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Posts Tagged ‘Donne’

È forte e protettivo l’abbraccio dell’angelo, la celeste creatura stringe tra le sue salde braccia giovane e acerba vita.
L’angelo custodisce, avvolge e cura con gesti amorosi e delicati.
Questo angelo racconta il dolore di una giovane sposa, colpita troppo presto nei suoi affetti più cari.
Lei si chiamava Caterina ed era la moglie del Conte Emilio Montebruno, tutto poteva lasciar pensare che il loro destino sarebbe stato felice e sereno.
Non fu così, perché nell’anno 1884 il loro figlio primogenito, un frugoletto di nome Giovanni, venne strappato prematuramente alla vita.

E per quanto si possa supporre che all’epoca le persone fossero maggiormente preparate a lutti simili il dolore di questi genitori fu straziante.
Non passò molto tempo, venne il mese di Agosto del 1886 e in un caldo giorno d’estate giunse ancora un momento fatale.
Colpito da tremendo colera muore, ad appena 29 anni, Emilio Montebruno, uomo di belle doti insigne, così si legge sulla lapide che lo ricorda.
Amato consorte e compagno di vita di Caterina che resta sola con la figlioletta Maria Teresa.
Ed è Ferdinando Resasco a raccontare che Caterina commissiona il monumento funebre per i suoi cari allo scultore Demetrio Paernio e questi forgia nel marmo questa armoniosa creatura celeste.
L’angelo tiene stretto al petto un bambino: quel dolce piccolino è Giovanni, il figlio troppo presto perduto dai coniugi Montebruno.

Con delicatezza l’angelo conduce il bimbo sulla terra e lo porta a spargere fiori profumati sulla tomba del suo giovane padre.
E il piccino nella sua manina paffuta stringe fiorellini dai petali colorati.

E tutto è leggerezza e lievità, il vento smuove le vesti e i fiori donati dal piccolo Giovanni cadono profumati e amorosi sulla tomba del suo papà.

In un monumento che racconta il dolore di una giovane donna due volte ferita, sposa e madre dolente.
Qui anche Caterina riposa, insieme alla figlia Maria Teresa e accanto a coloro che se ne andarono troppo presto.

Possiedo anche una cartolina antica dove è ritratta questa splendida opera di Demetrio Paernio, nell’immagine d’epoca spicca con evidenza il candore di quei fiori nel contrasto con il colore nero della tomba.

Un gesto, una memoria, il ricordo della propria vita.
Commuove ancora, ancora palpita d’amore come se certi cuori battessero ancora, protetti per sempre nell’abbraccio dell’angelo.

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Svelti, salite a bordo della macchina del tempo, vi porto con me: ci attendono altri giorni per noi ricchi di fascino nella bella ed elegante Via Roma.
Centralissima strada dalle vetrine scintillanti, perfetta per il passeggio e per lo shopping, Via Roma è una via molto importante di questa città e tutti noi genovesi la attraversiamo spesso.
E a volte andiamo di fretta, distratti dai nostri pensieri: il lavoro, l’appuntamento al quale non si può mancare, la solita convulsa quotidianità.
Sotto alla lampione a muro della pubblica illuminazione c’è una buca della lettere, grazie al cielo, ho giusto della corrispondenza da spedire!

Il tempo scorre scandito dai discorsi dei passanti, ci sono uomini d’affari che parlano fitto fitto tra di loro, ognuno è preso dalle proprie incombenze.
Laggiù, una tenda in fuori e una scritta: panetteria.
E sì, è proprio il punto dove si trova lo storico negozio di Bruciamonti che ancora vende le sue delizie ai genovesi.

Certo, passando in centro forse potrebbe venire il desiderio di rincuorarsi con qualcosa di caldo o con un dolce intermezzo che tiri su il cuore.
Il Caffè Andrea Doria potrebbe proprio fare al caso nostro!

E mentre camminiamo potremmo persino trovarci accanto qualcuno che impegna la strada con passo più deciso.

E a dire il vero, potreste vedermi attraversare Via Roma con aria svagata e persino sognante, ogni volta che viaggio nel passato della Superba provo sempre un senso di stupore e di meraviglia, vorrei girare l’angolo e vedere cosa c’è la dietro e poi ancora continuare a camminare per la città.
Laggiù si nota persino una porticina e sull’insegna si legge solamente la parola Toilettes, ho pensato che potrebbe riferirsi a capi di alta moda per signore e signorine ma non è una certezza, peccato non saperne di più!

Poi il tempo scorre, tutto cambia e tutto svanisce: il Caffè Andrea Doria, la buca delle lettere, il giovanotto in uniforme, la ragazza con l’abito chiaro e i signori con il cappello.

E poi il pensiero ritorna a certe immagini e allora, a volte, solo con la fantasia e con la tua l’immaginazione ti sembra di vedere tutto questo.
Come se davvero fossi là, con quelle persone, nel passato di Via Roma.

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Nel mio girovagare per Staglieno mi accade di incontrare quella città che noi non abbiamo conosciuto, alcuni di coloro che la vissero sono effigiati nei marmi scolpiti da valenti scultori: sono abili commercianti e giovani vedove, stimati chirurghi e avvocati, di nobili e borghesi in molti casi è rimasta una traccia preziosa.
A volte cerco di scoprire le storie di alcuni di loro, a volte invece alcune vite si svelano in maniera imprevedibile e allora provo a comprenderle e a ricordarle, in qualche modo.
Tempo fa, forse ve ne rammenterete, vi mostrai in questo post un magnifico monumento eretto in memoria dei coniugi Giuseppe Chiappella e Virginia De Katt, la statua è opera di Domenico Carli.

Un giorno mi trovavo a camminare lungo il Porticato Inferiore e del tutto casualmente il mio sguardo ha trovato ancora quel cognome: De Katt.
Una, due, tre e ancora altre volte, sono diversi i cippi sotto ai quali riposano i membri di questa nobile famiglia e oggi proverò a ricordare alcuni di loro, alla mia maniera.
E inizio da una figura di rilievo, il padre di Virginia: Cristoforo De Katt fu Direttore Amministrativo e Rettore dell’Albergo dei Poveri.
Amministratore integerrimo, così si legge sotto alla sua effige.

Accanto a lui una figura che con grazia regge uno scudo sul quale è scolpita una parola latina che sottolinea la rettitudine morale del defunto e la sua ineccepibile onestà.

Il suo nobile titolo e le sue ricchezze non furono sufficienti a preservare questo padre di famiglia da una di quelle malattie che nel passato falcidiarono intere generazioni, Cristoforo De Katt morì di colera nel 1874.

E così è ricordato, questa è la memoria di lui.

Cristoforo De Katt ebbe 5 figli, 2 maschi e 3 femmine.
Come ben sapete, nel passato non tanto lontano erano in prevalenza gli uomini a rivestire ruoli importanti, alle donne era riservata la cura della famiglia e la crescita dei figli.
Ed io, da donna, desidero dedicare questo scritto in primo luogo alle ragazze De Katt, dei loro fratelli parlerò in un secondo tempo.
E per prima voglio ricordare la mamma di tutti loro, Anna De Nicolay, sposa di Cristoforo: lei chiuse gli occhi per sempre nel 1863 lasciando un vuoto incolmabile.
E qui riposa, nel silenzio e nella quiete di Staglieno.

L’ultima figlia femmina dei De Katt si chiamava Battistina Camilla Maria e il suo cammino nel mondo fu breve, visse appena 4 lustri e morì appena ventenne nel 1858.
Il suo nome è scolpito accanto a quello della madre e segna la fine dei suoi sogni e delle sue speranze.

La ragazza più grande invece era proprio quella Virginia che sposò il medico Giuseppe Chiappella, gli sposi dormono il loro sonno eterno sotto a quel monumento scolpito da Carli.
Anche Virginia non ebbe una lunga vita, visse solo 44 anni.

Io penso ormai da diverso tempo che a quell’epoca la percezione della vita e della morte fosse molto diversa dalla nostra.
A prescindere dalla condizione economica le famiglie erano continuamente afflitte da lutti prematuri e da vicende tristemente tragiche.
Cristoforo e Anna ebbero una terza figlia femmina, il suo nome era Guendalina e quando ancora era una giovane ragazza fece un buon matrimonio, ho la speranza che abbia conosciuto anche tanto amore.
Sposò il Contrammiraglio Ernesto Cordero di Montezemolo che tra i suoi molti titoli annoverava quello di commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e cavaliere della Legion d’Onore.
Potete immaginare quanto fu fastosa la loro cerimonia di nozze e quanta eleganza regnasse nella loro casa di Via Balbi.

La felicità però era non era destinata a durare a lungo per queste ragazze.
Guendalina divenne madre di un bimbo a cui venne imposto il nome Mariano, il suo primo figlio.
E come ben sapete, all’epoca le gravidanze si susseguivano e poco tempo dopo, nel 1871, Guendalina diede alla luce un altro bambino che venne chiamato Alessandro Donato.
La felicità è così fragile, si spezza come un respiro che si interrompe.
Il piccolo Alessandro Donato visse soltanto due mesi e morì sul finire di novembre, sua madre lo seguì poco tempo dopo.

Una grave pleurite si portò via Guendalina De Katt quando lei aveva appena 27 anni.
Figlia, sposa e madre, una giovane donna di un altro tempo.

Rimasero soli il piccolo Mariano e il suo papà ma la vita fu crudele con questa famiglia e nel 1878, all’età di 8 anni, Mariano Cordero di Montezemolo si spense colpito dalla difterite, riposa a Staglieno proprio di fronte alla sua mamma.

Mariano, l’angioletto che la mamma chiamò seco in cielo.

E a terra c’è anche la lapide sbiadita con il nome del suo fratellino Alessandro Donato, è davvero poco leggibile.
È ben chiara invece la lapide che copre il sonno di Ernesto Cordero di Montezemolo, marito di Guendalina e padre dei due bambini, sopravvissuto a tutti i suoi cari.

Come vi ho detto al principio di questo articolo ho trovato per caso molte tombe della famiglia De Katt e ho iniziato a cercare di ricostruire quel poco che è dato sapere sulle vite di queste persone vissute tanto tempo fa.
Di recente un’ulteriore circostanza ha reso più semplice questa ricerca: tra i lettori di questo blog c’è anche il signor Ettore De Katt, discendenti di questa nobile ed importante famiglia.
E qui lo ringrazio per le molte notizie che mi ha inviato, tra i suoi antenati ci sono figure che meritano di essere ricordate, quindi tornerò a scrivere di loro e delle loro vicende, alcune storie sono davvero avventurose.
Oggi ho iniziato da qui, dalle tre ragazze figlie di Cristoforo De Katt.
Con quei nomi romantici, con quei sogni che non sappiamo indovinare.
Fragili fanciulle di un altro tempo, vissute in una città che cerco ogni giorno di immaginare.

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Lei sta lì seduta, sembra una piccina obbediente e docile, in realtà chissà se lo era davvero o se magari aveva un carattere turbolento.
Ha il visino dolce, lo sguardo intelligente, è bella come una bambolina.
Figlia unica? Io non credo, nella sua epoca erano comuni le famiglie numerose e forse lei fu semplicemente la prima di molti fratelli.
Io immagino che sia stata una bimba molto amata e vezzeggiata e forse avrà avuto uno di quei nomi romantici così in voga nel passato.
Si chiamava Isolina, Matilde o magari Clementina?
Io non so davvero nulla di lei ma per me il suo nome è Angioletta.
E cosa possiamo provare a immaginare su di lei?
Le piacevano i biscotti, amava mettere il ditino nello zucchero e tutte le volte che le facevano i boccoli lei si annoiava ed era impaziente di alzarsi dalla sedia.
Capelli neri, frangetta, occhi grandi e scuri.

I bottoni decorati, le applicazioni con i fiori e la sua mano così piccina.
La bimba con i capelli color dell’ebano sarà poi diventata una giovane donna affascinante e al suo anulare affusolato avrà portato la vera nuziale simbolo delle promesse di amore eterno.
E a sua volta anche lei sarà divenuta madre e forse avrà avuto una bimba così dolce e tenera.

Non è poi tanto semplice indovinare le vite degli altri, ho incontrato lo sguardo di lei al di là del tempo, oltre gli anni che ci separano: è rimasto su una fotografia di Giulio Rossi ed ho trovato in quegli occhi tutta la vivacità dell’infanzia, tutti quei sogni di fantasia.
Ed è lo sguardo di una bimbetta della quale non possiamo conoscere il destino, possiamo solo avere la speranza che il suo bel viso sia stato rischiarato da molti gioiosi sorrisi.

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Lei doveva essere una fanciulla speciale ed io non conosco neppure il suo nome, per certo so soltanto che lei faceva battere il cuore di Attilio.
E quando due innamorati sono lontani allora diventa ancor più complicato parlarsi di amore.
La distanza, che ostacolo insormontabile!
Ora è davvero tutto più semplice, lo sappiamo bene, ai tempi di Attilio era dannatamente più complicato.
Una voce lontana, un sorriso impresso nella memoria, una carezza che ancora si ricorda.
E lascio il dovuto mistero su ciò che Attilio scrisse sul retro di questa cartolina: erano gli anni ‘30 e il nostro innamorato si trovava dall’altro capo dell’Italia e davvero doveva sentire la mancanza della sua amata, a lei dedicò parole appassionate.
E poi questo cartoncino capitò tra le mani bianche di lei, forse la ragazza sorrise senza imbarazzo, Attilio era anche piuttosto spudorato.
L’ho immaginata questa fanciulla, bella come certe dive di Hollywood, diafana, con gli occhi chiari, i capelli neri come il carbone.
Per nulla somigliante alla figura femminile ritratta sulla cartolina, che strano.
E chissà, forse lei rispose a quella missiva e riuscì a farsi desiderare ancor di più, anche se sapeva bene di non averne bisogno: lei sola era l’amore di Attilio.

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Oggi vi porterò a far spese nel nostro passato e sfoglieremo insieme il catalogo per la vendita per corrispondenza della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C del glorioso anno 1908.
Come ricorderete vi ho già illustrato gli articoli per i più piccini ma oggi ci dedicheremo a tutto ciò che occorreva a signore e signorine senza tralasciare la moda e lo stile.
Iniziamo con diversi modelli di copribusto, ognuno è rifinito con delicato pizzo Valenciennes e i prezzi variano a seconda della raffinatezza della decorazione.

In inverno, poi, servono capi più pesanti in caldissima lana e voilà, eccoli qui!

E certo, nel guardaroba di ogni gentildonna non può mancare un pettinatoio, è un accessorio utilissimo quando bisogna sistemare le lunghe chiome.

E per le più ambiziose c’è anche un modello più ricercato e raffinato.

C’è da sbizzarrirsi nella scelta delle sottane e delle sottogonne perché il catalogo offre diversi tipi di modelli in vari colori e disponibili in tessuti di ogni genere come Moiré, Alpagas, seta e impalpabile taffetas.
Le sottane sono molto leziose e molto femminili, ne è un esempio questo capo ricco di nastri e ricami.

Nel paragonare il nostro guardaroba a quello delle donne che ci hanno preceduto appare quanto mai evidente che i nostro armadi e i nostri cassetti sono colmi di capi comodi, semplici e a volte essenziali e credo sinceramente che questa sia davvero una gran fortuna.
Al di là di tutte le romantiche suggestioni vestirsi in quel modo doveva essere una faccenda piuttosto complicata, non parliamo poi della manutenzione di un guardaroba simile!

Ed ecco le semplici e deliziose camicie da giorno.

E ancora, questi sono alcuni articoli segnalati come romantici Matinés per Signora.
Flanella, batista, cachemire, nastri di seta e pizzi vaporosi.

Siccome poi ogni momento della vita doveva avere le sue raffinatezze nell’illustrazione che segue trovate due delicati corpetti da notte.

Un lenzuolo profumato, una morbida coltre e dolci sogni.
Sono le cose belle di altro tempo, andavano di moda nel lontano 1908.

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Tra amiche c’è complicità, comprensione e affetto, le amiche sono preziose compagne di viaggio.
Le amiche si scelgono reciprocamente perché le lega un filo sottile, a volte non si hanno nemmeno le stesse passioni o gli stessi identici gusti ma è facile capirsi, ascoltarsi e viene naturale cercarsi.
Perché si è amiche, magari da sempre, magari da tutta la vita: c’è qualcuno che è cresciuto con te e conosce i tuoi pregi e difetti ma questa persona ti vuole bene così come sei.
Poi può anche capitare di conoscersi in età adulta e di accorgersi di avere certe affinità e questi sono doni speciali da conservare con cura e rispetto.
L’amicizia richiede attenzione e presenza, l’amicizia dura e non si interrompe se è vera e reale e non conta neanche tanto la distanza, se si è amiche lo si resta comunque, in qualsiasi maniera.
Tra amiche si fanno lunghe chiacchierate, da ragazzine noi eravamo solite scrivere lettere lunghissime e poi stavamo delle ore al telefono e questo io lo faccio ancora con le mie amiche.
Amiche.
In ogni tempo, come lo sono state altre donne prima di noi.
E allora immaginate lei, si chiama Elvira.
Ha una scrittura ordinata, si vede che a scuola era brava in calligrafia, non ci ha ha messo molto a scegliere la cartolina da mandare a Leopoldina, lei sa che la sua amica ama le rose profumate.
Eh già, parliamo di donne di un altro secolo, che nomi da romanzo!
Questo cartoncino ha viaggiato da Genova e Novi Ligure nel lontano 1908 e poi è arrivato qui, dietro ci sono parole affettuose scritte da Elvira per Leopoldina.

Le amiche vanno anche per negozi insieme, si scambiano i libri, si chiedono consigli, si incontrano per festeggiare momenti speciali, condividono gioie e dolori.
Perché sono amiche, amiche vere.
E quando si ha un’amica così è bello ricordarle la nostra gratitudine per il fatto di esserci perché senza di lei la nostra vita sarebbe più vuota e noi lo sappiamo bene, non è scontato che un sentimento di amicizia sia ricambiato.
Un pensiero gentile, solo per dire: sei importante per me.
Era un giorno del 1909 quando Maria che abitava a Nervi aprì la buca delle lettere e trovò una deliziosa cartolina.
A scriverla era stata Bernadette da una località della Francia.
Fiori romantici, colori tenui, un ricordo garbato per un’amica molto cara.

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Agostina era una donna del popolo.
Aveva un carattere spigoloso e attaccabrighe, colui che racconta di lei la descrive come un tipo fumantino, sembra che la vistosa Agostina non ci pensasse due volte quando c’era da menar le mani.
E anzi, era sempre a ratellare con le comari e non era raro che finisse in malo modo.
Insomma, Agostina era un personaggio a dir poco particolare ed era una creatura di Portoria.

Un giorno i rappresentanti delle autorità andarono a cercarla perché la nostra Agostina aveva un conto in sospeso con la giustizia e doveva scontare tre mesi di prigione.
Il Brigadiere si palesò alla sua porta ma se ne tornò indietro da solo e riferì al Commissario di Polizia che Agostina era in attesa di un bambino e siccome era quasi giunta al termine della gravidanza sarebbe stato opportuno attendere.
Dunque si decise di aspettare e dopo due settimane il Commissario rinnovò l’ordine ma il Brigadiere ancora una volta tornò senza Agostina e riferì che l’aveva trovata a letto in attesa del parto.
Trascorsero ancora due mesi e per la terza volta si ripeté la medesima situazione.
Di nuovo si ripresentarono a casa di Agostina i Reali Carabinieri e ancora la trovarono a letto in attesa di dare alla luce il suo bambino.
Agostina strepitava, disse che sarebbe stata loro responsabilità se per caso le fosse toccato in sorte di partorire per strada, ribadì che se le fosse accaduto qualcosa di brutto sarebbe morta di dolore e si rifiutò di alzarsi dal letto.
I Carabinieri, però, furono irremovibili, le intimarono di vestirsi e la condussero nelle Carceri di Sant’Andrea.
Si seppe poi che Agostina non era affatto incinta, sotto il suo abito celava invece un discreto mucchio di stracci.
La vicenda di lei è raccontata in un libro dal titolo Il delitto di Vico Squarciafico ovvero La lotta contro la criminalità – Memorie di Sileo Girardo, Commissario di P.S. a riposo pubblicato dalla Società Tipo-Litografica Ligure nel 1920.
Questo solerte ed efficiente rappresentante delle Autorità raccolse in un corposo volume i molti casi dei quali si era occupato nella seconda parte dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, alcuni di essi sono intricatissime vicende di cronaca, altri sono brevi aneddoti.
Nella moltitudine di persone descritte in questo libro emerge anche questa figura di donna, il suo nome era Agostina.
Non so cosa ne sia stato di lei, ho letto la sua vicenda e ho sperato che in seguito abbia avuto un destino tranquillo e felice.
E sì, ho anche sperato che poi sia diventata davvero mamma e che abbia saputo apprezzare il grande dono ricevuto.
Anche lei visse sotto il cielo di Genova, tanti anni fa.

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Loro sono due giovani donne, forse sono sorelle, mi sembra di notare una certa somiglianza nella forma dei loro visi e nella loro dolcezza.
Ritratte nell’epoca per noi sconosciuta, immortalate dal talento di Adele Degiorgis che aveva il suo studio a Milano.
Una donna fotografa, mestiere estroso ed affascinante il suo, provate a immaginare la sua quotidianità in quel tempo così diverso dal nostro: mi sembra già un romanzo.
E un giorno davanti ad Adele giungono le due ragazze, tra loro avviene un dialogo, si pronunciano parole che io non so indovinare.
Lei, Adele, avrà cercato di far sentire le sue clienti a loro agio, sarà stata cortese e professionale.
Niente sorrisi per la fotografia, non si usava farli.
Le gonne di tessuto scuro, le maniche ampie, un velo di pizzo, un cappellino, un fiocco severo e al contempo vistoso che cade sul petto.
L’attesa.
L’aspettativa, quella c’è sempre.
E quel dettaglio per me particolare: l’ombrello aperto.
Non sono così esperta di fotografie d’epoca, nella mia modesta collezione ci sono immagini di dame e fanciulle, alcune di loro tengono l’ombrellino da passeggio in una mano, sembra un vezzo per completare la posa aggraziata.
Le ragazze fotografate da Adele Degiorgis invece tengono l’ombrello aperto, non ricordo di aver veduto altre giovani donne ritratte in questa maniera.
Con questa grazia composta, ragazze di un altro tempo a Milano.

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“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

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