Luci della ribalta

Questa è una storia di Hollywood al femminile, è una storia di amicizia e di luci scintillanti che rischiarano l’ascesa di una celebre diva del muto:

“Lei era Mary Pickford, la più amata fra le stelle del cinema! E Mary Pickford era la padrona del mondo. Non era forse vero? Aveva il mondo ai suoi piedi. Di cosa avrebbe mai potuto avere bisogno?”

Mary è la protagonista del libro Luci della ribalta e divide la scena con Frances Marion che oltre ad essere sua amica fu per molti anni la talentuosa sceneggiatrice dei suoi film.
Il volume di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza ha una cifra stilistica fondamentale capace di trascinare il lettore nelle atmosfere di quegli anni leggendari: è la scrittura elegante e garbata, essenziale e cinematografica, mai ridondante e del tutto priva di cadute di stile.
Le due amiche si alternano come protagoniste dei diversi capitoli: Frances Marion racconta se stessa in prima persona, è invece un narratore esterno a narrare al lettore i capitoli dedicati alla Pickford.
La celebre diva è così ritratta a tutto tondo, di Mary che fu la ragazza dai riccioli d’oro e la fidanzata d’America scopriamo l’infanzia povera e triste, i primi passi da attrice bambina che per sbarcare il lunario calca i palcoscenici di certi teatri, diverrà poi una stella di prima grandezza del cinema muto.
E la sua strada verso il successo è condivisa con Marion, donna creativa e volitiva, appassionata e di grande valore, una figura che ha saputo davvero fare la differenza.
Se come me amate le atmosfere hollywoodiane apprezzerete questa lettura che scorre via lieve come un film d’epoca: ci troverete lei, la fidanzata d’Amenica e il suo mondo ormai lontano.

In questo libro ci sono gli amori e i tradimenti, i successi e le ricche dimore, ci sono le celebrità come Charlie Chaplin, Buster Keaton, Rodolfo Valentino e l’affascinante Douglas Fairbanks che fu marito di Mary.
Ci sono i tempi difficili e c’è l’America del proibizionismo, quei fotogrammi vi scorrono davanti proprio come un film:

“Ora che era entrato in vigore il proibizionismo e tutti erano tornati dalla guerra, le gonne si accorciavano e la morale precipitava. Tutti conoscevano “un tipo” capace di procurare gin o vino o qualunque altra bevanda alcolica desiderata. … Quel Paese delle meraviglie era pieno di una nuova frenetica musica chiamata jazz, di fumo di sigaretta, di ragazze con abiti sciolti e caviglie scoperte che cadevano in grembo a uomini in smoking dai cravattini sempre un po’ sghembi… “

Nel narrare le vite di Frances e Mary la Benjamin delinea il valore assoluto dell’amicizia femminile con i suoi malintesi, le inevitabili distanze e gli affettuosi ritorni a volte persino inattesi.
E c’è un percorso che non è sempre luminoso e felice, è meno facile di quanto sembri essere donne nell’industria cinematografica: Mary Pickford e Frances Marion saranno entrambe vincitrici di un premio Oscar ma entrambe, come tutti, avranno i loro dilanianti dolori.
La radiosa ascesa della diva del muto contempla anche un declino mentre il mondo cambia rapidamente: iniziano ad andare di moda i talking pictures, i film sonori che hanno un altro ritmo e una diversa velocità.
E il tempo scorre, la giovinezza svanisce, il bicchiere di Mary è spesso colmo di gin.
C’è amarezza e bellezza in questo libro, c’è il mondo del cinema con le sue imperfezioni, i suoi trionfi e le disillusioni.
E c’è la penna di Melanie Benjamin capace di restituire al lettore un romanzo intenso come un film:

Stavamo plasmando il personaggio di Mary: una bambina, non una qualsiasi, bensì la bambina, la bambina adorata dell’America, incarnazione dell’innocenza e della simpatia travolgente, della vulnerabilità e del coraggio, un personaggio che alla fine di ogni film tutti gli spettatori desideravano abbracciare, coccolare e proteggere.”

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Ragazze degli anni ’20

Era il tempo del jazz, delle musiche suadenti e della vivacità del Charleston, a New York in quel 1924 venne eseguita per la prima volta la Rapsodia in blu di Gershwin.
Erano gli anni del cinema muto e le ingenue fanciulle sospiravano sedotte dal fascino tenebroso di Rodolfo Valentino, il divo morirà appena trentunenne nel 1926.
Era il tempo del cinema muto e le attrici erano sensuali e conturbanti, a Hollywood brillava la stella di Clara Bow e fulgida iniziava a risplendere la diva Greta Garbo.
Erano gli anni di Buster Keaton e di Stanlio ed Ollio, nel 1925 fu proiettato per la prima volta il film La febbre dell’oro interpretato dal geniale Charlie Chaplin.
E ancora, nel 1924 Edward Morgan Foster pubblicò il romanzo Passaggio in India, l’anno successivo Francis Scott Fitzgerald diede alle stampe Il grande Gatsby e uscì anche Uno, nessuno e centomila del nostro Luigi Pirandello.
In quegli anni ‘20 andavano di moda i tagli a caschetto e le ragazze portavano la frangetta corta, io ho alcune foto di mia nonna con certe sue amiche e sono pettinate esattamente così.
E poi l’altro giorno nella vetrina di un negozietto vintage il mio sguardo ha trovato loro: quattro ragazzine di quegli anni distanti.
Forse sorelle, amiche o cugine, quattro fanciulle ancora da sbocciare.
Vestite di scuro, due di loro portano quel caschetto e quella frangetta, proprio come andava di moda a quell’epoca.
Sorridono e i loro visi hanno fisionomie che ora mi pare di non vedere più, sono ben diverse le ragazze di adesso e certo non sognano Rodolfo Valentino.
Loro quattro appartengono a un tempo distante che forse per noi a volte è difficile decifrare, aveva un altro ritmo e una musica diversa.
E la vita era ancora tutta da immaginare, era un sogno ancora da vivere per queste ragazze del 1924.

 

I diari della principessa

“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

Lucky man

Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

Lauren, soltanto lei

Non ricordo neanche che film fosse ma rammento bene la prima volta in cui la vidi, noi bambine degli anni ’70 ci mettevamo davanti alla TV e aspettavamo il ruggito del leone della Metro Goldwin Mayer.
Hollywood e le sue suggestioni, certi film puntavano i riflettori sulla middle class americana, mi affascinavano quelle famiglie e quelle case con lo steccato dipinto di bianco, la macchina parcheggiata nel vialetto, la cucina che si affaccia sul retro, l’ingresso e le scale che portano al piano di sopra.
Un’illusione entrata a far parte del nostro immaginario, poi la vita vera è diversa.
Hollywood e le sue dive.
E lei, Lauren Bacall, per me unica e diversa da ogni altra.
Lauren aveva un aspetto angelico e al tempo stesso conturbante, Lauren aveva tutto: talento, intelligenza, glamour, bellezza e allure.
Ero piccola e avrei voluto diventare come lei.
E ancora adesso se la paragono ad alcune attrici di un altro tempo divenute indiscutibili icone, al di là dell’ indubbio talento di ognuna, in quanto a fascino per me nessuna è paragonabile a lei.
C’erano tutte loro e poi lei, Lauren, solo lei per me è sempre stata la perfezione.
Sottile, eterea, sinuosa, di una bellezza algida e fatale, incredibilmente sensuale.
Lineamenti definiti e regolari, sguardo liquido e ammaliatore, Lauren detta The Look, lo sguardo.
E certi suoi film erano in bianco e nero ma il colore dei suoi occhi si distingueva bene.
Lauren, capelli chiari di un biondo mai sfacciato e pettinature bon ton.
Lauren, tailleur avvitato e tacchi alti, gonna stretta fino a metà polpaccio, vita sottile, gambe infinite.
Che altro è lo stile?
Lo stile è discrezione, classe ed eleganza.
La donna più bella ha avuto accanto l’attore più tenebroso, la coppia Bogart e Bacall non ha mai avuto eguali nella storia di Hollywood, insieme sul grande schermo e nella vita, vederli uno accanto all’altra ha accresciuto il fascino di entrambi.
La donna più bella, leggo negli articoli che la ricordano, disse che senza Bogart la sua carriera sarebbe stata più scintillante ma tra il cinema e l’uomo della sua vita lei non ebbe esitazioni, Lauren scelse Humphrey.
Questa bambina aspettava quei vecchi film del passato e scrutava lei, Lauren, cercando di comprendere cosa la rendesse così unica e diversa, non credo che fosse merito solo della sua bellezza inarrivabile, c’era qualcosa di misteriosamente ammaliante in lei.
Non so quante volte ho guardato Come sposare un milionario, una commedia a lieto fine, nella migliore tradizione della Hollywood di quel tempo.
Sulla scena con la spumeggiante Marilyn Monroe e la bionda Betty Grable c’è anche lei, Lauren, questo è il suo film che più amo.
Da tanto volevo dedicarle alcune parole, lo faccio solo ora che lei non c’è più.
Nelle foto dei suoi ultimi anni la si vede con la pelle di porcellana solcata da rughe, il sorriso deciso, gli occhiali da vista, i capelli ancora biondi, ancora con quella celebre pettinatura.
La freschezza della gioventù sembra lontana ma il suo sguardo di cristallo è il medesimo dei suoi giorni più luminosi.
Il tempo delle dive è finito, le stelle di Hollywood dei nostri giorni brillano di una luce diversa, più fioca ed effimera.
La stella di Lauren Bacall invece resterà, sfolgorante e chiara, per sempre nella leggenda.

Angeli con la pistola

Il cinema e il sogno.
Accade spesso che le storie della vecchia Hollywood ci portino laggiù, dentro a un sogno, accade ancor più di frequente quando il regista è Frank Capra.
Frank Capra girò due diverse versioni dello stesso film, io ho i DVD di entrambi, il primo si intitolava Signora per un giorno, il secondo Angeli con la pistola ed è uno dei capolavori del cinema che più amo.
New York, il proibizionismo e una gang di contrabbandieri, gli angeli con la pistola, il loro capo è un certo Dave lo Sciccoso, interpretato dall’affascinante Glenn Ford.
Costui è un tipo scaramantico, crede che gli portino fortuna certe mele che si procura da una povera mendicante di nome Annie che ha il volto e l’espressività della splendida Bette Davis.
E costei nasconde un prezioso segreto, oltreoceano ha una figlia, Louise, alla quale ha fatto credere di essere una gran signora, la figlia le scrive presso un grande albergo dove Annie si fa recapitare la corrispondenza con la complicità di un conoscente.
E un giorno succede il fattaccio: Louise sta per arrivare a New York, per far conoscere sua madre al suo ricco fidanzato e al futuro suocero.
Come farà la povera Annie a districarsi da questo pasticcio?
La aiuteranno gli angeli con la pistola ed Annie diverrà la signora Worthington Menville.
Come può un film regalarti un sogno?
Il sogno è sulla scena e ha le fattezze e lo sguardo di Bette Davis, immensa nel suo talento e nella sua bravura, il sogno è la trasformazione di Annie da miserabile con gli abiti sdruciti a gran signora con un prezioso abito color cipria.
Mutano i suoi gesti e le sue movenze, scena dopo scena Annie si addolcisce, il tono della sua voce si smorza e da sguaiato diviene pacato, il suo sorriso si fa sempre più aperto e luminoso, è questo il sogno.
Un grande cast e una galleria di personaggi indimenticabili, c’è un maggiordomo sussiegoso e c’è il braccio destro del boss, un fantastico Peter Falk perfettamente calato nella parte.
C’è una corte dei miracoli di tipi strampalati e stralunati, è la gente di strada, quello è l’ambiente di Annie, persone che non hanno nulla se non un cuore grande e generoso.
E poi lui, Glenn Ford che come già vi ho detto presta il suo volto a Dave Lo Sciccoso: scaltro, affascinante, brillante, pronto e astuto.
Accanto a lui la bionda e volitiva Regina Martin, ballerina di night club, sua una delle frasi più significative del film:

Vorrei saper piangere.

Il mondo è un posto difficile e la vita riserva cinismo e indifferenza.
Vorrei saper piangere.
E c’è un sogno da realizzare, il sogno di Annie.
Un film divertente e movimentato che strappa più di un sorriso, alcune scene sono davvero memorabili.
Ci sono gli ospiti di riguardo da intrattenere, il fidanzato della figlia di Annie e suo padre desiderano dare un gran ricevimento con l’alta società e così gli uomini dello Sciccoso e le ballerine del Club di Regina si esercitano nel ballo e nelle buone maniere, dovrebbero personificare ambasciatori e banchieri ma non ci riusciranno ahimé, sono veramente impresentabili!
Ma accadrà di meglio, con un’abile mossa dello Sciccoso alla grande festa interverrà il jet set di New York, dal sindaco al Governatore dello Stato.
E la signora Worthington Menville verrà salutata con tutti gli onori, come si conviene a una grande personalità.
E una lacrima di gioia bagnerà il bel viso di Regina Martin, colei che si rammaricava di non saper piangere.
Sono così i grandi film di Hollywood, li vedi e li rivedi decine di volte e non ti stancano mai.
Avete anche voi un vecchio film che è nel vostro cuore?
Tra i miei preferiti c’è anche La vita è una cosa meravigliosa del quale vi ho parlato in questo post.
E poi c’è questo film, da sempre.
Un sogno, un lieto fine e una cesta di mele rosse che portano fortuna a certi angeli generosi e altruisti, gli angeli con la pistola di Frank Capra.

Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura

Ed ecco a voi, cari lettori, l’illustre personaggio che oggi appare su queste pagine.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura.
A volte l’incipit era diverso: qui comincia la sventura del Signor Bonaventura.
Alzi la mano chi è stato bambino negli anni ’70.
E adesso ditemi: c’è qualcuno che non attendeva spasmodicamente l’uscita del Corriere dei Piccoli per potersi godere in santa pace le vicende del Signor Bonaventura?
Io ero una di quelle bambine, lo aspettavo con ansia, non vedevo l’ora che papà mi portasse il mio giornalino!
Che belle le storie di quel tipo allampanato, vestito di bianco e rosso, sempre seguito da un fedele bassotto.
Al Signor Bonaventura ne capitavano di tutti i colori, ma altri traevano sempre qualche vantaggio dalle sue sventure e alla fin fine il nostro eroe veniva regolarmente premiato con un ricca ricompensa, un milione!

Il Signor Bonaventura  (2)

Nato dalla fervida fantasia di Sto, nome d’arte di Sergio Tofano, il Signor Bonaventura ha fatto il suo debutto nel 1917, dapprima comparendo sulle pagine del Corriere dei Piccoli e in seguito sui palcoscenici dei teatri italiani, impersonato proprio da Sergio Tofano.
Vi fu anche una trasposizione cinematografica, il film si chiamava Cenerentola e il Signor Bonaventura e a interpretare l’indimenticabile amico dei bambini fu l’attore Paolo Stoppa.
E vi accennavo ieri a una splendida sorpresa che si trova al Museo dell’attore.
Signori lettori, grandi e piccini, ecco a voi il costume teatrale originale del Signor Bonaventura!

Il Signor Bonaventura  (3)

Le scarpe rosse, lunghissime.
La bombetta, i pantaloni larghi in fondo e la giacca rossa.
Ed è subito infanzia, mi vengono alla mente vividi ricordi di ore allietate dalla striscia che vedeva protagonista questo originale  personaggio.
Non vorreste anche voi tornare bambini e avere una buona merenda che vi aspetta?
Una fetta di pane burro e zucchero preparata dalla mamma!
E via, la cartella è finita in un angolo della cameretta, ci si appresta a una lettura molto interessante, il Corriere dei Piccoli.
Con la storia di quel tipo curioso e molto simpatico.
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura che avrà, come sempre, una sostanziosa ricompensa: un milione!

Il Signor Bonaventura

Nelle sale del Museo dell’Attore

Una palazzina all’Acquasola, Villetta Serra.
Tornerò a parlarvi di questo storico edificio e della sua storia, ma oggi vorrei raccontarvi ciò che potrete trovare nelle sue stanze.
Ancora per qualche tempo questa è la sede del Museo Biblioteca dell’Attore destinato a trasferirsi quanto prima in altri locali accanto alla Biblioteca Berio.
E certo, c’è la speranza che la nuova sede sia ampia e spaziosa e possa ospitare tutte le ricchezze che questo museo racchiude.

Museo dell'attore

Un numero impressionante di libri dedicati al cinema e al teatro, circa 41000.
E poi autografi e fotografie, bozzetti e caricature, manifesti e locandine, tutto ciò che potrebbe interessarvi in merito all’arte della recitazione è disponibile in queste sale.
I fondi archivistici in possesso di questo presidio culturale di primaria importanza portano i nomi dei più celebri artisti, da Silvio D’Amico a Gilberto Govi, da Ermete Zacconi a Vittorio Caprioli, solo per citarne alcuni.
E’ un archivio che raccoglie la storia della recitazione.
Questa è la sala di lettura.

Museo dell'attore (2)

E una parte importante la hanno i celebri protagonisti  del passato, come Tommaso Salvini, famoso attore cresciuto artisticamente nella compagnia di Gustavo Modena.
Non solo attore, Salvini era un fervente patriota e fu tra gli uomini di Garibaldi nei combattimenti per la Repubblica Romana.
Una figura che certo merita maggiore spazio e mi riprometto di dedicarglielo.

Tommaso Salvini

Esiste un fondo dedicato a questo grande attore e in una sala del Museo è allestito il suo studio, appesi ai muri i ricordi della sua brillante carriera.

Studio Salvini (3)

E il regolamento della sua Compagnia, con certe regole proprio di altri tempi!
Per le prove si richiede una certa puntualità e si specifica:

Onde nessun artista possa appigliarsi alla scusa della irregolarità dell’ora, servirà di norma l’orologio del teatro, e in mancanza di questo, l’orologio della piazza principale della città.

E attenzione, se tra un atto e l’altro c’era da cambiarsi d’abito, venivano concessi dieci minuti di tempo, diversamente si incorreva in una penale.
Il punto 11 del regolamento è poi piuttosto curioso:

A nessun artista della Compagnia è permesso di proporre delle collette a favore di qualsiasi individuo.

Meglio mettere le cose in chiaro subito!

Studio Salvini (4)

Ed ecco alcune stampe che ritraggono l’artista. Numerose sono state le mostre allestite dal Museo dell’attore dedicate a Salvini e alla sua arte, non solo a Genova, ma di recente anche nella città di Firenze.

Studio Salvini (2)
Libri, riviste e enciclopedie.
E un ricco patrimonio di costumi di scena appartenuti ai più grandi attori del passato, come Ermete Zacconi, Lamberto Picasso e Lilla Brignone.
E so che conoscendomi state attendendo le immagini.
Eh, magari! I costumi sono in un magazzino perché non c’è spazio per esporli, credo che sia un vero peccato al quale il Comune di Genova dovrebbe porre rimedio.
Sono risorse non valorizzate che invece potrebbero essere fulcro di vivo interesse per molti visitatori, non credete anche voi?

Museo dell'Attore (3)

Oh, comunque le sorprese non sono finite!
Una sezione è dedicata alla grande attrice Adelaide Ristori, che qui vedete in un antico dagherotipo.

Adelaide Ristori

Immagine di proprietà del Museo Biblioteca dell’Attore

E sì, ci sono anche i suoi costumi in quel magazzino e rinnovo l’appello al Comune di Genova perché si trovi uno spazio per esporli, sarebbe bellissimo vedere questi abiti, si potrebbe sognare un po’ di più!
Al Museo dell’attore  sono esposti  oggetti di scena e antiche immagini della Ristori.

Adelaide Ristori (2)

Bracciali e ornamenti, parte del costume che lei indossò quando interpretò Lady Macbeth.

Adelaide Ristori

Il ricordo di un’artista negli oggetti che le sono appartenuti.

Adelaide Ristori  (2)

Tra i patrimoni di questo Museo si annovera anche un prezioso teatrino di marionette risalente al’Ottocento, completo di mobilio, costumi e marionette.
Si trova al Museo di Sant’Agostino e spero che presto comparirà su queste pagine.
Ma ancora non ho terminato, non immaginate cosa ho visto al Museo dell’Attore!
Un antico baule da viaggio.
A chi sarà mai appartenuto? Riuscite a indovinare?

Il baule

Eh, provate a pensarci!
Siamo a Genova, questa è la patria di attori di grande talento.
Siamo a Genova.
E allora mi permetto di darvi un piccolo suggerimento, certa che vi basterà per comprendere il nome della proprietaria di quello splendido baule.
Gassetta e pumello, pumello e gassetta.
Sì signori, questo è il baule da viaggio di Rina Govi, moglie e compagna di scena dell’amatissimo Gilberto.

Rina Govi

E sempre al Museo di Sant’Agostino è allestito proprio lo studio di Gilberto Govi.
Ve lo mostrerò al più presto, da tanto desidero dedicare un ampio articolo a questo attore meraviglioso che ha portato il dialetto genovese alla sua massima espressione con le sue commedie indimenticabili.
E c’è un altro personaggio  del quale desidero parlarvi, una figura cara a grandi e piccini, domani avrete una bellissima sorpresa.
Ringrazio di cuore il Professor Eugenio Pallestrini, direttore del Museo Biblioteca dell’Attore, per la sua disponibilità e per aver reso possibile la divulgazione queste immagini.
E lo ringrazio anche di essere tra i lettori di questo blog, ne sono veramente contenta.
E allora vi aspetto domani, incontrerete qui un caro amico della vostra infanzia.
Un saluto da Zena da Miss Fletcher e da Gilberto Govi.

Gilberto Govi

Bye, bye Norma Jean

La donna più desiderata, la diva più bella e splendente.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
La sua morte, sopravvenuta nella notte tra il 4 e il 5 Agosto del 1962, l’ha proiettata nel firmamento di Hollywood, tra le stelle eternamente giovani troppo presto strappate alla vita terrena.
Attori mai dimenticati, come il tenebroso James Dean che trovò la sua fine a bordo della sua Porsche o come l’affascinante e sofferto Montgomery Clift.
Bionde per sempre, come la compianta moglie di Clark Gable, l’attrice Carole Lombard, morta in un tragico incidente aereo o la giovane Carole Landis, che si uccise a soli 24 anni.
Ma l’astro più fulgido è lei, Norma Jean Baker.
Muore giovane chi è caro agli dei, recita un noto verso di Menandro.
E di alcuni restano eternamente alcuni frammenti di vita, reale o di celluloide.
Incorrotti agli attacchi del tempo, imperituri ed immortali.
Una bionda esplosiva, che cammina sui tacchi a spillo ondeggiando i fianchi.
Una bellezza gloriosa, calda e solare.
E alcuni fotogrammi ormai nella memoria di ognuno di noi.
Una nave da crociera, una bionda e una bruna cantano Diamond are a girl’s best friends in Gli uomini preferiscono le bionde.
Un abito rosa shocking, uno sberlucicchio, il make up perfetto e sensuale: è lei, Lorelei Lee.
Bye bye, baby, gorgheggia Marilyn al suo fidanzato, prima che la nave salpi.
E poi, ricordate Picci, l’attempato miliardario che impazziva per lei? E la tiara di diamanti sulle bionde chiome della diva?
La camicia annodata sul ventre, i pantaloni Capri e gli occhiali da sole.
Un sorriso ammiccante, lo sguardo che seduce, le curve che fanno impazzire gli uomini.
La pettinatura di Marilyn, inimitabile e particolare.
Svampita? Riusciva a esserlo meglio di chiunque altra.
Ricordate quando interpretò Pola Debevoise, in Come sposare un milionario?
Pola ha problemi di vista ma si rifiuta di portare gli occhiali per non compromettere il suo fascino.
Ed è estate, tempo di ferie.
Un marito, Richard Sherman, è rimasto in città.
La moglie è in montagna con il figlio e Sherman ha la fortuna di avere una vicina di casa speciale.
E’ una tipa davvero strana, quando fa caldo tiene gli intimi nel frigo.
Champagne e patate fritte.
E lui, l’aspirante fedifrago, cerca di sedurla con il secondo concerto per piano di Rachmaninov.
Musica classica? Osserva lei e puntualizza: L’ho capito perché non cantano.
E poi la musica che invece a lei fa venire la pelle d’oca: le tagliatelle.
E il getto dell’aria della Metropolitana di New York che solleva il suo abito bianco.
Marilyn è quell’immagine, per sempre fermata nel tempo.
E’ una foto su un calendario, che per molto tempo fu nelle cabine di tutti i camionisti d’America.
E’ Cherie, la ballerina di Fermata d’autobus, che indossava un costume nero e verde smeraldo e le calze a rete.
Marilyn è Zucchero Candito, la suonatrice di ukulele in A qualcuno piace caldo.
È la storia della mia vita: se c’è una ciliegia col verme tocca sempre a me, dice sconsolata la bionda bellezza in quel film.
Marilyn e i suoi amori tormentati, dal campione di baseball Joe Di Maggio a Frank Sinatra, dall’intellettuale Arthur Miller ai fratelli Kennedy.
Marilyn è un celebre quadro di Andy Warhol, in mille colori.
Il padre della Pop Art sosteneva che ad ognuno spettano quindici minuti di celebrità.
Ne ebbe assai di più Norma Jean Baker, nota al mondo come Marilyn Monroe.
Colei che dormiva con indosso solo due gocce di Chanel Nr 5 e che pagò la propria fama con la propria felicità.
Colei che cantò: Happy birthday, Mr President.
Un’infanzia triste, amori tormentati, una maternità tanto ricercata e mai raggiunta.
La femmina più desiderata dai maschi, in certi suoi scatti si coglie qell’espressione malinconica che vela il suo sguardo.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
Muore giovane chi è caro agli dei.
E a costoro non è concesso il tempo.
Così fu per Marilyn.
Non ha potuto nascondersi agli occhi del mondo, come fece Greta Garbo quando non volle mostrarsi  mentre invecchiava.
Non finì i suoi giorni dilaniata dall’ Alzheimer come Rita Hayworth o in sedia a rotelle come Liz Taylor.
E non poté esibire le sue rughe, come fece un’orgogliosa e indomita Catherine Hepburn.
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua fine tragica rimane un mistero ma nessuna ha mai eguagliato il fascino di Marilyn Monroe.
Ed è stata la stella più fulgida e luminosa del cinema, ma anche una creatura fragile e incompresa.
Una bionda svampita? Sapeva fingersi tale sullo schermo, certo.
Gli Studios, le copertine di Life, il successo.
E la lucida consapevolezza che la vita non concede sempre a tutti il privilegio di essere se stessi.
Poche amare parole, pronunciate un giorno da Norma Jean Baker, colei che divenne Marilyn Monroe.
Ad Hollywood ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.