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Posts Tagged ‘Cartoline antiche’

C’era un tempo un magnifico negozio presso il quale di certo si serviva la migliore clientela: si trovava in Galleria Mazzini, celebre ritrovo dell’alta società cittadina.
Una galleria elegante, raffinata ed armoniosa, luogo prediletto per il passeggio e molto amato dai genovesi nei tempi passati.
A sfogliare la Guida Pagano del 1926 si scopre che là in quegli anni c’erano negozi favolosi: si vendevano alabastri e filigrane, c’erano orefici e fotografi, non mancavano un ombrellaio e un confettiere.

E ancora risplende la nostra Galleria Mazzini e noi ancora amiamo camminare al riparo, su e giù, qui dove si affacciano le vetrine scintillanti di negozi prestigiosi.

Sotto i vetri che luccicano, quando la luce li attraversa.

E ancor di più amiamo frequentarla nelle occasioni che la rendono più viva e affascinante restituendole la sua identità e facendoci apprezzare la vantaggiosa gradevolezza di avere una galleria in pieno centro.
In Galleria Mazzini si tiene da sempre la Fiera del Libro, a causa di certi restauri negli ultimi anni è stata traslocata altrove ma tutti noi attendiamo che la prossima edizione torni nel suo luogo di origine.
E che dire del mercatino dell’antiquariato? Sì, questa è la collocazione perfetta.

Facciamo un passo indietro e andiamo a certi anni del secolo scorso quando erano in voga ben altre eleganze.
In Galleria Mazzini c’era un negozio di cappelli, ne ho notizia grazie ad una cartolina spedita nel 1913 e comprata su una bancarella.
La cartolina è molto rovinata e ha diverse pieghe, questo però non toglie nulla alla mia fantastica scoperta.
E qui ringrazio i mie amici Giancarlo Moreschi e Pier Giorgio Gagna, sono stati loro riconoscere la via in cui si trovava questo negozio, restava da trovare l’esatta collocazione.
Dunque, osserviamo l’insegna.
Signori, qui si vendono cappelli di paglia e di feltro, è garantito un certo stile!

Quindi immagino che certi elegantoni si fermassero a sbirciare le vetrine, è difficile far la scelta giusta quando ci sono così tanti articoli in esposizione.
Nella parte alta dell’insegna spiccano queste parole: Emporio Cappelleria Genovese.
E nella zona sottostante si legge che questo negozio ha una storia, in anni anteriori infatti aveva probabilmente il nome del suo precedente proprietario, Susto.

E allora eccomi in Galleria Mazzini, con la cartolina tra le mani.
Mi piacerebbe tanto comprare un cappello di paglia, purtroppo non c’è più la Cappelleria Genovese, altrimenti sarei un’affezionata cliente!
Io vado su e giù, cerco il luogo che corrisponde esattamente a quello della mia immagine d’epoca.
Ci sono due vetrine, su ognuna è collocato un punto luce con una lampada, sono separate da due semicolonne, sull’estrema sinistra si scorge parte del lampione della pubblica illuminazione.

Ed io, in una mattina di settembre, sono certa di aver trovato il punto esatto.
Mi assiste l’intuizione ma anche un pizzico di fortuna, una volta tornata a casa ho letto che la Cappelleria Susto sul finire dell’Ottocento si trovava al 57 e 59 di Galleria Mazzini.
E presumendo che la numerazione non sia cambiata questo è esattamente l’indirizzo del negozio di abbigliamento fotografato da me.

Non basta, andiamo ancora oltre, c’è altro da raccontare.
Come vi ho già detto la mia cartolina risale al 1913, sulla Guida Pagano del 1926 risulta che a quell’indirizzo in quell’anno c’era il negozio del Signor Marini: cappelleria, modisteria e impermeabili.
Io non so dirvi se si tratti dello stesso negozio della mia immagine perché su questo cartoncino sbiadito non si legge questo nome, certo è che in ogni caso lì si vendevano sempre questo genere di articoli, che bellezza!
I cappelli, italiani e stranieri, venivano confezionati in certe scatole lussuose.
E attenzione, si vede anche il cartellino del prezzo!

Ho messo indietro la macchina del tempo e sono rimasta a passeggiare in quegli anni lontani, nella nostra Galleria Mazzini.

E ho incontrato un avventore, forse era solo un tale che passava da quelle parti e si è messo in posa davanti al favoloso negozio di cappelli.
Alla Cappelleria Genovese c’erano cappelli, berretti, copricapi per ogni gusto e avrete notato che le vetrine erano bordate con dei disegni di cappelli dalle diverse fogge.

Il tempo è trascorso, è tramontata l’epoca della paglietta e con essa sono svanite molte altre mode.
In un giorno distante il fiero proprietario di questo negozio si mise in posa per farsi immortalare davanti alla sua vetrina, il signore in questione portava una giacca di buon taglio e sfoggiava un bel paio di baffi.
Mi è rimasta solo una curiosità, chissà, magari qualcuno di voi lettori può essermi d’aiuto.
Come potete vedere il nostro abile commerciante non è solo, c’è un gatto davanti ai suoi piedi, si direbbe un habitué.
Ecco, se per caso qualcuno conoscesse il nome del piccolo felino lo scriva, a me piacerebbe tanto saperlo.

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Accadde molto tempo fa, si era all’inizio di un nuovo secolo.
4 Febbraio 1900, questa è la data scritta con cura su una cartolina di Genova destinata ad una persona di nome Lina.
E chi era mai costei?
Eh, sarebbe tanto bello saperlo, in realtà ho solo due certezze: Lina era nubile in quanto ci si rivolge a lei chiamandola signorina e dall’indirizzo si evince che in quel momento si trovava a Siena.
E così la immagino giovane, carina, bionda e ambiziosa, non riesco a figurarmela diversamente.
Forse era originaria di questa città o magari l’aveva visitata come turista, anche lei aveva pigramente passeggiato davanti a Palazzo Ducale, facendosi ombra con il suo ombrellino.
Forse conservava un dolce ricordo, forse aveva infranto il cuore di un corteggiatore.

La piazza vi parrà identica a come la conosciamo, in effetti si può dire che non sia cambiata molto.
C’è il consueto andirivieni di gente, alcuni vanno di fretta, un papà tiene per mano il suo bambino.
E tuttavia osservate con attenzione, qualcosa è mutato: quei lampioni ai nostri giorni non ci sono più.
C’è un’altra luce a illuminare il Palazzo Ducale della Superba.

Noi però torniamo a lei, all’eroina di questa storia, lei resterà ammantata nel mistero del tempo distante in cui visse.
In questa cartolina un dettaglio ha catturato la mia attenzione: si tratta del messaggio scritto per la sua destinataria.
Curiosamente non c’è nessuna firma ma sicuramente Lina avrà capito subito chi era il mittente, solo lei potrebbe raccontarci tutto!
Forse la scrisse un innamorato respinto?
E cosa voleva dire con quelle frasi?
L’autore si riferisce a qualche evento specifico?
Io credo di sì, anche se non avremo mai modo di scoprirlo, ahimè!
Forse fu incontro fugace e l’esito non fu quello sperato.
O magari sto sbagliando tutto, sto solo cercando di venire a capo della questione!
Voi provate a immaginare Lina, tiene tra le mani questo cartoncino e legge queste parole tratte dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni:

“…giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare e di essere odiati, senza conoscersi…
…il lupo non mangia la carne del lupo.”

Lei sorride e ricorda, forse senza nostalgia.
Forse.
Inconsueto testo per una cartolina inviata alla signorina di Siena, il suo significato rimarrà per noi un curioso enigma che non sapremo mai comprendere.
Era un messaggio per lei, una ragazza di nome Lina.

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Era un negozio magnifico, io ne sono certa: il signor Gaetano Cassini doveva essere un abile commerciante, aveva intuito, capacità dialettica e soprattutto vendeva merci di prima qualità.
Penso che in città fossero in molti a conoscerlo, anche su questo sono sicura di non sbagliarmi.
Riuscite ad immaginare il suo grande magazzino?
Decine di scatole di cartone rigido ricolme di ogni ben di Dio, matasse di lana e di cotone, nastri e pizzi, bottoni dorati e di madreperla, piccole delicate raffinatezze per abbellire gli abiti delle genovesi.
Ho trovato notizia della sua bottega sul Lunario del 1882 e precisamente nell’elenco delle Mercerie e Novità per Signora, il negozio era in una zona elegante ed esclusiva: sotto i Portici dell’Accademia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sul Lunario del 1894 l’attività risulta sempre a De Ferrari e in più si aggiunge un altro indirizzo: il nostro faceva i suoi affari anche in Via Giulia, la strada destinata a scomparire per lasciar posto all’attuale Via XX Settembre.
E per me un interrogativo è quasi d’obbligo: il Signor Cassini avrà mai conosciuto il mio antenato Vincenzo che era passamantiere in quel di Campetto?
Eh, chissà, del resto Genova non è una città poi così grande e quindi è molto probabile.

E veniamo alla nostra epoca e a questi giorni d’estate.
Su una bancarella del mercatino dell’antiquariato di Fontanigorda una certa persona si ritrova per le mani un piccolo gingillo che proviene proprio da quel negozio.
Forse sarà appartenuto ad una sarta o magari ad una madre di famiglia che aveva il suo bel da fare a cucire gli abiti dei suoi molti bambini.
Certi oggetti seguono percorsi misteriosi e in qualche modo arrivano a noi, le cose che hanno avuto già una vita hanno sempre grande fascino per me.
Doveva essere un modo per farsi pubblicità, io sono convinta che l’articolo in questione non fosse in vendita.
E ve l’ho detto, il Signor Gaetano Cassini era uno che sapeva il fatto suo!
Vendeva filati, mercerie e calze e così ebbe questa bella idea per far circolare il suo nome: un magnifico puntaspilli.
Sul retro c’è l’etichetta ormai ingiallita con gli indirizzi delle sue attività.

Sul bordo sono fissati alcuni spilli ormai arrugginiti, chissà quali dita operose li hanno maneggiati.
Al centro c’è un’immagine romantica, è la suggestione di un altro tempo.
Questa piccola carabattola ora appartiene a me ed è una grande gioia mostrarla anche a voi e riportare qui la memoria di quel magnifico negozio sul quale mi piace fantasticare.
Con un pensiero a lui, Gaetano Cassini, abile commerciante di quella Genova che non abbiamo mai veduto.

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Tempo di viaggi, tempo di partenze.
E noi andiamo in un altro secolo, in un giorno qualsiasi davanti alla Stazione Brignole.
Un uomo cammina piano e passa accanto ad alberelli giovani, dovranno trascorrere molti anni prima che diventino alti ed imponenti.
Là, in quel frammento di tempo lontano, tutto sembra scorrere lentamente.

Cigolano le ruote, il cavallo compie la sua quotidiana fatica.
A cosa pensa l’uomo che conduce il calesse?
Forse alla giornata che ancora ha davanti, alla sua casa e alla moglie che lo attende.
Tiene saldamente le redini, sullo sfondo si notano altri mezzi e un nugolo di persone: sono i viaggiatori di quest’epoca distante o magari semplicemente genovesi che per caso transitano nei pressi della stazione.

Tempo di viaggi, tempo di partenze.
E quella sensazione per noi insolita e inconsueta: lo stupore del primo viaggio in treno pare quasi difficile da immaginare.
Il panorama che scorre davanti agli occhi, la velocità, il rumore fragoroso e mai sentito, il tuffo al cuore e quell’emozione.
E il mondo che cambia, giorno dopo giorno.
Mentre il tempo scorre, davanti alla Stazione Brignole.

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Se è vero che il lavoro è fatica è altrettanto vero che coloro che ci hanno preceduti hanno conosciuto fatiche per noi inconsuete.
Uno sguardo su quegli anni lo concedono i volumi del passato, in questo caso si tratta del libro La Guida del Porto di Genova dell’Avvocato Cesare Festa pubblicata da Giacomo Luzzatti Editore nel 1922.
Ho già avuto modo di parlarvi di questo volume, oggi proverò a narrarvi di coloro che si occupavano del lavoro dei carboni minerali.
Tralascio le cifre, i numeri, i regolamenti minuziosamente descritti, qui troverete i volti fieri di gente di porto e di mare, a voi l’onere di immaginarli mentre ognuno si dedica al proprio mestiere.

Sudore, fatica e prestanza, è dura la vita di questa gente.
Gli scaricatori di carbone si suddividono in due categorie, il loro è un lavoro sfiancante.
Ci sono gli zappatori che nella stiva zappano il carbone e poi lo ripongono nelle ceste che, tramite un sistema di verricelli e carrucole, vengono sollevate fino al boccaporto.
Il cavo del verricello viene guidato dall’addetto al seguaro, infine le ceste vengono prese in consegna dai pilottatori che stanno in piedi su una tavola fatta a guisa di ponte attraverso l’apertura stessa del boccaporto.
A questo punto le ceste vengono passate al pesatore.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il pesatore lavora insieme al ricevitore.
Questi due uomini tengono una stanga sulle spalle, alla stanga è appesa la stadera con la quale misurano il peso di ogni cesta.
Tocca ora ai facchini, costoro si caricano sulle spalle le pesanti ceste colme di carbone e le portano a terra oppure su un vagone.
I facchini scaricano anche il carbone dalle chiatte e in tal caso fanno anche gli zappatori, sul libro è specificato che il lavoro sulla chiatta era particolarmente pesante, per il fatto che le chiatte si trovavano a un livello più basso rispetto alle calate e questo comportava maggiore fatica.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

C’è poi un’ulteriore categoria: sono gli antracitisti, essi hanno il compito di rompere con una mazza di ferro i blocchi di antracite seguendo determinate regole e mantenendo le misure previste dalla legge.
Scrive l’autore che nel 1922 il lavoro per questa categoria è fortemente diminuito e così gli antracitisti si sono consorziati con i raccoglitori addetti alla raccolta del carbone caduto sulle calate durante le varie operazioni.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Essenziale è anche l’opera dei caricatori o cuffinanti: si occupano di portare il carbone ai piroscafi e di stivarlo in maniera corretta.
Il carbone veniva posto nei cuffini e sollevato da quelle braccia vigorose, a volte invece veniva usato un bigo posto sulla coperta del vapore e azionato da un apposito verricello.
Ci sono infine i chiattaioli da carbone minerale e gli assistenti a fiducia che seguivano le varie operazioni.
Per tutti loro sono indicate regole, norme, tariffe o salari in caso di cottimo.
E si legge che lavoravano per otto ore al giorno, conoscendo fatiche che non so neanche immaginare.
Avevano una casa a cui ritornare, mogli affabili e bambini sorridenti, avevano il mare negli occhi e la pelle brunita dal sole e scurita dal carbone.
Avevano vite diverse dalle nostre: sono i lavoratori del Porto di Genova nel 1922.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Fu una serata memorabile: 1 Agosto 1908, in quella data si inaugurò il fiabesco Lido d’Albaro.
A descrivere con dovizia di particolari la festosa circostanza è un attento cronista del quotidiano Il Lavoro che narra con entusiasmo la bella novità.
Eccola la folla stupefatta, per tutta la sera c’è un ininterrotto andirivieni di tram e automobili: tutti vogliono vedere il Lido d’Albaro, l’elegante struttura con il padiglione teatro in stile moresco sorge nel luogo dove un tempo c’era la Spiaggia del Parroco.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Che festa elegante, che luogo incantevole!
Lunghi viali e aiuole profumate di fiori, una ricca fontana che rappresenta Scilla e Cariddi, una panoramica rotonda sul mare, un magnifico terrazzo.
E a rischiarare questa meraviglia, scrive il giornalista, uno sfarzo di luce elettrica.
C’è un grande salone per il teatro con poltroncine e tavoli per gli ospiti, questo locale può accogliere un foltissimo pubblico, il palcoscenico è dotato di tutto ciò che occorre per le rappresentazioni.
E là, dove una volta c’era una sobria osteria, adesso si trova lo stabilimento balneare.
Sugli scogli più alti, scrive il giornalista, sono state sistemati dei raffinati padiglioni in legno, ci sono poi cabine in muratura, cabine in tela e ben 7 docce.
E al Lido d’Albaro non manca una scenografica grotta.

Ritrovo dell’alta società, il Lido d’Albaro si inaugura tra le note di una banda militare, la Società Corale Errico Petrella propone brani di Schubert, Schumann e di altri compositori.
Le stesse musiche saranno poi eseguite nuovamente dagli stessi soci della Società Petrella che suoneranno a bordo di un rimorchiatore fastosamente illuminato.
Ed è proprio lo spettacolo di luci ad incantare anche il cronista che narra di lampioncini a colori e di numerose barche rischiarate da palloncini alla veneziana.
Ovviamente c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono presenti le massime autorità cittadine e gli invitati sono quasi 4.000.
E quanta raffinata eleganza negli abiti delle dame genovesi, sono le stesse che poi verranno immortalate dal fotografo Ferro in certe immagini giunte fino a noi.

Per questa prestigiosa occasione è stato allestito un ricco ed invitante buffet, si danza accompagnati dal suono delle onde e si gode della languida bellezza di una sera d’estate.
E si attendono con vera trepidazione le gare di nuoto in programma per il giorno successivo!
Stando a quanto scritto sul retro di questa fotografia acquistata tempo fa all’inaugurazione c’erano anche questi eleganti gentiluomini.
Bastone da passeggio, cappello, tutti in posa per un momento memorabile.

Osservando i frammenti di quei giorni lontani emerge una dolcezza antica e per noi inusitata, si cammina reggendosi la gonna, si passeggia con lo sguardo fiducioso verso il tempo che verrà.
E ci si avvicina a questo luogo di autentiche delizie.

E altri passi leggeri attraversano il tempo restituendo l’immagine di un’epoca che non abbiamo veduto.
In primo piano due figure femminili e a terra oggetti non così facilmente riconoscibili, potrebbe trattarsi dei contenitori usati da una venditrice ambulante ma non è una certezza.

Una mamma tiene per mano la sua bambina, la piccina ha il vestitino bianco e il cappello del medesimo colore.
Sono le perdute raffinatezze del tempo che fu.

Il Lido ospitò celebri artisti, poeti e scrittori, gli eventi della II Guerra Mondiale causarono la sua distruzione, rinacque nel dopoguerra con una nuova veste e con altre attrattive.
Resta, ancora oggi immutato ed eterno, un solo suono, identico a se stesso malgrado lo scorrere del tempo: è il canto del mare che con la sua dolcezza accompagnò anche quella sera d’agosto del 1908.

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Per noi che viviamo nell’epoca delle immagini forse non è semplice capire coloro che ci hanno preceduto, loro vivevano nell’epoca dell’immaginazione: poi venne la fotografia.
Io non sono certo un’esperta del settore ma mi avvalgo di un volume del passato del quale ho già avuto modo di parlarvi, è un manuale edito da Hoepli nel 1910: Fotografia pei dilettanti, pagine e pagine scritte con garbata sapienza dal Dr Muffone.

L’autore scrive anche del formato usato per le cartoline postali che venne adottato anche per le fotografie.
E provate ad immedesimarvi in un lettore degli inizi del ‘900, il vostro approccio sarà particolare: voi sperimentate i continui miglioramenti in questa arte fantastica che è la fotografia e siete curiosi di saperne di più.
Dunque, cosa è mai la cartolina illustrata?
Secondo il Dr Muffone è l’ancella postale, è l’annunziazione del bello, del vero che circola e produce lo scambio di sensazioni fra tutti gli abitanti del mondo.
E voi che vivete in questo mondo non potete che esserne entusiasti!
Su quelle carta sono impressi i ricordi di viaggi e di momenti felici e il nostro stimato studioso dà un consiglio a tutti i fotografi: che si affrettino, usino i loro negativi per fare delle belle cartoline postali da mandare poi agli amici o per conservare care memorie.

Tralascio le righe dedicate alle misure e ai materiali, condivido invece con voi i consigli per i dilettanti che vogliano cimentarsi con questo passatempo.
Regola numero uno: non fotografate mai cose banali già fotografate in cento modi da altri.
Non si va a Milano a immortalare Piazza del Duomo, dice il Dottor Muffone.
E sapete perché? Beh, l’industria delle cartoline commerciali è fiorentissima e le immagini che vengono vendute saranno sempre più belle delle vostre, su questo non c’è dubbio.
Cercate punti di vista insoliti così non incorrerete in imbarazzanti paragoni e quando siete in viaggio fate così: comprate delle belle cartoline con le immagini dei luoghi più celebri e poi, armati della vostra macchina fotografica, giocate con la fantasia.
Del resto così scrive il nostro autore:
Vi è ancora tanta parte di mondo non fotografato che vi è ampio margine per la nostra personalità artistica.

E poi il tempo passerà e le cose cambieranno.
La cartolina, scrive ancora il nostro autore, compie il suo destino nel giungere a destinazione, unendo persone lontane e donando la gioia di un istante.
Dopo un lungo viaggio, con qualche sgualcitura, con qualche bollo proprio là dove non ci voleva.
Oltre cent’anni dopo mi sono chiesta se il Dottor Muffone, nella sua saggia lungimiranza, avesse immaginato qualcosa a proposito di noi che viviamo immersi nelle immagini.
E cosa direbbe dei dilettanti fotografi di questa nostra epoca?
Lui non lo ha mai saputo che quelle immagini delle quali scrive sono diventate oggetto di grande interesse.
E questo vale per le cartoline che venivano messe in vendita e ancor di più per quegli scatti di fantasiosi dilettanti, magari imperfetti ma certo preziosissimi.
Immagini di istanti perduti e di un tempo in cui c’era ancora tanta parte di mondo non fotografato.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Succede sempre così: quando un locale tanto amato e frequentato chiude i battenti resta un velo di malinconica nostalgia tra gli affezionati clienti.
Facciamo un salto nel tempo e andiamo ancora una volta agli inizi del secolo scorso, siamo ancora nella frizzante Belle Époque.
Forse si sapeva, forse circolavano delle voci, ma come non rimpiangere i fasti dello Stabilimento Bavaria?
Un locale amatissimo di proprietà del Signor Fezzardi, clientela elegante, accoglienza impeccabile, negli anni a venire saranno molte le persone che lo ricorderanno con affetto, prima tra tutte una certa signora americana, certo vi rammenterete di lei!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ebbene, è il 29 Ottobre del 1911 e sul quotidiano Il Lavoro c’è una notizia che sarà un colpo al cuore per molti genovesi.
Il Signor Fezzardi lo ha confermato e con gran dispiacere: a fine mese il suo bel locale chiuderà, sembra a causa dell’affitto troppo alto, purtroppo.
Addio dolci serata allietate dall’orchestra, come faremo senza il punch e senza la granatina del Bavaria?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Niente paura, in quest’epoca di entusiasti imprenditori c’è un genovese ben noto a tutti, appartiene a una famiglia di stimati ristoratori, tutti voi vi ricorderete di Pier Enrico Zolezi, è colui che vende il Vermouth delle Dame!
Possiede quel bel locale in Galleria Mazzini, ricordate che ci siamo già stati insieme?
Bene, sul giornale si legge che sarà lui a rilevare parte del Bavaria, il grande salone invece diverrà un cinematografo.
Il Signor Fezzardi, invece, continuerà ad occuparsi del suo Hotel in Piazza Corvetto.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Che sospiro di sollievo, se c’è di mezzo Zolezi andrà tutto per il meglio, c’è da scommetterci!
Dopo breve tempo ecco la notizia che dà un’idea di chi sia il nostro Pier Enrico, è sempre Il Lavoro a fornirla, in data 19 Dicembre.
Sul giornale di quel giorno è pubblicata una lettera di Pier Enrico Zolezi che scrive al direttore annunciando l’apertura del suo nuovo locale.
E si rammarica, dice che avrebbe voluto inaugurare il bar invitando colleghi e amici ma il suo stato di salute non glielo consente.
E così, ricordandosi dei meno fortunati, ha pensato bene di celebrare la sua nuova iniziativa imprenditoriale in altra maniera.
Ha deciso di destinare 600 Lire in beneficenza e ha inviato questa somma ripartita in parti uguali a diverse testate giornalistiche affinché le redazioni provvedano a distribuire i soldi tra i più bisognosi che sempre si rivolgono ai giornali per chiedere aiuto.

Ora, forse qualcuno osserverà che si tratta di un’abile mossa pubblicitaria.
Come facciamo a dirlo?
Il nome di Zolezi era talmente conosciuto in città, non credo che ne avesse bisogno!
Nel mio ricercare piccoli squarci di quotidianità ho raccolto nel tempo diversi articoli, a volte le vicende si incrociano, come in questo caso.
E se siete di Genova sapete cosa intendo quando dico che bene o male qui ci conosciamo tutti, vero che è così?
Ecco, lo stesso vale per quella Genova del passato, in qualche maniera.
Avevo messo da parte la notizia della chiusura del Bavaria, tempo dopo mi è capitata in mano la lettera di Zolezi.
E dico davvero, a volte mi sembra di andarci per davvero in quegli anni ed è una bellissima sensazione.
In alto i calici, un brindisi a quella Genova lontana e ai cittadini di quel tempo, protagonisti di un’epoca che possiamo soltanto immaginare.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Siamo nell’anno 1909 e a Genova giungono numerosi turisti.
Alcuni soggiornano in certi eleganti hotel, la loro vacanza è lussuosa ed elegante: luoghi esclusivi, passeggiate incantevoli, ristoranti alla moda, questi turisti cercano il meglio che Genova possa offrire.
Alcuni di questi visitatori hanno un pregevole volumetto: la Guida Treves che svela tutti i segreti della Superba e della Liguria.
E con mia grande gioia posso dirvi che anch’io possiedo quel libro, quindi oggi seguiremo qualche prezioso consiglio fornito da questa Guida, saremo visitatori del 1909.

Ci sarebbe una varietà di argomenti da approfondire ed io oggi vorrei parlarvi dei mezzi di trasporto disponibili in città.
Tra l’altro, il libro si apre proprio con un paragrafo dedicato alle stazioni, la più importante è Principe, là davanti si trovano le vetture pubbliche, i tram e gli omnibus degli alberghi.
Gli omnibus, per chi non lo sapesse, sono carrozze con diversi posti e a trainarle sono cavalli.
Eccoci quindi in Piazza Acquaverde, io naturalmente indosso il mio abito migliore.

E come dice la Guida Treves, qua c’è un’abbondanza di mezzi messi a disposizione dagli alberghi per facilitare i loro graditi clienti.
Qualcuno di voi deve andare all’Excelsior oppure all’Hotel Londra?
Eccovi serviti, cari visitatori, verrete condotti a destinazione con tutti gli agi!
Io per parte mia ringrazio lo spazzino che si vede sulla destra dell’immagine, il suo lavoro è importantissimo!

A Genova, naturalmente, esistono anche le vetture pubbliche a uno o a due cavalli.
Il prezzo della corsa è maggiorato se la stessa si svolge durante il servizio notturno che ha inizio con l’accensione dei pubblici fanali e termina quando questi vengono spenti.
Sono specificati i prezzi del trasporto bagagli e volendo si possono fare anche escursioni fuori città.
Come è logico che sia la vettura a due cavalli costa di più della vettura ad un cavallo, ma volete mettere il vantaggio della velocità?

Non è il solo mezzo che potete scegliere, la Guida Treves precisa che Principe è collegata a De Ferrari dagli omnibus che percorrono Via Balbi e Via Garibaldi, il biglietto costa 10 centesimi.
Lo stesso prezzo si paga per l’intera corsa della Funicolare di Sant’Anna, se invece dalla Zecca volete arrivare fino al Righi il viaggio vi costerà 50 centesimi.
E ne vale la pena, da lassù vedrete tutta la città!

Genova è posata sul mare e dunque dispone anche di un servizio di barche, si paga all’ora ed è offerto in tale maniera: per un massimo di quattro persone si spendono 2 Lire per la prima ora e poi 1 Lira per ogni ora successiva.

La città ha anche un efficientissimo servizio di tram e sulla Guida Treves sono precisati tutti i percorsi, sono indicate anche le linee che vi porteranno nei dintorni.
Poniamo il caso, ad esempio, che dobbiate recarvi a Nervi, il vostro tram partirà da De Ferrari, il biglietto costerà 45 centesimi e la corsa durerà 50 minuti.
E tutto sommato, considerando che siamo nel 1909, non mi sembra niente male!

In libri magnifici come questo si fanno meravigliose scoperte, certi dettagli non si potrebbero conoscere diversamente, neanche guardando le immagini dell’epoca.
E come mai, direte voi? È semplice, le cartoline sono in bianco e nero e invece la vita di ogni giorno, oggi come ieri, ha molteplici colori.
E così leggendo queste pagine ho appreso che le linee del tram avevano le insegne colorate, una particolarità che non avrei mai potuto immaginare.
Ad esempio il tram per Nervi aveva l’insegna bianca, quello che da De Ferrari raggiungeva Principe passando per Circonvallazione a Monte l’aveva verde, altre insegne erano anche a due colori.
Voi viaggiatori muniti della pregevole Guida Treves non avrete alcun problema a districarvi per la Superba, in queste pagine c’è davvero tutto ciò che vi occorre.
Benvenuti a Genova, nell’anno 1909.

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La signora capitò a Genova nel cuore dell’estate.
Non so dirvi quanto si trattenne, di certo ebbe modo di apprezzare le bellezze cittadine e tornò a casa portando con sé il ricordo della cortesia che le era stata riservata.
Date le circostanze credo di non sbagliare a sostenere che con tutta probabilità la nostra viaggiatrice apparteneva al bel mondo, faceva parte dell’alta società.
Un’americana a Genova, le cronache purtroppo non hanno tramandato il suo nome ma ci parlano di lei nel giorno in cui la sua partenza è vicina.
La attende un lungo viaggio e prima di lasciare la Superba la signora si concede una ricca colazione al Bavaria con certi parenti.
E qui mi sorge un legittimo dubbio, sarà stato il Bavaria di Piazza De Ferrari che si faceva pubblicità con queste eleganti cartoline?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oppure forse si trattava dell’Hotel sovrastante Corvetto?
Sarebbe anche legittimo pensarlo, visto che parliamo di una viaggiatrice, forse alloggiava in una di quelle stanze che sovrastano la bella piazza nel centro di Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In ogni caso torniamo a lei, la protagonista della nostra storia.
Il piroscafo per l’America l’attende, è tempo di partire.
E proprio prima di attraversare l’oceano nello sbigottimento generale la signora si accorge che le mancano gli anelli di brillanti: 4 preziosi gioielli del valore di 10.000 Lire!
Ci pensa un po’ su e poi si rammenta di averli lasciati nella toilette del Bavaria, la signora però non può scendere da bordo e manda così un amico che in tutta fretta si precipita sul posto.
Ad accoglierlo è il proprietario, il Signor Fezzardi bonariamente tranquillizza il suo interlocutore: gli anelli sono al sicuro, a riconsegnarli è stato il piccolo venditore di sigari, un ragazzino di nome Guglielmo.
Guglielmo li aveva trovati, Guglielmo li aveva riconsegnati.
E così la signora americana riebbe i suoi anelli, il piccolo venditore ricevette una ricompensa di 500 lire.
Non che allora il mondo fosse un posto migliore, nelle cronache del tempo si trova la consueta sequenza di truffe, furtarelli e ruberie di vario genere.
E poi ci sono quelli come Guglielmo: sono loro a far tutta la differenza, in qualunque epoca.
La notizia è riportata su Il Lavoro del 25 Luglio 1908, è passato tanto tempo da allora.
Io immagino la signora americana sul piroscafo che la condurrà oltreoceano: osserva la costa allontanarsi e sorride serena.
E non solo perché ha riavuto i suoi anelli, sorride perché anche lei sa che al mondo ci sono persone come Guglielmo e sono solo loro a far tutta la differenza.

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