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Posts Tagged ‘Cielo’

L’altro giorno scendendo verso il centro sono passata dal Carmine, ormai lo sapete, è una delle mie passeggiate preferite.
E così l’ho veduto, l’albero con i suoi rami carichi di fiori rosa si stagliava tra le case di Salita di Carbonara.
Qui, al Carmine, in questo fazzoletto di Genova dove il verde non manca, qui dove abita un grande melograno e un giuggiolo dalla storia centenaria, come natura vuole ognuno di essi ha la propria stagione.

Marzo di cielo di turchese e di rami generosi.

Il re di questo giardino è un pruno, in questi giorni sembra nel pieno della sua fioritura.

Bellezza vera, splendore di rosa.

Con i suoi rami protesi verso il cielo azzurro.

E poi, salendo verso San Bartolomeo dell’Olivella dove hanno casa gli ulivi ho trovato ancora fiori dalle tinte tenui, davanti a una finestra.

E corolle color del sole sopra una grondaia.

Pianticelle, foglie e panni stesi.

E fresie candide e profumate che si affacciano sulla creuza.

Ancora non è primavera ma al Carmine già ci sono i suoi colori e i suoi profumi.

Restano chiusi gli ombrelloni dalle tinte vivaci, presto verranno aperti per donare piacevole ombra.

E poi, qui, dove cammino sempre volentieri.
Una bamboletta, un cestino e altre sfumature di rosa.

Fanno capolino i rami spogli del giuggiolo.
E il cielo è così blu, sa essere così semplice e immediata la bellezza, naturale e viva.

Torno, torno sempre in Piazza della Giuggiola e ritrovo la consueta sinfonia di Genova.
Una Madonnetta, fili da stendere, una piazzetta che amo particolarmente.

E la pura freschezza degli agrumi.

A marzo, qui, limoni e panni stesi.

E ancora fiorellini e vasetti di coccio.

Non è ancora primavera ma si attende il suo arrivo con garbo, preparandole lo scenario, contribuendo a rendere questi luoghi ancor più incantevoli.

Siamo noi a dover portare un pizzico di fatata magia nelle nostre vite, secondo me certi sanno farlo meglio di altri.

Qui, a marzo, quando manca davvero poco alla stagione dei fiori: la si aspetta, seduti ad un tavolino in un giorno di sole, in Piazza del Carmine.

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A volte succede, in questa città: d’improvviso, come per incanto, ti ritrovi in un tempo sospeso che sembra appartenere ad un’altra epoca.
Mi è accaduto non tanto tempo fa, in Via Caffaro.

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Scendevo verso il centro, sotto il cielo blu, c’era persino il solito prodigio di riflessi su certi vetri.

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Poi, una breve deviazione, verso un tratto di strada che conduce alle spalle dei palazzi ottocenteschi di Via Caffaro.
Io sono sempre curiosa e poi lo so, in qualche modo riesco sempre stupirmi.
Uno squarcio di luce, scale.

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E vasi, piante, sullo sfondo un filo con i panni stesi.

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Uno strofinaccio a righe, una ringhiera sinuosa.

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Due casette per certi ospiti improvvisati ai quali certo non si può dire di no!

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Una serratura, una maniglia, una vecchia porta.
E l’immaginazione, quella fa sempre la sua parte.

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Un cancello, uno scorcio che non sembra così vicino a una strada trafficata.
Eppure.
Se non fosse per il rumore del traffico penseresti di essere finito in un altro tempo.

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Un gioco di ombre, un arcobaleno di mollette sospeso nell’aria.

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Porte.
E mi è venuta la curiosità di sapere cosa c’era qui in altri anni, avrei detto un’osteria con un gran via vai di gente, invece a quanto pare negli anni ’20 alcuni di questi locali erano occupati da un colorificio.
I luoghi cambiano, tuttavia alcuni conservano la loro anima e la loro autenticità.

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Mentre la vita si rinnova e gli alberelli si vestono di tenere foglioline.

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Oltre le scale, tra le case, dalle parti di Via Caffaro.

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Luci.
Luci spente, in una giornata luminosa.
Sospese sul mare e sul cielo.

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E sui tetti e sulle vele al Porto Antico, sul profilo della città vecchia.

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Fiori.
Ondeggianti, davanti a una persiana in Campo Pisano.

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E bolle, bolle di sapone.
Una, due, tre, è la magia di un artista di strada in Piazza De Ferrari.

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E poi, un leggero soffio di vento.
E le bolle si alzano tremule verso il cielo, è un gioco di colori e trasparenze.

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Spesso la bellezza è così, se ne sta racchiusa in un istante, in questa fragilità.

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E ancora luce.
Calda e avvolgente, crea un’affascinante atmosfera.
Il tavolino, i soprammobili, le scatoline di latta: è la vetrina di Bachelite, un negozietto di articoli vintage ai Macelli di Soziglia, una botteguccia che attira sempre la mia attenzione.

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E ancora petali.
Smarriti, perduti, alla ventura.

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E ancora bolle.
Fluttuano davanti alle finestre, si scontrano, svaniscono.

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E sole.
Brilla lucente tra le case, sfiora le ardesie e il campanile della Chiesa delle Vigne.

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Altrove un ultimo incanto.
Solo un raggio di luce, lambisce il muro e vi si posa.
Rimane a rischiarare un dettaglio di poco conto, difficilmente si potrebbe pensare che meriti di essere immortalato.
Se non fosse per il sole, se non fosse per la luce.

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Ieri pomeriggio, qui nei dintorni.
Impressioni d’inverno, stagione che per ora non ci ha regalato la neve, mentre invece sembra che la primavera sia davvero vicina.

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Gennaio.
E d’improvviso fiorisce la mimosa, si affaccia da un giardino sulle alture.

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E certi alberi sono carichi di colore.
Impressioni d’inverno e pappagalli posati sui rami, in certe mattine sono loro a darmi la sveglia, sono vicini di casa piuttosto rumorosi.

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E lentamente tutto muta.

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E cambiano le sfumature del cielo, ieri il sole se ne è andato infuocando l’orizzonte.

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E prima di lasciar posto all’oscurità la sua luce ha dipinto le nuvole.

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Dal celeste all’oro, con velature di rosa.

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Impressioni d’inverno, in un susseguirsi di tinte abbaglianti.

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C’era una piccola nuvola, non ne avevo mai veduta una così.
Affilata come la punta di una freccia, in mezzo al cielo.
Di due colori, rosa e grigio.
Tutto muta.
Come il tempo e le stagioni che cambiano.
Piano, così.

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Impressioni d’inverno e di un cielo che non si può raccontare, di una bellezza che non si può catturare in una semplice immagine.
E se ci pensi, accade una volta sola, nella storia del mondo.
Non ci saranno mai le stesse nuvole, uguali luci e identiche sfumature di colore.
Impressioni d’inverno, nel cielo di Genova.

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Accade sempre in questa stagione.
In inverno, in alcuni luoghi, vedi certe nuvole.
Mai uguali, inquiete, evanescenti.
Ne fotografai una simile in questo posto, in un altro inverno, ma in realtà tutte le nuvole sono diverse.
Alcune si posano, paiono scivolare giù dai gradini come acqua spumeggiante di una cascata.
Ed è un’illusione, un gioco di riflessi, lo osservo seduta nel gabbiotto della funicolare mentre le nuvole si riflettono sul vetro per poi lambire tutto ciò che si trova al di là di esso: le scale e i mattoni, il cancello e la ringhiera.
Si specchiano anche i rami nudi degli alberi.

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Un mondo sospeso e immaginato, tra cielo e nuvole.

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Aspettando.
Aspettando la funicolare, amica di tutti coloro che abitano su queste alture.
In un giorno di dicembre, con il cielo limpido, niente riflessi ma diverse sfumature di rosso.
Rosso è il cartello, rosse le foglie, rossa lei, la nostra funi.
A volte e così, soltanto rosso.

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Altre volte invece è una meravigliosa magia, una magia di nuvole.

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Celeste

Celeste calmo, dolcemente sfumato.
La superficie dell’acqua lievemente increspata, striature di azzurro, chiarore vibrante a diverse intensità.
Cielo di nuvole soffici appena spolverate di rosa.
Una partenza, una rotta, una meta.
Una danza di onde, il salino sulla pelle, il vento che soffia gentile.
Luci brillanti scintillano laggiù.
E a dire il vero non è poi così vicino, il mare.
Dal mio terrazzo vedo il porto e le gru, i profili dei palazzi, i gabbiani che si librano alti, la costa e l’orizzonte.
E seguo certi viaggi, talvolta.
Pochi giorni fa, dal mio terrazzo, così ho veduto il mare.
E sai, a volte sembra.
Sembra lontano eppure è così vicino.

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Accade sempre all’improvviso.
Uno sguardo verso la finestra e la mia Genova, là fuori.

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Così, all’improvviso, non ti lascia proprio il tempo di pensare.
E allora a volte mi precipito in terrazzo, magari in maglietta, in autunno, all’ora del tramonto.

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E il cielo ha i toni caldi soffusi d’arancio.

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Mentre il sole trionfa e disegna i contorni delle nuvole.

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Accade all’improvviso ed è uno scroscio di luce sopra la costa.

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E poi si placa e si attenua, mentre un volo di gabbiani saluta la fine del giorno.

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Altre volte, invece, è un incendio.

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E accade sempre così, rapido e inatteso.

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E dura poco, ti trattiene per qualche istante alla ringhiera, mentre il mare si tinge di rosa e il cielo diviene una tempesta di colori.

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Inquieto, imprevedibile, ammaliante.

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In certe sere, invece, il cielo è libero da nuvole, limpido e chiaro, c’è soltanto il sole che si posa piano sulla costa.

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E poi svanisce ed altre luci sfavillano brillanti.

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A volte solo una nuvola vaga resta sospesa sopra l’orizzonte.

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E il sole si nasconde là dietro, mentre spande tutto attorno il suo calore.

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E illumina il profilo delle montagne e si specchia nell’acqua del mare.

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E intanto ancora scende, segue il suo cammino.

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E poi si posa, lieve, mistero bello del mondo e motore della nostra vita.

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E ancora rischiara, in lontananza.

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Una bellezza che non sai spiegare, una meraviglia che non smette mai di incantarti.
E accade sempre all’improvviso.

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Chiarori d’autunno in una via del centro di Genova.
Ogni volta che mi capita di passare in Salita Santa Caterina lo sguardo inevitabilmente cerca le bellezze di Salita Dinegro, ieri mattina questi erano i suoi colori travolti da una luce brillante.

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Gradino dopo gradino, fino in cima.

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Mentre il sole accarezza i muri e ravviva i toni.

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Alle mie spalle lo scorcio di Piazza Rovere.

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E poi la luce proietta a terra un disegno perfetto dai contorni definiti.
Io amo seguire il sole su per queste strade, non sai mai cosa potrai trovare.

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E ancora si sale.

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E mi guardo indietro mentre un bagliore intenso scintilla sotto le persiane aperte e al di là delle ardesie.

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E alcuni vetri diventano una magia di riflessi.

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Sguardi severi vigilano su certi portoni.

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E il calore lucente accarezza questi magnifici scalini delle Superba.

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Su un terrazzino, avvinghiata ad una ringhiera, la bandiera di Genova attende la potente tramontana per sventolare libera nell’azzurro.

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Non sono l’unica a seguire il sole, in Salita Dinegro ho trovato una farfalla posata su un gradino.

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Un volo, un battito d’ali, la leggerezza.
Ho seguito anche lei, su e giù per la salita.

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Una farfalla di novembre in queste giornate di autunno inaspettatamente calde.

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E ritorno ancora sui miei passi, guardando oltre l’archivolto.
Tra giallo e ocra, questa è una delle più incantevoli prospettive genovesi.

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Ancor più bella quando il sole la illumina e la inonda con il suo brillante chiarore e scende giù, gradino dopo gradino.

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Preceduta dalla fama della sua bontà, celebre per le sue buone opere: così giunse a Genova in un giorno di settembre del 1376 Santa Caterina da Siena.
Proveniva da Avignone dove in quell’epoca era la sede papale, là Caterina si era recata come nunzia di pace in quegli anni tempestosi per la Chiesa, poco tempo dopo il Pontefice Gregorio XI compirà lo stesso percorso di Caterina lasciando Avignone alla volta di Roma.
Caterina è una giovane donna di soli 29 anni ed è una domenicana, insieme a lei viaggiano alcuni religiosi: uno di essi, Raimondo da Capua, scriverà le memorie di quei giorni.
Caterina, figlia di un tintore senese, rimarrà a Genova per circa un mese ospitata in una casa a breve distanza dalla così detta Croce di Canneto, così si chiamava il punto in cui Canneto il Lungo si interseca con Canneto il Curto.

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Ad aprirle le porte della sua dimora è una nobildonna genovese, il suo nome è Orietta Scotto ed abita in un edificio situato proprio all’inizio di Canneto il Lungo.
Una Santa nei caruggi, nelle strade che sempre percorriamo.

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Quanti genovesi di quell’epoca conoscono Caterina?
Quanti sanno di lei e della sua fede luminosa?
Sono tantissimi coloro che accorrono alla casa della Scotto per ricevere una parola di conforto e una preghiera da parte di Caterina.
Lei ascolta letterati e popolani, uomini di legge e gente comune, per ognuno la Santa di Siena ha una parola.
Le enfatiche cronache dell’epoca riferiscono anche di alcuni che la trattarono con tracotante arroganza e che furono per questo puniti dalla giustizia divina.
Gli storici riportano anche notizia di suoi miracoli, durante il suo soggiorno genovese salvò dalla morte due giovani del suo seguito che erano stati colpiti da tremende malattie.

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E giunse il 18 Ottobre 1376.
In quel giorno a Genova arrivò Papa Gregorio XI, venne ospitato nella dimora del Doge nella zona dalla Porta di San Tommaso.
Il Pontefice andò diverse volte in casa di Orietta Scotto, la Santa di Siena fu per lui un grande sostegno: come aveva fatto già ad Avignone, lo confortò sulla sua scelta di ritornare a Roma.
Anche Caterina partì da Genova e lasciò il ricordo di sé, scrisse poi una lettera alla nobile Orietta, naturalmente il suo contenuto riguarda la carità e l’amore verso Dio.
La casa che ospitò Caterina subì diversi danni quando il Re Sole fece bombardare Genova nel 1684, venne tuttavia ricostruita e su di essa fu apposta una lastra marmorea in memoria di Santa Caterina da Siena.
Se volete trovarla dovrete cercare il civico numero 6 di Canneto il Lungo: dopo l’insegna della macelleria alla vostra sinistra vedrete la lastra che racconta di lei e dei suoi giorni genovesi.

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La lapide è poco visibile, se non sapete della sua esistenza vi sarà difficile notarla, si perde in un’imprendibile prospettiva di caruggi.

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E non ci sono indicazioni che ricordino ai passanti di alzare lo sguardo per leggere di lei che in un giorno lontano venne in questa città.

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Nei secoli a seguire i discendenti di Orietta Scotto conservarono la devozione per Santa Caterina portandola anche lontano da Genova.
In Val Trebbia, a Gorreto, sorge lo splendido palazzo dei Centurione Scotto che furono appunto signori di questo luogo.

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E non è certo un caso che la chiesa del paese sia dedicata proprio alla Santa di Siena.

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Tornando invece nel centro storico di Genova troverete un’altra testimonianza dell’affetto di questa famiglia per Caterina.
Dovrete recarvi in San Siro, un tempo cattedrale della Superba.

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Tra le molte cappelle appartenenti alle blasonate famiglie genovesi una è dedicata alla Santa di Siena ed è proprio la Cappella della famiglia Centurione.
Il dipinto che si trova sull’altare è opera di Cesare e Alessandro Semino e immortala lo sposalizio mistico di Caterina.

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Lei è ritratta nel suo candore, nella sua lievità di giovane donna dal cuore devoto.

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Giunse anche qui, in queste strade di botteghe e di profumi, nei vicoli dove le altezze racchiudono i respiri e le voci di Genova.
Ospitarono anche lei, figlia di Dio e della terra di Toscana, per sempre Santa, una ragazza di nome Caterina.

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Grigio.
Sfumatura di nuvole, iridescenza di conchiglia, a volte mare inquieto.
Indefinito e indicibile, come le risposte che non sai trovare, come quei pensieri incerti che restano in una parte nascosta di te, nella tua zona d’ombra.
Ma poi.
Basta un colpo di vento, sai.
E un cielo turchese e tutte le declinazioni del grigio.

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Elegante, essenziale, riflesso d’argento.

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Grigio di metallo, casa improvvisata di timidi fiorellini.

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Tono della vita di una delle ultime coraggiose farfalle: lei non vuole arrendersi all’autunno e alla sua aria frizzantina, rimpiange già il tepore dell’estate.
L’ho trovata una mattina, quasi intirizzita, posata sulla zanzariera.
Fragile, così.

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Grigio chiaro, di lacca, nel misterioso silenzio di una porta chiusa.

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Una tenda abbassata, la luce fioca di un lampione.
E soltanto diverse vaghezze di grigio.

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Organza sottile, bianca e rosa, un refolo d’aria e un improvviso movimento.
Delicatezza di perla in una sola prospettiva.

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Grigio.
Di nubi gonfie di pioggia, di temporali, di mutamenti di stagione.
Ma poi.
Basta un raggio di sole che si posa sul mare, sai.
E tutto si rischiara e si illumina, in certe radiose declinazioni di grigio.

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