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Posts Tagged ‘Cose d’altri tempi’

Tutto passa, nulla resta immutato.
E taluni non si aspetterebbero mai di finire in certe situazioni, devo dire che mi è subito venuta in mente questa piccola perla piuttosto particolare!
Ed eccolo lì, vicino ad una sgargiante automobile rossa e ad una macchina da scrivere d’antan.
Un mappamondo, le borsettine vintage, una valigia di seconda mano, i lampadari con le gocce.
Una radiolina e un CD con i successi degli anni ‘60.
Eh.
Tutti giù per terra!

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Il professore era una persona a modo, ne sono certa.
Garbato ed elegante, pacato nelle sue maniere, lo immagino così.
Il professore non avrebbe mai pensato di incappare in sgradevoli impicci, il professore era uno stimato docente in un particolare campo della medicina, ricopriva un ruolo di grande importanza all’Ospedale di Pammatone.
Come lo so? Eh, grazie ai miei fidati libri del passato, cari amici!
Insomma, l’emerito professore non si sarebbe mai aspettato di finire sul giornale per vicende spiacevoli e invece accadde: era la primavera del 1913 e il fatterello che lo riguarda venne pubblicato su Il Lavoro, il caso ha voluto che io leggessi questa notiziola e quindi sono qui a raccontarvela.
Dunque, era una bella mattina di maggio e il nostro studioso, come spesso usava fare, se ne andò alla Biblioteca Civica.

Si immerse nelle sue ricerche, si mise a leggere pesanti tomi che erano la fonte del suo sapere e certo non notò nulla, era troppo impegnato con i suoi libri.
Quando giunse il momento di andare si accorse del fattaccio: l’ombrello che aveva lasciato sul tavolo era malauguratamente scomparso!
Il professore non esitò: andò dritto in questura e denunciò l’increscioso accaduto.
Il commissario lo rassicurò e si deve dire che fece un buon lavoro, infatti in un battibaleno recuperò il paracqua e sapete dov’era finito?
Al banco dei pegni in Piazza Ponticello, succedeva di tutto in quella piazzetta!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il professore, con grande sollievo, riebbe il suo ombrello.
Il ladruncolo venne acciuffato e fu assicurato alla giustizia, si scoprì persino che aveva questa brutta abitudine di aggirarsi per le sale della Biblioteca per impossessarsi degli oggetti degli studiosi.
Con una brillante operazione le autorità scoprirono pure che quel tale pochi giorni prima alla Posta Centrale aveva sottratto anche l’ombrello di uno sfortunato giovanotto e immaginate la faccia di costui quando lo riebbe indietro!
E torniamo al professore, c’è un dettaglio che ho finora tralasciato di dirvi: il magnifico paracqua del nostro studioso era di seta e aveva il manico d’argento cesellato.
Il suo legittimo proprietario lo riebbe ed io mi sono chiesta che fine abbia fatto questo accessorio che visse quella malcapitata disavventura.
Forse è stato conservato?
Forse i discendenti lo tengono come un cimelio di famiglia? L’ombrello del bisnonno!
E magari nulla sanno di quella vicenda, non vi nascondo che mi piacerebbe cercarli per raccontare loro l’accaduto.
Purtroppo non abbiamo un ritratto del professore ma a certe persone caparbie e curiose potrebbe sempre capitare di trovarlo, non credete?
Una cosa è certa: se lo stimato professionista possedeva un ombrello così raffinato avrà anche avuto splendidi bastoni da passeggio e ogni volta che mi capiterà di vedere eleganti accessori per gentiluomini mi verrà in mente lui.
Un caro saluto a lei, esimio professore, sono felice che abbia ritrovato il suo prezioso paracqua.

Via della Maddalena

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Due mamme.
Due mamme, tra loro non si conoscevano.
Eppure hanno tanto in comune, eppure avrebbero potuto trascorrere ore ed ore a parlare delle loro famiglie.
Due mamme, sul volto di ognuna si legge una dolcezza infinita, entrambe sono ritratte con i loro figli, bimbetti curati e tenuti amorevolmente, le loro esigenze vengono sempre prima.
Lei ne ha quattro: la più grande ha l’espressione giudiziosa, porta una catenina al collo e un fiocco in testa, il secondo ha la faccia da piccola peste e poi ci sono loro, loro sono due e hanno la stessa età.

Le mamme hanno quell’espressione paziente, in questo sembrano assomigliarsi.
Hanno la stessa gestualità affettuosa e quello sguardo tenero, abbracci saldi e capacità di comprendere e ascoltare.
Queste mamme avranno compiuto grandi fatiche che non possiamo conoscere, entrambe hanno volti aperti e puliti.
E hanno pochi orpelli ma quanta vita attorno a loro!

Una schiera di figli, chissà se sono davvero tutti qui o se poi ne sono venuti altri.
Le due sorelle portano l’abito chiaro, hanno i capelli scuri e ben pettinati, il fratellino è vestito alla marinaretta.
E li guardi, ti poni delle domande, speri che il destino sia stato generoso con tutti loro.

Le mamme, in quel tempo là.
Così perfette, nella loro pura semplicità.
Immaginate le loro cucine, le conche per lavare i panni, i vestiti da rammendare, i ricami sempre precisissimi.
E le speranze, le paure, le notti insonni.
E le ninne nanne, il quaderno dei compiti e tutte quelle ginocchia sbucciate.

E tutta quella loro amorosa e infinita pazienza.
Ho scelto loro due, tra tante fotografie, ho scelto loro per questo giorno così importante.
Due mamme con i loro figli.
Buona festa della mamma!

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Andar per mercatini, una delle mie passioni.
Ogni primo sabato e ogni prima domenica del mese a Palazzo Ducale c’è il mercatino dell’antiquariato e potete starne certi, io vado sempre a sbirciare su tutti i banchetti.
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute: restano per un certo periodo nel limbo, rimangono in questa attesa, poi ritornano ad avere una nuova esistenza.

E chi va per mercatini troverà un baule di qualche nonna ricolmo di oggetti del quotidiano.

E timbri, soprammobili, collane appartenute a qualche vezzosa signorina e bastoni da passeggio di proprietà di garbati gentiluomini.

Macchine da scrivere del tempo che fu.

E oggetti una volta usati con amorevole cura da premurose massaie e madri di famiglia.

In quelle cucine c’era il lavello di marmo e c’era il mortaio per fare il pesto, in quelle cucine forse a volte sulla tavola non regnava l’abbondanza alla quale siamo abituati.
In quelle case si faticava, ogni giorno per alcuni era una conquista.

Di quelle vite, in certe circostanze, serbiamo un ricordo e in certi istanti possiamo provare a immaginarle.
In alto i bicchieri per brindare alla bellezza della vita, per festeggiare un figlio tornato dalla guerra e un nuovo nato, un brindisi per celebrare nuovi inizi e nuove fortune.

E pentolini, bilance, cose di bottegai e di famiglie.

Il servizio buono legato con i nastrini azzurri.

E i bicchieri belli, quelli che si tenevano nella credenza, si tiravano fuori solo per le grandi occasioni.

E le tipiche porcellane danesi, rosa e azzurro sotto il sole di Genova.

Valigette vissute, consunte e per questo così speciali.
E lettere d’amore, cartoline dal fronte, ritratti di famiglia, fotografie, santini.

E le bambole dei sogni di certe bambine che portavano nomi che non si usano più.

Gironzolando per il mercatino mi capita anche di fare riflessioni come queste e finisce che mi fermo a guardare anche quello che non desidero comprare.
Eh, poi mi perdo tra le pagine degli album di fotografie, è inutile che ve lo dica.

Tutto può avere una seconda possibilità, brillano le gocce dei lampadari di un tempo non tanto lontano.

Libri, scatole, portadocumenti.
E un telefono che avrà conosciuto lunghe attese: aspettando un ritorno, una notizia che non arriva, una voce tanto amata.

Passamanerie, tovaglie, cifre ricamate.
Corredi di fanciulle e sogni sconosciuti, conservati nei cassetti di legno scuro e riposti con attenzione, senza sgualcirli.
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute.

Gli oggetti hanno destini imprevedibili, troveranno una nuova casa e mani che scostano la polvere e lucidano le cornici.
E domande, domande, domande.
Chi sei, giovane donna che sorridi in quel ritratto in bianco e nero?
Le cose che hanno già avuto una vita parlano di chi le ha possedute, raccontano la felicità di giorni che non hai vissuto.

Tra le cose degli altri, tra le cose un tempo appartenute a qualcuno che non hai conosciuto.
Lasciate a chi sa amarle ancora, a chi desidera donare loro una nuova vita.

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A Carnevale tutti i bambini amano mascherarsi, ognuno di noi ha memoria di quegli abiti dai tessuti scivolosi e dai colori sgargianti, il Carnevale è sempre stato un gran divertimento per i più piccini.
In ogni epoca, in ogni tempo.
Ieri ho trovato per caso due foto su una bancarella e allora porto qui questi due bimbetti genovesi ritratti in un momento per loro sicuramente emozionante.
La frangetta diritta, il caschetto, un fazzoletto in testa, la collanina con il pendente, lei forse potrebbe essere una contadinella.
In braccio stringe fiera una bambola con un vaporoso abitino bianco.

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La bimba porta anche uno scialle con le frange e una camiciola con le maniche ampie bordate di pizzo, la sua postura richiama quella delle donne adulte.
Una mano sul fianco e l’atteggiamento deciso, chissà quante volte avrà visto la mamma o la nonna proprio in quella posa, magari davanti alla porta di casa.
E lei, piccola donna, gioca ad essere grande come loro.

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Lui invece è un bambinetto che indossa un costume molto celebre, è un piccolo Pierrot.
Ha un’espressione così seria, a cosa starà pensando?

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Il suo abito è elaborato e molto ricco, tiene tra le mani uno strumento e suona la musica della fantasia e dell’immaginazione.
Come fanno i bambini, non solo a Carnevale.

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E guardate le sue scarpe!

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Potrebbero essere bambini della Foce o comunque delle zone limitrofe, il fotografo era in Corso Buenos Aires e presumo che non si andasse tanto lontano da casa per farsi fare una foto, ovviamente è solo una mia deduzione e non è detto che sia così.

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Ritratti nello stesso studio fotografico con il medesimo sfondo alle spalle: un muretto, un mare con una vela, i rami di un albero.
E una bambina compita, ritta in piedi con la sua bambolina.

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E un bambino vestito da Pierrot.
Con i suoi sogni, con i suoi pensieri per noi sconosciuti.
Nel dolce tempo dell’infanzia, a Carnevale.

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Oggi vi presento un piccolo negozio e per scoprirlo vi basterà andare nei caruggi, in Via dei Macelli di Soziglia.

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Questa deliziosa bottega è specializzata in affascinanti articoli vintage e si chiama per l’appunto Bachelite, questo termine identifica il materiale usato nella prima metà del ‘900 per certi oggetti come ad esempio i telefoni.
Un piccolo mondo ricco di curiosità, a renderlo speciale è anche il buon gusto di Beatrice, la giovane proprietaria che cura in maniera particolare l’esposizione dei pezzi in vendita.

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Ecco le vecchie macchine fotografiche, i vassoi e le cose di un altro tempo.

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Numerose sono le scatole di latta per le quali Beatrice ha una vera passione.

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Tinte pastello e coperchi decorati, anch’io ho una piccola collezione di scatoline e so di non essere la sola.

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Lumi a petrolio e soprammobili di vario genere disposti con vero stile.

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E poi occhiali da sole e tazzine e piccoli contenitori.

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Valigette, cappelli e vecchi telefoni.

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Bottigliette di profumo e fotografie in bianco e nero.

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E ancora scatole, naturalmente!

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E vecchie radio, suoni e colori di un’altra epoca non così distante dalla nostra.

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Un posto pieno di atmosfera, se passate nei caruggi date un’occhiata a Bachelite, questi sono gli orari del negozio.

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Come me vi perderete a curiosare, sicuramente è un valido indirizzo per coloro che amano le suggestioni d’antan.

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Troverete gli oggetti del quotidiano che hanno fatto parte della vita di qualcuno, compagni di viaggio e dei giorni passati.
Questo è il vero fascino del vintage, acquistare un oggetto usato significa donare nuova vita a piccole cose che ne hanno già avuta una.

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Un negozio che si trova in un posto perfetto, una strada dalle tante anime e dalla storia antica.
Là, in Via dei Macelli di Soziglia, adesso ci sono anche le meraviglie di Bachelite.

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Sono due amiche, due ragazze semplici.
Pazienti, tranquille, non hanno mai dato preoccupazioni in casa, io ne sarei quasi certa.
Sono due amiche, sono state ritratte insieme.
Una delle due porta scarpe chiuse da un bottoncino, l’altra invece le ha con i lacci e se non fosse per l’opacità del bianco e nero e per il contesto potrebbero quasi sembrare calzature moderne.

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Le ragazze si dilettano con il punto intaglio, sono abilissime con ago e filo, dalle loro dita svelte sono uscite candide tovaglie e cose belle da tenere da conto.
Le ragazze si occupano dei loro fratelli, sono affabili e docili, dei veri tesori di casa.
Ognuna tiene un profumato mazzolino di fiori tra le mani.

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E sono roselline e forse non ti scordar di me.

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Dietro alla foto che le ritrae una calligrafia ordinata ha scritto i loro nomi: Pina e Maria.
E poi, un’altra scrittura infantile e tondeggiante ne ha scritti due diversi: Vanda e Pina.
Nulla di sofisticato, in ogni caso, le ragazze sono semplici come quei boccioli che tengono in grembo, accennano appena un sorriso, hanno questi sguardi puliti.
E avrete fatto caso anche voi che certi tratti sembrano ripetersi nelle immagini del passato, a volte sembra di scorgere delle somiglianze.
Lei ha una fisionomia che mi è in qualche modo familiare, mi ricorda vagamente una delle mie bisnonne, porta una collanina, il suo abito ha un ampio colletto chiaro e ci sono ancora fiori appuntati sul suo petto.

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Volti del passato, non li vediamo solo nelle vecchie fotografie.
Camminando per la città vi ponete mai domande sugli sguardi che vi osservano mentre percorrete certe strade?
Gli occhi grandi, il naso sottile, le labbra carnose, chi è questa fanciulla effigiata su un palazzo di Corso Firenze?
Eh, non so davvero dirvelo!

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E poi lei.
Lei sì, lei avrebbe potuto essere la modella di uno scultore o di un pittore.
Così semplicemente bella, con quei lineamenti dolci e regolari, mi rammenta certe creature dipinte da Waterhouse, ad esempio osservate qui questo celebre dipinto.
Diafana, delicata, una fanciulla di un altro tempo.

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Sono due giovani donne, due amiche.
E non so nulla di loro, come sempre io provo soltanto a immaginare le loro vite.
Il tempo che è venuto avrà riservato loro gioie e dolori: mariti, figli e nipoti, sogni e perdite, lacrime e sorrisi.
E parole.
Ti ricordi?
Io e te.
Siamo cresciute insieme, io e te.
Ti ricordi come eravamo?
Tu che ci sei sempre stata, accanto a me.

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Oggi vi porto all’Acquasola, un parco pubblico molto amato dai genovesi di un altro tempo e tuttora nel cuore di molti di noi.
In altre epoche era tutto diverso rispetto ad adesso, anche la sua estensione era differente, il tempo del fasto dell’Acquasola è lontano ma tutti speriamo che presto torni a risplendere e ad essere ancora un luogo di grande fascino.

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Vi mostrerò un frammento del suo fulgore ottocentesco, in altri secoli all’Acquasola si veniva a passeggio e le aristocratiche dame della città facevano sfoggio di eleganza, nella bella stagione era un posto molto frequentato.

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Andiamo indietro nel tempo, nella seconda metà dell’Ottocento sotto gli alberi generosi dell’Acquasola c’era un caffè dove si poteva ristorarsi dalla calura con dolci delizie e gradevoli bevande.
Ho due immagini d’epoca da mostrarvi, appartengono ad un amico collezionista di foto antiche e rare e qui lo ringrazio di avermele inviate.
Si tratta di fotografie stereoscopiche, sono composte da due immagini identiche e per osservarle si utilizzava un particolare strumento.
Il Caffè d’Italia fu attivo negli anni ‘70 dell’Ottocento e mi è difficile riuscire a stabilire la sua precisa collocazione, tutto è mutato da allora e sebbene abbia fatto qualche supposizione preferisco attenermi ai dati certi, se troverò altre informazioni tornerò a scriverne.
Ecco l’ingresso del nostro leggendario Caffè.

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Viene citato in una Guida del 1872, Genova ed i suoi dintorni: viaggio alle due Riviere.
E qui si legge della incredibile eleganza del Caffè d’Italia, in certe sere scintillava di luci e vedeste quanta gente vi si trovava, c’era la folla!
Si trattava di un posto alla moda, si può comprendere il suo successo!
E ancora, sfogliando il Lunario del 1872 il mio solito prezioso amico Eugenio ha reperito queste notizie:

L’Italia, all’Acquasola, caffè giardino unico suo genere in tutta Italia, aperto dal giorno di Pasqua a tutto settembre.

Un luogo magico, una meraviglia cittadina che è la gioia dei genovesi di quel tempo.

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E osserviamo con maggiore attenzione alcuni dettagli di queste antiche fotografie, esse restituiscono frammenti di vita reale.
E non è il fasto a vedersi, non è lo sfarzo degli abiti esclusivi o la leggiadria delle gentildonne.
Il fotografo ha fissato il suo sguardo su una particolare categoria di persone: i lavoratori, coloro che con le loro fatiche resero grande il Caffè d’Italia.
Ognuno ha diverse mansioni e responsabilità, ognuno fa la sua parte.
Ed ecco i giardinieri che reggono in mano pesanti annaffiatoi, sullo sfondo un uomo con i baffi, credo che abbia un tovagliolo posato sul braccio.

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E ancora, tre diverse generazioni.
A mio parere non si tratta di una posa casuale, trovo una studiata armonia nelle differenti posture di queste persone.
Due camerieri e un garzonetto, pronti a servire la loro raffinata clientela.
E non mancate di notare il palo dell’illuminazione pubblica, da amante dei particolari questo dettaglio ha subito attirato la mia attenzione.

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Al Caffè d’Italia ci si dilettava con il biliardo, ai tavoli del ristorante venivano serviti memorabili pranzi.
E certo, saranno sbocciati nuovi amori sotto l’ombra confortatrice di quegli alberi.
Quante fanciulle di Genova avranno raccolto una foglia all’Acquasola per poi conservarla tra le pagine di un libro in ricordo di una giornata particolare?
E magari una calligrafia antica e ordinata avrà fissato certi momenti su carta sottile e fragile come il tempo che svanisce senza lasciar traccia di certa grandezza.
Un velo si posa sui luoghi, sulle memorie, sui posti che non conosciamo perché non li abbiamo mai veduti.
C’era un tempo all’Acquasola il Caffè d’Italia.

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Poi quel tempo si è dissolto, sono trascorsi i mesi e gli anni.
Eppure è fissato per sempre, in alcune fotografie e in certi sguardi rivolti verso di noi, in una dimensione resa reale dalla fantasia e dall’immaginazione.

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Nel freddo dell’inverno è bene ritemprarsi e per farlo potremmo scegliere un esclusivo locale della città.
Si tratta di un posto di successo, il locale di Pier Enrico Zolezi ha aperto i battenti nel 1877 come birreria nell’elegante Galleria Mazzini.

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E lo ritroviamo ancora celebre nel 1882, nel Lunario del Signor Regina di quell’anno ci sono ben 2 pagine dedicate a questo locale e allora andiamo a trovare il Signor Zolezi, i suoi piatti vengono serviti con vini pregiati.
Come potete leggere è possibile anche far una specie di convenzione, una sorta abbonamento mensile.

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E tra l’altro, siccome la pubblicità è l’anima del commercio, in un paio di righe si invita la clientela a fare i dovuti paragoni con i prezzi offerti dagli altri ristoratori, direi che non c’è proprio paragone!
Da Zolezi il pranzo a prezzo fisso comprende le seguenti portate, avrete due scelte ed entrambe a mio parere sono piuttosto generose.
A me basta il pranzo da Lire 2.50, voi che ne dite?

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Si aggiunga a tutto questo un’autentica specialità che si può gustare esclusivamente da Zolezi: il rinomatissimo Vermouth delle Dame.
Si legge sul Lunario che questo corroborante liquore è fatto con moscato di Canelli ed è poi arricchito con l’aroma di certe radici.
E lo potete bere solo là, in Galleria Mazzini.

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E ha un sacco di proprietà, sapete?
C’è una paginetta intera sul Vermouth delle Dame, ohibò!
E io non l’ho mai assaggiato, che disdetta!
Ottimo per digerire, per la precisione è apprezzato dalle dame e anche dai gentiluomini, si può bere prima o dopo pranzo e avrà comunque benefici effetti.
E quindi, ecco qualche consiglio su come gustarlo, con il seltz o con la soda sembra perfetto e poi ci sono le bottiglie di lusso, regalatene una ai vostri amici e farete una gran figura, credetemi!

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E poi da Zolezi non ci si annoia mai, sapete?
Ah no, in certi anni in quel locale si tengono sono magnifici spettacoli di varietà e concerti per allietare la clientela, insomma dalle parti di Galleria Mazzini ci sanno fare, fidatevi di me.
Ho questo Lunario del 1882 da parecchio tempo, finalmente sono riuscita a scrivere del signor Zolezi e penso che sentirete ancora parlare di lui su queste pagine.
Tra l’altro la primavera scorsa mi è anche accaduto un fatto curioso, un evento proprio frutto del caso.
Mi trovavo a Staglieno, durante uno dei miei soliti giri e lo sguardo ha trovato un monumento sul quale è inciso proprio quel nome.
Per caso, in un giorno di marzo.

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E allora da questa mia paginetta mando un caro saluto a Pier Enrico Zolezi e mi congratulo per la sua iniziativa imprenditoriale, in qualche modo anche lui è entrato a far parte della storia di questa città.
Brindo alzando un bicchierino immaginario, è ricolmo di Vermouth delle Dame.
Come se fossi in Galleria Mazzini, nel 1882.

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L’anno volge al termine e come ogni altra città anche Genova si appresta a festeggiare.
Forse potrei darvi qualche consiglio per domani, invece preferisco farvi ancora salire sulla mia macchina del tempo per portarvi al Capodanno di un’altra epoca.
Siamo nel 1913 e su Il Lavoro, uno dei quotidiani più letti dai genovesi, ecco pubblicizzati gli eventi ai quali partecipare.
Ad esempio potremmo scegliere un abito da gran sera e attendere l’arrivo del nuovo anno al prestigioso Hotel Isotta, ricorderete che ve ne parlai diverso tempo fa, si trova nella centralissima Via Roma.

Via Roma

Ebbene, all’Hotel Isotta sapranno come soddisfare la loro esigente clientela, si propongono piatti raffinati per l’occasione.
E pensate, il menu è interamente scritto in francese!
La cena si aprirà con un consommé in tazza, seguiranno aragosta, filetto e carni bianche, deliziosi carciofi e salse raffinate.
Anche il dessert è sfizioso ed elegante, non sapete cosa darei per poter assaggiare il delizioso Gateau Isotta, non so bene di cosa si tratti ma deve essere una nuvola di dolcezza!
Il cenone in Via Roma costerà 6 Lire, che dite, ce lo possiamo permettere?

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In alternativa la nostra scelta potrebbe essere del tutto diversa, come si legge in un articoletto del 30 Dicembre 1913, al Lido d’Albaro si prospetta una serata interessante.
Alle 21 si terrà uno spettacolo teatrale e poi si cenerà al ristorante, è previsto un menu a prezzo fisso accompagnato dalla musica suonata dall’orchestra.
Dopo la cena ci si trasferirà nel salone riccamente decorato con fiori “figuranti una serra di viole”, così recita l’articolo.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oh, poi verranno sparati colpi di cannone a salve per salutare il nuovo anno e non dimentichiamo che ad ogni partecipante è riservata una sorpresa portafortuna.
Passata la mezzanotte inizieranno le danze per il più classico dei festeggiamenti, il biglietto di ingresso per questa bella serata ha un costo di Lire 1.50.
Così si attende il primo giorno del 1914 davanti al mare di Genova.

Corso Italia

E in tutto questo la notizia sensazionale è riassunta in poche righe, secondo me.
Eh già, cari lettori, infatti l’ultimo dell’anno è sempre un problema muoversi ma i genovesi sono fortunati e non sarà difficile raggiungere il Nuovo Lido: per il 31 Dicembre il servizio dei tramways elettrici andrà avanti fino alle 4 del mattino.
Già, nel 1913: sono piacevolmente stupefatta, lo ammetto.
E quindi ecco le mie proposte di oggi, spero che le troviate interessanti.
Domani torneremo in questo secolo e troverete qui i miei auguri per l’anno che verrà, adesso vi lasciò là, tra il 1913 e il 1914, tra le fragranze delicate dei profumi dei fiori.
E ricordate: fino alle 4 del mattino potete prendere il tramway!

auguri

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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