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Posts Tagged ‘Cartoline antiche’

Correva l’anno 1890 e a Genova ci si apprestava a celebrare un importante figlio di questa città: il Generale Nino Bixio, protagonista dell’Impresa dei Mille accanto a Garibaldi.
Immaginate il fermento delle grandi occasioni, per rendere onore alla grandezza di questo personaggio si inaugura in sua memoria il monumento a lui dedicato, la statua viene posta in Via Corsica nel quartiere dove abitava il patriota.
Accorre una folla di genovesi, tutti sono curiosi e tutti vogliono vedere il grande Bixio immortalato nel bronzo dall’artista Enrico Pazzi.
C’è grande emozione, la gente si accalca nell’elegante Via Corsica, la strada è adornata con il giusto fasto per rendere omaggio al celebre condottiero.
Ci sono le autorità e i rappresentanti dei vari corpi militari sono pronti alla sfilata, non mancano gli scolaretti delle scuole elementari.
Tutto è pronto, la figura di Bixio sta per essere svelata ai suoi trepidanti concittadini, nel momento cruciale la banda suona una musica solenne, viene calato il telo che copre la statua e un mugugnante brusio si diffonde tra la folla.
E chi è quello sul piedistallo? Bixio? Ma non scherziamo, non gli assomiglia per niente!
E giù mugugni a non finire!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Leggendo le cronache dell’epoca mi sono imbattuta in questo singolare aneddoto, il monumento a Bixio causò discussioni su discussioni.
E insomma, tutti avevano da ridire sulla statua, si mugugnava che quel tale ritto sul basamento non fosse nemmeno vagamente somigliante al grande Nino, i quotidiani cittadini furono piuttosto taglienti, un giornalista del Secolo XIX definì la statua “un reato artistico”, il solito Amedeo Pescio scrisse invece che era “un’opera infelice”.
Effettivamente non saprei dar loro torto, ecco, qui potete osservare l’opera di Pazzi nel dettaglio di questa bella cartolina di Eugenio Terzo.

Tanto per gradire il giorno dell’inaugurazione fu pure funestato dalla pioggia e quindi certe iniziative che erano previste furono rimandate, fu proprio una giornata storta!
E poi il tempo trascorse, passarono gli anni, durante la II Guerra Mondiale la tanto esecrata statua venne colpita e distrutta dalle bombe cadute su Genova.
Così La Superba disse addio a quello sgradito monumento, al suo posto ne venne eretto un altro ben più apprezzato.

Si tratta di un’opera dello scultore Guido Galletti e qui venne posta negli anni ‘50, il monumento osserva la via che termina alle spalle della Basilica di Carignano.

Si tratta proprio della strada dedicata a lui, indiscusso protagonista del nostro Risorgimento.

Coraggioso e indomito, Bixio è ritratto in una posa che esalta la sua figura eroica ed intraprendente.

Celebrato nella giusta maniera nella sua città.

Tra le case eleganti di questo bel quartiere.

Nino Bixio morì lontano dalla sua patria, sull’isola di Sumatra, riposa nel Pantheon di Staglieno insieme a tutti coloro che in modi diversi diedero lustro a questa città.
Nell’Impresa dei Mille c’era Bixio al comando del Lombardo, il nostro era un vero uomo di mare e direi che la statua è apprezzata anche da coloro che il salmastro lo respirano ogni giorno.

Storie di onde, avventure, gabbiani che si librano in volo e poi si posano, storie di spiriti inquieti.

Memoria di Nino Bixio, eroico figlio di Genova.

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Una piazza bella e scenografica, una piazza che offre splendide prospettive, a Corvetto confluiscono importanti strade cittadine.
In altri anni la zona si presentava diversamente, su quell’area si estendeva la passeggiata dell’Acquasola ora non più esistente.
Rimase così fino al 1877, come scrive lo storico Luigi Augusto Cervetto in quell’anno ebbero inizio le demolizioni che lasciarono spazio all’attuale piazza.

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Meravigliosamente armoniosa, se la ammirate dall’alto ne vedrete tutta la bellezza.

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In questa prospettiva chiaramente presa da Villetta Di Negro si notano le sue varie particolarità: sullo sfondo la strada che sale sinuosa verso l’Acquasola, al centro il monumento a Vittorio Emanuele II e di spalle, in primo piano, la statua di Giuseppe Mazzini.

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Il monumento equestre a colui che fu Re d’Italia è spesso oggetto di esacerbate discussioni legate al passato di Genova e agli eventi accaduti nel 1849 quando i bersaglieri di La Marmora compirono crudeli atrocità contro i genovesi e contro la città in quello che è noto come il Sacco di Genova.
Allora il sovrano non mancò di riservare ai genovesi  parole che ancora non si dimenticano, li definì vile e infetta razza di canaglie.

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E questa è la ragione per la quale periodicamente si sollevano vivaci proteste perché la statua venga rimossa da una piazze principali di Genova.

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A Corvetto, di fronte a Villetta Di Negro, in posizione sopraelevata rispetto alla piazza e al monumento del re, c’è un’altra statua nella quale è effigiato un genovese molto amato non solo nella sua città: è il nostro Giuseppe Mazzini, la sua figura si staglia fiera contro il cielo azzurro della Superba.

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Protagonista indiscusso della storia, ha un posto nel cuore di molti di noi.

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A breve distanza, in un’aiuola, un busto di sua madre.

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E alle spalle di lei, affissa su un edificio, una targa ricorda che qui il nostro Mazzini trovò rifugio in anni per lui difficili.

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Nelle nostre strade c’è la nostra storia, a volte anche quella che non vorremmo aver vissuto.

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Resta il valore estetico della statua opera dello scultore Barzaghi, resta la figura del sovrano in sella al suo cavallo.

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E resta, certa e riconosciuta, la grandezza di un mio caro concittadino, un pensatore, un uomo che cambiò il destino di questa nazione.
Dello splendido monumento dedicato a Mazzini tornerò certo a parlarvi con gli approfondimenti che merita.

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Passano gli anni e Piazza Corvetto mantiene tuttora la sua fisionomia, sulle pagine della Guida Genova e Dintorni edita dai Fratelli dell’Avo agli inizi del ‘900 così viene definita: “una delle piazze più belle d’Italia… il punto più ammirevole della città.”
Insieme al progresso, in un certo senso, anche Piazza Corvetto è mutata, la modernità ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre strade e le nostre città.
Osservate questa immagine, c’è una folla di genovesi a passeggio per Corvetto.

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Ora non è più così, a Corvetto c’è un continuo traffico di macchine e certo non si può andare vicino al monumento.

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Genova a colori, Genova in bianco e nero.
Una diversa velocità, un modo differente di vivere la quotidianità.

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E sapete?
Spesso accade di vedere persone sedute sulle scale davanti al monumento di Mazzini, Vittorio Emanuele invece resta là, isolato e lontano da noi.
Eppure è al centro della piazza, già!

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Una zona che mantiene comunque la sua armonia e la sua scenografica bellezza.

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In un tempo lontano la percorsero i tram, la attraversarono gentiluomini con la bombetta sul capo e dame aggraziate che con una mano si sorreggevano il lungo abito.
Era un tempo diverso, distante dal nostro.

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Tra quella gente che cammina alcuni vanno di fretta, altri forse indugiano sotto il sole di primavera.
E passeranno le stagioni e gli anni, il tempo scivolerà via e saranno altri passi a rimbombare per la bella piazza dei genovesi: Piazza Corvetto, a colori e in bianco e nero.

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Mentre la primavera si avvicina il pensiero va alla stagione calda e alla bella estate che verrà, al tempo del riposo e delle rigeneranti passeggiate nei boschi.
In altri anni, a Fontanigorda c’era un celebre e apprezzato albergo, oggi i suoi locali hanno una diversa destinazione ma resta comunque la memoria di quel luogo.
Così potete immaginare la mia gioia nel trovare su una bancarella un piccolo cartoncino pubblicitario del glorioso Albergo Ristorante San Giorgio.
Venite con me, si viaggia nel tempo e si va in villeggiatura!

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Acque fresche, prati verdi e magnifiche montagne, sono molte le bellezze della perla della Val Trebbia.

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Ed è ancora così il mio incantevole paesino.

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E forse vorrete sapere come arrivarci!
Niente paura, un efficiente servizio automobilistico vi porterà fin lassù e tenete presente che al San Giorgio il servizio è di qualità, naturalmente ci sono anche delle offerte speciali.

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E quando sarete a Fontanigorda anche voi potrete godere della dolcezza della campagna.

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Inoltre il celebre albergo offre ai suoi clienti un menu davvero invitante.
Certo, sul cartoncino è ben specificato: vitto famigliare, sano, variato e gradevole nonché abbondante.
I proprietari sono i signori Ferretti, questo è un cognome comune a Fontanigorda, insieme a Biggi è il più diffuso.
I solerti albergatori hanno anche aggiunto una piccola nota a penna: acqua corrente in tutte le camere.
E che meraviglia!

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Gli anni scorrono e i luoghi cambiano, Fontanigorda rimane un’apprezzata meta delle vacanze per noi genovesi, sulla piazza della Chiesa una volta c’era l’Albergo San Giorgio.
E proprio lì in un giorno d’estate ho visto fluttuare leggere le bolle di sapone, scivolavano via come i giorni e le ore.

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Nel paesino dai cieli rosati e dai tramonti languidi.

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A Fontanigorda, dove un tempo c’era il glorioso Albergo Ristorante San Giorgio.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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Torno ancora a raccontarvi vicende del passato tratte da un mio prezioso libro, Genova Nuova, questo volume risale al 1902 e narra con dovizia di particolari la crescita e lo sviluppo della Superba sul finire dell’Ottocento.
Alcune pagine sono dedicate a Cesare Gamba, protagonista indiscusso delle innovazioni urbanistiche e del riassetto della città: egli fu un professionista eclettico ed intuitivo, un uomo dai molteplici interessi e dal variegato ingegno.
Architetto ed ingegnere, abile uomo d’affari, apparteneva ad una famiglia molto abbiente, era alpinista e amante della musica, in particolare aveva un debole per Wagner, fu anche un automobilista e il suo nome figura tra i fondatori dell’ACI.
Trascrivo qui una citazione tratta da Genova Nuova, queste parole sottolineano la tempra di Gamba e la sua vivace intelligenza:

L’ingegnere Cesare Gamba è uno dei fortunati che riescono simpatici a tutti, perché favoriti da madre natura delle più invidiabili doti: quelle della mente e del cuore.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

La sua figura si lega in particolare alla realizzazione di Via XX Settembre, operazione che comportò importanti demolizioni e che cambiò del tutto l’aspetto della città, fu lui a progettare il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana a De Ferrari attualmente sede della Regione Liguria.

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Ed è evidente che queste poche righe a lui dedicate non rendono giustizia alla complessità del personaggio e alla sua spiccata personalità, fu certo un uomo affascinante e protagonista del suo tempo, la sua idea di città sembra ancora adattarsi alla perfezione alle esigenze della nostra epoca.

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Sul finire dell’Ottocento Cesare Gamba acquistò una villa che era appartenuta ai Marchesi Ricci, l’edificio si trovava sulla ridente collina di Montesano, alle spalle della Stazione Brignole.
Gamba avviò una serie di lavori che comprendevano demolizioni e ristrutturazioni, progettò la dimora secondo il suo gusto: quella sarebbe divenuta la sua casa.

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Immagine tratta da Genova Nuova – volume di mia proprietà

E sempre sulle pagine di Genova Nuova si legge che il piano terreno fu destinato alla vita quotidiana e di ricevimento, con tutti gli agi e le comodità.
L’appartamento vero e proprio si trovava invece al primo piano dove era situata anche la ricca biblioteca dell’ingegnere, nei fondi e nel sottotetto c’erano tutti i servizi.
La villa aveva una spaziosa hall e grandi vetrate, uno scalone di marmo rosa, una balaustra in ferro battuto e bronzo, fastose colonne di marmo giallo.
Un’abitazione grandiosa per un uomo che mutò l’aspetto della sua città, ecco la villa nel dettaglio di una cartolina di proprietà del mio amico Pier Giorgio Gagna che qui ringrazio per il cortese prestito.

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Ovviamente la bella villa dell’ingegner Gamba aveva attorno un vasto giardino, era una dimora incantevole in una zona all’epoca non ancora soffocata dal cemento.
Eccola sullo sfondo, nella cartolina del mio amico Eugenio Terzo, è l’unica abitazione che svetta sui dolci rilievi alle spalle di Brignole.

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Sembra che la dimora non abbia subito danni durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia in seguito venne demolita per lasciar spazio a moderne costruzioni.
Da Via Fiume volgete lo sguardo verso Via Montesano, dove un tempo era la villa di Gamba, questo è il panorama che si presenta ai vostri occhi.

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Come tutti i grandi genovesi anche l’illustre architetto ed ingegnere dorme il suo sonno eterno a Staglieno, lo trovate nel porticato inferiore a ponente, nella stessa tomba riposano i suoi genitori.
Il monumento è opera di Giovanni Battista Cevasco.

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Alto intelletto e nobile spirito, le parole che lo ricordano rendono onore ai suoi molti talenti.

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Visse 76 anni, in un periodo di profondi cambiamenti per la sua Genova.
Nella casa abbarbicata sulla collina di Montesano sapeva osservare la sua città con sguardo lungimirante, era capace di vederla oltre il proprio tempo.
Io per qualche istante l’ho immaginato ritto davanti a una di quelle alte finestre, pensieroso e assorto.
Davanti ai suoi occhi una città mutata e rinnovata, una Genova diversa, una Genova Nuova.
A noi è rimasto il frutto del lavoro di Cesare Gamba, si è perduta quella casa che fu scenario di parte della vita di un uomo dal grande carisma.

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Ebbe la sua gloria in un giorno d’estate e trionfò su tutte le altre.
Cesira Rolla era una ragazza del popolo, una semplice sartina di Prè, a lei toccò lo scettro di prima reginetta di bellezza di Genova, accadde nel giugno del 1910.
Come riportano i giornali d’epoca, come ad esempio Il Secolo XIX, ad eleggerla furono le fanciulle della città, il voto era riservato esclusivamente alle ragazze di età compresa tra i 12 e i 25 anni.
A scorrere quanto riportato dai quotidiani si capisce che la grandiosa vittoria di Cesira fu anche dettata da un sorta di fervore campanilistico, con grande partecipazione di pubblico e affettuoso entusiasmo la gente del Sestiere di Prè fece vincere la sua candidata che sbaragliò tutte le altre.

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La bella Cesira si assicurò così 131 voti distaccando di molto i cento voti ricevuti dalla seconda classificata, Lydia Pedemonte, rappresentante del Sestiere di Portoria.
Il concorso non premiava solo la bellezza, si voleva anche dare un riconoscimento a una fanciulla che per le sue doti rappresentava l’orgoglio del suo sestiere e di Genova tutta.
E viva la vittoriosa Cesira!
La vicenda che la vide protagonista ebbe anche altri risvolti che emergono con chiarezza dagli articoli del tempo.
In quel periodo c’erano le elezioni amministrative, si discuteva con fervore sulla futura eventualità di concedere il voto alle donne e dopo l’elezione di Cesira il cronista del quotidiano Il Lavoro, ad esempio, fu piuttosto critico in merito.
In ogni caso la ragazza di Prè fu incoronata con tutti gli onori Regina della Superba e naturalmente per l’occasione si tenne una fastosa cerimonia per celebrare Sua Maestà Cesira I.
Le feste durarono diversi giorni, ci furono una grande esposizione nei negozi e uno spettacolo al Carlo Felice, si tennero gare sportive e un pranzo di gala, ci fu un concorso bandistico al Mercato Orientale e venne organizzata una gita in piroscafo nel golfo di Genova.
Gli eventi certo non mancarono!

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Andiamo al 24 Giugno, è il giorno dell’incoronazione e la folla festante freme, tutti vogliono vedere Cesira!

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Un corteo di carrozze sfila per la città, attraversa Via XX Settembre e Corso Buenos Aires, la reginetta viene acclamata dalla gente di Genova, squillano le trombe e scrosciano gli applausi mentre un banditore che precede il corteo annuncia al popolo ciò che sta accadendo.

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Cesira in trionfo giunge così al Lido di Albaro.

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Ed è grazie al cronista di Il Lavoro se conosciamo il colore del ricco abito della Rolla, la reginetta dagli occhi scuri e vivaci è in verde pisello, le altre concorrenti sfoggiano vestiti di altri colori, una è in giallo, una in celeste e un’altra in malva.
Giunta al Lido, la fanciulla emozionata ed esitante si appresta a raggiungere il palco a lei riservato.
Tentenna, rallenta, non sembra avere il passo deciso e dal popolo si leva un coro di voci che la rincuora:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!
– Forza Cesira che sei nella salita!
La giovane riprende così coraggio e sale sul palco dove un tale vestito da Doge con tutta la solennità del caso pone la corona sul capo di lei.
Eccola qua Cesira I insieme alla sua corte.

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L’affettuosa incitazione viene utilizzata anche in un’altra differente circostanza, l’episodio è citato nel volume “Vendo l’argento do mâ” di Ivana Ferrando edito da Sagep.
Dunque, l’autrice narra con sapiente maestria dei carbonai che avevano anche il compito di provvedere ai rifornimenti di ghiaccio, costoro usavano dei carri trainati da cavalli.
Ebbene, una di queste cavalle si chiamava Cesira e all’inizio di Via Assarotti, davanti alla pendenza della salita, veniva spronata dal carrettiere proprio con quelle parole:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!

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L’autrice saggiamente sottolinea che non è dato sapere se venne prima la cavalla o la reginetta, chissà a chi dobbiamo questo celebre grido in dialetto, Issa Cesira è anche il titolo di una canzone di Mario Cappello.
Le belle immagini che avete veduto appartengono alla ricca collezione del mio caro amico Eugenio Terzo e come sempre lo ringrazio per il prezioso prestito.
Eugenio mi ha anche mandato un’altra splendida chicca, guardate un po’ il titolo!
C’è una canzonetta ironica indirizzata alla Giunta Nazionale e in più la direzione comunica che il giornale viene dato in dono a tutte le fanciulle di nome Cesira!

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Sarà stato un nome comune a quell’epoca?
Di certo ora non lo è più, sono cambiati i tempi e anche le nostre preferenze, forse persino i tratti della giovane eletta non corrispondono neanche ai nostri canoni di bellezza femminile.

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E ancora, sempre Eugenio mi ha inviato copia del numero unico dedicato a questo concorso, nelle righe dedicate a Cesira si esaltano le sue molte virtù.

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La sartina di Prè ebbe il suo momento di gloria in un luminoso giorno di giugno ed io mi sono domandata cosa ne sia poi stato di lei, spero che abbia avuto una vita lunga e felice.
Forse avrà avuto molti pretendenti, certo nei caruggi di Prè si sarà parlato a lungo di quella memorabile vittoria.
Fu il trionfo di lei, Cesira Rolla, indiscussa Regina della Superba.

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Nomi e vicende riemergono dal passato, sono frammenti di vita che non abbiamo veduto.
Ricorderete che poco tempo fa su queste pagine è apparso un articolo dedicato a Pier Enrico Zolezi e al suo glorioso locale una volta sito in Galleria Mazzini.

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Pier Enrico non era il solo della sua famiglia a dedicarsi alla ristorazione, come lui anche Giuseppe Zolezi aveva un esercizio commerciale che si trovava in Via Madre di Dio, una strada molto amata di Genova.
Una storia ne rievoca un’altra ed è proprio ciò che è capitato in questo caso.
A seguito del mio post dedicato a Pier Enrico Zolezi sono stata contattata da Renata e Michela, entrambe sono imparentate in diversa maniera con gli Zolezi e le ringrazio di cuore per la loro generosa disponibilità.
Michela è figlia di Armando Morselli, discendente di Giuseppe, proprio al signor Armando si deve una testimonianza preziosa, una splendida immagine d’epoca conservata con autentico amore e attaccamento alle proprie radici.
Quella foto ci porta in Via Madre di Dio, la strada perduta e abbattuta dalla mano dell’uomo come tutti quei vicoli che la circondavano.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è scomparsa anche la zona delle Mura di Santa Margherita, consultando le mie vecchie guide ho scoperto che Giuseppe Zolezi e la sua consorte avevano lì una fabbrica di acque gazzose.
Come dicevo, nella rimpianta Via Madre di Dio c’era invece il loro locale con la sua bella insegna ben evidente.
Trattoria, caffè e bottiglieria, per la gioia dei genovesi.

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Mettiamo indietro le lancette e andiamo a quel giorno, è un giorno speciale per gli Zolezi: si festeggia il primo compleanno del più piccino.
A sollevarlo con fierezza e orgoglio è proprio suo papà Giuseppe, il proprietario del caffè.
Seduta sulla sedia una bimbetta dal fare un po’ impacciato, mani amorose si posano sulle sue spalle.

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Eccoli i bambini di casa, ritti e impettiti per fare la fotografia, un evento che non capitava certo ogni giorno.
Il signore con giacca, panciotto e paglietta chi sarà? Un avventore o forse uno di famiglia?
Restano tutti ritratti in un istante della loro vita, in una bella fotografia antica.

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Vermouth, birre e gazzose, tintinnano i bicchieri dei clienti davanti al bancone del Caffè.

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E passano i piatti con le pietanze fumanti, chissà che delizie escono dalla cucina: torte di verdure dalla sfoglia impalpabile, cibo sano e genuino.
E certo, molti sono abituali frequentatori del locale, vengono accolti con sorrisi e con parole di benvenuto.

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L’animata e vivace Via Madre di Dio è frequentatissima nel tempo del suo fulgore.
La strada è abitata da lavoratori e da gente del popolo, uno di essi lo si nota appena in questo piccolo ritaglio: è seduto davanti alla sua casa, probabilmente.
Guarda scorrere la vita del quartiere, la vive ogni giorno, questo è il suo mondo, qui batte il suo cuore.
Accanto a lui un giovane uomo con le mani in tasca osserva la porta del locale, forse si domanda cosa stia accadendo da Zolezi.

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Ve l’ho detto, si festeggia una piccola vita che cresce, un bimbo che compie un anno.
E sono numerosi gli altri bambini che affollano questa porzione di strada: timidi, esitanti, curiosi di ciò accade attorno a loro.

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Il cappello calcato sulla testa, il sole che batte sugli occhi, i più piccini che si sporgono dietro a quelli più grandicelli.
E la bimba con l’abitino bianco e leggero, di lei non si vede il volto, si può solo immaginare il suo dolce sorriso.

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Era un giorno lontano, in Via Madre di Dio.
In un luogo dove non possiamo ritornare, in una strada che non possiamo vedere.
Davanti al locale di Giuseppe Zolezi, in un momento importante per questa famiglia.

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Nel freddo dell’inverno è bene ritemprarsi e per farlo potremmo scegliere un esclusivo locale della città.
Si tratta di un posto di successo, il locale di Pier Enrico Zolezi ha aperto i battenti nel 1877 come birreria nell’elegante Galleria Mazzini.

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E lo ritroviamo ancora celebre nel 1882, nel Lunario del Signor Regina di quell’anno ci sono ben 2 pagine dedicate a questo locale e allora andiamo a trovare il Signor Zolezi, i suoi piatti vengono serviti con vini pregiati.
Come potete leggere è possibile anche far una specie di convenzione, una sorta abbonamento mensile.

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E tra l’altro, siccome la pubblicità è l’anima del commercio, in un paio di righe si invita la clientela a fare i dovuti paragoni con i prezzi offerti dagli altri ristoratori, direi che non c’è proprio paragone!
Da Zolezi il pranzo a prezzo fisso comprende le seguenti portate, avrete due scelte ed entrambe a mio parere sono piuttosto generose.
A me basta il pranzo da Lire 2.50, voi che ne dite?

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Si aggiunga a tutto questo un’autentica specialità che si può gustare esclusivamente da Zolezi: il rinomatissimo Vermouth delle Dame.
Si legge sul Lunario che questo corroborante liquore è fatto con moscato di Canelli ed è poi arricchito con l’aroma di certe radici.
E lo potete bere solo là, in Galleria Mazzini.

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E ha un sacco di proprietà, sapete?
C’è una paginetta intera sul Vermouth delle Dame, ohibò!
E io non l’ho mai assaggiato, che disdetta!
Ottimo per digerire, per la precisione è apprezzato dalle dame e anche dai gentiluomini, si può bere prima o dopo pranzo e avrà comunque benefici effetti.
E quindi, ecco qualche consiglio su come gustarlo, con il seltz o con la soda sembra perfetto e poi ci sono le bottiglie di lusso, regalatene una ai vostri amici e farete una gran figura, credetemi!

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E poi da Zolezi non ci si annoia mai, sapete?
Ah no, in certi anni in quel locale si tengono sono magnifici spettacoli di varietà e concerti per allietare la clientela, insomma dalle parti di Galleria Mazzini ci sanno fare, fidatevi di me.
Ho questo Lunario del 1882 da parecchio tempo, finalmente sono riuscita a scrivere del signor Zolezi e penso che sentirete ancora parlare di lui su queste pagine.
Tra l’altro la primavera scorsa mi è anche accaduto un fatto curioso, un evento proprio frutto del caso.
Mi trovavo a Staglieno, durante uno dei miei soliti giri e lo sguardo ha trovato un monumento sul quale è inciso proprio quel nome.
Per caso, in un giorno di marzo.

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E allora da questa mia paginetta mando un caro saluto a Pier Enrico Zolezi e mi congratulo per la sua iniziativa imprenditoriale, in qualche modo anche lui è entrato a far parte della storia di questa città.
Brindo alzando un bicchierino immaginario, è ricolmo di Vermouth delle Dame.
Come se fossi in Galleria Mazzini, nel 1882.

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L’anno volge al termine e come ogni altra città anche Genova si appresta a festeggiare.
Forse potrei darvi qualche consiglio per domani, invece preferisco farvi ancora salire sulla mia macchina del tempo per portarvi al Capodanno di un’altra epoca.
Siamo nel 1913 e su Il Lavoro, uno dei quotidiani più letti dai genovesi, ecco pubblicizzati gli eventi ai quali partecipare.
Ad esempio potremmo scegliere un abito da gran sera e attendere l’arrivo del nuovo anno al prestigioso Hotel Isotta, ricorderete che ve ne parlai diverso tempo fa, si trova nella centralissima Via Roma.

Via Roma

Ebbene, all’Hotel Isotta sapranno come soddisfare la loro esigente clientela, si propongono piatti raffinati per l’occasione.
E pensate, il menu è interamente scritto in francese!
La cena si aprirà con un consommé in tazza, seguiranno aragosta, filetto e carni bianche, deliziosi carciofi e salse raffinate.
Anche il dessert è sfizioso ed elegante, non sapete cosa darei per poter assaggiare il delizioso Gateau Isotta, non so bene di cosa si tratti ma deve essere una nuvola di dolcezza!
Il cenone in Via Roma costerà 6 Lire, che dite, ce lo possiamo permettere?

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In alternativa la nostra scelta potrebbe essere del tutto diversa, come si legge in un articoletto del 30 Dicembre 1913, al Lido d’Albaro si prospetta una serata interessante.
Alle 21 si terrà uno spettacolo teatrale e poi si cenerà al ristorante, è previsto un menu a prezzo fisso accompagnato dalla musica suonata dall’orchestra.
Dopo la cena ci si trasferirà nel salone riccamente decorato con fiori “figuranti una serra di viole”, così recita l’articolo.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oh, poi verranno sparati colpi di cannone a salve per salutare il nuovo anno e non dimentichiamo che ad ogni partecipante è riservata una sorpresa portafortuna.
Passata la mezzanotte inizieranno le danze per il più classico dei festeggiamenti, il biglietto di ingresso per questa bella serata ha un costo di Lire 1.50.
Così si attende il primo giorno del 1914 davanti al mare di Genova.

Corso Italia

E in tutto questo la notizia sensazionale è riassunta in poche righe, secondo me.
Eh già, cari lettori, infatti l’ultimo dell’anno è sempre un problema muoversi ma i genovesi sono fortunati e non sarà difficile raggiungere il Nuovo Lido: per il 31 Dicembre il servizio dei tramways elettrici andrà avanti fino alle 4 del mattino.
Già, nel 1913: sono piacevolmente stupefatta, lo ammetto.
E quindi ecco le mie proposte di oggi, spero che le troviate interessanti.
Domani torneremo in questo secolo e troverete qui i miei auguri per l’anno che verrà, adesso vi lasciò là, tra il 1913 e il 1914, tra le fragranze delicate dei profumi dei fiori.
E ricordate: fino alle 4 del mattino potete prendere il tramway!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Non è tanto cambiata questa zona di Genova, ad osservare con attenzione questi siamo noi e andiamo a passeggio non lontano della cattedrale, in una piazza del centro oggi intitolata a Giacomo Matteotti e all’epoca dedicata ad Umberto I.
Uno scorcio quasi immutato, pare persino di poter sentire i rumori dei passi, le confidenze, i saluti di quelli che si incontrano per caso.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E osservate queste persone.
Provate a fantasticare, immaginate di vederle compiere un viaggio al contrario, da ieri a oggi.
Cosa accadrebbe?
Volgerebbero lo sguardo verso Palazzo Ducale e vedrebbero un variopinto spettacolo di luci psichedeliche.
Da ieri a oggi, sarebbero sussulti ed emozioni intense, riuscite a figurarvi il loro stato d’animo?

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Pensate a loro, le dame della buona società con i loro abiti chiari e l’ombrellino parasole.

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Questa immagini del passato appartengono al mio amico Eugenio e ancora una volta lo ringrazio per avere alzato il velo su questi giorni che non abbiamo vissuto, giorni diversi e al contempo simili ai nostri.
Eppure.
Osserva, c’è sempre qualche dettaglio a far la differenza.
Nella vita di ogni giorno, anche se i contorni delle figure restano sfumati.

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Una specie di carriola addossata ad un lampione.
Là, di fronte alla dimora dei Dogi.
In quell’anno distante, lontano e diverso.

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E poi lei, davanti al Ducale.
L’ho detto, i contorni non sono così chiari eppure lei è dolcemente visibile ai nostri occhi, è una ragazzina forse un po’ timida, è poco più di una bimba dai sentimenti puliti.
Con la sua gonnellina, gli stivaletti, la cesta sotto al braccio.
Tiene il capo leggermente reclinato, forse avrà capelli raccolti in una treccia.
Ha sogni, desideri, una mamma che l’aspetta a casa, una schiera di fratellini, un semplice rosario che tiene da conto, è un ricordo della nonna.
Quante cose potremmo immaginare su lei e tutte potrebbero essere vere oppure no.

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Lei è là, tra la gente che affolla Piazza Umberto I.
In uno spazio di tempo svanito e labile, in un fragile bianco e nero.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Dicembre, tempo di feste e di gioia, non per questo ci si esime dal mugugnare, d’altra parte c’è sempre qualche buona ragione per lamentarsi, i cittadini sopportano con pazienza ma quando possono si fanno sentire.
Ad esempio quelli di Via Corsica non sono affatto contenti, più di uno protesta con vivacità, possibile che nessuno abbia notato come sono ridotti gli alberi?
Versano in pessime condizioni, che peccato!
E dire che sarebbe una delle vie più eleganti della città ma gli alberi sono vecchi, secchi e malandati, bisognerebbe sostituirli.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

In Vico Chiuso Caffa non va meglio e lì il problema è l’illuminazione, quelli che ci abitano fanno notare piccati che le tasse le pagano pure loro, avranno ben diritto di uscire di sera senza brancolare nel buio!
In Piazza Savonarola invece un signore sconcertato segnala che ci sono dei ragazzi che usano le aiuole come un campo sportivo con conseguenti danni alle piante e al verde pubblico.
Il poveretto ha tentato di rimbrottare quella marmaglia, non vi dico le rispostacce che ha ricevuto!
Non parliamo degli schiamazzi notturni, si levano mugugni da ogni parte della città, c’è gente che litiga e urla nel cuore della notte, in Via del Piano si domanda il solerte intervento dei vigili.
Non è immune neanche la zona di Piazza Pammatone, tra l’altro lì c’è l’ospedale e i ricoverati avrebbero bisogno di pace e tranquillità, invece sotto le finestre dei degenti succede di tutto!

Piazza Pammatone

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

C’è poi la questione dell’organetto, ne avete per caso sentito parlare?
Dunque, accade in Salita della Crocetta, c’è un signore che abita là e racconta ciò che affligge gli abitanti del luogo: c’è un tizio che suona di continuo lo stramaledetto organetto e così disturba tutto il vicinato!
Un altro abitante, il signor Pietro, invece minimizza: non è vero che il suonatore di organetto dà fastidio a tutti, a mugugnare è una persona sola e chissà perché, gli altri non hanno niente da dire.
Come no? Non scherziamo!
Altri abitanti di Salita della Crocetta hanno preso carta e penna e hanno scritto una bella lettera, l’hanno firmata proprio tutti!
Ora perché il signor Pietro si permette di parlare a nome degli altri?
Non solo si suona l’organetto in Salita della Crocetta, in certe sere la tirano avanti con canti e balli e di dormire non se ne parla.
Si può andare avanti così?
Da Prato si lamentano degli orari del tram, soprattutto di sera è un disastro, si finisce per aspettare anche mezz’ora!

Il biglietto del tram

Un vecchio biglietto del tram che ho trovato in un libro di casa

Da San Martino invece si leva la voce dolente di un altro genovese, egli domanda che si renda ai cittadini un servizio a loro dovuto: il tram oltre il Ponte di Apparizione.
E del resto lo userebbero certi operai ora costretti a scarpinare fino alle loro umili abitazioni, il tram non sarà mica riservato solo ai ricchi di certi quartieri, no?
Colui che scrisse questa lettera si firmò così: tuo assiduo e costante lettore (non dal barbiere).
Come dire, io il giornale lo compro tutti i giorni!
Musicanti molesti, schiamazzi notturni, problemi con i mezzi pubblici.
Ecco lì!
Tutto ciò che avete letto è tratto dalle lettere al direttore inviate alla redazione del quotidiano Il Lavoro in un tempo molto lontano: questi sono i mugugni del mese di dicembre del 1913.
Il tempo passa eppure a volte non sembra, non pare anche a voi?
Saluti da Zena!

Genova

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