Il ventre di Parigi

È un giorno qualunque alle porte di Parigi e Madame François con il suo carro se ne va al mercato parigino di Halles dove venderà le sue verdure.
Lungo il percorso incontra un uomo malconcio e vestito con abiti laceri così la buona donna impietosita dalle sue condizioni si offre di portarlo in città sul suo carro e l’uomo si accomoda tra le rape e i cavoli di Madame.
Così Florent fa il suo rientro nella capitale francese, lui è un galeotto scappato dal bagno penale nella Caienna dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’insurrezione del 1852, lui è la figura attorno alla quale ruotano le complesse vicende del romanzo Il ventre di Parigi, capolavoro naturalista pubblicato da Emile Zola nel 1873.
Un libro potente, magnifico ed evocativo, in queste pagine scorre vivida l’epica dei mercati di Halles, è uno straordinario dipinto dai toni accesi e vibranti del quale è protagonista il popolo di quella Parigi che Zola studiò nei gesti e nelle espressioni, ogni riga vergata da Zola cattura inesorabilmente l’attenzione del lettore.
Dunque, vi dicevo di Florent.
A Parigi, in Rue Rambuteau, ha la sua salumeria suo fratello Quenu che è sposato con la bella Lisa, una donna dalla carnagione lucente, bianca e florida.
E vedeste quel negozio!
Un tripudio di costolette, salsicce, sanguinacci, terrine, piatti e portate per ogni gusto, solo un fine osservatore come Zola poteva descrivere quel mondo in maniera tanto superba.
E sono sempre i colori e gli odori forti del mercato a riempire le pagine di questo romanzo sublime nel quale si compie il destino crudele di Florent, la passione politica finirà per metterlo ancora nei guai e accadrà sotto gli occhi di tutti.
L’uomo trova anche un impiego rispettabile come ispettore al mercato del pesce e là è tutto un turbinare di bagliori marini:

“Alla rinfusa le alghe degli abissi, là dove dorme la vita misteriosa degli oceani, avevano ceduto il loro tesoro alla rete: merluzzi, pianuzze, passere di mare, limande, pesci comuni d’un grigio e dalle macchie biancastre.”

E le pescivendole espongono le merci e l’ispettore ha delle precise sensazioni:

“S’alzava un vento umido, una pioggia minutissima, che soffiava sul viso di Florent quell’alito fresco, quel vento marino che riconosceva, amaro e salato; mentre in mezzo ai primi pesci esposti ricopriva le conchiglie rosate, i coralli sanguigni, le perle lattiginose, tutte le screziature e i pallori azzurrognoli dell’oceano.”

È arduo scegliere appena poche righe per mostrarvi il lavoro di cesello di Zola: in questo terzo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart la vita ferve e fluisce rumorosa tra i banchi del mercato dove si muove una babele di personaggi, nessuno di essi viene trascurato da Zola, di ognuno lo scrittore lascia un ritratto dai contorni ben definiti.
Ecco Mademoiselle Saget, una vecchia pettegola che gira con una sporta sotto il braccio e un cappello nero sul capo, sa tutto di tutti e sopravvive facendosi regalare ogni ben di Dio da questo o da quell’altro commerciante.
E poi c’è la Sarriette, una ragazza magnifica e a Zola basta usare poche parole per farvela conoscere:

“La Sarriette riempiva il negozio con le sue gonne stravaganti. Sorrideva a tutti, fresca come il latte, spettinata da un lato dal vento delle Halles.”

Un dipinto di bucolica bellezza ancor più avvincente nel brano in cui la Sarriette è descritta in mezzo alla sua frutta, con le labbra rosse di ribes, il fazzoletto profumato di fragole e lo sottane dense del sentore delle prugne.
E poi c’è una certa pescivendola alta, spavalda, imponente e al mercato la chiamano la bella Normanna e la oppongono così alla bella Lisa, è logico.
C’è poi il ritratto piccolo Marjolin, un trovatello rinvenuto tra i cavoli al Marché des Innocents.
Crescerà con la fruttivendola Mère Chantemesse e lei prenderà con sé anche un’altra bambina di appena pochi anni, il suo nome è Cadine.
E i due cresceranno insieme, insieme diverranno ragazzini e saranno creature selvatiche, innocenti, spontanee e vere, le pagine a loro dedicate sono per me tra le più coinvolgenti che abbia mai letto, Zola è riuscito a rendere indimenticabili questi due piccoli sventurati.
E poi Marjolin verrà su un po’ sciocco, un incidente peggiorerà pure il suo stato, mentre Cadine si mostrerà sempre furba e astuta, diverrà una bimbetta testarda e intraprenderà anche degli improvvisati commerci da ambulante, venderà limoni, cuffiette, quindi biscotti, dolci e torte, sarà scaltra nel fiutare i gendarmi per sfuggire al momento opportuno.
Come sempre nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart Zola presenta una delle figure che sarà poi protagonista di un successivo romanzo e tra le pagine di Il ventre di Parigi incontriamo Claude Lantier, pittore al quale Zola dedica L’opera, Claude è il figlio della sfortunata e mai scordata Gervaise Macquart, tragica eroina del romanzo L’ammazzatoio.
Nello scenario di questa Parigi si dipana la vicenda umana di Florent, intriso nel suoi ideali politici egli vede davanti ai suoi occhi tanta straripante abbondanza e per lui essa diviene il simbolo di ciò che desidera combattere, ancora come prima, con lo stesso spirito di ribellione:

“Le Halles colossali, tutta quella roba traboccante e poderosa, avevano acuito la sua crisi. Gli sembravano un animale sazio e intorpidito, una Parigi ingozzata che, crogiolandosi nel grasso, sosteneva tacitamente l’impero. … Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell’onestà meschina. Tronfia e felice, convinta che tutto andasse per il meglio e che mai la brava gente era ingrassata in maniera così beata.”

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Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Genova misteriosa

Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

Libri antichi e annotazioni

Come è ben noto, certi libri antichi o semplicemente vecchi portano in dote preziose eredità.
A volte si tratta di volumi non più pubblicati e così si diventa fortunati possessori di perle davvero rare, questo è già uno splendido privilegio secondo me.
Ogni libro che abbia vissuto più vite conserva spesso la traccia dei suoi precedenti proprietari: può trattarsi di un segnalibro dimenticato o magari di un biglietto da visita.
Io lascio ogni cosa al suo posto, mi pare giusto così.

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Su certe pagine a volte troviamo note a margine, le parole che scriviamo sui nostri libri hanno per noi un significato e possono averlo anche per gli altri, se per caso si tratta di un volume adottato per studiare allora sottolineature o riflessioni possono essere in qualche modo utili a richiamare l’attenzione.
Come dire: ehi, guarda qua! Non scordarti di queste righe, sono fondamentali!
A volte nei nostri libri ci siamo noi, a volte nei nostri libri c’è il nostro affetto per certe letture.
Tempo fa comprai un romanzo di Emile Zola ormai non più disponibile in libreria, sulla prima pagina ho trovato una firma e un’ulteriore nota vergata con una certa cura.

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Certi libri non sono più attuali, è inevitabile.
Il tempo scorre, le cose cambiano, in realtà è proprio questo a rendere speciali quei libri, non vi sembra?
E tra tutte le annotazioni trovate sui vecchi volumi una mi ha colpita in maniera particolare facendomi fantasticare su quel tempo da noi mai vissuto.
Così ho immaginato un austero genovese, lui tiene da conto le sue copie del Lunario del Signor Regina, questo libretto gli serve per districarsi nella vita quotidiana.
Come ben sapete sul Lunario ci sono informazioni di vario genere, ci sono i negozi e gli uffici pubblici, le scuole, i professionisti e i medici ai quali ricorrere in caso di necessità.
La maggior parte delle indicazioni sono di carattere locale, alcune invece hanno rilevanza nazionale ed è proprio questo il caso.
Dunque, un bel giorno il buon genovese un tempo proprietario di questo volumetto ora a mie mani pensò di completare il suo Lunario colmando una piccola lacuna.
Eh già, era trascorso un po’ di tempo, il Lunario è del 1882 e bisognava in qualche modo aggiungere una precisazione a proposito del Re d’Italia.
Ed eccola lì la minuta calligrafia con la data di morte di Umberto I.

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E notate anche un altro dettaglio, gli editori del Lunario sono stati un po’ spicci a proposito del sovrano, evidentemente non avevano voglia di stare a specificare tutti i roboanti titoli e così dopo “Principe di Piemonte” c’è uno sbrigativo eccetera eccetera e tanti cari saluti.
Eh, mi piacerebbe far due chiacchiere con il primo proprietario del mio Lunario, avrei da raccontargli tante novità, dalla nascita delle Repubblica all’Euro che ha sostituito la cara vecchia Lira, tanto per fare un paio di esempi.
Vi immaginate lo stupore di una persona del passato che venisse precipitata nella nostra epoca?
Credo che sarebbe un’esperienza a dir poco sconcertante!
Lasciamo il nostro amico là, al principio di un altro secolo, a quel giorno in cui decise di segnare una data storica sulla pagina del suo Lunario.
Ne ha viste di cose questo volume del 1882, alcune sono scritte sulle sue pagine dalla carta sottile e altre mi piace immaginarle, giocando con la fantasia.

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Di libri amati e librerie

I libri, amici veri che restano sempre vicini, nei pensieri e nelle nostre riflessioni.
I libri, la loro vita e il loro spazio nelle nostre case, accade ad ogni lettore di cimentarsi con la difficoltà di tenere in ordine i propri volumi disponendoli con logica ed intelligenza per poterli poi ritrovare senza problemi.
Faccenda complicata, eh.
Ho scaffali ovunque e più di una libreria ma a dire la verità lo spazio non mi sembra mai sufficiente e poi si sa, i lettori non smettono mai di comprare libri ed io sono romanticamente affezionata ai libri di carta così ognuno di loro deve trovare il proprio posto.
I libri antichi, quelli vanno tenuti al chiuso, se possibile.

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Scaffali e librerie, in certi casi cerco di suddividere i testi per argomento: su alcuni scaffali tengo i libri di storia, su altri la letteratura di viaggio, su altri ancora i classici.
Da una parte i miei numerosi volumi sul Risorgimento e dall’altra tutti quelli dedicati a Genova che sono davvero tanti.
Ordine? Non saprei, direi di no.
Conosco persone che dispongono i volumi per colore, l’effetto è molto suggestivo ma io so che non non farebbe per me.
Cari, fedeli, silenziosi amici, i nostri libri, alcuni vorremmo averli sempre vicino.

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Nella mia stanza c’è una libreria, ospita certi compagni di vita dai quali non mi separerei mai: abbiamo fatto lunghi tratti di strada insieme e molto spesso ci ritroviamo.
Ancora, di nuovo.
Questi libri sono disposti a sentimento, seguendo differenti sfumature d’affetto: alcuni di loro occupano la stessa posizione da tantissimo tempo.
E no, non si possono spostare, questo è chiaro.
Sono entrati in questa casa, hanno un posto preciso nel mio cuore e un altro ugualmente sicuro nella mia libreria: quella libreria che sta nella mia stanza.
Tra di essi ci sono autori a me cari, come Dickens e Twain, tanto per citarne alcuni.
Ci sono tutti i miei libri di Oscar Wilde, anche William Shakespeare ed Emile Zola stanno lì, in quella libreria.
E ci sono i minimalisti americani, ho tanto amato i loro romanzi in un certo periodo della mia vita.
Tutte le poesie di Guido Gozzano: copertina rigida e sovracoperta bianca con le righe rosse, edizione Einaudi risalente agli anni ’80 e acquistata nella ormai scomparsa Libreria di Stefano di Piazza Dante.
John Keats, un volumetto piccino comprato a Londra, un gioiellino.
Cicely Mary Barker e le sue fatine dei fiori, Elizabeth Barrett Browning e i suoi versi, Christina Rossetti ed Emily Dickinson.
Una sezione della libreria è occupata da certi volumi che forse alcuni di voi ricorderanno, trattano la vita quotidiana in diversi periodi storici, un’altra parte è dedicata alle biografie e una sezione alle fiabe.
Libri nuovi, libri usati e vissuti, libri adesso miei.
In ordine sparso, seguendo l’affetto, il sentimento e l’attaccamento.
Amici vicini e inseparabili.
E se non c’è proprio una logica non importa, è la mia libreria e va bene così, come piace a me.
Tra quelle pagine ci sono cartoline, foglie secche, tracce di matita.
Un tempo condiviso, un tempo che a volte ritorna insieme ai miei cari amici che tengo vicino a me.

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La ragazza con il libro

Nuvole grigie, un belvedere e un muretto.
E una ragazza, è immersa tra le pagine di un libro.
In questo luogo che si affaccia sul porto lei legge Nanà, romanzo che narra le turbolente vicende della bionda creatura nata dal genio di Emile Zola.
Lettrice raffinata, ha scelto uno dei miei autori preferiti.
Sul muretto, davanti all’immensità di Genova, mentre un gabbiano solca il cielo ad ali spiegate.

Oregina

L’anima dei libri

L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

Angelique Rougon, il sogno e la felicità

Oh! Io vorrei, io vorrei… sposare un principe. Un principe che io non avessi mai veduto, che venisse una sera, all’imbrunire, e mi prendesse per mano e mi conducesse in un palazzo…io vorrei che fosse bellissimo…oh! Il più bello e il più ricco della terra! Vorrei cavalli che nitrissero sotto le finestre, gemme che scorressero luminose sulle mie ginocchia, oro, una pioggia, un diluvio d’oro, che cadesse dalle mie mani, quando io le aprissi… E vorrei che il mio principe mi amasse alla follia e che anch’io potessi amarlo sempre come una folle. Noi dovremmo essere giovanissimi, purissimi, i più nobili, sempre, sempre!

Un principe, una fanciulla e un sogno.
Il sogno, questo è titolo del sedicesimo volume del ciclo dei Rougon Macquart, pubblicato da Emile Zola nel 1888 e purtroppo fuori edizione, la mia copia risale al 1936 e l’ho scovata su un mercatino, ha le pagine ingiallite, separate l’una dall’altra dal suo antico proprietario con l’ausilio di un tagliacarte, è quasi priva di rilegatura, ma me la tengo stretta come un tesoro.
E‘ l‘amore, potente e purissimo, uno dei temi portanti di questo romanzo.
Beaumont, Piccardia è la notte di Natale.
Sui gradini della cattedrale, tremante di freddo e coperta di stracci, c’è una bambina: è una trovatella, il suo nome è Angelique Rougon e ha la ventura di incontrare due buoni sposi, gli Hubert, che si prenderanno cura di lei e la cresceranno.
Angelique è una piccina bionda, dagli occhi color delle violette, dal collo lungo che aveva la grazia di un giglio.
Cresce la fanciulla e diventa ancor più bella, i capelli biondi di una leggerezza di luce, gaia e sana, di una bellezza rara.
Oro, candore, luce, bianco, queste sono i colori che illuminano le pagine di questo libro, che contiene, in sé, la dimensione della fiaba.
E poi purezza di cuore, misticismo, nobiltà d’animo.
Gli Hubert sono ricamatori, anche Angelique apprenderà quest’arte e tra le sue dita sottili scorreranno fili di seta candida, broccati d’oro e d’argento, stoffe preziose e ricercate: sono quelle che si usano per i paramenti sacri, per le pianete che Angelique e i suoi genitori ricamano per gli alti prelati della Cattedrale.
E sulle stoffe fioriscono foglioline d’oro, spighe e grappoli simbolici, in argento sul nero, in oro sul rosso.
E’ ancora lo sfavillio della luce, luce di oro accecante.
La cattedrale, Angelique diventa donna all’ombra di quel maestoso edificio, affascinata dalle sue vetrate e da quella indicibile grandezza.
Ago, filo, telaio e poi, come lettura prediletta, la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, dove sono narrate le vite dei Santi, ed è ancora luce, è ancora oro.
E misticismo, una notte Angelique ha una sorta di visione. Vede un giovane, biondo, grande e sottile, che molto somiglia a San Giorgio, il santo che più ha colpito Angelique.
Sono aggettivi che appartengono all’assoluto, al mondo incantato delle fiabe.
Lui usciva dall’ignoto, dal fremito delle cose, dalle voci sussurranti, dai giochi semoventi della notte,  questa non è più la fiaba, è la complessità di Emile Zola, il saper guardare nel fondo dell’animo, nelle pieghe di un certo sentire, in una maniera di percepire la realtà.
Lui si chiama Felicien, è erede di grandi ricchezze, sua madre è morta nel metterlo al mondo e suo padre, affranto, ha preso i voti ed è diventato vescovo di Hautecoeur.
Felicien è un artista del vetro, dipinge le vetrate della cattedrale.
Angelique e Felicien, non sembra casuale la scelta di questi nomi e no, non credo che lo sia.
E l’amore, il loro amore, è un rincorrersi, un dichiararsi, un fuggire continuo.
Il loro primo incontro avviene al lago Chevrotte, dove Angelique va a fare il bucato.
Ed ecco l’acqua, di una limpidezza cristallina, ecco la camicetta di rigatino bianco, ecco la biancheria che alza spruzzi altissimi, ecco la schiuma, ancora chiara, nivea.
E poi lui, Felicien: alto, sottile, biondo, con la sua barba fine e i capelli inanellati da giovane dio, così bianco di pelle come l’aveva veduto sotto la bianchezza della luna.
Bianco, luce ancora, e ancor di più, nelle parole di Angelique.

Il bianco è sempre bello, vero? Certi giorni non posso sopportare il turchino e il rosso, di qualunque sfumatura essi siano; mentre il bianco è per me di una dolcezza continua, della quale non mi stanco mai. Nulla mi urta in quel colore e si desidererebbe perdersi dentro di esso… Avevamo un gatto bianco con macchie gialle e io gli avevo dipinte le sue macchie…. Mia madre non lo sa, ma io conservo tutti gli avanzi di seta bianca: ne ho un cassetto pieno, senza una ragione, soltanto così, per il piacere di guardarli e toccarli, di tanto in tanto…

Purezza, candore e pulizia.
Misticismo, ad Angelique viene commissionato il ricamo per la pianeta del Vescovo.
Lei ancora non sa che Felicien è suo figlio, e l’amore tra i due giovani cresce, diventa grande, forte.
E come nelle fiabe, la principessa è alla finestra e lui arriva, scavalca la ringhiera del balcone e si inginocchia davanti a lei, sotto la luce della luna, le dice, non amatemi ma lasciate che io vi ami.
E l’amore freme, lui le confessa di essere pittore solo per diletto, e Angelica risponde: vi amo, prendetemi, portatemi via, vi appartengo.
E giunge il 23 Luglio, il giorno della processione ed eccola Angelica, con il suo abito di foulard bianco.
Era ingenua e fiera, candidamente semplice, bella come un astro.
Oh, ma l’amore, la vita e il sogno non possono convivere a lungo!
Le viene detto che Felicien è promesso a un’altra donna, che il padre stesso si oppone.
Piange la principessa, ma prima che il suo sogno si infranga, nella sua purezza, va al cospetto del vescovo a chiedere clemenza, che acconsenta quell’amore.
E le sue parole, le sue parole sono proiettate nel sogno, in quella dimensione onirica che ammanta ogni riga di questo libro:

…da quando egli mi ama, io mi sono vestita di broccato, come nei tempi antichi; ho al collo, ai polsi, uno sfolgorio di gemme e di perle; ho cavalli, carrozze, grandi parchi in cui passeggio a piedi, seguita dai paggi…non penso mai a lui senza riprendere questo sogno…e mi dico che esso deve avverarsi e che lui ha esaudito il mio sogno di essere regina.

Non basta, irremovibile e distante l’alto prelato non si fa commuovere.
Angelique si lascia sopraffare dal suo dolore e fatalmente si ammala.
L’insonnia la tormenta, la perdita del suo amore la devasta e lui, Felicien, torna.
Torna, torna ancora al suo balcone e le svela che i suoi genitori, per tenerlo lontano, gli avevano detto che lei non lo amava più.
Lui la supplica di seguirlo, ma Angelique, prostrata dalle sue sofferenze è allo stremo, guarda la cattedrale, parla dei santi, dice che nella morte rimane la speranza, a lei, che ormai si era rassegnata ad aver perduto il suo amato.
Ma lui no, non si arrende, la incalza: sono colui che esiste, Angelique, e voi mi respingete per i sogni.
Il sogno, il soffio della vita, la speranza.
E va all’altare Angelique, al suo abito hanno lavorato alacremente per giorni ben tre sarte.
E tutto è lusso, sfarzo, ricchezza anche quella che, per voler della sposa, cade sui poveri: un milione, la medesima opulenza che lei stessa riceverà , Angelique la destina ai poveri.
Ed eccola, la sposa con un abito di amoerro bianco, coperto di vecchi merletti, fermato da perle e un velo, un velo che arrivo fino ai suoi piedi, non ha gioielli né fiori, solo quella nube fremente che sembrava circondare di uno stormire d’ali il suo piccolo volto di vergine da vetrata, con gli occhi di violetta e i capelli d’oro.
Bianco, purezza, oro.
Ma questa non è una fiaba, è un romanzo scritto dal più grande rappresentante del naturalismo francese, e la fiaba si dissolve, quando si scontra con la realtà.
Angelique, Felicien e le labbra che si sfiorano.
E in quel bacio morì.
Senza tristezza, con il cuore traboccante di quella gioia che Angelique aveva sempre ricercato.
Ancora  ritorna, un’ultima volta,  la dimensione fiabesca nelle parole semplici che chiudono questo romanzo, le parole che Zola sceglie perché il lettore si porti nel cuore Angelique Rougon, principessa sforturata che, per seppur breve tempo, ha conosciuto la pienezza della felicità.
Tutto non è che un sogno e, all’apice della felicità, Angelique era sparita, nel piccolo soffio di un bacio.

Etienne Lantier, l’eroe di Germinal

Germinal, pubblicato da Emile Zola nel 1885, è un libro che fece scandalo per la crudezza con la quale viene narrata la vita e la morte di un’intera classe sociale.
E’ ambientato a Montsou, dove si trova la miniera che sarà lo scenario sul quale si muovono i protagonisti, i minatori.
E’ un romanzo cupo, duro e tragico.
E’ buio, come lo sono i cunicoli dove ci si infilava per estrarre il carbone.
Ve ne accorgerete dalle prime righe, dalle prime parole, quelle che Zola scelse per introdurre il lettore in questo universo.

Nella pianura rasa, nella notte senza stelle, d’un’oscurità fitta come inchiostro un uomo solo percorreva la strada che da Marchiennes va a Montsou.

Scuro, nero, inchiostro, notte, carbone.
Siete già lì, nella miniera.
L’uomo che cammina si chiama Etienne Lantier.
Vi ho già presentato sua madre, è la lavandaia Gervasie Macquart, e sua sorellastra è quella Nanà che ha fatto altre scelte per farsi strada nel mondo.
E’ un romanzo difficile, arduo narrarne la trama, in quanto è epica, complessa e universale.
Germinal, nel calendario rivoluzionario adottato al tempo della Rivoluzione francese, corrisponde alla primavera, quando i germogli sbocciano.
E nel romanzo di Zola, i fiori che si aprono alla luce del sole, sono proprio loro, i minatori, quella massa indistinta di uomini, donne, bambini e ragazze che vagano tristi, con la pelle macchiata di carbone, quella folla che cerca il riscatto della propria dignità.
E lui, Etienne Lantier è il motore di questa comunità.
Ha poco più di vent’anni, quando arriva a Montsou.
E tante sono le persone che incontra, innumerevoli, come sempre, i personaggi.
Impossibile narrare di ognuno, della complessità che ciascuno di essi rappresenta.
C’è violenza, miseria e lotta, in questo romanzo.
C’è una famiglia, i Maheu, le cui vicende vanno in parallelo con l’esperienza umana di Etienne ed è in quella famiglia che il giovane conosce Catherine.
Ha quindici anni appena e da quando ne aveva dieci, anche lei, come tutti, lavora nella miniera.
E’ esile, fragile, sparuta la definisce Zola, ed è la luce che illumina i tunnel che si percorrono leggendo questo libro.
E di lei Etienne si innamora.
Non vi narrerò per intero la trama di questo libro, merita di essere letta così come l’ha scritta Zola e pagina dopo pagina, conoscerete la vita dei minatori, che giorno per giorno precipita verso la miseria e la disperazione.
E poi conoscerete i Gregoire, sapete quelle brave persone benestanti e caritatevoli, che ai poveri non danno mai denaro ma solo abiti e panni caldi, per coprirsi quando fa freddo.
E conoscerete anche Alzire, la bambina gobba, e Chaval, l’amante di Catherine e antagonista di Etienne.
E la Mouquette, la ragazza facile, quella che tutti hanno avuto, ma della quale nessuno è orgoglioso.
E quando la incontrete, prestate attenzione ai suoi sentimenti, alla grandezza di cuore che Zola ha voluto donarle, così in contrasto con il suo aspetto di ragazzona grossa e spesso volgare.
La Mouquette, che ama Etienne e nella sua semplicità gli domanda:
– Perché non vuoi amarmi?
Leggete il libro, scoprite di quale generosità sarà capace questa sgraziata ragazza, sul cui volto si leggeva una tale supplichevole attesa di un po’ d’amore.
E poi lui, Etienne Lantier.
Giovane, certo.
Proviene dal popolo, non ha grande cultura.
Ma vede la vita dei minatori e comincia a porsi delle domande, queste, così come le ha scritte Zola.

Perché la ricchezza degli uni? Perché la miseria degli altri? Perché questi erano calpestati da quelli, senza la speranza di poter prendere il loro posto?

La miniera, la crisi e la compagnia mineraria che per fronteggiare le difficoltà decide una riduzione dei salari.
Salari di gente che già è allo stremo, s’intende.
I minatori non ci stanno, è lo sciopero.
Ed Etienne? Lui è il primo, parla al Direttore spuntandogli in faccia queste parole:

E’ forse onesto, ad ogni crisi, lasciar morir di fame gli operai per salvare i dividendi degli azionisti?

Non cede il Direttore, ma nemmeno Etienne.

Piuttosto morire che mostrar di aver avuto torto quando si aveva ragione!

E giunge l’inverno, un freddo nero avvolgeva in un funereo lenzuolo l’immensa pianura, scrive Zola.
Carbone, fumo, inchiostro, notte, nero, sempre questi colori.
Cunicoli, polvere, vanghe, luci fioche, claustrofobia.
E’ l’epica della miniera, nella radura di Pan-des-Dames ci sono quasi tremila minatori, venuti a discutere sull’opportunità di continuare lo sciopero.
Una folla brulicante, uomini, donne e bambini.
Ed Etienne parla, scrive Zola: era il capo banda, l’apostolo che annunciava la verità.
Ed Etienne urla:

– La miniera vi appartiene è di voi tutti che da un secolo l’avete pagata col sangue e la miseria!

E in quell’aria glaciale appariva un furore di visi, di occhi lucenti, di bocche spalancate, tutta una moltitudine smaniante di uomini, donne, ragazzi affamati,lanciati al giusto saccheggio degli antichi beni di cui erano stati derubati.

L’epica della miniera.

Molte frasi oscure erano loro sfuggite, non sentivano nemmeno quei ragionamenti tecnici e astratti; ma la stessa oscurità astratta allargava ancor di più il campo delle promesse, le elevava in una luce luminosa.

Una luce luminosa, la speranza, e poi la realtà nera, cupa, funerea come il fondo della miniera.
Questa è l’epica, nelle metafore, nei colori, nei contrasti.
E l’amore? L’amore è lindo, tenue, pulito.
E l’amore tra Catherine ed Etienne sarà svelato e scoperto laggiù, nel fondo del fondo di quei cunicoli bui.
E’ il culmine, l’apice della tragedia.
E sta a voi scoprire cosa accadrà alla piccola Catherine che se ne sta laggiù, sommersa dall’acqua, imprigionata a causa di un crollo, tremante e stremata, che cerca conforto tra le braccia di Etienne.
Un combattente, un eroe del popolo, un idealista.
Un giovane che stringendo a sé colei che ama, ripete lentamente:

– Niente è finito per sempre, basta un po’ di felicità perché tutto ricominci.

Anna Coupeau, detta Nanà, storia di una cattiva ragazza

Una bionda bellezza, una fanciulla inquieta e pretenziosa, capricciosa quanto insolente.
Anna Coupeau, detta Nanà, fa la sua prima apparizione nell’Assomoir, il romanzo nel quale Emile Zola narra le vicende di sua madre, la lavandaia Gervaise.
E’ un mondo dal quale Nanà vuole fuggire e già in quel romanzo si delinea la sua personalità, da bambina dà già dei pensieri e da adolescente si ritroverà ben presto ad esercitare l’unico mestiere che non le costa fatica: vendersi in bettole di quart’ordine.
Oh, da allora ne ha fatta di strada Nanà!
Il romanzo che porta il suo nome si apre con una situazione di attesa e curiosità.
Parigi, un teatro gremito di spettatori, tutti fremono, aspettano la messa in scena dello spettacolo più atteso dell’anno: la Blonde Venus.
E tra le poltroncine si alza sommesso un brusio, un vociare, un chiacchiericcio, tutti parlano di lei, di Nanà che a breve calcherà le scene nei panni scollacciati e seducenti di Venere.
E Zola vi farà attendere parecchio prima di mostrarvela, ma di lei saprete già parecchio, da ciò che ne dice il pubblico.
Certo, la ragazza non ha molti talenti, è persino stonata, ma le sue doti sono altre:  i fianchi ben torniti, i capelli biondi, lunghi fino alla vita, i seni perfetti, le cosce rigogliose, gli occhi azzurri, le labbra turgide.
E quando sale sul palco, coperta solo da un velo che lascia trasparire le sue splendide fattezze, il pubblico, dimentico delle sue scarse capacità, rimane come stregato, incantato dalla vista di lei e da cotanta bellezza.
Oh, dovevate vederli coloro che deridevano le sue performance canore!
Nessuno rideva più, Nanà era la regina del teatro.
In questo, come in quasi tutti i romanzi del ciclo del Rougon-Macquart, c’è un’abbondanza di personaggi minori che fanno da comprimari e contribuiscono a creare un mondo, ben visibile e reale.
Qui, più che altrove, i personaggi sono molteplici: un impresario, gli attori,  la zia di Nanà, un’altra ragazza anch’essa dedita allo stesso mestiere, e poi una serie infinita di figure minori che fanno da sfondo alla vicenda umana di questa giovane.
E poi gli uomini, gli uomini di Nanà: un banchiere, che lei spenna a dovere, un ragazzo tra le cui braccia Nanà troverà una sorta di purezza, l’attore Fontan, che la maltratta e approfitta di lei, Muffat, un uomo ricco e molto in vista che desidera solo fare di Nanà la propria amante fissa.
Gli uomini: Nanà vive sulle loro spalle, è la causa della loro rovina e della loro disperazione.
All’inizio del romanzo la troverete in una lussuosa casa in Boulevard Haussmann, dove lei abita a spese di un ricco commerciante di Mosca.
L’arredamento è pacchiano, volgare, qua e là, scrive Zola, ci sono cianfrusaglie e chincaglierie: è la casa di una mantenuta, questo è Nanà.
Ed è un continuo andirivieni di uomini, nel suo appartamento, fanno anticamera, l’aspettano per ore e se lei ha la luna storta è capace di buttarli fuori in malo modo.
Non c’è traccia di amore, in questo romanzo, né di sentimenti scaturiti dal cuore di Nanà: lei, semplicemente, non è capace, non conosce affetto, attaccamento, nemmeno per Louiset, il bambino che ha sfortunatamente dato alla luce e che è destinato ad una fine prematura.
Lei non se ne cura, lo lascia ad una zia, e quando se ne separa, non lo fa a malincuore, anzi, quel moccioso le è solo di impaccio.
C’è una scena, in questo romanzo, dalla quale si intuisce chi sia la sola persona importante per Anna Coupeau, a tutti nota come Nanà.
Guardatela, come si rimira nello specchio, con quale compiacimento, è completamente nuda e con il dito sfiora un piccolo neo che ha sul fianco, che vezzo! Si mette di profilo, si contempla, si ammira e gode della vista di sé, mentre l’amante di turno la osserva attonita.
Questa è Nanà, una creatura tanto bella e ambiziosa quanto incapace anche solo di cercarla, la felicità.
Zola delinea perfettamente lo stato d’animo dell’eroina di questo romanzo:

Tuttavia, in mezzo al lusso, circondata da tutta la sua corte, Nanà si annoiava mortalmente. Aveva uomini per ogni minuto della notte, e denaro perfino nei cassetti della toilette, insieme ai pettini e alle spazzole, ma tutto questo non le bastava più, sentiva che le mancava qualcosa, provava un senso di vuoto che la immalinconiva. La sua vita si trascinava oziosamente, fatta delle medesime occupazioni monotone.
L’indomani per lei non esisteva. Viveva come un uccello. sicura del cibo, pronta a dormire sul primo ramo che le capiterà a tiro.

Come si colmano certi vuoti? Con quali contenuti, se non hai la capacità di sentire, di amare, di respirare un’aria diversa dal putridume che ti soffoca?
Non ci riuscirà a scoprirlo, la nostra Nanà.
Vivrà altri momenti di gloria, fasulla e superficiale come sempre, al Gran Prix, quando una cavalla che porta il suo nome si aggiudicherà il primo premio mentre il pubblico scandisce in coro Nanà, Nanà!
Lei, la ragazza che tutti volevano sposare, lei rovina di uomini e vite è destinata a rappresentare con la sua morte, l’immagine di un mondo che ha fine.
Fuori dalla sua stanza un impero sta crollando: sta per scoppiare la guerra tra Francia e Prussia e si sentono le urla, forti ed incalzanti: a Berlino, a Berlino!
E’ la fine di un’epoca, contemporanea all’ultima scena recitata dalla più ambita cortigiana di Parigi.
Nel suo letto, devastata dal vaiolo che la priva di ogni bellezza che un tempo fu il suo vanto, si trasfigura, diventa una maschera mostruosa e grottesca, il suo corpo ammorba l’aria e l’avvelena.
Fuori, la corte degli amanti di Nanà la ricorda con un certo rammarico, non si può credere che una donna così bella faccia una fine così.
Uno di loro è lì dalle sei di mattina. E’ il conte Muffat, ogni mezz’ora chiede notizie, non si dà pace di perdere colei che ha sempre amato, malgrado non sia mai stato ricambiato.
Un impero crolla e tra le sue macerie rovinosamente finisce il regno di una giovane donna,  un tempo desiderata, contesa e ambita.
Era conosciuta come Nanà, ma il suo vero nome era Anna Coupeau.