Ancora in Via XX Settembre

E torniamo ancora, una volta in più in Via XX Settembre.
Sempre con la macchina del tempo che ci porta in quel tempo che a noi piace immaginare, senza nemmeno sapere se stiamo indovinando ma questo è anche il bello dei giochi di fantasia.
E così, in questo giorno di un anno lontano ci si incammina verso la più vibrante arteria cittadina, ricca di bei negozi e di palazzi fastosi.
C’è un certo verde urbano che noi non siamo abituati a vedere in quel tratto di strada antistante Piazza della Vittoria, deve fare anche un po’ caldo in questo giorno di un anno che non so: così sembra a giudicare l’abbigliamento del signore in primo piano, tuttavia le altre persone sembrano ben più coperte!

Che tempo diverso era questo!
Ecco le vetrine colme di abiti alla moda, gonne lunghe, maniche a sbuffo e vezzosi cappelli da signora.
C’è chi passa su una briosa macchina sportiva, che bellezza il vento che sfiora la faccia, che gioia l’ebbrezza della velocità!

C’è chi invece si mette in paziente attesa del tram, la vita è anche fretta, incombenze, persone che incontri, cose da fare, tram sbagliati e mete da raggiungere.

E così mi piace sempre ritornarci in questa nostra Via XX Settembre: ancora ogni volta diversa, ma sempre unica e speciale per noi genovesi.

Il Monumento al Duca di Galliera, l’ingegnere e la paziente Armida

È una cartolina del tempo passato, mi ha colpito per l’inquadratura e per la nitidezza dell’immagine: il soggetto è il decantato monumento al Duca di Galliera di Giulio Monteverde nella sua collocazione originaria non distante della Stazione Marittima.
Come sappiamo, in tempi recenti la statua ha trovato una nuova sistemazione sulla rotonda di Via Corsica e adesso l’opera magnifica della quale scrissi in questo post si staglia contro il cielo blu di Carignano e davanti al mare di Genova.
La cartolina, spedita nel 1927, ci mostra invece il monumento a questa maniera e così circondato da curatissimo verde.

Si passeggia in rilassata quiete in questa parte di Genova così vibrante e vivace.

E noi che viaggiamo nel tempo finiamo per apprezzare ancora di più gli scorci, le vedute, il profilo della Lanterna sullo sfondo e la sobria eleganza dei lampioni che rischiarano la via.

Verrebbe proprio voglia di mettersi a sedere su una panchina con questi genovesi di un altro tempo a farsi raccontare da loro le storie del tempo passato!

E tuttavia una storia di istanti perduti è scritta proprio a tergo di questa questa cartolina da me acquistata per la bellezza del soggetto: una volta a casa però mi sono accorta che svela un frammento di vita semplice ma molto interessante per me che amo giocare con la fantasia.
La cartolina fu scritta e spedita da Genova a Milano da un’amorevole mamma a suo figlio, l’Ingegner Paolo.
La signora scrive parole affettuose per lui e poi manda i suoi saluti a una certa Zia Angelina, infine con una certa solerzia si raccomanda di avvisare che lei e il suo consorte sarebbero arrivati a Milano per il pranzo di venerdì e quindi era importante che la Zia Angelina impartisse gli ordini necessari all’Armida.
Ecco, chi sarà mai stata l’Armida? Ah, io da subito ho pensato che fosse la cuoca o comunque un signora impiegata in quella casa.
Ed è naturale immaginarsi la zia Angelina che corre tutta trafelata dall’Armida raccomandandole di fare le cose a modo per il pranzo dei signori e così la paziente Armida annuì e fece del suo meglio preparando deliziosi manicaretti nell’elegante dimora milanese dei signori.
Poi venne quel venerdì e tutti si riunirono intorno a quel tavolo per quel pranzo che era stato annunciato con una bella cartolina.
E così si intrecciano le storie, anche quelle piccole e dimenticate che ci portano ad un tempo che non abbiamo vissuto.
C’era una bella cartolina scelta cura e ritraeva il monumento al Duca di Galliera.
E poi c’erano un’affabile signora con il suo consorte, l’ingegnere che era il loro figlio, la zia Angelina e la paziente Armida: era il 1927, tra Genova e Milano.

Auguri di Buona Pasqua!

Così arrivano i miei semplici auguri per questa festività, con una dolce cartolina del tempo passato: ci sono un prato verde, un albero in fiore, una bimbetta, un uovo e un tenero pulcino.
A voi auguro di trovare la perfetta bellezza di questa semplicità e di riscoprire ritrovati stupori infantili che sappiano colmare il cuore di vera gioia.
Care amiche e cari amici, a tutti voi Buona Pasqua!

Sospirando per Angioletta

L’amore, l’amore, dai tempi dei tempi quella è una faccenda complicata!
Ritorno ancora a fantasticare su una passione che fece battere due cuori: questa è la terza cartolina appartenuta ad una fanciulla di nome Angioletta ad apparire su queste mie pagine.
Il suo innamorato le scriveva, lei conservò questi preziosi cartoncini che raccontano il sentimento di lui e il trasporto che lui provava per lei, adesso sono io a serbarli con cura.
La cartolina è già sdolcinata di suo, vi sono infatti stampate queste parole in rima: ardo d’amore e soffro tante pene perché non ho con me chi mi vuol bene.
Non bastavano, certo che no!
Il galante giovanotto infatti era solito dichiararsi con romantici componimenti scritti ad arte per la sua amata e c’è da dire che ci metteva cuore e impegno, si rivolgeva ad Angioletta dandole del lei, dettaglio che mi aveva colpito anche nel caso della seconda cartolina da me pubblicata.
Ah l’amore, ecco quanto sa essere complicato, così lui si dichiara:

Benché lontano sia dal suo cuore
sappia che io invece le porto amore
non solo l’amo, ma sospiro
d’unir il suo cor al mio desiro!

E forse questi versi appassionati fecero un po’ arrossire la giovane fanciulla, la immagino mentre sorride con quella cartolina tra le mani.
Alla cartolina egli aveva aggiunto ancora altre parole che si leggono nello spazio riservato al francobollo, è una dichiarazione semplice e diretta: I love you and you?
Ah, l’amore!
Nei pensieri di lui c’era Angioletta e così lui le scriveva, sospirando soltanto per lei.

Attraversando Piazza Fontane Marose

Tic tac, tic tac, ritorna ancora a funzionare la mia macchina del tempo che dona viaggi fantastici e straordinari in un passato che a suo modo è tuttora presente.
Ed eccoci dunque nella bella ed elegante Piazza Fontane Marose, con i suoi palazzi ricchi e fastosi.
Ceste per terra, bottegai, tende tirate in fuori e raffinati lampioni a illuminare le sere di Genova: la vita ha il passo leggero di un ragazzino con le braghette corte.

E spira un soffio fresco di vento e smuove appena le gonne delle dame.
La vita fluisce in certi gesti aggraziati, prima di uscire di casa certi volti si riflettono negli specchi: un sorriso, un cappello con i fiori, i guanti in una mano e una femminilità così dolce e leggiadra.

Tic tac, tic tac.
Il tempo poi fugge e quasi rotola via, muta, cambia i suoi suoni e anche le nostre sensazioni.
C’è un uomo con una divisa, forse un vigile, alle sue spalle lento incede il cavallo e i suoi zoccoli battono a ritmo sulle pietre di Piazza Fontane Marose.

È un frammento di vita catturato in una cartolina spedita nel lontano 1911 e sembra raccontare un mondo sul quale ci piace fantasticare, senza immaginare le sue difficoltà e i suoi disagi.
E così amiamo tornare là ad attraversare una piazza di Genova in un’epoca che non abbiamo vissuto.

E poi, magari, in un giorno qualunque di questo nostro tempo potrebbe capitare di trovarsi proprio in quel luogo, noi genovesi passiamo spesso a Fontane Marose.
E no, non ci sono cavalli, non ci sono bambini con i calzoni al ginocchio e neanche giovani dame con le gonne lunghe.

Eppure, quel passato è sempre lì, basta sovrapporlo al tempo presente in uno straordinario gioco di immagini e di immaginazione.
Avevo la cartolina in borsa e così l’ho presta tra le dita e all’improvviso, come per magia, ognuno è ritornato al proprio posto e non è stato poi difficile ritrovare quel mondo.
C’era un uomo con una divisa, c’erano i cavalli, due dame eleganti, un ragazzetto che camminava per conto suo, c’era un intero mondo in Piazza Fontane Marose.

Buon 2021 a tutti voi!

Vi dedico una cartolina per l’anno che sta per iniziare, a voi la porta una giovane fanciulla che per l’occasione indossa un abito raffinato ed elegante.
Vi dedico i fiori e il loro profumo, auguro a tutti noi un anno felice e generoso di sorrisi, amore, serenità e progetti belli per il futuro.
Felice anno nuovo, cari amici, buon 2021 a tutti voi!

Camminando in Via Carlo Alberto

Tic, tac, tic, tac: metto ancora indietro le lancette e vi porto nel passato, nell’ampia arteria genovese dedicata a un sovrano sabaudo.
Eccoci quindi in Via Carlo Alberto, il tempo poi scorrerà e questa larga strada davanti al mare verrà intitolata ad Antonio Gramsci: i re passano ma le strade restano.
Incede il cavallo trascinando il pesante carro, tutto attorno c’è un frastuono di vita, di porto, di esistenze operose e indaffarate.

La prospettiva del futuro è in questo tratto genovese affollato di persone, sullo sfondo si scorge il profilo della Commenda, svettano le case alte accarezzate dal sole sempre generoso in questa parte della Superba.

E ferve la vita nei negozi, negli scagni, nei negozi ricolmi di merce di ogni tipo, nelle botteghe dei pescivendoli e dei besagnini.
Ferve la vita, si susseguono i pensieri, un signore con il soprabito e una barba importante sembra essere in attesa.
A lato c’è una giovane donna che incede con passo sicuro, avrà una famiglia numerosa alla quale badare, molte faccende ancora da terminare.
E il tempo fugge in Via Carlo Alberto.

E il tempo poi scivola via e svanisce, nella strada che diverrà Via Gramsci, parte di essa sarà poi sovrastata dalla Sopraelevata che collega il ponente e il levante della città.

Là, in quel luogo che per molti versi è tuttora simile a se stesso e perfettamente riconoscibile, sorgeva un tempo l’antico Ponte Reale che in altre epoche collegava Palazzo Reale al mare, la costruzione scomparità proprio per lasciar spazio all’edficazione della Sopraelevata.
Nel mio gioco con la macchina del tempo siamo ritornati in quella Via Carlo Alberto: mentre il mare canta e vita ferve e i genovesi camminano all’ombra del Ponte Reale.

Novembre 1911: i soliti ignoti a Genova

Era l’autunno di un anno distante: era il mese di novembre del 1911.
Scorrendo le notizie del quotidiano Il Lavoro del 5 e 6 Novembre ecco una serie di notizie brevi che il solerte cronista riporta a beneficio dei lettori: in città ci sono dei malfattori e purtroppo ognuno di loro ha lasciato il segno in maniera diversa.
Questi trafiletti spesso fanno riferimento ai soliti ignoti, definizione che a noi fa subito venire alla mente un celebre film del regista Mario Monicelli.
Qui siamo, come già scrissi, nel 1911 e per i caruggi della città vecchia ne capitano di tutti i colori.
Nottetempo, infatti, diversi colpi andarono a segno in Via delle Grazie: qualcuno entrò in una nota osteria e si portò via un abito completo del valore di 60 Lire.
Poi in una latteria furono sottratte bottiglie di vermouth e marsala, infine i malfattori si introdussero al primo piano di un certo edificio e si portarono via due paia di pantaloni del Signor Giovanni che di professione faceva il marinaio e si può immaginare che amara sorpresa sia stata per lui ritrovarsi con due paia di braghe in meno!

Nelle piccole cronache di quei tempi si trovano decine di fatti simili a questi ma le autorità, grazie al cielo, erano sempre vigili per garantire la sicurezza dei cittadini.
Si narra anche di un tale che di soppiatto entrò nei locali del Rowing Club al Molo Vecchio e sfilò dal portafoglio di un blasonato nobiluomo una discreta sommetta lasciando, al posto dei soldi, un bigliettino con una frase di scherno.
In quel caso il ladro fu acciuffato e assicurato alla giustizia.
Se la svignarono invece i due tizi che dopo aver mangiato e bevuto a volontà in una trattoria di Vico Cicala se la diedero a gambe senza pagare il conto.
In quel tempo autunnale forse grigio e piovoso si conclusero invece le gesta ladresche di un tale che era un noto ladro di soprabiti.
Costui girava per le stazioni e aveva già messo a segno ben sei colpi ai danni di poveri sfortunati viaggiatori ma in quei giorni certi agenti in borghese adocchiarono alla Stazione Principe un uomo che pareva agire con fare sospetto e così lo pedinarono e alla fine si scoprì che era proprio lui, il ricercato ladro di soprabiti.
Forse se ne parlò, forse l’eco di queste notizie girò per alcuni giorni e suscitò l’ interesse dei genovesi.
Accadde tutto in questi giorni del 1911 per le strade della Superba.

Per amore di Angioletta

Se l’amore è una faccenda complicata, certi amori si alimentano anche di parole appassionate e potenti.
E ritorno ancora là, alle cartoline che lui scriveva a lei: una ragazza di nome Angioletta, come già vi scrissi nel precedente articolo dedicato a questa vicenda, le vie misteriose del destino hanno portato a me le cartoline che un giovane innamorato scrisse a questa fanciulla.
Eh, a leggere questi cartoncini del tempo passato credo che dovrei adoperarmi per conoscere quale esito abbia poi avuto questo sentimento che fece battere così forte il cuore di lui.
E lei, la bella Angioletta, quali cartoline scriveva?
E quali parole sceglieva per lui?
Continuo ottimisticamente a pensare che quell’amore sia stato eterno, deve essere stato certamente così altrimenti la signorina Angioletta non avrebbe permesso mai e poi mai a un giovanotto di scriverle simili frasi:

Il core mio altro che lei non ama
i sogni miei son su lei riuniti
per me l’unico pensiero e brama
d’esser tutta la vita uniti
se lei m’ama!

Un amore così intenso e ardente, sognando l’altare e un percorso di vita comune, un’unione eterna e felice.
L’amore è davvero una faccenda complicata, in ogni tempo, si sa, eppure a me piace sperare che la dolce Angioletta e il suo innamorato abbiano vissuto a lungo felici e contenti.

Le cartoline di Angioletta

Sono cartoline del tempo passato e appartenevano tutte alla stessa persona: colei alla quale erano indirizzate.
Ed io, per non fare un torto a questa fanciulla, ho pensato di tenere tutte insieme queste romanticherie e adesso le sette cartoline di Angioletta appartengono a me.
Sono immagini dolci e delicate, guardando sul retro ho scoperto poi che questi cartoncini del tempo andato sono il ricordo di un lontano batticuore e di un amore davvero ardente.
Chi scrive davvero non risparmia le dolci parole e ad esempio così si dichiara:

“Io l’amo troppo, Angioletta, l’amo quanto si può amare in questa terra, altro che lei non amo.”

E quindi, per parlar come mia nonna che era una ragazza del ‘99, mi vien da dire che il galante di Angioletta era davvero innamorato pazzo ma si era agli inizi del ‘900 e quindi lui per dichiararsi, pur così apertamente, le dava del lei, fatto quanto mai inconsueto e del tutto improbabile per la nostra epoca.
Lui fremeva di amore per lei, lei conservò le cartoline e ottimisticamente mi piace pensare che i due giovani si siano sposati e che abbiano vissuto a lungo felici e contenti.
Gli indirizzi riportati sulle cartoline rimandano a due località della Liguria che saranno state lo scenario di questo amore palpitante.
Lei si chiamava Angela, l’ho immaginata come una bellezza radiosa dagli occhi color nocciola e dai morbidi capelli castani.
Visse in un altro tempo e lui che l’amava la chiamava affettuosamente Angioletta.
Questa è una di quelle sue cartoline: forse un giorno lei la strinse sul petto, la rilesse ancora e infine sorrise.