La bambina con le calze a righe

La bambina con le calze a righe era una biondina dall’intelligenza brillante e vivace, l’ho pensato subito appena l’ho vista.
Se ne sta là, seduta su una poltroncina nello studio del fotografo Cajani, tutta seria e presa in questo compito importante di fare la fotografia e però, chissà perché, io colgo nel suo sguardo una certa svagata distrazione, forse la ragazzina sta pensando a certe cose sue e di sicuro non saremo noi ad indovinarle, magari lei pensa che preferirebbe andare a giocare e a divertirsi invece di stare lì ad annoiarsi davanti al fotografo.

La bambina con le calze a righe porta questo abitino chiaro arricchito da una frivolezza di balze e anche le maniche sono ugualmente impreziosite.
Tra le mani tiene un libro che forse non avrà nemmeno mai letto, con tutta probabilità il volume sarà appartenuto al fotografo e sarà stato stretto da altre dita bambine e dalle mani affusolate di molte giovani signorine genovesi passate nello studio di Cajani per mettersi in posa per la foto di rito.

La bimba bionda dai lineamenti belli e delicati porta poi quelle spesse calze a righe e gli stivaletti di moda al suo tempo e che , tuttavia, sarebbero attuali ancora adesso.
Le calze a righe dovevano tenere ben caldo, mi sembrano perfette per sfidare la tramontana tagliente della Superba.

La bambina con le calze a righe, vi confesso, mi è stata simpatica proprio fin da subito.
Mi sarebbe piaciuto potermi mettere lì a far due chiacchiere con lei e penso che certamente avrei sentito la sua allegra risata e poi l’avrei vista ciondolare le gambe avanti e indietro come fanno a volte i bambini e magari lei avrebbe saputo raccontarmi molte cose che ignoro su quella Genova della sua epoca.
Il fotografo Cajani aveva il suo studio in Piazza della Posta Vecchia, in quei caruggi che anche io amo e frequento e non vi nascondo che, trovandomi da quelle parti, spesso mi viene in mente la bambina con le calze a righe e mi pare di vederla accanto alla sua mamma mentre scende verso Posta Vecchia con il suo passo leggero e saltellante.
C’è un tempo per ogni cosa, anche per immaginare coloro che il destino non ci ha mai fatto incontrare.

L’Agnello di Dio di Vico Cicala

Ritorniamo ancora nei miei amata vicoli: vi porto là, in Vico Cicala, un caruggio che potete imboccare da Sottoripa e che prende il suo nome da un’antica famiglia consolare della Superba.

In questa nostra città vecchia resistono, a volte bene evidenti e altre volte quasi nascoste, le tracce di un passato di gloria e di devozione, sono pietre incise e scolpite sulle quali in qualche caso si possono leggere i giorni trascorsi mentre in altri casi si può appena immaginarli.
E allora pensate di essere un antico mercante, un commerciante di spezie, una timida dama o un prode cavaliere e i vostri passi calcano il tracciato di Vico Cicala mentre la luce rischiara certe pietre vetuste.

Arriva anche qui, in certe ore e in certi giorni, il sole vivifico, con i suoi raggi brillanti e radiosi, arriva qui e batte sopra la figura dell’Agnello di Dio.

Ai lati di questo si notano due stemmi, mani abili ed affabili crearono queste forme, rimossero con delicatezza la polvere, lasciando ai posteri ciò che ancora possiamo ammirare.
Passando in questo caruggio non esitate al alzare lo sguardo: i vostri occhi troveranno l’Agnello di Dio di Vico Cicala.

Le vicende della Pia Casa di Lavoro di Via Malta

Sono vive e presenti le tracce del nostro passato, a volte restano sotto i nostri sguardi senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
Accade nelle strade più antiche come in quelle dalla storia più recente, a volte c’è davvero motivo di stupirsi.
Capita a tutti i genovesi, un giorno o l’altro, di trovarsi in Via Malta, una delle belle vie del centro cittadino a due passi da Via XX Settembre.
Qui, soffermatevi davanti a questo edificio che fa angolo con Via Domenico Fiasella, dove è situato il portone, al piano terra c’è un magnifico negozio di fiori artificiali.

E proprio sopra la porta d’ingresso noterete una scritta che rimanda a tempi molto lontani.
Vi si legge: Pia Casa di Lavoro e l’abbreviazione di succursale.

Eh, cari amici, per saperne qualcosa di più sono andata a sfogliare i miei annuari del passato e ho trovato notizie nella Guida Pagano del 1922, in quella del 1926 e nella Guida Genovese Opera Pompei del 1934.
Tra quelle pagine si legge che la Pia Casa di Lavoro fu fondata nel 1880 ed eretta in Ente Morale con Regio Decreto del 13 Ottobre 1884.
Andando poi ancora a ritroso sono andata a leggere il mio Lunario del Signor Regina del 1890 dove si legge che in quell’anno la Casa di Lavoro aveva la sua sede in Vico Vegetti e il deposito in Galleria Mazzini.

E sapete qual è per me la meraviglia entusiasmante di questi vecchi libri? In un intreccio di vite e di storie, tra queste pagine si trovano la vecchia Genova e i suoi protagonisti, d’altra parte è giusto dire che in un certo modo in questa città ci si conosce tutti.
Ad esempio, in quel glorioso 1890 era Vice Presidente della Casa di Lavoro il Cavalier Enrico Cravero, celebre imprenditore della Genova ottocentesca e nel consiglio di amministrazione figurava anche il Cavalier Gian Luca De Katt, i miei affezionati lettori ricorderanno che di questa famiglia scrissi in due diverse circostanze a proposito di alcune tombe del Cimitero Monumentale di Staglieno, qui ad esempio ho scritto delle ragazze De Katt.
Le attività della Pia Casa di Lavoro erano varie e molteplici, lungo è l’elenco di ciò che si produceva tra queste mura, lo si legge appunto tra le pagine dei sopra citati volumi: corone funebri e bronzi per cimitero, statue, fotosmalti e fotoceramiche, fiori di tela, carta e perle, celluloide, perle, fiori per ornamenti e anche giocattoli.
E poi cinture e salvagenti, parabordi, lavori di cucito di vario genere, tende di canna giapponese e scarpe da bagno e anche calzature per ospedali e fabbriche.
Quando passate in Via Malta alzate lo sguardo: le mura di questo edificio conservano, in qualche maniera, la memoria della Pia Casa di Lavoro.

Una giornata di pioggia

Pioveva.
L’acqua cadeva a scrosci sui caruggi e sugli spioventi tetti di ardesia, era una melodia di tempesta che bene si accordava ai battiti del suo cuore.
Aprì il portone, alzò lo sguardo verso il cielo plumbeo, tirò su il bavero della giacca, si calò il cappello sugli occhi e aprendo l’ombrello si incamminò.
Nella vetrina di una bottega in un vicoletto notò le coppe ricolme di spezie, le confezioni di tè, le erbe aromatiche e le ceste con la frutta secca dai toni autunnali.
A Banchi si soffermò ad ascoltare un talentuoso violinista di strada, quindi indugiò sulla bancarella dei libri usati aggiudicandosi un voluminoso poliziesco che per qualche tempo, forse, lo avrebbe distratto dai suoi pensieri.
Proseguì così verso i portici di Sottoripa, era una di quelle giornate nelle quali il vento sferza le strade e pare quasi difficile mantenere l’equilibrio.
Davanti alla bottiglieria incontrò una conoscente che non vedeva da un pezzo, lei lo travolse con il suo entusiasmo stordendolo con un fiume di parole, fu arduo mantenere un educato distacco e riuscire ad allontanarsi con garbo: la salutò a voce bassa, fece un mezzo sorriso e continuò per la sua strada.
Sì fermò a comprare il pane, prese il giornale, sorseggiò un buon caffè nel solito bar: erano i posti delle sue consuetudini, i luoghi di ogni giorno e di una vita intera.
Girò a lungo e senza meta.
Aveva dimenticato di prendere i guanti e l’aria era gelida, certo anche a causa della pioggia battente.
Passò davanti a una chiesa e decise di fermarsi a far due chiacchiere con Dio: cose sue, di quelle che non si raccontano in giro ma si confidano solo al Padreterno, senza neanche parlare perché non ce n’è neppure bisogno.
Rimase seduto, nel suo silenzio, per un tempo indefinito.
Distrattamente guardò l’orologio e si accorse che era davvero tardi così si alzò, fece il segno della croce e uscendo di nuovo in strada notò con stupore che aveva smesso di piovere e la luce cadeva obliquamente facendo luccicare la via e inondando di rinnovato chiarore i vicoli circostanti.
Alzando gli occhi vide poi che il cielo era quasi del tutto limpido, il vento gagliardo aveva spazzato via le nuvole e con passo leggero si diresse verso casa.
Soltanto quando fu davanti al portone si accorse che non aveva più il cappello.
Sorrise: del resto non pioveva più.

Camminando in Vico del Fico

Camminando in Vico del Fico, in qualche modo, mi pare di ritornare ad un passato che mi riguarda.
E ho qualche piccola certezza, per così dire: in questi luoghi visse un mio antenato a me molto caro, giunto qui nell’Italia preunitaria lui aveva casa in Vico di Mezzagalera.
E chissà quante volte sarà passato anche lui nel vicino Vico del Fico, quando ci penso mi emoziono tanto, credetemi.

Camminando in Vico del Fico mi piace pensare che, in realtà, il cielo sopra di noi è il medesimo che vide il mio antenato quando percorreva queste vie animato dal suo ardente spirito patriottico, furono proprio i suoi ideali a condurlo nella Superba.
Cielo di Genova e cielo d’Italia su Vico del Fico.

Camminando in Vico del Fico finisco sempre per andare un po’ più in su e per svoltare in quel Vico del Dragone che fu il luogo natale di Francesco Bartolomeo Savi, un genovese che l’amore per la patria lo aveva nel sangue e nel cuore.

Camminando in Vico del Fico poi mi soffermo sempre davanti a un antico portone e osservo le finestre e gli immancabili panni stesi.

Là, su quel muro, è posta un’antica scultura e nel marmo è rappresentata la Sacra Famiglia, una delle tante immagini religiose che testimoniano passate devozioni.

Camminando in Vico del Fico finisce anche che mi fermo sempre nella piazzetta che porta il medesimo nome: l’albero dai frutti dolci ha l’onore di aver donato il toponimo a questi luoghi antichi e in questa Genova di caruggi una piazza può essere proprio così: un fazzoletto di cielo la sovrasta e i palazzi fanno da magnifica cornice al cielo turchese.

Camminando in Vico del Fico, in realtà, mi rendo conto di come questi posti non mi stanchino mai perché sono vivi di storia, di ombre, di luci, di vicende da scoprire e da raccontare.

Camminando in Vico del Fico, poi, a volte mi sorprende una magia di bucato e di colori allegri e brillanti.

Camminando in Vico del Fico, ogni volta, so già che ritornerò ancora e ancora: a cercare i panni stesi, il cielo chiaro, le finestre che lasciano entrare l’aria fresca, una Madonna scolpita nel marmo, i volti del passato e quelli del presente, semplicemente la vita in Vico del Fico.

L’Immacolata Concezione di Via Madre di Dio

Il passato, a volte, resiste alla furia del tempo e ancora ritorna, in qualche modo, davanti ai nostri sguardi.
L’antica Via Madre di Dio è una delle vie perdute di Genova, fu demolita negli anni ‘70 insieme al dedalo dei caruggi che la circondavano, certo era una zona che era stata danneggiata durante la guerra ma risanarla e restituirla ai genovesi sarebbe stato un dono prezioso.
Di quei luoghi scomparsi, talvolta, qualcosa si salva ed è ancora tra noi la statua dell’Immacolata Concezione opera di Gio Domenico Casella detto lo Scorticone, artista vissuto tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600.

Cosi radiosa si erge la bella immagine di Maria, un tempo era collocata in un’edicola votiva di Via Madre di Dio.
E allora immaginatela là, in quelle strade di popolo e di gente devota, immaginatela in un caruggio percorso da vita vitace, tra il frastuono delle voci dei bottegai e le risate dei monelli.
Provate a pensare che quella luce che accarezza il suo manto sia quella del sole che filtra tra le case alte di Genova per illuminarla con il suo chiarore.

La magnifica scultura è conservata al Museo Diocesano, Maria è così ritratta secondo i canoni classici, tiene i piedi posati su una falce di luna dove si notano anche certi piccoli angioletti.

Era un tempo in quella strada tanto immaginata e mai percorsa, molte volte però ho fantasticato di attraversarla.
Lei porta la corona sul capo, volge lo sguardo al cielo e all’infinità, tiene le braccia aperte in un gesto amoroso.
Dolce e materna, è l’Immacolata Concezione di Via Madre di Dio.

Macelleria Nico: ricordando il Risorgimento

Vi porto ancora con me nei caruggi di Genova, alla scoperta di un antico negozio: la Macelleria Nico è annoverata tra le Botteghe Storiche della Superba ed esiste dal lontano 1790.
Si trova là, ai Macelli di Soziglia, dove un tempo appunto si macellavano e si vendevano le carni, ogni antico mestiere aveva infatti la propria porzione di caruggi.

La Macelleria Nico ha ancora il suo antico pavimento e ha in dotazione un prezioso e raffinato bancone in marmo di Carrara che è l’elemento distintivo del negozio.

Qui ancora ci sono gli antichi ganci.

Il bancone, dicevo, è un elemento importante e ci racconta molto del suo antico proprietario.
Costui doveva infatti essere fiero e orgoglioso del proprio lavoro: nel marmo sono scolpiti gli attrezzi del mestiere e si distingue anche la figura di Mercurio, il dio dei commerci.

E poi osservate con attenzione ciò che il marmo restituisce agli occhi degli avventori.

La Macelleria Nico, infatti, testimonia ancora un glorioso passato e colui che qui esercitò con sapienza il suo mestiere doveva essere un fervente patriota perché nel marmo sono scolpiti i volti di importanti figure del nostro Risorgimento.

Con cura e attenzione sono poi anche raffigurati buoi e mucche.

Ecco un dettaglio nel quale si nota infatti la sagoma di un toro.

E poi i volti di coloro che in questo luogo erano forse idolatrati e particolarmente amati, come il nostro caro Giuseppe Mazzini.

E ancora, ecco Giuseppe Garibaldi.

E poi ecco viso femminile, questa figura rappresenta l’Italia.

Tutto questo passato ancora rimane tra di noi, scolpito sul bancone di marmo della Macelleria Nico in Via dei Macelli di Soziglia.

Un’antica targa in Vico dei Griffoni

Vico dei Griffoni è uno di quei caruggi angusti che piacciono a me, scendete da Via Ponte Calvi ed ecco che così lo troverete,
È uno di quei luoghi che, a suo modo, conserva tuttora la sua anima, la traccia di un tempo lontanissimo.

A proposito del particolare toponimo ne fornisce come sempre un’accurata spiegazione il formidabile Amedeo Pescio che, nel suo volume I nomi delle strade di Genova, racconta che il vicolo potrebbe prendere il nome dai griffoni o grifi che per tradizione reggono lo stemma di Genova.
C’è anche un’altra opzione, scrive sempre Pescio: il toponimo potrebbe infatti derivare da una certa famiglia Griffoni citata dal poeta inglese Samuel Rogers che riferì anche che essi erano mercanti e vivevano in una stradina stretta nella zona del Portofranco.

Quanta vite, quante persone hanno calcato queste strade per poi alzare lo sguardo verso il cielo che sovrasta la zona di Fossatello e del nostro Vico Griffoni.

Aveva qualche legame con questo luogo il Marchese Filippo Cattaneo, suo infatti è il nome che si legge inciso su una vetusta lastra marmorea il cui testo latino si offre ancora alla curiosità dei passanti.
Insomma, non conosco nel dettaglio gli affari di costui, ma certo il nobiluomo genovese avrà avuto i suoi buoi motivi per rivolgersi a Padri dei Comune avanzando particolari richieste che furono poi prontamente soddisfatte.
Infatti, nel lontano 25 Gennaio del 1686, i suddetti Padri del Comune concessero al Cattaneo di collocare qui un cancello per chiudere il vicolo di notte con l’onere però di tenere quel cancello aperto durante ore diurne.

Scendeva la notte e il giorno ritornava, il tempo era ritmato dal cigolio del pesante cancello del Marchese Cattaneo.
Chissà se questa iniziativa provocò qualche scontento o mugugno in quella parte dei caruggi, sono eventi così distanti nel tempo che pare persino arduo poterli immaginare.
Eppure ancora oggi possiamo leggere quelle parole che tuttora ricordano il lontano passato dei Vico dei Griffoni.

Chiesa di San Donato: la Madonna con il Bambino

È una splendida statua e potrete ammirarla se vi recherete nella bella e antica chiesa di San Donato che si affaccia sulla piazza omonima.
Sono affezionata in modo particolare a questa chiesa perché è legata alla storia dei miei antenati e così, quando varco quella soglia, mi sembra in parte anche di ritrovarli.

Là, in San Donato, al termine della navata destra c’è l’opera marmorea di un valentissimo artista, la statua è infatti attribuita a Gio Domenico Casella detto Scorticone che visse nella prima metà del Seicento.
Questa statua, perfetta per leggiadria e proporzioni, mi colpisce per l’aggraziata lievità di questa Madonna ragazzina che così regge tra le braccia il suo bambino.

L’opera era un tempo collocata nell’ormai perduta Chiesa di Santa Croce e ha trovato posto tra le mura di San Donato.
Visitando la Chiesa avrete modo di scoprire che questa bella immagine di Maria e anche nota come Nostra Signora della Terza Età.

E ha una tenerezza tutta particolare la figura di Lei che appare così amorevole e paziente, il piccolo Gesù si mostra a noi come un bimbetto allegro e vivace.

E così, nella mistica quiete di San Donato, su di noi si posano questi dolci sorrisi.

Via della Maddalena: l’edicola di San Giovanni Battista

È un’antica edicola dei caruggi, è collocata sull’abside della Chiesa della Maddalena sita nella via omonima.
Colpisce per la grandiosità e per le molte figure che la compongono, l’edicola è una delle molte testimonianze di quella fede antica che animava queste vie.

Svetta al centro la figura bella e fiera del Santo.

Ai suoi piedi un’epigrafe latina dalla quale si evince che l’opera risale al XVII Secolo.

Sulla sommità dell’edicola è invece collocata una statuetta della Madonna di Loreto.

Ai lati del Battista sono poi poste due figure femminili anch’esse testimoni di fede.

La mano sul petto, i capelli sulle spalle, gli occhi socchiusi e il fervore della preghiera.

E l’agnello accanto ai piedi di lui che è il Santo patrono di Genova.

Così si svela la figura forte e salda del Battista, effigiato solido come la sua fede e il suo amore per Dio.

Così potete ammirarlo camminando nella città vecchia, nella nostra Via della Maddalena.