Il signore e la signora Wilde

Oscar e Constance, ovvero il Signore e la Signora Wilde.
Agli amanti dello scrittore irlandese sono ben noti i dettagli della vita sentimentale di Wilde: il matrimonio, i figli, l’amore di lui per Alfred Douglas, colui che segnò il destino di Wilde sia come uomo che come scrittore, l’esilio, la lontananza dalla sua famiglia, il distacco, la fine tragica e sfortunata.
E sullo sfondo lei, Constance Lloyd.
Si presenta l’opportunità di parlare di lei, in occasione di un libro di recente uscita dal titolo Constance, the tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde della scrittrice Franny Moyle.
La Moyle ha una scrittura fluida e gradevole e nel suo libro presenta diversi materiali inediti e molto interessanti riguardanti la vita di Constance Lloyd.
Il padre, Horace, amava il gioco, le carte e le belle donne, da lì allo scandalo il passo fu breve, come accadde al padre di Oscar, del resto, quando lo scrittore ancora era giovane.
Erano molte le cose che  accomunavano i due giovani: certo l’intelligenza, il fascino, la cultura.
Donna particolare Constance, si impegnò in prima persona per la parità dei diritti tra uomo e donna, fu una sorta di femminista ante litteram.
E come il suo Oscar, anche lei aderì all’estetismo.
La corrente estetica si distingueva per un certo gusto, una predilezione per l’arte orientale, per le porcellane cinesi, per determinati artisti, come William Morris, per alcuni tipi di fiori, come il giglio e il girasole.
La scelta dell’abbigliamento non era certo esente da alcuni dettami, gli uomini amavano portare i capelli lunghi, alla maniera del pittore Dante Gabriel Rossetti, uno stile che i detrattori non esitavano a definire effeminato.
Constance, al pari di Oscar, ne era completamente immersa.
E come lui cercò di sviluppare il suo lato artistico, prima nella ceramica, poi nella scrittura, scrisse lei stessa storie per bambini.
La Moyle, tra le sue tante rivelazioni, narra che sono stati rinvenuti alcuni manoscritti di “Il Principe Egoista” attribuiti con certezza alla mano di Constance.
E sorge immediato un interrogativo: Constance fornì solo un aiuto materiale al suo celebre marito oppure mise la sua creatività al servizio del genio di Oscar e “Il principe Egoista” è quindi il frutto di una loro collaborazione?
Sarebbe davvero interessante scoprirlo.
C’era una grande sintonia tra i due, nei primi anni, ma sebbene Constance amasse Oscar più della sua stessa vita, la loro felicità fu breve.
Io qui non desidero narrarvi i lati oscuri e le tristezze delle loro esistenze, nel libro della Moyle troverete ogni dettaglio, sino alla fine dei loro giorni.
In queste righe voglio farvi conoscere il signore e la signora Wilde ai tempi del loro fulgore, prima che l’amore sfiorisse e prima che la bellezza appassisse.
Io vi voglio raccontare di Constance, di quando si fidanzò con Oscar.
Scrisse al fratello, quel giorno, in un tripudio di gioia e felicità, e le sue parole furono: I am engaged to Oscar Wilde and perfectly and insanely happy.
Splendida scelta di avverbi per una donna così profondamente innamorata.
E l’anello! L’anello di fidanzamento che Oscar donò alla sua amata, sapete, lo disegnò lui stesso!
Un cuore, composto di diamanti che racchiudevano due perle, sormontate ancora da un arco di diamanti.
E quanto era innamorata, Constance!
Innamorata e gelosa, voleva il suo uomo tutto per sé, come darle torto?
Gli scriveva queste lettere appassionate, dense di affetto e di venerazione, gli scriveva parole come queste: quando ti avrò come mio marito, ti terrò legato a me con le catene dell’amore e della devozione, così tu non mi lascerai mai, e non amerai nessun altro fino a che io potrò amarti e confortarti.
E’ l’amore dell’anima, dei sensi, dello spirito, è l’amore che desidera possesso esclusivo e totale.
Già sapeva, Constance, della preferenze di Oscar? Non si sa, certo lui era uomo di molte avventure, ai tempi di Oxford non aveva disdegnato forme di amore mercenario e di sicuro era un uomo con grande ascendente, gran fascino e personalità.
Ma fu Constance la donna che Oscar scelse, fu lei che portò all’altare.
Che folla, il 29 Maggio 1894, di fronte alla St James Church il giorno del matrimonio.
La sposa indossava un abito semplice con le maniche a sbuffo, di seta color crema, con un lungo strascico.
Sul capo aveva una corona di mirto e il suo velo era di seta indiana tempestato di perle, in vita portava una cintura d’argento, dono di nozze di Oscar, tra le mani stringeva un mazzo di gigli.
E l’anello nuziale, a prima vista una semplice vera, in realtà era composto da due anelli perfettamente combacianti e, una volta aperti, su di uno si poteva leggere la data di nozze, sull’altro i nomi degli sposi.
E che furore fecero, in quegli anni, a Londra, il signore e la signora Wilde!
Sui giornali del tempo i cronisti dell’epoca si sbizzarrivano nel descrivere le ricercatezze  di Constance e lei certo era una che osava , sempre, anche nel modo di vestire e spesso il suo stile era considerato eccentrico, ma in fondo era la moglie di Oscar, c’era da aspettarselo.
Constance amava i nastri antichi, i ricami riicercati, i cappelli ricchi con le piume.
E poi, a volte,  il signore e la signora Wilde mettevano in scena uno spettacolo senza pari.
Come? Indossando abiti perfettamente complementari.
E allora eccoli, i due esteti, giovani, belli ed eleganti, camminare per Chelsea, sulla Kings Road.
Oscar incede regale nel suo completo marrone, sul quale si notano tantissimi bottoni, la bella Constance gli è accanto e sul capo porta un cappello, con una piuma in tinta con l’abito di Oscar.
Narra la Moyle che alcuni scugnizzi di strada, particolarmente ferrati in Shakespeare, se ne uscirono dicendo “sembrava di vedere Amleto e Ofelia a passeggio”.
E guardateli, alla Grosvenor Gallery: qui il dandy più famoso d’Inghilterra e la sua signora sfoggiano “armonia in verde” , il cappotto di lui, guarnito di pelliccia,  e la gonna di velluto di lei sono del medesimo punto di colore.
Sono frammenti, istantanee di felicità, attimi di spensieratezza, immagini che richiamano alla mente le scene più famose delle commedie di Wilde.
C’è questo e ovviamente molto altro, nel libro di Franny Moyle.
C’è l’abbandono, la separazione, l’amarezza, la solitudine.
Io ho voluto ricordare qui, solo alcuni attimi brevi e felici della vita di questa donna, che fu, nel bene e nel male, compagna di un genio ineguagliabile e che, per questo amore, ebbe in sorte un grande carico di sofferenza.
Ma la vita regala ad ognuno anche attimi lievi, leggeri.
E allora a me piace pensare ad Oscar e Constance, nella loro casa di Chelsea, in quel salotto, ricco di porcellane orientali e di ornamenti pesanti e mi piace immaginare lei, alla finestra, che guarda fuori.
Oscar la osserva attento, non perde nessuno dei suoi movimenti.
E’ bella Constance, ha i lineamenti delicati, regolari, la carnagione perfetta.
E lui la osserva, sorride e con la matita, di getto scrive su un foglio: la forza di noi donne sta nel fatto che la psicologia non riesce a spiegarci. Gli uomini possono essere analizzati, le donne … solo venerate. (Un marito ideale)

Il razzo straordinario

C’era una volta una principessa, che venne dalla Finlandia su una slitta trainata dai cervi, e giunse in un lontano reame per sposare il suo principe.
E tutti i sudditi notarono che la principessa aveva la pelle proprio chiara e nivea, era così pallida!
Veniva da un paese remoto, di rado sfiorato dai raggi del sole e nessun colore roseo velava le sue guance.
Il giorno del matrimonio qualcuno osservò che era bella come una rosa bianca e il principe, innamorato e con il cuore traboccante di emozione, disse che era davvero splendida, assai di più di quanto lo fosse nel ritratto di lei che era in suo possesso.
La fanciulla arrossì e tutti dissero: prima era una rosa bianca, ora è una rosa rossa.
Pensate che sia lei, la giovinetta di sangue blu, la protagonista di questa fiaba di Oscar Wilde?
Certo che no, il mattatore della storia è colui che da il nome al titolo: il razzo straordinario.
Se ne sta lì, nella cassa, insieme agli altri fuochi d’artificio, pronto ad essere lanciato lassù, dove si esibirà in uno spettacolo pirotecnico di impareggiabile splendore.
Ma questo razzo tiene a specificare il suo alto lignaggio: i due principi, sostiene infatti, si stanno sposando in suo onore, nel giorno della sua grande esibizione.
Del resto è un razzo straordinario, non potrebbe essere altrimenti.
E così va ripetendo alla sua piccola platea quanto siano fortunati quei reali ma loro, gli ascoltatori, non sono proprio dello stesso parere.
Ci sono una girandola, una candela romana, un globo luminoso e un razzo piccolino che paiono alquanto stupiti. Ma non era il contrario? Non siamo noi che saremo sparati per aria in onore del figlio re e della sua sposa?
No, affatto, ribatte il razzo presuntuoso e pieno di sé, almeno non nel mio caso. E racconta agli altri quanto nobili siano le sue origini, sua madre era una girandola che addirittura fece diciannove giri! Ah, che grandezza, dice il razzo, e che buone maniere ho io! Sono certo che al mondo nessuno è sensibile quanto me.
Il petardo, ingenuo, chiede cosa sia una persona sensibile e il bengala, perfido, risponde: è colui che avendo i calli sui piedi, pesta sempre i piedi degli altri.
Pur essendo leggera e divertente, questa breve fiaba di Wilde è una sapiente metafora dell’egoismo.
Narcisista ed egocentrico, il razzo straordinario non ascolta nessuno, tutto preso com’è dalla sua persona, vedranno, quegli altri, di cosa è capace uno come lui.
E viene il  momento dei festeggiamenti: a sera i fuochi artificiali, uno per uno, partono verso l‘alto, scoppiettano ed esplodono illuminando il cielo.
Tutti, tranne uno: lui, il razzo straordinario.
Lo buttano via, inesploso e lui, malauguratamente, va a finire in uno stagno.
E chi finisce per incontrare? Che disdetta, una rana! Presuntuosa quanto lui, non sta zitta un momento e parla solo di se stessa.
Che gente, pensa il razzo, hanno la fortuna  di trovarsi in compagnia di un tipo eccezionale come me e non fanno altro che parlare di se stessi!
Si imbatte poi in una libellula, che però non ha tempo da perdere, quindi sbatte le ali e se ne va, lasciandolo solo.
Quindi è la volta di un’anatra: una creatura semplice, concreta, piena di buon senso che, quando apprende quale sia la funzione del razzo, osserva come non le sembri poi un ruolo così di rilievo, andar lassù solo per esplodere.
Il razzo, sempre più interdetto, prova un certo sollievo quando l’anatra si allontana.
Ma guarda che razza di incontri si fanno in questo stagno, pensa, gente così palesemente inferiore che vuole insegnare a me come si sta al mondo, incredibile!
E così, sul finire della storia, il nostro eroe finisce tra le mani di due bambini.
I due lo scambiano per un bastone e intendono metterlo nel fuoco sotto la pentola.
Il razzo, tutto tronfio, è al colmo della sua superbia. Bastone? Ah, certo, lo credono un alto dignitario della corte del re, è ovvio!
Il fuoco si accende, scoppietta, partono le scintille e il razzo straordinario esplode: parte verso l’alto, fa il suo giretto, ma il suo tanto agognato spettacolo rimane senza pubblico, ahimé, perchè i due bimbi si sono addormentati.
Ricade, improvviso, dritto sulla testa di un’oca che, visibilmente seccata, esclama: piovono bastoni!
E il razzo, spocchioso e petulante come sempre, conclude: sapevo che avrei fatto una grande impressione!
C’è il genio assoluto di Oscar Wilde in questa storia.
Qualunque sua opera sceglierete di leggere, che si tratti di una poesia piena di rammarico o di una piece teatrale infarcita di motti arguti o di una breve favoletta, come questa che vi ho raccontato, è lui che incontrerete, con la sua sagacia, il suo bello stile e la sua ironia davvero impareggiabile.

Il fantasma di Canterville

Cosa succede quando una famiglia di americani si ritrova proprietaria di un maniero inglese infestato da un fantasma?
Sono guai e guai grossi: per lo spettro, mi pare ovvio.
Nati dalla geniale penna di Oscar Wilde ecco a voi Hiram B. Hotis, ministro americano, sua moglie Lucretia, e i loro quattro figli: il giovane Washington che, dice Wilde, è stato così battezzato dai suoi genitori in un momento di patriottismo che egli non cessò mai di rimpiangere, la quindicenne Virginia, amazzone provetta, e due gemelli pestiferi e vivacissimi.
Dunque, dicevamo: c’è un fantasma.
Questi, da tempo immemore, occupa indisturbato la dimora di Canterville Chase e Lord Canterville, nel cederla al nuovo proprietario, non manca di mettere in guardia dei rischi che costui correrà a trasferirsi in quel posto: l’ospite, infatti è estremamente molesto e negli anni ha terrorrizzato intere generazioni di Canterville, tanto che ormai nessuno vuole più viverci.
Inoltre, avverte il lord, è dal 1584 che lo spettro si fa vedere ogni volta che un membro della famiglia esala l’ultimo respiro.
Hiram, flemmatico e razionale quanto basta, non batte ciglio e replica sarcastico: Beh, in quanto a questo non è da meno del medico di famiglia, Lord Canterville.
Comincia così una bizzarra quanto imprevista convivenza e gli americani, per nulla infastiditi da quella presenza sovrannaturale, affrontano il problema a modo loro.
C’è una macchia sul pavimento davanti al cammino.
Oh, quella macchia, avvisa la governante, è impossibile toglierla: è il sangue di Lady Eleanor, uccisa dal marito Simon secoli e secoli orsono. Il nobiluomo scomparì in misteriose circostanze ma il suo spirito, devastato dal senso di colpa, da allora aleggia minaccioso per Canterville Chase.
Figuriamoci, se ne esce Washington, con Pinkerton il campione delle macchie, andrà via tutto.
Così si china, e la strofina via.
Il giorno dopo, però, la macchia si ripresenta.
Viene nuovamente tolta ma immancabilmente ricompare e gli Hotis, lungi dall’intimorirsi, si interrogano perplessi sul da farsi.
Una notte, mentre tutta la famiglia è immersa nel sonno più beato, Hiram si sveglia.
Sente un clangore, un rumor di catene. Si alza e in corridoio finisce per trovarsi davanti l’orrida figura di un uomo, è spaventoso, ha gli occhi rossi, color del fuoco, e i capelli grigi, lunghi.
E’ lui, il fantasma il quale, poverino, non riuscirà a portare a termine la sua opera e ad incutere il timore che ci si aspetterebbe da uno come lui, anzi, si sentirà apostrofare da Mr Hotis:
Mio caro signore, devo proprio insistere perchè voi facciate oliare le vostre catene, e a questo proposito vi ho portato una bottiglietta di Lubrificante Tammani Sole Che Sorge.
Lo spettro, seccato ed interdetto, si dilegua.
La domenica successiva ci riprova: spegne una candela, lascia tutti al buio, e poi emette, sinistro e terrificante, il suo più orribile latrato.
In tutta risposta, l’affabile Mrs Hotis si presenta con la tintura del Dottor Dobell, un rimedio miracoloso per l’indigestione.
Ah povero spettro, che nostalgia dei bei tempi, quando riusciva a terrorizzare chiunque, che memorabili performance, come scordare “Ruben il rosso, o il bambino strangolato”, “Gibeon l’allampanato, il succhiatore di sangue di Bexley Moore”.
Con gli Hotis le prova tutte, ma non c’è nulla da fare, niente funziona, neppure “Rupert il temerario, il conte senza testa”, un trucco che, nei secoli, aveva sempre riscosso un discreto successo.
Gli americani sono impermeabili a qualunque suggestione e il fantasma, scorato, precipita nella disperazione più nera.
Garbato ed ironico, secondo il consueto stile del suo autore, Il fantasma di Canterville tocca punte di romanticismo al limite del fiabesco.
Nel suo affannarsi per riaffermare la propria identità, sul finire del racconto, il nostro povero spettro troverà un’amica a lui solidale, la piccola Virginia.
Lascio a lei il compito di svelarvi perchè quella macchia davanti al camino cambia sempre colore, così come sarà sempre Virginia a spiegarvi come si fa a liberarsi definitivamente di un fantasma.
Comunque, se per un caso del destino la vostra casa fosse infestata da spiriti invadenti e fastidiosi, tenete bene a mente questo suggerimento: il lubrificante Tammani Sole Che Sorge fa miracoli per le catene che cigolano.

Cicely, l’amica dei bimbi e delle fate

Chi non conosce le Fate dei Fiori?
Se ne stanno in punta di piedi sul bordo di una foglia, che non pare per nulla appesantita dal loro lieve peso, si reggono leggere ad un esile stelo, si siedono tra i boccioli o si accoccolano sul polline, se ne vanno a spasso con un rametto di bacche tra le braccia e, se sentono troppo caldo, cercano ristoro all’ombra di un papavero o di una foglia di nasturzio.
Fate e folletti dei fiori, degli alberi, dei giardini, dei sentieri.
Fate dell’alfabeto, delle quattro stagioni, con i loro abitini dai colori sgargianti, drappeggiati come la corolla del fiore che rappresentano, con le ali aggraziate, quasi trasparenti, rosee.
Chi le inventò lasciò a grandi e piccini una grande eredità, un piccolo universo di magia e di armonia: il suo nome, melodioso come quello di una delle sue creature, è Cicely.
Cicely Mary Barker nacque nel Surrey, a Croydon, nel 1895.
Di salute malferma, da bambina soffrì di epilessia e pertanto, costretta per lunghi periodi a letto, trascorse molto tempo in solitudine a disegnare e a leggere.
Più grande studierà arte per corrispondenza, sviluppando così il suo talento e Cecily ne aveva tanto, così come era dotata di una spiccata fantasia e di grande dimestichezza con i pennelli: la sua tecnica comprende l’uso degli acquarelli, delle pitture ad olio e dei pastelli.
Aveva anche una profonda conoscenza della botanica e, se voleva dipingere piante e fiori che non riusciva reperire, se li procurava nelle serre londinesi di Kew Gardens.
Appena quindicenne pubblicherà alcuni dei suoi lavori, sotto forma di cartolina e, nel 1923, darà alle stampe il suo primo libro, Flowery Fairies of the Spring.
Le immagini di questo e degli altri libri che seguiranno sono accompagnate da versi in rima, brevi poesie che Cicely componeva raccontando le storie e le avventure delle sue fate.
Sono l’emblema della purezza e dell’innocenza le fate di Cicely, in loro c’è grazia, candore e armonia.
Nata alla fine dell’epoca vittoriana, la Barker subì l’influenza dei pittori maggiormente in voga a quel tempo, in particolare i preraffaelliti, tra i quali prediligeva John Everett Millais e Edward Burne-Jones.
Guardate i loro quadri e poi guardate i disegni di Cecily.
Osservate l’incanto trasfigurato nel bacio a fior di labbra tra la Fata Ginestrone (Goose Fairy) e il suo innamorato: lei si china verso di il suo folletto e lui si protende verso di lei, con una lievità incomparabile.
E la Fata del Salice (Willow Fairy), che timida immerge la punta del piedino nell’acqua di uno stagno mentre intanto si sorregge ad un rametto, è davvero eterea con un angelo, mentre la Fata non ti scordar di me (Forget-me-not Fairy) inginocchiata alla base del suo fiore, lo ammira con uno sguardo così trasognato e sperduto da far pensare proprio ad  alcuni quadri della corrente pittorica preferita dalla Barker.
I bambini ritratti da Cicely sono tutti reali: erano gli allievi della scuola d’infanzia della sorella, erano figli e parenti di amici, per l’occasione trasformati in folletti e creature del bosco.
La Fata Primula (Primrose Fairy), ad esempio, altri non è che la piccola Gladys Tidy, la giovane domestica di casa Barker.
Per i suoi piccoli modelli, Cicely creava dei costumi, costruiva le alette e, nel dipingerli, curava ogni minimo particolare per renderli più reali possibili in ogni dettaglio.
E allora, se penso a lei, è così che la immagino: seduta sotto un albero, di fronte al suo cottage, in una fresca giornata estiva.
Davanti a sè ha il cavalletto con i suoi fogli, i colori, tanti e variopinti, sono sparsi ai suoi piedi e attorno a lei, con quei gonnellini di stoffa, ecco la margheritina , la fucsia e la lavanda, e poi la mora, che ha i riccioli neri, il nasino all’insù e la bocca carnosa e più discosto, vicino ad un cespuglio,  un ragazzino con un’espressione furbetta che indossa un buffo cappellino di foglie, poi un bimbo abbigliato con le tinte del nocciolo e una piccina con una vestina candida e una coroncina di fiori in testa ad  incorniciarle i capelli.
Non si sposò mai Cecily né ebbe mai dei figli.
Ebbe gli elfi, le fate dei fiori, degli alberi e dei sentieri.

Il delitto di Lord Arthur Savile

Scritto da Oscar Wilde nel 1887, questo breve racconto è una gemma.
Il sottotitolo, serio e severo, recita: Uno studio sul dovere.
Sì, perchè il protagonista, Lord Arthur Savile, si trova a dover compiere, suo malgrado, un dovere tanto sgradito quanto imprevisto: commettere un omicidio.
La vicenda ha  inizio ad un ricevimento, tenuto nella magione di Lady Windermere, colei che, con il suo celebre ventaglio, sarà l’indimenticabile primadonna di una fortunata commedia di Wilde.
Tra gli invitati, un certo Septimus Podgers, chiromante di fiducia dell’eccentrica padrona di casa che, nutrendo per lui una fiducia cieca, si appresta a trascorrere un intero anno su una mongolfiera, essendole state predette sventure sia per mare che per terra.
Così Lady Windermere, entusiasta, presenta l’uomo ai suoi ospiti, insistendo perchè questi si facciano leggere la mano e loro, uno ad uno, volentieri si sottopongono all’esperimento.
Anche Lord Artur, ovviamente, cede alla curiosità.
Dapprima gli viene svelato che farà un viaggio, quindi che perderà un lontano parente.
Ma Podgers è un tipo misterioso e non svela tutta la verità, anzi, suscita a tal punto l’interesse del povero Savile, che questi si sente quasi costretto a recarsi nello studio del chiromante,  dove finalmente gli sarà rivelato cosa si legge nel palmo della sua mano: un assassinio.
Il nobiluomo, disperato, si mette a vagare per Londra, cammina tutta la notte, senza meta, è  oppresso dalla preoccupazione per il destino che lo attende e lo sarà ancora, il giorno dopo, quando il suo primo pensiero andrà a Sybil Merton, la fidanzata che è in procinto di sposare.
Quale felicità potrebbe mai attenderli, si chiede affranto Arthur, con questa spada di Damocle dell’omicidio, con il crudele ed ineluttabile fato che lo travolgerà?
Si risolve, pertanto, nel compiere il suo dovere.
E per quanto terribile, non lo considera un peccato, bensì un sacrificio necessario.
Sceglie così, con cura certosina la sua vittima: Lady Clementina Beuchamp, una cara vecchia signora alla quale è molto affezionato.
Crudele? Affatto, tragicomico semmai.
La signora è molto malata e Savile, recandosi in visita da lei, le porterà in dono una scatoletta d’argento acquistata in Bond Street nella quale, sostiene, è contenuta una medicina miracolosa.
In realtà, in quella scatola c’è una pillola di veleno.
Mirabile e spassoso è il dialogo che intercorre tra Lady Beuchamp e il suo ospite.
E’ uno scambio di battute fulminanti, in cui la signora si domanda quale sia il momento più opportuno per assumere quel nuovo farmaco, convincendosi che forse le conviene preservarlo per quando avrà il prossimo attacco.
E lui, l’aspirante assassino, affabile, le chiede quando prevede che avverrà.
E insiste, con bel modo, le domanda, quasi ansioso, se sia proprio certa che entro un mese un nuovo attacco la coglierà, deve accertarsi, con la dovuta cautela, che tutto si svolga come destino vuole.
Non sarà così, ahimé, la povera Clementina perirà di morte naturale e la pasticca letale finirà tra le mani di Sybil, prima che Arthur si affretti a gettarla nel fuoco.
A Lord Savile tocca a questo punto trovare una nuova vittima.
E Wilde, con il consueto garbo scrive: quindi riguardò la lista dei suoi amici e parenti e, dopo attenta considerazione, si decise a far saltare in aria suo zio, il decano di Chichester.
A lui Lord Arthur fa recapitare un orologio esplosivo, pensando così di aver risolto, una volta per tutte, il suo spinoso problema.
Viste le premesse, non vi sarà difficile immaginare che le cose non andranno proprio come previsto dallo sfortunato Savile, ma non voglio rivelarvi tutti i particolari di questo racconto sagace e pungente, lascio a voi scoprire in che modo Arthur si libererà del destino scritto per lui.
Sposerà la sua Sybil e, scrive Wilde , il loro amore non fu ucciso dalla realtà. Si sentirono sempre giovani.
E’ breve questo racconto, ma,  come sempre, è  ricco di motti arguti, di stilettate beffarde, di battute taglienti e della grande saggezza di Wilde.
In fondo, par di capire, che altro è la vita, se non una recita?
Così sembra che sia e ciascuno, volente o nolente, ha la sua parte.
Lo lascio spiegare a Oscar, con un brano tratto da questa sua opera,  ennesima brillante perla di perfezione stilistica.

Gli attori sono così fortunati.
Possono scegliere se recitare in una tragedia o in una commedia, se soffrire o essere allegri, se ridere o sciogliersi in lacrime.
Ma nella vita reale è diverso.
Molti uomini e donne sono costretti a recitare parti per le quali non hanno la minima predisposizione.
I Guildestern personificano Amleto, e i nostri Amleto devono fare i buffoni come il principe Hal.
Il mondo è un palcoscenico, ma i ruoli sono mal distribuiti.

Vyvyan, il figlio di Oscar

“Son of Oscar Wilde” è il libro di memorie che Vyvyan Holland, secondo figlio dello scrittore, pubblicò per la prima volta nel 1954, quando gli echi dello scandalo che aveva travolto suo padre erano ormai lontani ed ampiamente sorpassati dalla fama imperitura di Wilde.
Vyvyan, secondogenito di Oscar e di Constance Llloyd, vide la luce nel 1886 a Londra.
Dopo la nascita del primogenito Cyril, i coniugi Wilde desideravano avere una bambina ma, forse delusi per l’arrivo di un altro maschietto, lo battezzarono con questo nome di fantasia, dal suono vagamente femminile.
In questa sorta di diario intimo, l’autore ricorda la sua prima infanzia, i pochi anni felici trascorsi accanto al padre, e i lunghi giorni del distacco e della lontananza.
Racconta che nella casa di Tite Street, a Chelsea, a lui e al fratello era proibito entrare nello studio di Oscar, una stanza sui toni del giallo e del rosso, nella quale erano stipati scaffali pieni di libri.
Era un posto, dice Vyvyan, “in prossimità del quale non bisognava fare alcun rumore e se ci si passava davanti bisognava farlo in punta di piedi”.
Quando lui e Cyryl riuscivano ad intrufolarvisi, il loro obiettivo principale era il cestino della carta straccia, dove si potevano trovare cose meravigliose per un bambino, come francobolli, scatolette e cataloghi di ogni specie.
Quel cestino era spesso pieno di quei manoscritti che i collezionisti, nel futuro, avrebbero fatto a gara per avere e con grande rammarico Vyvyan racconta come quella stanza venne depredata, mentre suo padre era in prigione e lui, con la madre e il fratello, in esilio.
Vyvyan ricorda, in un misto di orgoglio e di tenerezza, di quando lui e Cyril, in occasione di una festa mascherata, ottennero di vestirsi da marinaretti, suscitando l’invidia di tutti i compagni.
I figli del dandy più celebre d’Inghilterra, infatti, non indossarono un costume, bensì una vera e propria divisa, con tanto di sciarpa di seta ed accessori, appositamente cucita per loro da un sarto specializzato in abbigliamento militare.
Casa Wilde, allora, era frequentata da gente di gran qualità: l’attrice Sarah Bernhardt, il pittore John Sargent, John Ruskin, Mark Twain e l’intero circolo dei preraffaelliti, la carriera di Wilde era al suo apice e la vita mondana ferveva.
Molti padri, a quel tempo, ricorda Vyvyan, erano “solenni e pomposi con i loro bambini…il mio era molto diverso; aveva un profondo lato infantile nella sua stessa natura e si divertiva a giocare con noi”.
Fu breve l’infanzia felice dei piccoli Wilde.
Quando la condanna al carcere si abbatté come una scure sullo scrittore e sulla sua vita, un’ondata di fango lambì la sua stessa famiglia.
Constance, per tutelare il buon nome e il futuro dei suoi figli, decise di lasciare l’Inghilterra.
Era il 1895 e Vyvyan non rivedrà mai più suo padre.
Ai due bambini verrà cambiato il cognome: d’ora in poi si chiameranno Holland e a Vyvyan verrà tolto il secondo nome, Oscar.
Saranno anni di peregrinazioni, abiteranno in Svizzera, poi in Liguria, in Germania, e di nuovo in Liguria.
Vyvyan vivrà quegli anni in una protetta inconsapevolezza, senza sapere per lungo tempo cosa fosse capitato alla sua famiglia, ignorando quali fossero le cause che avevano condotto alla sua disgregazione, mentre Cyril, più grande d’età, era a conoscenza del motivo per cui suo padre era caduto in disgrazia ma, rispettando la consegna del silenzio, non ne fece parola con il fratello.
Constance, malgrado tutte le traversie che sarà costretta ad affrontare, avrà sempre per Oscar un affetto grande e profondo, tenendo spesso in maggior conto i bisogni di lui piuttosto che i propri.
Quando la madre di Oscar morirà, Constance partirà dall’Italia, per essere lei stessa a dare la notizia al marito, in quei giorni ancora in carcere, e quando Wilde sarà liberato, ricorda Vyvyan, lei vedrà deluse ancora le sue speranze di vederlo tornare, e proverà l’amarezza di saperlo nuovamente distante, con Bosie Douglas, l’uomo che per Wilde era “l’amore che non osa pronunciare il proprio nome”.
Constance, fragile di salute per un grave problema alla schiena, morirà a soli 39 a Genova, dove è sepolta, in questa tomba, nel cimitero di Staglieno.
Vyvyan studierà a Cambridge, dove inizierà a scoprire gli scritti del suo famoso genitore.
Manterrà sempre l’anonimato ma, prima di lasciare la scuola, a due dei suoi compagni prediletti svelerà l’identità di suo padre.
E uno di loro risponderà: ho sempre saputo che c’era qualcosa di misterioso in te. E ora so perchè. Ma in fondo cosa importa? Tuo padre era un grande scrittore.
E Holland, pieno d’orgoglio, ribatterà: E questo mi riempì di gioia come niente altro al mondo.
Una volta adulto Vyvyan incontrerà Robert Ross, uno dei migliori amici di Wilde, e sarà lui a raccontagli come suo padre, negli anni, avesse sempre cercato di trovare i suoi figli, di come li avesse amati, malgrado la sua assenza.
Conoscerà Reginald Turner, altro storico sodale di Wilde, e poi Max Beerboohm, Henry James, Thomas Hardy e H. G. Wells.
Il solo che non chiederà mai di conoscere è lui, Alfred Douglas.
Lo incontrerà, una sola volta, in un’occasione mondana e poi mai più.
Il libro di Vyvyan Holland è toccante, tenero e sofferto.
Narra la vita di un grande osservata da una prospettiva unica: quella di un figlio con i suoi rimpianti, i suoi ricordi, la sua adorazione per il padre, le sue ferite.
E per una volta, l’unica forse, Oscar Wilde con le sue parole non ha fatto centro.
Non aveva fatto i conti con Vyvyan, quando scrisse: I figli da piccoli amano i genitori. Una volta cresciuti li giudicano. Raramente, per non dire mai, li perdonano. (Una donna senza importanza).

Miss Fletcher, Miss Cardew e Miss Fairfax

 

 

(Gwendoline si morde le labbra e batte nervosamente il piede con l’ombrellino).
GWENDOLINE (Guardando intorno). Ben tenuto questo giardino, Miss Cardew.
CECILY Sono lieta che vi piaccia, Miss Fairfax.
GWENDOLINE. Non avevo idea che ci fossero fiori in campagna.
CECILY. Oh, i fiori sono comuni qui, Miss Fairfax, quanto la gente a Londra.
GWENDOLINE. Personalmente non riesco a comprendere come vi sia qualcuno che passi l’esistenza in campagna, ammesso che qualcuno, che sia qualcuno, ci stia. La campagna mi ha sempre annoiata a morte.
CECILY. Ah! Questo è quanto i giornali chiamano depressione agricola, se non erro? Credo che l’aristocrazia ne risenta molto in questo momento. E’ quasi un’epidemia, mi dicono. Posso offrirvi una tazza di tè, Miss Fairfax?
GWENDOLINE. (Con studiata cortesia). Grazie. (A parte). Detestabile ragazza, ma ho bisogno di un po’ di tè.
CECILY. (Con dolcezza). Zucchero?
GWENDOLINE (altezzosa). No, grazie. Lo zucchero non è più di moda.
(Cecily la guarda stizzita, prende le mollette e mette nella tazza quattro zollette di zucchero).
CECILY. Torta o pane col burro?
GWENDOLINE (Con aria annoiata). Pane col burro, per favore. La torta si vede di rado nelle famiglie migliori, oggi.
CECILY (Taglia una bella fetta di torta e la mette nel vassoio). Servite Miss Fairfax.
(Merriman esegue, poi esce col domestico. Gwendoline beve il tè e fa una smorfia. Depone subito la tazza, allunga la mano per prendere il pane imburrato e trova la torta. Si alza indignata).
GWENDOLINE. Mi avete riempito la tazza di zollette di zucchero e, sebbene abbia chiesto in modo molto chiaro il pane col burro, mi avete dato la torta.
Tutti mi conoscono per la mia indole mite e la dolcezza del carattere, ma badate, Miss Cardew, di non andare troppo oltre.

Oscar Wilde    “L’importanza di chiamarsi Ernesto”

La Signora Wilde

Per Susanna, con un girasole

Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde ebbe una madre peculiare quanto lui.
Jane Francesca Wilde, nata nel 1821, era una donna anticonformista, femminista ante litteram e fervente sostenitrice della causa patriottica irlandese.
Poetessa, scelse lo pseudonimo di Speranza, nome che compariva nel suo motto: Fidanza, Speranza, Costanza.
Come Oscar, aveva una corporatura imponente e un gusto particolare per gli abiti, amava in modo particolare il colore scarlatto e le piaceva esibire una certa eleganza, un certo stile.
Sosteneva di discendere niente meno che da Dante Alighieri.
Come il suo celebre figlio amava dormire fino a tardi e, come lui, aveva il vezzo di togliersi gli anni.
Richard Ellmann, famoso biografo di Oscar Wilde, sostiene che la sua figura sia servita da modello per il personaggio di Lady Bracknell, in “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, alla quale Oscar fa dire la geniale frase: nessuna donna dovrebbe mai essere troppo precisa riguardo alla sua età, le conferisce un’aria così calcolatrice.
E ancora, sempre la vivace Lady Bracknell ribadirà: trentacinque anni è un’età molto attraente, la società londinese è piena di donne del più altro rango che, per loro libera scelta, sono rimaste all’età di trentacinque anni.
E Lord Illinghworth, scapolo impenitente e giovane dandy protagonista di “Una donna senza importanza”, stigmatizzerà il concetto con queste parole: non bisognerebbe mai fidarsi di una donna che dice apertamente la sua età. Se è disposta a questo, è pronta a dire qualsiasi altra cosa.
Wilde e le donne: pochi come lui hanno saputo delinearle nei loro sentimenti, nelle pieghe complesse dell’animo, nei pregi e nei difetti, in quelle sagaci malizie verbali che ridondano nelle sue commedie.
E forse sapeva distinguerle così bene perchè la prima donna della sua vita, sua madre, era una persona che precorreva i suoi tempi, dotata, come lui, di grande intelligenza, del gusto per la battuta e di un senso dell’umorismo tagliente.
Sempre Ellmann racconta che un giorno alla signora venne annunciata la visita di una “rispettabile” signorina. E Lady Wilde, visibilmente seccata, rispose: ” non usi mai quella definizione in casa mia. Solamente i bottegai sono rispettabili. Noi siamo al disopra della rispettabilità.”
Il tono, il sarcasmo è il medesimo che userà Oscar nelle sue opere teatrali, nelle quali abbondano gli intrecci amorosi, i malintesi, i tradimenti, i figli illeggitimi.
E anche la vita matrimoniale di Speranza fu adombrata dalle infedeltà del marito che, fuori dal matrimonio, ebbe ben tre figli. Lei, però, parve non curarsene troppo e gli rimase accanto, e lo difese a spada tratta quando lui, medico, venne accusato di aver anestetizzato una giovane paziente per poi usarle violenza.
Famiglia insolita,  i Wilde,  e non poteva che nascerne un genio come Oscar, un giocoliere della parola, capace di sondare i più profondi recessi dell’animo umano, di toccare, con ugual misura, le corde dell’amarezza e quelle della lievità, da lui tanto ricercate in certi suoi frivoli personaggi femminili.
E così innamorato della propria madre, da far dire ad Algernon ne “L’importanza di chiamarsi Ernesto”: tutte le donne diventano come le loro madri, questa è la loro tragedia. Nessun uomo lo diventa: questa è la sua.
Malgrado tutto, Speranza rimase fedele al vincolo coniugale. L’unica attrattiva del matrimonio è che rende assolutamente necessaria una vita di inganni per entrambe le parti, scriverà Oscar ne “Il ritratto di Dorian Gray” e nel suo aforisma  si coglie, sottile,  un accenno agli eventi della sua gioventù.
Rimasta vedova nel 1876, Speranza fece un’amara scoperta: il marito, scialacquatore, l’aveva lasciata con ben poche sostanze.
Senza perdersi d’animo, al seguito dell’altro figlio Willie, raggiunse Oscar a Londra e lì si stabilì, creando nella capitale inglese un salotto letterario di un certo rilievo.
Donna affascinante quanto volitiva e orgogliosa, convincerà il figlio a non scappare da Londra, in occasione del processo per atti osceni intentatogli da Lord Queensberry, padre di quell’Alfred Douglas che Wilde tanto amò e che fu la sua rovina.
Gli ultimi anni di Speranza furono minati dalle difficoltà economiche, dalla malattia e dall’amarezza per il destino di quel suo adorato figlio, rinchiuso in carcere e condannato ai lavori forzati, privato della sua libertà e dell’esercizio del suo genio.
Chiederà, in punto di morte, di rivedere Oscar per l’ultima volta e tristemente le sarà negato.
A lei, alla sua estrosa originalità, al suo carattere forte e anticonformista si adattano, nuovamente, le parole di Oscar: dire l’incredibile e fare l’improbabile:  è giusto il tipo di vita che vorrei per me. (Il ritratto di Dorian Gray)