Genova, 1908: il soggiorno di Madame E.V.

Era la calda estate del 1908 quando a Genova giunse un’elegante viaggiatrice.
Madame E.V. era entusiasta, aveva lasciato la sua verde Svizzera per le dolcezze della Riviera, quella era solo una delle tappe del suo personale Grand Tour in Italia.
Madame aveva soggiornato a Bordighera, era poi giunta Genova e in seguito avrebbe veduto la Toscana tanto vagheggiata durante le sue letture, passatempo che scacciava la noia dei pomeriggi invernali.
Ora si trovava a Genova e aveva scelto un albergo lussuoso come si conveniva a una dama del suo rango, lei e il suo sussiegoso consorte sceglievano sempre posti esclusivi.
L’hotel aveva la propria vettura: attendeva gli esigenti ospiti davanti alla Stazione Principe per condurli a destinazione con tutti gli agi.

Madame era una donna volitiva ed energica, malgrado avesse ormai superato i quarant’anni il suo viso era ancora fresco e velato da una sorta di ingenuità.
Era il suo entusiasmo per la vita a renderla quasi fanciullesca, questo sosteneva il marito che aveva per lei un’autentica adorazione, non c’era desiderio di lei che lui non tentasse di soddisfare.
Madame amava i gioielli luccicanti, le rose inglesi e i tessuti raffinati.
A Genova aveva fatto diversi acquisti, era rimasta letteralmente ammaliata dalla minuziosa armonia di certe filigrane e così aveva comprato per sé un pesante bracciale, alle sue sorelle aveva invece destinato una spilla e un paio di sfarzosi orecchini.
Madame prediligeva inoltre le trine, i pizzi e gli abiti vaporosi, si era quindi concessa una visita ai negozi dell’elegante Galleria Mazzini.

C’era un’intera città da scoprire.
Genova d’estate, per lei, aveva la fragranza dei profumi mediterranei, il caldo a tratti la spossava ma lei desiderava soltanto vivere ogni giorno intensamente senza perdere nessuno dei doni che le erano riservati.
E aveva veduto il mare calmo, lucente, liscio come velluto.
Il mare era senza confini, come il suo amore per la vita.
E poi c’era la città con i suoi segreti, le chiese e i palazzi di candido marmo, le strade dalle altezze vertiginose, le antiche pietre e i quartieri nei quali non osava addentrarsi anche se avrebbe desiderato essere, forse, persino più avventurosa.
Oh, il tempo era stato splendido e ogni cosa era andata davvero per il meglio.
Lo aveva scritto persino su quella cartolina spedita ad amici nella sua Svizzera:

Nous attendons pour visiter le cimitière.
Nous avons fait bon voyage, il fait un temps magnifique.
Aspettiamo di visitare il cimitero.
Abbiamo fatto buon viaggio, il tempo è magnifico.

Staglieno e le sue opere, le era stato raccomandato di non perdere una visita al Cimitero Monumentale di Genova e Madame aveva tenuto conto di quel consiglio, aspettava di rimirare gli angeli di candido marmo e le figure che vegliano sui riposo dei defunti in quel luogo che incantò scrittori e visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Trattenne da quel suo viaggio molte emozioni, ricordo bello dei giorni condivisi con il suo amato marito.
Il testo che ho qui riportato in francese è scritto sul retro di una cartolina spedita da Genova il 10 Agosto 1908, da essa sono tratti i dettagli che avete veduto.
Era destinata a una coppia residente in Svizzera, ho così supposto che chi la spedì provenisse appunto da quel paese.
La garbata calligrafia pare essere femminile, oltre alle due righe qui riportate ci sono ancora i saluti e al posto della firma due lettere: E. V.
Madame E.V., nella mia fervida fantasia.
L’ho vista salire in carrozza, fare acquisti in Via Roma, soffermarsi davanti a una vetrina di canditi in Via Carlo Felice.
E l’ho veduta lasciare Genova con una certa nostalgia, felice di aver scoperto una città mai veduta.
Cara Madame E.V., sono lieta che il suo soggiorno sia stato piacevole.

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Sophie Blanchard: il cielo nel destino

Questa è la storia di una donna impavida e temeraria, questa è la storia di una fanciulla che aveva il cielo nel destino.
Sophie Armant ha appena 16 anni quando, nel 1794, sposa Jean Pierre Blanchard: lui è un brillante scienziato quarantunenne, fin da ragazzo si è distinto per il suo estro geniale che gli ha permesso di costruire particolari e avveniristici macchinari come ad esempio un vascello volante.
Blanchard ha una passione sfrenata: è un coraggioso aeronauta, è famoso per aver volato dall’Inghilterra alla Francia con il suo pallone aerostatico nella primavera del 1795.
Sophie, sua moglie, erediterà il suo amore per il volo: è il 1808 quando la giovane rimane vedova e continua ciò che ha appreso durante gli anni del suo matrimonio, Sophie è coraggiosa e intrepida, diverrà lei stessa celebre per le sue molte ascensioni e per una vicenda che la farà balzare agli onori delle cronache.

È un giorno d’estate: il 15 Agosto 1811 si celebrano a Milano i festeggiamenti per il genetliaco dell’Imperatore Napoleone Bonaparte.
Sono previste grandi feste, evoluzioni militari e divertimenti di vario genere.
E ci sarà anche lei, Madame Blanchard si alzerà in cielo con il suo pallone e gli astanti ammireranno stupefatti il suo straordinario volo.
Giunge il suo momento, davanti alla folla oceanica delle grandi occasioni Sophie si appresta a compiere la sua ascensione.
Per un intoppo il pallone sembra non muoversi, la folla è impaziente e Sophie fa così un gesto repentino e stacca all’improvviso le corde da terra.
E il pallone si leva alto velocissimo e scompare rapido portato via dal vento.
Stupore, meraviglia, timore per la sorte di lei, il 17 agosto le cronache ancora non hanno sue notizie.
Infreddolita, stretta nel suo abito leggero, Sophie è in balia del suo destino ma non si arrende, lei è una principessa dell’avventura.
Le correnti l’hanno spinta lontana, verso la Val Trebbia, in un bosco di Montebruno.

Sophie butta l’arpione per atterrare ma il pallone finisce per rimanere tra gli alberi fitti.
E scende la notte e poi spunta l’aurora e alcuni pastori del luogo si avvicinano incuriositi e timorosi, quasi non ci possono credere!
Ognuno fa le proprie supposizioni, a Montebruno in passato c’era stata un’apparizione della Madonna e questa macchina venuta dal cielo portava forse, ancora una volta, la Vergine Maria?
Chi era colei che parlava quella lingua sconosciuta?
Cosa era accaduto in quella notte fatale? Forse si trattava di ladri?
E provate a immaginare quale sensazionale emozione percorse la gente di Montebruno in quel frangente!

Sophie fu poi affidata alle cure del sindaco di Montebruno e dalla Val Trebbia raggiunse quindi Genova, l’eco della sua vicenda giunse anche a Milano.
E suscitò grande curiosità la notizia dell’incidente avvenuto a Madame Blanchard, lei era una creatura particolare per il suo tempo ed era talmente coraggiosa da voler ritentare l’impresa fallita a Milano.
E così chiese di poter ripetere un secondo volo, il permesso non le venne però accordato.
Ritornò a Parigi e proseguì la serie delle sue mirabili avventure, narrano le cronache che una volta finì persino in una palude.
E nella capitale francese si compì il suo destino.
Era una sera di luglio e c’era una grande festa, era previsto che Sophie compisse il suo volo con il pallone accompagnata da scenografici fuochi d’artificio.
E lo spettacolo iniziò, i fuochi fiammeggiavano sotto di lei, mentre Sophie reggeva in una mano una miccia per accendere un ulteriore fuoco.
Accadde l’imprevedibile, il pallone si incendiò davanti agli occhi increduli della folla.

E il vento la sospinse lontana, la fiamma ardeva e il destino questa volta non fu gentile con lei, un arpione di ferro agganciò e fece capovolgere il cesto che la ospitava: Sophie precipitò in una strada di Parigi ed esalò così il suo ultimo respiro.
A Sophie Blanchard è stato dedicato un interessante volumetto dal titolo Sophie Blanchard, amazzone del cielo in Val Trebbia e ne è autore Giovanni Ferrero, il libro è stato pubblicato nel 1999 per la Biblioteca dell’Alta Comunità Montana Alta Val Trebbia e da queste pagine sono tratte le notizie che avete letto.
In quegli anni ’90 a Montebruno fu realizzata anche una mostra e ci furono anche alcune manifestazioni con le mongolfiere in ricordo di quella lontana vicenda.
Le immagini che avete veduto si trovano appunto nel Comune di Montebruno e ricordano quel giorno straordinario di un altro secolo.
La Blanchard ebbe molti riconoscimenti di prestigio, ad esempio Re Luigi XVIII la nominò ufficiale aeronauta della Restaurazione.
Sophie morì a soli 41 anni e riposa al cimitero di Père-Lachaise.
Nei suoi giorni spericolati su questa terra capitò anche nei boschi della Val Trebbia, testarda fanciulla avventurosa che aveva il cielo nel destino.

Luglio 1917: una cartolina dal Bosco delle Fate

Era stato un viaggio lungo e a suo modo tumultuoso, la signorina Laura non vedeva l’ora di giungere a destinazione e lungo il percorso più di una volta si sorprese ad ammirare il panorama che le scorreva davanti agli occhi.
I prati, gli alberi fitti, la natura ricca e generosa.
E così quando prese posto nella sua camera d’albergo in quel di Fontanigorda si ritenne più che soddisfatta della sua scelta: il tempo della villeggiatura era iniziato, ora finalmente poteva godersi le passeggiate all’ombra dei castagni e le molte dolcezze dell’estate.

Dopo breve tempo acquistò anche una cartolina da spedire a Mary che in quel mese di luglio si trovava ancora a Genova tormentata dalla calura cittadina.
Forse Laura avrebbe voluto condividere con lei quelle passeggiate ritempranti al fresco e la meraviglia dei monti che circondano il piccolo paesino.

E così inviò una cartolina nel quale si vedeva di un luogo amato: l’incantevole Bosco delle fate meta dei suoi pomeriggi estivi.
La cartolina partì il 15 Luglio 1917 e dopo breve giunse tra le mani di Mary, chissà se a lei venne il desiderio di trascorrere qualche giorno in Val Trebbia, queste sono le parole che le scrisse la cara Laura:

“È un soggiorno davvero bello questo e se non fosse per il viaggio un po’ disagevole e l’albergo mancante del comfort al quale tu eri abituata ti direi di venire a passarvi qualche settimana.
La compagnia è simpatica e il vitto è buono e dei nostri alberghi montanini è il più pulito di quanti ne vidi.”

Frammenti di estati passate riemergono così nel nostro presente, la nostra villeggiante narra poi delle sue due brevi passeggiate giornaliere e dice che si gode l’ombra degli amorosi castagni.

Lo facciamo ancora adesso, oltre cento anni dopo.
Le rocce, il sentiero, la curva gentile.
Non c’è più la capanna, adesso ci sono gli scivoli, le altalene e i giochi per i bambini.
Ancora ci sono i castagni, fieri testimoni del tempo lontano e del dolce soggiorno di Laura che qui trascorse l’estate del 1917.

Estate in campagna

Estate in campagna, è il tempo di momenti gioiosi che poi diverranno teneri ricordi.
Ha quel sapore lì la nostalgia, ti prende in un momento in cui tu non sai come affrontarla e ti porta indietro, ai giorni che hai vissuto.
Il tempo scorre, scivola via veloce e tu a volte vorresti poterlo fermare ed essere ancora la ragazza che sorrideva al fotografo in quel giorno d’estate.
Ed era caldo, avevi il tuo abito leggero con il tessuto in fantasia, quello con la gonna ampia.
Indossavi anche il tuo luminoso sorriso ed eri speciale, ti sentivi anche così.
Tutte insieme in estate, in campagna.
Lanciavate i sassi nell’acqua gelata e ridevate di gusto mentre i sassi andavano a fondo facendo quel suono che si affievoliva fino a scomparire.

Una giornata felice che racchiudeva promesse e tante speranze, c’era un futuro da immaginare e c’erano vite da costruire, sogni da far divenire solide realtà.
E sorrisi, sinceri e aperti, visi puliti.
E acqua e sassi, in un giorno d’estate.

Un’immagine cara di te, il tuo sorriso e i il tuo volto di ragazza, accanto a persone amate.
E chissà se i tuoi desideri di allora sono stati esauditi e se la vita è stata gentile con te.
Tu comunque hai fatto del tuo meglio, hai vissuto ogni istante con entusiasmo e sei sempre rimasta fedele a te stessa, in fondo sei rimasta la ragazza che eri.
Come in quel tempo lontano, quando le vostre figure si riflettevano nell’acqua tremula.
Era un giorno d’estate, a Gattorna, nel 1930.

Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Un pomeriggio con la nonna Teresa

Come se non fossero mai passati tutti questi anni, io mi ricordo ancora quei pomeriggi con la nonna Teresa.
La nonna abitava nel mio palazzo e così quando ero piccola mi bastava salire qualche piano di scale per andarla a trovare.
Come ho già avuto modo di ricordare, la nonna era una ragazza del ‘99, gente di altra tempra rispetto a noi.
La nonna non stava mai con le mani in mano, era sempre impegnata con le sue attività: raccoglieva le fotografie per l’album di famiglia, scriveva aneddoti e memorie, soprattutto passava un sacco di tempo a cucire.
La nonna aveva una vecchia Singer con il pedale e spesso la trovavi all’opera con aghi, fili e stoffe, va detto che a volte cuciva delle cose del tutto inutili ma allora mi sembrava sempre che facesse lavori assolutamente indispensabili.

Foto scattata a Fontanigorda

La nonna aveva anche un apparecchietto di plastica colorata a forma di macchina da cucire, era un piccolo aggeggio che serviva a infilare l’ago e all’epoca mi sembrava una cosa fantastica, di recente mi è capitato di vederlo in vendita sui banchi del mercato e ho avuto un vero e proprio moto di nostalgia.
Alla nonna piaceva anche cucinare e le riusciva molto bene peccato che fosse spesso in altre faccende affaccendata e quindi sovente si scordava le pentole sul fuoco, io mi ricordo benissimo certe pietanze e certe minestre carbonizzate a dovere.
A casa della nonna poi trovavo sempre riviste interessanti e così molto spesso me ne tornavo nella mia cameretta con un discreto bottino di imperdibili letture.
La mia preferita in assoluto era una rivista di leggerezze, diciamo così: aveva un formato insolito, la carta sottile e molte foto in bianco e nero.
Ed erano pagine e pagine di pettegolezzi sulle stelle del cinema e sui componenti delle case reali europee, la leggevo con una certa curiosità per i matrimoni da favola, i nuovi amori e le storie sensazionali.
C’erano poi i settimanali che comprava mia zia con le istruzioni per la maglia o l’uncinetto, i servizi di moda, le notiziole utili per la casa.
E su quelle pagine andavo sempre a cercare la rubrica con i trucchetti della nonna, a dire il vero in seguito non credo di essermi mai ricordata di seguire uno di quei consigli ma all’epoca mi sembrava fondamentale informarmi sul modo migliore per pulire l’argenteria, tanto per fare un esempio.
Sulla scrivania della nonna poi non mancava mai il barattolino argentato della Coccoina, quell’odore per me è un ricordo d’infanzia.
Lei usava la colla per attaccare sui suoi quaderni le ricette ritagliate dalle riviste e la utilizzava anche per l’album dei ricordi di famiglia.
La nonna Teresa era maestra elementare e ogni tanto tirava fuori le fotografie di lei con i suoi studenti, adesso conservo io quelle foto di classe.
E poi la nonna raccontava dei suoi giorni da insegnante e di quando da piccola andava al mare a Sampierdarena, in campagna agli Erzelli oppure a Pontedecimo.
E la ringrazio per aver scritto i suoi ricordi, se non lo avesse fatto sarebbero andati perduti mentre invece sono impressi sulla carta con la sua calligrafia ordinata e precisa.
Rileggere adesso quelle storie è come tornare indietro nel tempo e trascorrere ancora, di nuovo, un pomeriggio con la nonna Teresa.

La ragazza con la bicicletta

Le scarpe bianche con il tacco basso, il piede sul pedale.
La camicia in fantasia con le maniche ampie e stretta sui polsi, le mani saldamente posate sul manubrio, il tuo breve viaggio che sta per iniziare.
I capelli folti e ribelli sotto al cappello, quella visiera sarà sufficiente a ripararti dal sole?
Gli orecchini ai lobi, un vezzo irrinunciabile.
La gonna alle caviglie, una balza che svolazza mentre tu pedali.
E l’aria sul viso, poi chiudi gli occhi e respiri.
E ridi anche, sei felice.
Felice, per davvero, si può esserlo anche solo provando la vertigine della libertà.
Ed è molto più facile andare in bicicletta indossando i pantaloni, ci hai mai pensato oppure un’idea così balzana non ti è mai passata per la mente?
Pedali su un lungo viale all’ombra dei tigli, a volte invece vicino al mare, ti lasci alle spalle il tempo trascorso, la casa alla quale ritornerai, dimentichi le tue preoccupazioni.
Respiri l’aria fragrante di agrumi, ti perdi nella tua indipendenza e non senti neppure la stanchezza, hai tutto il vigore della tua gioventù.
Tu, i tuoi giorni, la tua libertà e la tua bicicletta.

La forza di una madre

Buona e affabile, severa ma giusta, sempre paziente e pronta ad ascoltare, una madre a volte disposta anche a nascondere le sue preoccupazioni.
Ed eccola vicina alle sue ragazze, ad ognuna di loro ha trasmesso il suo senso di generosità e la sua modestia, ad ognuna di loro ha insegnato la buona educazione, il ricamo a punto intaglio e certe filastrocche mai dimenticate.
Per ognuna ha preparato un corredo, ad ogni figlia ha destinato uno dei suoi anelli.
E non si risparmia, da madre amorevole e protettiva.

E poi, in certe famiglie numerose, a volte il primogenito segue le tracce paterne, raccoglie un testimone e magari porta avanti un’attività che con gli anni è divenuta fiorente.
Fratelli e sorelle, ognuno è una speranza e un pezzo di cuore.

E poi c’è la più piccina, è timida e coccolata da tutti, lei è la gioia dei suoi genitori.
Manco a dirlo, tra tanti figli uno solo è il più irrequieto ed è vero, porta l’abito dei giorni di festa con quel grande fiocco sul gilet, ostenta pure una certa sicurezza.
E poi ha quel sorrisetto, lui è quello che fa sempre disperare la mamma, fa i dispetti alla sorellina e ne combina di tutti i colori.

E lei, la mamma, lo riprende con la sua dolce pazienza, poi lo coccola, a volte sembra quasi che lo vizi un po’ ma in realtà è semplicemente affettuosa come è sempre stata con tutti i suoi figli.
Con costanza e abnegazione, con i suoi piccoli eroismi quotidiani e senza paura, unica e speciale, con la forza di una madre.

Storie di donne

Gli oggetti che fanno parte della nostra vita raccontano di noi e a volte, non sai come accada, ti pare di vedere le persone alle quali sono appartenuti.
Una giovane donna bionda e sottile.
L’amore e il primo appuntamento, un abito a fiori lungo fino alle caviglie e un cappello color verde prato.
Una promessa, forse per sempre.
Un’altra donna e una storia diversa.
Lei è una persona austera ed è la madre dello sposo, infatti al matrimonio siede impettita in prima fila e tiene stretta una borsetta scura con la catenella dorata, è l’unico vezzo che si è concessa per questa importante cerimonia.
Un altro tempo, altri sorrisi.
Una gita in barca, tre amiche, nel pieno degli anni Ottanta.
E sono risate e granite al limone, canzoni di Gloria Gaynor cantate a squarciagola e cappelli di paglia color confetto, una delle tre ne porta uno rosa decorato con dei fiori.
Un’altra giovane donna e un colloquio di lavoro: tailleur, borsa marrone, capelli lisci e perfettamente pettinati.
Un temporale.
Uno scroscio di pioggia improvviso.
E una ragazza che corre, con il braccio tenta di ripararsi, porta le unghie laccate di rosso e rossa è anche la sua tracolla.
E ancora potresti immaginare altre di vite, potresti indovinare oppure no.
E ancora potresti fantasticare di amori, avventure, fughe e amicizie, momenti indimenticabili e giornate da ricordare.
Ogni vita è un romanzo e in qualche modo, non sai come accada, le nostre cose parlano di noi.

Una giornata da ricordare

Fu una giornata da ricordare, un tempo di emozioni intense e tanto attese e quando giunse il momento di mettersi in posa per la fotografia di rito davvero sembrò che ogni cosa fosse al suo posto.
Bianco, bianco niveo e candido.
Bianco di veli leggeri, di pizzi fastosi, bianco di bottoni di madreperla, di passamanerie e di piccoli fiori minuti sopra il cappello vezzoso.

Un istante da conservare, memoria bella e commovente soprattutto per la più piccina.
La scena pare essere tutta sua, lei è ritratta tra le donne adulte e si direbbe che questo sia il giorno della sua prima comunione.
Seria, trattiene in respiro, non fa un sorriso.
Lei è una bambina grande, del resto, lei si sente così.
Immobile, buona e composta, accanto alla sua giovane zia.

E poi pizzi francesi, maniche a sbuffo, nastri, candidi guanti a coprire la pelle chiara, un’armoniosa e perfetta postura.

E poi.
E poi la nostra bambina non era figlia unica, a quanto pare.
E d’altra parte si può anche capire tutta questa noia del tempo delle cerimonie quando vorresti soltanto correre e giocare e invece ti tocca startene lì con l’abito elegante perché ti hanno detto che si fa così e basta, non si discute.
Nasce così un moto spontaneo di disobbedienza, nell’espressione impaziente e persino in quel gesto scomposto e ribelle: la mano appena infilata nella cintura.
E c’è un romanzo tutto da leggere in questo sguardo, è la sfrontatezza innocente dell’infanzia.

Poi il tempo svanisce, resta il ricordo di te e della tua sorellina.
Tra la mamma e la zia, memoria di giorni bambini al tempo delle raffinate eleganze.