17 Maggio 1684, le bombe del Re Sole sulla Superba

Oggi vi racconto una storia.
O meglio, vi racconto una pagina di storia: drammatica e appassionante, avventurosa e reale.
C’era una Repubblica indomita e orgogliosa e c’era un sovrano che sedeva sul trono di Francia: Luigi XIV detto il Re Sole.
Genova intratteneva i suoi fruttuosi traffici commerciali e aveva ottenuto concessioni in Oriente, Genova era fedele alla Spagna.
Anno dopo anno si accesero i contrasti, la potenza francese esigeva la sottomissione della Superba.
E così, nel lontano 1679, a Genova fu ingiunta una perentoria richiesta: le artiglierie genovesi dovevano rendere omaggio alle navi francesi sparando a salve al loro ingresso nel porto di Genova.
Ma figurarsi, sono i foresti che devono tributare omaggi ai genovesi!
E insomma, il Comandante della flotta francese, l’Ammiraglio Abrahm Duquesne, non la prese affatto bene e in quella circostanza si allontanò dalle coste liguri cannoneggiando Sampierdarena e in seguito Sanremo.
E gli anni passarono, giunse il 1682.
Credete che il Re Sole si fosse dato per vinto?
Manco per idea, anzi!
In quei giorni accaddero cose strane, sul territorio della Repubblica si potevano incontrare certi personaggi vestiti da pittori e da religiosi.
Nessuno sapeva che quelli in realtà erano agenti segreti inviati dalla corte di Francia con il compito di setacciare ogni angolo della Repubblica per controllare il sistema difensivo, le fortificazioni e le batterie delle quali Genova disponeva.
Ma i nemici provenivano da ogni dove, la Superba doveva difendersi.
E così c’erano quattro galee all’ancora, nel porto di Genova, quattro imbarcazioni per difendere la città in caso di attacchi barbareschi.
E queste divennero uno dei pretesti che la Francia usò per attaccar briga e poter aggredire la città.
Vennero poste alcune condizioni, tra queste il disarmo delle quattro galee, i Francesi accusavano i genovesi di averle armate contro di loro.
E poi, naturalmente, si intimò alla Repubblica di mettersi sotto la tutela della Francia e di tributare, come già richiesto, il saluto alle navi francesi.
Il Doge Francesco Maria Imperiale Lercari e i senatori si trovarono concordi: le condizioni erano inaccettabili.
E giunse quella mattina di primavera, giunse il 17 Maggio 1684.
Chissà, forse era una giornata di cielo terso e luminoso come spesso accade in Liguria in quella stagione.

Il mare

Quel giorno l’intera flotta francese si schierò nel mare di Genova, vascelli, galee e bastimenti coprirono la superficie dell’acqua dalla Foce alla Lanterna, 756 bocche di fuoco erano puntate contro la Superba.
Giunse un ultimatum, si decidevano questi genovesi a sottomettersi al Re Sole?
Come risposta dalle batterie dei forti partirono cannonate contro la flotta francese.
E fu l’inizio della disfatta.
La città fu bombardata per 4 giorni consecutivi, su Genova piovvero le terribili bombe incendiarie che distrussero chiese ed edifici.
Una di queste bombe si trova a Palazzo San Giorgio che pure venne colpito in quei giorni difficili.

Palazzo San Giorgio (4)

Una città devastata e aggredita, le bombe caddero sulla Chiesa delle Grazie, su San Donato, su Santa Maria in Passione, sul Ducale che era dimora del Doge e sulle case dei cittadini.
Distruzione, morte e fuoco.
E fuga, vennero aperte le porte dell’Acquasola e di Carbonara, fuggì la plebe e fuggirono i nobili.
Il Doge fu costretto a riparare all’Albergo di Carbonara, ovvero l’Albergo dei Poveri, lì si trasferì anche il Governo della Repubblica e lì vennero condotte ceneri del Battista che si trovano nella Cattedrale di San Lorenzo.

Cappella di San Giovanni Battista

La Francia ripropose le sue condizioni ma queste vennero nuovamente rigettate.
E le bombe continuarono a cadere.
E le bombe continuarono a cadere, la città era un incendio.
I genovesi ebbero la forza di difendere la Superba con grande coraggio, evitando che la gran parte dei soldati francesi sbarcasse dalle navi.
C’è un quadro che testimonia quei giorni, si trova in Santa Maria di Castello e raffigura la chiesa  in fiamme a causa delle bombe lanciate dalla flotta francese.

Quadro S. M. Castello

E lì, in quella stanza, si trova una di queste bombe.

Bomba

Ne caddero in totale 13300, il bombardamento ebbe fine il 28 Maggio in quanto i francesi avevano terminato le loro munizioni.
La storia triste e drammatica di questa vicenda ha un epilogo curioso e a suo modo divertente che vede protagonista il Doge Lercari.
La storia è fatta di trattati e di compromessi, a volte.
Era il mese di maggio 1685: il Doge con il suo seguito di nobili, si vide costretto a recarsi a Versailles a richiedere la clemenza del Re, che in cambio avrebbe fornito alla Repubblica i denari necessari per ricostruire gli edifici di Genova danneggiati dal bombardamento.
Fu accolto con grande sfarzo e grande sfoggio di ricchezza, attraversò le sale splendenti di Versailles e infine si trovò nel luccichio della Galleria degli Specchi.
Tutto si svolse secondo il protocollo nella splendida reggia del Re Sole.
E si narra che infine venne chiesto al Doge Lercari che cosa lo avesse maggiormente stupito di Versailles.
E lui, al cospetto del Re di Francia, pronunciò solo due parole in dialetto genovese:
Mi chi!
E cioè, io qui.
Mentre l’intera corte si attendeva  che magnificasse la grandezza e il fulgore di Versailles, il Serenissimo Doge lasciò tutti con un palmo di naso esprimendo così il suo amaro rammarico nel vedersi lì, davanti a Luigi XIV, colui che aveva ordinato l’aggressione della sua Genova.
Accadeva diversi anni fa, dopo che le bombe francesi erano cadute sulla Superba.

Palazzo Ducale

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Il Serenissimo Doge

Genova città dei Dogi.
Di alcuni di loro vi ho già parlato, ricorderete Simone Boccanegra, primo Doge della Superba.
E poi Paolo da Novi, umile tintore che rimase in carica per appena 18 giorni e Matteo Franzone che si guadagnò il titolo di Doge Leva Berretta e qui, nell’articolo dedicato a Palazzo Ducale trovate alcuni aneddoti e notizie sui Dogi di Genova.

Palazzo Ducale (2)

 Ma come veniva eletto il Doge?
Andiamo al nostro passato e alcune usanze e leggi riguardanti l’elezione della massima Autorità di Genova.
Innanzi tutto, al Doge ci si rivolgeva chiamandolo Messer Lo Duxe, guai a chiamarlo Signore!
Chi se ne fosse scordato si sarebbe visto appioppare una salata multa, ma siccome da queste parti siamo magnanimi si soprassedeva nel caso i contravventori fossero dei poveri foresti ignari di cotanta disposizione o appartenenti al popolo che sbagliavano per ingenuità.
Per essere eletti bisognava avere almeno 40 anni, età in seguito elevata a 50, essere di natali legittimi, avere dimora nella Superba, disporre di un certo patrimonio e non esercitare determinate professioni.
Al Doge non si potevano tributare certe regalie, santo cielo, la corruzione!
Lo si poteva omaggiare con frutta e vino, con latte e con altri generi di conforto tra i quali la malvasia, ma in una precisa quantità, sia chiaro!
Messer Lo Duxe indossava abiti particolari.
La statua sepolcrale di Simone Boccanegra, attualmente visibile al Museo di Sant’Agostino, mostra quale vestito usasse il primo Doge della Superba: portava la toga con il cappuccio, un ampio mantello con i cordoni sul petto, guanti, calzari bassi e un copricapo.
E quando veniva eletto il Doge la campana pubblica avvertiva il popolo, tutti i commercianti e gli artigiani dovevano chiudere le loro botteghe.

Lapide per la Campana di Palazzo Ducale
Si incorona il Serenissimo Doge, è un giorno di festa!
Un corteo con tanto di alabardieri e trombettieri se ne partiva dalla dimora del futuro eletto e si recava in Cattedrale.
E qui il Doge visitava la Cappella di Giovanni Battista e veniva benedetto dall’Arcivescovo.

Cappella di San Giovanni Battista

Quindi il corteo si dirigeva in pompa magna verso Palazzo Ducale e ad accogliere il Doge, tra suoni e musiche, erano i membri del Maggior Consiglio.
Venivano esaltate le gesta degli antenati dell’eletto e si magnificavano le sue virtù, a lui venivano consegnati scettro, corona, spada ed ermellino.
Il giuramento si svolgeva nella Sala del Trono secondo un rigido cerimoniale, compiuto il quale davanti al Doge si presentavano i senatori, i nobili e le varie autorità.
E dopo che tutti i convenuti avevano reso onore a Messer Lo Duxe, la campana della torre e tutte le campane suonavano a festa, gli artiglieri sparavano per celebrare l’avvenuta elezione che di norma avveniva di sabato, mentre il giorno successivo si teneva una messa in cattedrale e quindi un fastoso banchetto.

Le campane 2

Campane di Santa Maria di Castello

Il banchetto era a spese del Doge medesimo e ovviamente ognuno faceva a gara per essere più munifico del suo predecessore.
Mica si poteva far brutta figura, eh no!
E sapete, a ogni incoronazione i Principi Doria erano soliti offrire prelibata cacciagione e selvaggina, le pernici venivano riposte in bacili d’argento decorati con fiori e nastri, se invece si offriva un cinghiale si usava metterlo su una lettiga anch’essa decorata da rami e fiori.
Che sfarzo!
La tavola era apparecchiata con stoviglie preziose, il Doge si serviva in coppe d’oro,  alla sua sinistra sedevano i senatori e a destra le giovani appartenenti a nobili famiglie che erano convolate a nozze nel corso dell’anno.
Tutto il popolo veniva invitato ad ammirare l’eleganza del banchetto.
Certo, si trattava di una forma di sfoggio, ai poveri popolani non veniva offerto un bel nulla!

Palazzo Ducale (2)
E tra tutti i banchetti il più sfarzoso fu quello di Alerame Pallavicini, eletto nel 1789, in quell’occasione ai trecento invitati vennero servite pietanze prelibate e uno storione lungo due metri e mezzo.
Racconta il Belgrano che, a metà del ‘500, certi titoli erano particolarmente ambiti, principi e nobili in tutta Italia facevano a gara per garantirsene di nuovi.
E vi pare che da queste parti potessimo essere da meno?
Nel 1536 il titolo di Doge venne posto sullo stesso piano dei Duchi d’Italia e del Romano Impero e si aggiunse così un cerchio d’oro al copricapo del Doge.
E nel 1580 si ottenne da Rodolfo II l’attribuzione del titolo Serenissimo per il Doge, il Senato e la Repubblica.
Ma non è finita, avevamo manie di grandezza e in epoche successive il Doge acquisì il titolo di Re di Corsica, di Cipro e di Gerusalemme.

Palazzo Ducale
Eh, però non è tutto oro quel che luccica!
Il Doge, dal momento in cui veniva eletto, iniziava una sorta di dorata prigionia.
D’accordo che Palazzo Ducale non è esattamente una stamberga, ma per i due anni del Dogato il Serenissimo era costretto a rimanere lì dentro e poteva uscire solo cinque volte all’anno, in particolari circostanze come ad esempio il giorno del Santo Patrono.
Non poteva corrispondere con i ministri e con nessuno, se non sotto la supervisione del Senato e con l’ausilio del Cancelliere.
Aveva bisogno di un permesso persino per andare dal medico!
E per definire il Serenissimo si usarono così queste incisive parole:

Rex in purpurei, senator in Curia, captivus in urbe.

Re in porpora, senatore in Curia, prigioniero in città, negli splendori di Palazzo Ducale.

Palazzo Ducale

Matteo Franzone, la vanità di un Doge

Oggi vi regalo un piccolo aneddoto nel quale mi sono casualmente imbattuta, certa che susciterà l’ilarità generale.
Vi narro di un genovese blasonato, Matteo Franzone, con il nom de plume di Clorano Alesiceate compose diversi sonetti, la poesia era il suo vero amore.
Tuttavia, da ricco patrizio qual era, Matteo si dedicò alla politica e ai pubblici affari, nella Genova della rivolta del Balilla parve quasi voler appoggiare le folle di insorti, ma presto si ricredette e fece un rapido quanto sgradito retrofont.
E insomma, i popolani la presero male e per manifestare il proprio disappunto, se così si può dire, volevano niente meno che incendiare il suo palazzo di Recco.
Tempo dopo, nel 1758, Matteo diviene Serenissimo Doge della Repubblica di Genova e a quanto ci tramanda lo storico Accinelli si distinse per una certa superbia.
Infatti, a quanto pare, il Doge pretendeva che al suo passaggio tutti i sacerdoti si levassero la papalina.
E per far sì che il mondo girasse come piaceva a lui aveva dato ordine che gli alabardieri provvedessero a far rispettare le sue disposizioni.
Gli alabardieri del Doge!
Forse rammenterete, a loro è dedicato un caruggio dalle parti dalle parti di Vico Vegetti.

Vico degli Alabardieri

E così, quando partiva il corteo del Doge, tutto attorno c’era una gran confusione, con gli alabardieri che avevano un gran da fare a redarguire i religiosi con queste parole:
– Leva berretta! Leva berretta!
E tanto bastò perché il Serenissimo si guadagnasse il titolo di Doge Leva berretta!
Come previsto rimase Doge per due anni, e tempo dopo, ahimé, rese l’anima al Creatore.
Accadde però un fatto increscioso: proprio nel giorno del suo funerale su Genova si scatenò il diluvio.
Lampi, fulmini e pioggia a catinelle.
E il corteo funebre si diresse in pompa magna presso la Chiesa di San Carlo, in Via Balbi.

Chiesa di San Carlo

E così scrive l’Accinelli:

i preti e sacerdoti tutti e gli associanti non solo avevano in capo il cupolino, ma anche il cappello, tabarro e paracqua.

E tanti saluti alle disposizioni dogali!
Va detto che il Serenissimo doveva avere quasi una fissazione per la propria augusta persona, sempre Accinelli rammenta che prima di lasciare questo mondo Matteo Franzone si fece immortalare in due quadri principeschi nei quali lui compariva con il suo abito fastoso a bordo di una galea.
E non solo pretese che i galeotti fossero tutti dipinti con la berretta in mano ma volle che così fosse per coloro che erano ritratti sullo sfondo, tutti dovevano dimostrare ammirazione verso il Serenissimo.
Che disdetta, però!
Proprio nel giorno delle sue celebrazioni funebri, come vi ho detto, destino volle volle che su Genova cadesse copiosa la pioggia, da queste parti Giove pluvio dispensa fragorosi temporali resi ancor più furiosi dal vento.
E così, come racconta l’Accinelli, il Doge Leva Berretta fu salutato dagli astanti con queste incisive parole:

Periit memoria eius cum sonitu acquarum multarum

Svanì la memoria di lui con il rumore di molte acque

Simone Boccanegra, storia del primo Doge di Genova

La storia è il miglior libro di avventure che si possa leggere.
Genova nel 1339, sono i tempi dei guelfi e dei ghibellini.
Capitani del Popolo sono Galeotto Spinola e Raffaele Doria.
E cosa fecero costoro? Pensarono bene di eleggere per conto proprio l’Abate del Popolo, usurpando così un privilegio delle classi più basse.
Si fomentò così un malcontento che già serpeggiava: il popolo voleva eleggere il suo abate e ottenne quanto richiesto.
Si scelsero venti uomini che si riunirono al Palazzo degli Abati.

Palazzo Ducale - Palazzo degli Abati

Una folla mormorante attendeva il responso, quando una voce improvvisa si alzò: era un battiloro, un artigiano che lavorava il più prezioso dei metalli.
Costui prese ad urlare a gran voce un nome: Simone Boccanegra.
E tutti i presenti si unirono al battiloro, era lui che tutti volevano, i venti designati a scegliere erano concordi e si propose quindi la carica a Simone.
Il prescelto discendeva dal Primo Capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra e apparteneva pertanto alla borghesia.
Simone, conscio di ciò, rifiutò la carica ma i suoi sostenitori non si arresero e anziché Abate del Popolo, in virtù delle sue origini, lo elessero Doge.
Il primo Doge della Superba, acclamato a furor di popolo, venne condotto in trionfo alla Chiesa di San Siro.

San Siro

Da lì fu il corteo proseguì verso la casa di Simone in Via della Maddalena.
E consentitemi un certo rammarico, perché questo luogo che richiama alla memoria un personaggio così importante per la storia di Genova dovrebbe avere una grande valenza turistica e culturale, è invece uno spicchio di centro storico forse un po’ trascurato, temo che persino molti miei concittadini non sappiano che nei caruggi ancora esiste la casa del primo Doge della Superba.
La Piazza porta il suo nome e si chiama Piazzetta Boccanegra.

Piazzetta Boccanegra

Ma torniamo a lui e alla sua elezione.
Simone Boccanegra si insedia il 24 Settembre 1339, il suo è un Dogato Perpetuo.
I due Capitani del Popolo, i già nominati Galeotto Spinola e Raffaele Doria, tolgono il disturbo e si ritirano in altri lidi, anche per portare a casa la pelle, s’intende.
Si affianca a uomini di sua fiducia, è un governo di popolari e ghibellini.
E come primo ordinamento Simone stabilì che nessun nobile potesse essere eletto Doge.
Come nel passato, ancora esiste un Podestà che amministra la giustizia criminale, mentre quella civile è affidata a due Consoli di Giustizia.
Perdura la carica di Abate del Popolo che rappresenta le tre valli di Bisagno, Voltri e Polcevera.
E’ variegato e complesso il sistema amministrativo del tempo ed eviterò di scendere troppo nel dettaglio.
I nemici del popolo erano i nobili e contro di essi si accesero gli animi, la città era in tumulto.
Boccanegra, per sedare i disordini, decretò il taglio della testa per coloro che si fossero macchiati di saccheggio.
Fare il doge non era certo un mestiere di tutto riposo, la vita di Simone era in costante pericolo.
Più volte si tentò di sbarazzarsi di lui, nel 1340 un gruppo di genovesi, tra i quali diversi nobili e un macellaio di Soziglia, confessarono di aver tramato una congiura per ucciderlo.
Molto democraticamente vennero affidati al boia che li mandò tutti quanti al Creatore e il problema venne così brillantemente risolto secondo gli usi del tempo.
Simone, onde evitare ulteriori spiacevoli incidenti, si dotò di un nutrito plotone di guardie del corpo, ben 103 cavalieri pisani!
I suoi detrattori lo accusavano di eccessivo sfarzo, si narra infatti che amasse andare in giro vestito di rosso, con un prezioso manto color porpora e un cappello dello stesso colore.
A lui va il merito di aver curato i rapporti con gli stati esteri, ma certo questo non bastò ad allontanare i nemici.
I nobili fuoriusciti ancora tramavano contro di lui, è del 1341 il tentativo di colpo di stato del Marchese di Finale Giorgio del Carretto, ma Simone riuscì ancora una volta a cavarsela e il Marchese finì rinchiuso in una gabbia nel carcere della Malapaga, che si trovava a ridosso di quelle mura delle quali  vi ho già narrato qui.

Mura della Malapaga 6

Ma il mondo è grande, il mare infinito e a quel tempo era infestato dai terribili saraceni.
Costoro minacciavano Alfonso XI di Castiglia e provate a indovinare chi andò in soccorso di quel Regno?
Le galee genovesi guidate dal fratello di Simone, Egidio Boccanegra.
Le galee della Superba, la Dominante dei Mari, espugnarono Algeciras e in seguito furono altrettanto determinanti nella città di Caffa sul Mar Nero, località importantissima per i commerci e per l’economia di Genova.
Trionfi e glorie di Simone Boccanegra, ma i nemici sono in agguato.
Sono sempre i nobili fuoriusciti, si insinuano nelle simpatie del popolo e richiedono di rientrare, Simone pone una condizione, chiede che siano disarmati.
Loro non ci stanno, richiedono persino che vengano allontanati i soldati, Simone vedendosi con le spalle al muro, si risolve per rinunciare al titolo di Doge.
E così nel 1344 restituisce le insegne sulla Piazza di San Lorenzo e parte alla volta di Pisa.

San Lorenzo

Gli succederà Giovanni di Murta, molti eventi coinvolgeranno i genovesi per mare e per terra.
Ma il tempo di Simone Boccanegra ancora non è terminato, andiamo al 1356, anno nel quale su Genova dominano i Visconti.
C’era un diffuso malcontento e Simone ne approfittò per tornare alla ribalta.
Andò a Milano dai Visconti e propose il suo appoggio.
Oh, dev’essere stato convincente, perché gli venne accordata fiducia e tornò a Genova.
E una volta insediatosi sapete cosa fece?
Riunì in tutta fretta un corpo di armati e a passo di carica si diressero su Palazzo Ducale.
I Visconti vennero scacciati e il giorno dopo Simone venne eletto nuovamente Doge.
E ricominciò così il lavoro iniziato anni prima, escluse i nobili da tutti le cariche delle quali vennero invece investiti i popolari.
E ebbe successi per terra e per mare, stabilendo il proprio predominio sulla Corsica.
Regnerà altri sette anni, sempre nel mirino dei suoi nemici, diverrà inviso anche ai popolari a causa delle imposte elevate.
E venne il 3 Marzo 1363, ospite di Pietro Malocello è Pietro, Re di Cipro, in cerca di alleanze per combattere i soliti turchi.
Per l’occasione venne allestito un fastoso banchetto in onore del sovrano, tra i convitati c’è anche il Doge Simone Boccanegra.
Si mangia e si beve, giunge la notte e nel silenzio della sua stanza il doge accusa forti dolori.
Probabilmente avvelenato, durante la notte Simone muore.
Il suo tempo è finito.
C’è una piazzetta nei caruggi, lì c’era la sua casa.
E lì c’è una una targa a ricordo del suo illustre abitante: Simone Boccanegra, il primo Doge della Superba.

Simone Boccanegra

Palazzo Lercari Spinola, sognando nelle stanze del Doge

Oggi vi porto con me, in una dimora che potrebbe farvi sognare.
Non si osserva mai con la dovuta attenzione, eppure al di là di certe mura, nella città vecchia, si nascondono tesori di rara bellezza.

Al civico 7 di Via Orefici apre le porte alla cittadinanza ed ai visitatori Palazzo Lercari Spinola, un edificio annoverato tra i Rolli, attualmente oggetto di restauro da parte della società che metterà in vendita le unità immobiliari presenti nell’edificio ad uso uffici e abitazione.
E’ un evento eccezionale, che dura solo dal 6 al 14 Ottobre, per cui non perdete questa possibilità di varcare il portone di Palazzo Lercari Spinola.


Oh, ci sono dei forzuti telamoni a reggere il portone!
Quello a sinistra è niente meno che Ercole che stringe a sé la pelle del leone Nemeo.

E poi, guardate in in su, verso la finestra.
C’è già un mondo di meraviglie al di là di quei vetri, c’è un soffitto da sogno.

E poi si sale, si sale lo scalone di questo antico palazzo.

E ogni dettaglio vi ricorda che questa è una dimora di grande pregio.

Chi ha salito questi gradini? Quale gran dama li ha calpestati reggendosi alla balaustra?

Oh, sapete, bisogna andare a tempi lontani, come sempre!
A tempi nei quali i genovesi affrontavano indomiti i mari con le loro imbarcazioni.
E che trionfi!

Benvenuti cari amici, nella modesta dimora Gio Batta Lercari, Doge della Serenissima Repubblica di Genova tra il 1563 e il 1565.
Oh, un genovese di una certa tempra, non c’è che dire!
Pensate, quand’era molto giovane, presenziò all’incoronazione di Carlo V, che avvenne a Bologna nel 1530.
E insomma, Gio Batta finì con mettere le mani addosso ad un inviato di Siena, per una banale questione di precedenza nel corteo imperiale!
Botte da orbi, l’imperatore ordinò persino che Gio Batta fosse allontanato ma lui non ne volle sapere, andò a finire che si mise di mezzo persino il Papa per riportare la situazione alla calma.
Ecco, questa è la casa di Gio Batta Lercari, amici lettori.

E date retta a me, muovetevi con cautela in casa del Doge!
Come vedete è un tipo che ha un certo carattere, non vorrei che vi trovaste in un parapiglia!
E sì, c’è molto da raccontare su di lui, ebbe una vita avventurosa e ricca di molte vicende, un giorno ve le narrerò, ma oggi restiamo qui, nella sua casa.
Fortunato chi visse in questo palazzo e chi ci verrà, e potrà spalancare le finestre sulla bellezza di Genova.

E alzare lo sguardo verso quei soffitti!

Ogni prezioso dettaglio, restituito alla sua antica bellezza.

Storie di miti e di eroi, mi lasciate sognare?
Mi lasciate immaginare di indossare un lungo abito di frusciante seta intarsiato di broccati  e di portare al collo gioielli di perle e di pietre preziose? Sì,  lasciatemi fantasticare di essere in un mondo che è stato e non è più, ma che ancora esiste in questi saloni e in queste stanze.

E lasciatemi guardare fuori dalle finestre, lasciatemi ammirare la Genova che non si vede camminando nei caruggi.
La città verticale, che si inerpica verso il cielo, verso il quale protende le sue bellezze, quelle che noi da laggiù non possiamo scorgere.
Lo splendore di un palazzo in Vico Indoratori.

Un archetto, nascosto dai ponteggi.

E la meraviglia di Via Orefici. E come sempre mi vengono in mente coloro che dicono: io non vado mai nei caruggi, non mi piacciono.

Fortunato chi verrà a vivere e a lavorare qui!
Un ufficio in queste stanze, se ci lavorassi io passerei tutto il tempo alla finestra, mi tocca dirlo!

Ah sì! E non avrei bisogno proprio di null‘altro!
Mi basta lo sguardo, mi basta la vista di ciò che ci hanno lasciato i nostri predecessori.


Camminare qui, tra queste mura,  in stanze di oro e di luce.

Ognuna è un‘opera d‘arte.

E poi sapete, se abitassi a casa del Doge, in certe giornate di pioggia e di vento, avrei sempre un cielo azzurro che mi sovrasta.
Un sereno celeste che rincuora, e ori e stucchi e angioletti paffuti che proteggono i miei pensieri.

Quanto è importante essere circondati dalla bellezza?
E vivere in una dimensione che riappacifica l’animo, in un ambiente che dona, a chi lo osserva, quiete e tranquillità?

E poi ancora, altre finestre.

Perdonatemi, non riesco a escludere nessuna immagine.
Ho avuto un dono, quello di sapere amare ciò che sento mio, questa è la mia città.
Questi sono i suoi palazzi.

Queste le sue prospettive.

E qualsiasi cosa io veda la porto con me.

Questo ciò che si ammira affacciandosi da Palazzo Lercari Spinola.

Questa è la visione che ognuno vorrebbe vedere sopra di sé.

E’ in questa dimora, dove si trovano preziosi pavimenti antichi.

E se avete dei peccati da confessare, c’è anche un Pregadio, dove rivolgersi a chi ci può comprendere.

A casa del Doge, dove da un soffitto spunta un piccolo putto al quale sarebbe bello narrare i propri sogni!

Stanze di bianco e di stucchi.

Di merletti e decorazioni.

Di dettagli che vi colpiranno in tutto la loro bellezza.

Ringrazio chi ha restituito alla mia città questa meraviglia e mi ha permesso di mostrarla su queste pagine a chi non ha possibilità di visitarla.
C’è tempo fino al 14 Ottobre, ancora qualche giorno.
E questo per Genova è un periodo di grande folla, alla Fiera del Mare si svolge il Salone Nautico, che attira sempre molti turisti.
Venite anche qui, a vedere la dimora del Doge, in Via Orefici.

E ai genovesi rivolgo lo stesso invito, cambiate i vostri programmi e trovate il tempo di venire ammirare gli stucchi e i soffitti, trovate il modo di affacciarvi da quelle finestre che si aprono sulla città che vi appartiene.

Venite qui ed alzate lo sguardo, verso quel cielo tenue e celeste, come sanno essere solo i cieli di Genova.

Il Päxo, Dogi e popolani a Palazzo Ducale

Prima che i Capitani cedessero all’Uffizio, perché i Magistrati del Comune esercitavano l’ufficio loro in case che si pigliavano a pensione, comprarono da Accellino D’Oria e dai compagni le case e gli edificii quasi tutti che erano a quel tempo tra la chiesa di San Matteo e la Chiesa di San Lorenzo, per duemila e cinquecento lire, e fecero edificare il Palazzo della Repubblica.

Così scrive Monsignor Giustiniani a proposito della prima fondazione di Palazzo Ducale, avvenuta ad opera dei capitani del popolo Oberto Spinola e Corrado Doria, nel  lontano 1291, nel periodo di massimo fulgore della Repubblica.
Il Päxo, così come lo chiamano i genovesi, contraendo la parola Paräxo, fu sede del Governo e dal 1339 dimora dei Dogi.
Questa è la sua facciata, prospiciente Piazza Matteotti, un tempo detta Piazza Nuova.

Piazza Nuova venne realizzata nel 1527, spianando il Carrubeus Ferrariorum ove un tempo erano le botteghe dei ferrai e del calderari, un proclama che risale a quell’anno chiamava a raccolta i maestri d’ascia e i maestri d’Antelamo, ovvero i muratori così detti dal loro paese di origine, perché aiutassero ad edificare botteghe, portici e mezzani.
E lì, sulla Piazza Nuova, potevano tener banco solo coloro che pagavano un regolare affitto.
Si vendevano le verdure e i frutti della terra, davanti a uno dei palazzi più maestosi di Genova.
Alcuni credono che la facciata di Palazzo Ducale sia questa, quella che affaccia su Piazza De Ferrari.

Ma il vero accesso al Palazzo del Doge è questo.

Il battente del portone si presenta a forma di tritone.

Quanta storia tra queste mura, quanti momenti difficili che hanno segnato il cammino di questa città.

Qui si trova la Torre Grimaldina, oscura prigione dove morì Jacopo Ruffini, vi ho già mostrato quelle cupe celle in questo post.

Ma qui abitava il Doge, e magnificenti sono le stanze che occupava.
Lussoso e splendente è il Salone del Maggior Consiglio.


Certo che il Doge viveva in  una dorata prigionia, pensate che non poteva uscire, durante i due anni del suo mandato era costretto a rimanersene chiuso a Palazzo, gli erano concessi appena cinque giorni di relativa libertà, in quanto le sue uscite coincidevano con occasioni ufficiali, una di queste era il 24 Giugno, giorno di San Giovanni Battista santo patrono di Genova.
Palazzo Ducale, ogni angolo è una scoperta.


Nell’atrio si trova una cassetta, sulla quale si legge: Avvisi agli Ill.mi Supremi Sindicatori.


I Sindicatori erano coloro che avevano potere di interloquire sul lavoro degli amministratori.
Ed era qui che i cittadini imbucavano i biglietti di Calice, così detti in quanto all’interno della buca si trovava un calice, dal quale si estraevano appunto i biglietti, sui quali si trovavano le più svariate proteste e lamentele all’indirizzo di chi deteneva il potere, delazioni e spiate contro chi commetteva abusi e ingiustizie di ogni sorta. Si ricorreva al biglietto di calice per denunciare la tracotanza dei nobili, il disturbo della pubblica quiete o la mancanza di decoro.
All’Archivio di Stato si trovano ancora questi biglietti vergati dagli antichi genovesi, che esperienza maneggiare quelle carte ingiallite dal tempo!
Eh, la politica! Certe abitudini non cambiano mai, sapete?
Narra Michelangelo Dolcino che, alla fine del ‘700, le sedute del Minor Consiglio andavano spesso deserte.
E si vedevano gli uscieri sciamare per le stanze e giù per le scale del palazzo gridando: Veniant jurare, venjant iurare!

E insomma, c’erano delle leggi da votare e lor signori se ne andavano a spasso, facendo così mancare il numero legale.
Nihil sub sole novi, verrebbe da dire.

Ah, i nobili!
Era diffuso un certo lassismo, nei costumi e nelle abitudini.
Pensate che Cesare Cattaneo Della Volta, doge dal 1748 al 1750, aveva la bella abitudine di presentarsi alle sedute del Minor Consiglio in compagnia del proprio cagnolino.
Il cane del Doge di chiamava Brighella e ben presto si trovò in buona compagnia, in quanto gli altri senatori pensarono bene di seguire l’esempio di Cesare Cattaneo, e così nel regale salone del Minor Consiglio, c’era una vera e propria cagnara, direi che non potrei trovare termine più adatto!
Per non dir del fatto che spesso, in quelle sale, i cagnetti scoprivano le gioie dell’amore, sotto gli occhi niente affatto turbati dei loro padroni.
I nobili, il popolo e le nuove ideologie, ispirate ai principi della Rivoluzione Francese, furono questi ad alimentare il fuoco della rivolta che incendiò Genova nel maggio del 1797: da una parte i rivoluzionari, dall’altra i difensori dell’aristocrazia.
Quelle lotte sanguinarie causarono la fine della Repubblica aristocratica stabilita da Andrea Doria nel 1528, sulle cui ceneri nascerà la Repubblica Ligure Democratica.
E cosa accadde nel Päxo in quei giorni?


All’interno del palazzo il popolo fece scempio delle statue che rappresentavano le immagini di quei nobili tanto detestati, le statue vennero abbattute, furono mozzati le teste e gli arti.
Giuseppe Banchero, nel 1846, scriverà di quelle statue, rammaricandosi di come il visitatore, arrivando a Palazzo Ducale, possa stupirsi nel trovare queste figure monche e disprezzate.
Rappresentavano, a quanto riferisce il Banchero, alcuni illustri personaggi della storia di Genova, tra i quali Tommaso Raggio, Giulio Sale e il Doge Giambattista Cambiaso.
L’autore, nella sua amarezza, conclude considerando che sarebbe meglio gettare queste statue sul fondo del mare, piuttosto che vederle ridotte in quello stato.
E’ trascorso molto tempo da allora.
Palazzo Ducale è ora uno dei luoghi più importanti di Genova, vi  si allestiscono mostre di grande pregio,  nelle sue sale abbiamo potuto ammirare i quadri degli Impressionisti e la mostra di Van Gogh quest’anno ha attirato molti visitatori.
E’ uno spazio di rilievo, che festeggia in questi giorni il ventennale della sua riapertura.
Sono passati anni da quel 1797, in quei giorni, a furor di popolo, oltre alle statue di cui narra Banchero, al Päxo vennero abbattute anche la statua di Andrea Doria, opera di Giovanni Montorsoli e quella di Giovanni Andrea Doria, realizzata da Taddeo Carlone.
Non sono state gettate nel fondo degli abissi e il Banchero si compiacerà di sapere che sono visibili a Palazzo Ducale, in cima allo scalone.

Qui erano un tempo e qui sono ritornati, uno accanto all’altro.

Ma non sono terminate le sorprese di Palazzo Ducale, ancora altre statue suscitano il nostro interesse.
Sono le otto figure ritratte sulla facciata.

Se le osservate con attenzione vi accorgerete che tutte hanno un particolare in comune: ciascuna di esse ha una pesante catena.
Perché? Chi sono questi otto che se ne stanno lassù, incatenati al Palazzo del Governo?
Lo scopriremo presto, ognuno di loro rappresenta una storia da raccontare.

Sventola fiera sulla torre Grimaldina la Croce di San Giorgio, simbolo di tanta grandezza e del grande orgoglio dei genovesi.

E scende la sera, sulla piazza, sul Palazzo che un tempo fu dimora dei Dogi.