Un ombrello color rame

Pioveva, nel tempo d’autunno.
Non era una pioggia potente e scrosciante, era la solita semplice ritmata sequenza, goccia dopo goccia sui caruggi.
Anche i turisti che gironzolano per la città in questo periodo dell’anno sono spesso cautamente armati di ombrello e quel giorno mi sono imbattuta in una piccola comitiva di viaggiatori provenienti dalle terre del Sol Levante, tra loro c’era anche una signora che scattava con autentico entusiasmo le fotografie che piacciono anche a me.
In cima a vicolo, di fronte a lei la prospettiva in discesa.
Poi i suoi occhi hanno seguito la perfetta verticalità di Salita San Siro ed io ho pensato che lei sarebbe tornata a casa con queste foto e avrebbe raccontato agli amici delle ardesie, della chiesa magnifica poco distante, della pioggia fastidiosa, del profumo di pane caldo nei caruggi e della gente incontrata per caso durante le sue vacanze.
I nostri sguardi si sono incrociati, appena per un istante.
E poi ho notato che le luci erano accese: che strano, erano le undici di mattina.
E così quel chiarore ha illuminato il rosso e l’ocra delle case di Genova e poi la luce è rimbalzata sull’ombrello di lei.
E pioveva e lei aveva un ombrello color rame.

Cavolfiori di Soziglia

Sono soltanto cavolfiori.
Li vidi un giorno per caso mentre passavo ai Macelli di Soziglia.
E là, nella meravigliosa angustia di questo vicolo così amato da noi genovesi, ecco le foglie spesse e ampie che racchiudono nel loro saldo abbraccio quei semplici ortaggi dalle tinte sorprendenti.
Ed è un tripudio magnifico di colori: candido bianco e verde vivace, una calda sfumatura d’arancio e un bel viola deciso.
Accade così, a volte le cose più semplici sanno diventare autentica poesia, dipende dal nostro sguardo.
E questi sono soltanto cavolfiori di Soziglia.

Farfalle di ottobre

Le ho incontrate per caso in una stagione che in realtà non sembra poi così prediletta dalle farfalle.
Eppure eccole, leggiadre e spensierate, per me è sempre una gioia rivederle e seguire il loro volo leggero, ancor di più se il destino me le fa incontrare nei luoghi che amo.
Sono farfalle di ottobre e sono farfalle di caruggi, volitive e testarde se ne vanno a zonzo e alla ventura in cerca del posto migliore sul quale posarsi.
Lei l’ho veduta di recente, era dal mio fioraio in Piazza Statuto, io e lei stavamo facendo esattamente la stessa cosa: cercavamo la piantina perfetta per noi.
E così lei sì è felicemente adagiata su certi petali gialli, io invece ho acquistato un vasetto di allegre violette.

Qualche giorno prima, poi, mi era capitato un altro meraviglioso e casuale incontro in un luogo dove mi piace fermarmi.
Ero a Banchi, curiosavo tra i volumi esposti sulle bancarelle dell’usato.
E ancora, ecco un’altra farfalla.
E ancora, io e lei stavamo facendo esattamente la stessa cosa: cercavamo il libro perfetto per noi.
E certo, quello che ha scelto lei potrebbe anche stare sul mio comodino.
Sono così certi incontri, semplicemente perfetti.

All’ombra delle torri di Porta Soprana

Quelle case vetuste, di pietra e di ardesia, intrise di storia e dense della memoria di passi che un tempo calcarono certe ripide scale.
Semplicemente case di famiglie, di padri e di madri, di lavoratori e bottegai di Ponticello, buona gente che abitava là, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
Semplicemente genovesi e con tanto orgoglio, io credo.
E mi piace immaginare questi miei concittadini che nel passato abitarono in quelle strade perdute a pochi metri dalla dimora di Colombo e vicini alla porta della città sulla quale è affisso un marmo dove si leggono, tra le altre, queste parole:

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura,
tengo col mio valore lontani gli ostili colpi.

I colpi impietosi del piccone, invece, non risparmiarono le umili case: il Novecento portò la modernità e i grattacieli svettanti, a metà degli anni ‘30 questa zona subì sventramenti e demolizioni e divenne a poco poco come oggi noi la conosciamo.
Nel momento in cui fu scattata la fotografia che compare su questa cartolina c’era ancora vita fremente in quelle case antiche: c’erano pentole sul fuoco, panni da lavare, c’erano letterine di Natale e cassapanche, sedie impagliate e tovagliette di pizzo tenute con cura.
C’erano finestre spalancate, tetti spioventi, lenzuoli stesi, sospiri e battiti del cuore.

E poi la vita è anche un po’ strana, a volte: all’incirca nel punto dove oggi fa capolinea una linea dell’autobus in quel tempo lì c’erano i carretti trainati dai cavalli.
E c’era la recinzione di un cantiere: in quell’area verrà ricollocato l’antico Chiostro di Sant’Andrea e là ancora si trova, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
E c’era un evento imperdibile per i genovesi, lo vedete ben pubblicizzato sui manifesti affissi sulla palizzata di legno.
Vi si legge Maciste Innamuou e in italiano corrisponde a Maciste Innamorato, questo è il titolo di un film muto del 1919 di cui fu protagonista nel ruolo principale il genovese Bartolomeo Pagano, non so dirvi se il manifesto si riferisca a un adattamento teatrale o proprio a una proiezione di quel film.

Una gran pubblicità per uno spettacolo che avrà certo incuriosito molti spettatori, ci sono manifesti ovunque!
Intanto la vita scorre, lenta e calma, ognuno cammina verso la propria meta in un frammento di Genova che sta per cambiare aspetto.
E probabilmente, in quel momento, nessuno di loro lo sa.
Ci sono ancora quelle vecchie case, le botteghe minuscole, i profumi semplici della vita, i caruggi sempre veduti e vissuti.

Come ogni giorno.
Come in ogni attimo di certe vite trascorse all’ombra delle torri di Porta Soprana.

Vert’ige: l’atelier vegetale di Estefania

Gironzolando nei caruggi vi potrebbe capitare di fermarvi davanti a un delizioso negozietto che si trova in Via dei Macelli di Soziglia, in quella strada così amata che mi sembra di poter definire la rive gauche genovese perché tra le case alte di quel vicolo trovano posto sempre più di frequente botteghe di giovani creativi capaci di offrire nuove suggestioni.
In quel tratto antico di Genova c’è anche Estefania con il suo atelier vegetale Vert’ige.
Estefania è portoghese, ha esercitato la sua arte a Parigi e Roma, è un architetto con specializzazione in paesaggio e architettura bioclimatica, se passerete a trovarla scoprirete anche che è una persona solare e piacevole.

I doni della natura nelle sue mani diventano così preziosa materia per le sue creazioni artistiche.

Foglie e piante sono disposte in vasi o boccali, sotto campane di vetro che divengono originali complementi d’arredo, Estefania sceglie appositamente piante che non necessitino di molta luce o particolari cure e che siano così perfette per gli interni.
Nulla è lasciato al caso, le piante di Vert’ige sono disposte ad arte con la tecnica dell’ikebana e con gusto raffinato.

E sarà Estefania a spiegarvi con competenza la bellezza delle sue opere.

Vasi, vasetti, foglie, vita e creatività.

Questo negozietto è un elegante scrigno che vi invito a scoprire, qui troverete certo qualche vasetto perfetto per voi o per i vostri regali.
Nella foto sottostante, nella parte sinistra noterete un quadro, si tratta di una composizione costituita da vegetali stabilizzati con prodotti naturali, questo particolare e stupefacente processo rende le piante eterne.

Ci sono poi le piccole piante sospese avvolte in una magia di vetro dalla perizia di una vera artista capace di immaginare mondi e di catturarne la bellezza.

Con questa armonia che certo molti di voi sapranno apprezzare.

Questo negozio così particolare si trova in Via del Macelli di Soziglia 49r, in quella botteguccia che vedete a destra nella foto sottostante, il sovrapporta è giustamente decorato con foglie.
Là c’è il mondo bellissimo di Vert’ige, l’atelier vegetale di Estefania.

Quattro genovesi

Oggi vi presento ben quattro genovesi e direi che ognuno di loro segue le proprie inclinazioni e predilezioni, d’altra parte anche per noi è così!
C’è chi ama gli ozi beati e la dolce vita, i colori sgargianti e i profumi deliziosi della natura e allora si ne sta accoccolato vicino alle piante aromatiche, alle eriche e alle altre fioriture di stagione in Piazza Goffredo Villa.

C’è chi invece se ne intende di pitture, pennelli, carta vetrata e tutto quanto occorre per rendere più belle e accoglienti le case.
Seduto su un gradino nei caruggi, dalle parti di San Siro, con lo sguardo sveglio e le orecchie pronte all’ascolto.

Tra le mie passioni, come già sapete, c’è anche l’antiquariato.
Io amo gironzolare per bancarelle tra mobili vissuti, piatti di porcellana, cristalli lucenti, vecchie fotografie e romantiche cose del tempo andato.
E là, in Via Cesarea, ho incontrato questo tipetto vispo che teneva d’occhio i vari articoli in esposizione.

E infine rieccomi ancora nei miei amati caruggi e qui ho motivo di credere che si tratti di una celebrità cittadina nota a molti di voi.
In ogni caso per incontrare questo personaggio vi basterà passare in Via al Ponte Calvi e dietro a certe vetrine potrete ammirare una splendida collezione di macchine da scrivere d’epoca.
E troverete anche lui: in genere segue con grande interesse il viavai di turisti e genovesi nella città vecchia, in una certa circostanza ha persino alzato lo sguardo per osservare una certa balzana Miss che passava di lì armata di macchina fotografica.
Eccolo qui, uno dei tipi che si vedono nei caruggi di Genova la Superba.

Grigio di Via San Luca

E poi diverse tonalità di grigio nei caruggi di Genova, colori in armonia tra di loro.
Una mattina percorrendo Via San Luca, con passo lieve ma deciso, senza distrarsi.
Ed è grigio di muri, di pietre vetuste, di saracinesche, di marmi e di ardesia.
Ed è celeste polveroso nella gonna e nel velo e poi si aggiunge ancora una diversa sfumatura di grigio.
Tono su tono, passo dopo passo, in cammino nei carruggi di Zena.

Il gatto del melograno di Vico del Cioccolatte

Come di consueto io amo sempre rispettare i riti delle stagioni e quando arriva l’autunno è mia consuetudine andare al Carmine proprio per salutare certi alberi magnifici che crescono rigogliosi tra le case.
C’è un antico giuggiolo che dona il nome a una piazzetta, c’è anche un rigoglioso melograno che abita in un bel giardino ma protende i suoi rami su Vico del Cioccolatte.
Ed è una gioia arrivare al Carmine e vedere il grande albero così verde e generoso.

Quei rami forti fitti di foglie sono carichi di frutti succosi, i melograni si aprono spaccandosi e preannunciando così la loro dolcezza.

E mentre ero lì a fotografare questa meraviglia di stagione chi è spuntato dal muraglione di Vico del Cioccolatte?
Toh, che stupore!

Questo simpatico micio è comparso all’improvviso tra i frutti dell’albero gentile e così per me è diventato subito il gatto del melograno di Vico del Cioccolatte, è ovvio!
Uno sguardo da un lato e poi dall’altro, eccolo lì, attento e curioso.

E poi anche lui si accorto di me, caspita!
E mi ha guardata come dire:
– Ehi, ciao, cosa ci fai tu lì?

Poi forse deve essere subentrata una certa timidezza: noi liguri, si sa, siamo a volte un po’ ritrosi e il felino in questione non fa eccezione.
Uno sguardo, un movimento, il tipetto si è nascosto tra le foglie e poi è sparito oltre il muro dal quale si era affacciato.

E questa è una delle tante belle sorprese del Carmine, la storia di un gatto in autunno in Vico del Cioccolatte nella stagione del melograno.

Davanti alla casa di Santa Virginia Centurione Bracelli

Passo spesso in Via Lomellini, è un’antica strada molto amata che fu culla di molte appassionanti storie genovesi e ho già avuto modo di narrarvi alcune di esse in questo post scritto agli albori del blog.
Strada di patrioti e di fastosi palazzi nobiliari, Via Lomellini è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed è davvero ricca di tante bellezze che mai ci si stanca di ammirare.
L’altra mattina, passando da quelle parti, ho alzato gli occhi verso un certo edificio annoverato tra i Rolli di Genova.
Il palazzo un tempo appartenne a Giorgio Centurione, doge della Repubblica di Genova dal 1621 al 1623 e padre di Virginia, fanciulla generosa e dedita alla cura del prossimo, per le sue buone opere Virginia Centurione Bracelli è stata proclamata Santa.
E questa è una delle case dove lei visse, quando passo in Via Lomellini mi capita spesso di alzare lo sguardo verso questo edificio.

Di recente, con mio gradito stupore, ho notato una gradevole novità.
Sopra il portone è collocata una statua della Madonna con il Bambino, il tempo aveva posto un velo scuro su questo marmo ma, dopo un accurato restauro, la scultura è tornata al suo originario splendore.
Sotto l’immagine di Maria è scolpita una frase in latino: sub tuum praesidium (sotto il tuo presidio).

Quando passerete nei caruggi fermatevi anche voi ad ammirare questo edificio che ospita ancora oggi le Suore di Nostra Signora del Rifugio di Monte Calvario, l’ordine fondato da Santa Virginia.
In questo palazzo Virginia iniziò a prendersi cura dei più sfortunati, in questo palazzo sposò Gaspare Bracelli.
Qui trovate il mio racconto della commovente storia di Virginia e potrete vedere anche una fotografia del portale e della statua prima dei restauri.

Via Lomellini (3)

Ora il marmo è tornato al suo antico candore e si coglie ancor di più la dolce grazia di questa giovane mamma di nome Maria: lei custodisce la strada e la dimora dei Centurione, due grandi fiocchi decorano le due semicolonne che fanno da cornice alla figura di lei.
Amorosa regge il suo bambino, a guardarlo bene lui sembra proprio un piccoletto vivace e allegro.

I capelli mossi incorniciano il viso dolce della Madonna, i suoi tratti sono delicatamente regolari, ha occhi grandi e labbra a cuore, il suo piccolo Gesù è un bimbetto gioioso e tenero.
Amorevole vi osserva da lassù, dove sempre è stata, davanti alla casa di Santa Virginia Centurione Bracelli.

Una cornamusa nei caruggi

Sarà capitato anche a voi di sentire una cornamusa nei caruggi, no?
E non solo lì, a dire il vero, girando per il centro succede spesso di imbattersi in un talentuoso musicista che si esibisce con il suo strumento davanti agli occhi curiosi e meravigliati dei passanti.
E statene certi: sono davvero numerosi coloro che si fermano ad ascoltarlo.
Era un giorno di maggio e in Piazza Goffredo Villa echeggiava una certa melodia: a suonarla, abbigliato di tutto punto con kilt scozzese e come si conviene, ecco l’estroso musicista che ormai in molti conoscono.

In quell’occasione non ebbi modo di porgli qualche domanda, decisi così di attendere un nuovo casuale incontro per soddisfare la mia legittima curiosità.
Chi sarà mai questo sussiegoso scozzese che suona la cornamusa per le strade della Superba?
Ebbene, pochi giorni fa ho avuto la fortuna di rivederlo davanti alla Chiesa di San Pietro in Banchi e quindi eccomi qua a scrivere finalmente di lui.
Dunque, tanto per cominciare non è nato nella patria del tartan e whisky: il suo nome è Elio Ghelli e per la cornamusa nutre un’autentica passione.

Non è un musicista di professione e ha lavorato a lungo come tecnico di radiologia al San Martino.
Ha iniziato a suonare da ragazzo e il suo primo strumento fu il violino, mi ha detto che però non si sentiva particolarmente portato per suonarlo.
La cornamusa invece fu amore a prima vista e se avrete occasione di incontrare il Signor Elio anche a voi racconterà di aver imparato a suonare il suo adorato strumento da un maestro di Dundee e vi dirà anche che tutti i miglioramenti ottenuti li deve al suo attuale maestro di Genova.
Il suonatore di cornamusa dei caruggi è una persona davvero gioviale e socievole, suona per la gioia di genovesi e foresti e lo fa solo per amore della sua musica.

E certo, ha anche un gran numero di divise originali scozzesi, nulla è lasciato al caso!
E mi ha raccontato che a una certa ora se ne va al Porto Antico a suonare per le navi e i traghetti in partenza, pensate che bel ricordo regala a coloro che lasciano la Superba.

Ci siamo salutati qui, davanti alle scale di San Pietro in Banchi ed io sono molto contenta di aver fatto la sua conoscenza e da questa mia paginetta lo ringrazio per le note che diffonde per le strade di Genova.
Sapete, alla fin fine, a volte questa è una città davvero fantastica.
Grazie Elio, a presto!