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Posts Tagged ‘Cose d’altri tempi’

A Carnevale tutti i bambini amano mascherarsi, ognuno di noi ha memoria di quegli abiti dai tessuti scivolosi e dai colori sgargianti, il Carnevale è sempre stato un gran divertimento per i più piccini.
In ogni epoca, in ogni tempo.
Ieri ho trovato per caso due foto su una bancarella e allora porto qui questi due bimbetti genovesi ritratti in un momento per loro sicuramente emozionante.
La frangetta diritta, il caschetto, un fazzoletto in testa, la collanina con il pendente, lei forse potrebbe essere una contadinella.
In braccio stringe fiera una bambola con un vaporoso abitino bianco.

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La bimba porta anche uno scialle con le frange e una camiciola con le maniche ampie bordate di pizzo, la sua postura richiama quella delle donne adulte.
Una mano sul fianco e l’atteggiamento deciso, chissà quante volte avrà visto la mamma o la nonna proprio in quella posa, magari davanti alla porta di casa.
E lei, piccola donna, gioca ad essere grande come loro.

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Lui invece è un bambinetto che indossa un costume molto celebre, è un piccolo Pierrot.
Ha un’espressione così seria, a cosa starà pensando?

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Il suo abito è elaborato e molto ricco, tiene tra le mani uno strumento e suona la musica della fantasia e dell’immaginazione.
Come fanno i bambini, non solo a Carnevale.

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E guardate le sue scarpe!

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Potrebbero essere bambini della Foce o comunque delle zone limitrofe, il fotografo era in Corso Buenos Aires e presumo che non si andasse tanto lontano da casa per farsi fare una foto, ovviamente è solo una mia deduzione e non è detto che sia così.

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Ritratti nello stesso studio fotografico con il medesimo sfondo alle spalle: un muretto, un mare con una vela, i rami di un albero.
E una bambina compita, ritta in piedi con la sua bambolina.

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E un bambino vestito da Pierrot.
Con i suoi sogni, con i suoi pensieri per noi sconosciuti.
Nel dolce tempo dell’infanzia, a Carnevale.

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Oggi vi presento un piccolo negozio e per scoprirlo vi basterà andare nei caruggi, in Via dei Macelli di Soziglia.

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Questa deliziosa bottega è specializzata in affascinanti articoli vintage e si chiama per l’appunto Bachelite, questo termine identifica il materiale usato nella prima metà del ‘900 per certi oggetti come ad esempio i telefoni.
Un piccolo mondo ricco di curiosità, a renderlo speciale è anche il buon gusto di Beatrice, la giovane proprietaria che cura in maniera particolare l’esposizione dei pezzi in vendita.

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Ecco le vecchie macchine fotografiche, i vassoi e le cose di un altro tempo.

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Numerose sono le scatole di latta per le quali Beatrice ha una vera passione.

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Tinte pastello e coperchi decorati, anch’io ho una piccola collezione di scatoline e so di non essere la sola.

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Lumi a petrolio e soprammobili di vario genere disposti con vero stile.

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E poi occhiali da sole e tazzine e piccoli contenitori.

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Valigette, cappelli e vecchi telefoni.

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Bottigliette di profumo e fotografie in bianco e nero.

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E ancora scatole, naturalmente!

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E vecchie radio, suoni e colori di un’altra epoca non così distante dalla nostra.

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Un posto pieno di atmosfera, se passate nei caruggi date un’occhiata a Bachelite, questi sono gli orari del negozio.

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Come me vi perderete a curiosare, sicuramente è un valido indirizzo per coloro che amano le suggestioni d’antan.

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Troverete gli oggetti del quotidiano che hanno fatto parte della vita di qualcuno, compagni di viaggio e dei giorni passati.
Questo è il vero fascino del vintage, acquistare un oggetto usato significa donare nuova vita a piccole cose che ne hanno già avuta una.

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Un negozio che si trova in un posto perfetto, una strada dalle tante anime e dalla storia antica.
Là, in Via dei Macelli di Soziglia, adesso ci sono anche le meraviglie di Bachelite.

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Sono due amiche, due ragazze semplici.
Pazienti, tranquille, non hanno mai dato preoccupazioni in casa, io ne sarei quasi certa.
Sono due amiche, sono state ritratte insieme.
Una delle due porta scarpe chiuse da un bottoncino, l’altra invece le ha con i lacci e se non fosse per l’opacità del bianco e nero e per il contesto potrebbero quasi sembrare calzature moderne.

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Le ragazze si dilettano con il punto intaglio, sono abilissime con ago e filo, dalle loro dita svelte sono uscite candide tovaglie e cose belle da tenere da conto.
Le ragazze si occupano dei loro fratelli, sono affabili e docili, dei veri tesori di casa.
Ognuna tiene un profumato mazzolino di fiori tra le mani.

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E sono roselline e forse non ti scordar di me.

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Dietro alla foto che le ritrae una calligrafia ordinata ha scritto i loro nomi: Pina e Maria.
E poi, un’altra scrittura infantile e tondeggiante ne ha scritti due diversi: Vanda e Pina.
Nulla di sofisticato, in ogni caso, le ragazze sono semplici come quei boccioli che tengono in grembo, accennano appena un sorriso, hanno questi sguardi puliti.
E avrete fatto caso anche voi che certi tratti sembrano ripetersi nelle immagini del passato, a volte sembra di scorgere delle somiglianze.
Lei ha una fisionomia che mi è in qualche modo familiare, mi ricorda vagamente una delle mie bisnonne, porta una collanina, il suo abito ha un ampio colletto chiaro e ci sono ancora fiori appuntati sul suo petto.

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Volti del passato, non li vediamo solo nelle vecchie fotografie.
Camminando per la città vi ponete mai domande sugli sguardi che vi osservano mentre percorrete certe strade?
Gli occhi grandi, il naso sottile, le labbra carnose, chi è questa fanciulla effigiata su un palazzo di Corso Firenze?
Eh, non so davvero dirvelo!

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E poi lei.
Lei sì, lei avrebbe potuto essere la modella di uno scultore o di un pittore.
Così semplicemente bella, con quei lineamenti dolci e regolari, mi rammenta certe creature dipinte da Waterhouse, ad esempio osservate qui questo celebre dipinto.
Diafana, delicata, una fanciulla di un altro tempo.

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Sono due giovani donne, due amiche.
E non so nulla di loro, come sempre io provo soltanto a immaginare le loro vite.
Il tempo che è venuto avrà riservato loro gioie e dolori: mariti, figli e nipoti, sogni e perdite, lacrime e sorrisi.
E parole.
Ti ricordi?
Io e te.
Siamo cresciute insieme, io e te.
Ti ricordi come eravamo?
Tu che ci sei sempre stata, accanto a me.

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Oggi vi porto all’Acquasola, un parco pubblico molto amato dai genovesi di un altro tempo e tuttora nel cuore di molti di noi.
In altre epoche era tutto diverso rispetto ad adesso, anche la sua estensione era differente, il tempo del fasto dell’Acquasola è lontano ma tutti speriamo che presto torni a risplendere e ad essere ancora un luogo di grande fascino.

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Vi mostrerò un frammento del suo fulgore ottocentesco, in altri secoli all’Acquasola si veniva a passeggio e le aristocratiche dame della città facevano sfoggio di eleganza, nella bella stagione era un posto molto frequentato.

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Andiamo indietro nel tempo, nella seconda metà dell’Ottocento sotto gli alberi generosi dell’Acquasola c’era un caffè dove si poteva ristorarsi dalla calura con dolci delizie e gradevoli bevande.
Ho due immagini d’epoca da mostrarvi, appartengono ad un amico collezionista di foto antiche e rare e qui lo ringrazio di avermele inviate.
Si tratta di fotografie stereoscopiche, sono composte da due immagini identiche e per osservarle si utilizzava un particolare strumento.
Il Caffè d’Italia fu attivo negli anni ‘70 dell’Ottocento e mi è difficile riuscire a stabilire la sua precisa collocazione, tutto è mutato da allora e sebbene abbia fatto qualche supposizione preferisco attenermi ai dati certi, se troverò altre informazioni tornerò a scriverne.
Ecco l’ingresso del nostro leggendario Caffè.

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Viene citato in una Guida del 1872, Genova ed i suoi dintorni: viaggio alle due Riviere.
E qui si legge della incredibile eleganza del Caffè d’Italia, in certe sere scintillava di luci e vedeste quanta gente vi si trovava, c’era la folla!
Si trattava di un posto alla moda, si può comprendere il suo successo!
E ancora, sfogliando il Lunario del 1872 il mio solito prezioso amico Eugenio ha reperito queste notizie:

L’Italia, all’Acquasola, caffè giardino unico suo genere in tutta Italia, aperto dal giorno di Pasqua a tutto settembre.

Un luogo magico, una meraviglia cittadina che è la gioia dei genovesi di quel tempo.

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E osserviamo con maggiore attenzione alcuni dettagli di queste antiche fotografie, esse restituiscono frammenti di vita reale.
E non è il fasto a vedersi, non è lo sfarzo degli abiti esclusivi o la leggiadria delle gentildonne.
Il fotografo ha fissato il suo sguardo su una particolare categoria di persone: i lavoratori, coloro che con le loro fatiche resero grande il Caffè d’Italia.
Ognuno ha diverse mansioni e responsabilità, ognuno fa la sua parte.
Ed ecco i giardinieri che reggono in mano pesanti annaffiatoi, sullo sfondo un uomo con i baffi, credo che abbia un tovagliolo posato sul braccio.

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E ancora, tre diverse generazioni.
A mio parere non si tratta di una posa casuale, trovo una studiata armonia nelle differenti posture di queste persone.
Due camerieri e un garzonetto, pronti a servire la loro raffinata clientela.
E non mancate di notare il palo dell’illuminazione pubblica, da amante dei particolari questo dettaglio ha subito attirato la mia attenzione.

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Al Caffè d’Italia ci si dilettava con il biliardo, ai tavoli del ristorante venivano serviti memorabili pranzi.
E certo, saranno sbocciati nuovi amori sotto l’ombra confortatrice di quegli alberi.
Quante fanciulle di Genova avranno raccolto una foglia all’Acquasola per poi conservarla tra le pagine di un libro in ricordo di una giornata particolare?
E magari una calligrafia antica e ordinata avrà fissato certi momenti su carta sottile e fragile come il tempo che svanisce senza lasciar traccia di certa grandezza.
Un velo si posa sui luoghi, sulle memorie, sui posti che non conosciamo perché non li abbiamo mai veduti.
C’era un tempo all’Acquasola il Caffè d’Italia.

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Poi quel tempo si è dissolto, sono trascorsi i mesi e gli anni.
Eppure è fissato per sempre, in alcune fotografie e in certi sguardi rivolti verso di noi, in una dimensione resa reale dalla fantasia e dall’immaginazione.

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Nel freddo dell’inverno è bene ritemprarsi e per farlo potremmo scegliere un esclusivo locale della città.
Si tratta di un posto di successo, il locale di Pier Enrico Zolezi ha aperto i battenti nel 1877 come birreria nell’elegante Galleria Mazzini.

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E lo ritroviamo ancora celebre nel 1882, nel Lunario del Signor Regina di quell’anno ci sono ben 2 pagine dedicate a questo locale e allora andiamo a trovare il Signor Zolezi, i suoi piatti vengono serviti con vini pregiati.
Come potete leggere è possibile anche far una specie di convenzione, una sorta abbonamento mensile.

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E tra l’altro, siccome la pubblicità è l’anima del commercio, in un paio di righe si invita la clientela a fare i dovuti paragoni con i prezzi offerti dagli altri ristoratori, direi che non c’è proprio paragone!
Da Zolezi il pranzo a prezzo fisso comprende le seguenti portate, avrete due scelte ed entrambe a mio parere sono piuttosto generose.
A me basta il pranzo da Lire 2.50, voi che ne dite?

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Si aggiunga a tutto questo un’autentica specialità che si può gustare esclusivamente da Zolezi: il rinomatissimo Vermouth delle Dame.
Si legge sul Lunario che questo corroborante liquore è fatto con moscato di Canelli ed è poi arricchito con l’aroma di certe radici.
E lo potete bere solo là, in Galleria Mazzini.

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E ha un sacco di proprietà, sapete?
C’è una paginetta intera sul Vermouth delle Dame, ohibò!
E io non l’ho mai assaggiato, che disdetta!
Ottimo per digerire, per la precisione è apprezzato dalle dame e anche dai gentiluomini, si può bere prima o dopo pranzo e avrà comunque benefici effetti.
E quindi, ecco qualche consiglio su come gustarlo, con il seltz o con la soda sembra perfetto e poi ci sono le bottiglie di lusso, regalatene una ai vostri amici e farete una gran figura, credetemi!

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E poi da Zolezi non ci si annoia mai, sapete?
Ah no, in certi anni in quel locale si tengono sono magnifici spettacoli di varietà e concerti per allietare la clientela, insomma dalle parti di Galleria Mazzini ci sanno fare, fidatevi di me.
Ho questo Lunario del 1882 da parecchio tempo, finalmente sono riuscita a scrivere del signor Zolezi e penso che sentirete ancora parlare di lui su queste pagine.
Tra l’altro la primavera scorsa mi è anche accaduto un fatto curioso, un evento proprio frutto del caso.
Mi trovavo a Staglieno, durante uno dei miei soliti giri e lo sguardo ha trovato un monumento sul quale è inciso proprio quel nome.
Per caso, in un giorno di marzo.

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E allora da questa mia paginetta mando un caro saluto a Pier Enrico Zolezi e mi congratulo per la sua iniziativa imprenditoriale, in qualche modo anche lui è entrato a far parte della storia di questa città.
Brindo alzando un bicchierino immaginario, è ricolmo di Vermouth delle Dame.
Come se fossi in Galleria Mazzini, nel 1882.

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L’anno volge al termine e come ogni altra città anche Genova si appresta a festeggiare.
Forse potrei darvi qualche consiglio per domani, invece preferisco farvi ancora salire sulla mia macchina del tempo per portarvi al Capodanno di un’altra epoca.
Siamo nel 1913 e su Il Lavoro, uno dei quotidiani più letti dai genovesi, ecco pubblicizzati gli eventi ai quali partecipare.
Ad esempio potremmo scegliere un abito da gran sera e attendere l’arrivo del nuovo anno al prestigioso Hotel Isotta, ricorderete che ve ne parlai diverso tempo fa, si trova nella centralissima Via Roma.

Via Roma

Ebbene, all’Hotel Isotta sapranno come soddisfare la loro esigente clientela, si propongono piatti raffinati per l’occasione.
E pensate, il menu è interamente scritto in francese!
La cena si aprirà con un consommé in tazza, seguiranno aragosta, filetto e carni bianche, deliziosi carciofi e salse raffinate.
Anche il dessert è sfizioso ed elegante, non sapete cosa darei per poter assaggiare il delizioso Gateau Isotta, non so bene di cosa si tratti ma deve essere una nuvola di dolcezza!
Il cenone in Via Roma costerà 6 Lire, che dite, ce lo possiamo permettere?

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In alternativa la nostra scelta potrebbe essere del tutto diversa, come si legge in un articoletto del 30 Dicembre 1913, al Lido d’Albaro si prospetta una serata interessante.
Alle 21 si terrà uno spettacolo teatrale e poi si cenerà al ristorante, è previsto un menu a prezzo fisso accompagnato dalla musica suonata dall’orchestra.
Dopo la cena ci si trasferirà nel salone riccamente decorato con fiori “figuranti una serra di viole”, così recita l’articolo.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oh, poi verranno sparati colpi di cannone a salve per salutare il nuovo anno e non dimentichiamo che ad ogni partecipante è riservata una sorpresa portafortuna.
Passata la mezzanotte inizieranno le danze per il più classico dei festeggiamenti, il biglietto di ingresso per questa bella serata ha un costo di Lire 1.50.
Così si attende il primo giorno del 1914 davanti al mare di Genova.

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E in tutto questo la notizia sensazionale è riassunta in poche righe, secondo me.
Eh già, cari lettori, infatti l’ultimo dell’anno è sempre un problema muoversi ma i genovesi sono fortunati e non sarà difficile raggiungere il Nuovo Lido: per il 31 Dicembre il servizio dei tramways elettrici andrà avanti fino alle 4 del mattino.
Già, nel 1913: sono piacevolmente stupefatta, lo ammetto.
E quindi ecco le mie proposte di oggi, spero che le troviate interessanti.
Domani torneremo in questo secolo e troverete qui i miei auguri per l’anno che verrà, adesso vi lasciò là, tra il 1913 e il 1914, tra le fragranze delicate dei profumi dei fiori.
E ricordate: fino alle 4 del mattino potete prendere il tramway!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Il talento e l’ingegno dell’uomo hanno regalato a tutti noi certe magnifiche invenzioni capaci di mutare le nostre vite, alcune di queste, a dire il vero, sono per noi quasi scontate e fanno ormai parte della nostra quotidianità, in altre epoche invece erano vere e proprie innovazioni.
E oggi vi parlerò di un oggettino particolare che ha suscitato la mia attenzione, ne ho trovato notizia in uno straordinario libretto acquistato di recente: Genova e dintorni, Guida Popolare Illustrata edita dai Fratelli dell’Avo.
Questo libricino risale agli inizi del ‘900, curiosamente non ho trovato la data precisa di pubblicazione ma c’è un riferimento al censimento del 1901 e di conseguenza immagino che sia di poco successivo.
Si tratta di una pregevole guida ad uso dei visitatori per scoprire le bellezze della città, tra quelle pagine ci sono anche alcune pubblicità.
Signore e signori, ecco a voi il magnifico mirografo in vendita in una via del centro cittadino.

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Il disegnino delle mani che indicano la scritta è tipico dell’epoca, si trova spesso sui giornali di quel tempo.
Ma che caspita sarà mai il mirografo?
Una vera novità, dice la réclame, molto meglio del cinematografo!
E certo, qua si fanno i debiti paragoni, si dovrà pure sbaragliare in qualche modo la concorrenza!
E quindi, ecco il mirografo, chi ne sarà il fortunato proprietario potrà autonomamente “ritrarre vedute animate” a proprio piacimento.
Viene specificato il prezzo dei film e tra l’altro questo gioiellino può essere messo in funzione in diverse maniere.

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Cari lettori, forse vi starete ponendo la stessa domanda che mi sono fatta anch’io.
Chi caspita ha mai sentito parlare del mirografo?
Ecco, per quanto mi riguarda è un’assoluta novità e devo dirvi che non è stato così semplice trovare notizie in merito.
Mah, sta a vedere che la magnifica invenzione non ha avuto successo? Chissà, mi è venuto questo sospetto!
E poi, ho avuto la brillante idea di consultare un altro prezioso libretto: il Manuale di Fotografia per Dilettanti del quale ho già avuto modo di parlarvi.

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Eh sì, in quelle pagine viene citato il fantastico mirografo e se ne spiega il funzionamento, l’apparecchio viene definito un “cinematografo per dilettanti”, l’autore dice che è una buona macchina e noi non abbiamo motivo di dubitarne, no?
Ecco, insomma, alla fin fine mi sono immaginata un elegante signore dei primi del ‘900 che se torna a casa soddisfatto dopo aver acquistato il suo bel mirografo nuovo di zecca.
Lo posa sul tavolo del salotto, lo scruta con attenzione, ne studia il funzionamento, questo gentiluomo è un tipo che si interessa sempre delle ultime novità, del resto capita anche a noi, vero?
Un nuovo gingillo, una magnifica invenzione: un mirabolante mirografo.

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Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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Sono bambini, semplicemente bambini.
E appartengono ad un altro tempo, i loro ritratti furono cara memoria per nonni e genitori, per lungo tempo queste fotografie forse furono riposte in un album o dentro ad una bella cornice, ricordo d’infanzia e di giorni felici.
E poi, per le misteriose vie della vita, i volti di questi bimbetti hanno incrociato il mio sguardo e così li ho portati con me, non potevo fare altrimenti.
Ad accomunare queste fotografie che fanno parte della mia piccola collezione sono alcuni particolari: ognuna è un ritratto, di nessuno di questi bimbi si conosce il nome e non c’è una data scritta a tergo.
Sono semplicemente bambini di un altro secolo e anche se tra loro non si conoscevano ho deciso di metterli uno accanto all’altro per presentarli anche a voi, con tutta la tenerezza che suscitano i loro visetti.
La prima di loro è una piccolina speciale, i boccoli le incorniciano il viso, porta un fiocchetto sulla testa e ad osservarla si comprende che ha carattere, doveva avere una certa grinta secondo me.

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A guardare queste immagini antiche mi sorge sempre un dubbio e non so mai trovare la risposta.
Come facciamo a indovinare i colori degli abiti?
Qui pare di scorgere una fantasia, la gonnellina è tutta pieghe e si intravede una giacchetta forse rifinita di pizzo e fermata dietro con un grande fiocco.

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La posa, nell’insieme, ha una grazia tutta sua: ve l’ho detto, per me lei è una bambina speciale.

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E poi lui.
Un visino senza tempo, cambiategli i vestiti e vi parrà un bambino della nostra epoca.
Timido, io credo.

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E ricordate le raccomandazioni del mio manuale di fotografia per dilettanti del 1910?
Le mani devono essere impegnate in qualche maniera e infatti il marinaretto se ne sta appoggiato al gozzo e regge in una mano il cappello della “Regia Marina”.
Cosa avrà fatto da grande?
E come si chiamava?
E quante delle mie domande non avranno mai risposta?

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Sapete cosa accade ad osservare questa antiche fotografie?
A volte sembra di scorgere delle somiglianze e dei tratti in comune, poi la logica ti porta a concludere che è improbabile che ci siano delle parentele.
Eppure tutti gli uomini con baffi importanti sembrano cugini, certe giovani donne sembrano sorelle, certe bimbe sembrano appartenere alla stessa famiglia: sono le fisionomie del tempo ad essere in qualche modo simili, alcune caratteristiche sono ricorrenti.
Da ultima ecco un’altra piccina, ha uno sguardo vivace e intelligente, in realtà secondo me avrebbe i capelli ricci ma glieli hanno spazzolati e quindi ora sembrano leggermente ondulati.

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Indossa, come si usava all’epoca, graziosi stivaletti con dei bottoncini.

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E mi ha colpita per una precisa ragione, a differenza di tutti gli altri lei cosa fa? Sorride.
Fateci caso, nelle foto d’epoca le espressioni sono sempre serie, vale anche per le immagini che avete veduto prima di questa.
Lei invece no, sorride.
E il suo sorriso è la pagina di romanzo ancora tutto da scrivere.
Ed è dolce innocenza e infantile spontaneità, un moto dell’animo che esprime così la sua semplicità.
Ed è il sorriso di lei, una bambina di un altro secolo.

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Tra le cose notevoli che possono regalare un sorriso c’è anche questa: trovare tra i libri degli antenati un volumetto interessante che risale al 1910.
Signore e signori, ecco a voi il pregiato Manuale Hoepli dedicato alla Fotografia pei dilettanti, certo l’argomento merita un approfondimento.

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Intanto, chi è il dilettante fotografo?
Secondo il nostro autore, il celebre Dr. Muffone, il dilettante del suo tempo è un genere anfibio fra il pittore, il viaggiatore impressionista e il fannullone.
Eh, che romantica definizione, dice il nostro che in epoche antecedenti si usavano metodi ben più complicati: nel 1910 la faccenda è più semplice.
Ovviamente questo libro è ricco di consigli che guidano il dilettante passo dopo passo, viene spiegato nel dettaglio il funzionamento di certi apparecchi.

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Tuttavia, se si usa la macchina come fida compagna di viaggio, serve un mezzo rapido che non obblighi a tanti differenti passaggi, metti il caso di trovarti in presenza di un treno che corre o di una folla movimentata.
Eh, non posso che condividere!
Tra tutti i pregevoli pezzi mostrati in questo libro la mia preferenza cade sulla borsetta fotografica.
Ebbene, una volta chiusa si presenta in tale maniera.

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E quando la si apre ecco la bella sorpresa, questa sarebbe perfetta per me!

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Mirino, otturatore, camera oscura, lastre e sali d’argento: comprendete che mi è difficile scendere nei particolari, il nostro si dilunga in maniera piuttosto approfondita e tuttavia certi suoi consigli sono pur sempre validi.
Qual è l’impresa più complicata? Certamente il ritratto, secondo lui.
Per il ritratto a medaglione il soggetto si metterà su uno sgabello, particolare attenzione va data alle mani, non devono mai toccare le guance o il mento.
E se invece si fa un ritratto in piedi le mani come caspita vanno messe?
Si impegnano in qualche maniera, ad esempio facendo reggere alla persona un ventaglio, un ombrellino o un bastone da passeggio.

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Se invece si fotografa un gruppo si consiglia di ricorrere alla forma piramidale, ponendo così l’accento sulla parte centrale.

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Fare una foto è una questione complicata e come tutti sappiamo la luce ha la sua importanza, a questo tema il nostro autore dedica diverse pagine.
Conta lo sfondo e contano “i punti luminosi degli occhi”, altrimenti il soggetto mancherà della vitalità che ogni fotografo spera di immortalare.
E poi naturalmente occorre allenare lo sguardo, in molte maniere:

“Studiate le diverse figure che incontrate in un vagone, in un omnibus ecc. ecc., badate ai cambiamenti di luce ed ombra…”

Oh caro Dottor Muffone, sarà lieto di sapere che tuttora esistono torme di fotografi si dilettano a scrutare e a immortalare il loro prossimo!
Certo, con apparecchi diversi da questo, mi pare ovvio!

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Non mancano le dritte per il ritocco: occorre munirsi di pazienza, pennello e acquerello per abbellire le immagini con certe sfumature.
E insomma, questo libretto trovato per caso si sta rivelando una piccola miniera di informazioni, ampia parte è dedicata alle varie tecniche di sviluppo e stampa, una sezione racconta la storia delle cartoline e magari tornerò a scrivere di questo argomento.
Non dimentichiamo un capitolo importante che celebra un’invenzione geniale: il cinematografo.
Dice il nostro autore che ormai tutti gli eventi pubblici si avvalgono in qualche modo della cinematografia: così, in questo anno 1910, si considera che questa novità sarà ben utile per tramandare ai posteri una realistica documentazione di ciò che accade nel mondo.
Tuttavia il meccanismo non è ancora ben rodato e l’autore cita un grave incidente avvenuto a Parigi, nel 1897.
In quell’anno si tenne nella capitale francese il Bazar della Carità, una festa di beneficenza organizzata dall’aristocrazia parigina.
Siccome sono curiosa sono andata a cercare gli articoli dell’epoca, sui giornali del tempo si legge che nella zona del cinematografo si sprigionò un incendio che causò moltissimi morti e numerosi feriti.
Questa tragica circostanza, a quanto pare, fece molta impressione ed ebbe risonanza internazionale.
Io ho scoperto questa notizia partendo dal mio manuale, come sempre accade un libro ti svela realtà sconosciute.

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Concludo questo articolo con una nota di roseo ottimismo.
La bellezza del mondo è nei suoi colori e il nostro autore si pone una domanda:

“Perché non la possiamo noi ottenere? Purtroppo sinora non siamo a tal punto, ma ci arriveremo.
Chi avrebbe mai supposto che in così pochi anni saremmo giunti all’istantaneità?
Così diremo della fotografia a colori.”

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Mando un saluto affettuoso al Dottor Muffone, nelle sue parole lungimiranti era già scritto il futuro.
E per noi che ci divertiamo a fotografare tutto è davvero più semplice!
Malgrado ciò intendo leggere con attenzione il mio libro e per esercitarmi posso sempre ricorrere all’apparecchio fotografico di mio nonno, direi che è perfetto per mettere in pratica i consigli del Manuale di Fotografia pei dilettanti!

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