Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

Per amore di Fanny

Questo è il ricordo di una fanciulla, è la memoria di una giovane donna vissuta nella seconda metà dell’Ottocento.
Di lei non conosco il volto, non ho un’immagine del suo viso da mostrarvi, di lei è stata tramandata la memoria dall’uomo che la amò e allora io voglio riportare lei davanti ai vostri sguardi.
Accade ad ognuno: il tempo sfugge e ad un certo punto nessuno pronuncia più il tuo nome, allora oggi sarò io a ripetere il nome di lei: Fanny Ricci, moglie di Edoardo Michele Chiozza.
Lui fu un giornalista e autore della splendida Guida Commerciale di Genova del 1874-75, un volume per me prezioso che ho la fortuna di possedere e più volte citato su questo blog.
Questo libro è dedicato a lei, a Fanny, le tre pagine nelle quali lui la ricorda sono tra le più struggenti che abbia mai letto.
Come lo racconti un amore?
Dove trovi le parole giuste per descrivere un sentimento che stravolge e coinvolge?
Fanny è appena una ragazza, è giovane, leggiadra e saggia, a Michele la lega un profondità di affetti che lui descrive a questa maniera:

“Pieni entrambi eravamo di vita, tutto aveva illusione di sorriso per noi, mai invidiammo il mondo in nessuna delle sue attraenti bellezze e se una preghiera rivolgevamo a Dio, quella si era di conservarci l’amore.”

Sua sposa, sua compagna, sua luce persino nella stesura di questo libro a lei dedicato.
Edoardo e Fanny si conoscevano da ben dieci anni ma il loro matrimonio durò appena un anno e 10 mesi, fu una malattia implacabile a portare via la giovane donna dalle braccia del suo amato lasciandolo nella disperazione.
E come lo racconti un dolore?
Dove trovi la forza per esprimerlo e in quali aggettivi riponi il segreto del tuo sentire?
Non si rassegna Michele, non trova conforto nel naturale scorrere del tempo che lo lascia attonito:

“Ed anzi ancor non cessò né la mia sorpresa né il mio dolore dopo la Tua dipartita dalla terra, nel vedere il mondo continuare indifferentemente il suo corso, il sole alzarsi e splendere dal firmamento; l’osservare lo stesso movimento nelle persone; aprirsi, come di consueto, tutti i negozi, la gente sorridere e divertirsi come quando Tu vivevi.”

E ugualmente stupefatto si ritrova a constatare che lui ancora vive, anche se lei non c’è più.
Appena lo rincuorano tutta quella felicità trascorsa, le gioie condivise, le piccole complicità.
Dolce, tenera e comprensiva Fanny, di lei Edoardo Michele narra che una volta rimase tanto impressionata nel leggere sul giornale la notizia della morte di una giovane sposa e le balenò allora alla mente la possibilità di essere separata improvvisamente dal suo amore.
E lui racconta ancora di trovare conforto nel visitare la tomba di lei e di restare là, sentendosi più vicino alla sua Fanny.
Adorata e perduta Fanny, descritta come ottima figlia e moglie virtuosa, era una creatura dalle molte doti, Fanny sapeva disegnare con un certo talento e sapeva suonare il pianoforte, inoltre si occupava della sua famiglia con solerzia e gentilezza, angelo tanto rimpianto da tutti coloro che l’avevano amata.
Ho letto e riletto molte volte la dedica ricolma di dolente ardore scritta da lui che la amò e sempre mi commuove.
Ho poi cercato senza successo la tomba di lei e se dovessi un giorno riuscire a trovarla a Fanny porterò dei fiori delicati, da parte mia e da parte del suo amato Edoardo Michele.
Per adesso a lei dedico questo rosso bocciolo di rosa veduto la scorsa estate, nell’ammirarne la delicatezza ho pensato che anche a Fanny sarebbe piaciuto.
E ancora una volta ripeto il suo nome, così come è scritto sul frontespizio del libro del suo adorato marito: alla memoria di Fanny Chiozza nata Ricci.
Desideravo ricordarla da tanto tempo, l’ho fatto in questo modo, sperando di avere trovato la maniera giusta per riportare davanti ai vostri occhi il suo viso dolce di fanciulla.
E a lei lascio ancora le parole di lui, il suo amato Edoardo Michele, che così volle concludere la dedica alla sua amata per sempre perduta.

“Fanny, angelo mio, qualunque sia oggi la tua esistenza io ti amo sempre e mai si cancelleranno dal mio cuore le impressioni profonde che le tue splendide virtù vi lasciarono né mai dimenticherò la tua breve ed agitata vita piena d’amore per me.
E non mi ami tu forse sempre? Sì, e me lo fai chiaramente comprendere – Allorquando chiuse ho le palpebre al sonno lo spirito tuo s’impadronisce della mia mente finché mi sveglio e di mal animo perché la notte cedendo il posto al giorno porta seco l’adorata tua immagine. Io ti ringrazio sai, per questa tua predilezione, vedo che pensi sempre all’infelice tuo marito.”

Edoardo Michele Chiozza

Il Mausoleo di Santa Caterina da Genova

Il suo nome è sinonimo di carità e altruismo, Santa Caterina Fieschi Adorno lasciò il segno nella vita di coloro che la incontrarono negli anni bui e difficili nei quali ella visse.
Venuta al mondo nel 1447, era di nobile e ricca famiglia, per nascita aveva ricevuto in dote molti privilegi ai quali rinunciò per dedicarsi ai più umili e ai più sfortunati.
Lei, che avrebbe potuto vivere di agi e lussi, diverrà rettora dell’Ospedale di Pammatone, con le sue amorevoli cure tenterà di alleviare i dolori dei malati di peste, tra le sue braccia stringerà i piccoli infanti abbandonati, è grande l’amore che Caterina ha nel cuore.
Di lei e della sua storia nei suoi diversi dettagli ho già scritto in passato in questo post ma oggi voglio dedicarle ancora questo spazio: Caterina Fieschi Adorno lasciò le cose del mondo il 15 Settembre 1510, la Diocesi di Genova celebra la festa liturgica della Santa il giorno 12 Settembre.
E allora vi porterò là, nel luogo dove lei dorme il suo eterno sonno.
Attigua all’Ospedale di Pammatone dove ora c’è la sede del Tribunale, la piccola chiesetta nella quale la Santa riposa si trova in Via Bartolomeo Bosco, tra le case moderne di Piccapietra.
È denominata Chiesa della S.S. Annunziata di Portoria ma è nota come Chiesa di Santa Caterina proprio perché legata alla figura di lei che in questi luoghi operò.

E là, nella navata destra, c’è il Mausoleo di Santa Caterina da Genova, nella settecentesca urna di bronzo e cristallo è posto il corpo incorrotto di lei.
C’è una scaletta che conduce al suo cospetto, là c’è anche un tavolino e su di esso un quaderno sul quale fedeli provenienti dai più disparati luoghi scrivono preghiere e parole dirette a lei: Santa Caterina da Genova continua ad occuparsi di coloro che hanno bisogno del suo aiuto.

Il magnifico mausoleo è fastoso e scenografico, quattro sono le statue che circondano Caterina in una mistica armonia di gesti.

Le statue risalgono al 1737-38 e sono opera di Francesco Maria Schiaffino, rappresentano l’Amor Divino, la Fortezza, l’Ubbidienza e la Penitenza.

Ed è un gioco di armoniose simmetrie.

Un’assoluta bellezza di sguardi e gestualità.


Luce radiosa illumina Caterina nella Chiesa dove molti vanno in cerca di lei.

Sul soffitto che la sovrasta c’è un affresco di Pantaleo Calvi nel quale è ritratto Dio Onnipotente.

Grazia celeste custodisce il sonno di una donna indomita e coraggiosa che trovò la sua forza nella sua fede.

Così lei riposa tra le figure che circondano l’urna nella quale è adagiata.

Il suo sorriso gentile spicca poi sulle piccole immaginette dove sono riportate le preghiere da rivolgerle.
E sono davvero numerosi coloro che affidano a lei le loro inquietudini e i loro pensieri, la ringraziano per il soccorso ricevuto, a lei si rivolgono per ricevere la grazia della salute o della serenità.

Nella pace silenziosa della raccolta Chiesa di Portoria, Santa Caterina da Genova resta ancora vicina ai genovesi e a tutti coloro che a lei rivolgono sguardi colmi di fiduciosa speranza.

La stagione dei ricordi

Era un tempo felice, una memoria dolce da serbare in un angolo del cuore.
La spiaggia, uno scoglio, l’acqua fresca del mare e tre giovani donne ritratte nell’estate della vita, così luminose e colme di grazia nel tempo della stagione dei ricordi.
Il sole potente brilla nel cielo, la brezza marina sfiora la pelle e lei resta così, ritta, con le mani affondate nelle tasche, i riccioli ribelli che le incorniciano il viso e un fazzoletto sul capo.
E sorride, con tale armoniosa leggiadria, in lei trovo la stessa straordinaria bellezza di talune dive del cinema muto.

Era un tempo felice e l’onda sciabordava sui sassi.
E lei restava così seduta sullo scoglio.
Seria, assertiva, fatale.
Con quel costume alla moda che sembra color carta da zucchero con le righe bianche.
La stagione dei ricordi è in questi occhi profondi e in ciò che hanno veduto, nelle sensazioni mai dimenticate, nelle nostalgie che sempre ritornano.

Era un tempo felice e c’era lei che alla spiaggia indossava quelle vezzose scarpette con i lacci incrociati sulle caviglie.
Così aggraziata e femminile, affascinante è l’armonia dei suoi gesti.
Era un tempo diverso, lontano dal nostro.

Sul retro di questa fotografia qualcuno ha scritto i nomi delle tre giovani donne, lasciando traccia anche di colui che è ritratto insieme a loro e così si legge: Angela, Fanny e Luisa e bagnino.
Lui è un giovanotto atletico e prestante e siede là, su quello scoglio.
Era un tempo felice, le onde frizzanti si rincorrevano gioiose e forse nessuno di loro lo sapeva ma questa era davvero la dolce stagione dei ricordi.

Genova, lunedì 1 Settembre 1930

Inizia così il mese che conduce all’autunno, piano l’aria si fa più fresca e le giornate diventano sempre più corte.
Compiamo insieme un viaggio nel tempo per approdare ad un giorno come questo in un altro anno: era lunedì 1 Settembre sulla spiaggia di Genova, così si legge a tergo di questa fotografia.
Uno scampolo di estate che suscita ancora il desiderio di svagarsi e di gettarsi tra il fragore gioioso delle onde, godendo dell’ultimo sole che generoso ancora intiepidisce i sassi.
Là, sulla riva, c’è una barca a remi adagiata sulla spiaggia e ci sono loro due, vicine e in posa: i costumi un po’ vezzosi con il cinturino e la riga di colore più chiaro, una collana, un cappellino in testa, le scarpe chiare con il passante.
E poi la mano sul fianco, i capelli corti secondo i dettami della moda, la posa sicura e la foto ricordo di una giornata trascorsa sulla spiaggia alla fine della stagione.
E poi, poi verranno anni difficili e complicati e si penserà con rimpianto a quella semplice felicità che sembrerà forse lontana e irraggiungibile, con l’incertezza e la speranza nel cuore.
E alla mente tornerà la melodia dell’onda sciabordante sulla riva e quel frusciare leggero del vento tra i capelli, pensando con nostalgia a quel 1 Settembre 1930 sulla spiaggia di Genova.

In villeggiatura a Varazze

Doveva essere dolce la villeggiatura, in certi anni dorati, a Varazze, nota località della riviera di ponente apprezzata per la sua bella spiaggia.
Compiamo cosi ancora un nuovo viaggio nel tempo osservando i dettagli tratti da due diverse cartoline per ritrovarci in quell’epoca di inusitate eleganze e delicate ricercatezze.
Fresca e fragrante è l’estate, ha il profumo degli ulivi, il sentore frizzante degli agrumi e la vivifica aria del mare conforta e rigenera.
E si osserva il panorama da lassù, la costa e la spiaggia di Varazze accolgono l’onda lenta del mare come in un abbraccio.

Altrove, per le vie di Varazze, la vita scorre tranquilla nel tempo della villeggiatura e così si cammina sul Ponte sul Teiro.

Ed è tutto uno sfoggio di cappelli di paglia e ombrellini parasole, pizzi, organze e nastri, abiti dai colori chiari e tenui, spicca tra la folla un ragazzetto con una maglietta a righe e le bretelle.

La bellezza finisci poi persino per immaginarla seguendo il ticchettio leggero dei passi di due giovani donne che incedono aggraziate e sfolgoranti, così garbate con le loro pettinature raccolte e con i loro abiti alla moda.

Altrove, in alto, l’eco di voci argentine si spande nell’aria.
Sanno essere davvero dolci e sublimi le giornate in questi luoghi che donano ristoro e frescura nell’incanto di una natura magnifica.

In questa armonia di suoni, di passi, di parole lontane.
Denso di nostalgico romanticismo e di una certa bellezza antica, così immagino il tempo della villeggiatura nella bella Varazze.

Ritratto di famiglia in campagna

Il tempo ha lasciato la sua traccia su questa antica fotografia che forse fu il ricordo prezioso di giorni felici.
Nel verde della campagna, davanti a un albero ritorto e rigoglioso, alcune persone posano per un ritratto di famiglia che cattura un momento importante.
Osservando con attenzione, balzano agli occhi alcuni dettagli, si notano infatti certe particolari differenze tra i protagonisti di questa fotografia.
Colgo una certa somiglianza tra le due giovani donne vestite di chiaro e forse si tratta di due parenti, la cura dei loro abiti, le pettinature e gli accessori come i piccoli anelli e gli orecchini fanno supporre una certa rilassata agiatezza.

Loro tengono tra le braccia i fiori di campo e le erbe raccolte durante una piacevole passeggiata in campagna, poi sceglieranno un bel vaso e il profumo di quei fiori si spanderà nelle loro stanze.
La bimba più piccina che vediamo in braccio alla donna seduta indossa un raffinato abitino con dei pizzi, è bionda come le due giovani donne e forse è figlia di una di loro.

Le altre persone, a mio parere, sono parte della stessa famiglia.
Ecco la ragazzina imbronciata dallo sguardo pensieroso e la frangetta troppo corta, lei tiene con la mano il suo caro amico a quattro zampe.

Il suo papà ha un cappello calcato sulla testa e con una mano regge un rastrello, la sua mamma sembra una donna concreta e vigorosa, sorride appena, quasi intimidita.
Con tutta evidenza le mie sono soltanto supposizioni, non so nulla di queste persone ma osservandole con attenzione mi sono sorti questi pensieri.
E ho anche immaginato che le due donne più eleganti fossero le proprietarie di una grande casa di campagna e che siano qui ritratte in compagnia del loro fattore e la sua famiglia.
E voglio anche credere che questa foto così particolare sia proprio appartenuta al fattore, tenuta da conto come dolce memoria di quelle persone tanto care per le quali forse era facile provare un moto di affetto.
Ecco così il ritratto di famiglia in campagna, ricordo di un tempo felice e ritrovarlo davanti ai nostri sguardi è una vera emozione.

Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

Un’estate di molti anni fa

Era un’estate di molti anni fa su una bella spiaggia della quale nulla so.
Eppure, per qualche istante, anche io mi sono ritrovata là, davanti a quel mare limpido, con l’onda che scroscia fragorosa sui sassi, tra le risate di certi avventurosi bagnanti.
Tic tac, tic tac, è sempre un sogno la mia macchina del tempo.
Fate ben attenzione, il sole picchia potente su questa spiaggia e conviene ripararsi con cura per mantenere la carnagione chiara.
E in questa estate di molti anni fa non mancano certe inconfondibili eleganze: le gonne strette in vita, le camicie candide e leggere con le maniche lunghe, la collana forse di corallo, i cappellini vezzosi sul capo.
Un ombrellino parasole, i mezzi guanti bianchi e quei sorrisi, quei sorrisi che sono già un romanzo.

E poi la giovinezza e i suoi preziosi entusiasmi.
Il gioco e la complicità, le corse in mare, un salvagente per due e uno scambio di sguardi.
Il costume con le righe sul petto, il cappellino di paglia.
E là, sullo sfondo, la figura composta di un gentiluomo che pare osservare forse incuriosito.

E ritorniamo ancora ad ammirare le due gentildonne, ovunque esse siano mi perdoneranno se indugio ancora sulle ricercatezze dei loro abiti, entrambe sono semplicemente magnifiche!
Con le gonne di un tessuto che pare rigato, forse sarà una stoffa di color celestino chiaro con una riga blu scura.
E i ventagli: una di loro lo porta al polso e l’altra lo tiene appeso al collo con una catenella.
E guardate la borsina piccola con la tracolla e ancora il parasole, questa volta è chiuso ma quello è un accessorio che proprio non può mai mancare!

In questa estate di molti anni fa c’era la gioia di vivere: autentica, spontanea e vera.
Il mare luccicava sotto i raggi del sole, i pesci guizzavano tra le onde.
Rimase, conservata come un ricordo caro, questa fotografia di un tempo felice ed io sono contenta di avere il privilegio di custodirla.
Racchiude sorrisi, gesti affettuosi e gioia.
Era un’estate di molti anni fa.

Un pensiero ardente

Ah, l’amore, l’amore può essere talvolta una faccenda complicata e non sempre è facile trovare le parole per esprimere le proprie emozioni.
Ah, l’amore, l’amore espresso in quell’altro tempo lontano sembra a noi forse più dolce e romantico, quella era del resto l’epoca delle cartoline.
E per dichiararsi occorreva una bella penna stilografica, un poetico fantasticare con una predilezione per la rima e un cartoncino scelto con attenzione per l’amato bene.
Un fiocco celeste, un mazzo di fiori rossi, un sentiero che si snoda nei verdi prati, le rondini in volo e una casetta di campagna.
E una mano ferma che con bella calligrafia vergò queste dolci parole al ritmo dei battiti del cuore:

O rondini che andate libere e liete per il ciel lucente a lei che adoro il mio pensiero ardente gaie portate.

E chissà quale emozionato sorriso avrà illuminato il viso della destinataria mentre leggeva queste tenere righe.
Avrà conservato la cartolina tra le pagine di un libro, l’avrà tenuta da conto come la preziosa memoria di un amore grande.
Lei portava un nome che non è più di moda: si chiamava Ada.
E forse anche lei avrà saputo che l’amore, a volte, è una faccenda complicata.
A volte, invece, è palpitante ed eterno come un pensiero ardente.