Nelle sale di Villa Spinola Dufour

La scoperta di un’antica dimora genovese inizia così, dopo aver attraversato il giardino varchiamo la soglia di Villa Spinola Dufour.
Ai nostri tempi, come già vi ho detto, la villa è divenuta prestigiosa location per ricevimenti e cerimonie, i suoi saloni si aprono a chi desideri vivere momenti speciali proprio in questo luogo.

Villa Spinola Dufour (2)

E quando si entra in un edificio dalla lunga storia innanzi tutto bisogna salutare uno dei padroni di casa.
Questo anziano signore è Maurizio Dufour, architetto ed artista, le sue opere e il suo lavoro meritano molto più di una breve menzione e mi riprometto di tornare a parlarvi di lui.

Villa Spinola Dufour (3)

E poi, come la racconti una dimora come questa?
Camminando per queste stanze e cercando di immaginare la vita che l’ha percorsa e le persone che hanno abitato qui.

Villa Spinola Dufour (4)

Qui dove trovi un pregiato caminetto di marmo finemente decorato.

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Qui dove brillano specchiere dorate.

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Qui dove trovi un quadro con un paesaggio di un altro continente, questa è la Colonia Dufour nella lontana Argentina, sul dipinto sono anche impresse due date, 1902 e 1908.

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Nella grande dimora l’antica cucina ha un meraviglioso soffitto a volta.

Villa Spinola Dufour (8)

E tra i tanti saloni usati per i ricevimenti c’è l’antica sala da pranzo, ai muri troverete appesi dei mezzeri genovesi.

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Una scala conduce al piano nobile.

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E a reggere l’angioletto dorato è una colonna che un tempo aveva certo un’altra destinazione, vi si legge il nome di Maurizio Dufour.

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Gli ambienti sono accoglienti e molto curati, con una particolare attenzione per i dettagli.

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Ed è chiaro e luminoso l’ampio salone delle feste.

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Se avrete occasione di visitare questa villa non mancate di alzare lo sguardo verso i rosoni che decorano i soffitti.

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Saloni ampi e spaziosi, naturalmente a camminare in queste stanze mi sono venute alla mente le memorie dello zio Francesco e le sue righe che narrano di zanzariere e caminetti, se non le avete lette le trovate qui.

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Una luce che rischiara.

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E una finestra che si affaccia su un campanile.

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E poi ancora, un salotto delizioso dai colori tenui e polverosi.

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E una bomboniera dai toni delicati.

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Un gioco di fiori, corolle, nastri e decori.

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Un bagliore che scintilla.

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E due putti aggraziati.

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Nella grande dimora, oltre ai luoghi accessibili al pubblico, ci sono infinite scale e diversi rebighi, porte e porticine, ho veduto anche la cucina della servitù ed è stato davvero una sorta di balzo nel tempo.
E in questo cammino, come sapete, non ero sola.
C’erano i proprietari della villa, giovani intraprendenti che hanno restituito alla casa di famiglia una nuova identità.
E c’era Raffaella, la mia amica generosa che mi ha prestato il diario di Francesco Dufour.
E c’era suo zio Lorenzo Dufour, con i suoi ricordi di 92 anni di vita.
E naturalmente lui si rammenta tutto di questa casa: ogni angolo, ogni scaletta, ogni stanza.
Sali, svolta, gira a sinistra e poi altri gradini, un ballatoio, una porta e poi un’altra porta, per qualche istante ho creduto di perdere il senso dell’orientamento, questa villa è veramente immensa.
E ad un certo piano c’è uno sportello che si apre su una porzione di muro, là con mio grande stupore, ho veduto un foro attraverso il quale si ha una visuale perfetta di uno dei saloni.
Sarà stato usato dalla servitù durante pranzi e feste, probabilmente per sapere quando c’era bisogno di affrettarsi per servire le pietanze o qualcosa del genere!
Proprio cose di altri tempi, eh?

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E poi ancora una scala che conduce sulla sommità dell’edificio.

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E alture, campanili e scorci della città.

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E la svettante torretta.

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E tetti spioventi e gabbiani in volo.

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Questa e altre ville storiche di Cornigliano si apriranno nuovamente al pubblico, qui trovate il sito di Villa Spinola Dufour, vi invito a scoprire queste bellezze forse non tanto note di un luogo che un tempo era una località di villeggiatura molto amata dai genovesi.
Era campagna, aree verde e mare che si frange sulla spiaggia.
Era una dolce e armoniosa sequenza di ville, le trovate ritratte in quadro che si trova all’ingresso di Villa Spinola Dufour.

Villa Spinola Dufour (30)

Ringrazio i proprietari per questa visita speciale in un luogo dall’incantevole atmosfera.
C’è un altro quadro che dovrete guardare.
E troverete tanti nomi e rami ritorti che si protendono verso il cielo.
Si tratta dell’albero genealogico dei Dufour, è il cammino nel tempo di una grande famiglia genovese.
Si torna sempre nei luoghi che hanno fatto parte della nostra vita.
E non tutti gli sguardi sono uguali, certi occhi hanno guardato questo dipinto e oltre ai nomi hanno veduto volti e sorrisi.

Villa Spinola Dufour (31)

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Nel giardino di Villa Spinola Dufour

C’era un tempo, nel ponente cittadino, un luogo prediletto dai genovesi per la villeggiatura.
Le strade e le città mutano, il progresso in molti casi ha stravolto la fisionomia di certi quartieri e ha dato loro un diverso assetto: non andiamo più a fare i bagni a Cornigliano, tuttavia nelle sue strade ci sono ancora ville che testimoniano il fasto e le usanze di anni passati.
Una di queste dimore è Villa Spinola Dufour che fu costruita nel ‘400, apparteneva in origine agli Spinola e divenne in seguito della famiglia Dufour, qui per diverso tempo vissero alcuni di loro.
Oggi la villa è ancora della famiglia e fa parte di Ascovil, l’ Associazione delle Ville Storiche di Cornigliano, come potete leggere sul sito è location per eventi, ricevimenti e matrimoni.

Villa Spinola Dufour (2)

Da parecchio desideravo visitarla e ho pensato di farlo in compagnia di persone speciali: con me è venuta Raffaella, la proprietaria dell’appassionante diario di Francesco Dufour, autore delle pagine che spesso avete letto su questo blog.
E inoltre ho avuto il privilegio di visitare questo luogo con lo zio di lei, l’Ingegner Lorenzo Dufour, lui con i suoi splendidi 92 anni ha seguito il filo dei ricordi nella casa di famiglia e dei suoi anni d’infanzia.
Nella villa che non vedeva da diverso tempo, in questo giardino dove fiorisce la primavera.

Villa Spinola Dufour (3)

Curato con dedizione ed amorevole affetto.

Villa Spinola Dufour (4)

Un’oasi di verde, tra i rami cinguettava un cardellino.

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E nelle aiuole si aprono i tulipani.

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Il limone è carico dei suoi frutti.

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E i rododendri si spalancano al sole.

Villa Spinola Dufour (8)

Tra gli alberi la torretta, in altre epoche la minaccia arrivava dal mare e bisognava difendersi dagli assalti dei temibili saraceni.

Villa Spinola Dufour (9)

Il vialetto gira intorno all’edificio, si cammina accanto alle bordure di fiori.

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Tra la terra e il cielo chiaro di questa stagione.

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E questa è la villa, in tutto il suo splendore.

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E la primavera fiorisce anche sulle grate immaginarie e sulla finestra dipinta sulla facciata.

Villa Spinola Dufour (14)

Villa Spinola Dufour (15)

Qui c’è un cancello, questo è l’accesso da Via Tonale.

Villa Spinola Dufour (16)

Sapete, a volte accadono cose belle in maniera inaspettata.
Non ho potuto conoscere Francesco Dufour, autore del diario che avete letto su queste pagine, ma talvolta ho quasi l’impressione di aver incontrato tutti coloro che sono ritratti in quelle sue belle memorie, tutti loro sono diventati reali.
Ad esempio ho un moto di spontanea simpatia per la zia Amalia, forse rammenterete il memorabile aneddoto sull’arrosto, se non lo avete letto lo trovate qui, so che vi strapperà un sorriso.
La villa che visiteremo insieme era parte di un più ampio complesso comprendente due edifici: nella foto sottostante è il palazzo sulla destra, mentre l’edificio rosso sulla sinistra era invece la casa della Zia Amalia.
Lei la lasciò in eredità alla chiesa e adesso lì c’è un oratorio.

Villa Spinola Dufour (17)

E su queste dimore ritengo giusto leggere le righe scritte da Francesco Dufour nel suo diario:

“Al tempo della mia infanzia i Dufour possedevano una larga parte di Cornigliano dal lato di ponente.
Sotto i due palazzi nostri si estendevano i due giardini, il parco dello zio Gustavo e il magnifico giardino barocco della nonna.
Sotto i giardini c’era la “villa” nel senso genovese del termine, cioè gli orti.
Due tunnel passavano sotto alla strada e, al di là, si arrivava quasi al mare.”

Cornigliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le righe che seguono si riferiscono alla casa della Zia Amalia, così come le quattro foto successive:

“Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.”

Villa Spinola Dufour (19a)

Purtroppo quelle bellezze sono andate perdute e vivono solo nella memoria.

Villa Spinola Dufour

C’è ancora, forte e alto, l’albero di canfora, il Dottor Lorenzo Dufour se lo ricorda bene, mentre camminavano in quel luogo affollato dai bambini del quartiere lui è ritornato al tempo dei suoi giorni d’infanzia.

Villa Spinola Dufour (18)

E sapete, il Dottor Dufour aveva con sé un prezioso album di antiche foto, sono immagini del 1900.
Si vedono bambini di un altro tempo, sorridenti e felici, le femminucce hanno abiti con grandi fiocchi e scarpette vezzose.
E dietro di loro ci sono le balie, giovani donne che erano parte integrante della grande famiglia.
Quei bambini sono i piccoli Dufour di un altro secolo, seduti per terra, proprio su questi ciottoli che ancora calpestiamo.

Villa Spinola Dufour (19)

Così è la vita, ti riporta sempre nei luoghi che ti appartengono e che fanno parte del tuo cammino e visitare questi posti con una persona che li ha vissuti così intensamente è una bella emozione.
Anche voi potrete scoprire Villa Spinola Dufour, in occasione delle prossime Giornate dei Rolli le ville di Cornigliano si apriranno al pubblico.

Villa Spinola Dufour (20)

E così camminerete in questo giardino dalla lunga storia.

Villa Spinola Dufour (21)

Io vi lascio qui, davanti a Villa Spinola Dufour.
Apriremo insieme quel portone ed entreremo in quelle stanze, vi mostrerò i saloni e altre meraviglie di una superba dimora genovese.

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Da un diario genovese del passato: sci, tennis ed equitazione

Ritornano su queste pagine le parole di Francesco Dufour tratte dal suo prezioso diario.
Nella casa della celebre famiglia genovese si dava molta importanza allo sport, a proposito delle varie attività praticate il nostro amico ci ha lasciato i suoi particolari ricordi e naturalmente non mancano gli incidenti di percorso, la lettura di queste memorie è sempre a suo modo sorprendente.
Mica era tutto semplice, eh?
Anche  dedicarsi allo sci poteva presentare imprevisti e inconvenienti, leggete un po’ qua!

Montagna

Val Ferret – foto di proprietà di Marco Kanobelj 

Mi sono accostato agli sci la prima volta a Claviére.
Allora non c’erano scarpe da sci, avevo delle scarpe da soldato con sotto le bullette, non tenevano né l’acqua né il freddo.
Arrivato a destinazione andai in un negozio dove affittavano gli sci, questi avevano nel centro una lamina di ferro dolce che lo attraversava trasversalmente.
Posero lo sci su un’incudine e a forza di martellate adattarono la lamina alla scarpa.
Una cinghietta teneva l’attacco ma lo sci andava per conto suo.
Appena uscito dal negozio ad uno sci si spezzò la punta nella curva, questo sci era fatto di legno da casse.
Qualche volta con Antioco, Pietro e Pio siamo andato al Sassello e alla Bocchetta.
Una volta un oste in questa località mi inviò questa cartolina: “Come d’accordo, neve abbondante.”

Montagna (2)

Val Ferret – Foto di proprietà di Cesare Lombardo

Papà era un gran cultore dello sport che riteneva utilissimo per la salute.
Tutti abbiamo imparato l’equitazione da ragazzini frequentando i corsi del Collegio Calasanzio a Cornigliano.
Papà fece costruire il tennis a Cornigliano prima dell’altra guerra, venne a tracciare le righe Gigetto Drago, vecchio maestro e vecchia gloria.
Allora questo gioco era cosa per tutti nuova, si credeva che tutto consistesse nel tenere la palla in gioco il più a lungo possibile, erano ignorati i colpi tesi.
Quando si andava a giocare si portava sul campo una cassa con quattro racchette e alcune paia di scarpe, erano di pelle, solo con il tacco più largo e basso.

Fontanigorda

Il Campo da Tennis di Fontanigorda

Anche a Sestri papà fece costruire il tennis.
Venne a tracciarlo di nuovo Gigetto Drago, in questa occasione avvenne un fatto curioso.
Noi avevamo un libro con un disegno che mostrava come geometricamente si potevano fare gli angoli del grande rettangolo.
Si trattava di far coincidere degli archetti partendo dalla linea mediana.
Abbiamo lavorato tutta la mattina senza pervenire ad un risultato, il rettangolo restava sempre storto.
Solo molto tardi ci accorgemmo che una delle due rotelle metriche che avevamo invece di 20 metri misurava 18.
Papà ci facilitò sempre la pratica degli sport, riguardo all’equitazione diceva: “È bene imparare… se si dovesse scappare!”
Non ci permise mai di imparare la scherma perché temeva che la pratica delle armi ci rendesse audaci nell’accettare o nel proporre un duello.
In realtà alla nostra epoca il duello era quasi scomparso.

Casa del Romano

Casa del Romano

Ditelo, non ci avevate mai pensato all’eventualità di dover tracciare le righe per il campo da tennis, vero? Neppure io, devo dirlo!
Cose d’altri tempi, in ogni caso allora il duello era quasi scomparso ma questa è un’altra storia, un altro paragrafo di questo diario entusiasmante.

Da un diario genovese del passato: zanzariere e caminetti

Avanza l’autunno, le giornate si accorciano e le nostre case vengono riscaldate da un piacevole tepore.
Il nostro quotidiano è reso semplice da agi e comodità alle quali siamo talmente abituati da ritenerli scontati, sarà anche una considerazione banale ma provate a pensare a come vi sentite se per disgrazia in casa vostra manca l’acqua calda o salta la corrente.
Che disagio! Non vedete l’ora che tutto torni alla normalità, è vero?
Nel passato anche coloro che appartenevano a classi sociali privilegiate avevano vite decisamente più complicate delle nostre e come sempre ce lo racconta Francesco Dufour con queste righe tratte dal suo diario.

Quando ero bambino andavamo in estate a Cornigliano, a casa della nonna.
Era un palazzo del ‘700 con uno sterminato salone da ballo, la cui volta arrivava al tetto, così la sala da pranzo.
Il giardino era all’italiana, pieno di statue, peschiere, grotte, ninfei e gazebo.

Ninfee (10)

C’erano molte zanzare per via delle peschiere e tutti i letti avevano la zanzariera, si aveva sempre molta paura degli incendi.
Nei primi tempi in questo palazzo non c’era ancora la luce elettrica, nelle stanze principali c’era un lume a petrolio.
Quando veniva l’ora di andare a letto il servitore portava alla nonna un lume d’argento e per tutti una bugia con la candela.

Lume a petrolio

Un lume a petrolio di casa mia

Nella casa di Genova, quando io ero bambino, non c’erano i caloriferi che papà fece mettere poco dopo; il riscaldamento avveniva unicamente per mezzo dei caminetti che erano in quasi tutte le stanze principiali.
Si stava vicino al fuoco il più possibile e spesso le stanze erano invase dal fumo, c’erano anche degli artistici parafuochi.
Tutti facevano largo uso di scialletti e c’erano i cosiddetti scarponi che erano come dei sacchi di pelliccia nei quali si mettevano i piedi con le scarpe; i bambini avevano spesso i geloni.

Cornigliano

A Cornigliano c’è Via Dufour
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche quando ci fu il calorifero la situazione non migliorò molto, un po’ per le altissime finestre piene di spifferi, un po’ perché, io credo, l’impianto era stato preventivato per una temperatura di poco superiore a quella esterna.
Mi ricordo che la mamma mi raccontava che quando andava a trovare lo zio questo stava seduto su un seggiolone nel suo salone e quando veniva l’inverno i domestici gli mettevano sotto il seggiolone un tappeto di iuta e questo era tutto il suo riscaldamento.

Via Garibaldi

La casa di cui si parla nel paragrafo precedente è in Via Garibaldi 

Queste parole sono un racconto affettuoso di un mondo neanche tanto distante eppure molto diverso dal nostro, non ho mai incontrato l’autore di questo diario ma grazie a queste pagine è diventato un amico.
E così nel corso della mia recente visita a Staglieno ho pensato di portagli un saluto, la tomba della famiglia Dufour si trova nel Porticato Superiore a Ponente,  tra tante lapidi sulla parete laterale sinistra troverete anche quella con il nome del nostro amico, il suo anno di nascita è 1908.
Se capitate da quelle parti e come me desiderate salutarlo ora sapete dove si trova.
Grazie di cuore Signor Francesco, i suoi racconti sono un bellissimo viaggio nel tempo.

Tomba Dufour

Da un diario genovese del passato: le fatiche del popolo

Un diario è prezioso per tante ragioni, vi si raccolgono memorie personali da destinare ai posteri e se si ha sensibilità e intelligenza si tramanda anche lo specchio di una società.
Le righe che seguono sono state scritte da Francesco Dufour, uomo dalla rara capacità di narrare la sua epoca e le relative usanze, senza tralasciare anche i più sfortunati e coloro che ebbero in sorte di affrontare vite faticose.
Da questo diario ho tratto diversi articoli, ho deciso pertanto di includere queste pagine in una categoria dedicata dal titolo Un diario genovese del passato, qui troverete solo le memorie di Francesco Dufour.
E vi lascio con le sue parole e con il suo sguardo rivolto verso Genova e la sua gente.

Il popolo era poverissimo, i lavoratori per campare dovevano lavorare da una luce all’altra.
I pescatori di Cornigliano erano rinomati per il loro coraggio, tutti i giorni dovevano guadagnare qualche cosa perciò varavano i gozzi con qualunque tempo poi remavano al largo fino ai “campanii in scia Lanterna”.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

 Volevano dire che andavano tanto al largo da traguardare la Lanterna con i campanili della Basilica di Carignano, questo corrispondeva ad alcuni chilometri dalla riva.
Il Gustin di Sestri diceva: “i pesci basta per frize” , cioè la pesca per mangiare un giorno.

Reti
A Cornigliano i “manenti” tutto il giorno lavoravano nella villa (nel senso genovese, cioè gli orti).
Quando non ci si vedeva più andavano a mangiare un boccone e a dormire per poche ore, alla prima luce partivano con il carro per andare a Genova in Piazza della Nunziata dove c’era un mercato.

Piazza della Nunziata

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Coltivavano soprattutto primizie, cioè carciofi e asparagi.
Le serre erano irrigate dall’acqua che veniva estratta dal sottosuolo mediante una noria, un bindolo tirato in tondo da un cavallo.
Tutti i poveri erano ridotti dalle privazioni ad avere la salute malferma, quasi tutti erano tisici.
Si pensi che allora le malattie infantili erano in gran parte mortali, pochi bambini arrivavano al settimo anno di vita.
Allora non c’erano le pillole, il medico prescriveva tanti grammi di calomelano o di chinino e il farmacista faceva i pacchetti o i cachet.
Papà aveva una bilancia di precisione e faceva lui stesso le dosi.

Farmacia Sant'Anna (15)

Antica bilancia della Farmacia Sant’Anna

Allora la miseria era tanta e se si aveva bisogno di fare una commissione o portare un peso si trovava sempre per strada un ragazzo o un poveretto contento di guadagnare qualche lira.
Era in voga una curiosa industria, i poveri si inginocchiavano con fare molto contrito dinanzi alle cassette delle elemosine nelle chiese poi, con una bacchetta sporca di vischio, tiravano fuori qualche monetina.
Era molto in voga rubare il portafoglio sul tram e preferito era il tram 27 che andava da Principe a De Ferrari, attraverso le piccole gallerie che c’erano ancora.
C’era una categoria di persone, i poveri, i quali vivevano praticamente di elemosina; ce n’erano parecchi davanti ad ogni chiesa e molte madri con bambini piangenti in collo.
Tanti poveri venivano a bussare alla porta di casa, continuamente si sentiva dire: “Signora, c’è un povero“.
Nelle scale della nostra casa in Via Balbi c’era sempre una folla che aspettava lo zio, naturalmente c’erano molte “casane” abituali (casane in genovese significa clienti o avventori).
A qualche povero si dava una scodella di minestra che si metteva sulla finestra del ballatoio; una volta un tale la lasciò, era la fine di un’epoca.

Via Balbi

Cartolina apppartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Un viaggio in treno nel 1926. In carrozza, in carrozza!

In carrozza, in carrozza!
Svelti signori viaggiatori, si parte.
E in questa calda estate del 1926, ciascuno si adoperi affinché il viaggio sia tranquillo e confortevole, le mamme tengano a sé i loro piccini, le fanciulle si dotino di un potente ventaglio che procuri loro il fresco necessario.
Si parte, in carrozza, signori!

Stazione Brignole, 1908
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Oh, rispettate le regole! Quelli delle ferrovie sono particolarmente severi, sapete?
Tuttavia, al viaggiatore è concesso portare con sé qualunque tipo di bagaglio, fino a 20 kg di peso, escluse le cose pericolose e nocive e cose che possano recar noia o riuscire sgradite agli altri viaggiatori quali pollerie, pesci, ceste vuote che hanno servito trasporto pesci , così recita testualmente il regolamento.
E si può ben comprendere tale divieto!
Ve l’immaginate quel compunto e azzimato notaio viaggiare in uno scompartimento che odora di acciughe? Impensabile!
E i cacciatori leggano bene le prescrizioni che li riguardano, è tutto chiaro:

“durante la stagione venatoria i cacciatori possono portare seco gratuitamente il così detto “zimbello” (civetta od altro uccello da richiamo) purché la gabbia in cui è racchiuso, col proprio bagaglio a mano, rientrino nel peso e volume consentito…”

Eh, il bagaglio è sempre un problema!
Certo, come bagagli è consentito trasportare pellicole cinematografiche, pneumatici e copertoni per automobili, ma non più di quattro, strumenti musicali e portantine.
Ma i rappresentanti di commercio si ricordino bene che in caso debbano far salire a bordo campionari di oggetti preziosi c’è una tassa da pagare!
E comunque i preziosi, così come i pizzi, i merletti e le sete vanno rigorosamente riposti in un baule, ammagliati con corda, i cui capi sono da assicurare con piombi.
Gli artisti che vogliano portarsi dietro effetti teatrali devono usufruire di una concessione speciale.
Si possono trasportare uccelli in gabbia, cani, gatti e scimmie.
Che volete, con questa faccenda delle colonie c’è gente balzana che si è portata in patria persino le scimmie, bisogna adeguarsi ai tempi!
Damigiane e fiaschi sono tassati come mobilia.
I colli pesanti oltre i cento chili sono presi e consegnati solo a pianterreno. Abitate a un piano alto? Non c’è problema, pagate il 30% in più e vi recapiteranno qualunque collo.
E leggete bene, uguale sopratassa del 30% sarà applicata alle merci da recapitarsi nei vicoli (carrugi), salite, scalinate e simili, nei quali non si può accedere con i carri a cavalli.
Eh certo! Non pretenderete mica che un pover’uomo si scapicolli giù per i caruggi con il vostro bagaglio sulla schiena! Eh no, fatti vostri se abitate in vicoli stretti ed angusti, vi tocca la sopratassa e niente discussioni.
Le damigiane e i bottiglioni, invece, vanno trasportati con una protezione di legno e metallo e all’interno imbottiti di paglia o erba palustre.
E poi certe merci sono trasportate con l’aumento del 200% sui prezzi delle tariffe vigenti.
Qualche esempio? L’acqua dolce e il burro di cocco, le formelle di carbon fossile e di lignite, le giuggiole e il granturco, le olive fresche e il pane comune, il riso e i pomodori conservati in vasi o scatole di latta.
Eh, c’è un elenco che non finisce più, quelli delle ferrovie sono dei tipi precisi!
E offrono diversi tipi di biglietti, ah sì!
Nella bella stagione, dal primo luglio al trenta settembre, sono previsti biglietti collettivi per le stazioni balneari e termali che non distino più di cento km dalla stazione di partenza.
E allora ecco perché le stazioni sono così affollate, famiglie intere, genitori, figli e nonni.
In carrozza, in carrozza!
Si parte, ognuno verso la propria agognata meta!
Tra bauli rigidi e pesanti, mentre il treno sbuffa, si parte!
E c’è sempre quello che vuole salire a bordo con le pollerie, meno male che quelli delle ferrovie controllano, altrimenti chissà che viaggio d’inferno sarebbe.
Si parte, con le civette in gabbia e con le scimmie, prendete posto, il viaggio sarà lungo ma che importa?
Partirete verso la vostra destinazione, con l’entusiasmo e l’impazienza nel cuore.
Partirete dal luogo per voi più comodo, forse dalla piccola stazione di Cornigliano.
Vi accomoderete accanto al finestrino e guarderete fuori, verso il mare blu, laggiù c’è il castello e sotto la ferrovia ci sono le rocce e i gozzi.
Fate buon viaggio, signori viaggiatori.
In carrozza, in carrozza!

Cornigliano Ligure, 1916
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri