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Posts Tagged ‘Cose d’altri tempi’

Di tutti i volumi recentemente comprati questo è veramente particolare e mi ha stupito persino trovarlo.
Vi presento con gioia il catalogo per la vendita per corrispondenza della celebre fabbrica di telerie Frette dell’anno 1908.
La famosa azienda di Monza era già allora all’avanguardia in fatto di marketing, questo volume ne è un perfetto esempio, ci sono pagine e pagine di articoli descritti nel dettaglio.
Abiti da lavoro, corredi, abiti per signora e servizi da tè, tovaglie e fazzoletti, accessori da cucina, biancherie e ricami.
Gli articoli erano destinati alla clientela che doveva riceverli per posta e così ci sono tutte le informazioni utili: misure, tipi di tessuto e di rifiniture.
In quel glorioso 1908 per mostrare i capi si usavano dei disegni e sotto di essi sono spesso specificati anche i colori delle stoffe.
E così un catalogo commerciale ci mostra ciò che non possiamo conoscere osservando le foto d’epoca in bianco e nero: le tinte degli abiti.
Sfogliamo insieme questo volume, oggi vi mostrerò i capi per per i più piccini.

Quando una piccola creatura viene al mondo ogni mamma desidera possedere tante cose belle e in questo catalogo c’era l’imbarazzo della scelta.
Ecco i portenfants, uno di madapolam guarnito con pizzi e nastri, l’altro di piquet bianco ricamato a macchina e a mano abbellito anche da una dolce scritta: mon tresor.

Questo invece è l’assortimento di bavaglini, sono tutti deliziosi!

Per i neonati ecco le camicine di tela lino Fiandra con il pizzo Valenciennes.

E questo è invece un esempio di come venivano presentati i vari articoli.

Sul volume c’è un’importante precisazione: la clientela di Milano, Roma, Torino, Genova e Firenze può rivolgersi alle filiali colà residenti che tengono l’eguale assortimento e ai prezzi e condizioni del presente catalogo.
E quindi per acquistare il corpettino di Jaconas bianco con pizzi e nastri disponibile in tre misure si poteva andare in negozio.
Sì, sono proprio gli abiti che si vedono nelle foto del passato, certo che giocare così agghindati doveva essere una faccenda complicata!

Nell’armadio di una piccola creatura non potevano mancare le vestine.
Quella sulla sinistra era di molleton bianco pesante, orlata in lana con nastro di seta.
L’altra invece era di un tessuto crème rigato.

Ed ecco le sottocuffiette e le cuffiette per proteggere le preziose testoline.

E una fornitura da passeggio per andare al parco con mamma e papà.

Con i rigori dell’inverno poi serviva una mantellina per coprirsi e stare al caldo.
A sinistra la mantellina in lana Pirenei, fondo bianco a righe rosa o celeste, il profilo e il cordone erano di seta, anche cappuccio era foderato con preziosa seta.
Sulla destra una mantellina della stessa lana in questo caso felpata ed ovattata, lo fodera era trapuntata di seta rosa o azzurra e anche il cappuccio era così foderato.

Un libro delle meraviglie per me, ho voluto condividere con voi alcune immagini e forse in futuro tornerò a raccontarvi altre bellezze tratte da queste pagine.
Correva l’anno 1908 e da qualche parte c’era una giovane futura mamma in trepidante attesa.
Speranze, tenerezze, desiderio infinito di stringere il suo frugolino tra le braccia.
Fantasie e sorrisi, gioie tanto sperate.
Tra le mani ha quel volume, lei sogna e sfoglia il ricco catalogo della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C.

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In genere preferisco le immagini che ritraggono signore e signorine per ovvie e comprensibili ragioni: gli abiti, i cappelli, le borsine, gli ombrellini da passeggio, i ventagli e i veli, i tacchi a rocchetto e le pettinature.
In questa fotografia c’è un militare e in questo caso è giunto in mio aiuto il mio amico Massimo che ringrazio, è stato lui a dirmi che questo giovane uomo porta sulla divisa gli alamari dritti dei Carabinieri.
Nessuna posa formale, anzi semmai si scorge una certa rilassatezza.
Una semplice sedia, nessuno scenario particolare.

La sua espressione è seria, i baffetti poi lo rendono in qualche modo più autorevole.
E poi.
La sigaretta tra le dita e tra le mani un giornale.
Questo giovane sarà stato di Genova?
Io credo di sì!
E quale quotidiano sfoglia per tenersi aggiornato sulle ultimi fatti accaduti in città?
Beh, è questa la particolarità dell’immagine: i numeri romani per noi genovesi sono un segno chiaro ed inequivocabile, il nostro legge Il Secolo XIX.

E perdonate i miei pochi mezzi, questo è il meglio che sono riuscita a fare con questa fotografia che viene dal passato.
Peccato, non si leggono i titoli degli articoli!
Eh, sapeste quanto mi piacerebbe poter sfogliare quella copia del Secolo per conoscere le notizie di cronaca e tutto il resto!
Era il giornale di un tempo lontano, Il Secolo XIX di tanti anni fa.

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Loro sono due giovani donne, forse sono sorelle, mi sembra di notare una certa somiglianza nella forma dei loro visi e nella loro dolcezza.
Ritratte nell’epoca per noi sconosciuta, immortalate dal talento di Adele Degiorgis che aveva il suo studio a Milano.
Una donna fotografa, mestiere estroso ed affascinante il suo, provate a immaginare la sua quotidianità in quel tempo così diverso dal nostro: mi sembra già un romanzo.
E un giorno davanti ad Adele giungono le due ragazze, tra loro avviene un dialogo, si pronunciano parole che io non so indovinare.
Lei, Adele, avrà cercato di far sentire le sue clienti a loro agio, sarà stata cortese e professionale.
Niente sorrisi per la fotografia, non si usava farli.
Le gonne di tessuto scuro, le maniche ampie, un velo di pizzo, un cappellino, un fiocco severo e al contempo vistoso che cade sul petto.
L’attesa.
L’aspettativa, quella c’è sempre.
E quel dettaglio per me particolare: l’ombrello aperto.
Non sono così esperta di fotografie d’epoca, nella mia modesta collezione ci sono immagini di dame e fanciulle, alcune di loro tengono l’ombrellino da passeggio in una mano, sembra un vezzo per completare la posa aggraziata.
Le ragazze fotografate da Adele Degiorgis invece tengono l’ombrello aperto, non ricordo di aver veduto altre giovani donne ritratte in questa maniera.
Con questa grazia composta, ragazze di un altro tempo a Milano.

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Semplicemente così, in un giorno qualunque, nel centro della città.
Alla luce del giorno che fa scintillare le gocce dondolanti, un bagliore d’argento, toni di bronzo e luce.

E ali trasparenti di farfalle, le trovate posate sul muro nel Vicolo degli Artisti a Pegli.

E ancora, altrove, un turbinio di iridescenza.
Lucido e opaco.
Vivace e fremente.
Azzurro.

E come la pioggia che cade giù, goccia dopo goccia, mentre il sole caldo l’attraversa.
E allora tutto brilla e risplende.

E poi torna il sereno e poi l’arcobaleno di accesi colori luccicanti.

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C’era un tempo un magnifico negozio presso il quale di certo si serviva la migliore clientela: si trovava in Galleria Mazzini, celebre ritrovo dell’alta società cittadina.
Una galleria elegante, raffinata ed armoniosa, luogo prediletto per il passeggio e molto amato dai genovesi nei tempi passati.
A sfogliare la Guida Pagano del 1926 si scopre che là in quegli anni c’erano negozi favolosi: si vendevano alabastri e filigrane, c’erano orefici e fotografi, non mancavano un ombrellaio e un confettiere.

E ancora risplende la nostra Galleria Mazzini e noi ancora amiamo camminare al riparo, su e giù, qui dove si affacciano le vetrine scintillanti di negozi prestigiosi.

Sotto i vetri che luccicano, quando la luce li attraversa.

E ancor di più amiamo frequentarla nelle occasioni che la rendono più viva e affascinante restituendole la sua identità e facendoci apprezzare la vantaggiosa gradevolezza di avere una galleria in pieno centro.
In Galleria Mazzini si tiene da sempre la Fiera del Libro, a causa di certi restauri negli ultimi anni è stata traslocata altrove ma tutti noi attendiamo che la prossima edizione torni nel suo luogo di origine.
E che dire del mercatino dell’antiquariato? Sì, questa è la collocazione perfetta.

Facciamo un passo indietro e andiamo a certi anni del secolo scorso quando erano in voga ben altre eleganze.
In Galleria Mazzini c’era un negozio di cappelli, ne ho notizia grazie ad una cartolina spedita nel 1913 e comprata su una bancarella.
La cartolina è molto rovinata e ha diverse pieghe, questo però non toglie nulla alla mia fantastica scoperta.
E qui ringrazio i mie amici Giancarlo Moreschi e Pier Giorgio Gagna, sono stati loro riconoscere la via in cui si trovava questo negozio, restava da trovare l’esatta collocazione.
Dunque, osserviamo l’insegna.
Signori, qui si vendono cappelli di paglia e di feltro, è garantito un certo stile!

Quindi immagino che certi elegantoni si fermassero a sbirciare le vetrine, è difficile far la scelta giusta quando ci sono così tanti articoli in esposizione.
Nella parte alta dell’insegna spiccano queste parole: Emporio Cappelleria Genovese.
E nella zona sottostante si legge che questo negozio ha una storia, in anni anteriori infatti aveva probabilmente il nome del suo precedente proprietario, Susto.

E allora eccomi in Galleria Mazzini, con la cartolina tra le mani.
Mi piacerebbe tanto comprare un cappello di paglia, purtroppo non c’è più la Cappelleria Genovese, altrimenti sarei un’affezionata cliente!
Io vado su e giù, cerco il luogo che corrisponde esattamente a quello della mia immagine d’epoca.
Ci sono due vetrine, su ognuna è collocato un punto luce con una lampada, sono separate da due semicolonne, sull’estrema sinistra si scorge parte del lampione della pubblica illuminazione.

Ed io, in una mattina di settembre, sono certa di aver trovato il punto esatto.
Mi assiste l’intuizione ma anche un pizzico di fortuna, una volta tornata a casa ho letto che la Cappelleria Susto sul finire dell’Ottocento si trovava al 57 e 59 di Galleria Mazzini.
E presumendo che la numerazione non sia cambiata questo è esattamente l’indirizzo del negozio di abbigliamento fotografato da me.

Non basta, andiamo ancora oltre, c’è altro da raccontare.
Come vi ho già detto la mia cartolina risale al 1913, sulla Guida Pagano del 1926 risulta che a quell’indirizzo in quell’anno c’era il negozio del Signor Marini: cappelleria, modisteria e impermeabili.
Io non so dirvi se si tratti dello stesso negozio della mia immagine perché su questo cartoncino sbiadito non si legge questo nome, certo è che in ogni caso lì si vendevano sempre questo genere di articoli, che bellezza!
I cappelli, italiani e stranieri, venivano confezionati in certe scatole lussuose.
E attenzione, si vede anche il cartellino del prezzo!

Ho messo indietro la macchina del tempo e sono rimasta a passeggiare in quegli anni lontani, nella nostra Galleria Mazzini.

E ho incontrato un avventore, forse era solo un tale che passava da quelle parti e si è messo in posa davanti al favoloso negozio di cappelli.
Alla Cappelleria Genovese c’erano cappelli, berretti, copricapi per ogni gusto e avrete notato che le vetrine erano bordate con dei disegni di cappelli dalle diverse fogge.

Il tempo è trascorso, è tramontata l’epoca della paglietta e con essa sono svanite molte altre mode.
In un giorno distante il fiero proprietario di questo negozio si mise in posa per farsi immortalare davanti alla sua vetrina, il signore in questione portava una giacca di buon taglio e sfoggiava un bel paio di baffi.
Mi è rimasta solo una curiosità, chissà, magari qualcuno di voi lettori può essermi d’aiuto.
Come potete vedere il nostro abile commerciante non è solo, c’è un gatto davanti ai suoi piedi, si direbbe un habitué.
Ecco, se per caso qualcuno conoscesse il nome del piccolo felino lo scriva, a me piacerebbe tanto saperlo.

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Sono giovani, sono ragazze nel fiore degli anni, una di loro è poco più che una bambina.
Probabilmente sono sorelle, si notano delle somiglianze nei tratti dei loro visi e le più grandi portano lo stesso abito.
Sono semplici, garbate, nei loro sguardi si legge l’ingenua freschezza dei loro pochi anni.
Le ragazze come loro fanno castelli in aria e hanno sempre dei sogni magari nascosti, sogni che non hanno mai rivelato a nessuno.
E come tutte le ragazze della loro età forse anche loro amano la moda, un pizzico di ambizione è più che comprensibile.
Le stoffe a fiori o righe, le maniche rifinite con i pizzi, i fiocchi a fermare i lunghi capelli.

E poi le ragazze di quest’epoca portano quegli stivaletti che molto tempo dopo torneranno di moda.
Lacci e laccetti, tacchi a rocchetto, anche io ne ho avuto un paio simili.
Le scarpe chiare con il nastrino appartengono invece a quel tempo vissuto da queste fanciulle.

La più grande di loro è anche ritratta da sola in questa fotografia che come l’altra è stata fatta da un fotografo di Varazze.

Le ragazze alla moda hanno cura dei dettagli.
E lei ha questa borsettina vezzosa, non saprei dirvi se le appartenga o se sia del fotografo che l’ha ritratta.
A dire il vero a me piace pensare che sia sua e che lei abbia voluto prepararsi con attenzione senza lasciare nulla al caso.
Si è messa davanti allo specchio e si è anche rimirata un po’ prima di decidere che tutto era esattamente come voleva.

Le fotografie di quel giorno hanno avuto un destino imprevisto e ora appartengono a me.
Che ne è stato dei braccialetti sottili, del ciondolo con il fiore che porta la più piccola di loro, dove sono finite le tre borsette che vengono tenute con grazia da loro tre?
Dentro doveva esserci il fazzolettino ricamato con le iniziali e forse un piccolo portamonete.

Il tempo scorre, le memorie si appannano, in qualche modo fatalmente si perdono.
Eppure mi piace credere che almeno alcuni degli oggetti appartenuti a queste ragazze siano stati conservati con riguardo, tenuti da parte come ricordi preziosi o anche come testimonianza di un tempo diverso dal nostro.
Loro quel tempo lo hanno vissuto, con questi loro sorrisi timidi, negli anni della loro giovinezza, ragazze alla moda di un’altra epoca.

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I ricordi dei giorni di vacanza sono memorie preziose che a volte regalano un sorriso nostalgico in tempi più difficili.
È il 3 Agosto 1922, ad Albissola.
E là, davanti al mare blu, su uno scoglio liscio e spazioso ci sono dei bagnanti in posa: madri e figli, si riconoscono le diverse parentele dallo stile dei costumi da bagno.
La moda, all’epoca, prevedeva anche il costume con una sola spallina.
Lo indossa quel piccoletto dai capelli biondi che si appoggia dolcemente alla sua mamma, accanto a questa c’è un ragazzina, lei sembra tranquilla e giudiziosa.

Si sta seduti a gambe incrociate, sullo scoglio.
Strizzando un po’ gli occhi, si vede che il sole picchia forte e abbaglia.
E davvero, ci vorrebbe un tuffo in mare, chi ne ha voglia di star lì a farsi fotografare?
Poi passeranno gli anni e proverai una certa gratitudine per quell’istante rubato al gioco: un frammento di te per sempre fissato sulla carta.

Certi tipetti poi non riescono a star fermi.
Come si dice? Questo qui ha l’argento vivo addosso, è una piccola peste.
Fa quel movimento con la mano, apre e chiude le dita, sarà il primo a correre via quando il rito della fotografia sarà terminato.

E a dargli manforte ci sarà lui, è un po’ più grandicello ma quei due si intendono alla perfezione, ne sono sicura!

Difficile star dietro a tipi così, ci vogliono pazienza e dolcezza e lei, la giovane madre, ha queste ed altre doti.
Ha tre figli, la più piccolina ha la frangetta, i capelli a caschetto e fa una specie smorfia.
Poi, quando sarà grande e si rivedrà, forse le verrà da sorridere nel rivedersi bambina, ci sarà una sorta di emozione e sentirà un tuffo al cuore nel rammentare quei giorni d’infanzia.

Sul retro di questa fotografia c’è una scritta a matita: saluti da Albissola, bacioni tanti. 3/8/1922.
È il ricordo di un giorno d’estate e di un tempo condiviso con persone care.
Davanti al mare di Liguria, in un altro tempo.

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Non tutti i giorni sono uguali, certi lasciano dolci ricordi e indimenticabili memorie, alcune ore lontane risvegliano in noi emozioni già vissute.
È il 16 Agosto 1929, sulla spiaggia di Loano.
Il mare lento sfiora la riva, in lontananza si sente un brusio di voci, il sole batte caldo sui sassi.
E nella luce chiara di questo giorno d’estate sguardi di amiche e sorelle, compagne di un lungo tratto di vita.
Un ombrellino per far ombra, l’espressione seria, pensieri imperscrutabili.

Quanta eleganza in quel tempo distante!
Il fazzoletto in testa e il fiocco sulla fronte, le decorazioni sul costume, l’armonia aggraziata di gesti misurati.
Una giovane donna e una ragazzina dal sorriso aperto e spontaneo.
Ad osservarle in questo momento di spensieratezza speri che quella gioia le abbia accompagnate a lungo.

A volte, in certi giorni, certe persone hanno proprio gli occhi che ridono.
Accade quando si condividono momenti con persone care e quello rimarrà di certo un ricordo prezioso.
E tu che quel giorno eri su quella spiaggia conserverai gelosamente la fotografia nella quale siete ritratte tutte insieme.
E il tempo passerà e rivedrai il tuo viso e penserai che sì, eri una ragazza davvero carina anche se allora tu non lo sapevi.

Accade tanto tempo fa, era il 16 Agosto 1929.
Sul retro di questa immagine sono scritti i nomi di loro quattro.
Luciana, Rina, Geppy e Renza.
E per qualche istante oggi siete ritornate là, in quel luogo a voi caro, sulla spiaggia di Loano.

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Fu una serata memorabile: 1 Agosto 1908, in quella data si inaugurò il fiabesco Lido d’Albaro.
A descrivere con dovizia di particolari la festosa circostanza è un attento cronista del quotidiano Il Lavoro che narra con entusiasmo la bella novità.
Eccola la folla stupefatta, per tutta la sera c’è un ininterrotto andirivieni di tram e automobili: tutti vogliono vedere il Lido d’Albaro, l’elegante struttura con il padiglione teatro in stile moresco sorge nel luogo dove un tempo c’era la Spiaggia del Parroco.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Che festa elegante, che luogo incantevole!
Lunghi viali e aiuole profumate di fiori, una ricca fontana che rappresenta Scilla e Cariddi, una panoramica rotonda sul mare, un magnifico terrazzo.
E a rischiarare questa meraviglia, scrive il giornalista, uno sfarzo di luce elettrica.
C’è un grande salone per il teatro con poltroncine e tavoli per gli ospiti, questo locale può accogliere un foltissimo pubblico, il palcoscenico è dotato di tutto ciò che occorre per le rappresentazioni.
E là, dove una volta c’era una sobria osteria, adesso si trova lo stabilimento balneare.
Sugli scogli più alti, scrive il giornalista, sono state sistemati dei raffinati padiglioni in legno, ci sono poi cabine in muratura, cabine in tela e ben 7 docce.
E al Lido d’Albaro non manca una scenografica grotta.

Ritrovo dell’alta società, il Lido d’Albaro si inaugura tra le note di una banda militare, la Società Corale Errico Petrella propone brani di Schubert, Schumann e di altri compositori.
Le stesse musiche saranno poi eseguite nuovamente dagli stessi soci della Società Petrella che suoneranno a bordo di un rimorchiatore fastosamente illuminato.
Ed è proprio lo spettacolo di luci ad incantare anche il cronista che narra di lampioncini a colori e di numerose barche rischiarate da palloncini alla veneziana.
Ovviamente c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono presenti le massime autorità cittadine e gli invitati sono quasi 4.000.
E quanta raffinata eleganza negli abiti delle dame genovesi, sono le stesse che poi verranno immortalate dal fotografo Ferro in certe immagini giunte fino a noi.

Per questa prestigiosa occasione è stato allestito un ricco ed invitante buffet, si danza accompagnati dal suono delle onde e si gode della languida bellezza di una sera d’estate.
E si attendono con vera trepidazione le gare di nuoto in programma per il giorno successivo!
Stando a quanto scritto sul retro di questa fotografia acquistata tempo fa all’inaugurazione c’erano anche questi eleganti gentiluomini.
Bastone da passeggio, cappello, tutti in posa per un momento memorabile.

Osservando i frammenti di quei giorni lontani emerge una dolcezza antica e per noi inusitata, si cammina reggendosi la gonna, si passeggia con lo sguardo fiducioso verso il tempo che verrà.
E ci si avvicina a questo luogo di autentiche delizie.

E altri passi leggeri attraversano il tempo restituendo l’immagine di un’epoca che non abbiamo veduto.
In primo piano due figure femminili e a terra oggetti non così facilmente riconoscibili, potrebbe trattarsi dei contenitori usati da una venditrice ambulante ma non è una certezza.

Una mamma tiene per mano la sua bambina, la piccina ha il vestitino bianco e il cappello del medesimo colore.
Sono le perdute raffinatezze del tempo che fu.

Il Lido ospitò celebri artisti, poeti e scrittori, gli eventi della II Guerra Mondiale causarono la sua distruzione, rinacque nel dopoguerra con una nuova veste e con altre attrattive.
Resta, ancora oggi immutato ed eterno, un solo suono, identico a se stesso malgrado lo scorrere del tempo: è il canto del mare che con la sua dolcezza accompagnò anche quella sera d’agosto del 1908.

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Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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