I giorni di Vittorio Alfieri a Genova

“Nell’autunno dell’anno 1765 feci un viaggetto a Genova col mio curatore e fu la mia prima uscita dal paese.
La vista del mare mi rapì veramente l’anima e non mi poteva mai saziare di contemplarlo.”

Vittorio Alfieri – Vita

Lo sguardo che si posa sulla città è quello di un ragazzo, Vittorio Alfieri ha appena sedici anni quando visita Genova e mostra il suo entusiasmo per il panorama e per le bellezze della città, ci tornerà ancora in seguito e l’impressione non sarà altrettanto positiva.
Adesso, nel fervore della sua giovinezza, trova tutto incantevole, lo ammalia la posizione magnifica e pittoresca, si rammarica di non aver dedicato dei versi alla città Superba che vide appena fanciullo.

L’inquieto Alfieri è persino ingenuo, quando racconta ai suoi compagni dell’Accademia del suo stupefacente viaggio finisce quasi per fare la figura del provinciale.
I compagni di studi sono inglesi, tedeschi o russi, loro hanno veduto terre ben più lontane e quel viaggio a Genova, scrive Alfieri, finì per sembrare “una babbuinata”.
Allora, come scrive egli stesso, gli venne una gran voglia di viaggiare e di vedere il mondo e negli anni riuscirà a soddisfare il suo desiderio.
L’avventuroso poeta e scrittore, croce e delizia di molti studenti, seguì la sua vocazione militare ed entrò a far parte dell’Esercito come Portainsegna nel Reggimento Provinciale d’Asti.
Ed eccolo ritornare a Genova, sono passati circa due anni dalla sua prima visita e qui Vittorio si annoia a morte.
Cosa fa tutto il giorno?
Sta al balcone, se ne va a zonzo per Genova oppure va a passeggiare pel lido in barchetta.
E si sente solitario, selvatico e malinconico, questi sono gli aggettivi che egli usa per se stesso nella sua autobiografia.
Conosce qui a Genova soltanto il suo banchiere e costui da vero uomo di mondo lo introduce nella buona società.

Alfieri frequenta insieme a lui i salotti dell’aristocrazia, viene persino invitato al più importante evento cittadino: il banchetto per l’incoronazione del Doge.
Il prestante Vittorio trova anche una fanciulla che fa battere il suo cuore e scrive pure che lei lo ricambia, peccato che il nostro Alfieri abbia omesso di tramandarci il nome di lei, a me sarebbe tanto piaciuto saperlo!
E tuttavia l’attrazione e il sentimento non sono sufficienti a farlo rimanere a Genova, Vittorio scalpita e vuole partire, vuole andare per il mondo e lontano dall’Italia.
Ebbe modo, poi di tornare ancora, per brevi soste, in anni successivi.
Non lasciò racconti dettagliati come altri celebri viaggiatori che descrivono le vie e le piazze, i luoghi amati e percorsi.

Di quei suoi giorni a Genova scrive ampiamente Amedeo Pescio nel suo Settecento genovese, il sagace scrittore e giornalista narra che non c’era una reale motivazione a noi nota per giustificare il disprezzo di Alfieri nei confronti dei liguri e della Superba.
Eppure il nostro Vittorio doveva avere qualche conto in sospeso con Genova visto che in alcuni suoi sonetti rivolge ai miei concittadini parole non proprio lusinghiere.
Nelle sue satire, infatti, Alfieri parla dell’infido Ligure e di questo luogo visto e rivisto, doveva averne proprio le tasche piene!
E ancora, in un altro passaggio delle Satire si dichiara sollevato di potersene andare da questo posto che si distingue solo per alcune caratteristiche:

… il banco e il cambio, e sordidezza opima
E vigliacca ferocia e amaro gergo…

Non si può certo dire che amasse spassionatamente i liguri e i genovesi, ma ce ne faremo una ragione, non è nemmeno l’unico ad essere stato poco garbato verso di noi, Dante e Montesquieu furono altrettanto prodighi di gentilezze.
Mi spiace solo che Vittorio Alfieri non non ci abbia lasciato versi scritti al tempo dei suoi sedici anni, quando il mare di Genova lo ammaliò: avrebbe lasciato a noi il ricordo di quei giorni.
Allora guardava l’orizzonte blu e non si poteva mai saziare di contemplarlo.

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Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

Spinola (2)

Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

Piazza Banchi (8)

Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

Medico (2)

Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

Tintori di Seta (2)

Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova

Le gesta del Serronetto

Pare che siano note a tutti, a Genova, le gesta del Serronetto.
E voi le conoscete? Le narra con dovizia di particolari il rimpianto Michelangelo Dolcino che ci ha lasciato indimenticabili ritratti di certi genovesi del passato.
E dunque, veniamo al nostro protagonista della scena genovese di inizio ‘700, il Serronetto è un malfattore della peggior specie e non manca di una certa astuzia.
E sapete dove se ne sta tutto il giorno?
Eccolo lì, appoggiato alla porta della Cattedrale, in questo luogo sacro anche un tipaccio come lui può garantirsi l’immunità.

San Lorenzo (2)

Il suo bersaglio preferito sono le guardie e i rappresentanti dell’ autorità, è lesto e arrogante questo figlio di Genova, appena vede qualcuno che possa fare al caso suo si getta di gran carriera giù dai gradini della cattedrale e mette in scena un repertorio di beffe davvero notevole!
E dopo aver compiuto una delle sue solite imprese naturalmente se ne torna al sicuro, all’ombra della stupefacente bellezza di San Lorenzo.

San Lorenzo (3)

Si dice che dai gradini della Cattedrale non si faccia scrupoli, lo hanno visto prendere a sassate delle povere guardie ed è stato sempre lui ad aver aiutato nella fuga un camallo che era stato imprigionato per una faccenda di tabacco.
Corre di bocca in bocca la fama delle gesta del Serronetto, di lui si interessa persino il Serenissimo Doge.
Nulla da fare, il nostro continua con le sue tracotanze ma giunge poi anche per lui un giorno sfortunato: le guardie lo acciuffano, il destino del Serronetto pare segnato.

San Lorenzo
Arriva la condanna ed è durissima: ben dieci lunghi anni.
E tuttavia il nostro non si arrende, pare che sia riuscito a svignarsela dalla galea capitana sulla quale era imbarcato.
Ha inizio una lunga caccia, alla fine lo trovano ancora una volta in un luogo sacro, nella chiesa degli Incrociati.
Il nostro incauto malfattore pensa di essere al sicuro, non sa che un forzato non può godere dell’immunità e  così viene nuovamente arrestato.
Terminano in questa maniera le vicende note del temibile Serronetto, chissà se poi è tornato a far parlar di sé.
Lo conoscono tutti a Genova, è colui che se ne stava sempre là, sui gradini della Cattedrale.

San Lorenzo (4)

Brighella, il magnifico cagnetto del Serenissimo Doge

Le singolari stravaganze dei detentori del potere a volte passano alla storia e questa è la vicenda di un magnifico cagnetto di nome Brighella.
E non si potrebbe usare altro aggettivo per questo aristocratico quadrupede, lui era l’amico fidato di Cesare Cattaneo della Volta, per l’appunto Serenissimo Doge di Genova dal 1748 al 1750.
Narrano le cronache che il nostro era molto affezionato al suo cagnolino, Brighella era trattato con tutti i riguardi e Cesare se lo portava sempre con sé persino alle sedute del Minor Consiglio.

Palazzo Ducale

Ho già avuto occasione di accennare a questa curiosa storia che ha alcuni risvolti piuttosto particolari.
E insomma, Brighella era tenuto in gran considerazione e gli vennero tributati tutti gli onori.
Ricordate Steva De Franchi?
Sì, proprio lui, il patrizio e poeta dialettale autore della poesia che narra le avventure di Madama Cinciallegra.
Ebbene, il nostro Steva si cimentò anche in un pregiato componimento in rima dedicato al magnifico Brighella, ecco per voi un breve passaggio:

Perché reste ra memoria
De sto can degno d’istoria,
S’è composto uña cançon
Da cantâ sciù un chittaron

Perché resti la memoria
Di questo cane degno di storia
Si è composta una canzone
Da cantare su un chitarrone.

Versi immortali, eh!
E dunque, Brighella era membro indiscusso del jet set e i cronisti del tempo narrano che la presenza del magnifico cagnetto indusse gli altri senatori ad imitare il Doge, alle noiose riunioni politiche ognuno arrivava con il proprio cane.

Palazzo Ducale (2)
E i cani, seguendo la loro natura giocosa, abbaiavano, correvano e naturalmente amoreggiavano mettendo in scena spettacoli che non è difficile immaginare.
E insomma, diciamo che qualcuno non la prese tanto bene, possibile che tutte le riunioni dovessero avere per sottofondo una continua cagnara?
Come risolvere l’annosa questione?
Secondo l’usanza del tempo costui fece ricorso all’anonimo biglietto di calice che venne fatto cadere nell’apposita buca.

La cassetta

E insomma, su quel foglietto c’era scritto che era davvero intollerabile presenziare alle riunioni dei Magnifici ed essere continuamente interrotti da latrati, corse e guaiti, con il rischio di essere pure morsi.
Che i portieri se ne incarichino e li portino fuori, scrive l’anonimo.
E conclude considerando una raccapricciante alternativa e proponendo di spargere un certo intruglio velenoso in tutta la sala.
La notizia corse di bocca in bocca e, come comprenderete,  i Senatori  trasalirono per il terrore!
Chi era il vile e anonimo impostore che voleva avvelenare gli amati cagnolini?
Naturalmente non c’era modo di saperlo e nel dubbio che non fosse solo un’idea campata per aria i senatori corsero ai ripari e da quel giorno lasciarono i loro amici a quattro zampe nelle loro fastose dimore, ben lontani da tremende minacce.
E così alle riunioni del consiglio rimase un unico, solo cagnetto.
Un privilegiato, uno che a suo modo contava.
Gli toccò persino l’onore di accoccolarsi sul trono e naturalmente nessuno ebbe nulla da ridire.
Del resto lui era il magnifico Brighella, il cane del Serenissimo Doge.

Cane

Un altro genere di “trono”, a Boccadasse.
E tra il resto, di che razza sarà stato il nostro aristocratico cagnolino?

Filippo V, un Re in visita nella Superba

Correva l’anno 1702 e Genova era in fermento.
Il Re, sta per arrivare il Re!
Il Sovrano, Filippo V,  è appena diciottenne e siede sul trono di Spagna, è nipote di Luigi XIV, il Re Sole.
E vi chiederete, come mai Sua Maestà venne nella Superba?
Questa è la fiabesca vicenda di quel viaggio, narrata in un libro di grande pregio appena dato alle stampe da due amici che mi onorano di leggere queste pagine, Vittorio Laura e Massimo Sannelli.
Il libro è appena uscito ed io l’ho ricevuto in regalo dagli autori, entrambi appassionati di storie e di vicende genovesi.
E prima di narrare le avventure del Re di Spagna è bene che io vi racconti come questo libro abbia veduto alla luce.
Bisogna appunto andare al lontano 1703, anno nel quale un anonimo che si firma semplicemente N. redige un prezioso documento dal titolo: Lettera di ragguaglio del passaggio di Sua Maestà Cattolica per gli Stati della Serenissima Repubblica di Genova.
Il fedele resoconto di quel viaggio di Filippo V, per l’appunto.
Gli anni passano, di quel libretto ne restano solo poche copie, sei sono conservate alla Berio, una all’Archivio di Stato di Torino.
I libri a volte hanno destini misteriosi, a volte arrivano a chi li sa apprezzare, valorizzare e condividere.
L’ottava copia della Lettera di Ragguaglio è proprietà di Vittorio Laura, appassionato collezionista di rarità.
Eccolo qui il frontespizio, quell’antico libretto l’ho tenuto tra le mani.

Lettera di ragguaglio

Su questa pagina è stampato un ex libris grazie al quale sappiamo chi sia stato il primo proprietario di questo volume, il cardinale e abate Giuseppe Renato Imperiali.

Lettera di ragguaglio (2)

Oh, queste sono emozioni grandi per me!
Il passato che ritorna, quel libro è oggi sullo scaffale delle librerie e tutti voi potrete accompagnare il sovrano di Spagna durante il suo viaggio, l’edizione di Tormena è arricchita da raffinate illustrazioni.
Anonimo l’autore, anonimo il destinario, la lettera è scritta dal Signor N. e indirizzata al Sig. N., chissà chi erano queste due persone!
E così ha inizio questa fiaba, con queste parole: Signor Mio.

Lettera di ragguaglio (3)

E dunque andiamo a quel 1702.
Accadde che un bel giorno a Genova si venne a sapere che il Re di Spagna intendeva raggiungere da Napoli la Lombardia.
La Repubblica di Genova gradiva avere l’onore di una visita del Sovrano e così certi nobiluomini genovesi si recarono presso di lui pregandolo di concedere questa regale cortesia alla Repubblica.
Il Re apprezza il gentile invito ma ha fretta di raggiungere la sua Armata e non intende scendere a terra, sbarcherà soltanto a Finale.
Eh, però non si può mai dire, le insidie del mare potrebbero costringerlo ad accostare, i genovesi vogliono prevenire qualunque inconveniente.
E così, in caso ce ne fosse bisogno, si preparano delle sontuose dimore per accogliere il sovrano, certi palazzi nel golfo  di La Spezia e in quello di Savona vengono riccamente addobbati, si preparano banchetti e rinfreschi da servire al Re e a tutta la corte.
E a Genova si è pronti a spalancare le porte di Palazzo Reale e naturalmente anche quelle della Dimora di Andrea Doria.

Palazzo del Principe (16)

E come vi dicevo, il giovane sovrano non ci pensava proprio a scendere a terra, tuttavia il mare infido lo costrinse a fermarsi nei pressi di Porto Venere, spero che sia stata una sosta gradevole per Sua Maestà!

Porto Venere (34)

Riprese poi la navigazione e le imbarcazioni reali giunsero a 10 miglia dalla Superba e il Re di Spagna venne salutato dai colpi d’artiglieria della Repubblica di Genova, dalle galee spagnole si rispose con altri colpi.
E come lo accolsero a Savona!
I fuochi fiammeggiavano sulla spiaggia di Vado in uno spettacolo di splendente bellezza!
Altri luoghi lo attendevano prima del suo arrivo a Genova, tralasciamo le vicende militari che lo occuparono in quel periodo e che  lo condussero a Milano.
Filippo V  ebbe modo di sostare anche a Voltaggio e sulla via del ritorno attraversò l’amenissima Val Polcevera e finalmente giunse nella Superba.
Fiero di potergli dare il benvenuto, il Doge Federico De Franchi.
E lo sfarzo del suo corteo, dovevate vedere!
Quaranta nobili sopra a cavalli riccamente bardati e poi staffieri in livrea, paggi e quindi lui, il Serenissimo Doge in una nuova vaghissima seggia dorata.
E poi ancora tutti i senatori in lussuose lettighe, gli alabardieri e in fondo al corteo cento carrozze con a bordo i nobili.
La Repubblica di Genova si mostra in tutta la sua grandezza, tutto è lusso, abbondanza e ricchezza.
Sul Palazzo Spinola di San Pietro a Sampierdarena viene posto lo stemma del Re di Spagna, quel palazzo ospiterà Filippo V.
In quell’edificio ai giorni nostri si trova una scuola, l’Istituto Gobetti, la potete vedere qui, a volte pare davvero che abbiamo scarsa memoria della nostra passata grandezza.

Via Garibaldi

Spirava un vento gelido in quel giorno, il Corteo Reale passò a Sampierdarena, le dame di Genova dalle finestre facevano profondi inchini per salutare il Re, il giovane e cortese Sovrano rispondeva levandosi il cappello.
La Lettera di Ragguaglio è ricca di piccoli gustosi aneddoti, è annoverato anche qualche incidente che non intendo svelare per non togliervi il piacere della lettura.
Un piccolo libro che ha la dimensione della fiaba, non a caso la pregevolissima introduzione di Massimo Sannelli si intitola C’era una volta un re.
C’era una volta un re e per lui questa città fu resa ancor più bella, lo ospitò Sampierdarena con le sue fastose ville, per il Re in quelle strade fu disposta una splendidissima illuminazione.
A quel monarca poco più che adolescente vennero tributati sontuosi omaggi, per lui vennero imbanditi lussuosi rinfreschi, gli furono donate 24 cassette lavorate d’oro e d’argento contenenti le delizie più sublimi,

cioccolato il più perfetto che si potesse, altre di acque odorose e di Essenze le più rare e più dilicate.

La grandezza di Genova si mostra davanti al Re di Spagna, la munificenza della Repubblica è un piccolo capolavoro di diplomazia.
Il cocchio del Re attraversa la città, da Via Balbi a Via Lomellini, da Banchi a Campetto, fino alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo (2)

Lì Filippo V pregherà davanti alle ceneri del Battista.

Cattedrale di San Lorenzo

In un’altra occasione il sovrano chiederà di vedere il sacro catino portato dall’Embriaco a Genova e attualmente esposto in una sala del Museo del Tesoro di San Lorenzo.
E così gli viene recapitato a Palazzo perché il Re possa stringerlo tra sue mani e ammirare la sua pregiata fattura.

Sacro Catino

Se la Repubblica è generosa, lo stesso si può dire del Re che lascia in dono ad alcuni gentiluomini preziosi anelli d’oro con il diamante.
Con uguale sfarzo si svolse la sua partenza, in occasione della quale avvenne un peculiare incidente che scoprirete leggendo il libro.
Il Re vide gli splendori di Genova, Genova fu munifica  nel mostrarglieli.

San Lorenzo 6

Ringrazio Vittorio Laura e Massimo Sannelli per il loro generoso entusiasmo e per avermi regalato questo preziosissimo libro, è un piacere conoscere persone di così grande valore.
Il libro si può acquistare presso la Libreria Bozzi oppure contattando gli autori sul loro sito che trovate qui.
Mentre leggevo la Lettera di Ragguaglio il mio pensiero è andato spesso a colui che la scrisse, il signor N.
L’ho immaginato chino a vergare i suoi fogli per lasciare memoria di quei giorni gloriosi.
La Lettera si chiude in questa maniera:

Scusate la troppa longhezza. Vogliatemi bene: e state sano.

Il destino a volte ti regala una vita che va al di là dei tuoi giorni, il destino a volte ti concede una diversa occasione per far sentire la tua voce.
Il Signor N. allora non lo sapeva, no.
Non sapeva che le sue parole sarebbero state lette da Vittorio Laura.
Vogliatemi bene.
Le parole del Signor N. hanno trovato lo sguardo di Vittorio Laura, uno sguardo che ha saputo voler bene a quelle pagine giunte a noi da tanto lontano.