Gente di Nervi

È gente di Nervi, per lo meno così io credo, dato che là si trovava lo studio del fotografo Mola che così ritrasse questa bella famiglia.
Ecco il padre, un uomo dai modi seri e assennati, accanto a lui il figlio maggiore.

E seduto li davanti a loro ecco l’altro figlio maschio che è appena un ragazzino.
E lui che fa?
Contrariamente a quel che di solito accade in questi ritratti lui guarda verso il fotografo e sorride, con gioiosa ingenuità.
Ha la giacchetta, il farfallino, la camicia chiara.
E quell’espressione allegra e vivace e quel sorriso!
A quell’età lì, in un giorno del tempo passato, a Nervi.

Nell’esatto momento in cui il tempo si arresta in quella fotografia resta impresso un istante di vita: i bambini ancora da crescere, un amore solido, un futuro che ha le sue incertezze ma che confida nell’affetto e nella vicinanza di tutti i membri della famiglia.

La bimbetta, poi, appare così fiera del suo abito alla moda.
Ha il vestito a quadretti con delle ricche applicazioni in pizzo sul collo e sui polsini, porta sulla testa un cappello favoloso ed io sono certa che a lei piaccia tanto.
A me sembra anche abbastanza impacciata, a dire il vero, tiene la mano sinistra in quella maniera un po’ rigida e chiaramente ha seguito le indicazioni del fotografo, cerca di fare del suo meglio.
Con il tempo diventerà una giovane donna elegante e molto aggraziata.

Come la sua mamma, del resto: ventaglio in una mano, manico dell’ombrellino nell’altra.

E lo sguardo fiero e sulla testa un cappellino con tanti minuscoli fiori, non so indovinarne i colori ma immagino certi petali dai toni confetto.
In un tempo lontano, nello studio del fotografo Mola, a Nervi.

Un fiore tra le dita

Lei è una donna giovane e aggraziata e fu ritratta in un giorno che non so nello Studio di Roncarolo e Fossa, fotografi di Savona, forse anche lei abitava nella città della Torretta.
Quasi austera, nella sua posa così studiata, il suo abito è chiuso da una fila di bottoncini e da un fiocco vezzoso sul collo.
Ha gli occhi chiari, i capelli raccolti, la frangetta corta e quello sguardo sognante che me la fa immaginare perduta nei suoi pensieri e nelle sue sconosciute fantasie.

La bellezza e l’eleganza sono tutte nei dettagli: in quell’abito con la gonna dal tessuto finemente rigato, nel vitino di vespa della giovane donna, nei candidi polsini a pieghe del suo vestito e in quei bracciali preziosi che lei porta, voglio pensare che questi gioielli siano ancora l’ornamento di una giovane donna della nostra epoca.
Lei, la ragazza ritratta nello studio di Savona, regge tra le dita un piccolo fiore, pare forse una violetta e da come rimane rigido sembra evidente che si tratti di un fiore artificiale.

La bellezza e l’eleganza sono nei dettagli, nella postura fiera, nella grazie femminea, nella leggiadria che è lo stile di un’epoca.
La fotografia, come sempre, ha compiuto la magia di travalicare il tempo e ci restituisce in formato Cabinet l’immagine di lei: una giovane donna con un fiore tra le dita.

Ricordo di un’estate al mare

Questo è il ricordo di un’estate lontana, su una riva dove echeggiavano voci gioiose, in un tempo felice e spensierato.
E là, vicine, ecco alcune giovani donne, forse amiche o magari sorelle, colte nel tempo da trascorrere con i più piccini, condividendo i giorni belli di una stagione calda.
Le pettinature sono quelle alla moda, i costumi scuri sono graziosamente bordati di bianco.
Si resta là, su quella spiaggia.

C’è una ragazzina con i capelli mossi, l’espressione seria e quasi intimidita, alle sue spalle la vita sulla spiaggia ferve: si chiacchiera, si gioca, si sorride, si gioisce nel tempo dello svago.

Oppure si resta così, in posa, per questa fotografia che sarà il ricordo di un’estate al mare.

Davanti alla barca, mentre in lontananza c’è chi aiuta un piccolo nuotatore a sfidare le onde.
E poi ecco una manina posata sulla spalla, il sorriso dolcemente materno di questa giovane donna: sguardi ed espressioni consegnate ai nostri occhi da una fragile fotografia che ha saputo superare i confini del tempo.

Questa è la memoria di un tempo distante, con un’amica collezionista ed esperta di queste fotografie del passato si era ipotizzato che potesse trattarsi della spiaggia di Multedo, sullo sfondo si nota infatti una ciminiera che potrebbe farlo pensare.
Era un tempo che ormai è svanito, come le onde che si dissolvono in candida schiuma ed è rimasto, catturato in una fotografia, il dolce ricordo di un’estate al mare.

26 Agosto 1924 a Bagni di Montecatini

E ancora vi porto nel passato, a svelare gli istanti di un giorno d’estate: era il 26 Agosto 1924 a Bagni di Montecatini e questa è un’immagine scattata dal fotografo Goiorani.
Si tratta di una di quelle foto di gruppo di garbati villeggianti, seduti uno accanto all’altro, in un tempo per frutto del caso condiviso.
E come sempre mi sono dilettata ad osservare i dettagli, a cercare le espressioni e i sorrisi di un’epoca ormai svanita.
In prima fila c’è lei, con il suo cappello a cloche, la catenina e la croce dorata sul petto: qualcosa la distrae e lei osserva in tralice, mentre alle sue spalle tutti sembrano impegnati nel lasciarsi immortalare.

Borsine, cappellini, occhiali tondi e orologi da taschino: questa estate distante ha un altro ritmo e una differente velocità anche se le lancette, come in ogni altra stagione, segnano implacabili lo scorrere del tempo.

Là, seduta in quella folla, spicca lei con la sua grazia: indossa un abito con lo scollo a V e sul capo porta uno di quei cappelli favolosi, non so perché ma ho subito immaginato che avesse i toni decisi del verdone.
Lei appare così serena e tranquilla, si vede che il soggiorno a Bagni di Montecatini è per lei gradito e rigenerante.

La, in fondo alla sala, ecco ancora ai tavoli altri avventori, sui loro volti si legge una certa ritrosa semplicità e al tempo stesso una comprensibile rilassatezza.

Taluni, invece, sono nelle loro faccende affaccendati: un signore è immerso nella lettura del suo quotidiano, altre persone chiacchierano amabilmente in questa giornata agostana.

Un signore si volta verso il fotografo.
È un tempo di garbate e raffinate eleganze: fiori sulla tesa del cappello, tessuti impalpabili, sorrisi appena accennati.

E pagliette per i gentiluomini, ecco ancora un altro tavolo dove spicca una graziosa signorina che indossa un abito candido.

Tutti loro condivisero un tempo d’estate rimasto impigliato in una foto di gruppo.
Non conosco i loro nomi, non conosco le pieghe delle loro esistenze: tutti loro erano là, il 26 Agosto 1924 a Bagni di Montecatini.

In mezzo ai boschi

È un’immagine di un’epoca lontana, una fotografia stereoscopica di un fotografo sconosciuto, la comprai tempo fa insieme ad altre dello stesso genere.
Questo cartoncino racchiude un tempo lento eppure così dinamico e operoso, non so dirvi in quale luogo si trovassero queste persone ma a tergo si legge: Liguria – In mezzo ai boschi (Genovesato).
E così eccoci trasportati in questo tratto di bosco dai profumi freschi, par di sentire gli stessi uccellini che ancora adesso si nascondono tra i rami.

E osserviamo meglio queste persone in questo giorno trascorso tra la frescura degli alberi.
Ecco un ragazzino: cappellino in testa, pantaloni al ginocchio, così gagliardamente sale su per le rocce.

In alto, invece, c’è chi si gode una meritata sosta.
Un tale se ne sta seduto a godersi il fresco e poco distante ecco un garbato gentiluomo dallo stile, a mio parere, tipicamente cittadino.

È un tempo lento e cosi distante dal nostro e a osservar bene parrebbe che tra quelle rocce fluisca l’acqua gioiosa di qualche fonte.
Là, in mezzo ai boschi abitati da grilli e farfalle, c’è anche un’allegra ragazzina che sorride felice.
Là, in mezzo ai boschi, due intrepide donne salgono su con quelle gonne ampie e lunghe e faccio fatica ad immaginare la loro fatica: capelli raccolti, maniche a sbuffo, un abito che noi non sceglieremmo mai per una passeggiata tra gli alberi.

Così era in quell’altro tempo, mentre il sole filtrava tra i rami e l’aria fresca accarezzava la pelle, in un giorno distante, in mezzo ai boschi.

Sulla Passeggiata di Nervi

Ed ecco la dolce bellezza della Passeggiata di Nervi: il fragore del mare, le onde impetuose, i profumi mediterranei, il vento che smuove le fronde e tutto rinfresca e sempre si rinnova questo splendore.
A volte si osserva da lontano e non si distinguono i volti e le figure ma si ammira l’insieme e il panorama incantevole che ammalia lo sguardo.

Mettiamo la mano sulla sinuosa ringhiera turchese e percorriamo insieme un breve tratto, calcando i mattoni rossi della passeggiata che si snoda lungo gli scogli di Nervi.
E cerchiamo una panchina tutta per noi, davanti al mare inquieto.

Non siamo certo gli unici ad aver avuto questa splendida idea, le panchine della Passeggiata di Nervi sono da sempre il luogo perfetto per riposarsi e fermarsi a chiacchierare.
Ecco infatti alcuni signori impegnati in una piacevole conversazione.

E ancora, poco distante, gente che va e gente che viene, davanti a questo mare.
Una figuretta sottile e aggraziata incede con passo sicuro: è una giovane donna e porta con sé due belle bimbette, la più grandicella ha due lunghe trecce che le cadono sulla schiena, la piccolina si lascia quasi un po’ trascinare con il suo passo incerto.
Tutti loro sono là, sulla Passeggiata di Nervi.

E come vi dicevo, a volte si osserva da lontano e non si riescono bene a distinguere i volti e le persone eppure ci sono, in questo luogo tanto amato.
Se voi siete d’accordo, cari amici, io mi fermerei qui, che ne pensate?
Potremmo restare un po’ al chiosco della Marina a seguire il tempo che scorre, con questa dolcezza, sulla Passeggiata di Nervi.

Una cartolina per Margherita

E così, nel tempo degli amori romantici, questa cartolina cadde nella buca delle lettere della signorina Margherita.
Lei la raccolse con le sue mani candide, la voltò e lesse quel messaggio a lei destinato e forse sorrise divertita.
Non so dirvi con certezza se la signorina Margherita ricambiasse quel sentimento palpitante, colui che le scriveva ardeva di amore per lei e a dir tutta la verità sembra anche un po’ sulle spine, per così dire.
Il giovanotto di belle speranze rispondeva al nome di Alfredo e scriveva alla sua adorata fanciulla chiamandola “cara Fatina”.
E con quella calligrafia un po’ obliqua proseguiva poi con questo interrogativo sospirante: cosa devo fare io per te?
Ora voglio essere ottimista, siccome la cartolina termina con l’invio di tanti saluti e anche di tanti baci voglio pensare che in qualche modo questo Alfredo fosse ricambiato, altrimenti forse non avrebbe osato tanto con la signorina Margherita, perbacco!
E allora mi piace immaginare che Alfredo e Margherita abbiano condiviso i loro giorni e abbiano navigato insieme, felici, nelle acque a volte imprevedibili dell’amore e della vita.

Una giornata di aprile a Camogli

Era un giornata di primavera, era aprile.
Era l’anno 1931, molte cose erano proprio come adesso, altre erano piuttosto diverse.
L’acqua del mare luccicava sotto i raggi del sole, le case alte di Camogli si stagliavano fiere e l’onda lenta si abbatteva sui sassi con la sua carezza salmastra.

Forse era una giornata dall’aria frizzantina, rinfrescata da vento vivace che increspava leggermente la superficie del mare.
E loro erano là, in posa per la foto di rito.
C’è il signore con giacca, cravatta, panciotto e cappello e accanto a lui vediamo due giovani donne con i soprabiti alla moda e i cappelli a cloche in voga in quel periodo, l’abbigliamento suggerisce così che fosse una giornata non troppo calda.
Era primavera, era un tempo con molte incognite e con cupe minacce sul futuro.
Ed era una giornata dolce, in un luogo incantevole della nostra Liguria.
Di quel tempo queste persone avranno conservato un ricordo, una tenera nostalgia, una memoria consolatrice da riportare davanti agli occhi in momenti forse più difficili.
E l’acqua lambiva la riva, in un giorno di aprile del 1931 a Camogli.

 

Due sulla torre

“I dolci occhi scuri che sollevò verso di lui quando entrò – grandi e malinconici più per la circostanza che per loro caratteristica personale – suggerivano un temperamento caldo e affettuoso, forse leggermente sensuale, che languiva per la mancanza di qualcosa da fare, da amare o per cui soffrire.”

Così si presenta Viviette Constantine, tormentata eroina scaturita dal mirabile talento di Thomas Hardy e protagonista del romanzo Due sulla torre risalente al 1882 e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
L’inquieta Viviette, elegante signora quasi trentenne, vive a Welland House, la sua bella dimora nella campagna del placido Wessex.
È insoddisfatta Viviette, il suo destino finisce così per incrociarsi con quello di Swithin St. Cleeve, un giovane di ben diversa estrazione sociale e inoltre più giovane di lei di ben nove anni.
All’epoca della sua pubblicazione il romanzo si attirò l’accusa di essere contrario alla morale ed è lo stesso Hardy a scrivere nella prefazione che il suo libro venne considerato “sconveniente”, questo naturalmente secondo i canoni della società vittoriana ben distanti dai nostri.
La storia si dipana con garbo e delicatezza alzando il velo sull’esistenza di questa donna, moglie del dispotico Sir Blount Constantine che se ne è partito per l’Africa seguendo “la mania della caccia al leone” e strappando alla giovane sposa la promessa di vivere in solitudine fino al suo ritorno e di evitare balli ed eventi mondani.
E lei così si adegua alla sua situazione rinunciando anche a certe piccole gioie fino al giorno in cui scopre, inaspettatamente, di essere rimasta vedova.
Viviette conosce ormai già da diverso tempo il giovane Swithin del quale si è innamorata con facilità: lui è un giovane ricco di talenti e di speranze, studia appassionatamente astronomia e desidererebbe diventare astronomo reale.
E compie quei suoi studi nella torre di proprietà dei Constantine, proprio quel luogo diverrà scenario dei molti incontri tra Swithin e Viviette.

Lei lo aiuta, lo sostiene, lo segue in quella meraviglia che è la scoperta del cielo.
E ascolta e impara, si emoziona, ogni giorno il suo cuore batte più forte per lui e per i suoi ideali e il giovane la ricambia con gratitudine, devozione e trasporto.
La trama bellissima, delicata e avvincente, è ricca di tensioni e di diversi equilibri, a mio parere sarebbe perfetta per una trasposizione cinematografica, leggendo le pagine così sapientemente scritte da Thomas Hardy nella mente appare la figura di Viviette e con lei si scoprono tutti i protagonisti che ruotano attorno alla sua vicenda.
Ad esempio, guardate che curioso incidente capita a una fanciulla di nome Tabitha Lark nel silenzio della chiesa locale durante una funzione religiosa:

“Era in corso il sermone e il giovane addetto al mantice si era addormentato sui manici dello strumento. Tabitha tirò fuori il fazzoletto, con l’intenzione di svegliarlo sventolandoglielo davanti. Insieme al fazzoletto ruzzolò fuori un’intera serie di oggetti sorprendenti: un ditale d’argento, una fotografia, un piccolo portamonete, una bottiglietta di profumo, alcune monetine sciolte, nove chicchi di uva spina, una chiave.”

È una descrizione semplice e assolutamente straordinaria, del resto un grande scrittore sa fare proprio questo: ti lascia davanti agli occhi l’indimenticabile immagine di una fanciulla imbarazzata e ti fa sentire il rumore lieve di tutti quegli oggettini che cadono a terra.
Non vi svelerò i dettagli della personale ricerca della felicità di Viviette, questa è una storia ricca di colpi di scena, di sotterfugi, di notizie impreviste, di dubbi e piccoli indizi, di oggetti perduti, di viaggi, di tradimenti e di tentativi di pianificare l’esistenza proprio come vorrebbero le regole della società.
Al di là di tutto questo, davanti allo sguardo e nel fondo dell’animo, si staglia lucente e assoluto il desiderio di raggiungere l’autentica felicità e di toccarla, preservarla e viverla con tutta l’intensità della quale si sa essere capaci, con la disperata bellezza del sentimento di Viviette che palpita nutrito dalla speranza e dall’infinita meraviglia che suscita in lei il suo amato e geniale Swithin.

“Le labbra dischiuse erano labbra che parlavano, non d’amore ma di milioni di miglia; ed erano occhi, quelli, che non guardavano nelle profondità degli occhi altrui ma in altri mondi.”

Un giorno lontano a Bagni di Montecatini

Era un giorno lontano in una bella e rinomata località toscana meta di molti visitatori, un luogo dalle molte bellezze dove ritemprarsi e ritrovare il benessere.
E allora voglio portarvi là, con questa bella fotografia di Goiorani, tra queste persone che insieme trascorsero il tempo breve di una villeggiatura a Bagni di Montecatini.
Sì tratta di una di quelle fotografie affollate nelle quali la curiosità mi spinge a cercare i dettagli e gli sguardi delle persone che così siedono una accanto all’altra.

Ed è tutta una confusione di copricapi, pizzi, nastri, espressioni compite o distratte e fiocchi e collane, veli e timidezze.

Ed è uno sfoggio di baffi importanti e di inusitate signorilità.
Là in quella folla, poi, c’è anche lei: con il suo piglio sicuro, il mezzo sorriso, gli occhi luminosi, il fantastico cappello all’ultima moda con le piume vaporose.

C’è anche la ragazzina con i suoi pochi anni e la sua annoiata ingenuità, forse preferirebbe la compagnia delle sue amichette e invece mamma e papà l’hanno portata a Montecatini ed eccola lì, così imbronciata con i capelli che le cadono sulle spalle.

In ultima fila è tutto un tripudio di pagliette, cravattini ed espressioni seriose.

E camicie inamidate e occhiali da vista e pose compiaciute, un signore sulla destra tiene in una mano un bicchiere che presumo colmo dell’acqua di Montecatini.

E ancora, ecco altri avventori, ognuno di loro è un romanzo tutto da leggere.
La signora sulla sinistra con il cappello scuro e quell’abito con la vita così alta ha questa espressione così benevola e di buon cuore, si coglie in lei una connaturata predisposizione verso il prossimo, mi sembra una persona gentile e paziente.
E che dire poi di colei che notiamo in primo piano sulla destra? Così algida, aristocratica e raffinata, è una giovane donna di aggraziata bellezza.

In quel giorno là si ritrovarono tutti insieme a Bagni di Montecatini e voglio pensare che negli anni a seguire ne abbiano conservato un gradevole ricordo.
Come sempre accade in queste foto di gruppo ognuno si distingue con il proprio stile e la propria personalità.
Ed ecco così sulla sinistra la seria signora con l’abito e il cappello scuro e dietro, laggiù, una solare gentildonna vestita di chiaro dal sorriso spontaneo, sulla destra invece ecco lei che tiene il capo così reclinato, forse è un po’ timida e riservata.
E là al centro si nota quel signore con quei bei baffoni a manubrio colto mentre alza gli occhi al cielo, chissà a cosa stava pensando!

Ed è tutto un mondo, ci sono orologi da taschino e panciotti e gonne ampie e camiciole e catenine dorate e sorrisi e sospiri.
In prima fila, seduti al tavolino ecco altri visitatori.
C’è uno smilzo e attempato signore con due bianchi baffoni e alle sue spalle un tale che se ne sta così appoggiato in quella posa rilassata, c’è poi una signora tutta vestita si scuro che pare tenere gli occhi socchiusi.
E c’è un bicchiere sul tavolino ed è un’ora dolce e tutti loro sono là, in quell’altro tempo, in un frammento di vita così vivace e bellissimo, in un giorno lontano a Bagni di Montecatini.