La spada di Andrea Doria e il destino di un ladro

C’era, in un tempo lontano, un uomo nobile e prode la cui gloria risuonò nei secoli a seguire, il nome dell’Ammiraglio Andrea Doria brilla ancora per la sua grandezza e per il valore della sua figura.
Tale caratura fu a lui riconosciuta anche nella sua epoca e l’evento che vado a raccontarvi si collega ad un onore tributato ad Andrea Doria da Papa Paolo III.
Correva l’anno 1538 quando Sua Santità volle donare una magnifica e preziosa spada di onore e da parata proprio ad Andrea in quanto “propugnatore fortissimo della fede di Cristo”.
L’arma di così rara bellezza aveva il pomo e la cintura d’oro e l’elsa tempestata di pietre preziose, sulla sua lama si potevano distinguere le incisioni in oro dei Santi Pietro e Paolo e la scritta Paulus III Pont. M. Anno I.
La spada rimase in possesso di Andrea Doria per tutta la sua vita e lui dispose che alla sua morte essa fosse posta accanto al suo sepolcro.
Là, nella Chiesa di San Matteo che si affaccia sulla piazza omonima, dove si trovano anche le dimore dei Doria e che fu chiesa gentilizia di questa celebre famiglia genovese.

Qui dormono il loro sonno eterno i valorosi rappresentanti della famiglia Doria, troverete i loro nomi incisi sul marmo.

In fondo alla navata sinistra una piccola porticina cela le scale che conducono alla sottostante cripta.

Là riposa Andrea Doria e come già scrissi secondo la volontà dell’ammiraglio alla sua morte sopravvenuta nel 1560 la spada donatagli dal papa venne posta accanto alla sua tomba.

Trascorsero ben 16 anni e un giorno la spada scomparve, sottratta dalle leste mani di un abile ladro.
Un simile affronto era intollerabile e così Giovanni Andrea Doria, nipote dell’ammiraglio, offri 200 scudi d’oro a chi avrebbe riportato la spada.
Ahimè, l’arma preziosa non venne restituita, tuttavia tra le mani della giustizia cadde colui che l’aveva rubata: il ladro di chiamava Mario Calabrese ed era un sottocomito di una delle galee della Repubblica.
Colui che aveva avuto l’ardire di mettere le mani sulla spada dell’Ammiraglio pagò con la vita il suo delitto e venne crudelmente giustiziato in maniera singolare: come narrano le cronache sapientemente riferite dallo storico Michelangelo Dolcino, Mario Calabrese fu impiccato con una corda d’oro nella Piazza di San Matteo e forse di questo evento a lungo si parlò nei caruggi della Superba.

La lama della spada di Andrea fu rinvenuta diverso tempo dopo in una fogna nella zona di Ponte Calvi, non furono mai ritrovate l’elsa con le gemme, il pomo d’oro e tutte le parti preziose.
Così venne lasciata e ancora si conserva, nella Chiesa di San Matteo, in una teca illuminata, muta testimone di un passato lontano e del valore dell’Ammiraglio Andrea Doria.

17 Febbraio 1908: la sirena e gli organetti

Ritorno a proporvi un breve salto nel passato, apriamo insieme il quotidiano Il Lavoro del 17 Febbraio 1908 e scopriamo due mugugni di quel giorno.
E insomma, meno male che i genovesi possono almeno rivolgersi al giornale, così ognuno può farsi le proprie ragioni, quando si ha a che fare con dei prepotenti è sempre difficile farsi ascoltare!
Ecco quindi gli abitanti della zona di Corso Dogali e Via Montegalletto: sono tutti arrabbiatissimi a causa della segheria che si trova in Via Kassala.
Si capirà, molti son proprio preoccupati per il rischio di incendi: una segheria vicino a casa non fa star tanto tranquilli!
Oltre a ciò gli abitanti protestano perché il proprietario della segheria ha installato una sirena che utilizza per l’entrata e l’uscita dei suoi dipendenti e a tutte le ore del giorno e della sera l’ululante sibilo della sirena fa sobbalzare tutti quelli del vicinato che a dire il vero non ne possono proprio più!


Eh, anche in certi caruggi ci son problemi di quiete perduta: i residenti di Vico Spada sono piuttosto seccati.
Infatti dalle loro parti usano sostare certi suonatori ambulanti di organetto che si fermano lì e attaccano a suonare e non finiscono più!
E suonano, suonano, suonano e replicano sino alla noia tutti i numeri del loro programma, cito le testuali parole che si leggono sul giornale perché non saprei trovarne di migliori!
E insomma, quelli di Vico Spada fanno pertanto presente che nella loro via ci saranno pure quelli che passerebbero le giornate a ballare ma la maggior parte di loro lavora e ha bisogno di riposare e farebbe volentieri meno di questi quotidiani concerti di organetto!
E insomma, anche loro come di quelli di Corso Dogali sperano di essere ascoltati e di ritrovare l’agognata pace: accadeva il 17 Febbraio 1908 sotto il cielo di Vico Spada.

 

Genova, 1875: i campanelli del Signor Fontana

Drin, drin!
Qualcuno qua conosce il Signor Fontana e i suoi campanelli?
Ah, se non ne avete mai sentito parlare è soltanto perché siete gente di un altro secolo ma se invece voi foste genovesi della fine dell’Ottocento allora sì che sapreste parlarmi di lui, ne sono più che certa!
Dunque, è il 1875 e il Signor Alessandro Fontana produce fantastici campanelli per i suoi clienti genovesi in Via ai Quattro Canti di San Francesco.
E si può scegliere, ne ha di diversi tipi e qualità!
E non solo, a quanto pare il signor Fontana si occupa anche di pagliericci e pure di parafulmini, per non parlare dei premi ricevuti.
Con piena soddisfazione del Signor Fontana, ovviamente!

La meravigliosa pubblicità è pubblicata sul volume Guida Commerciale descrittiva di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza, un libro magnifico che mi regala veri e propri viaggi nel passato.
E così, tra le varie chicche trovate su queste pagine c’è anche questa riguardante l’attività di successo dell’esimio Signor Fontana, non so perché ma lo immagino come un tipo gioviale con due bei baffoni.
Eh, come sempre faccio i miei voli di fantasia!
E voi, quando per caso doveste passare in Via ai Quattro Canti di San Francesco prestate attenzione.
Potrebbe persino capitarvi di sentire quel drin drin e statene certi: quello lì è il suono dei campanelli del Signor Fontana.

Il barchile di Piazza delle Erbe

È un luogo antico sito nel cuore della città vecchia: Piazza delle Erbe è testimone silenziosa di un lungo passato che sempre sarebbe da ricordare.
La piazza fu realizzata agli inizi del ‘500 e venne dapprima denominata Piazza Nuova la Nuova, per distinguerla dalla piazza antistante al Palazzo Ducale, in seguito fu detta Piazza Nuova da basso e da ultimo Piazza Nuova o delle Erbe.
Luogo di tradizioni antiche, in tempi distanti la piazza ospitava il mercato della frutta e degli ortaggi del quale ebbi modo di scrivere ampiamente diversi anni fa in questo articolo.

Va detto che questa non è la prima fontana ad essere stata collocata qui, in precedenza ce n’era una che venne trasferita nel 1628 nell’antica Piazza San Domenico.
E proprio ad uso e comodo delle besagnine e cioè le erbivendole che avevano gli orti nella Val Bisagno e che venivano qui a fare il mercato si decise di collocare in questa piazza una nuova fontana generosa di acque fresche ed accessibile a tutti.
E sapete, mi viene spontaneo immaginare la compiaciuta soddisfazione di quelle instancabili popolane: finalmente i signori Padri del Comune si erano decisi a provvedere in merito a questa piazza così frequentata!
Correva l’anno 1695, in primo luogo l’opera pubblica fu realizzata senza particolari abbellimenti e da principio infatti non c’era la bella statua che ancora adesso possiamo ammirare.

La statua fu collocata pochi anni dopo e a realizzarla furono mani sapienti.

Scolpita sul candido marmo si legge una data: 1697.

E immaginate quante vite, quanti sguardi, quanti cuori e quanti sorrisi sono passati sotto le fattezze gentili del piccolo putto scolpito nel marmo.
Egli così si staglia nel cielo blu della Superba.

E cavalca con vivacità tutta infantile un grosso pesce guizzante.

Il tempo scorre, fluisce e scivola via come l’acqua limpida che nei secoli passati sgorgò da questa fontana.
Quell’acqua rinfrescò visi affaticati, fronti sudate, mani protese a cercare ristoro.
Il putto ancora si erge al centro della nostra Piazza delle Erbe, il tempo ha lasciato la sua traccia sul marmo ma ancora egli è il medesimo sul quale si posarono gli occhi vivaci di certe besagnine nel tempo in cui qui si teneva il mercato.

E il sole così lambisce l’antico barchile, in questo scorcio genovese dai colori allegri e brillanti.

Nel tempo che a volte parte fermarsi oppure ritornare, nel cuore della Superba nella nostra bella Piazza delle Erbe.

Genova, 1853: l’Acqua di Genova e i successi di un profumiere

Correva l’anno 1853 e Genova era lo scenario dei successi di un intraprendente profumiere di nome Stefano Frecceri.
Professionista dall’estro creativo e dotato di mirabile talento, l’abile profumiere creò una fragranza ineguagliabile dai toni cipriati e agrumati: la sua colonia prese il fierissimo nome di Acqua di Genova.
Frecceri aveva il suo ben negozio in una delle zone eleganti ed esclusive della città, in quella Strada Nuovissima ai nostri tempi nota come Via Cairoli.

La sua pregiata colonia fu apprezzata dalle personalità più illustri e Stefano Frecceri divenne distillatore e profumiere brevettato di Sua Maestà il Re d’Italia, tra i suoi blasonati estimatori figuravano anche il Re Vittorio Emanuele II, Camillo Benso Conte di Cavour e Napoleone III di Francia.
Inoltre l’Acqua di Genova era prediletta da Virginia Oldoini, la conturbante Contessa di Castiglione nota per la sua bellezza e per il suo fascino.
In una pubblicità di fine Ottocento risulta poi che la fabbrica e la distilleria di Stefano Frecceri si trovava nella ridente Sant’Ilario e che Frecceri usava per i suoi profumi i fiori e le piante di questa amena località del levante genovese.
Tra gli altri il nostro imprenditore produceva profumi dai nomi romantici ed evocativi con Eden violetta, Eden Bouquet ed Eliotropo bianco.

Il suo fiore all’occhiello però, è proprio il caso di dirlo a questa maniera, fu sempre la sua preziosa Acqua di Genova.
Lungo è l’elenco dei premi che egli vinse con la sua colonia, l’Acqua di Genova si aggiudicò ben 24 Medaglie d’Oro alle varie esposizioni che si tenevano nelle città italiane e straniere, fu premiata nel 1862 a Londra e nel 1878 a Parigi e poi negli anni a seguire fu riconosciuta in diverse altre circostanze, da Melbourne a Napoli, da Nizza a Torino riecheggiò la fama della deliziosa colonia prodotta nella Superba.
Ancora oggi l’Acqua di Genova è prodotta secondo la sua originaria formulazione e viene proposta con una confezione sulla quale è riportata un’antica cantina della città, la raffinata bottiglia ha un gusto squisitamente ottocentesco.
E ovunque egli si trovi io sono certa che l’illustre e stimato profumiere Stefano Frecceri sia giustamente fiero dell’ Acqua di Genova, sua fortunata creazione nel lontano 1853.

Era il tempo

Le parole a volte sono senza tempo, alcune restano impresse nelle mente con la loro forza inesplicabile.
Questo è uno degli incipit più potenti della letteratura, sono parole di Charles Dickens.
Volevo che fossero qui, tra le pagine di questo blog e allora le ho scritte là, nel cielo azzurro di Piazza San Luca.
Perché le parole, certe volte, sono senza tempo.

Il Santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo

Oggi vi porto con me a scoprire una chiesa dalla storia antica, il Santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo è situato in Piazza delle Grazie: alle sue spalle si snodano i caruggi della città vecchia e lì davanti scorre il traffico cittadino di Corso Quadrio.
È una sovrapposizione di tempi diversi a svelare le particolarità di questa chiesa che all’esterno risulta ricostruita in anni recenti in conseguenza dei gravi danni subiti durante la II Guerra Mondiale.

Al suo interno, nella luce delle fede, risplende di ori lucenti.

Vi troverete qui dipinti e opere di diversi artisti, non mancate poi di alzare lo sguardo sopra di voi.

Ad una parete, in quadro credo piuttosto recente, si riconosce il volto gentile di Francesco Maria da Camporosso, noto come Padre Santo, l’indomito frate che nel corso della sua vita compì le sue buone opere di carità anche tra la gente del Molo.

E la memoria di lui e delle sue buone azioni è scolpita nel marmo, alla base di una delle due colonne poste al termine della balaustra che delimita la zona dell’altare.

Sull’altra colonna, invece, è ricordata Caterina Fieschi Adorno, nobile e santa genovese che si prodigò per il suo prossimo e che era solita venire qui a pregare.

L’immagine sacra di Maria proviene dalla lontana Armenia, così attestava un’antica iscrizione posta sulla facciata della chiesa fino al 1566.
La statua, narrano le cronache, venne con tutta probabilità messa in salvo dalle profanazioni e qui condotta da devoti fedeli venuti da quelle terre distanti.

Come la fede cresce sulla base di una fede più lontana, questa chiesa nasce su un luogo di culto assai antico.
E infatti in tempi lontanissimi venne qui edificato un edificio religioso in onore dei Santi Nazario e Celso, apostoli della fede cristiana e martiri, furono i primi a portare la parola di Dio a Genova e nelle sue terre.
Sorta intorno al V Secolo d. C. la chiesa fu poi in seguito riedificata e dedicata appunto alla Madonna delle Grazie.

L’antica cripta che racchiuse lontane devozioni è tuttora visitabile.

Scenderete una scala e vi troverete in questi locali che accolsero un tempo speranzosi fedeli.

È un luogo dalle molte suggestioni, come sempre accade quando il passato ancora sussurra e racconta di sé.

In questa antica chiesa genovese, nei suoi angoli più vetusti e in quelli più recenti, ogni luogo narra della forza della fede.
Qui, davanti al mare di Genova, sono anche conservate le reliquie di Nazario e Celso, i santi venuti dal mare.

Qui c’è una statua della Madonna portata in salvo da mani salde e fidenti.

Tutto resta, nel mistero della vera fede, tra le mura della Santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo.

Daniel O’Connell: un irlandese a Genova

Questo è il ricordo di un forestiero che il caso e la ventura condussero nella città di Genova.
L’irlandese Daniel O’Connell, uomo di legge e fervente politico, nacque nella seconda metà del ‘700 da una famiglia cattolica e si distinse proprio per il suo impegno nella difesa dei cattolici all’epoca oggetto di discriminazioni a causa delle leggi britanniche in quel tempo in vigore.
Da ardente patriota fu tra coloro che avversarono l’Unione tra Gran Bretagna e Irlanda e contribuì a fare in modo che anche i cattolici potessero accedere a cariche militari e civili, tra il 1841 e il 1843 fu anche sindaco della città Dublino.
Il suo impegno politico gli costò fatiche e lo costrinse ad affrontare anche diverse traversie: era 1847 quando Daniel O’Connell partì in pellegrinaggio alla volta di Roma, nel cuore aveva il desiderio di incontrare il Papa.

Si imbarcò così su una nave che solcò le onde e approdò sulle coste della Francia e poi, dopo diverso tempo, giunse infine nella Superba.
Scelse di alloggiare in un albergo allora molto in voga: l’Hotel Feder in Via al Ponte Reale ospitò celebri scrittori come Hermann Melville e George Eliot della quale scrissi tempo fa in questo post.

Là, nell’Hotel dalle molte stanze così vicino al mare e a due passi dall’operosa Piazza Banchi, Daniel O’Connell trascorse gli ultimi giorni della sua vita: dopo giorni di aspra e dura malattia il suo stato di salute precipitò ed egli esalò l’ultimo respiro il 15 maggio 1847 all’età di 72 anni, al suo capezzale c’erano il figlio Daniel, un cappellano a lui caro e un domestico.
La sua morte suscitò molta impressione in città, il suo funerale fu celebrato nella chiesa delle Vigne:.
Sull’edificio dove un tempo si trovava l’Hotel Feder ancora resta la memoria di Daniel O’ Connell, là è affissa una lapide in suo ricordo e sotto di essa c’è una corona omaggio dei cattolici genovesi ivi collocata a 50 anni dalla morte del patriota.

La scritta sulla lastra narra la fine di O’Connell, i tratti del volto di lui scolpiti nel marmo sono opera dell’artista Federico Fabiani che fu anche autore di molte magnifiche statue collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Quando passate in Via al Ponte Reale alzate lo sguardo: i vostri occhi incontreranno il viso fiero di Daniel O’Connell, l’irlandese che morì a Genova.

La neve e la bandiera

Era pomeriggio e il gelo avvolgeva la città mentre le nuvole, ferme ed immobili, coprivano l’azzurro.
E c’era una finestra e davanti uno scorcio di tetti di ardesia, di case, di finestre e comignoli di Genova.
E spirava appena un soffio di vento freddo e così ha smosso lieve la nostra fiera Croce di San Giorgio.
Appena un istante, così semplice e perfetto.
Nel cuore dell’inverno, la neve e la bandiera.

Carote e colori

Sono carote di diversi colori vedute dal mio fruttivendolo nei caruggi.
Sono carote di diversi colori e a dir la verità io ho scoperto da neanche troppi anni che esistono carote di differenti tonalità e che quelle arancioni vennero così selezionate e coltivate in Olanda nel XVII Secolo come omaggio alla dinastia degli Orange.
E così tempo fa in Via Lomellini mi capitò di trovare le carote di tutti i colori e stavano là, in compagnia dei cavolfiori viola.
Mi soffermai a lungo chiacchierare con il fruttivendolo sullo stupore e la meraviglia che le cose più semplici sono sempre capaci di donarci, ne converrete anche voi, succede continuamente.
E a me è capitato una volta di più, grazie a certe carote di diversi colori nei caruggi.