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Posts Tagged ‘Corso Firenze’

Vi porto ancora per le strade del mio quartiere, a guardare i tetti, in questa stagione dolce le prospettive sanno essere incantevoli.
Così era, appena una settimana fa in Corso Firenze: chiarore di cielo azzurro e neve sui monti in lontananza.

E come vi ho già raccontato, in questa città di strade in salita che si inerpicano sinuose, i tetti dei palazzi delle vie sottostanti terminano in corrispondenza delle strade della Circonvallazione e così da Corso Firenze si vedono gli ultimi piani degli edifici di Via Pertinace.
E scalette, piante, terrazzini.

E tende per riposarsi all’ombra.

Rampicanti e quei colori cari a noi genovesi, bianco e rosso della Croce di San Giorgio.

Sventola nel cielo fresco di marzo la bandiera di Genova accanto al simbolo della Superba.

Disegni nell’aria e in lontananza la modernità.

E geometrie, castelli ed edifici ottocenteschi.

Ancora, su Ponte Caffaro.
Ringhiere, vasetti, gradini, bellezza vera sospesa lassù.

E più oltre, sulla sommità dei palazzi che si affacciano sul percorso della funicolare Sant’Anna, altre armonie di un altro tempo.

Tutti gli indizi della primavera, andando verso la spianata.
Un tettuccio, piante rigogliose, muri dai colori caldi.

E ancora foglie rosse, alberi, contrasti di Genova.

Una sdraio per riposarsi al sole, una palma e tantissimi vasi, vasi di coccio che ospitano la vita.

Camminando per le strade del mio quartiere.
Guardando i tetti e le prospettive della Superba.

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Torno a scrivere del mio quartiere, torno alle cronache della città in salita.
In Circonvallazione a Monte si susseguono i corsi ottocenteschi, ancora adesso conservano lo stile che si volle imprimere al quartiere.
E così io scendo dai miei bricchi e spesso percorro questo tratto di Corso Firenze.

Corso Firenze 1

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oltre la ringhiera c’è uno dei soliti saliscendi della mia Genova, al di sotto di essa ecco i palazzi di Via Pertinace.

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E una delle scale che collega le due strade, una delle magnifiche vertigini della Superba.

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Nella città che si arrampica sulle alture, tra curve a gomito e salite, accade che i tetti di Via Pertinace siano esattamente all’altezza di Corso Firenze e così, percorrendo questa strada, i tetti fanno da scenario all’orizzonte.

Corso Firenze (2)

Tra il resto ieri mattina ho anche veduto la neve che imbianca le montagne.

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Nella città in salita c’è una soluzione per ogni difficoltà e gli edifici di questa zona hanno una particolarità: certi palazzi situati nei corsi sottostanti sono dotati di due ingressi, un portone al piano strada e un’uscita dal tetto, tramite l’utilizzo di scale e passerelle.

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Noi qui ci siamo abituati ma è evidente che nei luoghi di pianura nessuno esce di casa passando dal tetto: quelli di Genova invece sì.

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Un passaggio proteso sull’azzurro.

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Ed io ho da sempre un debole per la ringhiera di questa passerella, la sua armoniosa struttura corrisponde in pieno al mio ideale di bellezza.

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E poi ancora, eccoci in Spianata Castelletto, da qui si gode di un’incantevole vista sui tetti di Genova.

Spianata Castelletto

E anche qui salite, discese e passerelle.

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E poi, come vi ho detto, si va a casa passando per il tetto.

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Questa particolare passerella l’ho percorsa un’infinità di volte perché in quel palazzo abitavano amici cari della mia famiglia.
Io che soffro di vertigini ricordo che da piccola mi tremavano un po’ le ginocchia!

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Si sta sospesi, lassù, a destra si scorge l’inconfondibile profilo dell’ascensore di Castelletto.

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E poi abbaini, ardesie e cielo azzurro.

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E ancora scale, muretti e gradini percorsi infinite volte.

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E ancora oltre, imbocchiamo Corso Paganini e ancora troviamo scalini, ringhiere e su e giù, così è Genova.

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E fili da stendere, fiori e ancora passerelle.

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E tetti, sono i tetti della sottostante Via Caffaro.

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In cima alla via due lunghe scalinate conducono fin quassù, si inerpicano sui due lati ed entrambe sboccano su Ponte Caffaro.

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Eccola Via Caffaro e la sua prospettiva infinita.

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E a dire il vero dovrei contare tutti quei gradini, non l’ho mai fatto!

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Superato il ponte ancora altre passerelle.

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E scale, scale, scale.
E foglioline che si arrampicano e colori dell’autunno della Superba.

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Un continuo saliscendi, una particolarità di questo quartiere.
Tetti, scale e passerelle di Circonvallazione a Monte.

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In diverse circostanze ho avuto occasione di scrivere della Farmacia dei Frati Carmelitani Scalzi di Piazza Sant’Anna, il mio primo articolo risale al 2012, poi ne sono venuti molti altri.
C’è sempre una buona ragione per tornare a trovare Frate Ezio, magari nel tempo in cui profumano gli agrumi.

Agrumi (2)

Oppure quando sbocciano le rose.

Rose (22)

E poi insomma, è sempre una gioia rivedere il mio amico Frate Ezio e scoprire gli affascinanti segreti della Farmacia Sant’Anna, la storia di questo negozio iniziò nel 1650 e ancora continua con successo.
Come ho già avuto modo di ricordarvi questa è la più antica bottega di Genova che non ha mai cambiato proprietario.

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E oggi, cari amici, torneremo insieme in questo luogo così speciale di Genova e lo faremo in un modo particolare.

Farmacia Sant'Anna (3)

Qui, seguendo antiche e preziose ricette, nascono i preparati e i rimedi per le più svariate necessità come ad esempio la pozione di salsapariglia, depurativa e detossificante del sangue e antinfiammatoria.

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E certo, dai petali delle rose nasce uno sciroppo delizioso!

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Tic, tac, tic, tac.
Si accende la macchina del tempo e si va indietro negli anni, all’inizio del secolo scorso.
Come si giunge alla bella farmacia dove si trova ogni rimedio per i propri malanni?
Se si viene dal centro si consiglia di servirsi dell’ascensore di Sant’Anna, mentre coloro che già sono in Circonvallazione a Monte potranno fare una gradevole passeggiata fino alla Farmacia.
Si scende, percorrendo Corso Firenze.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E poi ancora, si imbocca Corso Paganini.
Ecco le signore con gli abiti scuri e i cappelli scenografici, tutte si dirigono verso la salita che conduce alla piazzetta.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ah, che fatica, con quei vestiti, con l’ombrellino da passeggio e tutto il resto!
Piano piano si arriverà a destinazione.

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E una volta giunti in Piazza Sant’Anna si andrà a far compere, in cerca di ciò che occorre per il proprio benessere, siamo agli inizi del ‘900 e l’offerta è ampia e varia.
Oh sì, cari lettori, io ne ho la certezza perché nella mia guida Pagano del 1922 ho felicemente trovato una splendida inserzione pubblicitaria che decanta i prodotti della Farmacia, c’è anche un riferimento alla Funicolare della quale si può servirsi per andare dai frati.
E sono nominati lo sciroppo di salsapariglia e quello di rose, come avete potuto vedere dalle mie foto in questa farmacia ancora si usano questi ingredienti.
E poi rosolio, zucchero rosato e diversi altri preparati, ci sono anche le pillole di un certo Fra Bernardino e naturalmente è citato il Dottor Le Roy, all’ingresso della Farmacia c’è un busto marmoreo che ritrae questo celebre medico.

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E insomma, la pubblicità è l’anima del commercio, no?
E così i predecessori di Frate Ezio nel glorioso 1922 ricorrevano alle inserzioni pubblicitarie sulla Guida della città di Genova e in questo modo facevano conoscere i loro particolari preparati.
Oggi le cose sono cambiate, la Farmacia ha un sito del quale vi potete servire per le vostre ordinazioni, come sapete vi si trovano anche prodotti cosmetici, saponi e acque profumate.
Non so come fossero quei religiosi del 1922, a me i frati sono sempre simpatici, alcuni in modo particolare.
Ai nostri giorni all’Antica Farmacia Sant’Anna trovate lui, il mio amico Frate Ezio, insieme ai suoi confratelli conserva i segreti del passato con uno sguardo verso il futuro, nello splendido cammino della più antica bottega di Genova che non ha mai cambiato proprietario.

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Questa è una storia commovente e intensa, per raccontarla dobbiamo andare indietro nel tempo.
Sul finire del ‘700 la città ha un altro aspetto e nella zona di  Piazza Acquaverde c’è la Chiesa della Visitazione dove si trovano i Padri Agostiniani Scalzi, in questo edificio religioso è venerata una particolare statua di Maria: è la Madonna dell’Espettazione del Parto.

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Sono tempi difficili, nel 1797 chiesa e convento vengono soppressi.
L’immagine adorata di Maria in quest’epoca di rivoluzioni viene preservata ed è la fede di un uomo a salvarla, è un laico talmente devoto a Lei da guadagnarsi il nome di Fra Giovanni della Madre di Dio.
Ed è lui a fare in modo che la Madonna sia condotta presso il Convento di San Nicola.
Incombe il destino della storia, sono gli uomini a tracciarlo: nel 1810 il governo napoleonico sopprime diversi conventi, questa sorte toccherà anche a quello di San Nicola.
I religiosi abbandonano così la città e tornano nei loro luoghi di origine: anche Fra Giovanni, a malincuore, lascia San Nicola.
Porta nel cuore autentico affetto per la Madonna a lui così cara, non trova pace Fra Giovanni, si accerta di continuo che la statua sia al sicuro.
E giunge un giorno benedetto: egli scopre che esiste la possibilità di affittare chiesa e convento.
Presto, non c’è un momento da perdere!
Con la questua raccoglie quanto necessario, affitta la chiesa e torna al cospetto della sua Madonna.
Si prega Maria quasi da carbonari, i fedeli entrano da una porticina laterale e si riuniscono davanti allo sguardo dolce di Lei ma la chiesa rimane sempre chiusa.

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Lo zelo di Fra Giovanni non conosce tregua, egli attende il momento propizio per restituire agli occhi del mondo la luce della Madonna del Parto.
Viene a sapere che il governatore della città Giambattista Carrega è particolarmente devoto alla Madonna e così si rivolge proprio a lui.
Ed è la vittoria e il trionfo della costanza, il piccolo uomo devoto ottiene che nel 1815 la chiesa sia finalmente riaperta.
Da allora la Chiesa di San Nicola da Tolentino ha subito diversi ammodernamenti in seguito ai danni subiti durante l’ultima guerra.

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Non è terminata la commovente vicenda di devozione di Fra Giovanni, la figura di quest’uomo mi ha davvero colpita: per il suo fervore, per la sua attenzione, per la bellezza dei suoi gesti.
E andiamo al 1818, si attende un evento importante in città.
E Fra Giovanni, come sempre, è riuscito a far cadere l’attenzione sulla sua Madonna adorata.
Vedete?
Riuscite a scorgere la ripida strada che conduce lassù?
Sentite lo scalpiccio dei cavalli?
E c’è anche una portantina regale che viene condotta su per la sfiancante salita: Vittorio Emanuele I e la Regina Maria Teresa salgono a San Nicola.
Dalla Madonna del Parto.
Da Fra Giovanni.
E noi come abbiamo fatto a dimenticare la grandezza di questo piccolo uomo?
Immenso, per me, per questo voglio ricordarlo.

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Il sovrano viene accolto nella chiesa ornata a festa, Vittorio Emanuele visiterà anche la Madonnetta, Fra Giovanni otterrà che le due chiese siano di nuovo affidate agli Agostiniani.
Così la Madonna del Parto si salvò, grazie alle cure di Fra Giovanni, al termine della sua avventura terrena Fra Giovanni fu posto ai piedi di Lei a dormire il suo sonno eterno.
A San Nicola ho trovato solo traccia di questo sepolcro dove riposano insieme diversi frati dell’ordine.

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Lei è sull’altare della chiesa, la circonda una fiammante luce dorata, la pregevole statua è attribuita a Tommaso Orsolino.

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Candida nel suo manto chiaro, mistica nei suoi gesti, un volo d’angeli illumina il suo ventre, immagine dolce della Madre di Dio.

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Se andrete in questa chiesa La troverete.
E quando sarete davanti a Lei pensate al piccolo uomo, Fra Giovanni della Madre di Dio.
Non conosco il suo volto, non so nulla in più su di lui.
So che questo sorriso lo rasserenò fino alla fine dei suoi giorni, so che i suoi occhi cercarono questo sguardo amorevole per tutta la sua vita.
E mi piace pensare che li abbia ritrovati, per l’eternità.

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Torno a scrivere di un luogo a me caro, con un racconto che viene da lontano ed è tratto dalle pagine di un mio libro prezioso: Genova Nuova, un corposo volume edito nel 1902 che narra la crescita e la trasformazione della mia città.
Sono anni di fermento e di grandi rivoluzioni urbane: la Superba cambia aspetto, la nuova Genova è bella ed elegante.
Sulle alture si snodano dolcemente le ampie strade della circonvallazione, il cielo è lo stesso di allora: turchese profondo su Corso Firenze.

Corso Firenze

Passo dopo passo lo si percorre per raggiungere la Scuola Elementare Maria Mazzini, di quegli anni d’infanzia ho già scritto in questo post, ne ho un dolce ricordo.
Corri giù, con lo sguardo sull’orizzonte del mare, la cartella sulle spalle e la mano sulla ringhiera.
Suggestioni dell’autunno che sta per arrivare.

Corso Firenze (2)

L’autore di Genova Nuova dedica ampio spazio alle nuove scuole cittadine.
Sorgono, egli scrive, per accogliere con maggior agio gli scolari e perché essi possano usufruire di spazi ampi, luminosi e arieggiati.
La scuola dove io ho imparato a scrivere viene terminata nel 1893 su progetto dell’Ingegner Oddone e se per caso non lo sapeste adesso comprenderete per quale ragione questo edificio ha due ingressi.

Scuola Elementare Mazzini

Da principio, infatti, il palazzo comprendeva due differenti elementari: la scuola maschile Emanuele Celesia e la scuola femminile Maria Mazzini.
In posizione amenissima e saluberrima, sottolinea il nostro autore.
E poi descrive quei corridoi, quelle scale, i terrazzi e i saloni dedicati alla ginnastica e alla ricreazione al coperto.
Luoghi che ho vissuto, luoghi dove sono cresciuta, li ho scolpiti nella memoria.
Qui non mi dilungherò nei numerosi dettagli architettonici riportati nel libro, l’autore descrive il sistema di riscaldamento e quello per l‘aspirazione dell‘aria viziata, specifica che quelle ampie finestre erano state progettate perché la luce inondasse le classi e le file di banchi.

Scuola Elementare Mazzini (4)

C’erano, nelle due scuole, 10 classi per ogni sezione.
E mi viene in mente che mia nonna era maestra elementare e insegnò anche alla Mazzini, ho tante foto di classe di lei con i suoi alunni.
Un libro che racconta il passato,su quelle pagine si legge che all’epoca i bambini potevano usufruire di un giardino che era parte dell’edificio.
In quel principio del secolo poche case sovrastavano la scuola, nella parte destra della fotografia si nota una ringhiera non più esistente, in quello spazio ai nostri tempi c’è la Piazzetta dell’Unicorno.

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Immagine tratta dal Volume Genova Nuova di mia proprietà

In età adulta mi è capitato di ritornare alla Mazzini, come molte altre anche la mia scuola è sede dei seggi elettorali.
Di un dettaglio non ho memoria, eppure l’autore di Genova Nuova ne parla con autentico entusiasmo.
Egli scrive che davanti ad ogni classe c’è un vestibolo di 13 mq con una fontanella.
Ecco, io di questo non ho memoria, immagino che non ci sia più l’acqua che zampilla per dissetare i piccoli studenti: se le fontanelle ci sono ancora, e ne dubito, io proprio le ho dimenticate!
Tanto tempo è trascorso dal 1893, generazioni e generazioni di bambini hanno imparato a pensare, a immaginare e a disegnare in questa scuola.
E ancora adesso è così.
In Corso Firenze, alla Maria Mazzini.

Corso Firenze (4)

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I libri celano storie e ti portano in un altro tempo, leggi e così inizia il tuo viaggio.
Di recente ho acquistato un corposo volume dal titolo Genova Nuova, venne pubblicato nel 1902 dai Premiati Stabilimenti Cromo-Tipografici A. E. Bacigalupi.
Il libro narra i mutamenti della città nei suoi diversi aspetti ed è arricchito da belle immagini, curiosamente non è indicato l’autore del testo, gli mando comunque un sentito ringraziamento per le piacevoli passeggiate virtuali che mi sta regalando.
Genova Nuova: una città che cresce con strade ampie e eleganti, questa è l’epoca di importanti rivoluzioni urbanistiche e alcuni le hanno vedute con i loro occhi.
Il narratore segue lo spirito del tempo ed esalta le opere di valenti architetti e ingegneri, è un viaggio che ci riporta in luoghi noti permettendo di scoprire anche ciò che si è perduto: sono trascorsi più di cent’anni, quella Genova nuova del 1902 ha ancora mutato volto.
Tic tac, tic tac, tic tac.
Mettiamo indietro le lancette dell’orologio ed andiamo a quegli anni, in Corso Firenze.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Qui sorge una lussuosa dimora progettata dall’architetto Dario Carbone, la Palazzina Weil ha alle sue spalle una verde collina, è immersa in una ridente quiete bucolica.
È dotata di una loggia, ha un’elegante torretta e le sue finestre si aprono su un ampio orizzonte luminoso.
Un luogo incantevole, pacifico e paradisiaco.
E il nostro autore si lascia persino andare a divagazioni romantiche: dice che questo sarebbe il posto perfetto per “nascondervi i primi tête-à-tête” o per gioiose feste tra amici.

Palazzina Weil (2)

Immagine tratta da Genova Nuova – 1902 Libro di mia proprietà

Ecco il magnificente vestibolo, sullo sfondo si scorgono le vetrate.

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Immagine tratta da Genova Nuova – 1902 Libro di mia proprietà

E poi i marmi pregiati dello scalone e della balaustra, opere di Giuseppe Novi.
Seguendo le suggestioni dello scrittore è facile immaginare due amanti che si inseguono su per queste scale per poi ritrovarsi lassù, a sospirare sulla torretta.

Palazzina Weil

Immagine tratta da Genova Nuova – 1902 Libro di mia proprietà

L’edificio aveva ricche decorazioni, il salone era abbellito da opere di Cesare Viazzi, l’immagine che segue è un dettaglio di un dipinto dal titolo Diana Cacciatrice, un altro dipinto ritraeva le sirene.

Palazzina Weil (4)

Immagine tratta da Genova Nuova – 1902 Libro di mia proprietà

L’incanto della Palazzina Weil è catturato in certe immagini dell’epoca, forse ricordete una cartolina scritta da una certa Ester.
Ecco la dimora decantata nel tempo dei cambiamenti di Genova, si trovava su quell’angolo di Corso Firenze dove inizia Via Paride Salvago.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

Ai nostri tempi la Palazzina Weil non esiste più, la sua bellezza è svanita come il ritmo di una musica jazz che lentamente diviene silenzio, il prestigioso edificio ha lasciato posto a una diversa costruzione.

Corso Firenze (2)

Camminando in Corso Firenze, verso la spianata voltate gli occhi verso Castello Bruzzo, al di sotto di esso vedrete proprio questa palazzina rosa.

Corso Firenze

Tic tac, tic tac, tic tac.
Mettete indietro le lancette del vostro orologio e guardate ancora.
E d’improvviso è un altro tempo.
Sotto la torre di Castello Bruzzo svetta un’altra armoniosa torretta, era parte dell’incantevole Palazzina Weil.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Vi porto con me, a passeggio per il mio quartiere.
Una curva, poi un rettilineo.
Ci fermeremo qui, in questo punto di corso Firenze.

Corso Firenze

Questo tempo è stato un altro tempo, così era questo tratto di strada all’inizio del ‘900, le immagini che vedrete sono tratte da due cartoline del mio impagabile amico Eugenio che qui ringrazio.
Questa è la città che muta e si estende sulle colline, con i corsi della Circonvallazione.
I due palazzi che vedete sul fondo ai nostri tempi sono coperti dai rami degli alberi.

Corso Firenze (2)

Qui se ne vedono gli ultimi piani: il palazzo giallo sulla sinistra fa angolo con Via Bernardo Strozzi, poi c’è il secondo edificio di colore verde e il terzo palazzo con le persiane ocra al tempo della nostra cartolina deve ancora sorgere.

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Questa invece è un’altra prospettiva dei due edifici ritratti nel secolo scorso.

Corso Firenze (5)

E osservate ancora l’immagine antica, noterete che in Corso Firenze ancora non c’è il palazzo che qui si nota sulla sinistra.

Corso Firenze (3)

Venne costruito nel 1908 e con l’occasione invio un grato saluto agli architetti del bel tempo andato che avevano questa utile consuetudine di apporre le date di costruzione sopra gli edifici.

Corso Firenze (4)

Alziamo gli occhi, verso le alture che circondano Genova.
Ecco l’Hotel Righi, con la sua vista impagabile sul Golfo.

Hotel Righi

Ed esiste tuttora, ai nostri giorni qui ci sono delle abitazioni private.

Hotel Righi (2)

Inconfondibile si distingue la Chiesa della Madonnetta, io la vedo dalla mia finestra e sento il suono delle sue campane.

Madonnetta

I luoghi cambiano ma a volte sembrano restare identici a com’erano un secolo fa.

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Osservo i dettagli, una particolare costruzione è un buon punto di riferimento, da Corso Firenze è anche ben visibile il profilo di una nicchia.

Salita Madonnetta

Ci sarà ancora questa casetta?
Certo, è questa palazzina verde, attualmente coperta da altri edifici, accanto si nota una creuza che sale.

Salita Madonnetta (2)

E allora percorriamo Salita della Madonnetta, tra sole a picco e ombra confortatrice.

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E quasi in cima troviamo l’edificio che ci interessa, all’epoca da Corso Firenze si potevano vedere  la creuza e la palazzina.

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E poi c’è Lei, la Madre di Dio che presidia ogni angolo della città della quale è Regina.

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La città cambia e cresce, gli uomini la ampliano in base alle loro esigenze.

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E osserviamo ancora, torniamo in Corso Firenze: alle spalle di uno degli edifici immortalati sulla cartolina c’è una piccola abitazione che si distingue per il tetto spiovente.

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Guarda bene tra i palazzi di Corso Firenze.

Corso Firenze (7)
Il tempo perduto è una piccola casetta gialla.

Salita Madonnetta (7)

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Il tempo perduto è il tempo del quotidiano, oggi più frenetico, allora più lento.
Trattieni il tempo perduto, appoggia la mano sulla ringhiera.

Corso Firenze (9)

Corri, nel futuro e nel passato.
Nel tempo di mezzo, tra il domani che verrà e quello sconosciuto tempo trascorso.
Appoggia la mano sulla ringhiera.

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Il tram sferraglia, c’è una scala tra il muro e il palo, in fondo si vede una sorta di carrettino, non so proprio di cosa si tratti: Eugenio mi ha detto che secondo lui erano in atto lavori stradali, probabilmente si stavano mettendo dei pali per l’elettrificazione del tramway.

Corso Firenze (11)

A breve distanza ci sono dei giardini.

Corso Firenze (12)

Corri, corri nel tempo perduto.
E troverai su quell’erba due bambine, forse sono sorelle, indossano lo stesso cappellino.
Una è più grandicella, ha la giacca con grandi bottoni chiari, l’altra bimbetta invece porta un abitino con il colletto ampio impreziosito da una raffinata rifinitura.
È il tempo dei giochi, si va in Corso Firenze con una carriolina di legno.
E mi sono chiesta chi l’abbia costruita, davvero!
E queste due piccine avranno avuto poi una lunga vita felice?

Corso Firenze (13)

Alle loro spalle, oltre la ringhiera, a destra della chiesa, poche case e poi alberi.
In quello spazio vuoto, in quel luogo che deve ancora nascere c’è tutta la mia vita e quella di molti genovesi.
Lì sorgerà la mia casa, ci saranno i miei ricordi, i quaderni, i fiori, i libri, la scrivania sulla quale scrivo.
In quello spazio. Vuoto. C’era il tempo ancora da immaginare, c’era la vita che ancora non esisteva.

Madonnetta (3)

E poi.
E poi il tempo scorre.
Lì è sorta la mia casa.
Lì ci sono i miei ricordi, i quaderni, i fiori, i libri, la scrivania sulla quale scrivo.

Madonnetta (4)

E sul prato c’è ancora il tempo perduto.
È negli alberi appena piantati, cresceranno e diventeranno alti e rigogliosi.
È nei passi incerti di una piccolina, sua sorella è quella che regge la carriola.
È ancora là, quel tempo perduto, ha il suono dolce delle risate di due bambine.

Corso Firenze (14)

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Diverso tempo fa, per un puro caso, mi sono soffermata a fotografare un cartello.
Non è una pregiata rarità, si tratta semplicemente di una comune palina sulla quale sono segnalati i numeri degli autobus che passano nel mio quartiere, in Circonvallazione a Monte.

Cartello

A loro modo queste fredde cifre rappresentano una piccola e silenziosa rivoluzione, le cose cambiano e a volte nemmeno te ne accorgi.
Insomma, quando io ero ragazzina per andare in centro si prendeva il 30 oppure il 33, entrambi partivano dalla stazione Principe, uno portava a De Ferrari e l’altro alla Stazione Brignole.
C’era anche una linea barrata del 33, faceva romanticamente capolinea ai giardini di San Nicola, era una piacevole comodità.
Poi, a un certo punto, non ricordo precisamente quando, tutto è mutato e adesso la linea che serve questo quartiere ha il numero 36 che in altri anni copriva invece un diverso percorso.

Piazza G. Villa

E sapete, per venir su da questi bricchi e verso le case arrampicate sulle colline, oltre alle funicolari e agli ascensori c’è sempre stato un piccolo autobus, il glorioso e rimpianto 76.
E sì, pure lui aveva un fratellino minore, c’era anche il 76 barrato!
Un viaggio su quel piccolo mezzo era una specie di avventura, faceva un percorso a dir poco tortuoso, superato Ponte Caffaro si inerpicava su per Via Acquarone e poi, sprezzante delle pendenze genovesi, vi portava fino in Via Domenico Chiodo.

Ponte Caffaro

Ponte Caffaro

Ecco, se non siete di Genova immaginate salite impervie, curve a gomito, macchine incolonnate dietro all’epico 76, una quotidiana processione su e giù per Circonvallazione a Monte.
Pochi posti a sedere, le signore con la spesa e gli studenti con gli zaini sulle spalle, nelle ore di punta il 76 era sempre pieno, a certe fermate poi si svuotava e si procedeva con maggior agio.
Che complicati arzigogoli per arrivare a casa, chi ne ha memoria sarà d’accordo con me!
Ed io che non sono affatto una persona ordinata giorni fa ho trovato in un cassetto un orario AMT del 1998-99.
Ehm, lo so, non è normale averlo ancora, non ditemelo!
Ebbene, con stupefatta meraviglia ho scoperto che in quegli anni viaggiavamo ancora sul 76, a me sembra passato un secolo da quei viaggi!

Orario

Nello stesso cassetto, per una ragione a me ignota, c’è anche un biglietto regolarmente timbrato del lontano 2001, mi sa che a questo punto conserverò entrambi i reperti per una Miss Fletcher del futuro, sono certa che quando verranno rinvenuti saranno accolti con giubilo ed entusiasmo!
Detto ciò, abbiamo sempre il nostro piccolo autobus e due diverse linee, il 374 e il 375, io uso quest’ultima e devo dire che il suo percorso è più rapido, semplice e piano, bisogna ammettere che è molto più comodo.

Castelletto

Ecco, però se penso al 76, devo dirvelo, in qualche modo lo rimpiango, per me era uno dei simboli di questo quartiere e di un’epoca che ricordo con dolce affetto.
Corri, sta arrivando l’autobus!
Qualunque mezzo abbiate preso, le ricordate anche voi quelle corse a perdifiato, vero?
E poi?
Ci sediamo tutti qui, alla fermata, sulla panchina.
Oppure ci diamo appuntamento davanti alla cabina del telefono, al tempo dei gettoni.
E ci sono le giacche di jeans, il chiodo, gli zainetti Naj Oleari, i jeans a sigaretta, il walkman e le cassette da riavvolgere con la punta della penna.
E c’è un autobus da prendere, uno solo.
Fa quel giro là, una giostra che a volte sembra davvero che non finisca mai.
Su per certe alture ci arrivi soltanto così, con il glorioso 76.

Via Piaggio

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Alla fermata della funicolare, molto spesso, si incontrano tipi particolari.
In qualunque stagione, questo è ovvio.

Gatto

Chiaramente taluni si muovono con una certa circospezione, dare troppa confidenza non è nelle loro corde.

Gatto (2)

Quando poi si avvicina la primavera è facile imbattersi in ben altri personaggi, le giornate tiepide invitano ancor più a gironzolare.
E a volte succede che certi se ne stiano a distanza di sicurezza, lassù, accanto ai camini.

Gazza

Sua maestà la gazza però è stata generosa e si è lasciata ammirare in tutto il suo splendore.
Classe, stile ed eleganza ineccepibili.

Gazza (2)

E affascinanti sfumature di blu, tra le piume bianche e nere.

Gazza (3)

L’altro giorno poi, giù per la creuza che conduce a Corso Firenze, ho incontrato dei bellissimi piccoli amici.
Da quelle parti, a quanto sembra, abitano dei simpatici codirossi.

Codirosso

A dire il vero uno di loro mi sembra fin troppo grasso e panciuto, eccolo lì, acquattato sulla ringhiera!

Codirosso (2)

Febbraio è quasi terminato e nei prossimi giorni è prevista la pioggia ma il tempo dei boccioli e dei fiori profumati è dietro l’angolo.
E quando ormai la bella stagione è alle porte, una mattina qualunque, può capitarti di fare incontri davvero piacevoli.
È proprio lei, la più celebre ladra di ciliegie e rinomata assaggiatrice di nespole: la ghiandaia.
Quando la primavera si avvicina, in Corso Firenze.

Ghiandaia

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I genovesi del mio quartiere leggendo il mio articolo dedicato a Salita Accinelli certamente avranno avuto un pensiero: la creuza che scende a Castelletto conduce proprio alle spalle di un edificio che molti di noi hanno frequentato, la Scuola Maria Mazzini.

Scuola Elementare Mazzini (2)

Anch’io ho fatto le elementari proprio lì, ho camminato in quelle aule e nei corridoi dell’edificio dedicato alla madre del più celebre patriota genovese.

Scuola Elementare Mazzini (3)

E certi ricordi di quei giorni sono per me intensi e presenti, immagino che sia così anche per molti di voi.
Andare a scuola negli anni ’70 era per noi entusiasmo e scoperta: intanto c’era da scegliere la cartella e l’astuccio con dentro tutte le penne, il temperino, la gommina rosa dal profumo zuccherino e le matite colorate.
E poi i quaderni a righe e a quadretti, l’album da disegno, i pastelli e il sussidiario.
Una volta che avevi tutto questo armamentario eri pronto per la scuola, noi bambini degli anni ’70 spesso ci andavamo con il papà, prima di andare al lavoro ci accompagnava là, davanti alla Mazzini.

Scuola Elementare Mazzini (7)

E poi era la mamma a venirci a prendere, alcuni facevano il tempo pieno ma io ero tra quelli che tornavano a mangiare a casa, allora era una scelta piuttosto frequente.
Noi bambini degli anni ’70, alla Mazzini, abbiamo imparato tantissimo: leggere, scrivere, disegnare.
E poi progettare, sognare, vivere.
E ridere, crescere, diventare sempre più curiosi.
E vivere, vivere, vivere.
A insegnarci tutto questo è stata la nostra maestra, allora ne avevamo una sola per tutte le materie e io della mia conservo un ricordo meraviglioso.
Scrivo volentieri il suo nome con la segreta speranza che anche altri abbiano ancora un angolino nel cuore tutto per lei: la mia maestra si chiamava Giselda Cordano.
Era piccolina, energica e sempre sorridente, da bambina mi ricordava una delle fatine disneyane del film La Bella Addormentata nel Bosco, ho ancora nella mia memoria certi suoi gesti e il suono della sua voce, una brava insegnante non puoi dimenticarla.
E certo lei ci ha insegnato i numeri e le lettere, la grammatica e la geografia ma più che altro era un solido punto di riferimento, era la nostra maestra.

Scuola Elementare Mazzini (5)

Noi bambini degli anni ’70 a scuola non ci portavamo certo i giocattoli.
No, no, la mamma non lo avrebbe mai permesso e anche la maestra avrebbe avuto qualcosa da dire secondo me!
Noi bambini degli anni ’70 eravamo molto rispettosi dei grandi, non ci saremmo mai permessi di rispondere in malo modo.
E lei, la mia maestra, aveva una pazienza infinita con tutti noi, anche con i bambini terribili.
E insomma, mi includo immediatamente nella categoria degli irrequieti, basti pensare che sono riuscita in un’impresa quasi impossibile: avevo un polso rotto e il braccio ingessato, sono stata capace di rompere il gesso contro il banco.
Mia mamma mi narra che la maestra Giselda le telefonò raccomandandosi di non sgridarmi perché a quanto pare c’ero rimasta molto male.

Scuola Elementare Mazzini (8)

Noi bambini degli anni ’70 attendevamo certi momenti importanti, ad esempio la maestra ci aiutava a creare il bigliettino di auguri per la festa della mamma e per quella del papà.
E disegnavamo, ritagliavamo, appiccicavamo brillantini, coloravamo grandi cuori con il pennarello rosso.
E poi l’avventura di scrivere con la stilografica: io sono mancina e mi sono sempre imbrattata la mano con l’inchiostro, inevitabile.
Noi andavamo alla Mazzini, alcuni poi ci hanno portato i figli e penso che per loro sia stata una grande emozione.
Io sono tornata diverse volte nella mia scuola in occasione delle elezioni in quanto la Mazzini è sede dei seggi elettorali.
Varcare quel portone.

Scuola Elementare Mazzini
E salire quelle scale, da piccola i gradini mi sembravano altissimi.
E le voci, le risate dei coetanei, quello che piange e i due che bisticciano, quell’altro che corre per il corridoio.
E lei, la maestra, che cerca di tenere tutti tranquilli.
Salire quelle scale.
E trovarsi in quelle aule, la scuola è un momento importante nella vita di ognuno di noi, i miei anni delle elementari sono stati gioiosi e ricchi di nuove esperienze.
E quelle finestre immense dietro alle quali siamo diventati grandi.

Scuola Elementare Mazzini (4)

Da qualche parte ho ancora i miei quaderni di quel tempo, un giorno ve li mostrerò.
Da qualche parte si resta proprio ciò che si era, bambine con le trecce o i codini, piccole pesti con i sandaletti blu.
Ricordi che affiorano ogni volta che passo in corso Firenze.
E il pensiero va a lei, cara maestra Giselda, grazie di averci tenuti per mano, il tratto di strada percorso insieme è sembrato semplice e piano proprio perché accanto a noi c’era una persona speciale, la nostra maestra.

Scuola Elementare Mazzini (6)

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