Giannina Gaslini: il fiore più bello

Lei era una bimba e di lei tutti ancora conoscono il nome sebbene sia vissuta all’inizio del ‘900.
Giannina Gaslini era la figlia di Gerolamo, imprenditore e uomo politico, al quale le molte fortune economiche non risparmiarono la perdita prematura della sua bimba a causa di una peritonite.
Giannina morì a undici anni, mentre ancora era un fiore in boccio.

Il padre di lei, come è ben noto, fece costruire l’Ospedale Pediatrico che porta il nome di questa figlia troppo presto perduta, con la speranza che altri piccoli sfortunati trovassero le cure adatte per le loro malattie e infatti il Gaslini è da sempre un centro d’eccellenza per le cure pediatriche e vanta i migliori specialisti.
In ricordo di lei, lei che si chiamava Giannina.
Suo padre era originario di Monza ma viveva qui a Genova, in quel cupo 1917 la bimba fu tumulata a Staglieno e per lei lo scultore Ezio Rigacci ultimò questa lesena nella quale è ritratta la piccola Giannina nelle sue acerbe sembianze.

L’opera, collocata nel Porticato Inferiore a Levante, con lo scorrere del tempo si è coperta di una patina scura, era necessario donarle di nuovo il suo originario splendore.
Il restauro è stato commissionato dalla Fondazione Gerolamo Gaslini con il contributo di uno sponsor privato.
Come ben sapete io frequento spesso Staglieno e così ho avuto modo di fotografare la scultura di Rigacci in diversi momenti.
Nella foto che segue potete notare la statua prima e dopo l’intervento di restauro che ha restituito all’opera la sua bellezza originaria.

A ridonare candore ai tratti giovani di Giannina è stata la restauratrice Emilia Bruzzo, Emilia è anche una mia cara amica, ho avuto modo di conoscerla tramite questo blog e nel corso delle mie visite a Staglieno.
E così mi è capitato anche di assistere a quel suo lavoro minuzioso e così importante.

Piano piano la patina scura è svanita dal visetto di Giannina e il marmo ha riacquistato il suo bianco splendore.

Un fiocco tra i capelli mossi, gli occhi grandi e le labbra carnose.

È Giannina il fiore più bello, nella freschezza di uno scenario che restituisce il senso del movimento, tra i petali dei fiori e le pieghe della sua veste le gambe sottili di Giannina restano tra quelle foglie e tra gli steli dei puri gigli che la circondano, candido e lieve fiore così fragile e caduco.

A terra, sulla lapide, si leggono ancora le parole scritte in memoria di lei, la sua salma è stata traslata nel luogo edificato in suo ricordo.

Lei era soltanto una bimba.
E ancora oggi tutti conoscono il suo nome divenuto sinonimo di speranza, cura, salvezza e nuova vita.
Lei era Giannina Gaslini, il fiore più bello.

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Uno c’è sempre

Uno c’è sempre.
È quello che arriva prima, è quello che ha una scintilla negli occhi, l’idea geniale, lui sa assumersi i rischi e tenta di introdurre straordinarie novità.
Lui è il più coraggioso, è temerario e lungimirante, capace di vedere oltre il suo tempo e al di là del suo presente.
Ha conosciuto altri luoghi, ha compreso e sa vedere il futuro.
In qualche modo, anche se gli altri forse non sanno nemmeno capire come lui faccia.
Taluni, invece, si entusiasmano per certe nuove iniziative e sono grati a colui che è capace, semplicemente, a rendere più semplice la vita degli altri.
Uno c’è sempre.
Ed è quello che arriva prima.
Poi passano gli anni e a chi viene dopo certe comodità sembrano quasi scontate e si tende persino a dimenticare che ci sono stati tempi ben diversi.
E invece provate a pensare a quelle persone là: i primi clienti.
E i primi viaggi, qualche nuovo agio, una maniera più comoda di spostarsi.
Alcuni, tornando a casa, sembrano persino conservare una sorta emozione per quell’esperienza nuova, è un piccolo e grande cambiamento.
Uno c’è sempre.
Ed è quello che arriva prima.
Molto tempo dopo, leggendo il suo nome, ho pensato a quei suoi giorni, a quella sua capacità di regalare nuovi inizi ai suoi concittadini.
Uno c’è sempre.
E queste righe sono per lui, in ricordo di Domenico Devoto.

Cimitero Monumentale di Staglieno

I bambini di Giulio Monteverde

Le parole dell’infanzia, spesso, sono nei gesti e negli sguardi e sono simili in ogni tempo.
I bambini sanno ridere ed essere felici con gioia autentica, i bambini sanno trasmettere ai grandi la loro voglia di vivere e regalano sorrisi inaspettati.
Gli artisti invece sono capaci raccontare i sentimenti di tutti, le emozioni che vengono dal cuore, le piccole felicità e i nostri umani entusiasmi.
Così è per lo scultore Giulio Monteverde che a lungo visse e lavorò a Genova.
Nato a Bisagno nel 1837 e morto a Roma nel 1917 il celebrato artista ha lasciato in diversi luoghi i doni del suo talento, le sue opere adornano i monumenti funebri del nostro Cimitero di Staglieno, assai celebre è l’Angelo della Tomba Oneto, le sue sculture sono anche al Cimitero del Verano a Roma, in diverse città di Italia e all’estero.
Inoltre, se vorrete ammirare il talento di Monteverde, potrete recarvi alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi dove i vostri occhi incontreranno la lieve bellezza di due bimbi colti in un momento gioioso.
Sono i figli dello scultore, il candido marmo risale al 1874 e si intitola Primi giochi. Bambini che giocano con un gatto.
I bambini, dicevo, ridono con complicità, con felice leggerezza, sono genuini e veri.

E la camiciola orlata di pizzo cade a scoprire la spalla, è così la libertà.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (2)

A osservarli davvero pare di sentire le loro risate allegre e la voce amorevole della mamma che si rivolge a loro.
E poi i bambini stanno a piedi scalzi, in quel frammento di vita in cui si cresce, si sperimenta e si impara.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (3)

L’infanzia è felicità, bellezza e armonia.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (4)

Ed è spontaneità, entusiasmo, curiosità, nella dolcezza di un visino paffuto.
E questo è un gesso del 1875, è il Bimbo che scherza con un gallo.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (5)

L’infanzia poi è ritrosia, fragilità e candore, è tenera timidezza e questo esprime il gesso del 1872: l’ingenuità.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (6)

Non è più un bambino ma un vivace fanciullo colui che impersona Il Genio di Franklin, il gesso risale al 1871: di questa opera esistono diverse versioni, la più pregiata si trova nella Capitale.
Ha talento questo ragazzino, ha il guizzo intelligente nello sguardo, ha il sorriso aperto e vivo.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (7)

I riccioli ribelli incorniciano il suo bel viso e i suoi gesti raccontano la sua acerba briosità.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (8)

E a osservarlo con attenzione a me rammenta un altro fanciullo di recente tornato sotto il sole di Genova: è il Genio alato della Munificenza che è parte del monumento al Duca di Galliera ora collocato in Carignano.

Monumento al Duca di Galliera (14)

Non sono le uniche opere di Monteverde che troverete alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi, il mio breve post è un invito a scoprire queste sculture e le numerose opere degli altri artisti che sono il vanto del museo di Nervi, qui trovate gli orari per la vostra visita.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (9)

E qui ringrazio ancora la Dottoressa Maria Flora Giubilei, direttrice del Museo, per la sua gentilezza e disponibilità.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (10)

E davanti al verde dei parchi incontrerete un genio ragazzino che sorride quasi impertinente.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (11)

Poco distante, nella gaia ingenuità dell’infanzia, ci sono i due fratellini felici e teneramente complici.
Come in ogni tempo, come sempre sono i più piccini, così sono anche i bambini di Giulio Monteverde.

Galleria d'Arte Moderna di Nervi (12)

Angeliche simmetrie

I capelli che cadono sulle spalle, le palpebre chiuse.
Le mani ai lati della grande croce, sembrano reggerla con un gesto gentile.
Le dita sottili, le tenere labbra così serrate, i piedi scalzi, gli orli delle vesti che paiono sospinti da leggero e miracoloso vento.
Le ali di queste creature celesti poste a custodia di una cappella nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
E la luce che si posa, come un soffio, su queste angeliche simmetrie.

Vicino ad Elisa

Lei porge la sua mano verso la corona di fiori con il nastro.
Lei ha questo nome romantico e melodioso: Elisa.
Elisa è stata ritratta nel momento in cui piange la perdita di suo padre Gianbattista Granara.
Elisa ha l’abito raffinato con i bottoni tondi, le frange, i pizzi sui polsini, Elisa ha il velo sul capo.
Elisa ha lo sguardo triste, si vorrebbe consolarla in qualche modo.
Elisa, ieri così.
E accanto a lei ho trovato un visitatore che incontro spesso a Staglieno, è un gatto maestoso che cammina lieve sotto a quei porticati.
Quieto, silenzioso, fiero nella sua nera bellezza.
Si è fermato, là esattamente in quel punto.
Immobile.
E lì è rimasto prima di spostarsi ancora più vicino a lei, vicino ad Elisa.

Monumento Granara – Giovanni Scanzi (1882)

I segreti della Farmacia Mojon

Se girate per i caruggi certo conoscerete la Farmacia Mojon: si trova in Via di Fossatello ed è una farmacia moderna e molto fornita.
Oggi non vi parlerò dei suoi medicamenti o magari di rimedi segreti che possono giovare alla vostra salute, torno a scrivere di questa farmacia per quei segreti del suo passato, per le vicende lontane che racchiude tra le sue mura e per la valenza storica della famiglia Mojon.

I Mojon provenivano dalla Spagna, là era nato nel 1729 Benedetto che si laureò in farmacia all’Università di Madrid, fu lui il capostite di una famiglia di scienziati.
Illustre e stimato studioso, Benedetto venne a vivere a Genova e fondò quella farmacia che ancora porta il suo nome, all’epoca era una delle più importanti della città.
Benedetto ebbe diversi figli, tra di essi alcuni si distinsero come lui in scienze diverse come la chimica, la farmacia e l’anatomia: in particolare mi riferisco a Giuseppe, Antonio e Benedetto, tutti furono apprezzati e stimati per i loro studi.
Il loro cammino nel mondo si intreccia inesorabile con la storia di Genova e dell’Italia, ritengo così giusto ricordare, seppure in modo molto succinto, ognuno di loro.
Giuseppe fu professore di chimica all’Università di Genova, tra gli altri sono notevoli i suoi studi di mineralogia e quelli sulle malattie epidemiche verificatisi a Genova nel 1802, fu stimato membro di diverse società scientifiche.
Un giorno per caso, i miei occhi hanno trovato il suo nome.
Sbiadito, quasi illegibile, sulla stele del suo monumento funebre a Staglieno.

Narra appena di lui, del suo tempo in questa città e tra la nostra gente, è una tomba forse dimenticata.

A Giuseppe Mojon
nato in Genova l’anno 1772
professore di chimica
nella patria Università
dal 1802 al 1837
rapito all’Italia
nell’anno 64.mo di sua vita

Di Giuseppe e di suo fratello Benedetto si legge nel volume Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi edito a Genova nel 1867 dalla Tipografia dei Sordomuti.
Benedetto fu medico e studioso di anatomia e patologia, fondò con altri la Società Medica di Emulazione e pubblicò uno studio sulla musicoterapia, importante anche un suo approfondimento sul dolore, fu autore di diverse pubblicazioni sulla fisiologia e di studi scientifici tra i quali uno dedicato al colera.
Benedetto ebbe per compagna di vita la milanese Bianca Milesi, donna volitiva ed eclettica.
Artista e scrittrice, fu amica di celebri pittori e si distinse per i suoi scritti dedicati alla pedagogia e all’educazione dei bambini, tema che le era molto caro.
Da coraggiosa patriota Bianca Milesi era un’appassionata appartenente alla Carboneria e nella sua tumultuosa esistenza diede più volte il suo contributo alla causa.
Giunta a Genova da Milano, in precipitosa fuga dalla polizia austriaca, conobbe nel 1825 Giuseppe Mazzini, qui incontrò anche Benedetto Mojon che amò sempre con sentimento autentico e vero.
Con lui andò a Parigi, per riparare al sicuro in tempi difficili, là Benedetto e Bianca morirono a distanza di poche ore uno dall’altra, colpiti entrambi da letale colera nel 1849.
Nel tempo della loro vita genovese vissero insieme in un prestigioso palazzo in Via Balbi.

Il terzo dei fratelli Mojon a distinguersi in ambienti scientifici si chiamava Antonio: fu lui a occuparsi ancora della farmacia e a portare avanti l’impresa di famiglia.
E un giorno, sempre in uno dei miei giri a Staglieno, mi è capitato di leggere il suo nome, anche questa volta è inciso su una lapide che ha subito le ingiurie del tempo.

Il nome dei Mojon ricorre poi spesso in in libro poderoso suddiviso in sette volumi: è il Diario Politico di Giorgio Asproni, deputato repubblicano che consegnò ai posteri il suo ricordo della storia d’Italia in forma di arguto e brillante memoriale.
Su queste pagine si trovano aneddoti, momenti importanti per la nostra nazione e a volte anche notizie curiose, il Diario Politico copre un periodo che va dal 1855 al 1876.
Asproni qui a Genova aveva un carissimo amico: si tratta di Giuseppe Mojon detto Pippo, il figlio di Antonio dal quale aveva ereditato la farmacia.
Tempo fa dedicai un articolo a questa loro amicizia, lo trovate qui.
Erano tempi di grande fermento, era l’epoca della spedizione di Pisacane e delle sedizioni mazziniane, nel libro di Asproni emerge anche il legame tra Pippo Mojon e Giuseppe Mazzini, a diversi livelli Mojon prese parte alla vita politica del suo tempo.

In quella farmacia, come in altre, ci si riuniva per discutere, per leggere i giornali, erano luoghi d’incontro sicuri.
Sono trascorsi molti anni da allora, oggi la farmacia appartiene a una diversa famiglia.
Per un caso del destino il mio precedente articolo è capitato sotto gli occhi della Dottoressa Zucca che appunto è proprietaria della Farmacia Mojon.
Da lei ho ricevuto un invito del quale ancora la ringrazio, la dottoressa mi ha detto che aveva da mostrarmi una particolarità della sua farmacia che non tutti conoscono.
E così eccomi in Fossatello, con tutta la curiosità del caso.
E guardo a terra: nel pavimento della farmacia c’è una botola.

Cari amici, io sono certissima che questo segreto fosse ben noto al deputato Asproni, come vi ho detto lui andava spesso a trovare il suo amico Pippo Mojon.
E ad esempio il 9 Luglio 1859 così scrive:

Stamani ho avuto un abboccamento a solo con Pippo Mojon, nella stanzina piccola dove ha la cassaforte della sua farmacia.

Ecco, ora io non saprei dirvi precisamente dove fosse la stanzina piccola, accidenti, magari lo sapessi!
So però che se aprite la botola della Farmacia Mojon trovate una scala che conduce a un ambiente sotterraneo e a quanto pare qui ci si riuniva in gran segreto, in quei tempi lontani quando Genova era la culla del Risorgimento e quando qui si cospirava per fare l’Italia con i cuori ardenti di amor patrio.
Lascio a voi immaginare le parole e gli sguardi d’intesa, i saluti solidali tra persone che condividevano certi ideali.
Accadeva molti anni fa in Via di Fossatello, questi sono i segreti della Farmacia Mojon.

Come son contenta!

È il suo visetto a parlare di lei e della sua felicità, è nel suo sguardo la sua gioia di bimba, è la sua gestualità a narrare il suo amore per la vita e i suoi sorrisi.
Curiosa, entusiasta e vivace, dalla voce squillante e allegra, lei è una piccina vissuta in un tempo distante e per sempre presente ai nostri sguardi grazie allo scultore Giovanni Scanzi che così immortalò il suo candore infantile nell’anno 1884.
E così recita il titolo dell’opera che ritrae questa dolce piccolina: Come son contenta!

La scultura è esposta alla Galleria di Arte Moderna di Nervi e nuovamente ringrazio la Direttrice del Museo Dottoressa Maria Flora Giubilei per la sua cortese disponibilità.
Bianco marmo, l’incomparabile talento di Scanzi, la memoria di quei giorni acerbi.
Di questa bimba non si conosce il nome: la statua fu donata nel 1936 da Maria Rambaldi Anselmi che era la nonna della piccina.
Lei ha un bell’abitino con una fila di bottoncini tondi, le maniche di pizzo, la gonnellina a pieghe e i riccioli che incorniciano il suo visetto.

Come son contenta! (2) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Già conoscete due bimbe che furono effigiate da Giovanni Scanzi, le trovate nel luogo dove non si dovrebbero mai incontrare visetti come questi.
Nel tempo della vita fragile Scanzi scolpì i monumenti funebri di Giuseppina Grillo della quale ho scritto qui e quello di Ada Carrena e qui trovate l’articolo a lei dedicato, entrambe le opere sono collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Semplicemente bimbe, proprio come questa piccina.
Circondate da boccioli odorosi e da tenere foglioline verdi, proprio come questa piccina.
Lo stivaletto, il passo leggero, la lievità dell’infanzia.

Come son contenta! (3) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

E paragonando questo monumento a quelli di Giuseppina e Ada ci si rende ancor meglio conto dell’importanza della conservazione e del restauro, le opere di Staglieno sono esposte e per questo motivo hanno perso il loro originario chiarore.
La statua di questa bimbetta così amata ha invece mantenuto intatta la sua bellezza, tiene fiori tra le dita e sorride.
I suoi occhi parlano di lei: come son contenta!

Come son contenta! (4) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Seduta con questa incantevole grazia, nei giorni della sua infanzia.
Mi sono chiesta quale sia stato il suo destino e spero che, a differenza di Giuseppina e Ada, lei sia diventata una giovane donna affascinante e che abbia poi avuto una vita lunga e felice.

Come son contenta! (5) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Noi la conosciamo bambina, nell’armoniosa perfezione donatale dallo scalpello di Scanzi, la scultura è una delle molte splendide opere che potrete ammirare alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi, un museo che merita davvero una visita.

Come son contenta! (6) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Nel suo candore, nella sua tenera leggiadria, nel tempo della sua infanzia.

Come son contenta! (7) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

 

Il tempo dei pettirossi

Deve essere il tempo dei pettirossi, in questo periodo li incontro ovunque, succede anche a voi?
Tanto per iniziare ce n’è uno che ciondola nel giardino qui di fronte a casa e tutte le sere, quando arriva il tramonto, si mette a canticchiare e a fischiettare allegramente.
La scorsa settimana poi ho incontrato un suo cugino che se ne sta ai Parchi di Nervi, passava beato da un albero all’altro.
Un tipo schivo, non si è lasciato avvicinare.

E nel tempo dei pettirossi mi è capitato di incontrare un piccoletto anche a Staglieno, se ne stava su un ramo, tra certe foglie.
Nel silenzio, così serio e regale, si godeva i raggi del sole.

E poi, all’improvviso, con un rapido voletto ed è andato a posarsi proprio sul capo di una gran dama abbigliata con un magnifico velo.
La signora in questione non ha fatto una piega, anzi è il caso di dire che è rimasta impassibile come una statua, ecco.

E il pettirosso là è rimasto, solo per qualche istante, con questa lievità e con la sua incomparabile bellezza.
Ciao piccolo amico, spero di incontrare presto altri tipetti come te!

Gaspare Pieri: storia di un talento

Signori spettatori, accorrete!
Prendete posto in teatro e assisterete allo spettacolo straordinario di un artista eccezionale: Gaspare Pieri manda in visibilio il pubblico, tutti lo sanno!
Calca le scene con entusiasmante successo, il magnifico attore è venuto alla luce del mondo nell’anno 1827.
E il talento è davvero di casa nella sua famiglia, il padre Francesco fu stimato caratterista e membro di diverse compagnie comiche ma la sua fine ha le note del dramma: durante il Carnevale del 1834 muore ancora giovane dietro le quinte del teatro, ad ucciderlo è un letale colpo apoplettico.
Anche la madre di Gaspare è attrice, Anna è figlia di saltimbanchi capaci di mirabolanti acrobazie sulle corde, le loro stupefacenti esibizioni sono accompagnate da suonatori di gran cassa, chitarra e tromba, con le loro baracche mobili se ne andarono persino in Portogallo!
E chissà quali avventure avrà vissuto laggiù la nostra Anna, dopo il matrimonio con Francesco diventerà anche lei applaudita attrice.
Questi sono i genitori del grande Gaspare, anche le sorelle di lui recitano con ottimi riscontri ma solo Gaspare Pieri è una stella di prima grandezza, il suo nome è leggenda.

Ritratto di Gaspare Pieri

E oltre ad essere attore si distingue anche come patriota, figura infatti tra coloro che prendono parte ai moti del 1848.
I suoi esordi sono nella Compagnia de’ Fiorentini, nel tempo poi dimostra vero talento nei ruoli comici, nel 1855 fa parte della Compagnia di Astolfi quando questi viene colpito da tremendo colera e muore: Gaspare Pieri diviene così capocomico di quella compagnia.
Brillante, eclettico, sagace, uomo di fervido ingegno e noto per le battute fulminanti, è idolatrato dal suo pubblico, il suo nome è sinonimo di fama e successo.
Basta una battuta, basta una parola, è sufficiente un tono della sua voce e il pubblico va in delirio.
Gaspare Pieri è un istrione, non usa nemmeno il suggeritore e vorrebbe che quelli della sua compagnia facessero lo stesso!
Recita con la parte di caratterista in Il Marchese Colombi di Paolo Ferrari, quando calca i palcoscenici per Goldoni e le sue sedici commedie viene letteralmente giù il teatro, Pieri è acclamato come geniale artista.
Ed è egli stesso a scrivere dei suoi memorabili successi, in una sua lettera si legge dei suoi trionfi nella città di Venezia e dei buoni guadagni che ne derivarono.
Sempre nell’ambito teatrale trova l’amore della sua vita: è l’attrice Giuseppina Casali che diverrà sua moglie e madre dei suoi tre figli, il primo dei quali morirà prematuramente lasciando nello sconforto i genitori.
Vive a lungo a Torino e a Genova, qui nella Superba l’Accademia Filodrammatica Italiana del Teatro del Falcone lo elegge membro onorario.
E fatalmente proprio nella mia città ombre scure finiranno per offuscare la luminosa stella dell’attore, Gaspare Pieri contrae una brutta malattia che avrà esiti letali.
Nella città della Lanterna Gaspare Pieri ha un carissimo amico: è il medico David Chiossone che lo assiste nei suoi ultimi giorni con amorevole dedizione.

Tomba di David Chiossone – Boschetto Irregolare di Staglieno

In un giorno di Marzo del 1866 a soli 39 anni Gaspare Pieri esala il suo ultimo respiro e muore tra le braccia dell’adorata moglie.
A scrivere il suo elogio funebre sarà proprio l’amico Chiossone, le sue parole sono pubblicate sulla rivista La Scena – Giornale di Musica, Drammatica e Coreografia del giorno 8 Marzo 1866.
Le molte notizie che avete letto sono tratte da I Comici Italiani di Luigi Rasi edito nel 1905 da Francesco Lumachi di Firenze, il volume da me consultato e dal quale è tratto il disegno con il ritratto di Gaspare Pieri è di proprietà del Museo Biblioteca dell’Attore e ringrazio il Dottor Gian Domenico Ricaldone per avermi autorizzata alla pubblicazione dell’immagine e per il suo prezioso aiuto in questa miei ricerca.
Gaspare Pieri, uno dei più valenti comici dei suoi tempi, è ormai quasi dimenticato, nel mio peregrinare mi sono imbattuta nella sua tomba che si trova nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, là egli riposa, nello stesso Camposanto del suo sodale David Chiossone, ho voluto così rendere omaggio al suo talento e raccontare a voi la sua storia.
Lascio le ultime parole a chi gli volle bene, a David Chiossone che con il cuore tra le mani scrisse l’ultimo saluto a lui, tramandando ai posteri il suo affetto per Gaspare Pieri.

Addio Pieri! Buon amico, buon cittadino, valoroso artista, addio!
Io ho fede – Ci rivedremo
Genova, 3 Marzo 1866 – David Chiossone