Frammenti del passato di Piazza Corvetto

Metto di nuovo in funzione la mia mirabolante macchina del tempo e vi porto ancora con me nel passato di Genova.
Vi mostrerò una cartolina colorata a tinte vivaci, questo cartoncino per giungere nelle mani della sua destinataria viaggiò in quell’altro tempo fino a Marsiglia e poi, sempre per le inspiegabili vie del caso, in qualche modo tornò nella Superba per finire nella mia piccola collezione.
In quell’epoca là c’erano luoghi che per consuetudine venivano spesso fotografati e quelle immagini venivano usate per le cartoline, certamente è molto frequente trovare la nostra Piazza Corvetto.
Non è poi così cambiata quella parte di Genova, ancora conserva immutato quel suo fascino ottocentesco.
Certe cartoline poi suscitano vere e proprie divagazioni della fantasia: non svelano volti ma tu puoi vederli con un gioco della tua immaginazione.
Tic tac, tic tac: è un giorno qualunque in questa Piazza Corvetto per noi insolitamente deserta, senza semafori o macchine in fila, la strada sembra appartenere alle persone, alcuni uomini se ne restano invece seduti su una panchina ad osservare la vita che scorre.
I loro occhi hanno forse veduto i molti mutamenti di questa piazza, forse potrebbero raccontare come sono sorti quei monumenti che ancora adesso la adornano.

Tutto attorno si leva un brusio di voci, nella fretta del quotidiano, sono rumori per noi insoliti.
Un signore attraversa distratto mentre legge le ultime notizie sul giornale, nel frattempo certi occhi vivaci e curiosi guardano impazienti verso il futuro, il tempo che verrà è ancora sconosciuto ma è così scandito dal suono di passi piccini in Piazza Corvetto.
Ecco gli stivaletti con i bottoncini, il soprabito scuro e la manina stretta in quella della mamma.
E sotto il cappellino di paglia un sorriso illumina un bel visetto di bimba, la sua pelle è chiara e disseminata di lentiggini proprio quella della sua mamma, una giovane donna di molta grazia e dal portamento elegante.

Accadde tutto in una breve frazione di tempo.
E tutto attorno risuonavano rumori così diversi da quelli che sentiamo adesso, era una stagione lontana, con questa quiete e questa semplicità.
Sbocciavano i fiori nelle aiuole, le nuvole percorrevano il cielo di Genova in questi istanti fissati per sempre in una cartolina: frammenti del passato in Piazza Corvetto.

L’ultimo amore

Doveva essere un amore grande a far battere i cuori di Giuseppina e Mario, lei scriveva a lui parole dolci e sentimentali.
Da Giuseppina al suo amato Mario, a quanto sembra lei era solita inviare al suo innamorato certe cartoline e alcune di esse ora appartengono a me, ho anche già avuto modo di mostrarvene alcune: in una traspaiono certi romanticismi, un’altra invece è accompagnata da palpitanti parole d’amore.
Così Mario avrà conservato questi preziosi cartoncini con la dovuta attenzione, chissà poi quali cartoline avrà scelto lui per la sua Giuseppina.
Lei così appassionata e romantica, lei così amorevole e affettuosa.
Lei che forse avrà avuto un ritrattino del suo adorato Mario tra le pagine di un libro di poesie.
Lei che lo attendeva con trepidante speranza, proprio come la giovane che compare sulla cartolina che vedete qui sotto: una fanciulla con l’abito celeste e leggero, fiori profumati in grembo, i boccoli pettinati con cura, una piuma vaporosa sul capo.
E lo sguardo sognante e innamorato, fiducioso di un sentimento destinato a durare per sempre.
Per tutti i giorni della vita.
Senza finire mai.
Proprio con quella disposizione d’animo così perfettamente descritta da uno scrittore a me molto caro.

Men always want to be a woman’s first love. That is their clumsy vanity.
We women have a more subtle instict about things.
What we like is to be a man’s last romance.

Gli uomini vogliono sempre essere il primo amore di una donna. Quella è la loro sciocca vanità.
Noi donne abbiamo un istinto più sottile per le cose.
Ciò che desideriamo è essere l’ultimo amore di un uomo.

A woman of no Importance – Oscar Wilde

Tutta la vita davanti

Non è un ritratto opera di un celebre fotografo, questo scatto in bianco e nero è di un autore anonimo ed è stampato su semplice carta sottile.
Non conosco neanche il nome di questa ragazzina, scovai la sua piccola fotografia tempo fa in una scatola piena zeppa di cartoline degli anni ‘60, stava quasi nascosta tra certi rigidi cartoncini spediti come ricordo di vacanze ormai dimenticate.
Mi ha colpita il suo ingenuo candore e a guardare il suo viso ho pensato che fosse proprio una di quelle fotografie che meritava di essere salvata.
C’è autentica innocenza nel suo sguardo, mentre la sua giovinezza sta per sbocciare, nella semplicità dei tratti acerbi di questa fanciulla già si scorge la donna aggraziata e affascinante che diverrà.
Cosa le piace fare nel tempo libero?
Forse suona il piano, si diletta con il ricamo, ama in particolar modo disegnare.
Ha dei fratelli?
Forse loro sono più liberi e magari anche a lei piacerebbe correre, senza pensieri, proprio come fanno loro.
E cosa sogna? Come immagina il suo futuro?
Forse diventerà una sposa molto amata, un madre affettuosa e le sue figlie assomiglieranno a lei.
Intanto resta con i suoi occhi belli così spalancati su un domani sconosciuto.
E indossa un vestitino rifinito da pizzi raffinati, i suoi capelli sono folti, mossi e un po’ ribelli, credo che li porti lunghi e raccolti in una treccia.
Ha labbra carnose, profilo perfetto, pelle chiara e rosea.
Attende la felicità e il tempo ancora ignoto.
Attende i giorni che verranno, attende la gioia e le promesse mantenute, i desideri, le risate e gli entusiasmi.
Ha un colletto di pizzo e tutta la vita davanti.

Felice anno nuovo!

E così l’anno volge al termine e ci apprestiamo a festeggiare nuovi inizi.
I miei auguri vi arrivano con questa cartolina dolcemente romantica dove sorridono due giovani innamorati.
Cari amici, sorridiamo anche noi e brindiamo insieme con la speranza che i giorni che verranno siano ricchi di gioia e serenità.
In alto i calici, felice anno nuovo a tutti voi!

Certe eleganze a Bagni di Montecatini

Difficile eguagliare le eleganze di certe signore della buona società che nel bel tempo andato si trovarono a soggiornare a Bagni di Montecatini: furono immortalate in un giorno sconosciuto dal fotografo Goiorani, con tutta probabilità in un ritratto di famiglia.
Nella fotografia ci sono anche tre garbati gentiluomini e tuttavia, per quanto siano ben vestiti ed eleganti, paiono quasi delle figure di contorno.
Spiccano invece la grazia squisita e la raffinatezza femminile, in particolare per un accessorio comune alle tre protagoniste di questa immagine d’epoca: il cappello.
La donna più giovane si distingue per la sua diafana beltà, resta immobile e il suo sguardo sognante ed ingenuo sembra perso in certe divagazioni del pensiero.
Quante poesie di Guido Gozzano conosce la giovane con l’abito chiaro?
Quanti segreti custodisce nel suo cuore?
Certo non saremo noi a scoprirlo, possiamo solo ammirarla mentre porta con disinvoltura questo cappello ampio arricchito da un grande fiore.

Tre donne, tre diverse generazioni e tre stili.
Il carattere volitivo, poi, traspare anche in una fotografia come questa: nella posa di questa signora mi sembra di percepire una certa assertività, il suo sguardo pare rivelare sagacia e arguzia.
Ad osservarla con attenzione poi la immagino amante delle buone conversazioni, pittrice dilettante e lettrice appassionata di romanzi vittoriani.
E di certo le piacevano i cappelli, quello che indossa sembra piuttosto importante e vi è appuntata una piuma molto vaporosa.

E ancora, la terza signora porta un completo raffinato e così preziosamente rifinito, ha i guanti e lo sguardo in un certo qual modo severo.
Alle sue spalle si notano il ragazzo più giovane e la fanciulla vestita di bianco che sotto il braccio tiene uno scialle scuro.

Saranno state ore liete in quei giorni passati in un luogo dalle molte bellezze.
Ed io ho immaginato la giovane donna con l’abito chiaro mentre ripone il suo cappello in una capiente scatola, con un altro gioco di fantasia mi sembra poi di vederla molto tempo dopo e ormai in là negli anni, ancora si guarda nello specchio e con fare divertito pone sul suo capo quel cappello che indossò da ragazza.
Si rimira e sorride, nel dolce ricordo del tempo delle raffinate eleganze a Bagni di Montecatini.

Un cavallino con cui giocare

Un abitino candido con le pieghe sul petto e i pizzi leggeri.
Le calze bianche e gli stivaletti chiari con i bottoncini.
La frangetta così corta, i ricci ben pettinati e le labbra rosa a cuore.
Un certa imbronciata timidezza, gli occhi grandi spalancati sul mondo.
E la manina si posa sul cavallino, con probabilità è un oggetto di studio e il fotografo lo usa quando deve ritrarre i più piccini.
È una piccola cosa, un balocco del tempo andato: un cavallino di legno da far correre e trottare in mille avventure sull’orizzonte di una stanza dei giochi.
E chissà quanti piccolini nella loro letterina a Gesù Bambino avranno chiesto in dono proprio questo regalo: un cavallino di legno.
Un amico da tenere vicino per trascorrere insieme ore gioiose, un fidato compagno di giochi immaginando le cose più belle e straordinarie.
Con la vivacità della fantasia e dei giorni d’infanzia quando per essere felice bastava soltanto avere un cavallino con cui giocare.

Anni ’20: attraversando Piazza De Ferrari

Tic tac, tic tac.
Ecco ancora la mia macchina del tempo e quel suo suono nostalgico che ci conduce là, in Piazza De Ferrari, negli anni ‘20.
In un diverso trambusto, in un’epoca nella quale in un certo modo ci rispecchiamo, sembriamo riconoscere noi stessi in quel frammento di una giornata ormai trascorsa.
Certi uomini incedono svelti, una giovane donna sembra invece in attesa e quasi annoiata resta ferma a braccia conserte.
Dita bambine si intrecciano le une alle altre: tre fratelli camminano vicini e attraversano la piazza, uno ha il sole negli occhi e con la mano cerca di farsi ombra per guardare lontano.
Una mamma premurosa avanza leggera e tiene per mano il suo figlioletto in questo giorno qualsiasi in Piazza De Ferrari.

Ressa, folla, guanti, tram, chiacchiere, cappelli, sorrisi, bastoni da passeggio e completi eleganti.
E conti da pagare, preoccupazioni, mogli affabili, piccole felicità, favole della buonanotte e progetti per il futuro.
La vita, poi, è fatta di queste semplici cose, in ogni tempo.

E scorrono i minuti, mentre taluni restano come immersi in certe svagate riflessioni: ci sono cuori che attendono, case alle quali ritornare, nuovi giorni per nuove esperienze.
E tutti quei sogni segreti, ognuno ha i propri.

Ed è così questo andirivieni nel passato, in un’epoca che a noi sembra più lenta e forse anche più romantica ma che era di certo più complicata e piena di insidie.
È una continua sorpresa la vita: ogni giorno ha il suo viaggio, la sua meta e la sua fatica e non sai se troverai davvero ciò che stai cercando.
Intanto cammini, attraversi la piazza, sali sul tram, osservi il panorama.
Cerchi la tua strada, mentre compi il tuo cammino nel mondo.

E poi.
Poi il tempo scorre e passano i decenni.
Molti anni dopo, in questa nostra epoca frenetica e distratta, può accadere che qualcuno si fermi ai margini dei caruggi mentre ha di fronte proprio la prospettiva di Piazza De Ferrari.
E chissà, magari quell’uomo è pure lui assorto in certe svagate riflessioni, forse pensa a tutte le cose che deve fare o magari gioca ad immaginare un tempo che non è più.

E guardando meglio, con gli occhi belli della fantasia, credo che chiunque possa tentare di vederla davvero quell’epoca svanita.
E finire là, in un giorno qualsiasi degli anni ‘20, nella nostra Piazza De Ferrari.

Sulla riva di San Fruttuoso di Camogli

È tempo di sole che arde e riscalda le pietre e i sassi, sulla riva di San Fruttuoso di Camogli.
È profumo di alberi dalle fronde generose tra le rocce scoscese dove l’onda batte e si disfa all’improvviso per poi ritornare ancora.
E la natura pronuncia le sue parole, in questo spicchio prezioso di costa nel levante ligure.

È un tempo lento e ha la dolcezza semplice di certe usanze antiche, è tempo di gente di mare dalle facce franche e dalle mani ruvide.
È un tempo che scorre via, mentre pescatori laboriosi e taciturni sbrogliano con pazienza le reti che gettano negli abissi per catturare i pesci.
Sono vite faticose, sono giorni da conquistare.
Sulle tavole si portano il pane rustico, i sapori della terra, l’olio profumato e il vino delle terre aspre della Liguria.

E sventolano i panni nell’aria intrisa di sale e spesso canta il vento: a volte è appena un soffio, a volte è tempesta ma la gente di mare sa ascoltare e comprendere le parole delle onde.
E anche le barche riposano: ogni nuovo giorno porta una nuova fatica ma anche una rinnovata speranza.
E tutto si immagina osservando una fotografia d’epoca nella quale si vedono quella spiaggia, quelle casette, quelle finestre e il portico: è un tempo lontano e si resta là, ad osservare l’orizzonte increspato di onde, mentre la vita segue il suo ritmo antico, sulla riva di San Fruttuoso di Camogli.

Sulla neve ai Piani di Praglia

E venne il tempo di andare sulla neve ai Piani di Praglia, quanto le avevano attese queste giornate!
L’estate era ormai un ricordo lontano, l’autunno vacillava come le ultime foglie sospese ai rami ormai spogli e infine, improvvisa e benvenuta, cadde lieve la neve.
E giunse così la stagione delle gite e delle sciate con gli stessi amici con i quali si condividevano le giornate alla spiaggia oppure sui prati.
Eccolo quel giorno, gli scarponi affondano nella candida coltre che tutto imbianca.
E tu sei una ragazza, porti i capelli a caschetto e fai una smorfia e si vede che hai il sole negli occhi.
E tutti indossate maglioni pesanti, calzettoni spessi, i volti sono rischiarati da larghi sorrisi, che ricordi dei Piani di Praglia!

Ed è tempo di gonne a quadretti e di cappelli calcati sulla testa, di zaini sulle spalle e di giacche di tessuto ruvido per ripararsi dal freddo pungente.
Sono questi i giorni memorabili della gioia condivisa e delle belle risate, sono attimi di assoluta felicità.

E sempre, in ogni fotografia, c’è un protagonista importante che tuttavia resta a noi sconosciuto: è colui che scatta l’immagine, è colui che ferma il tempo per un breve istante e racconta l’emozione del suo sguardo e la bellezza di una giornata trascorsa con gli amici.
Se poi osservate bene la foto nelle sua interezza, noterete nella parte inferiore destra un’ombra e penso di poter presumere che sia proprio quella del provetto fotografo.
Tutto attorno c’erano le montagne innevate, la natura superba era ancor più affascinante ed era un giorno bellissimo da conservare nella memoria: un giorno sulla neve ai Piani di Praglia.

Le ragazze di Sampierdarena

Loro sono le ragazze di Sampierdarena.
A dire la verità non sono poi così certa che tutte loro siano nate e cresciute in questa zona del ponente cittadino, so soltanto ciò che si può leggere a tergo di questa fotografia.
Dunque, siamo nel 1920 a Sampierdarena e una di queste giovani donne si chiama Giuseppina.
E le altre?
È facile supporre che portassero quei nomi dolci così consueti in quel loro tempo come ad esempio Ida, Amalia, Rosa o semplicemente Maria.
Eccole le ragazze di Sampierdarena, nelle calda estate con i loro costumi ingombranti se ne vanno a fare il bagno sotto la Lanterna, mia nonna Teresa frequentava i Bagni Roma e chissà se ha mai conosciuto queste cinque fanciulle.
Portano piccoli orecchini, hanno i capelli mossi con onde e ricci sistemati con cura.
La ragazza al centro ha un abito con il colletto vezzosamente decorato con una greca, le due fanciulle vicine a lei poi sembrano proprio sorelle, hanno lineamenti simili e labbra carnose, la più grande delle due porta i capelli raccolti con un fiocco di raso.
Le ragazze di Sampierdarena hanno molti talenti, dalle loro mamme e nonne hanno imparato l’arte della pazienza, virtù indispensabile per certi lavori femminili, tutte sanno cucire con perizia e ricamare con talento e precisione.
E una di loro forse si diletta con la pittura, un’altra legge le note sul pentagramma e suona certi motivetti al mandolino, ognuna vive e sogna in un’epoca dal ritmo così diverso dal nostro.
Nel secolo delle innovazioni, in un tempo che con incredibile rapidità è destinato a mutare anche la quotidianità di ognuno.
Nell’attesa del futuro si guarda avanti, con questi grandi occhi scuri, con certe timidezze dipinte in volto.
Così vicine, nei giorni della giovinezza, nel 1920 a Sampierdarena.