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Posts Tagged ‘Donne’

Avere sedici anni nel 1867: da diversi giorni sto provando ad immaginare quelle sensazioni e non posso dire di esserci riuscita.
Sembra una faccenda dannatamente complicata, è difficile capire le esistenze degli altri.
Questi pensieri sono ancora riconducibili ad una fotografia e alle vicende di una famiglia della quale sto tentando di ricostruire la storia: scartabellando tra archivi e documenti ho scoperto che una certa fanciulla aveva circa sedici anni quando si è sposata.
E quindi sto provando a immaginare lei e le sue emozioni, le sue speranze e i suoi pensieri.
Hai sedici anni, nel 1867.
Sei cresciuta in una famiglia che si è presa cura di te, forse ti hanno anche un po’ viziata.
Epoca turbolenta la tua, sei nata prima dell’Unità d’Italia.
E poi è venuto il tempo delle grandi imprese, tu talvolta ascoltavi i discorsi dei grandi e comunque lo capivi anche tu che qualcosa di grande stava per succedere.
Sei stata bambina, fanciulla e improvvisamente donna.
E io ho qua le immagini che parlano di te, queste fotografie raccontano alcuni istanti della tua vita.

Tua mamma, con pazienza, ti ha spiegato i tuoi doveri.
E poi magari a volte ti guardavi intorno e vedevi che c’erano persone meno fortunate di te, per loro ogni giorno era fatica, tu invece sei nata in una famiglia molto abbiente, non ti è mai mancato nulla: hai avuto abiti alla moda, gioielli, sfarzo.
Però non basta, vero?
La tua mamma se ne è andata troppo presto, io questo lo so.
Amore?
Amore, voglio crederlo.
Perché ti ho vista vicina al tuo sposo e io sì, penso che quello fosse amore.
E io ti guardo, con quell’abito tutto nastri, velluti e fastose frange, con quella pettinatura complicata, ti guardo e non ci posso credere, sei solo una ragazza ma sembri molto più grande.
Avere sedici anni nel 1867.
Come si fa a capire com’era?
E voi due vi siete scelti oppure no?
Due famiglie importanti, il vostro matrimonio.
E poi la vita insieme, voi due.
Sei diventata madre ed eri un fiore di fanciulla.
E come sarà stato per te e per tutte le giovani della tua epoca?
In quel tempo là, in cui la vita era così fragile, bastava una febbre, un malanno, un soffio.
Come si fa a comprendere come si affronta la vita con questa consapevolezza?
Noi che viviamo in quest’epoca di benessere siamo in grado di capire le ragazze come te?
Le tue amarezze e i tuoi dolori, so che li hai avuti, però non so come li hai affrontati.
Ti ho immaginata, nella tua grande casa, ti ho pensata affabile, generosa e attenta.
E malinconica, a volte.
E ho tutte queste domande e altre cento ancora, non se avrò tutte le risposte e non so se riuscirò a capirti.
E tu, l’avresti mai detto?
Da tanto tempo nessuno pronunciava il tuo nome.
E poi, all’improvviso una sconosciuta, con tutti questi interrogativi.
Io il tuo nome l’ho pronunciato, più di una volta.
E ho provato a immaginare le tue paure, le tue emozioni, la tua fiducia nel futuro.
Tu.
Tu che avevi sedici anni nel 1867.

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La signora capitò a Genova nel cuore dell’estate.
Non so dirvi quanto si trattenne, di certo ebbe modo di apprezzare le bellezze cittadine e tornò a casa portando con sé il ricordo della cortesia che le era stata riservata.
Date le circostanze credo di non sbagliare a sostenere che con tutta probabilità la nostra viaggiatrice apparteneva al bel mondo, faceva parte dell’alta società.
Un’americana a Genova, le cronache purtroppo non hanno tramandato il suo nome ma ci parlano di lei nel giorno in cui la sua partenza è vicina.
La attende un lungo viaggio e prima di lasciare la Superba la signora si concede una ricca colazione al Bavaria con certi parenti.
E qui mi sorge un legittimo dubbio, sarà stato il Bavaria di Piazza De Ferrari che si faceva pubblicità con queste eleganti cartoline?

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oppure forse si trattava dell’Hotel sovrastante Corvetto?
Sarebbe anche legittimo pensarlo, visto che parliamo di una viaggiatrice, forse alloggiava in una di quelle stanze che sovrastano la bella piazza nel centro di Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In ogni caso torniamo a lei, la protagonista della nostra storia.
Il piroscafo per l’America l’attende, è tempo di partire.
E proprio prima di attraversare l’oceano nello sbigottimento generale la signora si accorge che le mancano gli anelli di brillanti: 4 preziosi gioielli del valore di 10.000 Lire!
Ci pensa un po’ su e poi si rammenta di averli lasciati nella toilette del Bavaria, la signora però non può scendere da bordo e manda così un amico che in tutta fretta si precipita sul posto.
Ad accoglierlo è il proprietario, il Signor Fezzardi bonariamente tranquillizza il suo interlocutore: gli anelli sono al sicuro, a riconsegnarli è stato il piccolo venditore di sigari, un ragazzino di nome Guglielmo.
Guglielmo li aveva trovati, Guglielmo li aveva riconsegnati.
E così la signora americana riebbe i suoi anelli, il piccolo venditore ricevette una ricompensa di 500 lire.
Non che allora il mondo fosse un posto migliore, nelle cronache del tempo si trova la consueta sequenza di truffe, furtarelli e ruberie di vario genere.
E poi ci sono quelli come Guglielmo: sono loro a far tutta la differenza, in qualunque epoca.
La notizia è riportata su Il Lavoro del 25 Luglio 1908, è passato tanto tempo da allora.
Io immagino la signora americana sul piroscafo che la condurrà oltreoceano: osserva la costa allontanarsi e sorride serena.
E non solo perché ha riavuto i suoi anelli, sorride perché anche lei sa che al mondo ci sono persone come Guglielmo e sono solo loro a far tutta la differenza.

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Di lei non conosco il nome, lei in qualche modo è unica.
Aggraziata ed elegante, indossa un abito rifinito con raffinate bordature, porta i guanti come si conviene ad una giovane della buona società.

E non è perfetta, ha una piccola fessura tra due denti.
La sua pelle è diafana, i suoi occhi sono chiari e vivaci, i riccioli morbidi incorniciano il suo bel viso.
È briosa, esuberante e certamente socievole.
E ha un cappello favoloso, che grazia soave!
In questo frammento della sua vita si svela con un atteggiamento quasi rivoluzionario a mio parere, è proprio questo a distinguerla dalle altre giovani del suo tempo ritratte in pose simili alla sua.
Forse non ha saputo trattenersi, forse la felicità di questo momento è davvero incontenibile, così lei segue soltanto il suo istinto e a differenza di tutte le altre lei sorride.
Sì, sorride.
Ed è un sorriso luminoso il suo, racconta la pienezza di un momento gioioso, la raggiunta felicità e la fierezza di essere madre.

Non occorrono tante parole per narrare di lei.
Le sue dita trattengono le manine della sua creatura, il suo sguardo è pieno di vita, di sogni e di futuro.
La posa è composta ma lei sorride spontanea, radiosa, sincera e vera.
Parla con i suoi gesti, con la sua garbata postura.
Parla a chi la osserva ed è come se dicesse: guarda come sono felice, guarda che dono immenso ho ricevuto.
Guarda anche tu.
Questa è la felicità di una madre.

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Lasciò Parigi senza rimpianti, Mademoiselle Églantine partì portando con sé il suo baule pieno di abiti sgargianti e il suo cofanetto colmo di gioielli vistosi.
Églantine era una giovane donna disincantata e persino troppo esperta della vita, a soli 22 anni non coltivava alcun sogno.
Docile non era mai stata e aveva imparato alla sua maniera l’arte di districarsi nelle angustie del mondo dominando la propria volubilità e usando l’arma della sua grazia, Monsieur Etienne soddisfaceva tutti i suoi capricci e a Églantine bastava sgranare quei suoi occhi screziati di oro per veder esaudito ogni suo desiderio.
L’amore, lei lo sapeva, era un’altra faccenda ma la fragilità dei sentimenti si dissolve presto nella disillusione e di questo Églantine era convinta.
In un furore di improvvise inquietudini aveva fatto i bagagli ed era partita senza alcun preavviso, aveva lasciato sul tavolino di mogano un biglietto con parole vaghe e Monsieur Etienne, attonito, non era stato capace di interpretarle.
Così Églantine era arrivata sulla riviera francese, a Mentone.
Altera nel suo abito verde smeraldo, incedeva riparandosi la carnagione chiara con un raffinato parasole, non passava certo inosservata con la sua fresca ed intrigante bellezza.
Églantine aveva le labbra carnose, il suo viso era un ovale perfetto, sembrava una creatura dipinta da un pittore preraffaellita.
I boccoli lucenti le sfioravano le spalle, con le dita sottili giocherellava nervosa con un ciondolo che portava al collo.
Tirò un sospiro e si fermò ad osservare il mare.

Il vociare di tutte quella gente che affollava la promenade di Mentone la frastornava, temeva di scoprirsi fragile, aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Lei così abile a decifrare certi sguardi indagatori, lei sempre guardinga e pronta a difendersi.

Passò accanto a due uomini che parevano impegnati in una fitta conversazione, uno dei due stava appoggiato al muretto, ad Églantine parve di cogliere un certo interesse nei suoi confronti.
Del resto una signorina di Parigi sa come vanno le cose del mondo.

Si guardò intorno, quell’atmosfera quietamente gioiosa era per lei in qualche modo straniante.
A Mentone, sul lungomare, ognuno pareva sentirsi a proprio agio: c’erano coppie di sposi, gruppi di amici, intere famiglie.
E lei, sola, tra quegli sconosciuti.

Un attempato gentiluomo passeggiava reggendosi al bastone, la signora seduta al sole volgeva il capo verso Églantine e anche l’uomo dall’aspetto severo sembrava ammirarla da dietro i suoi occhiali scuri.
Tutti quegli sguardi.
E lei, sola, con la sua giovinezza inquieta.

Una voce squillante la distrasse dai suoi pensieri, si girò e i suoi occhi incontrarono il visetto impertinente di un bambino.
La mamma continuava a dirgli di stare composto e lui si mordicchiava il labbro e muoveva le gambe avanti e indietro.
Inquieto, proprio come Églantine.

Passarono i giorni, a Parigi Monsieur Etienne attese invano il ritorno di Églantine, a lui rimasero solo quel biglietto e quelle parole scritte da lei, non riuscì mai a comprenderne il significato.
Trascorsero gli anni e i decenni, la riviera francese mutò il suo aspetto e cambiarono anche i suoi frequentatori.
Lei giunse in una mattina di primavera e non furono pochi a notarla.
Aveva una certa età ormai, il passo era più lento ma sempre aggraziato, era ancora sottile e leggera come nella sua gioventù.
Camminava scrutando l’orizzonte, Églantine era assorta nei suoi pensieri non più inquieti.
Chiuse gli occhi e lasciò che la brezza marina sfiorasse il suo viso.
E sorrise, senza alcun rimpianto.

**********

In questa cartolina di Mentone ci sono tutte le persone che vi ho descritto, manca soltanto colei che osserva scorrere la vita.
E sarà pure esistita una fanciulla come lei, io mi sono soltanto divertita ad immaginarla e a darle un volto.
Accadde molto tempo fa, sulla promenade di Mentone: là giunse una ragazza di nome Églantine.

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Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Certe notizie, a volte, corrono veloci: destano stupore e sbigottimento, toccano il cuore e lasciano sconcertati.
Di questo fatto, a Genova, ne hanno parlato tutti, del resto le particolari circostanze del caso hanno davvero impressionato, magari ne siete già al corrente.
Quei due ragazzi, che dispiacere!
Lei era una fanciulla gentile, così solare e dai modi garbati, piena di gioia di vivere, Luigia aveva appena diciott’anni, faceva la cameriera e nella sua testa c’erano tutti quei sogni tipici delle ragazze della sua età, quei segreti che non si dicono sennò non si avverano.
Aveva un fidanzato di nome Giuseppe, bella coppia quei due, lo dicono tutti quelli che li hanno conosciuti, che pena infinita per la loro disgraziata vicenda!
Accadde in autunno, in un giorno davvero triste.
Luigia è con il fidanzato, con loro c’è anche la mamma di lei, i tre se ne vanno all’Acquasola a prendere qualcosa da bere.

Tutto all’improvviso, questione d’istanti.
Il ragazzo beve un sorso dal bicchiere che gli viene servito e riesce appena a pronunciare poche confuse parole prima di cadere a terra.
Lo stesso destino tocca alla madre di Luigia, poi è la volta della povera ragazza che contorcendosi per il dolore crolla addosso al suo fidanzato esalando l’ultimo respiro.
Sono momenti concitati, alcuni medici presenti sul posto prestano i primi soccorsi.
Per i tre purtroppo non c’è nulla da fare, le loro vite sono state spezzate da una distrazione fatale: nella bottiglia infatti era contenuto un liquido dagli effetti mortali servito per errore agli sfortunati avventori.
Giunge sul posto il padre del ragazzo e tra le lacrime apprende della morte del figlio, in breve tempo arrivano anche le autorità, il locale viene chiuso e il proprietario e il suo garzone sono tratti in arresto.
La folla, avreste dovuto vedere la folla attorno alle tre povere vittime!
Espressioni attonite, volti rigati di lacrime, si dice che a turbare maggiormente i presenti fu proprio la povera ragazza con la sua acerba bellezza: i capelli scuri, la pelle chiara, l’abito candido.
Senza più vita, perduta e innocente.
Ne parlarono tutti, per lungo tempo, a Genova.

E voi? Avete mai sentito questo fatto di cronaca? Vi sembra di ricordarlo, forse?
Potrebbe essere accaduto dieci anni fa o forse più di recente.
O forse no?
C’è un indizio che può indicare il periodo al quale risale questa vicenda: il nome di lei, Luigia, non certo comune nel nostro secolo.
Riguardo a tutto il resto, purtroppo, la vicenda potrebbe anche essere attuale, il progresso purtroppo non è esente da errori umani, come ben sappiamo.
E le vite degli uomini sono sempre uguali, ognuno di noi ha sogni, affetti, speranze, piccoli progetti segreti.
Questa è una vicenda non particolarmente intricata, è solo un tragico fatto di cronaca: accadde nel 1859, a Genova, la notizia è riportata dalla Gazzetta del Popolo.
Tre vite spezzate e tra loro una figura che mi ha colpita più delle altre.
Ed è lei, con i suoi capelli corvini e la sua pelle chiara, una fanciulla di Genova di nome Luigia.
Attraversa l’Acquasola, va incontro al suo destino: questo è il ricordo di lei.

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Mi hanno colpita la sua grazia e l’eleganza della sua postura, lei è una misteriosa gentildonna, non so il suo nome ma ho incontrato il suo sguardo in una delle sale di Palazzo Rosso.
Forse i critici d’arte conoscono la sua vera identità, io non so dirvi nulla su questa giovane donna ritratta da Jacop Ferdinand Voet, pittore originario di Anversa vissuto nella seconda metà del ‘600.
Lei con una mano pare stringere un lembo della sua veste chiara.

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Porta un abito raffinato dalle ricche maniche di pizzo, il vestito è ingentilito da vaporosi fiocchi rossi come papaveri.
E così la sua immagine è giunta fino a noi, nella sua incontestabile grazia.

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Indossa orecchini preziosi e al collo porta una collana di perle, i riccioli si posano sulla sua pelle bianca.
Chi sei, graziosa dama di un altro tempo?
Il suo sguardo vivace ha catturato la mia attenzione, la immagino inquieta davanti al pittore, la penso a suo modo impaziente.
L’attesa e la posa immobile, forse invece lei vorrebbe parlare o magari ridere, forse trattiene il respiro.
Forse, io credo.

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Regge con la mano una mascherina nera e a questo dettaglio si lega l’intera opera denominata appunto Ritratto di dama con maschera.

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Nel mese del Carnevale ho incontrato lei.
Viene da un tempo lontano, dama gentile con quella veste dai fiocchi vermigli, con la maschera scura per celare il suo viso.
Viene da un tempo lontano e ancora ci osserva, in un salone di Palazzo Rosso.

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Ebbe la sua gloria in un giorno d’estate e trionfò su tutte le altre.
Cesira Rolla era una ragazza del popolo, una semplice sartina di Prè, a lei toccò lo scettro di prima reginetta di bellezza di Genova, accadde nel giugno del 1910.
Come riportano i giornali d’epoca, come ad esempio Il Secolo XIX, ad eleggerla furono le fanciulle della città, il voto era riservato esclusivamente alle ragazze di età compresa tra i 12 e i 25 anni.
A scorrere quanto riportato dai quotidiani si capisce che la grandiosa vittoria di Cesira fu anche dettata da un sorta di fervore campanilistico, con grande partecipazione di pubblico e affettuoso entusiasmo la gente del Sestiere di Prè fece vincere la sua candidata che sbaragliò tutte le altre.

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La bella Cesira si assicurò così 131 voti distaccando di molto i cento voti ricevuti dalla seconda classificata, Lydia Pedemonte, rappresentante del Sestiere di Portoria.
Il concorso non premiava solo la bellezza, si voleva anche dare un riconoscimento a una fanciulla che per le sue doti rappresentava l’orgoglio del suo sestiere e di Genova tutta.
E viva la vittoriosa Cesira!
La vicenda che la vide protagonista ebbe anche altri risvolti che emergono con chiarezza dagli articoli del tempo.
In quel periodo c’erano le elezioni amministrative, si discuteva con fervore sulla futura eventualità di concedere il voto alle donne e dopo l’elezione di Cesira il cronista del quotidiano Il Lavoro, ad esempio, fu piuttosto critico in merito.
In ogni caso la ragazza di Prè fu incoronata con tutti gli onori Regina della Superba e naturalmente per l’occasione si tenne una fastosa cerimonia per celebrare Sua Maestà Cesira I.
Le feste durarono diversi giorni, ci furono una grande esposizione nei negozi e uno spettacolo al Carlo Felice, si tennero gare sportive e un pranzo di gala, ci fu un concorso bandistico al Mercato Orientale e venne organizzata una gita in piroscafo nel golfo di Genova.
Gli eventi certo non mancarono!

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Andiamo al 24 Giugno, è il giorno dell’incoronazione e la folla festante freme, tutti vogliono vedere Cesira!

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Un corteo di carrozze sfila per la città, attraversa Via XX Settembre e Corso Buenos Aires, la reginetta viene acclamata dalla gente di Genova, squillano le trombe e scrosciano gli applausi mentre un banditore che precede il corteo annuncia al popolo ciò che sta accadendo.

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Cesira in trionfo giunge così al Lido di Albaro.

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Ed è grazie al cronista di Il Lavoro se conosciamo il colore del ricco abito della Rolla, la reginetta dagli occhi scuri e vivaci è in verde pisello, le altre concorrenti sfoggiano vestiti di altri colori, una è in giallo, una in celeste e un’altra in malva.
Giunta al Lido, la fanciulla emozionata ed esitante si appresta a raggiungere il palco a lei riservato.
Tentenna, rallenta, non sembra avere il passo deciso e dal popolo si leva un coro di voci che la rincuora:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!
– Forza Cesira che sei nella salita!
La giovane riprende così coraggio e sale sul palco dove un tale vestito da Doge con tutta la solennità del caso pone la corona sul capo di lei.
Eccola qua Cesira I insieme alla sua corte.

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L’affettuosa incitazione viene utilizzata anche in un’altra differente circostanza, l’episodio è citato nel volume “Vendo l’argento do mâ” di Ivana Ferrando edito da Sagep.
Dunque, l’autrice narra con sapiente maestria dei carbonai che avevano anche il compito di provvedere ai rifornimenti di ghiaccio, costoro usavano dei carri trainati da cavalli.
Ebbene, una di queste cavalle si chiamava Cesira e all’inizio di Via Assarotti, davanti alla pendenza della salita, veniva spronata dal carrettiere proprio con quelle parole:
– Issa Cesira, che ti é in ta rampa!

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L’autrice saggiamente sottolinea che non è dato sapere se venne prima la cavalla o la reginetta, chissà a chi dobbiamo questo celebre grido in dialetto, Issa Cesira è anche il titolo di una canzone di Mario Cappello.
Le belle immagini che avete veduto appartengono alla ricca collezione del mio caro amico Eugenio Terzo e come sempre lo ringrazio per il prezioso prestito.
Eugenio mi ha anche mandato un’altra splendida chicca, guardate un po’ il titolo!
C’è una canzonetta ironica indirizzata alla Giunta Nazionale e in più la direzione comunica che il giornale viene dato in dono a tutte le fanciulle di nome Cesira!

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Sarà stato un nome comune a quell’epoca?
Di certo ora non lo è più, sono cambiati i tempi e anche le nostre preferenze, forse persino i tratti della giovane eletta non corrispondono neanche ai nostri canoni di bellezza femminile.

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E ancora, sempre Eugenio mi ha inviato copia del numero unico dedicato a questo concorso, nelle righe dedicate a Cesira si esaltano le sue molte virtù.

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La sartina di Prè ebbe il suo momento di gloria in un luminoso giorno di giugno ed io mi sono domandata cosa ne sia poi stato di lei, spero che abbia avuto una vita lunga e felice.
Forse avrà avuto molti pretendenti, certo nei caruggi di Prè si sarà parlato a lungo di quella memorabile vittoria.
Fu il trionfo di lei, Cesira Rolla, indiscussa Regina della Superba.

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Sono due amiche, due ragazze semplici.
Pazienti, tranquille, non hanno mai dato preoccupazioni in casa, io ne sarei quasi certa.
Sono due amiche, sono state ritratte insieme.
Una delle due porta scarpe chiuse da un bottoncino, l’altra invece le ha con i lacci e se non fosse per l’opacità del bianco e nero e per il contesto potrebbero quasi sembrare calzature moderne.

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Le ragazze si dilettano con il punto intaglio, sono abilissime con ago e filo, dalle loro dita svelte sono uscite candide tovaglie e cose belle da tenere da conto.
Le ragazze si occupano dei loro fratelli, sono affabili e docili, dei veri tesori di casa.
Ognuna tiene un profumato mazzolino di fiori tra le mani.

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E sono roselline e forse non ti scordar di me.

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Dietro alla foto che le ritrae una calligrafia ordinata ha scritto i loro nomi: Pina e Maria.
E poi, un’altra scrittura infantile e tondeggiante ne ha scritti due diversi: Vanda e Pina.
Nulla di sofisticato, in ogni caso, le ragazze sono semplici come quei boccioli che tengono in grembo, accennano appena un sorriso, hanno questi sguardi puliti.
E avrete fatto caso anche voi che certi tratti sembrano ripetersi nelle immagini del passato, a volte sembra di scorgere delle somiglianze.
Lei ha una fisionomia che mi è in qualche modo familiare, mi ricorda vagamente una delle mie bisnonne, porta una collanina, il suo abito ha un ampio colletto chiaro e ci sono ancora fiori appuntati sul suo petto.

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Volti del passato, non li vediamo solo nelle vecchie fotografie.
Camminando per la città vi ponete mai domande sugli sguardi che vi osservano mentre percorrete certe strade?
Gli occhi grandi, il naso sottile, le labbra carnose, chi è questa fanciulla effigiata su un palazzo di Corso Firenze?
Eh, non so davvero dirvelo!

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E poi lei.
Lei sì, lei avrebbe potuto essere la modella di uno scultore o di un pittore.
Così semplicemente bella, con quei lineamenti dolci e regolari, mi rammenta certe creature dipinte da Waterhouse, ad esempio osservate qui questo celebre dipinto.
Diafana, delicata, una fanciulla di un altro tempo.

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Sono due giovani donne, due amiche.
E non so nulla di loro, come sempre io provo soltanto a immaginare le loro vite.
Il tempo che è venuto avrà riservato loro gioie e dolori: mariti, figli e nipoti, sogni e perdite, lacrime e sorrisi.
E parole.
Ti ricordi?
Io e te.
Siamo cresciute insieme, io e te.
Ti ricordi come eravamo?
Tu che ci sei sempre stata, accanto a me.

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Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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