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Posts Tagged ‘Estate’

D’estate, la luce.
Come una marea che sale, come un vento caldo che attraversa le vie.
Si getta così, lungo Strada Nuova e tutto rischiara.
D’estate, questa è la luce del mattino.

Mutevole poi, quando quasi si avvicina la sera, il sole in lontananza ti abbaglia.
E allora i suoi raggi disegnano le ombre, in una sera di luglio che va via lenta, con questa dolcezza.

Ed è un risuonar di voci, gonne leggere, sandali, zainetti sulle spalle, capelli sciolti, collane colorate, pelle ambrata e lentiggini.
E passi di danza, nel chiarore scintillante di Genova.

Una magia del sole, semplicemente.
Nel tempo d’estate, luci ed ombre in Strada Nuova.

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Rossa, succosa, fresca e imperdibile, quando arriva l’estate per me è lei la regina indiscussa, non c’è nulla di più dissetante di una bella fetta di pateca.
In italiano si chiama anguria, per noi di Zena è appunto la pateca.
Come si può farne a meno? Non saprei proprio!
Ieri, per puro caso, ho anche visto il carrello della spesa ideale ed eccolo qui, voilà, pateca per tutti!

Nella stagione del solleone la pateca in casa mia non manca mai e come è logico che sia mi vengono sempre in mente altre estati di diverso tempo fa.
Nella casa al mare, sulla riviera di Ponente.
Eravamo in tanti, in cucina c’erano due frigoriferi e questo veniva utile in una particolare circostanza.
Uno dei miei zii, infatti, ha sempre detestato l’anguria e tutti i suoi parenti, per così dire.
Così quando si tornava dalla spesa con la sgradita cucurbitacea la reazione dello zio era immediata e perentoria:
– La pateca mettila in quel frigo là!
E mentre lo diceva indicava enfaticamente il luogo dell’esilio per la nostra adorata anguria, lo stesso destino toccava anche al melone.
Gli faceva eco la zia che con la solita voce trillante ripeteva che a lei invece la pateca piaceva tantissimo!
Io, a dire il vero, mi sono sempre chiesta come si faccia a uscire indenni dall’estate senza cotanta delizia, mi sembra una cosa impossibile.
E sempre in quel paese che ormai non frequento più in quegli anni c’era un posto dove alla sera andavamo a mangiare la pateca.
Un ombrellone, quattro tavolini con le sedie, niente di sofisticato, soltanto quella dolce e semplice freschezza che era il perfetto coronamento delle sere d’estate condivise con gli amici.
E poi, pensate a quando eravate piccoli e la mamma vi metteva davanti la vostra fetta di pateca.
Prima di tutto bisognava togliere tutti i semini, io che sono sempre stata impaziente la trovavo una bella scocciatura, ecco.
Però poi.
Poi avevi davanti la tua grande fetta rossa e succosa.
E quando si arrivava alla parte bianca, quella più vicina alla buccia, voleva dire che l’anguria era proprio finita.
Ecco, ve la ricordate quella sensazione lì?
Ne voglio ancora.
No, troppa ti fa male!
E dai!
E sì che ve lo ricordate, ne sono certa.
Ecco, io sono quella bambina lì, non si può certo dire che sia un tipo tranquillo, anzi!
E la pateca a me piace un sacco, anche se lo zio continua dire che a lui invece no piace per niente!
Non importa, abbiamo due frigoriferi.
Solo che potrei andare avanti per un bel po’ a fare i capricci, se non si spicciano a darmi ancora una fetta d’anguria.
Poi passa il tempo, diventi grande ma le cose che amavi da piccola restano le tue preferite e così è per la pateca, adorata bontà nei caldi giorni d’estate.

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La pigrizia dell’estate e il caldo di luglio.
Camminare sotto il sole a volte è veramente sfiancante, si preferisce l’ombra, magari la spiaggia e il vento del mare.
Quanto è bello il dolce far niente, in questa stagione!
E alcuni sono sempre di ispirazione, bisogna dirlo.

E c’è chi invece gira per la città animato da spirito di scoperta, in questi giorni ho incontrato diverse comitive di turisti dinamici e pieni di energia.
Li ho visti in fila ordinata, in attesa di salire sul pullman.
E poi camminare in Via Garibaldi, con lo sguardo rivolto verso i magnifici palazzi.
Ho incontrato due ragazze svizzere, l’altra mattina a Caricamento, mi hanno chiesto come arrivare al loro albergo e così le ho accompagnate là, intanto quelli sono i caruggi che piacciono a me.
E poi viaggiatori dall’Oriente, determinati e disciplinati, muniti di favolose macchine fotografiche.
E finisce sempre così, mi fermo a guardarli, i turisti, cerco di cogliere le loro reazioni, tento di catturare i loro sguardi e i loro entusiasmi.
E spesso li vedo in Spianata Castelletto, ieri mattina ero proprio lì.

C’erano anche loro, lui e lei, sulla cinquantina.
Stranieri, sicuramente.
Scarpe comode, zainetto, maglietta, occhiali da sole.
Lui pareva conoscere perfettamente il panorama che si stendeva davanti ai suoi occhi.
Indicava chiese e campanili, forse cercava di riconoscere i luoghi che avevano già visitato o magari progettava di scoprirli.
La sua compagna di viaggio reggeva una cartina della città e lui ogni tanto le mostrava qualche punto particolare.
Poi si è alzato un leggero vento, la cartina si è piegata e i due viaggiatori l’hanno ancora riaperta e lui ha ripreso a parlare, lei lo ascoltava attenta.
Io mi sono seduta su una panchina a godermi la pigrizia dell’estate e mentre li osservavo ho pensato che tra le mani stringevano una cartina piena di sogni.

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Una mattina di luglio passeggiando per il Carmine, amato quartiere.
Sotto agli archetti, salire e poi tornare indietro.
Al Carmine, in un giorno d’estate.

Una magnifica armonia di persiane e diverse sfumature di rosso di Genova.

E bianco, una colonnina e un tempo che è stato e ancora resiste.

Un soffio di vento, un arcobaleno che ondeggia davanti ad una finestra.

Le case alte che fanno da cornice al cielo, una nuvola passeggera e un candore di bucato.

E ancora, l’estate.
I vasetti di coccio, i fiori ribelli, le foglie generose.

E nella nicchia una statua della Madonna, fili da stendere e magliette.

E tutto è così, semplice e perfetto.
Tono su tono, in una mattina di luglio al Carmine.

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Ieri mattina, al Porto Antico.
Nuvole bianche, aria fresca, mare inquieto.
E sull’acqua dondola una barca, porta proprio quel nome che è anche il titolo di una celebre canzone di Fabrizio De André.
Andrea aveva un amore, riccioli neri.
Ed è un caso, soltanto una coincidenza.

Poco distante i tratti inconfondibili del volto di Fabrizio sono dipinti su una chitarra, al Porto Antico su altre chitarre vedrete i visi di celebri musicisti.
Lui qui però è a casa sua, nella sua città, davanti al suo mare.

Ed è giusto dire che tutti ancora lo amano come sempre è stato, Fabrizio è la voce di Genova e certe sue canzoni le sentiamo profondamente nostre, sono parte di noi.
Lui rimane ancora qui, per tutti coloro che amano le sue parole e le sue note.
La sua voce accompagna l’onda, davanti all’azzurro.
La sua voce porta alcuni lontano, verso l’orizzonte.
Su quella barca: crêuza de mä.

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Al mare con Marina, diversi anni fa.
Nella casa di riviera che apparteneva alla mia famiglia, in compagnia dei miei zii.
Questa grande casa aveva tante stanze, io e Marina occupavamo una camera che si affaccia sull’Aurelia e in estate faceva molto caldo, quindi di notte tenevamo la finestra spalancata.
A pensarci ora mi domando come facessimo a dormire visto che il traffico era piuttosto rumoroso, allora però non era un problema.
Al mare con Marina, mia cara amica di sempre, non ci si annoiava mai.
La spiaggia si raggiungeva in un momento, bastava percorrere un breve vialetto profumato dagli eucalipti.
Magliettina, ciabattine di gomma, olio di cocco, borsa di paglia, radiolina e riviste.
E scogli, per arrivarci bisognava bagnarsi ed era sempre un brivido, in un certo senso.
Finirò a bagno con il portafoglio, le chiavi di casa e tutto il resto?
Metterò malauguratamente i piedi su un riccio dispettoso?
Al mare con Marina avevamo sempre qualcosa da fare: due passi al mercato, un gelato in passeggiata, un giro di shopping in paese.
E soste infinite in sala giochi, modestamente all’epoca ero veramente una campionessa ad un certo gioco che prevedeva un numero infinito di quadri, non so neanche dire quante monetine ci ho speso.
Al mare con Marina abbiamo fatto diverse amicizie, ricordo ancora con precisione certe risate bellissime che sono rimaste per sempre nella mia memoria.
Al mare, io e Marina, a volte andavamo a guardare il tramonto e ci mettevamo sedute su certe sdraio e passavamo un sacco di tempo a farci confidenze, a raccontarci i nostri sogni e i nostri progetti.

Al mare con Marina, tutto sommato, si facevano quelle cose semplici adatte alla nostra età, avevamo poco più di vent’anni e c’è un momento per tutto, io sono contenta di aver fatto le cose giuste nel momento giusto.
Mica puoi ripeterle dopo, quando hai molti più anni, non è la stessa cosa, secondo me.
Io e Marina eravamo capaci di stare fuori anche tutta la notte e sì, anche questo lo abbiamo fatto tutti, in un certo momento della vita.
Rientravamo all’alba ma prima passavamo dal forno a comprare la focaccia appena sfornata e la portavamo anche ai miei zii che erano tipi molto mattinieri, alla sette del mattino la zia girava già trillante per la cucina e preparava qualche delizia da mettere in tavola a mezzogiorno.
Quando andavo al mare con Marina avevo l’abitudine di fare il bagno e di mettermi al sole ad asciugarmi, a volte tornavo a casa con i capelli intrisi di salino.
E portavo quelle pinze per capelli coloratissime decorate con grandi fiori, ve le ricordate?
E poi mi mettevo il cerchietto che regolarmente mi faceva venire mal di testa, solo che mi piaceva e quindi continuavo a usarlo.
E amavo la musica dei Frankie goes to Hollywood, sapevo a memoria le canzoni di Cindy Lauper e di Madonna.
Di quelle estati al mare con Marina non abbiamo millemila foto, all’epoca non c’era mica questa abitudine di fotografarsi di continuo, un paio di rullini duravano tutta l’estate.
E c’era un punto preciso dove si andava a prendere le onde, quando c’era mare grosso.
Era il posto perfetto, erano estati perfette.
Adesso Marina frequenta altre spiagge molto più lontane e molto diverse dalla nostra spiaggia sulla riviera di ponente.
E tuttavia, molte cose non sono cambiate, sono rimaste identiche ad allora.
Puoi metterci in mezzo migliaia di chilometri, un oceano e un intero continente ma l’amicizia vera resiste a tutto e continua a esistere e ad esserci sempre, io questo lo so da tempo.
E così è con Marina, amica di tutta la vita.

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L’altra mattina, in Spianata Castelletto.
Mi fermo e mi accorgo di non essere sola.
Su un certo albero ci sono ospiti ciarlieri, loro sono due e vanno e vengono.
Si posano sui rami, sono i cardellini.

Uno dei due sempre a becco aperto, ammetto di avere avuto qualche difficoltà a capire cosa stava dicendo.

E poi un voletto, un giro e il ritorno.
Una sistemata alle piume, una cantatina e poi via, di nuovo.
E rieccoli ancora sempre insieme, sempre sugli stessi rami.

E così ho pensato che lassù dev’esserci la loro casa, il loro piccolo nido.
A dire il vero durante la loro assenza mi è anche sembrato di vedere un leggero movimento tra le pigne.
Saranno i piccoletti?
Loro due, comunque, facevano questo andirivieni con regolarità.

E no, non intendo rivelare il punto preciso in cui li ho visti, anche i cardellini hanno diritto alla loro privacy!

Tornerò a trovarli sicuramente, con i colori accesi delle loro piume non è poi così difficile scorgerli.

Sono in due e stanno proprio là, tra quei rami c’è la casa dei cardellini.

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Ancora estate

Ancora estate, è già caldo da parecchi giorni ma oggi è il primo giorno d’estate.
Ancora estate e così la saluto, con il mare inquieto, il cielo chiaro e le vele bianche, immagini di una diversa stagione.
Ancora estate, sarà ancora più azzurro.

Tempo di bagni e di tuffi nel blu, tempo di prendere il largo e di lasciarsi accarezzare dai raggi del sole.

Sopra le onde.

Là dove intrepide vele si inseguono, si superano e si allontano dalla riva.

La luce vira e bacia l’orizzonte, luccica il mare.

Ed è ancora estate, un nuovo viaggio che sta per iniziare.

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Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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Una farfalla.
Una farfalla molto speciale e non soltanto per la sua lieve leggiadria.
L’ho incontrata domenica mattina, sotto il sole caldo di giugno, nel luogo dove non mi è mai capitato di vederne.
Stavo camminando lungo un ampio e assolato viale del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Un battito d’ali, tra il verde.
E l’ho veduta, creatura aggraziata, piccola vita palpitante.

Sui petali rosa, incantevole visitatrice della bella stagione.

Mentre la luce illuminava le sue ali di seta e quel disegno minuzioso, i suoi colori chiari e delicati.

È rimasta solo qualche istante, adagiata sui fiori.
Fragile bellezza, fremente di vita nel suo perfetto splendore.

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