I segreti della Farmacia Mojon

Se girate per i caruggi certo conoscerete la Farmacia Mojon: si trova in Via di Fossatello ed è una farmacia moderna e molto fornita.
Oggi non vi parlerò dei suoi medicamenti o magari di rimedi segreti che possono giovare alla vostra salute, torno a scrivere di questa farmacia per quei segreti del suo passato, per le vicende lontane che racchiude tra le sue mura e per la valenza storica della famiglia Mojon.

I Mojon provenivano dalla Spagna, là era nato nel 1729 Benedetto che si laureò in farmacia all’Università di Madrid, fu lui il capostite di una famiglia di scienziati.
Illustre e stimato studioso, Benedetto venne a vivere a Genova e fondò quella farmacia che ancora porta il suo nome, all’epoca era una delle più importanti della città.
Benedetto ebbe diversi figli, tra di essi alcuni si distinsero come lui in scienze diverse come la chimica, la farmacia e l’anatomia: in particolare mi riferisco a Giuseppe, Antonio e Benedetto, tutti furono apprezzati e stimati per i loro studi.
Il loro cammino nel mondo si intreccia inesorabile con la storia di Genova e dell’Italia, ritengo così giusto ricordare, seppure in modo molto succinto, ognuno di loro.
Giuseppe fu professore di chimica all’Università di Genova, tra gli altri sono notevoli i suoi studi di mineralogia e quelli sulle malattie epidemiche verificatisi a Genova nel 1802, fu stimato membro di diverse società scientifiche.
Un giorno per caso, i miei occhi hanno trovato il suo nome.
Sbiadito, quasi illegibile, sulla stele del suo monumento funebre a Staglieno.

Narra appena di lui, del suo tempo in questa città e tra la nostra gente, è una tomba forse dimenticata.

A Giuseppe Mojon
nato in Genova l’anno 1772
professore di chimica
nella patria Università
dal 1802 al 1837
rapito all’Italia
nell’anno 64.mo di sua vita

Di Giuseppe e di suo fratello Benedetto si legge nel volume Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi edito a Genova nel 1867 dalla Tipografia dei Sordomuti.
Benedetto fu medico e studioso di anatomia e patologia, fondò con altri la Società Medica di Emulazione e pubblicò uno studio sulla musicoterapia, importante anche un suo approfondimento sul dolore, fu autore di diverse pubblicazioni sulla fisiologia e di studi scientifici tra i quali uno dedicato al colera.
Benedetto ebbe per compagna di vita la milanese Bianca Milesi, donna volitiva ed eclettica.
Artista e scrittrice, fu amica di celebri pittori e si distinse per i suoi scritti dedicati alla pedagogia e all’educazione dei bambini, tema che le era molto caro.
Da coraggiosa patriota Bianca Milesi era un’appassionata appartenente alla Carboneria e nella sua tumultuosa esistenza diede più volte il suo contributo alla causa.
Giunta a Genova da Milano, in precipitosa fuga dalla polizia austriaca, conobbe nel 1825 Giuseppe Mazzini, qui incontrò anche Benedetto Mojon che amò sempre con sentimento autentico e vero.
Con lui andò a Parigi, per riparare al sicuro in tempi difficili, là Benedetto e Bianca morirono a distanza di poche ore uno dall’altra, colpiti entrambi da letale colera nel 1849.
Nel tempo della loro vita genovese vissero insieme in un prestigioso palazzo in Via Balbi.

Il terzo dei fratelli Mojon a distinguersi in ambienti scientifici si chiamava Antonio: fu lui a occuparsi ancora della farmacia e a portare avanti l’impresa di famiglia.
E un giorno, sempre in uno dei miei giri a Staglieno, mi è capitato di leggere il suo nome, anche questa volta è inciso su una lapide che ha subito le ingiurie del tempo.

Il nome dei Mojon ricorre poi spesso in in libro poderoso suddiviso in sette volumi: è il Diario Politico di Giorgio Asproni, deputato repubblicano che consegnò ai posteri il suo ricordo della storia d’Italia in forma di arguto e brillante memoriale.
Su queste pagine si trovano aneddoti, momenti importanti per la nostra nazione e a volte anche notizie curiose, il Diario Politico copre un periodo che va dal 1855 al 1876.
Asproni qui a Genova aveva un carissimo amico: si tratta di Giuseppe Mojon detto Pippo, il figlio di Antonio dal quale aveva ereditato la farmacia.
Tempo fa dedicai un articolo a questa loro amicizia, lo trovate qui.
Erano tempi di grande fermento, era l’epoca della spedizione di Pisacane e delle sedizioni mazziniane, nel libro di Asproni emerge anche il legame tra Pippo Mojon e Giuseppe Mazzini, a diversi livelli Mojon prese parte alla vita politica del suo tempo.

In quella farmacia, come in altre, ci si riuniva per discutere, per leggere i giornali, erano luoghi d’incontro sicuri.
Sono trascorsi molti anni da allora, oggi la farmacia appartiene a una diversa famiglia.
Per un caso del destino il mio precedente articolo è capitato sotto gli occhi della Dottoressa Zucca che appunto è proprietaria della Farmacia Mojon.
Da lei ho ricevuto un invito del quale ancora la ringrazio, la dottoressa mi ha detto che aveva da mostrarmi una particolarità della sua farmacia che non tutti conoscono.
E così eccomi in Fossatello, con tutta la curiosità del caso.
E guardo a terra: nel pavimento della farmacia c’è una botola.

Cari amici, io sono certissima che questo segreto fosse ben noto al deputato Asproni, come vi ho detto lui andava spesso a trovare il suo amico Pippo Mojon.
E ad esempio il 9 Luglio 1859 così scrive:

Stamani ho avuto un abboccamento a solo con Pippo Mojon, nella stanzina piccola dove ha la cassaforte della sua farmacia.

Ecco, ora io non saprei dirvi precisamente dove fosse la stanzina piccola, accidenti, magari lo sapessi!
So però che se aprite la botola della Farmacia Mojon trovate una scala che conduce a un ambiente sotterraneo e a quanto pare qui ci si riuniva in gran segreto, in quei tempi lontani quando Genova era la culla del Risorgimento e quando qui si cospirava per fare l’Italia con i cuori ardenti di amor patrio.
Lascio a voi immaginare le parole e gli sguardi d’intesa, i saluti solidali tra persone che condividevano certi ideali.
Accadeva molti anni fa in Via di Fossatello, questi sono i segreti della Farmacia Mojon.

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Sui tetti

Cercavo una ringhiera: conosco il suo disegno, mi pare di ricordarlo bene e penso che saprei distinguerlo.
Cercavo un terrazzino sopra i tetti, tra molti altri: io sono stata lassù, è la casa di un’amica, così passando da Spianata Castelletto ho avuto l’idea di fermarmi al belvedere per trovarlo.
Un fazzoletto perso nell’azzurro, tra ardesie, comignoli e abbaini, nella vertigine di caruggi ancor più misteriosi da questa prospettiva.
Una distesa di tetti, il campanile delle Vigne, finestrelle, piazzette rinchiuse tra le case, curve impreviste e straordinarie altezze.
La vita, poi.

Cercavo quel terrazzino.
Là ci sono certe piantine intrepide che sanno sfidare il vento, c’è un tavolo con le sedie, io poi so esattamente dove cercarlo: sta tra Palazzo Spinola e il mare, vicino alla Chiesa di San Luca e nel groviglio di quei caruggi.
E poi, all’improvviso, un gabbiano.
Signore del cielo e dell’immensità con il suo volo regale ha virato davanti a certe scalette, poi è salito su e ha iniziato a librarsi verso il mare ed è tornato ancora, nella sua danza sopra i tetti di Genova.

In volo, ad ali spiegate, sopra le ardesie, sopra i soffitti che celano pile di libri, scrivanie e ricordi, sopra le stanze dove si baciano gli amanti, sopra ai luoghi nascosti agli occhi e lasciati solo all’immaginazione.
Ed io sono rimasta là, ancora a guardare e a cercare il disegno di quella ringhiera.

Ritornando in Piazza Umberto I

Ritornando, ancora, in Piazza Umberto I.
Indietro nel tempo, all’inizio del secolo scorso, in quella che oggi conosciamo come Piazza Matteotti.
Indietro, indietro, insieme a questa signora intenta a occuparsi delle sue commissioni, in questo giorno qualunque che è composto di suoni diversi dai nostri e di vite differenti, magari per certi versi più semplici ma anche più complicate e faticose.
Ruote di carretti, cavalli, nitriti, voci di bottegai in questa piazza centrale di Genova.

E così è la vita, un continuo fluire e un ininterrotto movimento: ognuno per qualche tempo è attore sulla scena che la trama dell’esistenza destina in sorte.
Incede sicura la signora con l’abito scuro, pare tenere in una mano un ombrello chiuso, là dietro c’è un tale vestito di chiaro che invece se ne sta appoggiato al carro.
Passi, voci, visi, parole scambiate, sorrisi e occhi che si incontrano.
Lo scenario della vita, per qualche tempo.

E ci si finisce dentro così: osservando.
E ci si ritrova immersi tra le chiacchiere di due amiche che camminano vicine, nulla le distrae.
Guardo e a me restano alcune domande senza risposta.
Ad esempio, cosa contiene quella cesta posata a terra?
È tutto un via vai di gente, nessun si ferma a spiegarci quelle ore quotidiane.

Credo di poter dire che tra queste persone ci sono benestanti e persone comuni, uomini di affari e gente del popolo, camalli e notai, levatrici e nobildonne.
Lo scenario è uguale per tutti, uguale l’aria che respirano.
Ognuno poi ha il proprio cammino e gli altri non possono conoscerlo.

In questa folla di persone sconosciute due sono le figure che più hanno attirato la mia attenzione.
Lei si vede appena, la sua figurina esile e graziosa si distingue in lontananza.
Cammina sola e attorno a lei c’è tutto questa questo turbine di gente: i tre uomini che confabulano tra di loro, le donne ferme al chiosco là di dietro, altri che ancora camminano in ogni direzione.
E lei, sola.
Dove te ne vai tutta sola, in Piazza Umberto I?
Chi ti attende a casa?
E in quella mattina ti sei svegliata, ti sei guardata nello specchio e ti è piaciuto quello che hai veduto?
Domande, ne avrei a decine, a dire il vero.

L’altra persona sulla quale mi sorge spontaneo fantasticare è il ragazzo che sta seduto sul carretto e dà le spalle alla cattedrale.
Lui è uno di quelli che si guadagna la vita con il sudore della fronte: ha un cappello calcato sul viso, tiene una gamba piegata e con una mano si tiene al carro.
Dove abita?
Si chiamerà Giobatta, Pietro, forse Bernardo.
Magari vive giù al Molo e prima di andare a casa la sera si ferma all’osteria dove tutti lo conoscono.
Sa leggere?
Quanti fratelli ha?
Ha dei sogni, cose segrete che non ha detto a nessuno, questo è certo, li abbiamo tutti.
E poi, domande.
Forse lui si sarà poi voltato per guardare la ragazza della quale vi parlavo prima?
Per intenderci, quei due non hanno niente in comune e tuttavia in un giorno imprecisato si sono trovati sulla stessa piazza e più di cento anni dopo qualcuno si chiederà se i loro loro sguardi si siano incrociati almeno per qualche istante.


E non potrò fare a meno di pensarci, ogni volta che passerò a Matteotti.
C’era una cesta posata in terra, c’erano quelli che lavoravano giù al porto e altri che andavano verso i loro scagni, c’erano bambini, carrettieri, bottegai e madri di famiglia.
E forse c’era questo cielo blu, anche anche allora.

C’era anche un fotografo di nome Neer, lui è l’autore dello scatto riprodotto su questa bella cartolina che venne spedita per certi auguri speciali.
Lui potrebbe dirci cosa accadde in quel giorno, in Piazza Umberto I.

 

Una di quelle mattine

Una di quelle mattine in cui tutto sembra perfetto.
E magari è pure troppo presto e certi negozi sono ancora chiusi.
Così finisco per andarmene in giro come al solito in cerca di niente, questo rimane del resto uno dei miei diletti: io vado per caruggi senza andare da nessuna parte.
Mi passa accanto una ragazza che ha più fretta di me, lei trascina un trolley e cammina svelta facendo dondolare la borsa che porta a tracolla.
E in questa mattina perfetta si sente il suono cadenzato dei suoi passi, poi lo sovrasta una voce di giovane donna e a seguire risponde un tono trillante di bimbo.
È semplicemente la vita, nulla di più.
E c’è profumo di pane caldo, l’aria scende giù e attraversa i caruggi, è la brezza frizzante di questa stagione.
E ci sono un panchetto di legno, un tavolino bianco, una botte, un’edicola con una Madonnetta, una signora che bagna i suoi fiori, una tovaglietta bianca e azzurra, un vetusto portale e un cestino con una pianta aromatica.
Ed è una di quelle mattine e tutto sembra perfetto.

L’Oratorio di San Giacomo della Marina

È un luogo dalla storia antica, è un angolo di Genova dalle molte suggestioni.
L’Oratorio di San Giacomo della Marina fu fondato intorno al 1400 da alcuni religiosi che abbandonarono la Casaccia dei Santi Giacomo e Leonardo di Prè per riunirsi in una nuova confraternita sita davanti al mare che un tempo arrivava a scrosciare sotto le Mura delle Grazie, là dove sorge l’Oratorio.

La modernità ha mutato l’aspetto di questi luoghi, in quel punto in cui le onde lambivano la città ora ci sono strade e traffico, lì di fronte passa anche la Sopraelevata.
E se volete osservare l’Oratorio di San Giacomo della Marina nella giusta maniera, guardatelo dal mare, là dove si distinguono le prospettive antiche di Genova.
Svettano le case alte e i campanili, all’estrema sinistra della foto sottostante si nota la Torre degli Embriaci: l’oratorio è l’edificio basso e tinteggiato di rosso situato nella parte inferiore sinistra dell’immagine.

Sono racchiusi molti tesori tra quelle antiche mura, l’attuale oratorio risale ai secoli XVII e XVIII, non si è conservato l’edificio romanico degli inizi.

Oratorio di San Giacomo della Marina (3)

Ed è un’emozione grande varcare quella soglia.

Oratorio di San Giacomo della Marina (4)

Sempre con il pensiero al tempo trascorso e ai devoti confratelli che qui decisero di stabilirsi.
Erano anni tumultuosi e difficili, i membri della Confraternita in certi periodi dell’anno avevano l’usanza di prendersi cura dei lebbrosi ricoverati all’Ospedale di San Lazzaro.

Oratorio di San Giacomo della Marina (5)

L’Oratorio di San Giacomo è ricco di preziosità diverse, qui è conservato un crocifisso attribuito alla scuola del Maragliano.
E qui troverete la cassa processionale risalente alla seconda metà del ‘600 opera di Honoré Pellé: vi sono raffigurati Cristo Risorto che appare a San Giacomo e a San Leonardo.

Ed è un capolavoro di straordinaria bellezza.

Oratorio di San Giacomo della Marina (8)

Finemente adornato, ricco di opere d’arte l’oratorio ha una quadreria degna di un museo: alle sue pareti potrete ammirare scenografiche tele che ritraggono episodi della vita di San Giacomo, ne sono autori valenti artisti come Il Grechetto, Giovanni Battista Carlone, Orazio De Ferrari, Valerio Castello, Domenico Piola, Aurelio Lomi, Domenico Cappellino e Lorenzo Bertolotto.

Oratorio di San Giacomo della Marina (9)

E inconsuete prospettive sovrastano il vostro cammino.

Oratorio di San Giacomo della Marina (10)

Su certi marmi sono incise parole che ricordano il tempo passato e paiono emergere i volti delle persone che hanno in qualche modo lasciato il loro segno nelle vicende dell’Oratorio come ad esempio una donna di nome Caterina.
Lei fu la sposa di un certo Sanchio Buscaino e a noi è giunta la sua raccomandazione di distribuire libre sette tra i poveri dell’Oratorio in suffragio dell’anima di lei che in vita aveva contribuito con generosità alla costruzione di una casa soprastante l’Oratorio.

Oratorio di San Giacomo della Marina (11)

Brilla l’oro lucente che circonda la statua di San Giacomo con l’abito da pellegrino, va rammentato che questo oratorio durante il Medioevo era una delle tappe per i devoti pellegrini che si recavano a Compostela.

Oratorio di San Giacomo della Marina (12)

La figura del Santo rivive nei dipinti che occupano le pareti, ecco San Giacomo che consacra Pietro Primo Martire, la tela è opera di Orazio De Ferrari.

Oratorio di San Giacomo della Marina (13)

E ancora ecco il santo mentre risana una persona malata, il quadro è frutto del mirabile talento di G.B. Carlone.

Oratorio di San Giacomo della Marina (13a)

E colori e armonie lassù, sopra ai vostri cuori.

E sopra l’altare.

Al centro si erge la Croce di San Giacomo che ha tre punte fiorate e la forma di una spada.

Voltiamo lo sguardo indietro, verso il lato opposto dell’Oratorio e ammiriamo ancora la cassa processionale da una diversa prospettiva.

Lassù in alto, di nuovo, si staglia la croce vermiglia simbolo del Santo.

Oratorio di San Giacomo della Marina (18)

E sull’altro lato si distingue invece il monogramma di Maria.

Oratorio di San Giacomo della Marina (19)

L’Oratorio di San Giacomo della Marina è aperto alle visite grazie ai volontari dell’Associazione Culturale Santa Maria di Castello, gli orari per poter scoprire le sue tante bellezze sono i seguenti: tutti i venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, il secondo sabato di ogni mese dalle 15.00 alle 18.00.
Ancora uno sguardo verso le preziosità che già avete ammirato: sulla destra notate un crocifisso, è in legno di giuggiolo naturale, risale al 1650 ed è opera di Domenico Bissone.
È una delle meravigliose ricchezze racchiuse in questo antico luogo, davanti alle Mura delle Grazie, dove un tempo si frangevano le onde del mare, nell’antico Oratorio di San Giacomo della Marina.

Un portone in Via Tommaso Reggio

È un antico portone dei caruggi simile a molti altri.
Pesante, vetusto, muto testimone di storie perdute e di tragiche vicende, il portone si trova in Via Tommaso Reggio.
E forse in queste strade si sentirono un tempo lamenti, pianti e disperazioni.
Sembra quasi di udirle ancora quelle urla concitate: c’è un uomo che fugge e corre a perdifiato, lo inseguono le guardie e ci metteranno poco ad acciuffarlo, lo trascineranno via e la sua pena sarà così ancora più dura.

E c’è una giovane donna disperata, lei cerca con gli occhi proprio lui: il padre del bimbo che porta in grembo.
E lo vede mentre viene condotto via in catene, lei sa che lui verrà gettato in una cupa prigione.
Sarà accaduto in qualche tempo, in qualche giorno di Genova rischiarato da tremule fiammelle.
E poi queste voci nessuno più le ha udite: la giovane madre ha smesso di aspettare, il prigioniero non ha più fatto ritorno.
Il portone davanti al quale potrebbe essersi compiuta questa fuga immaginaria ancora si trova in quel luogo.
Testimone di storie che non possiamo raccontare.
E ha un battente tondeggiante e una toppa perfettamente quadrata, pare tagliata da un abile sarto.

E poi davvero non si possono conoscere i casi del destino, le minuzie delle ore quotidiane e le piccole incombenze di ognuno.
A un certo punto, chissà in che anno, sarà stato necessario mettere di nuovo mano al portone, sempre con la consueta perizia e con la solita abilità.
E così se ne sarà discusso con un abile artigiano con tante raccomandazioni di mantenere una certa armonia: e infatti dall’altro lato del battente ecco un’altra toppa praticamente identica all’altra.

È una questione di simmetrie, anche se è chiaramente impossibile dire in quale sequenza siano stati compiuti questi lavori.
Resta, sempre, l’immaginazione.
E lo senti il suono del martello che rimbomba nella strada?
È un rumore sordo, cadenzato, un ritmo che suscita l’attenzione dei passanti.
Là, in quel luogo dove un tempo ci furono un fuggitivo, una sposa affranta e implacabili guardie.
Il portone, solido e antico ancora resiste: ha file di chiodi posti tutti a giusta distanza, alle due estremità sono poi affissi dei chiodi più grandi.

Sono le tracce dei giorni che non abbiamo vissuto: di alcuni possiamo leggere sui libri di storia, altri invece possiamo solo tentare di immaginarli.
Su quelle ore trascorse e sulle nostre, sulla prospettiva di questo vicolo si staglia il cielo azzurro di Genova.
A pochi passi da quel portone c’era un tempo il Palazzetto Criminale con le sue cupe carceri, l’edificio divenne poi sede dell’archivio di Stato.
E sulla Torre Grimaldina che fu prigione dove furono rinchiusi illustri prigionieri come il patriota Jacopo Ruffini, sventola fiero il vessillo della Superba, simbolo di una città che cela tra le sue antiche mura le storie dei suoi tempi distanti.

I fiori di Via di Ravecca

I fiori di Via di Ravecca li ho trovati per caso.
Stavano verso la metà della strada, li ho veduti in una mattina di luce straordinaria.
E così mi sono fermata proprio in quel punto, oltre la curva ci son le torri di Porta Soprana.
E sono rimasta in attesa che non ci fosse nessuno, so anche essere paziente in questi casi: prima è passato un ragazzo, poi una signora che andava svelta con le sue buste della spesa.
E lì, a metà della via, c’ero io, davanti a questa splendida prospettiva.
Non occorre molto, certi posti hanno già la loro naturale bellezza per me così evidente.
Bastano appena una piccola attenzione o una certa cura a rendere certi nostri luoghi più accoglienti, strade e piazze possono così divenire il fondale magnifico dei nostri momenti.
Mettete dei fiori nei nostri caruggi, regalateci colori, profumi e splendore.
Sbocciano così allegri i fiori di Via di Ravecca con i loro petali rosa, preludio di primavera nel tempo d’inverno.

Il sorriso migliore

Doveva essere tarda primavera, probabilmente era un pigra domenica, credo di poterlo evincere dalle serrande tutte abbassate in una via quasi deserta.
Ed era il 1938, in questa strada un tempo dedicata a Carlo Alberto e poi in seguito ad Antonio Gramsci del quale ancora porta il nome.
E ognuna di queste giovani donne indossava il suo sorriso migliore: pulito, onesto, sincero e carico di tante speranze a proposito di tutto quello che ancora doveva accadere.
A Genova, nel 1938.
Una di loro porta pure un fiocco bianco tra i capelli, tutte hanno questi abiti leggeri, così semplici e tenuti con la giusta cura.
Insieme, appena per alcuni brevi istanti che saranno memoria dolce di giorni lontani.

E in quel tratto di strada c’era una pescheria di certo molto fornita con i doni del mare, lì accanto si trovava una bottega per provetti pescatori che avrà avuto di sicuro i suoi fidati clienti.
Non c’era la sopraelevata davanti alle case alte e antiche, a breve distanza il mare cantava e ferveva la vita del porto, c’era un mondo che a poco a poco ha mutato aspetto.
E c’era lei con il suo sorriso, i ricci scuri, gli occhi grandi spalancati su questo 1938.

E ancora un altro istante da non dimenticare di una giornata trascorsa insieme.
E poi ognuna ricorderà un diverso dettaglio: un frammento di tempo trascorso, certe parole, certe risate, le piccole gioie che sanno rendere più dolci i giorni della nostra vita.

Era il 1938, forse era primavera.
Non so dirvi cosa sia accaduto a queste giovani donne e quale sia stato il loro cammino nel mondo, mi piace pensare che siano rimaste sempre unite e complici, nei tempi difficili e poi anche negli anni della quieta prosperità.
E così una mattina di gennaio ho voluto riportarle ancora in quel luogo che anche loro di certo conoscevano bene e ho pensato che fosse proprio un’emozione bella per me essere proprio lì dove un tempo furono scattate queste fotografie.
Era il 1938 e ognuna di loro indossava il suo sorriso migliore.

Dal Lunario Genovese del 1934: un buon indirizzo

Cari amici e care amiche, oggi ho per voi una dritta a dir poco originale e proviene dalle pagine di un libretto per me prezioso: il Lunario Genovese del Signor Regina del 1934.
Dunque, su questo volume si trovano aneddoti, indirizzi utili e indicazioni di vario genere che possono essere interessanti per i cittadini.
Tra le altre cose ci sono anche certe pubblicità che richiamano l’attenzione dei possibili clienti, taluni commercianti le studiano tutte per presentare le proprie attività in modo vincente ed accattivante.
E c’è anche chi ha pensato di ricorrere ad una poesiola in rima nella nostra lingua di Zena!
Riporto così il brano in dialetto e a seguire la traduzione per la quale ringrazio la mia amica Isabella Descalzo, come sempre c’erano alcune parole per me poco comprensibili ma per lei il genovese davvero non ha segreti.
Andiamocene a spasso per il centro e con la fantasia troveremo un certo laboratorio dove sono in grado di accontentare tutti, anche quelli che magari non hanno tanto da spendere.
Basta arrivare a De Ferrari e poi scendere in Salita del Fondaco: ecco qua un bon indirisso e cioè un buon indirizzo!

In ta montâ do Fondego – a-o 4, primmo cian,
gh’è a Sartoria Economica – (però no tûtti ö san)
che pe 60 franchi, – taggiôu sorve mesûa,
a ve fà ûn vestî nêuvo, – confezionôu con cûa,
Se n’eì ûn ätro vëgio – e o voeì fä rivortâ,
allöa, solo 40 – a ve ne fà pagâ
Ve daggo l’indirisso – tegnilo conservôu
pe risparmiâ, se avesci – bezëugno do cûxôu!

In Salita del Fondaco – al 4 primo piano,
c’è la Sartoria Economica – (però non tutti lo sanno)
che per 60 lire – tagliato su misura
vi fa un vestito nuovo – confezionato con cura.
Se ne avete un altro vecchio – e lo volete far rivoltare
allora solo 40 – ve ne fa pagare
Vi do l’indirizzo – tenetelo conservato
per risparmiare, se aveste – bisogno del sarto!

Un posto dove ritornare

Ognuno di noi, in fondo, ha i propri posti del cuore.
E sono quei luoghi dove si ama ritornare, magari soltanto per esserci e per sentirsi in una dimensione che ci appartiene.
Con tutta la calma del mondo, senza fretta di andarsene via.
Una panchina.
Là, nel cuore della città vecchia, nell’antica Piazza di Sarzano, davanti alla magnificente facciata di San Salvatore.
E sarebbe il posto perfetto da condividere con qualcuno che non si vede da tanto tempo, per raccontarsi i giorni e le ore, i pensieri passati e i progetti futuri.
E rimanere, ancora.
In quella luce brillante di un pomeriggio tiepido, questo è davvero un posto dove ritornare.