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Posts Tagged ‘Donne’

Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Certe notizie, a volte, corrono veloci: destano stupore e sbigottimento, toccano il cuore e lasciano sconcertati.
Di questo fatto, a Genova, ne hanno parlato tutti, del resto le particolari circostanze del caso hanno davvero impressionato, magari ne siete già al corrente.
Quei due ragazzi, che dispiacere!
Lei era una fanciulla gentile, così solare e dai modi garbati, piena di gioia di vivere, Luigia aveva appena diciott’anni, faceva la cameriera e nella sua testa c’erano tutti quei sogni tipici delle ragazze della sua età, quei segreti che non si dicono sennò non si avverano.
Aveva un fidanzato di nome Giuseppe, bella coppia quei due, lo dicono tutti quelli che li hanno conosciuti, che pena infinita per la loro disgraziata vicenda!
Accadde in autunno, in un giorno davvero triste.
Luigia è con il fidanzato, con loro c’è anche la mamma di lei, i tre se ne vanno all’Acquasola a prendere qualcosa da bere.

Tutto all’improvviso, questione d’istanti.
Il ragazzo beve un sorso dal bicchiere che gli viene servito e riesce appena a pronunciare poche confuse parole prima di cadere a terra.
Lo stesso destino tocca alla madre di Luigia, poi è la volta della povera ragazza che contorcendosi per il dolore crolla addosso al suo fidanzato esalando l’ultimo respiro.
Sono momenti concitati, alcuni medici presenti sul posto prestano i primi soccorsi.
Per i tre purtroppo non c’è nulla da fare, le loro vite sono state spezzate da una distrazione fatale: nella bottiglia infatti era contenuto un liquido dagli effetti mortali servito per errore agli sfortunati avventori.
Giunge sul posto il padre del ragazzo e tra le lacrime apprende della morte del figlio, in breve tempo arrivano anche le autorità, il locale viene chiuso e il proprietario e il suo garzone sono tratti in arresto.
La folla, avreste dovuto vedere la folla attorno alle tre povere vittime!
Espressioni attonite, volti rigati di lacrime, si dice che a turbare maggiormente i presenti fu proprio la povera ragazza con la sua acerba bellezza: i capelli scuri, la pelle chiara, l’abito candido.
Senza più vita, perduta e innocente.
Ne parlarono tutti, per lungo tempo, a Genova.

E voi? Avete mai sentito questo fatto di cronaca? Vi sembra di ricordarlo, forse?
Potrebbe essere accaduto dieci anni fa o forse più di recente.
O forse no?
C’è un indizio che può indicare il periodo al quale risale questa vicenda: il nome di lei, Luigia, non certo comune nel nostro secolo.
Riguardo a tutto il resto, purtroppo, la vicenda potrebbe anche essere attuale, il progresso purtroppo non è esente da errori umani, come ben sappiamo.
E le vite degli uomini sono sempre uguali, ognuno di noi ha sogni, affetti, speranze, piccoli progetti segreti.
Questa è una vicenda non particolarmente intricata, è solo un tragico fatto di cronaca: accadde nel 1859, a Genova, la notizia è riportata dalla Gazzetta del Popolo.
Tre vite spezzate e tra loro una figura che mi ha colpita più delle altre.
Ed è lei, con i suoi capelli corvini e la sua pelle chiara, una fanciulla di Genova di nome Luigia.
Attraversa l’Acquasola, va incontro al suo destino: questo è il ricordo di lei.

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Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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Ebbe la sua gloria in un giorno d’estate e trionfò su tutte le altre.
Cesira Rolla era una ragazza del popolo, una semplice sartina di Prè, a lei toccò lo scettro di prima reginetta di bellezza di Genova, accadde nel giugno del 1910.
Come riportano i giornali d’epoca, come ad esempio Il Secolo XIX, ad eleggerla furono le fanciulle della città, il voto era riservato esclusivamente alle ragazze di età compresa tra i 12 e i 25 anni.
A scorrere quanto riportato dai quotidiani si capisce che la grandiosa vittoria di Cesira fu anche dettata da un sorta di fervore campanilistico, con grande partecipazione di pubblico e affettuoso entusiasmo la gente del Sestiere di Prè fece vincere la sua candidata che sbaragliò tutte le altre.

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La bella Cesira si assicurò così 131 voti distaccando di molto i cento voti ricevuti dalla seconda classificata, Lydia Pedemonte, rappresentante del Sestiere di Portoria.
Il concorso non premiava solo la bellezza, si voleva anche dare un riconoscimento a una fanciulla che per le sue doti rappresentava l’orgoglio del suo sestiere e di Genova tutta.
E viva la vittoriosa Cesira!
La vicenda che la vide protagonista ebbe anche altri risvolti che emergono con chiarezza dagli articoli del tempo.
In quel periodo c’erano le elezioni amministrative, si discuteva con fervore sulla futura eventualità di concedere il voto alle donne e dopo l’elezione di Cesira il cronista del quotidiano Il Lavoro, ad esempio, fu piuttosto critico in merito.
In ogni caso la ragazza di Prè fu incoronata con tutti gli onori Regina della Superba e naturalmente per l’occasione si tenne una fastosa cerimonia per celebrare Sua Maestà Cesira I.
Le feste durarono diversi giorni, ci furono una grande esposizione nei negozi e uno spettacolo al Carlo Felice, si tennero gare sportive e un pranzo di gala, ci fu un concorso bandistico al Mercato Orientale e venne organizzata una gita in piroscafo nel golfo di Genova.
Gli eventi certo non mancarono!

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Andiamo al 24 Giugno, è il giorno dell’incoronazione e la folla festante freme, tutti vogliono vedere Cesira!

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Un corteo di carrozze sfila per la città, attraversa Via XX Settembre e Corso Buenos Aires, la reginetta viene acclamata dalla gente di Genova, squillano le trombe e scrosciano gli applausi mentre un banditore che precede il corteo annuncia al popolo ciò che sta accadendo.

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Cesira in trionfo giunge così al Lido di Albaro.

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Ed è grazie al cronista di Il Lavoro se conosciamo il colore del ricco abito della Rolla, la reginetta dagli occhi scuri e vivaci è in verde pisello, le altre concorrenti sfoggiano vestiti di altri colori, una è in giallo, una in celeste e un’altra in malva.
Giunta al Lido, la fanciulla emozionata ed esitante si appresta a raggiungere il palco a lei riservato.
Tentenna, rallenta, non sembra avere il passo deciso e dal popolo si leva un coro di voci che la rincuora:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!
– Forza Cesira che sei nella salita!
La giovane riprende così coraggio e sale sul palco dove un tale vestito da Doge con tutta la solennità del caso pone la corona sul capo di lei.
Eccola qua Cesira I insieme alla sua corte.

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L’affettuosa incitazione viene utilizzata anche in un’altra differente circostanza, l’episodio è citato nel volume “Vendo l’argento do mâ” di Ivana Ferrando edito da Sagep.
Dunque, l’autrice narra con sapiente maestria dei carbonai che avevano anche il compito di provvedere ai rifornimenti di ghiaccio, costoro usavano dei carri trainati da cavalli.
Ebbene, una di queste cavalle si chiamava Cesira e all’inizio di Via Assarotti, davanti alla pendenza della salita, veniva spronata dal carrettiere proprio con quelle parole:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!

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L’autrice saggiamente sottolinea che non è dato sapere se venne prima la cavalla o la reginetta, chissà a chi dobbiamo questo celebre grido in dialetto, Issa Cesira è anche il titolo di una canzone di Mario Cappello.
Le belle immagini che avete veduto appartengono alla ricca collezione del mio caro amico Eugenio Terzo e come sempre lo ringrazio per il prezioso prestito.
Eugenio mi ha anche mandato un’altra splendida chicca, guardate un po’ il titolo!
C’è una canzonetta ironica indirizzata alla Giunta Nazionale e in più la direzione comunica che il giornale viene dato in dono a tutte le fanciulle di nome Cesira!

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Sarà stato un nome comune a quell’epoca?
Di certo ora non lo è più, sono cambiati i tempi e anche le nostre preferenze, forse persino i tratti della giovane eletta non corrispondono neanche ai nostri canoni di bellezza femminile.

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E ancora, sempre Eugenio mi ha inviato copia del numero unico dedicato a questo concorso, nelle righe dedicate a Cesira si esaltano le sue molte virtù.

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La sartina di Prè ebbe il suo momento di gloria in un luminoso giorno di giugno ed io mi sono domandata cosa ne sia poi stato di lei, spero che abbia avuto una vita lunga e felice.
Forse avrà avuto molti pretendenti, certo nei caruggi di Prè si sarà parlato a lungo di quella memorabile vittoria.
Fu il trionfo di lei, Cesira Rolla, indiscussa Regina della Superba.

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Sono due amiche, due ragazze semplici.
Pazienti, tranquille, non hanno mai dato preoccupazioni in casa, io ne sarei quasi certa.
Sono due amiche, sono state ritratte insieme.
Una delle due porta scarpe chiuse da un bottoncino, l’altra invece le ha con i lacci e se non fosse per l’opacità del bianco e nero e per il contesto potrebbero quasi sembrare calzature moderne.

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Le ragazze si dilettano con il punto intaglio, sono abilissime con ago e filo, dalle loro dita svelte sono uscite candide tovaglie e cose belle da tenere da conto.
Le ragazze si occupano dei loro fratelli, sono affabili e docili, dei veri tesori di casa.
Ognuna tiene un profumato mazzolino di fiori tra le mani.

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E sono roselline e forse non ti scordar di me.

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Dietro alla foto che le ritrae una calligrafia ordinata ha scritto i loro nomi: Pina e Maria.
E poi, un’altra scrittura infantile e tondeggiante ne ha scritti due diversi: Vanda e Pina.
Nulla di sofisticato, in ogni caso, le ragazze sono semplici come quei boccioli che tengono in grembo, accennano appena un sorriso, hanno questi sguardi puliti.
E avrete fatto caso anche voi che certi tratti sembrano ripetersi nelle immagini del passato, a volte sembra di scorgere delle somiglianze.
Lei ha una fisionomia che mi è in qualche modo familiare, mi ricorda vagamente una delle mie bisnonne, porta una collanina, il suo abito ha un ampio colletto chiaro e ci sono ancora fiori appuntati sul suo petto.

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Volti del passato, non li vediamo solo nelle vecchie fotografie.
Camminando per la città vi ponete mai domande sugli sguardi che vi osservano mentre percorrete certe strade?
Gli occhi grandi, il naso sottile, le labbra carnose, chi è questa fanciulla effigiata su un palazzo di Corso Firenze?
Eh, non so davvero dirvelo!

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E poi lei.
Lei sì, lei avrebbe potuto essere la modella di uno scultore o di un pittore.
Così semplicemente bella, con quei lineamenti dolci e regolari, mi rammenta certe creature dipinte da Waterhouse, ad esempio osservate qui questo celebre dipinto.
Diafana, delicata, una fanciulla di un altro tempo.

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Sono due giovani donne, due amiche.
E non so nulla di loro, come sempre io provo soltanto a immaginare le loro vite.
Il tempo che è venuto avrà riservato loro gioie e dolori: mariti, figli e nipoti, sogni e perdite, lacrime e sorrisi.
E parole.
Ti ricordi?
Io e te.
Siamo cresciute insieme, io e te.
Ti ricordi come eravamo?
Tu che ci sei sempre stata, accanto a me.

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Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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Questa è la vicenda avventurosa di una ragazza di Genova, questa è la storia di Livia.
Figlia del popolo e dei caruggi, Livia Vernazza nasce sul finire del ‘500, il padre di lei è un umile materassaio.
Che cosa riserverà la vita a questa fanciulla semplice?
Il suo destino la attende lontano dalla sua città.

Tetti di Genova (10)

Ed è un uomo a mutare il corso della sua esistenza, lui si chiama Battista Granara e si innamora di di questa quindicenne che è un fiore pronto a sbocciare, Livia diviene così la sua sposa.
Non è ancora il tempo della gioia, per la fanciulla giungono i giorni dell’inquietudine, la felicità è lontana e dopo una serie di peripezie ritroviamo la giovane in un’altra città.
Sola, a Firenze: per sbarcare il lunario Livia vende le sue grazie al migliore offerente in una certa casa nella città toscana.
Sarà l’uomo del destino a varcare la soglia di quella dimora: vedrà gli occhi fiammeggianti di lei, accarezzerà la sua pelle liscia, rimarrà ammaliato dalla sua bellezza.
Lui non è uno qualunque, appartiene alla casata più influente di Firenze, va per la cinquantina ed è pazzo di Livia: il suo nome è Giovanni de’ Medici.
Un principe per la figlia del materassaio, una donna di malaffare per un nobile: serpeggia lo scontento a Firenze, la famiglia di lui è in fermento.

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Tutti avversano questa unione ma Giovanni desidera ad ogni costo sposare la sua Livia, non gli basta averla accanto, vuole che lei diventi sua moglie.
E quindi, con astuzia e diplomazia, si rivolge alla Curia di Genova e dimostra che il padre di Livia ha costretto la figlia a sposare il Granara, ne consegue così l’annullamento di quel matrimonio.
Battista Granara, primo marito della Vernazza, viene tratto in arresto e la fanciulla è ora libera da ogni legame.
È il 1619 quando Giovanni de’ Medici conduce Livia all’altare e la figlia dei caruggi diviene Principessa di Toscana, in quello stesso anno darà alla luce il suo primo figlio.
Gli sposi abitano a Murano, Giovanni è Governatore Generale delle Armi presso la Repubblica di Venezia.
Il loro amore sulla laguna avrà purtroppo breve durata.

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È crudele la vita con Livia, non le concede tregua: nel 1621 Giovanni muore e lei rimane sola in balia degli eventi.
Ora i Medici la accoglieranno in un abbraccio famigliare?
Consoleranno il suo dolore di giovane vedova o forse penseranno solo a tutelare il loro immenso patrimonio?
La invitano a tornare a Firenze e lei, ingenua, segue quel consiglio.

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È fragile, è una giovane madre sola ed è nuovamente incinta, la bambina che porta in grembo non vivrà a lungo.
E Livia cade nella trappola che le viene tesa.
Su di lei pende anche un’accusa infamante che mette a rischio la sua vita: strega, dicono che è una strega.
E con le sue arti ha ammaliato Giovanni, con le sue magie ha diretto le sue azioni, così si è fatta sposare!
Non c’è scampo, i Medici hanno mezzi e conoscenze per schiacciare la povera Livia.
Si aprono le porte del carcere dove è rinchiuso Battista Granara: ora è lui a rivolgersi alle autorità, richiede la nullità del matrimonio di Livia e Giovanni de’ Medici.
Ed è la vittoria del potere: le nozze sono dichiarate nulle, il figlio di Livia e Giovanni perde ogni diritto sull’eredità di Casa Medici.
E Livia?
L’abbandonano al suo destino, dopo averla spogliata di tutto?
No, non le lasciano nemmeno la libertà, verrà rinchiusa in una fortezza e poi in un monastero, infine terminerà i suoi giorni in una villa concessale dalla famiglia di Giovanni, sarà dimenticata da tutti, persino da suo figlio che nutriva disprezzo per lei.

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Abbandonò così le cose del mondo e gli inganni subiti, lasciando i suoi pochi beni alle monache di San Michele di Visdomini.
Per questa storia intricata ho alcuni ringraziamenti da fare.
Le notizie sono tratte da un vecchio articolo di Amedeo Pescio, non è leggibile la testata giornalistica ma presumo che si tratti di Il Secolo XIX per il quale Pescio lavorò a lungo: ringrazio come sempre il mio amico Eugenio Terzo che ha avuto l’intuizione di inviarmi questo articolo dove si narra questa tragica vicenda.
Le belle foto di Firenze e Venezia che corredano questo post sono invece un cortese prestito del mio amico Jacopo Mariutti e sono pubblicate sul suo profilo Instagram, ringrazio Jacopo per avermene concesso la pubblicazione.
Genova, Firenze e Venezia, queste città furono scenari di una vita tormentata, qui visse una ragazza nata all’ombra della Lanterna.
Si chiamava Livia Vernazza, era la figlia di un materassaio di Genova e divenne principessa, io mi sono chiesta se nella sua vita abbia mai conosciuto la felicità.

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Ha parole belle e toni gentili l’amica di Eugenia, è lei a scrivere sul retro di una fotografia in formato cartolina ormai ingiallita dallo scorrere del tempo.
È un ritratto di famiglia scattato nel 1909, questo cartoncino ha viaggiato dal levante ligure al ponente genovese.
E colei che scrive ha delle domande da porre ad Eugenia: tutti l’attendevano, doveva venire mercoledì o giovedì, come mai non si è vista?
Tra il resto dovevano darle anche il disegno per i ricami della camicetta, si parla di moda e di vezzi femminili.
D’altra parte è ben evidente che le donne di questa famiglia sono tutte raffinate ed eleganti: c’è una bambina che abbozza appena un sorriso, alle sue spalle una ragazzina dall’espressione molto seria e compita, pare molto orgogliosa del suo cappello scuro.

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E tornando al ricamo per la camicetta di Eugenia, l’autrice del testo scrive che lei stessa se ne farà una simile e sarà di tulle bianco.
Sottolinea che non sa se ad Eugenia piacerà, si tratta di una moda molto nuova: stile Liberty, per la precisione, scrive proprio così.
Le finezze di un’epoca lontana restituiscono la dolce immagine di una femminilità aggraziata: ecco le camiciole tutte pizzi, le maniche rifinite come petali di fiori, una cintura alta a marcare il vitino di vespa.

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Io mi sono convinta che l’amica di Eugenia sia colei che si trova al centro del gruppo: è la madre di famiglia, una donna saggia ed avveduta dall’aspetto in parte austero.
Stringe un ombrellino parasole e una borsina alla moda, all’anulare sfoggia un anello importante.
Sulle sue mani si nota la traccia inesorabile del tempo, la pelle è sottile e venata da piccole rughe.

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Eppure lei non è così avanti negli anni, è una raffinata signora di mezza età, la vedete sulla sinistra nell’immagine sottostante.
Garbata e fine, ha il lineamenti regolari ingentiliti da dettagli preziosi: gli orecchini con il pendente, il bottoncino che ferma il colletto, il cappello dalla tesa ampia decorato con nastri e fiori in boccio.
Accanto a lei una giovane donna, è certamente sua figlia, entrambe si servono dalla stessa modista, io ci giurerei!

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C’è poi una fanciulla più giovane alla quale non manca la consueta grazia, al collo porta un medaglione, grandi margherite abbelliscono il suo cappello di paglia.

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Ha una gonna a quadretti tutta pieghe e la camicia di pizzo, tiene le mani in grembo in una posa studiata.
Sono passati più di cent’anni e ancora ritroviamo in lei quella bellezza della quale forse andava giustamente fiera.

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In questa immagine il fotografo ha catturato in diverse maniere dettagli che raccontano le stagioni della vita.

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Osservate le mani di queste donne più o meno giovani.
La mano della bimba che regge una borsettina di maglia metallica, le dita affusolate della fanciulla posate sul manico dell’ombrello, le mani segnate dal tempo che hanno stretto tutte le altre in affettuosi abbracci materni.

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Questo ritratto d’epoca fa parte della mia piccola collezione e per me è un gioiellino.
E sapete, continuo ad interrogarmi sulla camicetta di Eugenia e su quella della sua amica che le inviò la fotografia.
Dove saranno?
Qualcuno le avrà conservate?
Saranno state stirate amorevolmente con quei ferri pesanti che si usavano un tempo?
O forse saranno andate perdute nel turbine polveroso del tempo, insieme ai cappellini, alle borsine e ad altri oggetti cari.
Comunque sia, l’amica di Eugenia e le donne della sua famiglia sono ancora vicine, ritratte in un frammento di vita fissato per sempre.
Era il 1909, il tempo è volato via ma rimane immutata una certa armoniosa bellezza.
Ed io so che tutte loro saranno felici di sapere che ancora vive il fascino della loro incantevole grazia.

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Preceduta dalla fama della sua bontà, celebre per le sue buone opere: così giunse a Genova in un giorno di settembre del 1376 Santa Caterina da Siena.
Proveniva da Avignone dove in quell’epoca era la sede papale, là Caterina si era recata come nunzia di pace in quegli anni tempestosi per la Chiesa, poco tempo dopo il Pontefice Gregorio XI compirà lo stesso percorso di Caterina lasciando Avignone alla volta di Roma.
Caterina è una giovane donna di soli 29 anni ed è una domenicana, insieme a lei viaggiano alcuni religiosi: uno di essi, Raimondo da Capua, scriverà le memorie di quei giorni.
Caterina, figlia di un tintore senese, rimarrà a Genova per circa un mese ospitata in una casa a breve distanza dalla così detta Croce di Canneto, così si chiamava il punto in cui Canneto il Lungo si interseca con Canneto il Curto.

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Ad aprirle le porte della sua dimora è una nobildonna genovese, il suo nome è Orietta Scotto ed abita in un edificio situato proprio all’inizio di Canneto il Lungo.
Una Santa nei caruggi, nelle strade che sempre percorriamo.

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Quanti genovesi di quell’epoca conoscono Caterina?
Quanti sanno di lei e della sua fede luminosa?
Sono tantissimi coloro che accorrono alla casa della Scotto per ricevere una parola di conforto e una preghiera da parte di Caterina.
Lei ascolta letterati e popolani, uomini di legge e gente comune, per ognuno la Santa di Siena ha una parola.
Le enfatiche cronache dell’epoca riferiscono anche di alcuni che la trattarono con tracotante arroganza e che furono per questo puniti dalla giustizia divina.
Gli storici riportano anche notizia di suoi miracoli, durante il suo soggiorno genovese salvò dalla morte due giovani del suo seguito che erano stati colpiti da tremende malattie.

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E giunse il 18 Ottobre 1376.
In quel giorno a Genova arrivò Papa Gregorio XI, venne ospitato nella dimora del Doge nella zona dalla Porta di San Tommaso.
Il Pontefice andò diverse volte in casa di Orietta Scotto, la Santa di Siena fu per lui un grande sostegno: come aveva fatto già ad Avignone, lo confortò sulla sua scelta di ritornare a Roma.
Anche Caterina partì da Genova e lasciò il ricordo di sé, scrisse poi una lettera alla nobile Orietta, naturalmente il suo contenuto riguarda la carità e l’amore verso Dio.
La casa che ospitò Caterina subì diversi danni quando il Re Sole fece bombardare Genova nel 1684, venne tuttavia ricostruita e su di essa fu apposta una lastra marmorea in memoria di Santa Caterina da Siena.
Se volete trovarla dovrete cercare il civico numero 6 di Canneto il Lungo: dopo l’insegna della macelleria alla vostra sinistra vedrete la lastra che racconta di lei e dei suoi giorni genovesi.

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La lapide è poco visibile, se non sapete della sua esistenza vi sarà difficile notarla, si perde in un’imprendibile prospettiva di caruggi.

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E non ci sono indicazioni che ricordino ai passanti di alzare lo sguardo per leggere di lei che in un giorno lontano venne in questa città.

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Nei secoli a seguire i discendenti di Orietta Scotto conservarono la devozione per Santa Caterina portandola anche lontano da Genova.
In Val Trebbia, a Gorreto, sorge lo splendido palazzo dei Centurione Scotto che furono appunto signori di questo luogo.

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E non è certo un caso che la chiesa del paese sia dedicata proprio alla Santa di Siena.

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Tornando invece nel centro storico di Genova troverete un’altra testimonianza dell’affetto di questa famiglia per Caterina.
Dovrete recarvi in San Siro, un tempo cattedrale della Superba.

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Tra le molte cappelle appartenenti alle blasonate famiglie genovesi una è dedicata alla Santa di Siena ed è proprio la Cappella della famiglia Centurione.
Il dipinto che si trova sull’altare è opera di Cesare e Alessandro Semino e immortala lo sposalizio mistico di Caterina.

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Lei è ritratta nel suo candore, nella sua lievità di giovane donna dal cuore devoto.

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Giunse anche qui, in queste strade di botteghe e di profumi, nei vicoli dove le altezze racchiudono i respiri e le voci di Genova.
Ospitarono anche lei, figlia di Dio e della terra di Toscana, per sempre Santa, una ragazza di nome Caterina.

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Le mani di lei scivolavano sui tasti del pianoforte in un’armonia di suoni e movimenti.
Matilde era alle prese con uno studio di Chopin, una melodia lenta e cadenzata, una pioggia di note inquiete come un temporale di primavera.
La musica, il principio di una gioia nascente, forza vitale di un’esistenza intera.
La bambina che amava la musica era diventata grande.
La figlia dello stimato chirurgo, unica femmina tra una schiera di fratelli, era stata una piccina amata, coccolata e protetta.
Era divenuta una donna sofisticata, un’insegnante di piano intransigente e al tempo stesso amorevole, un faro luminoso per quelle sue giovani allieve della buona società genovese.
Dolce e bellissima, adorata da quel suo sposo che aveva occhi soltanto per lei.

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Quel giorno, nello studio del fotografo, una luce nuova illuminò i tratti del viso di Matilde.
Era un artista quel Ciappei, del resto aveva anche ricevuto dei premi che attestavano il suo talento.
Aveva saputo vederla, era stato capace di svelarla nella sua misteriosa complessità.
Accadde in un giorno d’autunno, in Via Carlo Felice.

2

Gli occhi grigi di Matilde, le sue labbra sottili, l’incarnato perfetto.
E i suoi capelli folti raccolti sulla sommità del capo, fermati da un pettinino d’avorio.
Austera e lieve, elegante nel suo abito scuro, il colletto di pizzo fissato da una spilla dorata.

3

L’abito ricco, rifinito di perle e decorazioni, la vita sottile, la posa aggraziata e gentile.
Il bracciale al polso, le mani in grembo.
E le dita sottili abituate a sfiorare con grazia la tastiera del pianoforte.

4

Insieme a lui, marito e compagno di tutti i suoi giorni.

5

Certe immagini raccontano storie.
E anche se non conosci le vite degli altri puoi provare ad immaginarle: è quello che ho fatto, ancora una volta.
Una foto di studio, una coppia di sposi.
Una giovane, non so il suo nome e nulla conosco del suo cammino nel mondo.
La sua bellezza è fiera, angelica e al contempo intrigante, talmente particolare da oscurare quasi del tutto l’uomo che siede accanto a lei.
L’ho immaginata davanti a un pianoforte, in una stanza dalla luce fioca.
Suona una melodia malinconica, le sue note si perdono il lontananza.
È la sua musica, la musica di una vita.

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