La leggerezza di un angelo

Così si avvicina, piano.
Con questa dolcezza si approssima alla porta che racchiude respiri e misteri e che si apre sull’eternità.
Così resta il dolce angelo posto sulla tomba della famiglia Dassori, la scultura risalente al 1906 è opera di Luigi Beltrami ed è collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Così la creatura celeste si accosta con grazia all’uscio chiuso.

È un angelo etereo, così sottile e leggero, la sua veste cade con quei drappeggi sulle sue membra, le ali grandi sono la sua forza e la sua bellezza.
Con una mano regge un lembo dell’abito, il suo sguardo vede oltre e verso l’ignoto.

La sua postura, poi, è una sorta di gioco di curve dal quale si percepisce un senso di assoluta lievità e di splendida armonia.

I capelli cadono morbidi sul suo collo, gli occhi paiono cercare ciò che lo sguardo umano non sa vedere.

E così rimane, davanti alla porta, nell’inesplicabile mistero dell’eternità l’angelo affabile, così dolce e così lieve.

Tomba Giazotto: l’assenza e la preghiera

Così restano, nella quiete e nel silenzio, le due dolci figure che vegliano sull’ultima dimora di Giovanni Giazotto: il cippo è opera dello scultore Giovanni Scanzi, risale al 1898 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Con la consueta maestria Scanzi ci ha restituito un capolavoro di mirabile bellezza: occhi smarriti cercano il cielo e la misericordia divina, le mani sono giunte in una struggente preghiera.
E in quello sguardo rivolto all’infinito e all’eternità si leggono speranza e al tempo stesso rimpianto.

Qui dorme il suo sonno eterno un padre di famiglia rammentato per le sue umane virtù e per le doti del suo animo nobile.
Visse 60 anni, ahi troppo poco: così si legge sulla lapide e questo grido di dolore risuona ancora in memoria di quell’assenza mai colmata nelle vite di coloro che avevano nel cuore Giovanni Giazotto.

Una moglie e una figlia rimaste senza il suo sostegno e senza l’affetto di lui.
In questa sua opera Scanzi rappresenta in modo magistrale quel senso di perdita e di tristezza che trova conforto nella preghiera e nella supplica, nel ricordo e nella dolcezza del legame che non si scioglie e va oltre la morte.

Ed è per il defunto il fragile fiore tenuto tra le dita sottili.

Così si raccontano l’assenza, la preghiera e la ricerca di conforto.
A volte poi la luce così cade e sfiora quei volti gentili, illumina le palpebre, i capelli morbidi e le labbra serrate nell’aggraziata bellezza catturata nel marmo dal talento di Giovanni Scanzi.

La preghiera di una bimba

A mani giunte, silente.
Il visetto dolce, il profilo delicato, la bocca rosea corrucciata, lo sguardo fisso nei ricordi e nelle sue tenere memorie, i boccoli lucidi che cadono sulla sua schiena.
Così effigiò questa bimba lo scultore Giacomo Moreno nel 1878, l’immagine di lei è posta sul cippo funebre di quel padre troppo presto perduto e il dolore della bimba narra la sua affranta e desolata solitudine.

L’opera, collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, così ci mostra la piccola orfana vestita con l’abito il fiocco grande e le maniche con i pizzi.

Di lui e delle sue terrene virtù si legge sulla lapide in sua memoria dove si elogiano l’industriosità e l’onesta operosità del defunto, rimpianto dalla povera vedova rimasta sola con la sua bambina.

Ed è ancora lei, la piccolina, ad onorare la memoria del suo adorato babbo.

Raccolta in una preghiera semplice, colma di fede, speranza e fiducia.

Nei suoi giorni di bimba, nei quali così ancora a noi si svela, nella penombra del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Genova, 14 Agosto 2018

La sera prima.
I bagagli pronti, crema solare, occhiali da sole, sorriso in tasca.
La sera prima, domani la partenza.
Domani, parola straordinariamente melodiosa a pronunciarla a voce alta.
Domani, una musica.
Domani poi diventa oggi ed è la vigilia di Ferragosto. Una pioggia che sembra novembre.
Allora dai, tu mentre guidi pensi che in fondo pazienza se per te invece le ferie sono ancora lontane.
Arriveranno, basta aspettare.
E intanto piove.
Ed è la vigilia di Ferragosto.

E ci sono padri, madri, bambini, coppie di fidanzati, gruppi di amici, gente che semplicemente va a lavorare.
E ci sono abbracci, risate, sonnellini durante il viaggio, mani che si stringono.
La sera prima.
E pensa a tutto quello che si pensa il giorno prima di un giorno qualsiasi o di un giorno importante, pensa all’idea che hai del tempo che verrà e di quello che ancora non si sa progettare.
E intanto hai tutto il tempo del mondo davanti.
E poi arriva la vigilia di Ferragosto.
E una furia di acciaio e cemento trascina via i tuoi sogni, le tue speranze, ti schianta il cuore, ti spezza il fiato e tu vedi, senti, per qualche istante e non riesci neanche più a respirare.
E piangi e piove e non smette mai.

Cimitero Monumentale di Staglieno
In memoria delle Vittime del Ponte Morandi

Monumento Campostano: la grazia di Maria

Ha una dolcezza particolare la figura della Madre di Dio che così custodisce l’eterno sonno dei coniugi Campostano, ritta sulla tomba volge lo sguardo al cielo e all’eternità.
Il monumento è l’opera magnifica dello scultore Antonio Rota, si tratta della sua ultima opera collocata al Cimitero Monumentale di Staglieno e situata nella Galleria Frontale Settore A.

Un volo di angeli ai piedi di Maria, una dolcezza senza fine nei gesti e nella grazia di Lei.

Le mani affusolate, i tratti sottili, il velo sul capo, la pura beltà e quegli occhi rivolti verso la luce divina in questo mistero inesplicabile.

La lapide rammenta ai posteri le doti di Francesco e Maddalena, gli sposi che qui riposano e che si distinsero in vita per lealtà, gentilezza di cuore e ricerca del vero e del bene.

La Madonna scaturita dalle abili mani di Antonio Rota così resta nel luogo dell’ultima unione dei coniugi Campostano.
Lei stringe il suo piccolo Gesù e accoglie, custodisce nella luce dell’amore di Dio.

Ed è un capolavoro di grazia, dolcezza e amorevole cura, così la scolpì e la immaginò il talentuoso artista Antonio Rota.

Un ragazzo di nome Amedeo

Questa è una piccola storia, una vicenda perduta in un tempo distante.
Questa è la piccola storia di un ragazzo di Genova e credo che sia giusto raccontarla.
Si visita il Cimitero Monumentale di Staglieno per le sue opere di celebri e abili artisti, per quelle struggenti sculture che toccano le corde dell’anima, ci si reca sotto i porticati in cerca di illustri genovesi del passato, di eroici personaggi storici e di personalità che hanno lasciato una traccia indelebile.
E tuttavia ogni persona che attraversa uno scorcio di mondo lascia comunque il proprio piccolo segno anche se noi, a volte, ne perdiamo il ricordo.
E questa è proprio una di quelle storie: la storia di Amedeo Fasce.
Amedeo ha 18 anni, è un ragazzo vigoroso e dedito al lavoro, l’ho immaginato con un ciuffo ribelle, le guance arrossate e il lampo della sua gioventù nello sguardo.
E le gioie di Amedeo quali saranno state? Forse un amore appena sbocciato, forse la passione per la natura o per il mare, forse semplicemente la felicità di essere vivi.
Amedeo fa il muratore, il suo mestiere è impegnativo e faticoso, il giovane si sveglia di buon mattino e ogni sera si porta a casa la sua sudata stanchezza.
Fino a quel 25 Giugno del 1908, il suo giorno fatale.
E di certo qualcuno sarà accorso alla casa dei suoi genitori ad avvisare quella povera madre di ciò che era accaduto al suo ragazzo: una disgrazia terribile aveva spezzato il suo respiro.
Amedeo lavorava proprio là, al Cimitero Monumentale di Staglieno, era impegnato in certi lavori nella Prima Galleria Frontale a Ponente.
Ho trovato un trafiletto, una notizia riportata sul quotidiano Il Lavoro, dove si riferisce che il giovane cadde da un ponteggio e così perse la vita.
La sua famiglia volle che Amedeo riposasse nella Galleria di Staglieno dove il giovane lavorava, forse con un certo orgoglio.
E tutto questo si legge sulla lapide scolpita in sua memoria.

Amedeo Fasce
Umile muratore diciottenne addì 25 Giugno 1908
colpito da mortale infortunio nei lavori di questa galleria
per volontà dei genitori qui riposa
perenne esempio di sacrificio e di amore
alla famiglia

Ci sono certe piccole storie sulle quali il tempo posa il suo velo, rendendone opaca la memoria.
Ognuna è un tassello, un istante, un anello della catena della nostra umanità.
Con un gesto leggero ho provato a rimuovere metaforicamente la polvere che copriva il ricordo fragile di un ragazzo che perse la vita nell’esercizio del suo lavoro.
In quella galleria che egli percorse e dove ancora si legge il suo nome: ad Amedeo Fasce, umile muratore diciottenne.

Francesco e Teresa Maina: per l’eternità

Così restano effigiati, in un tempo diverso da quello che essi vissero, i coniugi Francesco e Teresa Maina: le loro sembianze ci vengono restituite grazie al sapiente talento dello scultore Lorenzo Orengo che con la consueta cura scolpì nell’anno 1893 questo cippo funebre che si trova nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
L’opera è stata restaurata in tempi recenti e si può così ammirare nella sua autentica bellezza.
Eccola Teresa, così mirabilmente ritratta, nel suo lutto composto e in quella devozione di sposa che volle lasciare come suo ricordo.

Con il suo abito ampio, Teresa tiene tiene stretta tra le mani una ghirlanda di fiori per quel suo consorte tanto amato.

Ed ecco il suo Francesco, serio e austero, la bravura dell’artista ci ha lasciato questi ritratti realistici quanto una fotografia.
E così, a osservare i coniugi Maina, mi pare quasi di vederli insieme, a passeggio per le vie della Superba che fu scenario della loro esistenza.

Il pizzo raffinato copre il capo di Teresa, cade così sulle sue spalle e sulla sua desolata solitudine.

Il dolore, la memoria, il ricordo dell’affetto vengono così rappresentati nel candido marmo e Orengo narra secondo canoni precisi la tristezza della sposa che ricorda il compagno dei suoi giorni felici e per lui versa le sue lacrime.

E a lui dona questi fiori fragili come la vita e profumati di amore, sono margherite e boccioli di rosa e tenere foglioline verdi.

Con gli occhi chiusi, in una preghiera intensa e confortatrice, in un pensiero che supera i confini del tempo: a Francesco Maina dalla sua Teresa, per l’eternità.

Ricordando Gilberto Govi

È una palazzina che si affaccia su un curva vertiginosa in una delle vie della nostra Genova in salita, poco distante dalla Stazione Principe.
Forse non tutti sanno dove si trovi la casa natale di Gilberto Govi e siccome è piuttosto facile trovarla allora vi porterò là al cospetto di quell’edificio dove nacque il caro e mai dimenticato Gilberto al quale tutti noi vogliamo sempre bene.

Io in particolare lo ringrazio per tutte le belle risate che mi ha regalato con le sue gustose commedie, rivederle è sempre un momento di gioia preziosa, so che molti di voi la pensano esattamente come me.
Il grande Gilberto nacque il 22 Ottobre 1885 in una casa sita in Via Sant’Ugo 13.

E sapete, ogni volta che passo da quelle parti mi scappa sempre qualche sorriso e penso che se abitassi lì o se per caso dovessi entrare in quell’edificio varcando il portone mi verrebbe naturale uscirmene fuori con certe sue celebri frasi o alcuni passaggi tratti dalla commedia I maneggi per maritare una figlia, come ad esempio: E bravo Cesarino che è venuto in campagna con le braghe dell’anno passato!
Ah, chi se lo dimentica quel capolavoro, riporto qui per l’occasione un’immagine scattata nel 2016 alla bella mostra allestita alla Loggia di Banchi a cura del Museo dell’attore.
Tra le altre cose c’era esposto questo pannello con una scena della commedia e con il famoso gipponetto dell’epica scena di gassetta e pomello che tutti ricordiamo a memoria.

Sulla casa natale di Gilberto nel 2001 è stata apposta una targa in memoria di lui e della sua grandezza: Govi merita questo e altro, lui diede grande lustro alla genovesità e al nostro dialetto.

Gilberto Govi lasciò le cose del mondo il 28 Aprile 1966.
Riposa accanto a sua moglie Rina in una tomba che si trova nel Porticato Sant’Antonino al Cimitero Monumentale di Staglieno.

Sulla sua tomba sono poste alcune maschere del teatro, sono le maschere della commedia e della tragedia opera dello scultore Guido Galletti e omaggio al grande talento di di Govi.
In ricordo di lui che a noi continua a regalare risate e buon umore.
E noi, carissimo Gilberto, continuiamo ad essertene grati e a portarti nel nostro cuore.

Una piccola luce

In questo silenzio, nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
L’opera dello scultore Filippo Giulianotti risale al 1885: ad adornare il luogo dell’eterno riposo della Famiglia Conti è una figura femminile dolcemente assorta e posta così a custodia dei defunti.
Molto sovente la abbraccia l’ombra ma in un pomeriggio di primavera ecco a sfiorarla una piccola luce.
Si è posata così, con tale grazia, sui capelli della giovane, sulle sue palpebre frementi, sulle labbra sottili, sul suo viso dolente.
Così l’ho osservata e poi, piano, anch’essa è svanita: era una piccola luce di mistica meraviglia.

I pensieri del piccolo Giambattista

Di lui è rimasta per certo un’immagine dei giorni della sua infanzia e ad osservare l’opera nella quale egli è ritratto sorge spontaneo chiedersi quale destino abbia poi incontrato questo bambino e quali fossero i suoi pensieri.
Il suo nome è Giambattista e così lo si vede, affranto e dolente, nella scultura che adorna il cippo marmoreo posto sulla tomba di suo padre Michele Marré.

Eccolo questo papà troppo presto presto perduto, ha il volto serio e amorevolmente bonario.
L’opera è collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, a scolpirla con mirabile cura fu Giovanni Scanzi nel 1884.

La scultura fu commissionata dall’Avvocato Angelo Marré, con tutta evidenza si trattava di un parente stretto del defunto.
Il fatto che non risulti in nessun luogo il nome di una vedova mi induce a supporre che il piccolo Giambattista in quell’epoca non avesse più nemmeno la mamma: chiaramente non è una certezza ma soltanto una mia personale deduzione alla quale sono giunta osservando il complesso dell’opera.

Il piccolo invece è figura presente e viva della quale si vuole lasciare memoria anche nell’iscrizione incisa nel marmo a ricordo del padre Michele.

Nel progetto iniziale dell’opera Scanzi aveva ritratto il bimbo con un libro nella mano mentre nella realizzazione della scultura pose invece tra le dita del bimbo un cappellino.
La luce così sfiora la sua giacchetta e le sue fattezze di fanciullino.

Lui porta gli stivaletti alla caviglia chiusi da una fila di bottoncini, altri piccoli bottoni tondi sono sui suoi pantaloni.

Questo piccolino visse in un’epoca diversa dalla nostra e ancora così lo vediamo in un momento di grande difficoltà per lui.
Nei suoi occhi e nella sua mente si celano i suoi dolci pensieri di bimbo, le sue nostalgie e il rimpianto di quell’affetto perduto.
Ancora aggi il nostro sguardo trova il visetto dolce del piccolo Giambattista così come lo ritrasse con il consueto talento lo scultore Giovanni Scanzi.