Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”

La preda

È una sera d’autunno e un calessino incede lento al Bois de Boulogne.
A bordo c’è un ragazzo di nome Maxime, ha circa vent’anni e accanto a lui siede la bella Renée con il suo abito color malva e il mantello bianco, Renée sospira e ricorda a Maxime che presto lei compirà trent’anni, quanta vita ha già veduto rispetto a lui!
Ecco così a voi la protagonista femminile di La preda, secondo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dato alle stampe da Emile Zola nel 1871.
A vederli così affiatati non si direbbe ma l’affascinante Renée è la matrigna del ragazzo.
La giovane ha origini borghesi, con un buon patrimonio come dote ha sposato il vecchio Aristide Rougon, il padre di Maxime: senza svelarvi i dettagli della vicenda si può dire che per diverse ragioni il matrimonio è stato un affare vantaggioso per entrambi gli sposi.
Del resto Rougon è uno che non fa mai niente per niente: è un uomo d’affari, uno scaltro speculatore, uno che ama il suono tintinnante del denaro più di ogni altra cosa, è arrivato nella capitale nel tempo del Secondo Impero con l’intento di arricchirsi.

“Aristide Rougon era piombato su Parigi l’indomani del 2 Dicembre con il fiuto degli uccelli da preda che annusano anche a grande distanza i campi di battaglia.”

In città ha il supporto di suo fratello Eugène, tra le altre cose Aristide cambierà pure nome:

“Mi chiamerò Saccard, Aristide Saccard!… È un nome che sa di denaro, mi sembra di sentir contare monete da cento soldi.”

E così Saccard persegue i suoi scopi, tenendo sempre presente una cruda verità:

“Essere povero a Parigi vuol dire essere due volte povero.”

In questo scenario si consuma intanto la passione ardente che unisce Renée e Maxime, è un legame che si alimenta di frivolezze e di allegrie spensierate, cose da giovani che il vecchio Saccard non sa comprendere, lui poi ha davvero altro a cui pensare.
In questo romanzo c’è anche un’altra protagonista, come sempre Zola la narra con il talento di un fine osservatore: è la città di Parigi.
È una città che cambia con frenesia: i vecchi quartieri vengono abbattuti e ridotti in cenere e si progettano scenografici boulevards, Zola da abile regista alza il velo su questo mondo e sui suoi repentini mutamenti.
Ad approfittarne sarà il solito Saccard con il suo fiuto per gli affari:

“Lo si poteva trovare ovunque dove c’era un ostacolo da superare e sempre ne traeva qualche segreto vantaggio. Nello stesso giorno lo si poteva trovare presso i lavori dell’Arco di Trionfo, vicino a quelli del Boulevard Saint-Michel e fra gli sterri del Boulevard Malesherbes, seguito da un esercito di operai, di uscieri, di sciocchi e di bricconi.”

E nel frattempo Renée si gode sempre la sua bella vita, i ricevimenti e le mondanità: il marito le garantisce denaro, lei è premurosa e gentile con lui.
E tuttavia, è davvero questa la felicità?
E alla fine chi sarà la vera vittima?
E chi risulterà vincitore?
Zola ve lo lascia intuire pagina dopo pagina, a soccombere sono sempre coloro che non hanno armi a sufficienza per difendersi, per sopravvivere a taluni basta invece l’indifferenza.
Questo romanzo di Emile Zola è stato per lungo tempo fuori catalogo e di recente lo ha ripubblicato la Casa Editrice Clichy.
Io ne possiedo due copie entrambe risalenti al 1966 e rimediate sui mercatini: Sansoni lo pubblicò con il titolo La cuccagna, Edizioni dell’Albero usò invece il titolo La Preda e da questo volume sono tratte le citazioni qui riportate.
Rispetto ad altri più celebri romanzi di Zola questo libro ha una trama certo meno intricata, le sue pagine non sono affollate di personaggi come accade invece in altre circostanze.
Ritroveremo Saccard e le sue spregiudicatezze in un un altro romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dal titolo Il denaro, autentico capolavoro dell’autore francese.
Lasciamo invece la giovane Renée ancora al Bois de Boulogne, ancora su un calessino, come nelle prime pagine del libro: si avvicina la sera e lei alza gli occhi verso il cielo di Parigi, nel languido scenario del suo breve destino.

Il ventre di Parigi

È un giorno qualunque alle porte di Parigi e Madame François con il suo carro se ne va al mercato parigino di Halles dove venderà le sue verdure.
Lungo il percorso incontra un uomo malconcio e vestito con abiti laceri così la buona donna impietosita dalle sue condizioni si offre di portarlo in città sul suo carro e l’uomo si accomoda tra le rape e i cavoli di Madame.
Così Florent fa il suo rientro nella capitale francese, lui è un galeotto scappato dal bagno penale nella Caienna dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’insurrezione del 1852, lui è la figura attorno alla quale ruotano le complesse vicende del romanzo Il ventre di Parigi, capolavoro naturalista pubblicato da Emile Zola nel 1873.
Un libro potente, magnifico ed evocativo, in queste pagine scorre vivida l’epica dei mercati di Halles, è uno straordinario dipinto dai toni accesi e vibranti del quale è protagonista il popolo di quella Parigi che Zola studiò nei gesti e nelle espressioni, ogni riga vergata da Zola cattura inesorabilmente l’attenzione del lettore.
Dunque, vi dicevo di Florent.
A Parigi, in Rue Rambuteau, ha la sua salumeria suo fratello Quenu che è sposato con la bella Lisa, una donna dalla carnagione lucente, bianca e florida.
E vedeste quel negozio!
Un tripudio di costolette, salsicce, sanguinacci, terrine, piatti e portate per ogni gusto, solo un fine osservatore come Zola poteva descrivere quel mondo in maniera tanto superba.
E sono sempre i colori e gli odori forti del mercato a riempire le pagine di questo romanzo sublime nel quale si compie il destino crudele di Florent, la passione politica finirà per metterlo ancora nei guai e accadrà sotto gli occhi di tutti.
L’uomo trova anche un impiego rispettabile come ispettore al mercato del pesce e là è tutto un turbinare di bagliori marini:

“Alla rinfusa le alghe degli abissi, là dove dorme la vita misteriosa degli oceani, avevano ceduto il loro tesoro alla rete: merluzzi, pianuzze, passere di mare, limande, pesci comuni d’un grigio e dalle macchie biancastre.”

E le pescivendole espongono le merci e l’ispettore ha delle precise sensazioni:

“S’alzava un vento umido, una pioggia minutissima, che soffiava sul viso di Florent quell’alito fresco, quel vento marino che riconosceva, amaro e salato; mentre in mezzo ai primi pesci esposti ricopriva le conchiglie rosate, i coralli sanguigni, le perle lattiginose, tutte le screziature e i pallori azzurrognoli dell’oceano.”

È arduo scegliere appena poche righe per mostrarvi il lavoro di cesello di Zola: in questo terzo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart la vita ferve e fluisce rumorosa tra i banchi del mercato dove si muove una babele di personaggi, nessuno di essi viene trascurato da Zola, di ognuno lo scrittore lascia un ritratto dai contorni ben definiti.
Ecco Mademoiselle Saget, una vecchia pettegola che gira con una sporta sotto il braccio e un cappello nero sul capo, sa tutto di tutti e sopravvive facendosi regalare ogni ben di Dio da questo o da quell’altro commerciante.
E poi c’è la Sarriette, una ragazza magnifica e a Zola basta usare poche parole per farvela conoscere:

“La Sarriette riempiva il negozio con le sue gonne stravaganti. Sorrideva a tutti, fresca come il latte, spettinata da un lato dal vento delle Halles.”

Un dipinto di bucolica bellezza ancor più avvincente nel brano in cui la Sarriette è descritta in mezzo alla sua frutta, con le labbra rosse di ribes, il fazzoletto profumato di fragole e lo sottane dense del sentore delle prugne.
E poi c’è una certa pescivendola alta, spavalda, imponente e al mercato la chiamano la bella Normanna e la oppongono così alla bella Lisa, è logico.
C’è poi il ritratto piccolo Marjolin, un trovatello rinvenuto tra i cavoli al Marché des Innocents.
Crescerà con la fruttivendola Mère Chantemesse e lei prenderà con sé anche un’altra bambina di appena pochi anni, il suo nome è Cadine.
E i due cresceranno insieme, insieme diverranno ragazzini e saranno creature selvatiche, innocenti, spontanee e vere, le pagine a loro dedicate sono per me tra le più coinvolgenti che abbia mai letto, Zola è riuscito a rendere indimenticabili questi due piccoli sventurati.
E poi Marjolin verrà su un po’ sciocco, un incidente peggiorerà pure il suo stato, mentre Cadine si mostrerà sempre furba e astuta, diverrà una bimbetta testarda e intraprenderà anche degli improvvisati commerci da ambulante, venderà limoni, cuffiette, quindi biscotti, dolci e torte, sarà scaltra nel fiutare i gendarmi per sfuggire al momento opportuno.
Come sempre nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart Zola presenta una delle figure che sarà poi protagonista di un successivo romanzo e tra le pagine di Il ventre di Parigi incontriamo Claude Lantier, pittore al quale Zola dedica L’opera, Claude è il figlio della sfortunata e mai scordata Gervaise Macquart, tragica eroina del romanzo L’ammazzatoio.
Nello scenario di questa Parigi si dipana la vicenda umana di Florent, intriso nel suoi ideali politici egli vede davanti ai suoi occhi tanta straripante abbondanza e per lui essa diviene il simbolo di ciò che desidera combattere, ancora come prima, con lo stesso spirito di ribellione:

“Le Halles colossali, tutta quella roba traboccante e poderosa, avevano acuito la sua crisi. Gli sembravano un animale sazio e intorpidito, una Parigi ingozzata che, crogiolandosi nel grasso, sosteneva tacitamente l’impero. … Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell’onestà meschina. Tronfia e felice, convinta che tutto andasse per il meglio e che mai la brava gente era ingrassata in maniera così beata.”

Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Genova misteriosa

Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

Libri antichi e annotazioni

Come è ben noto, certi libri antichi o semplicemente vecchi portano in dote preziose eredità.
A volte si tratta di volumi non più pubblicati e così si diventa fortunati possessori di perle davvero rare, questo è già uno splendido privilegio secondo me.
Ogni libro che abbia vissuto più vite conserva spesso la traccia dei suoi precedenti proprietari: può trattarsi di un segnalibro dimenticato o magari di un biglietto da visita.
Io lascio ogni cosa al suo posto, mi pare giusto così.

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Su certe pagine a volte troviamo note a margine, le parole che scriviamo sui nostri libri hanno per noi un significato e possono averlo anche per gli altri, se per caso si tratta di un volume adottato per studiare allora sottolineature o riflessioni possono essere in qualche modo utili a richiamare l’attenzione.
Come dire: ehi, guarda qua! Non scordarti di queste righe, sono fondamentali!
A volte nei nostri libri ci siamo noi, a volte nei nostri libri c’è il nostro affetto per certe letture.
Tempo fa comprai un romanzo di Emile Zola ormai non più disponibile in libreria, sulla prima pagina ho trovato una firma e un’ulteriore nota vergata con una certa cura.

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Certi libri non sono più attuali, è inevitabile.
Il tempo scorre, le cose cambiano, in realtà è proprio questo a rendere speciali quei libri, non vi sembra?
E tra tutte le annotazioni trovate sui vecchi volumi una mi ha colpita in maniera particolare facendomi fantasticare su quel tempo da noi mai vissuto.
Così ho immaginato un austero genovese, lui tiene da conto le sue copie del Lunario del Signor Regina, questo libretto gli serve per districarsi nella vita quotidiana.
Come ben sapete sul Lunario ci sono informazioni di vario genere, ci sono i negozi e gli uffici pubblici, le scuole, i professionisti e i medici ai quali ricorrere in caso di necessità.
La maggior parte delle indicazioni sono di carattere locale, alcune invece hanno rilevanza nazionale ed è proprio questo il caso.
Dunque, un bel giorno il buon genovese un tempo proprietario di questo volumetto ora a mie mani pensò di completare il suo Lunario colmando una piccola lacuna.
Eh già, era trascorso un po’ di tempo, il Lunario è del 1882 e bisognava in qualche modo aggiungere una precisazione a proposito del Re d’Italia.
Ed eccola lì la minuta calligrafia con la data di morte di Umberto I.

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E notate anche un altro dettaglio, gli editori del Lunario sono stati un po’ spicci a proposito del sovrano, evidentemente non avevano voglia di stare a specificare tutti i roboanti titoli e così dopo “Principe di Piemonte” c’è uno sbrigativo eccetera eccetera e tanti cari saluti.
Eh, mi piacerebbe far due chiacchiere con il primo proprietario del mio Lunario, avrei da raccontargli tante novità, dalla nascita delle Repubblica all’Euro che ha sostituito la cara vecchia Lira, tanto per fare un paio di esempi.
Vi immaginate lo stupore di una persona del passato che venisse precipitata nella nostra epoca?
Credo che sarebbe un’esperienza a dir poco sconcertante!
Lasciamo il nostro amico là, al principio di un altro secolo, a quel giorno in cui decise di segnare una data storica sulla pagina del suo Lunario.
Ne ha viste di cose questo volume del 1882, alcune sono scritte sulle sue pagine dalla carta sottile e altre mi piace immaginarle, giocando con la fantasia.

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Di libri amati e librerie

I libri, amici veri che restano sempre vicini, nei pensieri e nelle nostre riflessioni.
I libri, la loro vita e il loro spazio nelle nostre case, accade ad ogni lettore di cimentarsi con la difficoltà di tenere in ordine i propri volumi disponendoli con logica ed intelligenza per poterli poi ritrovare senza problemi.
Faccenda complicata, eh.
Ho scaffali ovunque e più di una libreria ma a dire la verità lo spazio non mi sembra mai sufficiente e poi si sa, i lettori non smettono mai di comprare libri ed io sono romanticamente affezionata ai libri di carta così ognuno di loro deve trovare il proprio posto.
I libri antichi, quelli vanno tenuti al chiuso, se possibile.

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Scaffali e librerie, in certi casi cerco di suddividere i testi per argomento: su alcuni scaffali tengo i libri di storia, su altri la letteratura di viaggio, su altri ancora i classici.
Da una parte i miei numerosi volumi sul Risorgimento e dall’altra tutti quelli dedicati a Genova che sono davvero tanti.
Ordine? Non saprei, direi di no.
Conosco persone che dispongono i volumi per colore, l’effetto è molto suggestivo ma io so che non non farebbe per me.
Cari, fedeli, silenziosi amici, i nostri libri, alcuni vorremmo averli sempre vicino.

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Nella mia stanza c’è una libreria, ospita certi compagni di vita dai quali non mi separerei mai: abbiamo fatto lunghi tratti di strada insieme e molto spesso ci ritroviamo.
Ancora, di nuovo.
Questi libri sono disposti a sentimento, seguendo differenti sfumature d’affetto: alcuni di loro occupano la stessa posizione da tantissimo tempo.
E no, non si possono spostare, questo è chiaro.
Sono entrati in questa casa, hanno un posto preciso nel mio cuore e un altro ugualmente sicuro nella mia libreria: quella libreria che sta nella mia stanza.
Tra di essi ci sono autori a me cari, come Dickens e Twain, tanto per citarne alcuni.
Ci sono tutti i miei libri di Oscar Wilde, anche William Shakespeare ed Emile Zola stanno lì, in quella libreria.
E ci sono i minimalisti americani, ho tanto amato i loro romanzi in un certo periodo della mia vita.
Tutte le poesie di Guido Gozzano: copertina rigida e sovracoperta bianca con le righe rosse, edizione Einaudi risalente agli anni ’80 e acquistata nella ormai scomparsa Libreria di Stefano di Piazza Dante.
John Keats, un volumetto piccino comprato a Londra, un gioiellino.
Cicely Mary Barker e le sue fatine dei fiori, Elizabeth Barrett Browning e i suoi versi, Christina Rossetti ed Emily Dickinson.
Una sezione della libreria è occupata da certi volumi che forse alcuni di voi ricorderanno, trattano la vita quotidiana in diversi periodi storici, un’altra parte è dedicata alle biografie e una sezione alle fiabe.
Libri nuovi, libri usati e vissuti, libri adesso miei.
In ordine sparso, seguendo l’affetto, il sentimento e l’attaccamento.
Amici vicini e inseparabili.
E se non c’è proprio una logica non importa, è la mia libreria e va bene così, come piace a me.
Tra quelle pagine ci sono cartoline, foglie secche, tracce di matita.
Un tempo condiviso, un tempo che a volte ritorna insieme ai miei cari amici che tengo vicino a me.

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La ragazza con il libro

Nuvole grigie, un belvedere e un muretto.
E una ragazza, è immersa tra le pagine di un libro.
In questo luogo che si affaccia sul porto lei legge Nanà, romanzo che narra le turbolente vicende della bionda creatura nata dal genio di Emile Zola.
Lettrice raffinata, ha scelto uno dei miei autori preferiti.
Sul muretto, davanti all’immensità di Genova, mentre un gabbiano solca il cielo ad ali spiegate.

Oregina

L’anima dei libri

L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

Angelique Rougon, il sogno e la felicità

Oh! Io vorrei, io vorrei… sposare un principe. Un principe che io non avessi mai veduto, che venisse una sera, all’imbrunire, e mi prendesse per mano e mi conducesse in un palazzo…io vorrei che fosse bellissimo…oh! Il più bello e il più ricco della terra! Vorrei cavalli che nitrissero sotto le finestre, gemme che scorressero luminose sulle mie ginocchia, oro, una pioggia, un diluvio d’oro, che cadesse dalle mie mani, quando io le aprissi… E vorrei che il mio principe mi amasse alla follia e che anch’io potessi amarlo sempre come una folle. Noi dovremmo essere giovanissimi, purissimi, i più nobili, sempre, sempre!

Un principe, una fanciulla e un sogno.
Il sogno, questo è titolo del sedicesimo volume del ciclo dei Rougon Macquart, pubblicato da Emile Zola nel 1888 e purtroppo fuori edizione, la mia copia risale al 1936 e l’ho scovata su un mercatino, ha le pagine ingiallite, separate l’una dall’altra dal suo antico proprietario con l’ausilio di un tagliacarte, è quasi priva di rilegatura, ma me la tengo stretta come un tesoro.
E‘ l‘amore, potente e purissimo, uno dei temi portanti di questo romanzo.
Beaumont, Piccardia è la notte di Natale.
Sui gradini della cattedrale, tremante di freddo e coperta di stracci, c’è una bambina: è una trovatella, il suo nome è Angelique Rougon e ha la ventura di incontrare due buoni sposi, gli Hubert, che si prenderanno cura di lei e la cresceranno.
Angelique è una piccina bionda, dagli occhi color delle violette, dal collo lungo che aveva la grazia di un giglio.
Cresce la fanciulla e diventa ancor più bella, i capelli biondi di una leggerezza di luce, gaia e sana, di una bellezza rara.
Oro, candore, luce, bianco, queste sono i colori che illuminano le pagine di questo libro, che contiene, in sé, la dimensione della fiaba.
E poi purezza di cuore, misticismo, nobiltà d’animo.
Gli Hubert sono ricamatori, anche Angelique apprenderà quest’arte e tra le sue dita sottili scorreranno fili di seta candida, broccati d’oro e d’argento, stoffe preziose e ricercate: sono quelle che si usano per i paramenti sacri, per le pianete che Angelique e i suoi genitori ricamano per gli alti prelati della Cattedrale.
E sulle stoffe fioriscono foglioline d’oro, spighe e grappoli simbolici, in argento sul nero, in oro sul rosso.
E’ ancora lo sfavillio della luce, luce di oro accecante.
La cattedrale, Angelique diventa donna all’ombra di quel maestoso edificio, affascinata dalle sue vetrate e da quella indicibile grandezza.
Ago, filo, telaio e poi, come lettura prediletta, la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, dove sono narrate le vite dei Santi, ed è ancora luce, è ancora oro.
E misticismo, una notte Angelique ha una sorta di visione. Vede un giovane, biondo, grande e sottile, che molto somiglia a San Giorgio, il santo che più ha colpito Angelique.
Sono aggettivi che appartengono all’assoluto, al mondo incantato delle fiabe.
Lui usciva dall’ignoto, dal fremito delle cose, dalle voci sussurranti, dai giochi semoventi della notte,  questa non è più la fiaba, è la complessità di Emile Zola, il saper guardare nel fondo dell’animo, nelle pieghe di un certo sentire, in una maniera di percepire la realtà.
Lui si chiama Felicien, è erede di grandi ricchezze, sua madre è morta nel metterlo al mondo e suo padre, affranto, ha preso i voti ed è diventato vescovo di Hautecoeur.
Felicien è un artista del vetro, dipinge le vetrate della cattedrale.
Angelique e Felicien, non sembra casuale la scelta di questi nomi e no, non credo che lo sia.
E l’amore, il loro amore, è un rincorrersi, un dichiararsi, un fuggire continuo.
Il loro primo incontro avviene al lago Chevrotte, dove Angelique va a fare il bucato.
Ed ecco l’acqua, di una limpidezza cristallina, ecco la camicetta di rigatino bianco, ecco la biancheria che alza spruzzi altissimi, ecco la schiuma, ancora chiara, nivea.
E poi lui, Felicien: alto, sottile, biondo, con la sua barba fine e i capelli inanellati da giovane dio, così bianco di pelle come l’aveva veduto sotto la bianchezza della luna.
Bianco, luce ancora, e ancor di più, nelle parole di Angelique.

Il bianco è sempre bello, vero? Certi giorni non posso sopportare il turchino e il rosso, di qualunque sfumatura essi siano; mentre il bianco è per me di una dolcezza continua, della quale non mi stanco mai. Nulla mi urta in quel colore e si desidererebbe perdersi dentro di esso… Avevamo un gatto bianco con macchie gialle e io gli avevo dipinte le sue macchie…. Mia madre non lo sa, ma io conservo tutti gli avanzi di seta bianca: ne ho un cassetto pieno, senza una ragione, soltanto così, per il piacere di guardarli e toccarli, di tanto in tanto…

Purezza, candore e pulizia.
Misticismo, ad Angelique viene commissionato il ricamo per la pianeta del Vescovo.
Lei ancora non sa che Felicien è suo figlio, e l’amore tra i due giovani cresce, diventa grande, forte.
E come nelle fiabe, la principessa è alla finestra e lui arriva, scavalca la ringhiera del balcone e si inginocchia davanti a lei, sotto la luce della luna, le dice, non amatemi ma lasciate che io vi ami.
E l’amore freme, lui le confessa di essere pittore solo per diletto, e Angelica risponde: vi amo, prendetemi, portatemi via, vi appartengo.
E giunge il 23 Luglio, il giorno della processione ed eccola Angelica, con il suo abito di foulard bianco.
Era ingenua e fiera, candidamente semplice, bella come un astro.
Oh, ma l’amore, la vita e il sogno non possono convivere a lungo!
Le viene detto che Felicien è promesso a un’altra donna, che il padre stesso si oppone.
Piange la principessa, ma prima che il suo sogno si infranga, nella sua purezza, va al cospetto del vescovo a chiedere clemenza, che acconsenta quell’amore.
E le sue parole, le sue parole sono proiettate nel sogno, in quella dimensione onirica che ammanta ogni riga di questo libro:

…da quando egli mi ama, io mi sono vestita di broccato, come nei tempi antichi; ho al collo, ai polsi, uno sfolgorio di gemme e di perle; ho cavalli, carrozze, grandi parchi in cui passeggio a piedi, seguita dai paggi…non penso mai a lui senza riprendere questo sogno…e mi dico che esso deve avverarsi e che lui ha esaudito il mio sogno di essere regina.

Non basta, irremovibile e distante l’alto prelato non si fa commuovere.
Angelique si lascia sopraffare dal suo dolore e fatalmente si ammala.
L’insonnia la tormenta, la perdita del suo amore la devasta e lui, Felicien, torna.
Torna, torna ancora al suo balcone e le svela che i suoi genitori, per tenerlo lontano, gli avevano detto che lei non lo amava più.
Lui la supplica di seguirlo, ma Angelique, prostrata dalle sue sofferenze è allo stremo, guarda la cattedrale, parla dei santi, dice che nella morte rimane la speranza, a lei, che ormai si era rassegnata ad aver perduto il suo amato.
Ma lui no, non si arrende, la incalza: sono colui che esiste, Angelique, e voi mi respingete per i sogni.
Il sogno, il soffio della vita, la speranza.
E va all’altare Angelique, al suo abito hanno lavorato alacremente per giorni ben tre sarte.
E tutto è lusso, sfarzo, ricchezza anche quella che, per voler della sposa, cade sui poveri: un milione, la medesima opulenza che lei stessa riceverà , Angelique la destina ai poveri.
Ed eccola, la sposa con un abito di amoerro bianco, coperto di vecchi merletti, fermato da perle e un velo, un velo che arrivo fino ai suoi piedi, non ha gioielli né fiori, solo quella nube fremente che sembrava circondare di uno stormire d’ali il suo piccolo volto di vergine da vetrata, con gli occhi di violetta e i capelli d’oro.
Bianco, purezza, oro.
Ma questa non è una fiaba, è un romanzo scritto dal più grande rappresentante del naturalismo francese, e la fiaba si dissolve, quando si scontra con la realtà.
Angelique, Felicien e le labbra che si sfiorano.
E in quel bacio morì.
Senza tristezza, con il cuore traboccante di quella gioia che Angelique aveva sempre ricercato.
Ancora  ritorna, un’ultima volta,  la dimensione fiabesca nelle parole semplici che chiudono questo romanzo, le parole che Zola sceglie perché il lettore si porti nel cuore Angelique Rougon, principessa sforturata che, per seppur breve tempo, ha conosciuto la pienezza della felicità.
Tutto non è che un sogno e, all’apice della felicità, Angelique era sparita, nel piccolo soffio di un bacio.