Nel giardino di Villa Spinola Dufour

C’era un tempo, nel ponente cittadino, un luogo prediletto dai genovesi per la villeggiatura.
Le strade e le città mutano, il progresso in molti casi ha stravolto la fisionomia di certi quartieri e ha dato loro un diverso assetto: non andiamo più a fare i bagni a Cornigliano, tuttavia nelle sue strade ci sono ancora ville che testimoniano il fasto e le usanze di anni passati.
Una di queste dimore è Villa Spinola Dufour che fu costruita nel ‘400, apparteneva in origine agli Spinola e divenne in seguito della famiglia Dufour, qui per diverso tempo vissero alcuni di loro.
Oggi la villa è ancora della famiglia e fa parte di Ascovil, l’ Associazione delle Ville Storiche di Cornigliano, come potete leggere sul sito è location per eventi, ricevimenti e matrimoni.

Villa Spinola Dufour (2)

Da parecchio desideravo visitarla e ho pensato di farlo in compagnia di persone speciali: con me è venuta Raffaella, la proprietaria dell’appassionante diario di Francesco Dufour, autore delle pagine che spesso avete letto su questo blog.
E inoltre ho avuto il privilegio di visitare questo luogo con lo zio di lei, l’Ingegner Lorenzo Dufour, lui con i suoi splendidi 92 anni ha seguito il filo dei ricordi nella casa di famiglia e dei suoi anni d’infanzia.
Nella villa che non vedeva da diverso tempo, in questo giardino dove fiorisce la primavera.

Villa Spinola Dufour (3)

Curato con dedizione ed amorevole affetto.

Villa Spinola Dufour (4)

Un’oasi di verde, tra i rami cinguettava un cardellino.

Villa Spinola Dufour (5)

E nelle aiuole si aprono i tulipani.

Villa Spinola Dufour (6)

Il limone è carico dei suoi frutti.

Villa Spinola Dufour (7)

E i rododendri si spalancano al sole.

Villa Spinola Dufour (8)

Tra gli alberi la torretta, in altre epoche la minaccia arrivava dal mare e bisognava difendersi dagli assalti dei temibili saraceni.

Villa Spinola Dufour (9)

Il vialetto gira intorno all’edificio, si cammina accanto alle bordure di fiori.

Villa Spinola Dufour (10)

Villa Spinola Dufour (11)

Tra la terra e il cielo chiaro di questa stagione.

Villa Spinola Dufour (12)

E questa è la villa, in tutto il suo splendore.

Villa Spinola Dufour (13)

E la primavera fiorisce anche sulle grate immaginarie e sulla finestra dipinta sulla facciata.

Villa Spinola Dufour (14)

Villa Spinola Dufour (15)

Qui c’è un cancello, questo è l’accesso da Via Tonale.

Villa Spinola Dufour (16)

Sapete, a volte accadono cose belle in maniera inaspettata.
Non ho potuto conoscere Francesco Dufour, autore del diario che avete letto su queste pagine, ma talvolta ho quasi l’impressione di aver incontrato tutti coloro che sono ritratti in quelle sue belle memorie, tutti loro sono diventati reali.
Ad esempio ho un moto di spontanea simpatia per la zia Amalia, forse rammenterete il memorabile aneddoto sull’arrosto, se non lo avete letto lo trovate qui, so che vi strapperà un sorriso.
La villa che visiteremo insieme era parte di un più ampio complesso comprendente due edifici: nella foto sottostante è il palazzo sulla destra, mentre l’edificio rosso sulla sinistra era invece la casa della Zia Amalia.
Lei la lasciò in eredità alla chiesa e adesso lì c’è un oratorio.

Villa Spinola Dufour (17)

E su queste dimore ritengo giusto leggere le righe scritte da Francesco Dufour nel suo diario:

“Al tempo della mia infanzia i Dufour possedevano una larga parte di Cornigliano dal lato di ponente.
Sotto i due palazzi nostri si estendevano i due giardini, il parco dello zio Gustavo e il magnifico giardino barocco della nonna.
Sotto i giardini c’era la “villa” nel senso genovese del termine, cioè gli orti.
Due tunnel passavano sotto alla strada e, al di là, si arrivava quasi al mare.”

Cornigliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le righe che seguono si riferiscono alla casa della Zia Amalia, così come le quattro foto successive:

“Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.”

Villa Spinola Dufour (19a)

Purtroppo quelle bellezze sono andate perdute e vivono solo nella memoria.

Villa Spinola Dufour

C’è ancora, forte e alto, l’albero di canfora, il Dottor Lorenzo Dufour se lo ricorda bene, mentre camminavano in quel luogo affollato dai bambini del quartiere lui è ritornato al tempo dei suoi giorni d’infanzia.

Villa Spinola Dufour (18)

E sapete, il Dottor Dufour aveva con sé un prezioso album di antiche foto, sono immagini del 1900.
Si vedono bambini di un altro tempo, sorridenti e felici, le femminucce hanno abiti con grandi fiocchi e scarpette vezzose.
E dietro di loro ci sono le balie, giovani donne che erano parte integrante della grande famiglia.
Quei bambini sono i piccoli Dufour di un altro secolo, seduti per terra, proprio su questi ciottoli che ancora calpestiamo.

Villa Spinola Dufour (19)

Così è la vita, ti riporta sempre nei luoghi che ti appartengono e che fanno parte del tuo cammino e visitare questi posti con una persona che li ha vissuti così intensamente è una bella emozione.
Anche voi potrete scoprire Villa Spinola Dufour, in occasione delle prossime Giornate dei Rolli le ville di Cornigliano si apriranno al pubblico.

Villa Spinola Dufour (20)

E così camminerete in questo giardino dalla lunga storia.

Villa Spinola Dufour (21)

Io vi lascio qui, davanti a Villa Spinola Dufour.
Apriremo insieme quel portone ed entreremo in quelle stanze, vi mostrerò i saloni e altre meraviglie di una superba dimora genovese.

Villa Spinola Dufour (22)

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Una fanciulla di nome Aurora

Camminò a lungo sopra a quei sassi tondeggianti non sapeva mantenere l’equilibrio e questa, in qualche modo, era per lei una sensazione inebriante.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Quelle parole le risuonavano spesso nella testa, quante volte gliele avevano ripetute!

Sassi
Aurora Millicent Fairfax era stata una bambina cagionevole, certi inverni della sua infanzia li aveva trascorsi osservando il mondo da una finestra, nella sua casa a graticcio, nella pacifica Saint Albans.
Figlia unica, protetta come un fiore raro, era stata una bimbetta docile e paziente ed era poi divenuta una fanciulla fragile, ad ogni infreddatura e ad ogni debole colpo di tosse la mamma e le zie si mettevano a snocciolare speranzose preghiere al Padre Eterno affinché proteggesse la loro delicata creatura.
Il medico aveva suggerito per Aurora un soggiorno in un luogo dal clima tiepido e salubre, così la famiglia lasciò l’Inghilterra per stabilirsi in un’incantevole villa in Albaro.

SanFrancesco d'Albaro

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Giorno dopo giorno, come per una sorta di miracolo, Aurora era come rifiorita: sulla sua pelle diafana erano sbocciate minuscole e chiare efelidi, il suo respiro non era più affannato.
La signorina inglese conduceva un’esistenza quieta, Aurora suonava il mandolino e amava i libri, ne aveva un baule pieno e li trattava con il riguardo che si conviene, a volte tra quelle pagine deponeva piccoli fiori.

Mandolino

Prediligeva i romanzi di Jane Austen, le cupe atmosfere di Dickens e i versi di Keats: in quei volumi trovava mondi che non aveva mai veduto, viveva amori che non aveva nemmeno mai osato sognare.
La sua vita tranquilla all’improvviso subì un inatteso terremoto: senza dir nulla a nessuno, in certe luminose mattine apriva il cancello del giardino e si allontanava dalla villa.
Si comprenderà che i genitori di lei si dimostrarono da subito molto apprensivi al riguardo: Aurora dava risposte evasive, li rassicurava dicendo che andava a leggere davanti al mare e loro, per quanto preoccupati, decisero di non porle ostacoli.
La loro figliola in fondo era stata sincera, qualcuno disse poi che l’avevano vista intenta nella lettura, proprio là, dove le onde si frangono contro gli scogli.
Era certamente lei, Aurora Millicent Fairfax con il suo cappellino e i guanti scuri, l’abito celeste e gli stivaletti con i bottoncini.

Via San Giuliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non era soltanto il canto della risacca a condurla in quel luogo, Aurora aspettava i pescatori.
Uno di loro, senza alcuna malizia, aveva suscitato la sua attenzione, la ragazza aveva anche vagamente intuito il nome di lui: il giovane si chiamava Taddeo e parlava una strana lingua cantilenante, un dialetto per lei incomprensibile.
Taddeo non sapeva nulla della Regina Vittoria o di William Shakespeare, lui era un uomo di mare, non conosceva una parola di inglese e certo non era mai stato a Londra, penso lei mentre da sotto il suo cappello lo osservava.
Taddeo aveva la pelle riarsa dal sole, il viso scuro come l’ebano, portava sulla testa un buffo berrettino e teneva i calzoni arrotolati.
Taddeo stava a piedi nudi nell’acqua, la signorina inglese non aveva mai avuto l’ardire di fare altrettanto!

Pescatori allo Strega

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche lui la notò, così dolce ed eterea Aurora non passava certo inosservata.
Furono diversi e ripetuti quegli incontri fugaci e silenziosi, ogni volta lui la omaggiava con dei piccoli doni che risvegliavano la meraviglia di lei.
Un pugno di sassolini colorati, conchiglie maestose che Aurora non aveva mai veduto prima.

Conchiglie

Un giorno Taddeo mise ai suoi piedi una stella marina rossa come il sangue, Aurora abbassò il suo libro e accennò un timido sorriso mentre la creatura degli abissi riguadagnò lentamente la via del mare.

Mare (3)

Dissero che l’avevano veduta spesso, proprio nel punto dove la strada compie una curva.
Gli amici di Taddeo giurarono di non saperne nulla, solo un certo Martino, con il fare di chi custodisce un prezioso segreto, svelò alcuni particolari che lasciarono attoniti i signori Fairfax.
Disse che un giorno aveva sentito la voce di lei, gioiosa e soave, non riusciva a smettere di ridere mentre cercava di pronunciare alcune parole in dialetto, era goffa e incerta in quei suoi buffi tentativi.
Aurora stava seduta sui sassi e Taddeo era in ginocchio, di fronte a lei.
E poi, d’un tratto, la signorina inglese si era tolta gli stivaletti e tenendo sollevati i lembi dell’abito aveva camminato nell’acqua mentre la spuma del mare accarezzava le sue caviglie.
Taddeo le era rimasto accanto come un angelo custode.

Mare (2)

E questo era tutto, da quel giorno Aurora Millicent Fairfax era scomparsa nel nulla e anche di Taddeo non c’era più traccia.
I signori Fairfax attesero la figlia per lungo tempo e tornarono spesso in quel luogo dove lei era solita fermarsi.
I libri di lei furono riposti nel baule, le corde del mandolino non suonarono più, rimase impressa nella memoria di loro il viso dolce di quella figlia tanto amata e protetta come un fiore raro.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Le sentiva ancora quelle parole, erano indelebilmente impresse nella sua mente.
Taddeo le diede la mano e restarono lì, sulla scogliera, mentre l’orizzonte si tingeva di oro.

Mare

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Ogni persona è un romanzo, a volte non puoi leggere certe storie ma puoi giocare con la tua fantasia.
E allora osserva bene: vedrai un giovane uomo, è un pescatore di nome Taddeo, accanto a lui c’è una fanciulla dalla pelle chiara, è la signorina Aurora Millicent Fairfax, l’ultima volta l’hanno vista là, seduta davanti al mare.

Via San Giuliano (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le botteghe di Vico Dritto di Ponticello

Alcuni luoghi puoi solo provare a immaginarli, la maniera in cui saprai vederli dipende solo da te.
Un quartiere di case umili e di giornate che scivolano via veloci, sapresti dire quanta vita non hai veduto?
Immaginala, passo dopo passo, pensa di camminare in questo caruggio dalle case alte, Vico Dritto di Ponticello.
Sul mio annuario Pagano del 1926 si contano ben 104 numeri rossi, vuoi vederla la vita?
La vita è nelle voci chiassose, nelle mani ruvide e nodose, nei tessuti spessi di certi grembiuli, nei pizzi leggeri tenuti da conto per le grandi occasioni, nei lenzuoli che pendono tra un palazzo e l’altro.
E la vita è in quelle botteghe, vuoi vederle tutte? Sono talmente tante!
Dal primo tratto fino al numero trenta rosso si contano tre negozi di calzature e uno di pellami, uno di sali e tabacchi, un salumiere e un orefice, una bottega di casalinghi, un bar e un caffè, un paio di parrucchieri, due pollivendoli e due macellerie.
Sfrigola l’olio nella friggitoria di Antonietta Valgrana, candida è la biancheria di Agostino Ferrando e bianche sono le stoviglie di Lagomarsino.

Vico Dritto di Ponticello

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Luccicano i gioielli dell’orefice, profuma di buono la cartoleria, il liutaio perfeziona i suoi strumenti e nelle tre osterie si brinda con un vino corposo.
E cammina ancora.
Ecco la pasticceria Musso e i tessuti di Razore, procedendo troverai ben sei negozi di scarpe e di fornitori per calzature.
Fresca e linda è la bottega che vende coloniali ai suoi clienti, da un forno esce l’aroma fragrante del pane e il profumo di dolce proviene di sicuro da Panarello.

Panarello (23)

Vetrina di Panarello – Corso Carbonara

Vuoi vederla la vita?
Guarda la faccia del Signor Ivaldi, lui fa il pollivendolo come il Signor Faccioli, a poca distanza dalla sua bottega ci sono una cartoleria e un negozio di pellami, invece Pavesi vende acciughe salate.
Ecco ancora diverse osterie, una trattoria e un ristorante.
E un macellaio, un parrucchiere e un ombrellaio.
E vedi, vedi com’è la vita, in Ponticello c’è una fabbrica di acque gazzose, non è distante dal panettiere e dal Banco del Lotto dove alcuni tentano la fortuna.

Vico Dritto di PonticelloCartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi ci sono Peschiera e Parodi, di professione calderai, ancora un negozio di biancherie, un pizzicagnolo, una bottega di paste alimentari e un macellaio, un parrucchiere e una latteria, un negozio commestibili e una drogheria.

Casaleggio (17)

Antica Drogheria Casaleggio

E non manca il gusto per le frivolezze, se volete assicurarvi un oggetto speciale c’è Marchese, rinomata ditta di chincaglierie.
Vuoi vederla la vita?
Da Vico Dritto vai verso Piazza Ponticello, magari potrebbe capitarti di sentire parlare di Madama Cinciallegra, qui tutti conoscono lei e i suoi mugugni sul quartiere.

Piazza Ponticello (3)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Vuoi vederli i volti delle persone che abitano qui?
Una la conosci anche tu, è una celebre genovese, si chiamava Caterina Campodonico e vendeva collane di nocciole, abitava proprio là, in Ponticello.

Caterina Campodonico

Sai com’è la vita?
I colori si appannano, i profumi si fanno più lievi e lentamente svaniscono, l’orizzonte muta e si presenta differente.
Ed è la mano dell’uomo ad aver voluto che accadesse questo e ad aver cancellato un quartiere, una strada, un mondo che era e non esiste più.
E anche se ormai c’è soltanto una targa e di tutto il resto non è rimasto nulla, certi luoghi prova ad immaginarli, la maniera in cui saprai vederli dipende solo da te.

Vico Dritto di Ponticello

Natalina Pozzo, la fruttivendola di Sarzano

In certi quartieri ci si conosce tutti, nel passato la città era anche più raccolta e credo davvero che fosse noto a molti il viso di Natalina Pozzo, fiera fruttivendola di Piazza Sarzano.
Là lei aveva la sua bottega, come ogni abile commerciante avrà esposto la sua merce con cura.

Piazza Sarzano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E mai l’avrebbe detto, Natalina, che un giorno avrebbe fatto un fatale incontro.
È il 1834, nella città di Genova c’è un uomo in fuga, le guardie sono sulle tracce, è implicato in un tentativo d’insurrezione che non è andato a buon fine.
E lui scappa e cerca la salvezza con indomita caparbia, arriva così in Sarzano ed è Natalina a giungere in suo soccorso.
Non c’è tempo da perdere, lei lo fa entrare nel suo negozio e lo nasconde agli occhi del mondo, il fuggiasco uscirà da quella bottega indossando abiti da contadino.
Il suo nome è destinato ad essere scritto nei libri di storia, il celebre fuggitivo è Giuseppe Garibaldi.

Garibaldi (2)

Opera esposta all’Istituto Mazziniano Museo del Risorgimento

Ora, ai nostri tempi, la bottega di Natalina non esiste più, mutano le città e con esse le nostre strade.
C’era, sopra la porta del suo negozio, una lapide in memoria di quell’evento, mai avrei pensato di vederla.
L’ho ritrovata al deposito del Museo di Sant’Agostino e perdonate la qualità della foto, la lastra era posata a terra in un punto non proprio agevole.
Tuttavia ecco cosa si può leggere su quel marmo:

Lapide

SALUTI REVERENTE IL POPOLO
QUESTA CASA
PER FRATERNA PIETA’ DI NATALINA POZZO
ACCOLSE FUGGIASCO
GIUSEPPE GARIBALDI
INIZIANTE LA GLORIOSA EPOPEA DELLE SUE GESTA
IL 4 FEBBRAIO 1834

Ho anche trovato un’antica foto di quella bottega, sopra la lapide si trovava un tondo all’interno del quale c’era il volto di Garibaldi.
La foto d’epoca non è tanto chiara ma ho avuto l’impressione che potrebbe trattarsi di questo altro pezzo che ho trovato a Sant’Agostino.

S. Agostino (17A)

Rimuoviamo i marmi e con essi la memoria delle storie che testimoniano, distogliamo lo sguardo dal nostro passato e così, poco a poco, perdiamo il ricordo di certi eventi e diveniamo in qualche modo più poveri.
La vicenda di Natalina Pozzo si collega ad altre due storie che hanno già avuto spazio su queste pagine, si narra infatti che altre due popolane abbiano aiutato Garibaldi durante la sua fuga: una è la fruttivendola Teresa Schenone e l’altra è l’ostessa Caterina Boscovich.
Donne del popolo, donne dei caruggi.
E un giorno io ho ritrovato lei, Natalina.
Quando ho veduto il suo nome inciso sul marmo mi è come venuto un tuffo al cuore e mi è parso quasi di scorgerla sulla soglia della sua bottega, donna semplice e coraggiosa che spalancò la porta all’eroe in fuga.
Un saluto a te, Natalina, fruttivendola genovese prodiga della tua fraterna pietà.

Verdura

Gli sguardi di Giano Bifronte, simbolo di Genova

Correva l’anno 1536 e nella città di Genova veniva commissionata agli artisti Della Porta e a Nicolò Corte un’opera di pubblica utilità: un barchile e cioè una maestosa fontana che venne collocata in una delle piazze centrali della Superba, all’epoca si chiamava Piazza Nuova, oggi è invece intitolata a Giacomo Matteotti.

Piazza Matteotti

Vista da Palazzo Ducale

Sulla fontana troneggiava una scultura con i tratti di Giano Bifronte.
Questa figura ha una forte valenza simbolica per questa città, una leggenda infatti narra che si debba proprio al dio Giano la fondazione della Superba, alcuni ritengono che da lui derivi il toponimo Janua, antico nome della nostra Genova.
Va detto che nella storia di Genova sono varie le supposizioni sull’identità del fondatore Giano ma su questo non mi dilungherò.
Il dio romano degli inizi, il dio dai due volti.

Giano (2)

Mutano anche i visi delle città e così è accaduto anche in questo caso.
Nella prima metà del ‘600 la fontana trovò una nuova destinazione, si stabilì di collocarla in Piazza San Domenico, così si chiamava l’attuale Piazza De Ferrari.
Sul finire dell’Ottocento venne nuovamente spostata e fu messa in Piazza Marsala, dove ancora potete ammirarla.

Via Palestro

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E anche al dio Giano fu trovata una nuova sistemazione, in un primo tempo venne posto su un’altra fontana che trovate nei caruggi, la sua storia è una delle prime che ho raccontato in questo articolo che vi conduce nella celebre Via Del Campo.
Là si trova la colonna d’infamia eretta nel 1628 per Giulio Cesare Vachero, traditore di Genova che fu punito con la morte per le sue colpe.
Oltre a ciò, secondo l’uso del tempo, la sua casa venne spianata e al suo posto fu costruita la colonna infame.
Tempo dopo i discendenti del Vachero ricorsero ad un astuto stratagemma.
Insomma, non era tanto onorevole trovarsi davanti agli occhi i misfatti del loro antenato, così quando venne costruita la Peschiera dei Raggio fecero in modo che fosse posizionata in maniera da oscurare la vista della colonna sulla quale sono incise le colpe dello stolto Vachero.
E su questa fontana fu collocato il busto di Giano.

Via del Campo

Non terminano qui le peregrinazioni genovesi del dio bifronte, alla fine dell’Ottocento fu destinato a Sarzano, la piazza che deriverebbe il suo nome da Arx Giani, rocca di Giano.

Piazza Sarzano (2)

Piazza Sarzano

Qui c’è una cisterna circondata da un tempietto e se guardate sulla sommità di quest’ultimo vedrete i due volti del nostro girovago Giano.

Piazza Sarzano (3)

Qui venne collocato e qui restò per molti anni, la statua che vedete attualmente non è altro che una fedele copia.

Giano

E dove si trova l’originale Giano Bifronte, colui che con i suoi sguardi misteriosi ha veduto scorrere la vita di Genova e i suoi secoli?
È conservato nel deposito del Museo di Sant’Agostino, insieme alle molte opere che hanno suscitato il mio e il vostro stupore, accanto alle pietre di Genova perduta.

Giano (3)

Lo si preserva e lo si difende dalle ingiurie del tempo ma merita certo di essere di essere esposto nelle sale del Museo.
Ed io spero che gli sguardi di Giano trovino ancora quelli dei genovesi e di tutti coloro che amano la storia di questa città.

Giano (4)

A far la spesa con le servette del 1882

Guardate, se fate attenzione potrete vederle anche voi, sono “E servette invexendæ” e quest’ultimo termine una volta tradotto dal genovese forse non rende appieno la totalità del suo significato: le nostre servette, protagoniste di questa storia, sono prese da una sorta di frenesia, sono eccitatissime!
E insomma, eccole qua, tutte invexendæ!
Sono loro le eroine alle quali è intitolata una canzonetta in genovese che si trova nel mio magnifico lunario del 1882, oltre alle vie e agli esercizi commerciali, alle pubblicità e a una miriade di informazioni in questo volumetto ci sono anche splendidi componimenti in dialetto che offrono suggestivi spaccati della società dell’epoca.
A tradurre questo gioiellino di genovesità, non certo privo di parole ostiche per lettori non esperti, è stato come sempre il mio caro amico Pino che conosce il genovese a menadito, Pino ha già tradotto per me le peripezie di Madama Cinciallegra e adesso mi ha fatto questo nuovo regalo, a lui vanno i miei ringraziamenti per questa nuova piacevole chicca.
Dunque, dicevamo? Ah, già le servette!
Dovete sapere che se ne escono di casa con un cestino per fare il giro delle botteghe.

Cestino
E sapete chi incontrano?

Gh’è o zuenotto chi le ammïa,
Chi ghe fa sempre l’eûggin

C’è il giovanotto che le guarda
Chi fa sempre l’occhiolino.

E che sospiri, qualcuno manda loro dei bacetti e le nostre servette sono sempre molto compiaciute!
Su su, c’è la spesa da fare e si comincia dalla bezagninn-a, la fruttivendola, poi si passa da-o maxellâ, proprio il macellaio!
E lì le nostre servette fanno un can can che non vi dico!
Sapete perché? Vogliono la carne gratis e ognuna sceglie il pezzo che preferisce.

Macelleria Nico

Macelleria Nico – Via ai Macelli di Soziglia

E in un vero e proprio esercizio di stile l’autore della canzonetta enumera tanti tagli diversi di carne e pare davvero vederle queste ciarliere signorine: una vuole questo, l’altra vuole quello!
Le sentite come cianciano?

Mercato Orientale (10)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E non è finita, eh?
Dalla lattaia fan di ciæti, chiacchiere e pettegolezzi, è ovvio!
Eh, poi come al solito queste servette fan delle storie, si lamentano perché

o læte ghe pä scûo
e o bitiro troppo æguôu

il latte sembra scuro
e il burro troppo acquoso

Latteria di Via Prè

Latteria in Via Prè

E poi ancora: vanno dal fidiâ, il pastaio, poi dal farinotto e dal carbonaio.
E per ognuno hanno un mugugno diverso: il negozio è troppo pieno, la farina è scura, l’olio non è buono, il carbone non è della migliore qualità!
E sono esigenti, sì, non vogliono essere certo licenziate dal padrone e dalla sua signora!
Tutte attendono un momento speciale della giornata, aspettano di incontrare il loro innamorato, all’Acquasola o lungo le mura della città.

Acquasola (18)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Guardatele, stan a fa da parisseûa, fan le cinciallegre!
Fino a quando scende la sera.
E poi torneranno ancora, di nuovo, il giorno successivo.
Perse nella tenerezza di un sentimento, immortalate nei versi di una canzonetta antica, tanto semplice quanto vera.

La Marina

Sotto i Portici di De Ferrari agli inizi del ‘900

Adesso c’è un semaforo, c’è un attraversamento pedonale e si sente il frastuono del traffico in sottofondo.
I suoni marcano il fluire del tempo e lo accompagnano, seguono gli istanti e i respiri, i tacchi battono sul selciato e sembrano quasi seguire un ritmo preciso.

De Ferrari

In altri anni, sotto a quei portici, c’era una fila di colonnine.
E altri suoni, una città che ancora conosciamo sullo sfondo e altre vie che non si possono più percorrere.
E ciò che era ieri è ancora adesso oppure non è più, a seconda del punto di vista.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Un tramestio di passi, gli ombrelli in caso di pioggia, il cappello calcato sulla testa.
La fretta, il tempo che va via, i secondi e i minuti che scivolano rapidi.

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Una donna dall’andatura decisa.
Avrà avuto uno di quei nomi che non si usano più, avrà conosciuto fatiche a noi estranee.
Come ti chiami? Battistina, Metilde o forse Fanny?

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Passa il tram e gli uomini d’affari vanno coi pensieri alle loro faccende importanti: cose molto terrene e evanescenti se vogliamo, al momento sembrano vitali, a dire il vero.
Si discute, appoggiati alla colonna.

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E poi, tra queste persone che camminano nel centro di Genova,  alcune si distinguono dalle altre.
Un’elegante signorina incede svelta e davanti a lei, fermi quasi in posa, ci sono due ragazzini.
Uno di loro ha un sorriso che è il marchio della sfrontatezza della gioventù: eccolo lì, gambe larghe, mani in tasca, atteggiamento sicuro.
Quello con la giacca più chiara, invece, si direbbe che indossi una divisa, parrebbe un fattorino.

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La vita che ti aspetta è sconosciuta.
Tu stai lì, sotto i Portici di De Ferrari, con la giacchetta sotto il braccio e una mano sul fianco.
E mica lo sai come sarà il destino che ti attende, poi passano gli anni e a vedere certi volti verrebbe il desiderio di saperlo.
Dimmi un po’, è stata generosa la vita con te?
Ti ha portato un amore, una schiera di figli, una casa da curare e un fine da perseguire?
Dimmi, come è stato per te che te ne stai lì, sotto i Portici tappezzati di pubblicità?

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No, non lo sai come sarà il destino che ti attende.
Ti appoggi lì, alla colonnina e guardi verso il fotografo con un atteggiamento esitante ed incerto, dev’essere perché non sai come sarà la vita che ti attende.
E magari abiti in una quelle stradine di Portoria che oggi hanno lasciato spazio a edifici moderni e non sarò certo io a dirti che quelle vie non ci sono più e che della tua casa non è rimasta traccia.
Tu però dimmi, come è stata la vita per te che te ne stai lì, sotto i Portici?

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Le immagini magnifiche appartengono all’amico Stefano Finauri che come sempre ringrazio, si tratta di ritagli ricavati da due diverse cartoline.
Sapete, io mi chiedo sempre quale esperienza sarebbe camminare in quella Genova che non conosco, provo in qualche modo a capirlo eppure mi sembra che sia quasi impossibile.
E altre volte mi domando cosa direbbero tutti coloro che vediamo in queste antiche fotografie, come potremmo spiegare loro come è cambiata adesso la loro città.
Come dicevo, ciò che era ieri a volte rimane, a volte non è più, a seconda del punto di vista.

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Cammini, attraversi il tuo tratto di mondo e magari non ti guardi neppure intorno.
Pensi al futuro, ai tuoi impegni, al fluire del tuo quotidiano.

De Ferrari (2)

Cammini, attraversi il tuo tratto di mondo e non ti soffermi a pensare che qualcuno l’ha percorso prima di te.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Preziosi consigli dal Lunario Genovese del Signor Regina

Ogni nuovo inizio va giustamente accompagnato da affabili consigli, pertanto per questo 2016 mi permetto di lasciarvi alcuni suggerimenti che provengono da un tempo lontano.
Sono tratti dal “Lunario Genovese del Signor Regina” del glorioso anno 1835, erano validi allora ma direi che li trovo perfetti anche per noi e quindi perché non ascoltare questa voce autorevole che ci parla da un tempo distante?
Dunque, in primo luogo guardatevi bene dal farvi cogliere dal sonno mentre viaggiate sulla diligenza, soprattutto se non siete in compagnia di amici fidati: non si sa mai, può capitare di tutto!

Piazza De Ferrari (3)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Quando vi danno un resto contate bene i soldi e accertatevi che non vi stiano rifilando una fregatura: ci vuole cautela, anche in questo caso.
Evitate pure di far sapere in giro le vostre fortune, non è saggio esporsi.
Dovete assumere un domestico? Ah, questo è un bell’affare!
Statene certi, il candidato si presenterà con lettere di referenze, siate accorti e andate di persona a prendere informazioni.
E poi fate attenzione!
Per caso i vostri domestici sono incalliti giocatori e tentano spesso la buona sorte?
Ecco, in questo caso il nostro amico dice che sarebbe meglio non averci a che fare, poi vedete voi, naturalmente.

De Ferrari (14)

E ancora, quando andate a fare acquisti siate scrupolosi.
Se dovete spendere cifre di un certo rilievo, siate cauti e non parlate a voce alta, aspettate di essere soli con il commesso e badate bene a non farvi sentire!
Ah mi raccomando: diffidate dei prezzi troppo bassi, c’è sicuramente sotto qualcosa di poco chiaro e ve ne pentirete amaramente, credetemi.
Se proprio avete la passione di andare a giocare a biliardo in luoghi pubblici fatelo solo con i vostri cari amici.
E poi? Quando cala la sera prendete le dovute precauzioni, non saprei dirlo meglio quindi riporto qui quanto scritto sul Lunario:

Per le strade, e particolarmente la sera, non vi lasciate mai accostare da veruno, e camminate dritto e presto.

Che altro aggiungere?
Nelle città c’è sempre da fare attenzione, guardatevi dagli estranei, in giro ci sono sempre dei malintenzionati che tentano di approfittarsene, è gente scaltra che non si fa scrupoli!

Piazza Caricamento

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

In conclusione, vi raccomando di tener da conto una preziosa raccomandazione: diffidate delle nuove invenzioni.
Già, anche lì si rischia di restar fregati, non c’è da usare giri di parole.
E il nostro fa degli esempi particolari, eh? State a sentire!
Non rimarreste perplessi se vi proponessero dei marmi artificiali, un camino che riscalda senza legna oppure abiti e stivali senza cuciture?
Ecco, lo stesso vale per le nuove scoperte: c’è da stare sempre in campana, non fidatevi!
Questo è tutto, dal 1835 al 2016 una serie di validi e preziosi consigli che spero vi siano utili.
Un caro saluto a voi, vado a controllare i vestiti e gli stivali anche se sono più che certa che le cuciture ci siano tutte!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Via Balbi, alla scoperta delle botteghe del passato

L’elegante Via Balbi con i suoi palazzi di pregio, una via elogiata persino da Stendhal che la definì la strada più bella d’Italia.
Qui è ubicato Palazzo Reale, qui hanno sede diverse facoltà universitarie ospitate in edifici storici.
Io proverò a raccontarvi non tanto la strada del fasto, vi narrerò alla mia maniera la via del quotidiano di altri giorni, lo farò seguendo le indicazioni di un mio preziosissimo libro, la Guida Pagano del 1926.
Pronti ad andar per negozi?
Partiamo dal basso, da Piazza della Nunziata saliremo verso Principe, chissà cosa ci attende!

Piazza della Nunziata (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

All’inizio della via c’è un’edicola, potremo così acquistare il nostro solito giornale, in seguito suggerirei di fermarsi a guardare la vetrina dell’antiquario Capurro.
Poi c’è la signora Faustina che vende olii e saponi, un orologiaio, un ombrellaio, un falegname e un fotografo.

Via Balbi

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Una calzoleria, un caffè, una rivendita di sali e tabacchi.
Ecco il bazar della Signora Angela, a dirvi il vero qui ci mi fermerei a lungo!
E ancora una calzoleria, un parrucchiere, un negozio di frutta secca.
Un cinematografo, una farmacia, una drogheria e un paio di bar nella zona di Piazza San Carlo.

Via BalbiCartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

C’è pure un negozio di armi e non mancano le attività connesse alla vita del porto, qui hanno sede gli uffici passeggeri di due importanti compagnie e poco distante c’è un’agenzia di viaggi.
Troviamo poi un negozio di ombrelli e uno di profumi, c’è persino una latteria Buonafede come quella che si trova tuttora in Via Luccoli.

Buonafede

E se venite con me a fare shopping rassegnatevi: intendo passare anche dalla modista e poi alla sala da toilette per signora di Adelaide Balestrino che tra il resto vende anche profumi!

Via Balbi

Non ci si annoia a camminare in Via Balbi, qui è tutto un susseguirsi di botteghe, proseguiamo il nostro percorso e troveremo un negozio di mobili, una merceria, un fotografo, un elettricista, un negozio di lane per materassi e un calzolaio.
E poi ancora, un orefice, una sartoria, una valigeria, un parrucchiere e un altro negozio di mobili.
Ci sono anche un altro orologiaio, una latteria, una pasticceria, negozi di vini e salumi, di armi e di calzature, un fruttivendolo e un negozio di articoli da viaggio, una bottega di filigrane e una liquoreria.
E poi ancora, confetture deliziose ed altre calzature alla moda, raffinate biancherie e tessuti, un negozio di confezioni, uno di commestibili, un altro di ombrelli, uno di ricami e una vineria.
Poi una latteria, L’Agenzia Wagon Lits, un cambiavalute e di nuovo un negozio di sali e tabacchi.
La storica Farmacia Pescetto ancora esistente, un banco del Lotto, un parrucchiere e la Galleria Artistica del Professor Bessi, scultore.

Via Balbi (3)

Farmacia Pescetto – Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ancora l’ufficio Passeggeri di una Compagnia di Navigazione, un caffè, un mobiliere e nei pressi dell’Ascensore di Montegalletto una fiorista.
Non ho citato i tanti uffici che ospitano diverse attività e i numerosi alberghi presenti nella via, sappiate che sono davvero tanti.

Via Balbi

Un interminabile elenco di realtà commerciali che mostra un mondo ormai svanito, la sola maniera per tentare di spiegare quanto tutto sia cambiato era questa: riportare qui un frammento di quegli anni grazie all’aiuto della mia guida.
E una cosa è certa: all’epoca c’erano tantissimi negozi di ombrelli, questo mi sembra chiaro!
Riguardo a tutto ciò che è scomparso insieme a quel mondo a volte ho l’impressione che abbiamo anche in parte perduto una quotidianità più a nostra misura, Via Balbi resta una bella strada eppure immaginarla pullulante di negozi così diversi rispetto a quelli odierni è un sorprendente gioco di fantasia.

Via Balbi (2)

Se andate da quelle parti provate a fermarvi all’altezza di Vico di Sant’Antonio, date le spalle a Via Balbi e guardate sul muro del caruggio alla vostra sinistra.
Io qui ho frequentato l’Università, chissà quante volte ci sono passata eppure ho notato questa insegna solo pochi giorni fa.
E non saprei dirvi a quali anni risalga, ho cercato sulle mie guide e lo stesso ha fatto Eugenio per me ma non abbiamo trovato traccia di questo negozio, potrebbe essere quindi molto più recente di quanto sembri, Eugenio pensa che potrebbe risalire agli anni ’50, magari è da attribuire ad un tempo più distante, davvero non lo so.
E tuttavia, alzate gli occhi e offuscate dai giorni trascorsi leggerete queste parole: Grand Salon Toilettes.
Se apprezzate lo stile e l’eleganza fateci un salto, sono certa che non ve ne pentirete.

Insegna

Il prestigioso Grand Hotel Isotta

Non stupisce che un albergo di categoria superiore si trovasse in Via Roma, da sempre questa è la strada dei negozi di lusso e delle vetrine eleganti.
Via Roma si trova in pieno centro, collega Corvetto e De Ferrari, le due piazze centrali della Superba, tuttora è una via molto chic.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

E noi viaggiatori di un altro secolo abbiamo il privilegio di soggiornare in questo Hotel esclusivo, certamente non ci verranno a mancare gli agi e le comodità.
Il Grand Hotel Isotta apre i battenti nel 1877, i suoi proprietari, gli stimati fratelli Isotta, sono persone che se ne intendono e infatti possiedono già un’altra struttura di prestigio, l’Hotel De France.
E se siete gente di mondo certo lo conoscerete, si trova in Via al Ponte Reale e ha ospitato lo scrittore Alexandre Dumas.
Ecco l’ insegna dell’Hotel sistemata strategicamente sull’angolo dell’edificio.

viapontereale[1]

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Torniamo in Via Roma, al Grand Hotel Isotta.
Con il tempo cambierà proprietario, sul finire dell’Ottocento diverrà di Giuseppe Borgarello.
Oh, certo, il fascino della struttura resterà immutato!
Eleganza, stile e un luogo di vero charme!

Hotel Isotta

Del resto basta guardare il palazzo per rendersi conto che qui verremo coccolati e trattati con ogni riguardo proprio come ogni ospite desidererebbe!

Hotel Isotta (2)

E’ briosa e vivace la nostra Via Roma, un viaggiatore qui non può che restare ammaliato.
E al Grand Hotel Isotta soggiornerà un celebre compositore: è il mese di Novembre del 1907 e a Genova va in scena Madama Butterfly, in questa circostanza il suo autore si ferma appunto al Grand Hotel Isotta.
Là, in quel palazzo, c’è stata una stanza riservata a lui, a Giacomo Puccini.

Hotel Isotta (3)

Oh, che sbadata!
Nell’entusiasmo di narrarvi questi particolari stavo quasi per scordarmi certi dettagli, naturalmente L’Hotel è dotato di ogni confort.
Non abbiate timori, qui non rischiate di prendervi un’infreddatura, le stanze sono dotate di caloriferi.
E c’è persino la luce elettrica, perbacco!
Vorrei sottolineare che il personale si fa in quattro per accontentare la clientela: all’Hotel potrete comprare i biglietti del treno e inoltre si premureranno di spedire i vostri bagagli.

Hotel Isotta (4)

E insomma, un posto del genere non può che avere successo.

Hotel Isotta (10)

Toh, nel 1923 ne è direttore un certo Adolfo Gallo, pure lui doveva essere uno che sapeva il fatto suo.
Il numero di telefono del Grand Hotel è facile da ricordare, eh? Due cifre soltanto: 55!
Provate un po’ a chiamare, secondo me vi risponderanno dalla Hall!

Hotel Isotta (5)

Tratto dal Manuale Telefonico del 1923 di mia proprietà 

E quando vi trovate da quelle parti non dimenticate di spedire cartoline ai vostri amici, le trovate con tutta comodità al Grand Hotel Isotta.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

Che atmosfere indimenticabili!
E sapete? Noi genovesi di questo tempo abbiamo ancora modo di sognare gli sfarzi dell’Hotel Isotta.
L’altro giorno passavo in Via Roma e per caso ho veduto un quadro appeso nell’atrio del civico 7.
E così sono entrata e ho potuto constatare con gioia che qualcuno desidera che si conservi la memoria del Grand Hotel Isotta, dall’immagine sottostante sotto tratte le due foto che arricchiscono questo post.

Hotel Isotta (8)

E poi, come sempre, ho da fare dei ringraziamenti a dei cari amici.
Grazie a Stefano Finauri al quale appartiene la cartolina di Via al Ponte Reale.
Grazie a Eugenio Terzo che in queste circostanze si dimostra sempre prezioso.
E infatti ha consultato per me i suoi libri e le sue antiche guide e mi ha fornito notizie importanti, poi mi ha anche inviato la cartolina pubblicitaria dell’Hotel.
E io mi sono divertita da matti a trovare altre piccole curiosità, questo genere di ricerche è davvero appassionante!
Eh certo, per saperne di più forse bisognerebbe parlare con la Signora Gemma Maria, colei che ha apposto la sua firma sulla cartolina inviata nel lontano 1909 dal Grand Hotel Isotta.
Oh, volete saperne una? La cartolina venne spedita il 19 Marzo 1909 alle ore 19 e giunse gloriosamente a destinazione, a Courmayeur, il 20 Marzo.
Caspita, c’è da dire che le Poste all’epoca erano davvero efficienti!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E in quegli anni i viaggiatori trascorrevano ozi dorati in Via Roma, nel prestigioso Grand Hotel Isotta.

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