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Posts Tagged ‘Edicole’

Una mattina di luglio passeggiando per il Carmine, amato quartiere.
Sotto agli archetti, salire e poi tornare indietro.
Al Carmine, in un giorno d’estate.

Una magnifica armonia di persiane e diverse sfumature di rosso di Genova.

E bianco, una colonnina e un tempo che è stato e ancora resiste.

Un soffio di vento, un arcobaleno che ondeggia davanti ad una finestra.

Le case alte che fanno da cornice al cielo, una nuvola passeggera e un candore di bucato.

E ancora, l’estate.
I vasetti di coccio, i fiori ribelli, le foglie generose.

E nella nicchia una statua della Madonna, fili da stendere e magliette.

E tutto è così, semplice e perfetto.
Tono su tono, in una mattina di luglio al Carmine.

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In questa primavera capricciosa le nuvole hanno spesso la meglio, in questa primavera mutevole cerco la luce che si posa sulle case e sulle ardesie.
E a volte disegna soltanto i contorni, li copre di meravigliosa bellezza, per me.

E mi piace così, quando attraversa certi caruggi e si ferma, accarezzando un muro antico.

E quando fende gloriosa certe vicoli stretti.
E c’è una Madonnina, un antico portale, un signore di passaggio.

In un solo istante.

In quei caruggi dove la luce si insinua con dolce prepotenza e sfiora le pietre, non si attarda e sfugge via.

In quei luoghi dove a volte trovi fiori in boccio, una delicatezza di rosa inattesa ed io penso sempre che sarebbe bello incontrarla più spesso.

Sfumature di primavera, nel cuore della città vecchia.

E sole, sole, sole lucente che si posa sui terrazzini, sui tetti e sulle cupole delle chiese.

Poi giù, verso Canneto.
Uno stemma antico, memoria di vicende lontane e di famiglie dalla lunga storia.

E sole, sole che segna la via.
E si cammina in direzione ostinata e contraria, per dirla alla maniera di Fabrizio.

E verde brillante, muri vissuti, vetri che riflettono magie.
Dura per breve tempo, a volte.
Ed è una delle magie più incantevoli della mia Genova.

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La pioggia di primavera arriva come una musica che non ti aspetti.
Scende fragorosa, bagna caruggi e piazze, abbaini e tetti.
E sono diverse sfumature di bianco e danze di ombrelli, in Via Lomellini.

Grigio?
Non sempre.
Insegne luminose, persiane, tende tirate in fuori, striscioni appesi tra un palazzo e l’altro.
Acqua, gocce che scivolano giù.

E camminare, piano, sotto la pioggia di primavera.

In uno di questi giorni di maggio ho anche avuto la fortuna di trovare aperto il cancello di Vico Chiuso della Rana.
Non c’ero mai stata prima fin laggiù.
E pioveva.
E c’erano dei panni stesi, sotto la pioggia.
E l’acqua scendeva.
Là, in fondo al vicolo, un portone e un’edicola vuota, un tempo ospitava una statua di Nostra Signora della Misericordia.
Nella mia città ideale i caruggi non hanno cancelli e tutte le Madonnette sono al loro posto.

Quando piove, in primavera le pozzanghere diventano specchi magici.

E poi arriva il sole, le nuvole si inquietano, si scostano e lasciano intravedere il cielo.

E poi ancora di più, speranza bella di giornate serene.

La pioggia di maggio, in Strada Nuova, può avere i toni del nobile velluto e dei petali delle semplici primule.

La pioggia, a volte, è musica.
Di scrosci di acqua della fontana, di note leggere, di melodie che risuonano dentro al Teatro Carlo Felice.

E poi si rasserena e torna l’azzurro, all’improvviso.
E volano i gabbiani, nel cielo pulito di primavera.

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Girando per i caruggi che piacciono a me passo volentieri in Vico Amandorla, un vicoletto che parte da Stradone di Sant’Agostino.
Di questi luoghi antichi scrive Amedeo Pescio e ricorda che da queste parti un tempo c’erano tra gli altri Via della Sorba e Via del Citrone, i doni della terra sono spesso sovrani nei nostro centro storico.

C’era anche una via dedicata al mandorlo e tra le varie ipotesi sull’origine di questo toponimo si ipotizza appunto che in secoli lontani qui ci fossero proprio quegli alberi maestosi dai fiori chiari, scrive sempre Pescio che l’antica via venne tagliata proprio per lasciar spazio a Stradone di Sant’Agostino.

Ai nostri tempi c’è il breve Vico Amandorla e al suo inizio troverete un palazzo con un piccolo cortile, sopra il muro divisorio vedrete un’edicola che ospita una Madonnetta.

E non so dirvi quante volte mi sia fermata a guardare e a fotografare, tra caruggi e panni stesi trovo questo scorcio di Genova autentico e perfetto.

E poi, qualche giorno fa, ho incontrato un gentile signore che mi ha permesso di entrare, il cancello si è aperto e così ho varcato quella soglia.

Per guardare il cielo in questa maniera, certi ritagli d’azzurro sanno sempre incantarmi.

E poi di nuovo celeste, aria di Genova e sfumature di bucato.

E una pesante ancora posta accanto alla porta di casa.

Diverse prospettive di cielo, a seconda di come lo guardi.

Vasi di coccio, piantine e ciclamini.

Prosegue ancora la mia passeggiata in Vico Amandorla, tra fili da stendere e persiane verdi.

Ed è una mattonata in salita, ciottoli, curve e case colorate.

Uno sguardo indietro, verso questo vicoletto che amo.

Vico Amandorla si incrocia poi con Vico Vegetti, in quel tratto troverete quell’edicola che di recente vi ho mostrato.

Davanti a voi ancora altri gradini che conducono a Via di Mascherona, un’altra strada dalla storia antica.

In questi luoghi di ombre e luci improvvise, tra caruggi e Madonnette.

Una di esse vigila su un cortiletto situato all’inizio di Vico Amandorla, un luogo che pare sospeso nel tempo, semplice e caratteristico come solo certi angoli della città vecchia sanno essere.

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In certi caruggi, a volte, trovi l’anima vera e la pura essenza della città vecchia.
Tra Vico Amandorla e Vico Vegetti, a volte.
E persiane aperte, un lampione, variazioni di colori.
I rami di un albero.
E il sole, il sole che rapido sfiora i muri e li riscalda.
In certi caruggi, a volte, una parte resta in ombra.
Devi solo aspettare.
E poi.
Un’edicola vuota sullo sfondo, un’altra che ospita una Madonnetta rischiarata dalla luce.
A volte, all’incrocio tra certi vicoli.
Tutto è così semplice, in questa perfetta armonia di linee.
Ed è tutta lì l’anima vera di Genova.

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I suoi occhi si posano su una piazza tanto amata, la sua figura è ospitata in una splendida edicola che si trova in Piazza del Carmine.

E qui, in questo quartiere di creuze e piazzette, trova la sua naturale collocazione la statua della Madonna del Carmine.
L’edicola risale al XVIII Secolo, l’opera d’arte che si trova nella nicchia è invece più recente e ci è stata lasciata dal valente scultore Giacinto Pasciuti.
Ho già avuto modo di scrivere la storia in parte tragica di questo artista, in questo post potrete anche ammirare alcune delle sue statue visibili al Cimitero Monumentale di Staglieno.

Sotto a questi ritagli di cielo, lo sguardo di Lei dolce e benevolo.

Se osservate con attenzione l’edicola noterete che è rifinita con grazia particolare, con fiori delicati e raffinate decorazioni, ha anche i suoi piccoli custodi.

Testimonianza di fede e ricchezza autentica del passato di questa città.

Armonia di gesti e di movimenti, una bellezza antica.

A Genova il culto della Madonna del Carmine era un tempo molto sentito e sono numerose le edicole a Lei dedicate, questo titolo di Nostra Signora del Carmine deriva dal Monte Carmelo in Terra Santa dove certi frati avevano il loro ordine.
In tempi lontani, all’epoca delle Crociate, molti di questi fratelli del Carmelo lasciarono la Terra Santa e raggiunsero diverse parti d’Europa, alcuni si stabilirono in questa parte di Genova ed è a questo che si deve il nome del nostro quartiere.
Visse invece in Inghilterra il monaco Simone Stock, la storia che ci è stata tramandata racconta che la Madonna apparve a questo carmelitano il giorno 16 Luglio 1251 e a lui consegnò uno scapolare, in seguito Maria concesse altre grazie.
Ed è proprio lui, Simone Stock, in ginocchio davanti a Lei.

Tra caruggi e panni stesi, al Carmine.

L’opera di Pasciuti risale al 1907, è raffinata e di grande effetto, rappresenta una vicenda religiosa molto cara ai genovesi.

Sullo sfondo una tinta d’azzurro chiara come il cielo.
E dolce e armoniosa è la postura di Lei, amorevole il Suo sguardo, semplice Madre che tra le braccia stringe suo Figlio.

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Venendo a Genova, alla scoperta dei miei amati caruggi, spero che troviate il sole lucente a baciare le pietre.
Ed è così che vi apparirà Via San Luca con la vertigine della sua prospettiva, con i suoi palazzi che si stagliano contro l’azzurro.

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Regala questi incanti il sole, in certe strade antiche.
In questa frequentata via della città vecchia sarà proprio la luce a permettervi di apprezzare una certa testimonianza della nota devozione dei genovesi per la Madre di Dio.

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All’angolo con Vico del Santo Sepolcro vedrete una bella edicola che ospita l’effigie della Madonna con il Bambino.

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Sopra questa figura un’iscrizione latina: ut appareret eis via.
Si tratta di una citazione biblica, il suo significato letterale è il seguente: affinché si rischiari ad essi la via.

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E sono sempre gli angeli ad accompagnare la figura di Lei.

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La luce sfiora la statua, la luce cade sui drappeggi di quel manto.

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E se osservate con attenzione il gruppo scultoreo noterete che ci sono alcune mancanze, soprattutto per quanto riguarda il Bambino Gesù.

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La statua collocata in Via San Luca è un calco dell’originale che attualmente è conservato al Museo di Sant’Agostino insieme ad altre immagini sacre che un tempo popolavano i nostri vicoli.
Se visiterete il Museo accanto ad essa troverete una legenda dove è specificato che questa statua marmorea per stile e fattura è riconducibile a Tommaso Orsolino e alla sua bottega, questo artista visse nel lontano ‘600.
La bella Madonnetta antica non è andata perduta, è al sicuro nella sala di un Museo.

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Una copia di questa preziosa opera ancora presidia la nostra Via San Luca.

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Sotto alle geometrie del cielo dei vicoli.

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Accarezzata dal sole, nella nicchia a Lei dedicata.

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Nel cuore di una città che sempre Le è stata devota.

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In quei caruggi di piccole botteghe, di artigiani, di salite e di discese.
A pochi passi da qui un corniciaio, il pollivendolo, la bottega che vende le statuine del presepe, un negozio dal profumo di caffè, abitini per bimbi e scarpe da ballo.
E caramelle, pane fragrante, frutta colorata e belle stoffe per le nostre case.
La nostra vita, il nostro quotidiano, in questa zona vivace e molto amata dai genovesi.
Tra Luccoli e Soziglia c’è un breve caruggio: Vico della Speranza ha questo nome benaugurante e là, sull’angolo con Vico Superiore del Ferro, lo sguardo trova un’edicola differente dalle altre.
Ho provato ad immaginare l’artista che la pensò in questa maniera: una nicchia accogliente, protetta da un drappo turchese, forse con il desiderio di difendere Colei che era nel cuore degli abitanti di queste zone.

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Orlata di oro, ricca e sontuosa.

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In questo angolo di Genova anche la casa di Lei, la Madonna del Carmine, va detto che la scultura ospitata nella nicchia non è l’originale, si tratta di una copia di una statua antica diversa da quella che era stata collocata qui in origine.
Un drappeggio del colore del cielo, una preziosità che la circonda.
La devozione dei genovesi per la Madonna del Carmine si deve alla memoria di una grazia ricevuta nel 1720.
Andiamo al 16 Luglio di quell’anno, è il giorno della Madonna del Carmine.
Le cronache narrano di un’imbarcazione che si avvicina al Porto di Genova, a causa del vento potente è costretta a mutare la sua rotta, approderà a Marsiglia e da quella nave si diffonderà una peste letale per i cittadini di quella città.
Quel vento salvifico si alza proprio mentre i genovesi si accingono a portare in processione la Madonna del Carmine alla quale i devoti attribuiscono la salvezza di Genova.
A questo seguirono altri eventi per i quali i genovesi ritennero di dover essere grati a Lei.

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In queste strade di gente semplice, in un certo tempo decisero di ricordarla.
E non ci sono i nomi, eppure si possono immaginare.
Marietta, Battista, Bartolomeo e chissà quanti altri, sono i pii cittadini che la vollero vicina.
Li vedete quei genovesi?
La vecchia con la bocca sgangherata si trascina lenta dalla piazzetta, passa lì sotto e si fa il segno della croce, la giovane sposa invece sempre sussurra una preghiera, forse chiede che la Madonna le mandi un figlio maschio e che sia bello e sano.
E il calderaio, il cestaio e il carrettiere, persino il ladruncolo quando passa di qua alza lo sguardo, conosce bene le proprie malefatte ma sa anche che la Madre di Dio è buona e misericordiosa.
Tutti loro sono ricordati in poche parole, era il 1789 e gli abitanti del vicolo vollero la Madonna del Carmine a vigilare sulle loro vite.

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Ai nostri giorni imboccando Vico Superiore del Ferro si scorge una delle più incantevoli prospettive di caruggi.
I tavolini all’aperto, le insegne dei negozi, la luce che sfiora le finestre.
I nostri tempi, il nostro quotidiano.
E laggiù, all’angolo con Vico della Speranza, il profilo della bella edicola.

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Tra oro e celeste, nel segno di una devozione antica, nel luogo dove è sempre stata.

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Non è semplice scrivere di Via di Ravecca, strada amatissima dalle tante anime, non so quante volte mi sono riproposta di portarvi là, in una delle vie più suggestive della città vecchia.
Strada antica e dalla lunga storia, scrive Francesco Podestà che di essa si hanno notizie già intorno al 1100.
Secondo Belgrano Via di Ravecca deriva il suo nome da Rua o Ruga Vecchia che significa appunto strada vecchia, altri studiosi diedero interpretazioni differenti.
Superata Porta Soprana eccola a voi, così inizia Via di Ravecca con le sue antiche bellezze.

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Per me è luogo di stupori, da ragazzina amavo molto gironzolare in questi vicoli: scoprire una strada che non hai mai veduto è un’autentica sensazione di meraviglia, una sorpresa che può levarti il fiato.
Correvo su e giù per le traverse, con lo zainetto sulle spalle.
E poi.
E poi bisogna alzare gli occhi per vedere una piccola Madonna a guardia di un portone.

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E poi, poi non ho mai smesso di tornarci, Via di Ravecca in certe mattine è un incanto di vento, luce e colore.

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Anima di un antico sestiere, un toponimo che ricorda la fierezza dei genovesi.

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E sole, ombre, finestre e chiaroscuri.
E i miei dubbi, io non so spiegarvela Via di Ravecca.
Dovreste venire qui, in certe giornate, quando il sole vira sui vetri.

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E magari anche voi vi perderete a seguire quella danza nel cielo.

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E tuttavia non distraetevi, in Via di Ravecca c’è ancora traccia degli antichi “cannoni” dai quali sgorgava un tempo l’acqua.

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E poi, là, sopra di voi.

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Nella zona di Via di Ravecca ci sono diversi negozietti di vario genere, ci sono anche diversi posti dove mangiare, qui trovate anche una delle celebri sciamadde che vende specialità genovesi.

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E poi.
In verità vengo spesso qui a guardare i panni stesi.

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E le tovaglie, le magliette colorate e le candide federe.

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In questi caruggi sempre presidiati dai Santi: all’angolo con Vico Gattilusio spicca la bella edicola che ospita San Giovanni Battista.

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E poi persiane aperte, riflessi, uno sventolio di rosa contro il celeste cielo.
E l’aria del mare che abita in questi caruggi dalla storia lontana.

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E il sole che filtra, un raggio che cade e sfiora i muri antichi.

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E davvero, non so raccontarvela Via di Ravecca.
D’un tratto vedrete una Madonnina, Lei posa il suo sguardo gentile sul popolo di Ravecca.

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E sono trascorsi i secoli, centinaia di anni.
Di qui sono passati nobili e popolane, giocatori di dadi, mercanti e cavalieri.
E monache devote, fanciulle costrette a matrimoni di convenienza e donne affaticate con le ceste dei panni sulla testa, in Salita di Coccagna c’è ancora l’antico lavatoio.
Non distante da qui c’era un tempo il carcere di Sant’Andrea.
E i pianti, le disperazioni, le solitudini.
E le speranze, quelle come le racconti?
C’è una parte di vita che non puoi narrare ma puoi immaginarla, tra diverse sfumature di rosa, di rosso e di pesca.

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E poi si segue la luce in questa via dalle case alte e dalle imprendibili prospettive.

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In Ravecca c’è anche un forno celeberrimo del quale ho già avuto modo di parlarvi in questo post: la focaccia di Patrone è davvero sublime.

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E poi, non posso scordare di dirvi che quando salite da certe strade che si immettono su questa strada è così che vedrete Via di Ravecca, in lontananza.
Salite e discese della città vecchia.

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E quadri di caruggi, a volte.

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No, non credo che si possa venire a Genova senza vedere Via di Ravecca.

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Magari in una giornata tersa, quando la luce brillante la attraversa.

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E allora ci si ferma e lo sguardo trova l’ocra, il rosso, l’azzurro e il solito filo di panni stesi.

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E no, io non so raccontarvela Via di Ravecca.
Dove trovare le parole per questa magia perfetta di colori e geometrie di luce?

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E non vorrei che vi scordaste di alzare ancora gli occhi, quando vi trovate a certi incroci.

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Semplice e vera, come la bellezza autentica.
Ha la sua anima, ha la sua voce.
Ha il suo tempo, segue il lento virare dei raggi del sole che la accarezzano.
Come negli anni che non abbiamo veduto, come nelle epoche che non abbiamo vissuto.
Così è Via di Ravecca, splendente nei suoi colori, nella luce di Genova.

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Tutti i buongustai di Genova conoscono questo splendido negozio di gastronomia ai Macelli di Soziglia, De Micheli è una vera e propria istituzione e la sua vetrina parla da sola.
Cima, cappon magro e delizie di ogni genere da portare in tavola.

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E tuttavia la dimenticanza ha posto il suo velo su un fatterello di cronaca avvenuto molti anni fa, ne diede notizia il più celebre giornale cittadino, “Il Secolo XIX”, questa vicenda creò un certo trambusto nei caruggi circostanti, state un po’ a sentire cosa accadde.
Dunque, si era sul finire dell’Ottocento e in Soziglia faceva i suoi affari un pizzicagnolo di nome Giuseppe De Micheli.
All’epoca il suo negozio si trovava in questo punto di Via dei Macelli dove ora ha sede la Bottega dello Stoccafisso.

Bottega dello Stoccafisso

Nell’anno 1900 aprì invece i battenti la bottega che tutti conosciamo dove si acquistano squisite prelibatezze.

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Torniamo alle vicende ottocentesche e a quel giorno in cui da De Micheli capitarono tre malfattori: uno di essi gettò uno sguardo fulmineo al negozio, c’era da farsi venire l‘acquolina in bocca!
D’improvviso costui afferrò un grosso pezzo di ottimo stracchino e tenendolo stretto si diede alla fuga giù per i caruggi seguito dai suoi compari.

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Il De Micheli però era un baldo giovane di 36 anni e con atletica prestanza si lanciò all’inseguimento, una volta giunto in Via Luccoli riuscì ad acciuffare uno dei ladruncoli.
E insomma, le cronache raccontano che si mise a dargliele di santa ragione, ecco.
Il fato però è sempre in agguato, in questo caso ha il volto e il nome di un certo Federico il quale, uscendo dalla sua casa di Via Luccoli, rimase stupefatto nel vedere l’insolita scena.
Un’aggressione! – pensò tra sé e sé – Povero ragazzo!
Non ebbe esitazioni e con pronta solerzia si gettò sul De Micheli allontanandolo dal ladro e  fu così che questi riuscì a sfuggire alle ire del pizzicagnolo dandosi alla macchia nel labirinto dei vicoli.

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Il Signor Federico, una volta saputa la verità, scrive il cronista del Secolo, porse sentite scuse al De Micheli.
E lo stracchino? Ah già, quello!
Colui che lo aveva sottratto se ne era rapidamente liberato gettandolo a terra, l’ambito pezzo di formaggio cremoso venne sistemato al sicuro, nell’ufficio delle guardie.
Cose che succedevano a Genova, sul finire di un altro secolo.
Ai Macelli di Soziglia c’è ancora l’attività della famiglia De Micheli ed è uno dei fiori all’occhiello dei nostri caruggi.

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Ci trovate tante cose buone, oltre ai salumi e ai formaggi qui si vendono vere specialità gastronomiche, dalle frittelle di baccalà all’insalata di mare.

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Acciughe fritte? Ci sono!

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Acciughe marinate? Eh già, ci sono anche quelle!

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Non mancano certe sfiziose bontà.

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E troverete stoccafisso alla genovese in abbondanza.

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E il budino, certo!

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Un negozio dalla lunghissima storia, un’attività che ha ricevuto diversi riconoscimenti ed è inclusa tra le botteghe storiche di Genova.

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Un’impresa di famiglia portata avanti con grande amore per il proprio lavoro e con senso di appartenenza ad un luogo adorato dai genovesi, i Macelli di Soziglia sono meta prediletta di molti di noi e botteghe come questa rappresentano la nostra identità e le nostre tradizioni.

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Cose buone di Genova sulle nostre tavole, le prepara per noi da più di cento anni la Gastronomia De Micheli.

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Caruggi amatissimi, dove è semplicemente bello camminare, osservare e sentirsi a casa.

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Scostando la tenda del negozio di De Micheli davanti a voi vedrete una splendida edicola.
È in questi contrasti l’anima vera della città, quella sua essenza che da secoli risiede nelle meravigliose angustie dei suoi vicoli.

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Un giorno, tanto tempo fa, in questi posti capitò un fatto increscioso: un pezzo di stracchino, tre ladruncoli, una fuga precipitosa nei caruggi.
Cose che accaddero a Genova in un altro secolo, nel cuore della città vecchia.

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