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Posts Tagged ‘Cose d’altri tempi’

C’era un tempo un magnifico negozio presso il quale di certo si serviva la migliore clientela: si trovava in Galleria Mazzini, celebre ritrovo dell’alta società cittadina.
Una galleria elegante, raffinata ed armoniosa, luogo prediletto per il passeggio e molto amato dai genovesi nei tempi passati.
A sfogliare la Guida Pagano del 1926 si scopre che là in quegli anni c’erano negozi favolosi: si vendevano alabastri e filigrane, c’erano orefici e fotografi, non mancavano un ombrellaio e un confettiere.

E ancora risplende la nostra Galleria Mazzini e noi ancora amiamo camminare al riparo, su e giù, qui dove si affacciano le vetrine scintillanti di negozi prestigiosi.

Sotto i vetri che luccicano, quando la luce li attraversa.

E ancor di più amiamo frequentarla nelle occasioni che la rendono più viva e affascinante restituendole la sua identità e facendoci apprezzare la vantaggiosa gradevolezza di avere una galleria in pieno centro.
In Galleria Mazzini si tiene da sempre la Fiera del Libro, a causa di certi restauri negli ultimi anni è stata traslocata altrove ma tutti noi attendiamo che la prossima edizione torni nel suo luogo di origine.
E che dire del mercatino dell’antiquariato? Sì, questa è la collocazione perfetta.

Facciamo un passo indietro e andiamo a certi anni del secolo scorso quando erano in voga ben altre eleganze.
In Galleria Mazzini c’era un negozio di cappelli, ne ho notizia grazie ad una cartolina spedita nel 1913 e comprata su una bancarella.
La cartolina è molto rovinata e ha diverse pieghe, questo però non toglie nulla alla mia fantastica scoperta.
E qui ringrazio i mie amici Giancarlo Moreschi e Pier Giorgio Gagna, sono stati loro riconoscere la via in cui si trovava questo negozio, restava da trovare l’esatta collocazione.
Dunque, osserviamo l’insegna.
Signori, qui si vendono cappelli di paglia e di feltro, è garantito un certo stile!

Quindi immagino che certi elegantoni si fermassero a sbirciare le vetrine, è difficile far la scelta giusta quando ci sono così tanti articoli in esposizione.
Nella parte alta dell’insegna spiccano queste parole: Emporio Cappelleria Genovese.
E nella zona sottostante si legge che questo negozio ha una storia, in anni anteriori infatti aveva probabilmente il nome del suo precedente proprietario, Susto.

E allora eccomi in Galleria Mazzini, con la cartolina tra le mani.
Mi piacerebbe tanto comprare un cappello di paglia, purtroppo non c’è più la Cappelleria Genovese, altrimenti sarei un’affezionata cliente!
Io vado su e giù, cerco il luogo che corrisponde esattamente a quello della mia immagine d’epoca.
Ci sono due vetrine, su ognuna è collocato un punto luce con una lampada, sono separate da due semicolonne, sull’estrema sinistra si scorge parte del lampione della pubblica illuminazione.

Ed io, in una mattina di settembre, sono certa di aver trovato il punto esatto.
Mi assiste l’intuizione ma anche un pizzico di fortuna, una volta tornata a casa ho letto che la Cappelleria Susto sul finire dell’Ottocento si trovava al 57 e 59 di Galleria Mazzini.
E presumendo che la numerazione non sia cambiata questo è esattamente l’indirizzo del negozio di abbigliamento fotografato da me.

Non basta, andiamo ancora oltre, c’è altro da raccontare.
Come vi ho già detto la mia cartolina risale al 1913, sulla Guida Pagano del 1926 risulta che a quell’indirizzo in quell’anno c’era il negozio del Signor Marini: cappelleria, modisteria e impermeabili.
Io non so dirvi se si tratti dello stesso negozio della mia immagine perché su questo cartoncino sbiadito non si legge questo nome, certo è che in ogni caso lì si vendevano sempre questo genere di articoli, che bellezza!
I cappelli, italiani e stranieri, venivano confezionati in certe scatole lussuose.
E attenzione, si vede anche il cartellino del prezzo!

Ho messo indietro la macchina del tempo e sono rimasta a passeggiare in quegli anni lontani, nella nostra Galleria Mazzini.

E ho incontrato un avventore, forse era solo un tale che passava da quelle parti e si è messo in posa davanti al favoloso negozio di cappelli.
Alla Cappelleria Genovese c’erano cappelli, berretti, copricapi per ogni gusto e avrete notato che le vetrine erano bordate con dei disegni di cappelli dalle diverse fogge.

Il tempo è trascorso, è tramontata l’epoca della paglietta e con essa sono svanite molte altre mode.
In un giorno distante il fiero proprietario di questo negozio si mise in posa per farsi immortalare davanti alla sua vetrina, il signore in questione portava una giacca di buon taglio e sfoggiava un bel paio di baffi.
Mi è rimasta solo una curiosità, chissà, magari qualcuno di voi lettori può essermi d’aiuto.
Come potete vedere il nostro abile commerciante non è solo, c’è un gatto davanti ai suoi piedi, si direbbe un habitué.
Ecco, se per caso qualcuno conoscesse il nome del piccolo felino lo scriva, a me piacerebbe tanto saperlo.

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Sono giovani, sono ragazze nel fiore degli anni, una di loro è poco più che una bambina.
Probabilmente sono sorelle, si notano delle somiglianze nei tratti dei loro visi e le più grandi portano lo stesso abito.
Sono semplici, garbate, nei loro sguardi si legge l’ingenua freschezza dei loro pochi anni.
Le ragazze come loro fanno castelli in aria e hanno sempre dei sogni magari nascosti, sogni che non hanno mai rivelato a nessuno.
E come tutte le ragazze della loro età forse anche loro amano la moda, un pizzico di ambizione è più che comprensibile.
Le stoffe a fiori o righe, le maniche rifinite con i pizzi, i fiocchi a fermare i lunghi capelli.

E poi le ragazze di quest’epoca portano quegli stivaletti che molto tempo dopo torneranno di moda.
Lacci e laccetti, tacchi a rocchetto, anche io ne ho avuto un paio simili.
Le scarpe chiare con il nastrino appartengono invece a quel tempo vissuto da queste fanciulle.

La più grande di loro è anche ritratta da sola in questa fotografia che come l’altra è stata fatta da un fotografo di Varazze.

Le ragazze alla moda hanno cura dei dettagli.
E lei ha questa borsettina vezzosa, non saprei dirvi se le appartenga o se sia del fotografo che l’ha ritratta.
A dire il vero a me piace pensare che sia sua e che lei abbia voluto prepararsi con attenzione senza lasciare nulla al caso.
Si è messa davanti allo specchio e si è anche rimirata un po’ prima di decidere che tutto era esattamente come voleva.

Le fotografie di quel giorno hanno avuto un destino imprevisto e ora appartengono a me.
Che ne è stato dei braccialetti sottili, del ciondolo con il fiore che porta la più piccola di loro, dove sono finite le tre borsette che vengono tenute con grazia da loro tre?
Dentro doveva esserci il fazzolettino ricamato con le iniziali e forse un piccolo portamonete.

Il tempo scorre, le memorie si appannano, in qualche modo fatalmente si perdono.
Eppure mi piace credere che almeno alcuni degli oggetti appartenuti a queste ragazze siano stati conservati con riguardo, tenuti da parte come ricordi preziosi o anche come testimonianza di un tempo diverso dal nostro.
Loro quel tempo lo hanno vissuto, con questi loro sorrisi timidi, negli anni della loro giovinezza, ragazze alla moda di un’altra epoca.

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I ricordi dei giorni di vacanza sono memorie preziose che a volte regalano un sorriso nostalgico in tempi più difficili.
È il 3 Agosto 1922, ad Albissola.
E là, davanti al mare blu, su uno scoglio liscio e spazioso ci sono dei bagnanti in posa: madri e figli, si riconoscono le diverse parentele dallo stile dei costumi da bagno.
La moda, all’epoca, prevedeva anche il costume con una sola spallina.
Lo indossa quel piccoletto dai capelli biondi che si appoggia dolcemente alla sua mamma, accanto a questa c’è un ragazzina, lei sembra tranquilla e giudiziosa.

Si sta seduti a gambe incrociate, sullo scoglio.
Strizzando un po’ gli occhi, si vede che il sole picchia forte e abbaglia.
E davvero, ci vorrebbe un tuffo in mare, chi ne ha voglia di star lì a farsi fotografare?
Poi passeranno gli anni e proverai una certa gratitudine per quell’istante rubato al gioco: un frammento di te per sempre fissato sulla carta.

Certi tipetti poi non riescono a star fermi.
Come si dice? Questo qui ha l’argento vivo addosso, è una piccola peste.
Fa quel movimento con la mano, apre e chiude le dita, sarà il primo a correre via quando il rito della fotografia sarà terminato.

E a dargli manforte ci sarà lui, è un po’ più grandicello ma quei due si intendono alla perfezione, ne sono sicura!

Difficile star dietro a tipi così, ci vogliono pazienza e dolcezza e lei, la giovane madre, ha queste ed altre doti.
Ha tre figli, la più piccolina ha la frangetta, i capelli a caschetto e fa una specie smorfia.
Poi, quando sarà grande e si rivedrà, forse le verrà da sorridere nel rivedersi bambina, ci sarà una sorta di emozione e sentirà un tuffo al cuore nel rammentare quei giorni d’infanzia.

Sul retro di questa fotografia c’è una scritta a matita: saluti da Albissola, bacioni tanti. 3/8/1922.
È il ricordo di un giorno d’estate e di un tempo condiviso con persone care.
Davanti al mare di Liguria, in un altro tempo.

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Non tutti i giorni sono uguali, certi lasciano dolci ricordi e indimenticabili memorie, alcune ore lontane risvegliano in noi emozioni già vissute.
È il 16 Agosto 1929, sulla spiaggia di Loano.
Il mare lento sfiora la riva, in lontananza si sente un brusio di voci, il sole batte caldo sui sassi.
E nella luce chiara di questo giorno d’estate sguardi di amiche e sorelle, compagne di un lungo tratto di vita.
Un ombrellino per far ombra, l’espressione seria, pensieri imperscrutabili.

Quanta eleganza in quel tempo distante!
Il fazzoletto in testa e il fiocco sulla fronte, le decorazioni sul costume, l’armonia aggraziata di gesti misurati.
Una giovane donna e una ragazzina dal sorriso aperto e spontaneo.
Ad osservarle in questo momento di spensieratezza speri che quella gioia le abbia accompagnate a lungo.

A volte, in certi giorni, certe persone hanno proprio gli occhi che ridono.
Accade quando si condividono momenti con persone care e quello rimarrà di certo un ricordo prezioso.
E tu che quel giorno eri su quella spiaggia conserverai gelosamente la fotografia nella quale siete ritratte tutte insieme.
E il tempo passerà e rivedrai il tuo viso e penserai che sì, eri una ragazza davvero carina anche se allora tu non lo sapevi.

Accade tanto tempo fa, era il 16 Agosto 1929.
Sul retro di questa immagine sono scritti i nomi di loro quattro.
Luciana, Rina, Geppy e Renza.
E per qualche istante oggi siete ritornate là, in quel luogo a voi caro, sulla spiaggia di Loano.

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Fu una serata memorabile: 1 Agosto 1908, in quella data si inaugurò il fiabesco Lido d’Albaro.
A descrivere con dovizia di particolari la festosa circostanza è un attento cronista del quotidiano Il Lavoro che narra con entusiasmo la bella novità.
Eccola la folla stupefatta, per tutta la sera c’è un ininterrotto andirivieni di tram e automobili: tutti vogliono vedere il Lido d’Albaro, l’elegante struttura con il padiglione teatro in stile moresco sorge nel luogo dove un tempo c’era la Spiaggia del Parroco.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Che festa elegante, che luogo incantevole!
Lunghi viali e aiuole profumate di fiori, una ricca fontana che rappresenta Scilla e Cariddi, una panoramica rotonda sul mare, un magnifico terrazzo.
E a rischiarare questa meraviglia, scrive il giornalista, uno sfarzo di luce elettrica.
C’è un grande salone per il teatro con poltroncine e tavoli per gli ospiti, questo locale può accogliere un foltissimo pubblico, il palcoscenico è dotato di tutto ciò che occorre per le rappresentazioni.
E là, dove una volta c’era una sobria osteria, adesso si trova lo stabilimento balneare.
Sugli scogli più alti, scrive il giornalista, sono state sistemati dei raffinati padiglioni in legno, ci sono poi cabine in muratura, cabine in tela e ben 7 docce.
E al Lido d’Albaro non manca una scenografica grotta.

Ritrovo dell’alta società, il Lido d’Albaro si inaugura tra le note di una banda militare, la Società Corale Errico Petrella propone brani di Schubert, Schumann e di altri compositori.
Le stesse musiche saranno poi eseguite nuovamente dagli stessi soci della Società Petrella che suoneranno a bordo di un rimorchiatore fastosamente illuminato.
Ed è proprio lo spettacolo di luci ad incantare anche il cronista che narra di lampioncini a colori e di numerose barche rischiarate da palloncini alla veneziana.
Ovviamente c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono presenti le massime autorità cittadine e gli invitati sono quasi 4.000.
E quanta raffinata eleganza negli abiti delle dame genovesi, sono le stesse che poi verranno immortalate dal fotografo Ferro in certe immagini giunte fino a noi.

Per questa prestigiosa occasione è stato allestito un ricco ed invitante buffet, si danza accompagnati dal suono delle onde e si gode della languida bellezza di una sera d’estate.
E si attendono con vera trepidazione le gare di nuoto in programma per il giorno successivo!
Stando a quanto scritto sul retro di questa fotografia acquistata tempo fa all’inaugurazione c’erano anche questi eleganti gentiluomini.
Bastone da passeggio, cappello, tutti in posa per un momento memorabile.

Osservando i frammenti di quei giorni lontani emerge una dolcezza antica e per noi inusitata, si cammina reggendosi la gonna, si passeggia con lo sguardo fiducioso verso il tempo che verrà.
E ci si avvicina a questo luogo di autentiche delizie.

E altri passi leggeri attraversano il tempo restituendo l’immagine di un’epoca che non abbiamo veduto.
In primo piano due figure femminili e a terra oggetti non così facilmente riconoscibili, potrebbe trattarsi dei contenitori usati da una venditrice ambulante ma non è una certezza.

Una mamma tiene per mano la sua bambina, la piccina ha il vestitino bianco e il cappello del medesimo colore.
Sono le perdute raffinatezze del tempo che fu.

Il Lido ospitò celebri artisti, poeti e scrittori, gli eventi della II Guerra Mondiale causarono la sua distruzione, rinacque nel dopoguerra con una nuova veste e con altre attrattive.
Resta, ancora oggi immutato ed eterno, un solo suono, identico a se stesso malgrado lo scorrere del tempo: è il canto del mare che con la sua dolcezza accompagnò anche quella sera d’agosto del 1908.

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Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.

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Di lei non conosco il nome, lei in qualche modo è unica.
Aggraziata ed elegante, indossa un abito rifinito con raffinate bordature, porta i guanti come si conviene ad una giovane della buona società.

E non è perfetta, ha una piccola fessura tra due denti.
La sua pelle è diafana, i suoi occhi sono chiari e vivaci, i riccioli morbidi incorniciano il suo bel viso.
È briosa, esuberante e certamente socievole.
E ha un cappello favoloso, che grazia soave!
In questo frammento della sua vita si svela con un atteggiamento quasi rivoluzionario a mio parere, è proprio questo a distinguerla dalle altre giovani del suo tempo ritratte in pose simili alla sua.
Forse non ha saputo trattenersi, forse la felicità di questo momento è davvero incontenibile, così lei segue soltanto il suo istinto e a differenza di tutte le altre lei sorride.
Sì, sorride.
Ed è un sorriso luminoso il suo, racconta la pienezza di un momento gioioso, la raggiunta felicità e la fierezza di essere madre.

Non occorrono tante parole per narrare di lei.
Le sue dita trattengono le manine della sua creatura, il suo sguardo è pieno di vita, di sogni e di futuro.
La posa è composta ma lei sorride spontanea, radiosa, sincera e vera.
Parla con i suoi gesti, con la sua garbata postura.
Parla a chi la osserva ed è come se dicesse: guarda come sono felice, guarda che dono immenso ho ricevuto.
Guarda anche tu.
Questa è la felicità di una madre.

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Ci sono cose che non so spiegare, non trovo le parole per le sensazioni che a volte provo nel ritrovare il filo di certe storie.
È sottile, quasi invisibile, può spezzarsi per un nonnulla.
Ecco come è accaduto, di recente.
Tra le mani mi capita una fotografia ottocentesca, sono due sposi e a tergo dell’immagine sono scritti i loro nomi.
Per altri magari sarebbe un dettaglio insignificante, per me è diverso: per me è un inizio, è la vita che ritorna, è il passato che bussa alla porta.
Un album ad un mercatino.
Compro la foto dei coniugi e altre due, ci sono due bambine bellissime vestite alla stessa maniera: persone sconosciute che sono rimaste tali non tanto a lungo, a dire il vero.
A quella fotografia ne ho aggiunte molte altre, sono tornata a cercare e ho ritrovato quei volti e anche i visi dei loro parenti.
E poi mi sono venute in mente le bambine, accostando le immagini si nota una somiglianza impressionante e sono quasi certa che si tratti delle figlie dei due sposi.
In queste ricerche mi aiuta una persona molto più competente di me, come per miracolo grazie a lui sono comparsi ritagli di giornali.
E da qui, una catena ininterrotta di notizie: alcune frammentarie, altre più chiare.
Sfoglio libri, guide e volumi vari, leggo le Gazzette Ufficiali di tanto tempo fa e trovo quei cognomi.
Famiglie che hanno lasciato il segno, non solo in questa città ma anche in luoghi vicini.

Ho fatto un breve viaggio in treno, ho visto una casa, ho cercato una tomba di famiglia.
Ho parlato con una signora e lei mi ha snocciolato alcune memorie del passato, sono emersi altri particolari, altri nomi, ancora indizi.
E poi le emozioni e le domande.
Un cassetto pieno di ricordi, le vere nuziali, i fazzoletti con le cifre, il cammeo appeso alla catenina.
Uno scialle di pizzo, un quaderno dalla carta spessa, un orologio d’oro.
I guanti lisci, le cose belle da tenere da conto, i doni per la nascita delle bambine, gli oggetti preziosi tenuti da parte.
Una spilla, una collana di perle, un frammento di cuore e di anima.
E queste fotografie.
Vedo lui, il marito ha queste fotografie tra le mani, le porterà a casa.
Arriva davanti alla villa, apre il cancello, attraversa il giardino, sale le scale e mostra le immagini alla moglie.
E lei?
Lei è contenta di come è rimasta?
E le bambine? Corrono incontro al padre, in quel giorno della fotografia avevano gli stivaletti lucidi e la gonna a quadretti.
Ridono composte, sono garbate bambine di buona famiglia e i genitori sono fieri di loro.
Guardano insieme queste fotografie, quelle che ora io ho qui.
Poi tutto finisce.
O forse non finisce mai.
Perché il passato bussa ad una porta e tutti loro ritornano ad essere veri e presenti, almeno per me.
Ho portato quelle loro foto con me nei miei vari spostamenti, non ho potuto farne a meno.
Nei loro luoghi, davanti alla casa dove lui ritornava e dove lei lo attendeva.
Poi forse vi racconterò la loro storia, credo che lo farò.
Adesso ho messo giù queste righe, magari sono importanti soltanto per me, cerco di capire il senso di queste sensazioni che suscita in me ritrovare il filo di una storia, la traccia di vite lontane.
Sono emozioni intense ed io non le so spiegare.

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Tutto passa, nulla resta immutato.
E taluni non si aspetterebbero mai di finire in certe situazioni, devo dire che mi è subito venuta in mente questa piccola perla piuttosto particolare!
Ed eccolo lì, vicino ad una sgargiante automobile rossa e ad una macchina da scrivere d’antan.
Un mappamondo, le borsettine vintage, una valigia di seconda mano, i lampadari con le gocce.
Una radiolina e un CD con i successi degli anni ‘60.
Eh.
Tutti giù per terra!

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