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Posts Tagged ‘Caruggi’

In questa città dalle mille sorprese a volte capita di fare nuove scoperte e questa volta è accaduto in pieno centro, in Via Fieschi.
Se per caso doveste trovarvi da quelle parti prestate attenzione agli edifici situati nell’ultimo tratto, noterete che le fondamenta posano su una strada sottostante e l’accesso a Via Fieschi è garantito da una passerella posta ad un piano intermedio.

Ecco ancora un altro portone.

Dall’immagine che segue si può apprezzare ancor meglio l’altezza del muro di contenimento di Via Fieschi.
E poi c’è quella stradina laggiù, dove porterà?

Per scoprirlo occorre recarsi in Piazza Carignano ed imboccare la discesa a sinistra del palazzo dell’Agenzia dell’Entrate.
Troverete un toponimo che ricorda luoghi antichi e perduti, state per percorrere ciò che rimane di Salita alla Montagnola dei Servi.

Si scende e ci si imbatte in un vetusto portone, è situato al piano terra di uno di quei palazzi che hanno l’ingresso su Via Fieschi.
Ed è proprio un portone di caruggi simile ad altri che ancora si trovano nella città vecchia.

Del resto in questa zona un tempo c’era Via Madre di Dio con il suo intrico di vicoli e con le sue strade ormai perdute, ne scrissi diverso tempo fa in questo articolo.
Il passato resta, in qualche modo, anche se la mano dell’uomo lo ha cancellato.

Un cancello, un passaggio e un piccolo mistero, non so dirvi con esattezza cosa ci fosse in questo punto, ovviamente sarei felice di scoprirlo.

E ancora si cammina: finestrelle, piante, un altro portoncino.
Un tratto di strada miracolosamente sopravvissuto alle rivoluzioni urbanistiche che hanno spazzato via un intero quartiere, la zona di Via Madre di Dio suscita sempre malinconico rimpianto nei genovesi.
Io non l’ho mai veduta ma tante volte ho provato a immaginarla.

Ancora qualche passo, alla fine di Salita alla Montagnola dei Servi c’è un altro vicoletto e ancora viene alla mente quel quartiere che non ho potuto conoscere: ci troviamo in Salita Boccafò.
Il solito fidato Amedeo Pescio scrive che i Boccafò erano originari di Chiavari, di professione erano lanieri e qui, a Portoria, c’erano un tempo Borgo dei Lanaiuoli e Vico della Lana, certi abili artigiani esercitavano con sapienza la loro arte antica in questi luoghi ormai scomparsi.

Rosso di Genova e vasetti di coccio.

La mia naturale curiosità mi ha quindi portato a consultare la mia Guida Pagano del 1926, in Salita Boccafò c’erano un rigattiere e un falegname, le loro botteghe profumavano di legno e di vita.
E c’era anche la Colomba, lei era levatrice, chissà quanti bambini ha fatto venire al mondo!

Il passato, a volte, svanisce.
Non resta l’eco di quelle voci, non sappiamo neanche credere che qui un tempo fosse tutto diverso.
Ancora si scende ma il cammino è breve, la nostra Salita Boccafò si perde nel cemento e nella modernità.

E se alzate lo sguardo sopra di voi vedrete quel palazzo che ha soppiantato una zona amatissima di Genova.
Non sprecherò tanti aggettivi per descriverlo, l’ho già scritto in altre occasioni e lo ribadisco, trovo questo edificio veramente orribile.

Si può soltanto provare ad usare l’immaginazione, si può cercare la traccia di quei luoghi perduti sulle cartine di un’altra epoca.
Nell’immagine che segue vedrete la pianta della zona pubblicata sulla mia Guida Pagano del 1926.
Salita alla Montagnola dei Servi si estendeva per un lungo tratto e terminava nella Via dei Servi, davanti alla chiesa di Santa Maria dei Servi, Salita Boccafò terminava invece in Via Madre di Dio.
Non esiste più nulla, non trovo neanche parole per esprimere il mio rammarico.

Ciò che rimane è evidenziato in un dettaglio della cartina.
I numeri 10 e 12 di Piazza Carignano corrispondono all’edificio dell’Agenzia dell’Entrate, lì ha inizio Salita alla Montagnola dei Servi.
Una discesa, una curva, il breve tratto che io ho percorso.
Questo è ciò che resta di quella via, si vede anche Salita Boccafò.

Il passato, a volte, rimane dietro ad una porta chiusa.
Imperscrutabile e misterioso, è composto da giorni semplici e da vite che conobbero gioie e fatiche, il passato risuona nella memoria e nei nostri giochi di fantasia.
E allora puoi vedere i visi, sentire i rumori delle botteghe, provare ad immaginare i bambini che corrono a perdifiato giù per la discesa.

Da Salita alla Montagnola dei Servi a Salita Boccafò, nei luoghi di Genova perduta.

C’è la serratura ma noi non abbiamo la chiave e forse solo guardando con occhi diversi possiamo sperare di aprire quell’antico portone.

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Una primavera tutta rosa ed è iniziata così, con piccoli odorosi indizi pronti a sbocciare al sole.

Il cielo azzurro, il mare calmo e la dolcezza della vita che si rinnova.

E poi i petali si sono aperti mostrando la loro delicata bellezza.

E ancora alberi, alberi che sovrastano le strade che percorriamo, sono preziosi gli alberi di città.

Un cielo capriccioso e chiaro di nuvole e ancora rosa, leggero e romantico.

Sfumature confetto, lievità di una stagione nuova.

Fragili, piccoli fiori, sottili ramoscelli tenaci.

Sospesi nel calore del sole anche nei miei caruggi.

Una primavera tutta rosa, un tempo dai colori sempre più intensi.
Nei giardini, nei viali, ovunque sbocci e fiorisca la vita, secondo i ritmi della natura.

Una primavera tutta rosa: inizia piano, quasi timida, poi si lascia andare, libera e vivace.
Attorno a noi, regalando armonia ai nostri sguardi, donando ulteriore bellezza alle nostre giornate.

Benvenuta primavera, con le tue dolci sfumature di rosa.

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L’ho cercata.
Sono andata là, sotto i portici di Sottoripa.
Camminando piano, un passo alla volta, sperando di trovare il civico corrispondente, in fondo non è nemmeno passato poi tanto tempo, mi dicevo.
E così i miei occhi hanno cercato le tracce della gloriosa Trattoria Monticelli, l’ho anche immaginata, naturalmente.
Un soffitto con le volte, i tavoli di solido legno scuro, le tovaglie spesse, le stoviglie bianche e le brocche di vetro trasparente.
E le voci festanti e rumorose, le frasi pronunciate in dialetto e le risate fragorose, espressione di gioia e di convivialità.
In alto i bicchieri, si brinda alla bellezza della vita e alle fortune che il destino concede!
Qui si servono porzioni abbondanti e generose, dalla cucina escono piatti ricolmi di vere delizie.
E lui, il proprietario, se ne sta dietro il bancone, con un certo compiacimento osserva i suoi clienti soddisfatti, già la vita riserva tante amarezze ma i momenti di gioia bisogna pur saperli apprezzare.
Ho trovato notizie su questa trattoria tra le pagine di uno dei miei libricini, Genova e Dintorni, Guida Popolare Illustrata edita agli inizi del ‘900 dai Fratelli Dell’Avo.
E così eccomi in Sottoripa, vado su e giù e nel mio sognante girovagare ho trascurato di considerare la realtà: la celebre trattoria, infatti, si trovava in quel tratto dove oggi svetta un edificio moderno, il palazzo che un tempo la ospitava ormai non esiste più.

E cammino in Sottoripa, a dire il vero sono piuttosto contrariata.
Non posso trovare neanche un’insegna sbiadita o un locale rinnovato che con la potenza della fantasia potrei provare ad immaginare diverso.
Eppure.
C’era tutta quella folla, gli affezionati avventori tornavano sempre da Monticelli.
Gente di mare e di vicoli, gente dalle facce pulite e dai sorrisi aperti.
Ad una certa ora fuori dalla porta si formava la coda per assicurarsi un tavolo.
Da Monticelli nella stagione calda il locale era rinfrescato da ventilatori elettrici, avevano molto a cuore il benessere della clientela!

E che dire del negozio di vino?
Le due pubblicità sono sulla stessa pagina della Guida, ne ho dedotto che appartenessero alla stessa famiglia.
Il premiato negozio era a breve distanza, si trattava di una bottega di lunga tradizione specializzata in vini particolari, sono certa che i proprietari ne andassero particolarmente fieri.

Attiva dal lontano 1840, caspita!
Ben prima dell’Unità d’Italia, stai a vedere che le Camicie Rosse di Garibaldi sono passate pure da Monticelli?
Non mi stupirebbe affatto, del resto lì vicino c’era l’Albergo del Raschianino dove soggiornarono i prodi che seguirono il nizzardo nella sua impresa.
Certo, se potessi far due chiacchiere con il Signor Monticelli mi sarebbe tutto più chiaro!

Ho tentato di seguire il filo del tempo, sempre avvalendomi della mia Guida Pagano.
E posso dirvi che nel 1926 sia la trattoria che il negozio erano ancora fieramente al loro posto.
E la concorrenza era forte, Sottoripa era pullulante di negozi e botteghe, solo in quel breve tratto c’erano ben due osterie e guardate quante botteghe diverse facevano i loro affari davanti al mare di Genova.
Io avrei particolare interesse per il negozio di un certo Signor Guani, costui vendeva crine, certo quella è tutta un’altra storia!

Poi il tempo passò, venne la guerra, caddero le bombe e cambiarono in parte il profilo della città.
Sulla Guida Pagano del 1957 non c’è più traccia di gloriose attività della Famiglia Monticelli, forse cessarono molto tempo prima, non saprei dirvelo.
Eppure.
Là c’era un continuo andirivieni, io ne sono sicura.
Provate ad immaginare di esserci stati anche voi.
In un altro tempo, in Sottoripa.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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L’altro giorno scendendo verso il centro sono passata dal Carmine, ormai lo sapete, è una delle mie passeggiate preferite.
E così l’ho veduto, l’albero con i suoi rami carichi di fiori rosa si stagliava tra le case di Salita di Carbonara.
Qui, al Carmine, in questo fazzoletto di Genova dove il verde non manca, qui dove abita un grande melograno e un giuggiolo dalla storia centenaria, come natura vuole ognuno di essi ha la propria stagione.

Marzo di cielo di turchese e di rami generosi.

Il re di questo giardino è un pruno, in questi giorni sembra nel pieno della sua fioritura.

Bellezza vera, splendore di rosa.

Con i suoi rami protesi verso il cielo azzurro.

E poi, salendo verso San Bartolomeo dell’Olivella dove hanno casa gli ulivi ho trovato ancora fiori dalle tinte tenui, davanti a una finestra.

E corolle color del sole sopra una grondaia.

Pianticelle, foglie e panni stesi.

E fresie candide e profumate che si affacciano sulla creuza.

Ancora non è primavera ma al Carmine già ci sono i suoi colori e i suoi profumi.

Restano chiusi gli ombrelloni dalle tinte vivaci, presto verranno aperti per donare piacevole ombra.

E poi, qui, dove cammino sempre volentieri.
Una bamboletta, un cestino e altre sfumature di rosa.

Fanno capolino i rami spogli del giuggiolo.
E il cielo è così blu, sa essere così semplice e immediata la bellezza, naturale e viva.

Torno, torno sempre in Piazza della Giuggiola e ritrovo la consueta sinfonia di Genova.
Una Madonnetta, fili da stendere, una piazzetta che amo particolarmente.

E la pura freschezza degli agrumi.

A marzo, qui, limoni e panni stesi.

E ancora fiorellini e vasetti di coccio.

Non è ancora primavera ma si attende il suo arrivo con garbo, preparandole lo scenario, contribuendo a rendere questi luoghi ancor più incantevoli.

Siamo noi a dover portare un pizzico di fatata magia nelle nostre vite, secondo me certi sanno farlo meglio di altri.

Qui, a marzo, quando manca davvero poco alla stagione dei fiori: la si aspetta, seduti ad un tavolino in un giorno di sole, in Piazza del Carmine.

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Nulla era stato semplice per lui, neanche gli inizi della vita, la sua crescita e i suoi primi passi nel mondo.
Nato in una modesta famiglia di pescatori, Agostino era stato un bambino gracile ed insicuro, era l’ultimo di nove figli ed era quello dalla voce flebile, quello che aveva dato pensieri per la sua salute fragile, quello che la mamma trattava come una creatura delicata.
Agostino, comunque, ce l’aveva fatta ad uscire indenne dall’infanzia ma se era divenuto un uomo solido e forte lo doveva in particolare a suo fratello Bernardo che aveva 15 anni più di lui.
Bernardo aveva un debole per quel piccolino, così se lo metteva sulle spalle e se lo portava con sé in barca, era stato lui ad insegnargli tutti i segreti e i misteri del mare.
E a trascinar reti e corde il bambino minuto era divenuto un uomo robusto e sicuro, nessuno ci avrebbe mai scommesso eppure era successo.

Giornate dure, notti insonni, fatica, lavoro, sudore.
E salmastro che brucia la pelle, argento di pesci guizzanti, interminabili notti di stelle e tempeste inquiete.
Era così diventato un uomo e si era costruito una nuova vita accanto ad Antonietta, la figlia del proprietario di un avviato negozio di pitture e colori in Via dei Giustiniani, una famiglia di persone oneste e rispettabili.
I novelli sposi erano andati ad abitare in Via delle Grazie, in un appartamento di proprietà dei genitori di Antonietta.

Il padre di lei, inoltre, aveva aiutato i due giovani ad aprire una bottega, quel negozio per gente di mare avrebbe sostentato Agostino e la sua famiglia.

Erano persone semplici e capaci di essere felici di semplici felicità.
Solo un’ombra velava la gioia di vivere di Agostino, a sentire il nome di Bernardo si incupiva e si chiudeva in un doloroso silenzio.
No, Bernardo non aveva visto i successi del suo fratello prediletto, Bernardo se ne n’era andato troppo presto in quel giorno fatale, sulla riva del mare, all’omaccione grande dalle mani grosse era scoppiato il cuore nel petto.
D’improvviso era crollato a terra senza più vita, si era accasciato sulle reti, tra lo stupore generale dei suoi compagni.
Ormai erano trascorsi tanti anni ma il ricordo di Bernardo era incancellabile e forse Agostino stava pensando proprio a lui in quella frazione di tempo, il tempo di una fotografia.
Eccolo Agostino, ha gli occhi persi in un pensiero a noi sconosciuto, forse nella memoria di giorni belli.

E altri giorni erano venuti, alcuni avevano portato ancora perdite e dolori.
Due figli nati morti, il terzo scampato ad un morbo letale visse soltanto pochi mesi, lo avevano chiamato Bernardo come quell’amato fratello perduto.
E Antonietta fiduciosa e dolente non aveva mai smesso di pregare la Vergine Maria perché le facesse la grazia di divenire ancora madre.
E poi erano arrivate le bambine, dono del cielo e di quella fede sincera.
La più grande, Maddalena, era una ragazzina solitaria, sembrava che avesse sempre la testa tra le nuvole.

Amava disegnare, con una matita tracciava i petali di armoniose corolle e foglioline dalle minuscole venature.
E così, quando il fotografo le aveva dato un mazzolino di fiori da reggere tra le mani lei lo aveva stretto come una piccola cosa preziosa.

Lavoro, fatica, bottega.
Giorno dopo giorno.
Grazie a questo la famiglia viveva ora in un certo agio, ci si poteva permettere di non aver preoccupazioni, almeno per quanto riguardava il proprio benessere materiale.
Ed era già una grande conquista, chissà come ne sarebbe stato fiero Bernardo, se solo avesse potuto vedere!

La secondogenita Carolina era uno spirito vivace e allegro, era una chiacchierina che non stava mai ferma.
Nei tratti somigliava tanto alla mamma, aveva la sua stessa dolcezza.

Era una bimba dal carattere gioioso e aveva una predilezione per certi vezzi femminili.

Nulla era stato semplice per Agostino, mai.
Una vita costruita con onestà e caparbia costanza, sempre pensando a un domani migliore e a un futuro radioso.
Questo è ciò che aveva saputo costruire accanto ad Antonietta, Maddalena e Carolina.
Se solo Bernardo avesse potuto vederlo, chissà quanto ne sarebbe stato orgoglioso.

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La storia che avete letto è un gioco della mia fantasia.
La persone che avete veduto sono ritratte in una foto che ora è di mia proprietà, non conosco i loro veri nomi e le vicende della loro esistenza.
E non so neanche di chi fosse quella bottega di cordami e reti da pesca, probabilmente non è nemmeno così antica ma l’insegna sbiadita ha il fascino dei tempi lontani.
Io amo immaginare le vite degli altri e coltivo sempre la speranza che siano state riservate a queste persone sconosciute più gioie che dolori.
Li ho pensati così, semplici e veri.
E questa per me è la loro storia, una storia di gente di mare.

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Oggi vi presento un piccolo negozio e per scoprirlo vi basterà andare nei caruggi, in Via dei Macelli di Soziglia.

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Questa deliziosa bottega è specializzata in affascinanti articoli vintage e si chiama per l’appunto Bachelite, questo termine identifica il materiale usato nella prima metà del ‘900 per certi oggetti come ad esempio i telefoni.
Un piccolo mondo ricco di curiosità, a renderlo speciale è anche il buon gusto di Beatrice, la giovane proprietaria che cura in maniera particolare l’esposizione dei pezzi in vendita.

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Ecco le vecchie macchine fotografiche, i vassoi e le cose di un altro tempo.

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Numerose sono le scatole di latta per le quali Beatrice ha una vera passione.

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Tinte pastello e coperchi decorati, anch’io ho una piccola collezione di scatoline e so di non essere la sola.

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Lumi a petrolio e soprammobili di vario genere disposti con vero stile.

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E poi occhiali da sole e tazzine e piccoli contenitori.

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Valigette, cappelli e vecchi telefoni.

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Bottigliette di profumo e fotografie in bianco e nero.

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E ancora scatole, naturalmente!

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E vecchie radio, suoni e colori di un’altra epoca non così distante dalla nostra.

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Un posto pieno di atmosfera, se passate nei caruggi date un’occhiata a Bachelite, questi sono gli orari del negozio.

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Come me vi perderete a curiosare, sicuramente è un valido indirizzo per coloro che amano le suggestioni d’antan.

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Troverete gli oggetti del quotidiano che hanno fatto parte della vita di qualcuno, compagni di viaggio e dei giorni passati.
Questo è il vero fascino del vintage, acquistare un oggetto usato significa donare nuova vita a piccole cose che ne hanno già avuta una.

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Un negozio che si trova in un posto perfetto, una strada dalle tante anime e dalla storia antica.
Là, in Via dei Macelli di Soziglia, adesso ci sono anche le meraviglie di Bachelite.

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Vi porto per caruggi, in un pomeriggio d’inverno.
In quei posti che amo, oltre la prospettiva di case alte a breve distanza da Porta Soprana.
Lo dico sempre, io vado ovunque e senza alcuna meta, in realtà.
Cammino, a Genova.

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E si può non indugiare davanti alla vetrina di Casaleggio?
Canestrelli, nocciole, miele, sciroppo di rose, vasi e vasetti.

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E poi scendo in Piazza delle Erbe, con le sue antiche case dai colori caldi di zafferano e biscotto.

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E mi fermo davanti a quella che fu una libreria antiquaria, questo posto è rinato a nuova vita e adesso ospita un caffè letterario, io non ci sono mai stata e mi ripropongo di scoprirlo presto.

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Su e giù per questi caruggi, tuttavia la meta non è importante, ve l’ho detto, io vado ovunque.
Basta esserci, basta guardare il cielo sopra la città.

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E la prospettiva di Vico del Fico che si perde lassù in un bagliore di giallo.

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Gli edifici che si scorgono in lontananza sono quelli di Piazza delle Lavandaie, facile immaginare di vedere donne curve sotto ceste pesanti cariche di panni, difficile immedesimarsi nelle vite degli altri e figurarsi fatiche che fortunatamente non abbiamo conosciuto.

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Da queste parti nel tardo pomeriggio la luce dolcemente declina mentre il cielo si tinge di oro oltre i tetti e oltre il campanile di San Donato.

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E poi sali su per Vico delle Fate, un posto con un nome simile può soltanto riservare incanti.

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E muri antichi e mattoni consunti.

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E poi, magari, vagando senza meta per i caruggi, può capitare di sbucare in Via Ravecca, a volte si finisce per trovare persino una perfetta geometria di colori in luoghi come questi.

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Quando meno te lo aspetti, in ogni luogo.

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Quando il sole illumina i tetti, a Genova, in un pomeriggio d’inverno.

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Ebbe la sua gloria in un giorno d’estate e trionfò su tutte le altre.
Cesira Rolla era una ragazza del popolo, una semplice sartina di Prè, a lei toccò lo scettro di prima reginetta di bellezza di Genova, accadde nel giugno del 1910.
Come riportano i giornali d’epoca, come ad esempio Il Secolo XIX, ad eleggerla furono le fanciulle della città, il voto era riservato esclusivamente alle ragazze di età compresa tra i 12 e i 25 anni.
A scorrere quanto riportato dai quotidiani si capisce che la grandiosa vittoria di Cesira fu anche dettata da un sorta di fervore campanilistico, con grande partecipazione di pubblico e affettuoso entusiasmo la gente del Sestiere di Prè fece vincere la sua candidata che sbaragliò tutte le altre.

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La bella Cesira si assicurò così 131 voti distaccando di molto i cento voti ricevuti dalla seconda classificata, Lydia Pedemonte, rappresentante del Sestiere di Portoria.
Il concorso non premiava solo la bellezza, si voleva anche dare un riconoscimento a una fanciulla che per le sue doti rappresentava l’orgoglio del suo sestiere e di Genova tutta.
E viva la vittoriosa Cesira!
La vicenda che la vide protagonista ebbe anche altri risvolti che emergono con chiarezza dagli articoli del tempo.
In quel periodo c’erano le elezioni amministrative, si discuteva con fervore sulla futura eventualità di concedere il voto alle donne e dopo l’elezione di Cesira il cronista del quotidiano Il Lavoro, ad esempio, fu piuttosto critico in merito.
In ogni caso la ragazza di Prè fu incoronata con tutti gli onori Regina della Superba e naturalmente per l’occasione si tenne una fastosa cerimonia per celebrare Sua Maestà Cesira I.
Le feste durarono diversi giorni, ci furono una grande esposizione nei negozi e uno spettacolo al Carlo Felice, si tennero gare sportive e un pranzo di gala, ci fu un concorso bandistico al Mercato Orientale e venne organizzata una gita in piroscafo nel golfo di Genova.
Gli eventi certo non mancarono!

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Andiamo al 24 Giugno, è il giorno dell’incoronazione e la folla festante freme, tutti vogliono vedere Cesira!

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Un corteo di carrozze sfila per la città, attraversa Via XX Settembre e Corso Buenos Aires, la reginetta viene acclamata dalla gente di Genova, squillano le trombe e scrosciano gli applausi mentre un banditore che precede il corteo annuncia al popolo ciò che sta accadendo.

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Cesira in trionfo giunge così al Lido di Albaro.

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Ed è grazie al cronista di Il Lavoro se conosciamo il colore del ricco abito della Rolla, la reginetta dagli occhi scuri e vivaci è in verde pisello, le altre concorrenti sfoggiano vestiti di altri colori, una è in giallo, una in celeste e un’altra in malva.
Giunta al Lido, la fanciulla emozionata ed esitante si appresta a raggiungere il palco a lei riservato.
Tentenna, rallenta, non sembra avere il passo deciso e dal popolo si leva un coro di voci che la rincuora:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!
– Forza Cesira che sei nella salita!
La giovane riprende così coraggio e sale sul palco dove un tale vestito da Doge con tutta la solennità del caso pone la corona sul capo di lei.
Eccola qua Cesira I insieme alla sua corte.

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L’affettuosa incitazione viene utilizzata anche in un’altra differente circostanza, l’episodio è citato nel volume “Vendo l’argento do mâ” di Ivana Ferrando edito da Sagep.
Dunque, l’autrice narra con sapiente maestria dei carbonai che avevano anche il compito di provvedere ai rifornimenti di ghiaccio, costoro usavano dei carri trainati da cavalli.
Ebbene, una di queste cavalle si chiamava Cesira e all’inizio di Via Assarotti, davanti alla pendenza della salita, veniva spronata dal carrettiere proprio con quelle parole:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!

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L’autrice saggiamente sottolinea che non è dato sapere se venne prima la cavalla o la reginetta, chissà a chi dobbiamo questo celebre grido in dialetto, Issa Cesira è anche il titolo di una canzone di Mario Cappello.
Le belle immagini che avete veduto appartengono alla ricca collezione del mio caro amico Eugenio Terzo e come sempre lo ringrazio per il prezioso prestito.
Eugenio mi ha anche mandato un’altra splendida chicca, guardate un po’ il titolo!
C’è una canzonetta ironica indirizzata alla Giunta Nazionale e in più la direzione comunica che il giornale viene dato in dono a tutte le fanciulle di nome Cesira!

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Sarà stato un nome comune a quell’epoca?
Di certo ora non lo è più, sono cambiati i tempi e anche le nostre preferenze, forse persino i tratti della giovane eletta non corrispondono neanche ai nostri canoni di bellezza femminile.

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E ancora, sempre Eugenio mi ha inviato copia del numero unico dedicato a questo concorso, nelle righe dedicate a Cesira si esaltano le sue molte virtù.

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La sartina di Prè ebbe il suo momento di gloria in un luminoso giorno di giugno ed io mi sono domandata cosa ne sia poi stato di lei, spero che abbia avuto una vita lunga e felice.
Forse avrà avuto molti pretendenti, certo nei caruggi di Prè si sarà parlato a lungo di quella memorabile vittoria.
Fu il trionfo di lei, Cesira Rolla, indiscussa Regina della Superba.

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Pioggia e tempo uggioso, in ogni caso ieri sono uscita per il mio consueto giretto del sabato mattina e malgrado il maltempo ho trovato gradevoli note di colore nei miei vicoli.
Più fiori agli angoli di strade.
Più vasetti e verdi foglioline, secondo me rendono più belle le nostre giornate.
E così, in Piazza Senarega, ecco i ciclamini rosa.

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E in Via della Maddalena petali rossi in una giornata piovosa.

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I ciclamini resistono al freddo, noi invece per poterci difendere cerchiamo di coprirci bene.
Possono mancare i guanti?
Certo che no, soprattutto bisogna far attenzione a non perderli.
Ieri mattina, per l’appunto, in Canneto il Curto ho visto un guanto solitario, qualcuno ha avuto cura di appenderlo ad un battente.
Se ne stava lì, desolatamente sospeso, in attesa della sua legittima proprietaria.

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Mi ha fatto venire in mente un altro guanto sfortunato che trovai diverso tempo fa in Corso Firenze.
Anche in quella circostanza qualcuno aveva pensato bene di mettere il poveretto al sicuro e il ramingo per parte sua faceva del suo meglio per attirare l’attenzione.
Sì, sì, pareva che dicesse:
– Ehi, sono qua! Mi vedete? Quell’altro senza di me non serve a niente!
Eh già, certi sono fatti per stare in coppia, cosa ci volete fare!

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Da ultimo, mi è tornato alla memoria un terzo guanto, questo l’ho incontrato in autunno, era posato sulla ringhiera della scalinata che sbocca su Ponte Caffaro.
E qui si tratta di cose da bimbi, direi.
Ecco, il guanto pareva disorientato, forse non si trovava a suo agio in quel posto.
Che dire?
Voglio essere ottimista, sicuramente avrà ritrovato il suo compagno.
Si saranno riconosciuti subito, questo è certo, magari si saranno pure fatti una bella risata!
Che disavventura perdersi a Ponte Caffaro, eh?
E d’altra parte si sa, certi hanno paura della solitudine.
Ve l’ho detto, taluni sono fatti per stare in coppia.

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Nomi e vicende riemergono dal passato, sono frammenti di vita che non abbiamo veduto.
Ricorderete che poco tempo fa su queste pagine è apparso un articolo dedicato a Pier Enrico Zolezi e al suo glorioso locale una volta sito in Galleria Mazzini.

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Pier Enrico non era il solo della sua famiglia a dedicarsi alla ristorazione, come lui anche Giuseppe Zolezi aveva un esercizio commerciale che si trovava in Via Madre di Dio, una strada molto amata di Genova.
Una storia ne rievoca un’altra ed è proprio ciò che è capitato in questo caso.
A seguito del mio post dedicato a Pier Enrico Zolezi sono stata contattata da Renata e Michela, entrambe sono imparentate in diversa maniera con gli Zolezi e le ringrazio di cuore per la loro generosa disponibilità.
Michela è figlia di Armando Morselli, discendente di Giuseppe, proprio al signor Armando si deve una testimonianza preziosa, una splendida immagine d’epoca conservata con autentico amore e attaccamento alle proprie radici.
Quella foto ci porta in Via Madre di Dio, la strada perduta e abbattuta dalla mano dell’uomo come tutti quei vicoli che la circondavano.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è scomparsa anche la zona delle Mura di Santa Margherita, consultando le mie vecchie guide ho scoperto che Giuseppe Zolezi e la sua consorte avevano lì una fabbrica di acque gazzose.
Come dicevo, nella rimpianta Via Madre di Dio c’era invece il loro locale con la sua bella insegna ben evidente.
Trattoria, caffè e bottiglieria, per la gioia dei genovesi.

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Mettiamo indietro le lancette e andiamo a quel giorno, è un giorno speciale per gli Zolezi: si festeggia il primo compleanno del più piccino.
A sollevarlo con fierezza e orgoglio è proprio suo papà Giuseppe, il proprietario del caffè.
Seduta sulla sedia una bimbetta dal fare un po’ impacciato, mani amorose si posano sulle sue spalle.

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Eccoli i bambini di casa, ritti e impettiti per fare la fotografia, un evento che non capitava certo ogni giorno.
Il signore con giacca, panciotto e paglietta chi sarà? Un avventore o forse uno di famiglia?
Restano tutti ritratti in un istante della loro vita, in una bella fotografia antica.

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Vermouth, birre e gazzose, tintinnano i bicchieri dei clienti davanti al bancone del Caffè.

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E passano i piatti con le pietanze fumanti, chissà che delizie escono dalla cucina: torte di verdure dalla sfoglia impalpabile, cibo sano e genuino.
E certo, molti sono abituali frequentatori del locale, vengono accolti con sorrisi e con parole di benvenuto.

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L’animata e vivace Via Madre di Dio è frequentatissima nel tempo del suo fulgore.
La strada è abitata da lavoratori e da gente del popolo, uno di essi lo si nota appena in questo piccolo ritaglio: è seduto davanti alla sua casa, probabilmente.
Guarda scorrere la vita del quartiere, la vive ogni giorno, questo è il suo mondo, qui batte il suo cuore.
Accanto a lui un giovane uomo con le mani in tasca osserva la porta del locale, forse si domanda cosa stia accadendo da Zolezi.

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Ve l’ho detto, si festeggia una piccola vita che cresce, un bimbo che compie un anno.
E sono numerosi gli altri bambini che affollano questa porzione di strada: timidi, esitanti, curiosi di ciò accade attorno a loro.

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Il cappello calcato sulla testa, il sole che batte sugli occhi, i più piccini che si sporgono dietro a quelli più grandicelli.
E la bimba con l’abitino bianco e leggero, di lei non si vede il volto, si può solo immaginare il suo dolce sorriso.

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Era un giorno lontano, in Via Madre di Dio.
In un luogo dove non possiamo ritornare, in una strada che non possiamo vedere.
Davanti al locale di Giuseppe Zolezi, in un momento importante per questa famiglia.

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