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Posts Tagged ‘Cimitero Monumentale di Staglieno’

Immobile

L’ho veduto più di una volta e so che lo incontrerò ancora.
Sotto al porticato oppure in una galleria deserta.
Ospite silenzioso, schivo e discreto, con il suo passo lieve.
E a volte si ferma, tra la luce e l’ombra, tra gli angeli e i candelabri, tra i marmi sui quali si è posata la polvere del tempo, tra i nomi sbiabiti e le vite ormai dimenticate.
Resta.
Immobile, per qualche istante.

Cimitero Monumentale di Staglieno

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Due creature celesti sono accanto a lei, due angeli custodiscono una giovane donna di nome Enrica Canale vissuta appena 44 anni.
Lo splendido monumento è opera di Vittorio Lavezzari ed è Ferdinando Resasco a scrivere che il soggetto di questa scultura è “La preghiera degli angeli”.

Quanta grazia in questi loro gesti, nella complessità di un mistero che non si sa comprendere.
E poi la luce, ieri mattina.
Si è posata per qualche istante sul volto bello di Enrica, sul manto che ricopre le sue fattezze senza più forza, sulle mani dell’angelo giunte in preghiera.

Gli angeli hanno tratti perfetti e pensieri infiniti.

E sguardi amorevoli e misericordiosi.

Le dita si sfiorano, in questa preghiera silenziosa.

Gli angeli hanno gli occhi chiari, colmi della luce dell’eternità.

E quella luce si posa sui capelli sciolti sul cuscino, sulle palpebre ormai chiuse, sulle labbra senza più respiro.
Resta sul viso di lei, lei che stringe al petto un Crocifisso, con i suoi sogni perduti del tempo che non è più.

E l’ombra avvolge l’angelo mentre la luce salvifica scende ancora e rimane ad accarezzare il dolce viso di Enrica.

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La signora porta sul capo un velo di pizzo.
Assorta nella sua salda fierezza, sembra immersa nei suoi ricordi.
Con il pensiero ritorna ad un altro tempo e ai giorni delle sue gioie, nel luogo di tutti i silenzi resta tra le dolci memorie e le preghiere.

Stringe in una mano il suo rosario e forse a lei non importa che il suo velo appaia sgualcito e rovinato dallo scorrere degli anni.
Il tempo per lei non ha più alcuna importanza.

Sono capitata davanti a lei, nel luogo dei mistici silenzi, in una mattina d’inverno, era febbraio.
E la signora, nella sua quieta attesa, non era sola.

Custode del suo passato e dei suoi affetti, assisa sui giorni che non sono più.
Distratta dalla sua malinconia, avulsa dalle cose terrene.

E a volte, in certe quiete attese senza solitudine, c’è qualcosa che non si può comprendere.

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Così puro e casto, un bacio innocente.
Un’armonia di gesti, le mani si toccano e le labbra si sfiorano.
Ad occhi chiusi.
Un palpito, un battito.
Un vento lieve smuove piano le vesti, fremono i cuori.
Un respiro, un dolce bacio.

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Una farfalla.
Una farfalla molto speciale e non soltanto per la sua lieve leggiadria.
L’ho incontrata domenica mattina, sotto il sole caldo di giugno, nel luogo dove non mi è mai capitato di vederne.
Stavo camminando lungo un ampio e assolato viale del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Un battito d’ali, tra il verde.
E l’ho veduta, creatura aggraziata, piccola vita palpitante.

Sui petali rosa, incantevole visitatrice della bella stagione.

Mentre la luce illuminava le sue ali di seta e quel disegno minuzioso, i suoi colori chiari e delicati.

È rimasta solo qualche istante, adagiata sui fiori.
Fragile bellezza, fremente di vita nel suo perfetto splendore.

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La statua che ritrae Maria Brignole Sale è proprio di fronte al Galliera, l’Ospedale che lei fece costruire per la sua città.
Questa è una delle sue buone opere, la Duchessa di Galliera lasciò a Genova i suoi palazzi e le opere d’arte che oggi sono il vanto dei Musei di Strada Nuova, Maria donò a noi le sue ricchezze.
Diede mandato a Cesare Parodi di progettare l’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni, a lui diede l’incarico di edificare l’Ospedale di Sant’Andrea, il nostro Galliera.

Quando lei lasciò le cose terrene si volle ricordarla con questo monumento dove viene ritratta in tutta la sua dolce bontà.
Assisa, quieta e benevola, munifica benefattrice.
Indossa un abito ricco e raffinato, sul suo petto cadono diversi fili della stessa collana.

Autore di questo monumento è Giulio Monteverde, valente scultore al quale si devono molte celebri opere collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Monteverde pose la sua firma anche sul monumento del marito di Maria Brignole Sale, Raffaele De Ferrari, colui che come la sua consorte si distinse per generosità.
Il monumento a De Ferrari attende ancora una nuova collocazione, quello di Maria svetta invece sotto il cielo blu di Carignano.

Quanto dolore attorno a lei, quanta vita temprata dalle difficoltà ai piedi della nobildonna.
C’è un uomo spossato con una stampella.

Una giovane madre stremata dalla sofferenza sembra quasi non avere più forze ma tiene caparbiamente a sé il suo bambino piangente.
Saldo e sicuro, a sovrastare tutti loro, un angelo.

Un angelo pieno di grazia dai tratti perfetti, creatura celeste scaturita dal talento di un abile artista, gli angeli di Monteverde hanno una particolare bellezza, il più celebre custodisce il sonno della famiglia Oneto.

Questo gruppo scultoreo pare avere, nella mia opinione, una sorta di vitalità che si coglie nei gesti, negli sguardi e nelle posture.
L’angelo ha le grandi ali aperte e volge il viso verso Maria.

Pare quasi, almeno a me, che tra i due ci sia un dialogo, lui sembra volgere gli occhi verso di lei e pare dirle: guarda quanta umanità dolente è stata affidata alla tua bontà, guarda quanto bene hai fatto ai tuoi simili.

E lei sembra rispondere con quella dolcezza che traspare dai suoi occhi.
Caritatevole, generosa e indimenticabile benefattrice.

Sulla base del monumento sono incise parole che ricordano la grandezza della Duchessa di Galliera, alle spalle di lei c’è l’edificio che testimonia la sua munifica generosità.
Tra cielo e terra l’angelo giovane dalle fattezze sublimi protegge l’umana fragilità, la mostra e la affida a colei che dona salvezza, cura e accudimento.

Attorno al monumento si aprono boccioli profumati.

Sono le Rose Duchessa di Galliera e sono state create appositamente per lei che amava tanto questi fiori, i giardini di Maria Brignole Sale erano un trionfo di rose, ora questi petali delicati circondano la sua figura.


Nobile di animo e attenta alle esigenze dei meno fortunati, ha lasciato una traccia indelebile nella sua città e ancora adesso tutti noi dovremmo esserle grati.

L’angelo è chino ai suoi piedi, con quella grazia per la quale non si trovano parole adatte, si può solo ammutolire davanti alla gloria della bellezza, si può solo restare incantati a guardare.

E poi gli occhi trovano il volto sereno di lei, quel suo sorriso dolce e materno.
È la bellezza della generosità per sempre impressa sul viso di Maria Brignole Sale.

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Con quella grazia lieve.
Nobile, eterea e mistica beltà, sospesa nello spazio dell’incomprensibile.
Là, in un tempo senza tempo.

Un manto, un orlo delicato che stringe la vita.
Come se fosse impalpabile, sottile e leggero.

Un gesto.
Le braccia protese in un inspiegabile equilibrio.
Come se trattenesse il respiro, come se ripetesse dentro di sé una dolce preghiera.

Una visione.
E ti sembra di cogliere una sensazione di movimento, l’angelo veglia solenne e vigila sugli istanti perduti, custodisce la fragilità.

Come se un vento fresco sfiorasse quei tessuti, come se accarezzasse quelle dita sottili.
Salvezza, verità e purezza.

Il suo viso.
E i boccoli che cadono sulla fronte e sul collo.
Il suo sguardo dolce, benevolo e saldo.
Fisso sull’eternità.

Sublime creatura celeste, angelo incantevole nella sua lievità.

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C’era un tempo il Ponte Pila, il ponte che non esiste più si trovava su quella parte del Bisagno ora coperta da un’ampia strada: l’acqua fluiva e separava l’attuale Corso Buenos Aires da Via Cadorna, in quel tratto c’era il Ponte Pila.
Come sempre ne scrive con precisione il solito fidato Amedeo Pescio e narra che nei secoli venne più volte ricostruito non sempre nel medesimo punto.
Narra anche che poi venne denominato Ponte Pila quello che era noto come il Ponte di Santa Zita in quanto Borgo Pila comprendeva anche la zona circostante la chiesa di Santa Zita.
Il ponte, scrive Pescio, subì nei secoli diverse rovine, nel 1780 crollò e così quelli che stavano al di là del Bisagno dovettero servirsi di piccole barche per raggiungere Genova.
E poi ancora, fu sempre la piena del Bisagno a travolgere il ponte e a causarne la distruzione alla fine del ‘700 e nel 1822.
Venne nuovamente ricostruito, era fondamentale per le zone del levante.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Poi giunse il nuovo secolo con nuove esigenze, alla fine degli anni ‘20 si ultimò la copertura del Bisagno e così il ponte svanì dalla prospettiva di Genova.
Tuttavia non tutte le sue parti sono andate perdute, le ringhiere e i lampioni disegnati da Gino Coppedè hanno avuto una nuova destinazione.
Sono stati infatti collocati sempre sul Bisagno, sul ponte dedicato allo scultore Giulio Monteverde di fronte all’ingresso principale del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Questi lampioni sono per me dei veri capolavori.

E ad essere sincera a volte mi sembra che in questa epoca non sia così comune progettare bellezze armoniche e così perfette, forse sbaglio, forse è solo il mio gusto personale.

Lo stesso vale per le ringhiere con i loro raffinati decori, io le trovo davvero belle.

Genova ottocentesca ancora ci circonda con le sue architetture.

Osserviamo il passato e il presente, troveremo delle differenze e qui ringrazio i miei amici Eugenio Terzo e Giancarlo Moreschi per il cortese prestito delle splendide immagini antiche.
Là sorgeva il Ponte Pila attraversato da carri con le ruote cigolanti, qualcuno andava di fretta, altri si fermavano pigramente davanti alla ringhiera ad osservare il panorama.
Cosa si nota sullo sfondo?
La stazione Brignole e dietro di essa la bella villa dell’Ingegner Cesare Gamba, oltre ancora la città che si arrampica sulle alture.

E cosa si nota in primo piano?
Osservate bene l’immagine antica: ai nostri tempi le lampade sono ospitate in dei globi, all’epoca invece quella parte del lampione era ben diversa.
E sebbene gli attuali non mi dispiacciano, penso che sarebbe sempre meglio rispettare il progetto originale, è solo la mia modesta opinione naturalmente.

Decori, teste leonine, un lavoro molto raffinato.

E una luce che si accende sul tempo svanito.

A volte non si notato i dettagli, a volte i dettagli si perdono nella visione d’insieme e non facciamo caso a ciò che invece dovremmo vedere.

Questo ponte è collocato in una zona piuttosto trafficata e naturalmente lo si attraversa, tuttavia è cambiata la nostra maniera di vivere la città, è mutato il nostro modo di percorrerla e di sentirla.
Il tempo scorre veloce, il progresso cambia le nostre abitudini e noi ci adeguiamo ad esso, è anche normale che sia così.

Noi però cerchiamo qualcuno che sappia condurci in quell’altro tempo, qualcuno capace di narrare e di mostrare ai nostri occhi increduli ciò che non ci è stato concesso di vedere.
Ed è quasi sera, sul Ponte Pila.
C’è un uomo che osserva, non rimarrà sconosciuto.
La prospettiva non è poi tanto mutata ma c’è una differenza: lui guarda Genova dal Ponte Pila, da quel ponte che noi non possiamo percorrere.
Ed è cambiato anche il ritmo delle nostre esistenze, ora è più frenetico e veloce.
Rimbombano i passi sul ponte, è la vita che scorre tra pensieri, incombenze del quotidiano, progetto forse irrealizzabili.
Camminiamo tra la folla di genovesi che attraversa il Ponte Pila.
C’è una signora elegante, si ripara dal sole con un ombrellino chiaro, c’è anche una giovane fanciulla, si volta indietro a guardare.
Posiamo la mano sulla ringhiera, come farebbe lei.

Ed è estate.
C’è un uomo che osserva, non rimarrà sconosciuto, è un poeta, il suo nome è Camillo Sbarbaro.
Ed è lui a portarci là, a guardare il tramonto in una calda e languida sera genovese.

“D’estate si assiste da Ponte Pila al più superbo avvento della notte.
Bisogna attendere, volti al cuore di Genova, all’ora che la riga di rossi vapori all’orizzonte o la fulva mole della nuvola sospesa, che compendiano il tramonto in città, principiano a perdere il loro lume.
Già la prima sera lagrima oro; sbiadito oro di lampioni a gas che l’uomo della pertica va accendendo per Via dell’Edera, tra le aiuole di Piazza Brignole…
I palazzi ghermiti dall’ombra incupiscono le facciate. Il cielo diventa di stagnola.
Quand’ecco fuoco s’appicca da un capo all’altro: tramuta in braciere, lassù, Piazza De Ferrari, in pozzi di luce le strade.
Scampano dal fuoco, tintinnando, coronati di tizzi i carri elettrici: e la folla che si riversa ha negli occhi o nelle chiome impigliata qualche scintilla dell’allegro incendio.”

Camillo Sbarbaro da La Gazzetta di Genova
tratto da Ma se ghe penso…
Realizzazione Grafica Artigiana 1972

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Accadde qualche tempo fa, al Cimitero Monumentale di Staglieno io osservo anche le tabelle, non soltanto i monumenti, a volte il passato riemerge e si svela.
E questa è la memoria di lui, Cesare Parodi, ingegnere architetto, basti il nome a ricordo delle opere e delle virtù.

In realtà mi sembrava di conoscere il suo nome ma in quel momento non mi è proprio venuto in mente a cosa collegarlo.
E tuttavia sulla lapide in ricordo della sua esistenza terrena c’è un indizio evidente e osservando con attenzione mi è parso proprio di riconoscere quella costruzione.
Opera di Cesare Parodi, architetto ed ingegnere.

Una volta venuta a casa ho cercato tra i miei libri un valido riscontro: la prospettiva che appare sulla tomba è esattamente quella dell’Ospedale di Sant’Andrea e cioè il Galliera.
Come tutti i genovesi dovrebbero sapere, l’Ospedale venne edificato grazie alla generosità di Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera, fu lei ad affidare a Cesare Parodi la progettazione.

Su Cesare Parodi troverete molte notizie nel prezioso volume da me consultato, L’Ospedale della Duchessa a cura di Ennio Poleggi ed edito da Sagep nel 1988.
E allora vi presento questo stimato protagonista dell’Ottocento genovese, certo non potrò farlo con la competenza e la dovizia di particolari del compianto professor Poleggi, mi limiterò soltanto a darvi qualche notizia saliente.
Il nostro Cesare Parodi nacque nel lontano 1819, nel libro si può leggere che con il suo talento si distinse spesso ed ebbe diversi incarichi accademici.
Tra i successi della sua carriera si annovera il progetto della Ferrovia Genova Voltri, Parodi fondò insieme ad altri la “Società Anonima per gli Studi sulla Strada Ferrata di Voltri”, da abile uomo di affari ottenne la concessione governativa e la ferrovia venne completata nel 1858.
Fu impegnato in politica, diede il suo contributo alla costruzione del nuovo porto di Genova e fu Presidente dell’Albergo dei Poveri.
A lui la Duchessa di Galliera affidò la realizzazione dell’Ospedale Galliera e sempre a lui diede mandato perché si occupasse della costruzione dell’Ospedale San Raffaele di Coronata e il San Filippo in San Bartolomeo degli Armeni.
Sul libro di Poleggi naturalmente troverete dettagliate informazioni sul progetto del Galliera, il profilo di quella costruzione è visibile sulla tomba di colui che la ideò.

Figura di rilievo del suo tempo Cesare Parodi ebbe un legame non solo professionale con un altro personaggio di spicco della sua epoca, l’avvocato Cesare Cabella, infatti Parodi sposò la sorella di lui.
E se vi capiterà di vedere la tomba dell’illustre ingegnere abbassate lo sguardo verso la lapide sottostante, là dorme il suo sonno eterno Francesca Cabella, compagna di vita di Cesare Parodi.

Aggiungo ancora una piccola curiosità a completamento del mio racconto.
Cesare Parodi non era il solo ad essere imparentato con Cesare Cabella, quest’ultimo infatti era lo zio del celebre architetto ed ingegnere Cesare Gamba, colui che progettò la nostra Via XX Settembre, il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana.
E Cesare Gamba all’inizio della sua carriera lavorò nello studio di Cesare Parodi prendendo parte al progetto del Galliera, divenne poi famoso per le sue innovazioni urbanistiche sopra citate.
Due persone importanti per questa città, due uomini da non dimenticare.

E certo gli studiosi di architettura conosceranno nei dettagli la storia di Cesare Parodi, non ne dubito.
Io ho voluto ricordarlo alla mia maniera, per mettere in risalto la sua figura e il suo talento, se anche voi andrete a passeggiare sotto ai porticati di Staglieno troverete la memoria di lui.
Cesare Parodi, ingegnere architetto, basti il nome a ricordo delle opere e delle virtù.

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Sono tombe semplici.
Sono tombe semplici, bianche ed essenziali.
Qui riposano coloro che sono caduti per la libertà, questo è il luogo ultimo di molte vite spezzate spesso in giovane età.
Sotto a questi alberi, nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

E si dovrebbe conoscere ogni storia, ogni cammino, ogni singolo gesto.
Su molte di queste lapidi leggerete i nomi di località oggi note come mete delle vacanze estive, spesso si tratta di paesi della Val Trebbia o di altre zone dell’entroterra.
All’epoca della guerra in quei luoghi erano tantissimi i partigiani, il bosco era fratello e rifugio sicuro.

Alcuni di loro venivano da molto lontano.

Qui dorme il suo sonno eterno Maria che aveva solo vent’anni ed era una staffetta partigiana.

E poco distante c’è un’altra giovane donna coraggiosa strappata crudelmente alla vita.

Uno accanto all’altro.

E sulle loro lapidi quei loro nomi di battaglia.

Persone che non abbiamo conosciuto, persone alle quali dobbiamo la nostra libertà.

Quei loro nomi evocano coraggio, fierezza, audacia, eroismo, fiducia in se stessi e incrollabile senso di giustizia.

Sono passati su questa terra, hanno lasciato il loro segno.
E anche se non abbiamo potuto stringere le loro mani loro ci hanno lasciato ciò che abbiamo di più prezioso.
Buona Festa della Liberazione, buon 25 Aprile a tutti.

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