Una bella compagnia

Nel corso di questa calda estate li ho veduti più di una volta: stanno in un prato vicino a casa mia, non so da dove arrivino ma ad annunciare la loro presenza sono i campanacci che portano al collo.
A volte su quel prato ci stanno persino tutta la notte, si vede che lì prendono il fresco!
È una bella compagnia ed è composta da eleganti cavalli accompagnati da qualche infiltrato: la prima volta sono venuti con un asino.

C’è erba per tutti, non c’è bisogno di agitarsi!

L’asinello, devo dire, mi è sembrato molto docile e socievole.

I cavalli vanno e vengono, di preciso ritornano sempre su quel prato, evidentemente è il loro posto preferito.

E in una diversa occasione chi c’era con loro? Un piccolo, fantastico pony, ve l’ho detto che si tratta proprio di una bella compagnia!

Il cavallino pezzato quel giorno lì era in vena di giocare e così si è esibito in uno speciale repertorio di capriole.

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E poi aveva appena smesso di piovere e quindi è rimasto lì, spalmato sull’erba bagnata.

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E quindi baldanzoso si è alzato sotto i miei occhi curiosi, proprio un bel tipetto!

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Fanno parte del gruppo cavalli maestosi che sfoggiano una certa possanza.

Poi c’è chi, nel suo piccolo, fa comunque una bella figura!

Stanno tutti insieme, grandi e piccoli, si trovano bene tra di loro: guardateli lì, il pony e il cavallo a spasso sul prato.

E poi, con quella splendida vivacità, ecco alcuni di loro intenti in una corsa gioiosa, criniere al vento e istinto vitale.

Stanno tra il prato e il bosco, tra il sole e l’ombra, creature magnifiche della mia Val Trebbia.

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Primi incontri a Fontanigorda

Andavo per farfalle e con mia sorpresa ho trovato i cavalli.
Curiosi e guardinghi, si sono subito accorti della mia presenza ma hanno continuato indisturbati a gironzolare tra l’erba.

Altrove, su un diverso prato, ecco ancora un’altra cartolina dalla campagna.

La quiete, il profumo dell’erba, la cascina e il cielo limpido di Fontanigorda.

E l’armonia della campagna e la tranquillità di questi suoi abitanti.

A dire il vero mi sono chiesta se queste magnifiche creature non soffrano pure loro il caldo, tra l’altro a quanto ne so è sconsigliato vestirsi di nero quando il sole picchia ma alcuni non possono proprio farne a meno, ecco.

E tuttavia ci sono sempre gli alberi per trovare l’ombra ristoratrice.

Qualcuno sfida temerario la calura e sfoggia così la sua bella criniera.

Questo sono i cavalli di Fontanigorda ed è una gioia incontrare simili bellezze durante le mie passeggiate.

Un curioso divieto a Sampierdarena

L’altro pomeriggio sono andata a gironzolare in quel di Sampierdarena, era in realtà uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque: semplicemente passeggio, mi guardo intorno, osservo, scatto qualche foto.
E così sono capitata in Via della Cella, a due passi dalla bella chiesa che racchiude molti tesori.
Ora, qui ci sono strade strette, con i palazzi alti, qui di fronte un tempo c’erano la spiaggia e il mare, qui si cammina tra case dai colori tipici della nostra Genova.

Quindi poi sono andata ancora avanti e ho così trovato un’antica istituzione: i marmi della Farmacia Raffetto già raccontano una storia che merita di essere approfondita e io spero di tornare a scriverne.
Questi viaggi nel tempo sono ricchi di vicende nascoste, di volti appena riconoscibili, di destini da ritrovare.

E andiamo indietro di 100 anni, camminiamo in questa strada con la gente di Sampierdarena, c’è una folla di umanità operosa, son tempi complicati e per alcuni molto dolorosi, è appena terminata una guerra che segnerà il secolo.
E c’è un continuo andirivieni in queste vie: alzate gli occhi e ne vedrete i contorni.

Ora è chiaro che queste son strade dove occorre una certa regolamentazione del traffico!
E così, in uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque, eccomi in Via della Cella a chiacchierare con due signori.
E come me osservano una certa targa e mi chiedono da quanto tempo è lì.
– Un centinaio di anni, si direbbe! – rispondo io.
– Possibile? – Replica uno dei due – non l’avevo mai vista e sono di qui!
Quando succedono queste cose io sono felicissima, eh!
Quindi se dovesse capitarvi di passare da quelle parti fate attenzione: il pregiato divieto è affisso sul muro all’incrocio con Vico del Centro.

E come dicevo, è palese che in queste stradine dell’antica Sampierdarena fosse necessario stabilire delle regole per evitare spiacevoli inconvenienti.
E infatti eccolo lì il marmo che racconta di noi e di come siamo stati: si girava coi carri, con i cavalli e da quelle parti c’era per tutti un preciso divieto.

Cavalli al tramonto

Vento, tempo d’ autunno e il cielo di novembre tirato a lucido mentre il sole inizia ad incendiare l’orizzonte.
E immaginate tutti gli aggettivi che richiamano il senso di armonia, amicizia e lealtà, io non saprei trovarne abbastanza per descrivere le meravigliose creature incontrate ai magazzini del Cotone: sono i cavallini di Monterufoli del Corpo dei Carabinieri, erano al Porto Antico in occasione della manifestazione Orientamenti.

Dolci, mansueti, teneri e affidabili, sono un po’ più piccoli dei normali cavalli e sono creature davvero splendide.

E poi c’era la brezza marina che smuoveva le loro criniere.

E c’era la luce tenue della sera.

E poi una nave e una barca vela, una panchina, il mare inquieto, la Lanterna e i cavalli.

Eleganti, miti e così regali, sono rimasta ad ammirare la loro maestosa bellezza per molto tempo.

E alcune persone hanno sperimentato il battesimo della sella, ho visto dei sorrisi felici su visetti giovani ed entusiasti, l’incontro con questi cavalli meravigliosi ha donato molte emozioni.

Davanti al mare di Genova, tra le luci della sera, al tramonto.

Uno sguardo inquieto

Il suo sguardo inquieto non conosce incertezza ed esitazioni.
Lei è una ragazza dai folti capelli, ha labbra carnose, tratti decisi, è una giovane bellissima e fiera.
Fremente, nella sua misteriosa distanza.

Cavalca sicura il suo possente destriero che la conduce verso ineluttabile destino.
Fugge rapido e audace il cavallo, è una creatura indomita e selvaggia, non esiste maniera per trattenerlo.
Fugge, il rumore dei suoi zoccoli risuona e rimbomba con un ritmo cadenzato.

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E vento potente scompiglia e smuove le vesti, sfiora e accarezza la pelle liscia.
È una lotta senza pari tra la luce e l’ombra, tra la chiarezza e l’oscurità di ciò che è incomprensibile.

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Questo è il monumento funebre scolpito da Ettore Sclavi per la famiglia Scala, risale al 1913 ed è collocato in una delle gallerie frontali nel Porticato Inferiore del Cimitero Monumentale di Staglieno.
All’epoca venne considerato piuttosto particolare, era in quegli anni l’unico cavallo presente a Staglieno e data la vastità del nostro Cimitero Monumentale non saprei dirvi se l’opera di Sclavi mantenga ancora questo particolare primato.

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E potrebbe capitarvi di ammirare questo monumento nell’istante in cui il sole si insinua nella galleria illuminando le braccia forti della fanciulla, il suo manto, il suo compagno di viaggio.

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E lei, la ragazza che non conosce esitazioni, regge in una mano una falce con la quale recide teneri fiori.

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Lei è la morte che giunge in sella al suo destriero.
Sul basamento, dietro ad alcune altre croci, leggerete queste parole: la morte vince.

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E corre a perdifiato, senza mai fermarsi.
Perfetta nella sua terrena venustà, suadente e vibrante nella sua gloriosa giovinezza.

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Nel tempo che svanisce davanti a quel suo sguardo inquieto.

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Nella villa di Casella

La villa di Casella era immersa nel verde, la circondavano alberi rigogliosi e generosi di ombra.
E doveva essere il posto preferito dal patriarca: un luogo amato e molto caro, da sempre prescelto per le riunioni di famiglia.
Ricorrenze, compleanni e matrimoni, semplicemente la vita, momenti importanti durante i quali si costruiscono i ricordi e le memorie dolci che saranno a raccontate a coloro che verranno.
Lui, il nonno, si chiamava Ernesto, il suo nome è il solo scritto a tergo di questa fotografia.
Quanta vita attorno a lui: figli e nipoti ai quali lasciare preziosi insegnamenti.

E le ragazze, nella villa di Casella, tenevano tra le dita un fiore fragile oppure un grazioso ventaglio per farsi fresco in certe giornate estive.
E avevano sguardi sognanti e ingenui, erano bellezze semplici e per nulla artefatte.

Là, nel giardino della grande casa, c’erano panchine per godersi l’aria pura della campagna.
Quel giorno sul tavolo c’era un vassoio con una bottiglia di vino, una seconda bottiglia contenente forse acqua e un’alzata di vetro trasparente, così io mi sono chiesta dove siano finiti questi oggetti.
Il tempo posa il suo velo sulle cose e sulle esistenze, restano impresse sulla carta la disinvoltura della giovinezza, l’eleganza ed una certa fierezza.

Nella villa di Casella si arrivava con i mezzi dell’epoca.
E sapete, io sono certa che colui che guidava questo carro fosse in qualche modo parte della famiglia.
Li ha visti crescere tutti quei bambini e li ha veduti diventare grandi: lui c’era, lui c’è sempre stato.

E allora ci celebra questo instante con una lievità che è propria dei giorni felici.
Un sorriso, la bellezza di un momento gioioso e condiviso con le persone amate, in un luogo caro a tutti.

Non so dirvi nulla di questa grande casa, mi piacerebbe vederla e ritrovarla.
So soltanto che un tempo ci furono questi respiri, questi visi e questi sguardi, in un giorno da non dimenticare, nella villa di Casella.

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Un curioso divieto a Pegli

Domenica scorsa sono stata a Pegli.
Non avevo voglia di prendere il treno e quindi sono andata in carrozza, ovviamente.
D’altra parte per recarsi in un ridente luogo di villeggiatura del passato mi è sembrata la soluzione perfetta.
E così son partita a bordo della mia carrozza a cavalli ma una volta giunta là mi è capitato un fatto increscioso, state un po’ sentire.
Dunque, dal Lungomare abbiamo svoltato in una strada dedicata ad un personaggio dal nome altisonante: Teodoro II di Monferrato.
Proprio lì è capitato il fattaccio!
Salendo, sulla sinistra, c’è una stradina, quando si dice infilarsi in un vicolo cieco!

In effetti non è tanto largo e lì all’inizio c’era un tale che conduceva un carro trainato da cavalli che bloccava completamente il traffico!
Non riusciva ad andare né avanti né indietro, niente da fare.
E noi fermi, in attesa che si spostasse.
Ora, io non so cosa gli sia preso a quel tizio, come gli sarà venuto in mente di andare ad infilarsi in un posto del genere.

C’è pure un divieto che parla chiaro ma il signore in questione mugugnava dicendo che non si legge tanto bene e che quindi non era colpa sua!
E tutti noi presenti con carri, carretti e carrozze, non abbiamo potuto far altro che dargli ragione.
E chi lo vede quel divieto inciso sul marmo e ormai quasi sbiadito e appeso così in alto?
Bisogna essere persone piuttosto attente, non pare anche a voi?

È VIETATO IL TRANSITO DEI CARRI
TRATTI DA QUADRUPEDI E LO STAZIONAMENTO
DI QUALUNQUE SORTA DI VEICOLI

1894: una scuola di equitazione nel centro di Genova

Tra tutte le particolarità che può capitare di scoprire a proposito del nostro passato alcune mi lasciano sempre una certa curiosità.
Un altro mondo, diverse usanze, bisognerebbe davvero avere la macchina del tempo per poter vedere con i propri occhi ciò che non sappiamo neppure indovinare.
Ad esempio, nel tempo dei carri e delle carrozze, indubbiamente i cavalli avevano la loro importanza, perbacco!

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Scalpiccio di zoccoli, nitriti, questi eleganti amici dell’uomo conducevano sempre i loro passeggeri a destinazione.
Certo, con i dovuti tempi, occorreva armarsi di pazienza ma all’epoca forse ci si era abituati.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E così, nel centro di Genova, nel lontano 1894 c’era chi vendeva questi indispensabili animali, ad esempio nella centralissima Piazza Giusti.
Sulla mia Guida Pagano, tra il resto, si contano ben 11 sellai ed erano ben distribuiti sul territorio cittadino: da Via Milano alla Nunziata, da Via Piacenza a Via SS. Giacomo e Filippo, altri erano in diverse zone di Genova.
D’altra parte, c’erano i cavalli e servivano le selle, le redini e tutto il resto!

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A tutto questo si aggiunge un’attività di pregio che ha suscitato il mio stupore: il magnifico maneggio dei Fratelli Busnelli.
Cari lettori, ci vuole tanta fantasia per tentare di vedere questo quadretto: il maneggio, gli aspiranti cavalieri, i maestri di equitazione!
E i cavalli, i cavalli!
Nel centro di Genova, si può immaginare una cosa simile?

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Ora, forse vorrete sapere dove caspita si trovasse questa peculiare attività del tutto tipica del tempo.
E vi sembrano domande da farsi?
Tutto aveva una logica e infatti la gloriosa impresa della famiglia Busnelli era collocata in una via del centro cittadino denominata Vico della Cavallerizza, ma guarda un po’!
Amedeo Pescio, studioso della toponomastica e delle sue particolarità, annota che un tempo la via era dedicata a Ettore Vernazza, in seguito assunse questo nome proprio a causa della presenza di una scuola di equitazione.
E così, come leggo nella mia guida Pagano del 1894, nel centro di Genova facevano i loro affari i fratelli Busnelli, ma ho trovato notizie di loro anche in anni antecedenti e quindi penso che la loro fosse una fiorente attività.
Vico della Cavallerizza ai nostri tempi non esiste più, i suoi palazzi hanno lasciato spazio ad edifici più moderni, un tempo si trovava nella zona tra Via XX Settembre e l’attuale Piazza Dante.
Osservate l’immagine sottostante, è tratta dalla cartina inserita nella Guida Pagano del 1926.
L’ampia via che si vede sulla destra e che taglia trasversalmente la mappa è proprio Via XX Settembre, sulla sinistra potete notare Vico della Cavallerizza.
Quando passate da quelle parti provate a immaginare di essere nel 1894: là c’era la gloriosa scuola di equitazione dei Fratelli Busnelli.

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Genova, 1922: un celebre laboratorio in Via di Fassolo

Nel cuore dell’autunno può capitare che il clima sia poco clemente: nessuna preoccupazione, cari lettori, noi genovesi del 1922 sappiamo bene come provvedere ai nostri bisogni.
In questa specifica circostanza basterà semplicemente rivolgersi ad una rinomata attività commerciale che ha la sua sede in Via di Fassolo.

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E infatti da quelle parti c’è un celebre laboratorio di materiali impermeabili adatti ad ogni necessità.
Oh, si intende, qui pensano in grande: si producono anche coperture per camion, furgoni, vagoni ferroviari e carri.
E poi, per caso serve un copertone per una chiatta?
Eh beh, a Genova potrebbe anche succedere!

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Ecco, basta chiedere in Via di Fassolo e loro penseranno a tutto!

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E non sto qui a sottolineare che in questo laboratorio si troveranno anche abiti adatti a diverse categorie di lavoratori: ci sono cappotti e mantelline, vestiti per marinai e minatori.
E anche pensando alle situazioni più complicate da quelle parti sanno destreggiarsi: si occupano persino di tende rifugio da campagna e di ricoveri alpini.
E poi, pensiamo agli amatissimi cavalli, indispensabili alla vita dell’uomo.
Scusate, un tipo così non lo vorrete mica lasciare in balia del cattivo tempo, vero?

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Oh, no, per carità!
E infatti il laboratorio confeziona anche coperte e cuffie per cavalli, ecco trovata la soluzione.

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Dunque, ora siete informati anche voi ed io sono certa che non vi sia sfuggito un dettaglio: tutto questo accadeva nel lontano 1922.
Con profonda soddisfazione vi comunico che ho aggiunto un pregevole pezzo alla mia piccola collezione di libri: la Guida Pagano dell’anno 1922, da ieri se ne sta nello scaffale accanto all’edizione del 1926.
E questa piccola curiosità è la prima chicca trovata in questo libro, le notizie e le immagini in bianco e nero sono tratte dalla pubblicità stampata sulla guida.

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So già che questo volume sarà fonte di entusiasmanti scoperte e di piccole realtà che si sveleranno nella loro semplicità: botteghe e trattorie, imprese di famiglia e attività commerciali ormai scomparse.
Il tempo passa e tutto cambia.
Una volta, in Via di Fassolo, c’era il pregiato laboratorio di impermeabili.
Era un altro mondo ed era così.

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Alla Porta dell’Acquasola: vitelli, cavalli e portantine

Camminando per la città nessuno di noi potrebbe mai immaginare che in altre epoche vi siano accaduti fatti così insoliti, sono usi risalenti ad una quotidianità a noi sconosciuta.
Per i genovesi l’Acquasola è un parco del cuore, amatissima area verde nel cuore di Genova: andiamo indietro nel tempo, agli anni in cui in questa zona si trovava una delle porte di accesso della città.
Queste vicende sono narrate in un mio antico e consunto libricino completamente dedicato all’Acquasola e magistralmente scritto dallo storico Luigi Augusto Cervetto.
La Porta dell’Acquasola, egli scrive, venne edificata agli inizi del ‘300, il suo utilizzo di protrasse per diversi secoli.
E io qui oggi sorvolo su molti dettagli, desidero solo narrarvi qualche piccola curiosità scoperta nel volume di Cervetto.

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Tutto era come lo si può immaginare: robusti cancelli, un ponte levatoio e un piazzale davanti alla porta.
C’era un guardiano addetto alla vigilanza, la chiusura e l’apertura delle porte cittadine tuttavia non era di sua competenza.
Eh no, fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, maniman!
E per l’appunto un decreto del 1590 aveva stabilito che gli uscieri di Palazzo Ducale si accollassero questa incombenza: tutte le chiavi delle porte venivano scrupolosamente tenute in quella che fu la dimora dei Dogi e agli uscieri era affidato il compito di occuparsi delle porte.

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Il nostro Cervetto non lesina in quanto a curiosità e narra che in tempi lontani le confraternite erano solite offrire per certe festività un ricco pranzo ai malati indigenti ricoverati nell’ospedale di San Lazzaro: tra le succulente pietanze che venivano presentate c’era sempre un gustoso e nutriente vitello.
E indovinate un po’?
L’usanza voleva che le bestie destinate al macello facessero il loro ingresso nella Superba esclusivamente dalla Porta dell’Acquasola.
Così i bovini con tanto di nastri e profumate ghirlande d’alloro sfilavano per la città e venivano condotti all’Ospedale sito nella zona di San Teodoro.

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A quanto pare era consolidata abitudine usufruire della Porta dell’Acquasola per il transito di animali, non potete immaginare cosa accadde una volta!
Un bel giorno vi giunse una carrozza di piazza che portava a bordo un insolito passeggero: un maiale con tanto di cilindro sul capo, fatto talmente peculiare da lasciare stupefatti!

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Illustrazione tratta da L’Acquasola di L. A. Cervetto 1919

La Porta veniva chiusa a orari fissi, i ritardatari che arrivano quando già era stata serrata dovevano arrangiarsi e trovare una sistemazione provvisoria.
A tal scopo molti usufruivano dell’Albergo del Violino che si trovava all’inizio di Salita San Rocchino.
Si cercava, in qualche modo, di rendere un servizio di pubblica utilità ai cittadini che avessero bisogno di allontanarsi dalla città.
Come raggiungere le valli circostanti? Naturalmente a cavallo, cari lettori!
E per tal ragione c’era un discreto numero di destrieri a disposizione di coloro che ne avessero bisogno per le raggiungere le amene zone di campagna situate alle spalle di Genova.
Cavalli, fuori dalla porta dell’Acquasola.

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E tuttavia non tutti erano soddisfatti, sul finire del ‘700 sorse un mugugno dei soliti.
E insomma, com’era la questione?
Da non credere, davanti a tutte le porte cittadine erano disponibili delle comode portantine assai gradite alle gentildonne genovesi, ai Senatori della Repubblica e ai prelati: all’Acquasola con grande indignazione di tutti costoro mancavano.

Palazzo del Principe (18)

Villa del Principe

Fu così che in quattro e quattr’otto si risolse il problema e le tanto desiderate bussole fecero la loro comparsa anche lì dove non erano mai state.
Un continuo andirivieni, di vitelli, cavalli e portantine.
Là, davanti alla Porta dell’Acquasola, in un tempo che possiamo soltanto immaginare e leggere tra le pagine dei libri che lo svelano.

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