sul monumento dedicato a De Ferrari è posto un medaglione con il suo profilo.

Monumento al Duca di Galliera (5)

Al Duca di Galliera, cittadino insigne, così si legge sul basamento che regge la statua: tra i molti meriti di Raffaele De Ferrari c’è anche l’aver donato i 20 milioni necessari all’ampliamento del porto di Genova.

Monumento al Duca di Galliera (6)

Glorioso si staglia il monumento nella sua perfetta armonia.

Monumento al Duca di Galliera (7)

Le tre allegorie condividono questo spazio in una comunione di intenti che aiuta, consola e solleva.

Monumento al Duca di Galliera (8)

Le tre figure sono poi citate nella seconda iscrizione, come la precedente anche questa fu scritta da Anton Giulio Barrili.
Con l’enfasi tipica dell’epoca il patriota e scrittore nomina così il patrio commercio, la vasta munificenza e il genio felice.
Non manca sul basamento lo stemma della città che si onora di essere patria di un così grande personaggio.

Monumento al Duca di Galliera (9)

E chi non sapesse quali siano i meriti del Duca di Galliera e quanto munifico sia egli stato nei confronti della sua città si rechi nella piazza centrale di Genova che ora porta il suo nome e varchi la soglia del palazzo appartenuto a Raffaele Del Ferrari e a sua moglie Maria Brignole Sale, l’edificio è ora sede di una banca.

Palazzo De Ferrari Galliera (1)

E nell’atrio campeggia un marmo sul quale si possono leggere i motivi per cui i genovesi debbano eterna gratitudine ai Duchi di Galliera.

Palazzo De Ferrari Galliera (2)

Per celebrare tanta generosità il talento di Monteverde lasciò alla città questo monumento, egli è anche autore della scultura dedicata a Maria Brignole Sale, moglie di Raffaele, qui potete ammirarne alcuni dettagli.

Monumento al Duca di Galliera (10)

In un giorno dello scorso novembre per un caso fortunato ho potuto assistere alla sistemazione di alcuni pregiati pezzi del monumento al Duca di Galliera, ho visto salire tra cielo e nuvole il caduceo di Mercurio e l’ala del Genio che sono stati poi sistemati nella loro originale collocazione.

Monumento al Duca di Galliera (11)

Monumento al Duca di Galliera (12)

Svetta l’opera grandiosa eretta in onore di un genovese che si distinse per i suoi meriti e per la sua generosità.

Monumento al Duca di Galliera (13)

Per la sua gloria sorride lieto il genio fanciullo capace di ispirare buone opere.

Monumento al Duca di Galliera (14)

E pare quasi avere il respiro della vita la leggiadra Munificenza dai tratti perfetti.

Monumento al Duca di Galliera (15)

E resta, assiso ai piedi di lei, Mercurio, il dio del Commercio, giovane vigoroso e fiero che tiene sul capo il suo elmo alato.

Monumento al Duca di Galliera (16)

Questa è l’opera magnifica che è ritornata sotto il cielo blu della Superba: fu eretta in onore del Duca di Galliera, cittadino insigne di Genova.

Monumento al Duca di Galliera (17)

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Il presepe della Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano

E torna, nel tempo di dicembre, il tempo dei presepi, così oggi vi porto con me e vi mostro un piccolo presepe raccolto che potrete ammirare nella Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano.
Il mondo minuto del Presepe è composto di un’umanità devota e semplice, si vive e si lavora attorno alla capanna dove viene alla luce Gesù.

E lo scenario di questa Natività è la Genova ottocentesca, sullo sfondo si distingue il Ponte di Carignano e sotto di esso si snodano quei caruggi non più esistenti come l’antica Via Madre di Dio, sono strade di popolo e di gente laboriosa.
Si nota bene anche la stessa Basilica che appunto ospita questo suggestivo presepe.

Si cammina, con il cuore colmo di emozione per accogliere il Figlio di Dio.

E c’è chi ha tra le braccia una fascina di legna, una donna invece porta con sé la cesta dei panni.

E c’è una contadina con le sue oche.

Gorgoglia l’acqua nel pozzo mentre il popolo operoso del presepe ripete ancora le proprie usanze quotidiane.

Ed è il tempo di Gesù nel tempo trascorso della nostra Genova.

In una delle chiese più fastose della città.

Là, tra luce e ombra, in una capanna di legno viene al mondo Gesù Bambino.

Una storia della Superba: il Seminario Arcivescovile di Genova

Oggi su queste pagine pubblico il testo che ho scritto per la mostra allestita alla Berio in occasione delle celebrazioni per il ventennale della biblioteca nella sede dell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questo post racconta una storia della Superba, è la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.

“Dalla Piazza di Ponticello oltre quella de’ Lanieri partono due altre strade, una va dritta alla Porta dell’Arco e a destra per essa ascendesi al Seminario Arcivescovile, grande edifizio che ha una bella ed imponente facciata a tramontana rivolta, e all’opposto due bracci che comprendono un ampio cortile con i portici all’intorno da grosse colonne di marmo bianco formati.”

Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 – a cura di Ennio e Fiorella Poleggi SAGEP Editrice Genova – 1969

Quasi nulla resta di quanto descritto dallo sconosciuto autore che lasciò ai posteri le sue impressioni sulla città di Genova.
Le strade citate sono scomparse ma rimane, maestoso ed imponente, in questa zona che ha molto mutato la sua fisionomia, il grandioso edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile e che adesso è sede della Civica Biblioteca Berio.

Fu il Concilio di Trento a stabilire che le diocesi avessero un Seminario per lo studio e la preparazione dei giovani che sentivano la vocazione del sacerdozio e fu l’Arcivescovo Cipriano Pallavicino a dare vita al primo seminario tra il 1575 e il 1577.
I giovani chierici, appena dodici, si dedicavano allo studio del canto e della grammatica ma ai suoi primordi il seminario era più che altro una scuola e non aveva stanze per ospitare i seminaristi, i giovani quindi tornavano ogni sera alle proprie case.
Giunse così nuovamente l’esortazione a provvedere in modo che la città avesse il suo seminario e questo accadde nel 1585 quando come coadiutore di Pallavicino venne designato Monsignor Antonio Sauli che con fattiva partecipazione si dedicò alla grande opera di fondazione del Seminario.

Egli si rivolse al Senato, all’Ufficio di San Giorgio e all’Ufficio di Misericordia e ottenne i sussidi necessari per aprire finalmente il Seminario.
In quell’epoca la sede venne stabilita in una semplice abitazione in Contrata Luculi, da una nota spese sulla quale sono annotati certi lavori di restauro risulta che la casa nella zona di Luccoli disponesse di tre stanze da letto usate appunto dai chierici.

Via Luccoli

Furono poi altre le dimore utilizzate: dal 1603 al 1610 il Seminario si trasferì in Piazza San Lorenzo, per 16 anni a partire dal 1621 fu invece in San Bernardo.
Era ben evidente a tutti la necessità di una sede più vasta e permanente per i seminaristi ed ebbe modo di constatarlo di persona l’Arcivescovo e Cardinale Stefano Durazzo.
Accadde nel 1637, nel corso di una sua visita, egli infatti vide che per ospitare 30 chierici si utilizzava una casa in affitto inadatta e non sufficientemente ampia.
Il Cardinale trovò così ai religiosi dapprima una nuova sistemazione in una zona non nota e in seguito fece in modo che fossero collocati in Carignano nelle vicinanze dei Gesuiti dove i seminaristi potevano frequentare la scuola e svolgere le loro pratiche religiose.
Durazzo, tuttavia, era sempre animato dal profondo desiderio di realizzare un vero seminario in questa città e con fervente dedizione si adoperò per raccogliere i fondi necessari.
Chiese sussidi alle famiglie più abbienti, donò egli stesso parte dei suoi averi e ottenne altre notevoli cifre grazie alle tasse che si potevano imporre ai benefici della diocesi, un ingente contributo venne dato da Emanuele Brignole che in quel periodo fece costruire anche l’Albergo dei Poveri.

Albergo dei Poveri

Per l’edificazione del Seminario fu scelta una zona di campagna che sovrastava le strade di Ponticello, i terreni vennero acquistati sul finire del 1654.
Il progetto e la realizzazione del magnificente edificio vennero affidati all’architetto Gerolamo Gandolfo di Oneglia che venne coadiuvato da Pier Antonio Corradi e Antonio Torriglia.
Sorse così il Seminario Arcivescovile di Genova, preziosi sono i suoi marmi e le colonne scolpite da
Gio Battista Orsolino, i lavori furono completati nel giro di due anni e durarono dal 1655 al 1657.
Nel primo periodo il Seminario ospitò circa 70 chierici, si tenevano scuole di grammatica, umanità, filosofia e canto.
Durazzo tenne sempre alta l’attenzione sulle vicende del seminario, nel corso degli anni furono sempre molti i benefattori che destinarono ingenti somme all’Istituto ecclesiastico, per promuoverne le attività si organizzavano anche accademie, recite e dispute pubbliche alle quali assistevano il Cardinale stesso e il Doge di Genova.

Il Seminario, nel corso dei secoli, seguì il destino e le tragiche vicende che colpirono la città, narrano le cronache che durante la tremenda pestilenza che falcidiò la popolazione intorno alla metà del ‘600 furono molti i religiosi che non si risparmiarono e diedero il loro aiuto nel soccorrere i poveri appestati.
Vennero poi altri anni e altre difficoltà, la rivoluzione del 1799 fece chiudere il seminario che fu riaperto soltanto nel 1803.
E ancora i giorni difficili non erano finiti, in quelle epoche durante le quali la vita umana era ancor più fragile, il Seminario aprì le sue porte ai colerosi durante una delle epidemie che funestarono Genova agli inizi dell’Ottocento.
Con il trascorrere del tempo il Seminario subì diverse modifiche: nel 1840 Ignazio Gardella fece realizzare anche la cappella situata al pianterreno, mentre sul finire dell’Ottocento furono apportati ulteriori ampliamenti a cura dell’ingegner Massardo che su incarico dell’Arcivescovo Magnasco realizzò due ulteriori bracci a sud con l’ingresso su Via Fieschi.

E ancora fu la storia a segnare il destino di questa istituzione religiosa, durante la Prima Guerra Mondiale metà dell’edificio fu utilizzata come Ospedale Militare, molti seminaristi vennero chiamati sotto le armi e lasciarono quindi il Seminario.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, come molti edifici di quella zona, anche il Seminario Arcivescovile subì danni in seguito ai bombardamenti.
Il tempo è passato, la zona nella quale è sorto il nostro Seminario è divenuta moderna e si trasformata in una realtà in tutto differente.
È scomparso il dedalo delle vie che confluivano in Piazza di Ponticello, sono state costruite Piazza Dante e la Galleria Colombo, l’antico edificio del Seminario è rimasto quasi adombrato dai grattacieli e dalla modernità.
L’istituzione ecclesiastica trovò negli anni ‘70 una nuova collocazione in Salita Emanuele Cavallo e bisognerà attendere gli anni ‘90 per il progetto di recupero che ha restituito alla città l’edificio con ulteriori modifiche e ampliamenti e anche con una nuova anima.
Dal 1998 il Seminario è sede della più importante Biblioteca Civica ed è un fondamentale punto di riferimento culturale della città, qui convivono innovazione e tradizione, il presente e il passato hanno trovato la giusta armonia in questo edificio che è parte del cammino di una città a volte capace di rinnovarsi nel rispetto della sua storia.

Bibliografia
Il Comune di Genova – Bollettino Municipale Nr 13 del 31 Luglio 1922
Fides Nostra – Periodico Mensile Luglio 1965
Guida Illustrativa del cittadino e del forestiero per la città di Genova e sue adiacenze Federico Alizeri – Forni Editore 1972
Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 – a cura di Ennio e Fiorella Poleggi SAGEP Editrice Genova – 1969

Il monumento al Duca di Galliera

Verso di lui Genova ha un grande debito: Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio, si distinse per la sua generosità verso la sua città natale.
Il munifico nobiluomo donò alla Superba i 20 milioni necessari all’ampliamento del porto, la sua altrettanto prodiga consorte Maria Brignole Sale regalò i suoi palazzi e le sue ricchezze alla città.
Raffaele De Ferrari, banchiere e abile uomo d’affari, lasciò le cose del mondo nel 1876 e tempo dopo la sua città volle dedicargli un monumento che venne collocato in Piazza del Principe.
Ed ecco i genovesi a passeggio nei pressi del monumento in un tempo lontano: qualcuno si regge alla ringhiera, un signore se ne sta pigramente seduto sulla panchina.

Sullo sfondo di questa immagine si nota ancora l’antica statua del Gigante opera di Marcello Sparzo demolita nel 1939, era stata realizzata per Giovanni Andrea Doria nel 1586 ed egli ai suoi piedi aveva fatto porre la sepoltura del Gran Roldano, il suo amatissimo cane.
In primo piano si ammira l’armonioso monumento dedicato al Duca di Galliera: opera di Giulio Monteverde il gruppo scultoreo è composto da più figure allegoriche.
Come scrive Resasco, al centro si trova la Munificenza che tiene accanto il suo genio alato, la terza figura rappresenta l’arte eccelsa del Commercio.

Un capolavoro grandioso per una persona eccezionale, un’opera che fu parte del panorama cittadino per diverse generazioni di genovesi.
E forse era una piacevole abitudine andare a sedersì là, su quelle panchine, ecco ancora un’altra cartolina che mostra un frammento di tempi distanti.
Il Gigante non c’è già più, sullo sfondo si staglia la prospettiva del Grand Hotel Miramare.

E veniamo ad altre immagini più belle ed emozionanti per me in quanto provengono dall’album dei ricordi di persone sconosciute che hanno attraversato le strade di questa città.
Lui è un gentiluomo con una bella barba bianca, una giacca di buon taglio e un’elegante bombetta.
Se ne sta in posa, con le mani sui fianchi e dietro di lui svetta quel monumento che ai giorni nostri non possiamo più trovare in quel luogo.
Sulla sinistra si intravede appena il contorno della nicchia che ospitava il Gigante.

E poi trascorsero ancora gli anni e venne un altro tempo ma i genovesi non persero la gradevole usanza di frequentare quei giardini, in questa immagine mi sembra di scorgere anche un marinaio seduto sulla panchina.

Questo dettaglio è parte di una fotografia che ritrae una giovane donna sorridente.
Perdonate la divagazione, trovo splendida la sua pettinatura e le sue scarpe sono ancora alla moda, questa signorina aveva un certo stile.
Eccola in posa nelle vicinanze del monumento dedicato al grande genovese.

L’opera di Giulio Monteverde venne in seguito spostata a breve distanza e poi rimossa sul finire degli anni ‘80 a causa dei lavori per la metropolitana, il monumento dedicato a colui che diede lustro e ricchezza alla sua città è rimasto per molti anni in un magazzino e purtroppo ha subito anche dei vandalismi.
Il pregevole lavoro di Monteverde è tuttavia stato accuratamente restaurato e tornerà presto sotto gli sguardi dei genovesi.
Non verrà più collocato nel sito originario e di questo mi dispiaccio perché io credo fermamente che bisognerebbe restare fedeli alla propria storia.
La destinazione prescelta è il quartiere di Carignano, l’opera verrà posizionata in fondo a Via Corsica e in certo senso c’è un risvolto positivo: il monumento al Duca di Galliera sarà non tanto lontano dalla statua dedicata a sua moglie Maria Brignole Sale, anche quell’opera è frutto del talento di Giulio Monteverde.
Noi genovesi attendiamo che quel capolavoro finalmente torni tra noi, fu eretto in onore di un nostro concittadino che amava la sua città.

Il Monumento alla Duchessa di Galliera

La statua che ritrae Maria Brignole Sale è proprio di fronte al Galliera, l’Ospedale che lei fece costruire per la sua città.
Questa è una delle sue buone opere, la Duchessa di Galliera lasciò a Genova i suoi palazzi e le opere d’arte che oggi sono il vanto dei Musei di Strada Nuova, Maria donò a noi le sue ricchezze.
Diede mandato a Cesare Parodi di progettare l’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni, a lui diede l’incarico di edificare l’Ospedale di Sant’Andrea, il nostro Galliera.

Quando lei lasciò le cose terrene si volle ricordarla con questo monumento dove viene ritratta in tutta la sua dolce bontà.
Assisa, quieta e benevola, munifica benefattrice.
Indossa un abito ricco e raffinato, sul suo petto cadono diversi fili della stessa collana.

Autore di questo monumento è Giulio Monteverde, valente scultore al quale si devono molte celebri opere collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Monteverde pose la sua firma anche sul monumento del marito di Maria Brignole Sale, Raffaele De Ferrari, colui che come la sua consorte si distinse per generosità.
Il monumento a De Ferrari attende ancora una nuova collocazione, quello di Maria svetta invece sotto il cielo blu di Carignano.

Quanto dolore attorno a lei, quanta vita temprata dalle difficoltà ai piedi della nobildonna.
C’è un uomo spossato con una stampella.

Una giovane madre stremata dalla sofferenza sembra quasi non avere più forze ma tiene caparbiamente a sé il suo bambino piangente.
Saldo e sicuro, a sovrastare tutti loro, un angelo.

Un angelo pieno di grazia dai tratti perfetti, creatura celeste scaturita dal talento di un abile artista, gli angeli di Monteverde hanno una particolare bellezza, il più celebre custodisce il sonno della famiglia Oneto.

Questo gruppo scultoreo pare avere, nella mia opinione, una sorta di vitalità che si coglie nei gesti, negli sguardi e nelle posture.
L’angelo ha le grandi ali aperte e volge il viso verso Maria.

Pare quasi, almeno a me, che tra i due ci sia un dialogo, lui sembra volgere gli occhi verso di lei e pare dirle: guarda quanta umanità dolente è stata affidata alla tua bontà, guarda quanto bene hai fatto ai tuoi simili.

E lei sembra rispondere con quella dolcezza che traspare dai suoi occhi.
Caritatevole, generosa e indimenticabile benefattrice.

Sulla base del monumento sono incise parole che ricordano la grandezza della Duchessa di Galliera, alle spalle di lei c’è l’edificio che testimonia la sua munifica generosità.
Tra cielo e terra l’angelo giovane dalle fattezze sublimi protegge l’umana fragilità, la mostra e la affida a colei che dona salvezza, cura e accudimento.

Attorno al monumento si aprono boccioli profumati.

Sono le Rose Duchessa di Galliera e sono state create appositamente per lei che amava tanto questi fiori, i giardini di Maria Brignole Sale erano un trionfo di rose, ora questi petali delicati circondano la sua figura.


Nobile di animo e attenta alle esigenze dei meno fortunati, ha lasciato una traccia indelebile nella sua città e ancora adesso tutti noi dovremmo esserle grati.

L’angelo è chino ai suoi piedi, con quella grazia per la quale non si trovano parole adatte, si può solo ammutolire davanti alla gloria della bellezza, si può solo restare incantati a guardare.

E poi gli occhi trovano il volto sereno di lei, quel suo sorriso dolce e materno.
È la bellezza della generosità per sempre impressa sul viso di Maria Brignole Sale.

Meraviglie di primavera

Sono andata a salutare gli alberi, in queste giornate di sole alcuni di essi ci incantano con la loro bellezza.
Fiorisce il glicine generoso, sui pergolati, davanti alle finestre, contro i muraglioni.

Si arrampica sulle grate, si posa gentile davanti a misteriosi volti di un altro tempo.

Sopra un cancello, davanti a un palazzo di Carignano e di fronte ad uno splendido risseu.

Sono andata a salutare gli alberi che conosco bene, li rivedo vestirsi di nuovi fiori ad ogni primavera.
Un inchino a te, maestoso glicine di Via Piaggio.

E a te, magnifico ciliegio giapponese.

E ancora oltre, un trionfo di petali gialli, un’esplosione di profumi e bellezza.

E poi la delicatezza dei lillà.

Ancora qualche passo, su per la salita di Via Domenico Chiodo e oltre quel mare di bocci il mare di Genova e la Lanterna.

E un piccolo fiore di campo è cresciuto proprio tra loro, è un tipo semplice ma si vede che ama l’alta società.

E ancora, salendo, il panorama si svela in questa maniera e sono di nuovo cartoline di Genova e glicini.

Non sono l’unica ad amare questi alberi dal dolce profumo, c’era un ospite che andava e veniva, se avessi voluto immortalarlo non ci sarei mai riuscita.

Delizia di fiori sfumati, il glicine regna sovrano.

E sì, taluni passano da un fiore all’altro, in continuazione!

E ancora specchi, muraglioni e ancora azzurro.

Trionfo, meraviglia e stupore.

E rami che si stagliano contro il cielo.

Su questo grande albero due gazze petulanti, andavano e venivano, volavano insieme.

Una sosta all’ombra, due chiacchiere e poi ancora via, lontano.

E intanto i petali rossi fremono nell’aria tiepida.

E l’albero di Giuda si protende verso il sole.

Il glicine dondola su un orizzonte calmo.

E tutto è perfetto, in questo tempo di primavera.

I mugugni per il monumento a Nino Bixio

Correva l’anno 1890 e a Genova ci si apprestava a celebrare un importante figlio di questa città: il Generale Nino Bixio, protagonista dell’Impresa dei Mille accanto a Garibaldi.
Immaginate il fermento delle grandi occasioni, per rendere onore alla grandezza di questo personaggio si inaugura in sua memoria il monumento a lui dedicato, la statua viene posta in Via Corsica nel quartiere dove abitava il patriota.
Accorre una folla di genovesi, tutti sono curiosi e tutti vogliono vedere il grande Bixio immortalato nel bronzo dall’artista Enrico Pazzi.
C’è grande emozione, la gente si accalca nell’elegante Via Corsica, la strada è adornata con il giusto fasto per rendere omaggio al celebre condottiero.
Ci sono le autorità e i rappresentanti dei vari corpi militari sono pronti alla sfilata, non mancano gli scolaretti delle scuole elementari.
Tutto è pronto, la figura di Bixio sta per essere svelata ai suoi trepidanti concittadini, nel momento cruciale la banda suona una musica solenne, viene calato il telo che copre la statua e un mugugnante brusio si diffonde tra la folla.
E chi è quello sul piedistallo? Bixio? Ma non scherziamo, non gli assomiglia per niente!
E giù mugugni a non finire!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Leggendo le cronache dell’epoca mi sono imbattuta in questo singolare aneddoto, il monumento a Bixio causò discussioni su discussioni.
E insomma, tutti avevano da ridire sulla statua, si mugugnava che quel tale ritto sul basamento non fosse nemmeno vagamente somigliante al grande Nino, i quotidiani cittadini furono piuttosto taglienti, un giornalista del Secolo XIX definì la statua “un reato artistico”, il solito Amedeo Pescio scrisse invece che era “un’opera infelice”.
Effettivamente non saprei dar loro torto, ecco, qui potete osservare l’opera di Pazzi nel dettaglio di questa bella cartolina di Eugenio Terzo.

Tanto per gradire il giorno dell’inaugurazione fu pure funestato dalla pioggia e quindi certe iniziative che erano previste furono rimandate, fu proprio una giornata storta!
E poi il tempo trascorse, passarono gli anni, durante la II Guerra Mondiale la tanto esecrata statua venne colpita e distrutta dalle bombe cadute su Genova.
Così La Superba disse addio a quello sgradito monumento, al suo posto ne venne eretto un altro ben più apprezzato.

Si tratta di un’opera dello scultore Guido Galletti e qui venne posta negli anni ‘50, il monumento osserva la via che termina alle spalle della Basilica di Carignano.

Si tratta proprio della strada dedicata a lui, indiscusso protagonista del nostro Risorgimento.

Coraggioso e indomito, Bixio è ritratto in una posa che esalta la sua figura eroica ed intraprendente.

Celebrato nella giusta maniera nella sua città.

Tra le case eleganti di questo bel quartiere.

Nino Bixio morì lontano dalla sua patria, sull’isola di Sumatra, riposa nel Pantheon di Staglieno insieme a tutti coloro che in modi diversi diedero lustro a questa città.
Nell’Impresa dei Mille c’era Bixio al comando del Lombardo, il nostro era un vero uomo di mare e direi che la statua è apprezzata anche da coloro che il salmastro lo respirano ogni giorno.

Storie di onde, avventure, gabbiani che si librano in volo e poi si posano, storie di spiriti inquieti.

Memoria di Nino Bixio, eroico figlio di Genova.

Salita alla Montagnola dei Servi, camminando nel nostro passato

In questa città dalle mille sorprese a volte capita di fare nuove scoperte e questa volta è accaduto in pieno centro, in Via Fieschi.
Se per caso doveste trovarvi da quelle parti prestate attenzione agli edifici situati nell’ultimo tratto, noterete che le fondamenta posano su una strada sottostante e l’accesso a Via Fieschi è garantito da una passerella posta ad un piano intermedio.

Ecco ancora un altro portone.

Dall’immagine che segue si può apprezzare ancor meglio l’altezza del muro di contenimento di Via Fieschi.
E poi c’è quella stradina laggiù, dove porterà?

Per scoprirlo occorre recarsi in Piazza Carignano ed imboccare la discesa a sinistra del palazzo dell’Agenzia dell’Entrate.
Troverete un toponimo che ricorda luoghi antichi e perduti, state per percorrere ciò che rimane di Salita alla Montagnola dei Servi.

Si scende e ci si imbatte in un vetusto portone, è situato al piano terra di uno di quei palazzi che hanno l’ingresso su Via Fieschi.
Ed è proprio un portone di caruggi simile ad altri che ancora si trovano nella città vecchia.

Del resto in questa zona un tempo c’era Via Madre di Dio con il suo intrico di vicoli e con le sue strade ormai perdute, ne scrissi diverso tempo fa in questo articolo.
Il passato resta, in qualche modo, anche se la mano dell’uomo lo ha cancellato.

Un cancello, un passaggio e un piccolo mistero, non so dirvi con esattezza cosa ci fosse in questo punto, ovviamente sarei felice di scoprirlo.

E ancora si cammina: finestrelle, piante, un altro portoncino.
Un tratto di strada miracolosamente sopravvissuto alle rivoluzioni urbanistiche che hanno spazzato via un intero quartiere, la zona di Via Madre di Dio suscita sempre malinconico rimpianto nei genovesi.
Io non l’ho mai veduta ma tante volte ho provato a immaginarla.

Ancora qualche passo, alla fine di Salita alla Montagnola dei Servi c’è un altro vicoletto e ancora viene alla mente quel quartiere che non ho potuto conoscere: ci troviamo in Salita Boccafò.
Il solito fidato Amedeo Pescio scrive che i Boccafò erano originari di Chiavari, di professione erano lanieri e qui, a Portoria, c’erano un tempo Borgo dei Lanaiuoli e Vico della Lana, certi abili artigiani esercitavano con sapienza la loro arte antica in questi luoghi ormai scomparsi.

Rosso di Genova e vasetti di coccio.

La mia naturale curiosità mi ha quindi portato a consultare la mia Guida Pagano del 1926, in Salita Boccafò c’erano un rigattiere e un falegname, le loro botteghe profumavano di legno e di vita.
E c’era anche la Colomba, lei era levatrice, chissà quanti bambini ha fatto venire al mondo!

Il passato, a volte, svanisce.
Non resta l’eco di quelle voci, non sappiamo neanche credere che qui un tempo fosse tutto diverso.
Ancora si scende ma il cammino è breve, la nostra Salita Boccafò si perde nel cemento e nella modernità.

E se alzate lo sguardo sopra di voi vedrete quel palazzo che ha soppiantato una zona amatissima di Genova.
Non sprecherò tanti aggettivi per descriverlo, l’ho già scritto in altre occasioni e lo ribadisco, trovo questo edificio veramente orribile.

Si può soltanto provare ad usare l’immaginazione, si può cercare la traccia di quei luoghi perduti sulle cartine di un’altra epoca.
Nell’immagine che segue vedrete la pianta della zona pubblicata sulla mia Guida Pagano del 1926.
Salita alla Montagnola dei Servi si estendeva per un lungo tratto e terminava nella Via dei Servi, davanti alla chiesa di Santa Maria dei Servi, Salita Boccafò terminava invece in Via Madre di Dio.
Non esiste più nulla, non trovo neanche parole per esprimere il mio rammarico.

Ciò che rimane è evidenziato in un dettaglio della cartina.
I numeri 10 e 12 di Piazza Carignano corrispondono all’edificio dell’Agenzia dell’Entrate, lì ha inizio Salita alla Montagnola dei Servi.
Una discesa, una curva, il breve tratto che io ho percorso.
Questo è ciò che resta di quella via, si vede anche Salita Boccafò.

Il passato, a volte, rimane dietro ad una porta chiusa.
Imperscrutabile e misterioso, è composto da giorni semplici e da vite che conobbero gioie e fatiche, il passato risuona nella memoria e nei nostri giochi di fantasia.
E allora puoi vedere i visi, sentire i rumori delle botteghe, provare ad immaginare i bambini che corrono a perdifiato giù per la discesa.

Da Salita alla Montagnola dei Servi a Salita Boccafò, nei luoghi di Genova perduta.

C’è la serratura ma noi non abbiamo la chiave e forse solo guardando con occhi diversi possiamo sperare di aprire quell’antico portone.

Porta degli Archi: una storia antica

Fu un tempo un elemento importante della storia della Superba, la Porta degli Archi era anche detta Porta di Santo Stefano ed era collocata nel centro di Genova.
Era situata in quella zona della città che sul finire dell’Ottocento mutò radicalmente aspetto, l’antica porta si trovava infatti in un punto strategico, alla confluenza tra strade che non esistono più: Via Giulia e Via della Consolazione.
Via della Consolazione corrispondeva al tracciato dell’attuale parte bassa di Via XX Settembre e terminava come Via San Vincenzo in  Piazza Frugoni.
Oltre questa piazza ora non più esistente sorgeva la Porta degli Archi e qui la vedete in una bella cartolina di Pier Giorgio Gagna che ringrazio per il cortese prestito, in questa immagine sotto ritratti i lavori che muteranno il profilo della città.

La porta venne rimossa per lasciar posto al Ponte Monumentale e trovò una nuova vita e una nuova collocazione, venne infatti sistemata nell’attuale Via Banderali.

E quindi potremmo dire che in certo senso è ancora vissuta e veduta dai genovesi, scendendo da Carignano ci si passa sotto.

Simbolo di tempi lontani nei quali fu difesa e baluardo della Superba, fu parte della cinta muraria del 1536.

Certo, la memoria del passato a volte si appanna e sembra quasi svanire, dovremmo invece saper ricordare la nostra storia ed essere capaci di valorizzare al meglio ciò che è stato preservato.

La porta si erge maestosa in una posizione a mio parere abbastanza congrua per la sua grandezza.

Nella sua parte superiore sono visibili dei fregi purtroppo consunti, credo che una pulizia e un restauro la renderebbero ancora più magnificente.

Accanto alla porta c’è una targa sulla quale sono incise parole in memoria della sua storia, purtroppo il testo è oscurato dalla sporcizia e quindi lo riporto qui, con la speranza che torni ad essere presto leggibile.
La targa è stato affissa perché tutti i passanti conoscano le vicende di questa porta e così dovrebbe essere ancora oggi.

QUESTA PORTA
DISEGNATA DA GIO BATTA OLGIATO
DECORAVA IL VARCO ORIENTALE DELLE MURA CITTADINE
DEL 1536
FU DEMOLITA PER SOSTITUIRVI IL PONTE MONUMENTALE
E QUI RICOMPOSTA
PER DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE
10 GIUGNO 1896

A vegliare la porta e il cammino dei genovesi è la figura di Santo Stefano che è ospitata nella nicchia.

La bella statua è opera del valente artista Taddeo Carlone.

Quando passate in Via Banderali alzate lo sguardo verso queste antiche pietre che hanno veduto il passato di Genova e provate ad immaginare di essere in un altro tempo.

State percorrendo Via della Consolazione, davanti a voi c’è la Porta degli Archi, ancora pochi metri e finalmente sarete in Via Giulia.
Siete uomini dell’Ottocento, presto vedrete sorgere una nuova città e forse quando camminerete per la prima volta in Via XX Settembre vi sentirete disorientati.
La città cambia sotto i vostri occhi, si rinnova e muta, mentre il tempo scorre e fugge via velocemente.
Pochi passi, un viaggio dell’immaginazione, sotto la Porta degli Archi.

Cartolina di proprietà di Pier Giorgio Gagna

Vortice

Penso.
Ieri non eri tu, no.
Eri una donna che non conosco.
Ci siamo persi in un vortice di parole, io e te.
No, non eri tu ed io me lo ripeto, mentre la tua voce rimbomba nella mia testa.
Penso, penso.
Ci siamo confusi in una turbine di malintesi, ci siamo ritrovati nell’intensità di un abbraccio.
Ma poi, quel vortice di parole ti ha allontanata da me ed io ora sto cercando invano un filo invisibile che mi riconduca da te.
Dove sei?
Pensa, maledizione, pensa!
E intanto respiro, riprendo fiato, chiudo gli occhi.
E ti vedo.
E respiro.
E salgo questi gradini, uno ad uno.
In un vortice.

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