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Posts Tagged ‘Famiglia’

Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.

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Torno a parlarvi di un aneddoto di famiglia e la protagonista è ancora lei, mia nonna, già nota su queste pagine per un increscioso incidente diplomatico con un vicino di casa.
Mia nonna aveva tre fratelli e due sorelle, la sua famiglia di provenienza era altrettanto numerosa, accadeva spesso a quei tempi.
E così nei miei album delle foto in bianco e nero ho le immagini di tutti quei bimbetti in piedi uno accanto all’altro, dal più grande al più piccino, in scaletta.
Si era in tanti e far da mangiare era una faccenda impegnativa, bisognava provvedere a molti commensali.
Mia nonna era un’ottima cuoca e lo stesso vale per sua sorella, colei che cucinava quelle deliziose torte di carciofi coperte di impalpabili veli di pasta sfoglia, indimenticabili per me!
Ed entrambe avevano una tempra fuori dal comune, in casa mia ci sono state diverse donne di carattere.
E veniamo a quel giorno in cui la nonna decise di preparare una monumentale insalata russa, si favoleggia che fosse un vero trionfo, quindi immagino che lei ci abbia messo davvero tanto tempo a farla.
All’epoca la nonna era sposata e aveva già i suoi tre figli, il maggiore, unico maschio, era mio padre.
Ora, se è vero che io sono stata una bambina terribile vorrei dire a mia discolpa che non sono la sola.
Come si dice? Buon sangue non mente!
E infatti mio padre, affettuosamente chiamato Giovannino, non era certo da meno.
Per la cronaca, il vezzeggiativo rimase anche in età adulta e mio padre restò sempre Giovannino, sua mamma continuò a chiamarlo così anche quando lui divenne un uomo ben più alto di lei.
Ecco, Giovannino da piccolo faceva dei giochi mica tanto banali.
Tanto per fare un esempio, uno dei suoi ameni passatempi era munirsi di una grande conca sotto alla quale sistemava la sua innocente sorellina minore.
E quello era il carro armato, ovvio no?
E poi iniziava la battaglia, via! Una pioggia di sassi cadeva sulla conca, credo che lui si divertisse un sacco!
E là sotto c’era mia zia, povera bambina!
E quindi questo era l’elemento, al confronto io ero bravissima: mai lanciato sassi, solo uova!
Torniamo al giorno in cui la nonna preparò la gloriosa insalata russa che lasciò sul tavolo della cucina.
Nel frattempo Giovannino e alcuni suoi degni compari, tutti nel pieno dell’adolescenza, passavano nei dintorni.
I tre amici erano a zonzo e stavano passando da una strada soprastante il caseggiato e da quella posizione si vedevano bene il balcone e  la cucina della nonna con quella gigantesca insalata russa al centro della tavola.
All’epoca mio padre non aveva le chiavi di casa e a separarli da quell’invitante delizia c’era un evidente ostacolo: un altissimo muraglione.
Che fare? Bisognava calarsi giù, all’arrembaggio! E così fecero!
Una volta in cucina, senza alcuna remora, fecero fuori tutta l’insalata russa e lasciarono nel grande piatto di portata che la conteneva una minuscola porzione con un’oliva sopra.
Compiuto il misfatto se la filarono e io riesco a immaginare alla perfezione l’espressione attonita della nonna ma del resto così vanno le cose quando si hanno intorno dei ragazzini terribili.
E questa è la storia, la storia della monumentale insalata russa della nonna che finì come non doveva finire.

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Di caruggi e panni stesi scrivo spesso, lo sapete.
E guardando le varie fotografie che ho scattato nel tempo mi è tornato alla memoria un simpatico aneddoto di famiglia che di certo vi strapperà un sorriso.
La protagonista incontrastata di questo curioso episodio è la mia nonna paterna.
Dite che da lassù se la prenderà se scrivo di lei? Spero proprio di no, del resto lei raccontava questa  vicenda ridendoci sopra!
Mia nonna era un tipetto con un bel carattere e per la sua epoca era piuttosto indipendente, lei era una ragazza del ’99 e quando ero piccola questo fatto mi faceva piuttosto impressione: la nonna era di un altro secolo.
La nonna era maestra elementare, ho ancora una serie di foto di lei con i suoi alunni, sono immagini suggestive e molto particolari.
La nonna aveva il suo bel da fare con tre bambini, la vita allora era molto più dura.
E come ho detto, aveva la sua testa.
L’episodio in questione avvenne negli anni ’30 o ’40, quando la famiglia abitava in un appartamento della Circonvallazione a Monte.
E come tutti davanti alla finestra la nonna aveva una corda da stendere.
E insomma, la nonna aveva la pessima abitudine di stendere le lenzuola nel senso della lunghezza con il risultato che queste andavano ad coprire completamente la finestra dell’inquilino del piano di sotto, uno stimato professore che in quell’appartamento aveva  il suo studio.
E caspita!
Il professore comprensibilmente non la prese benissimo e salì diverse volte dalla nonna per farsi le sue ragioni.
Niente, la mia amabile antenata continuò imperterrita a fare come le pareva e così ad ogni suo bucato il lenzuolo  scendeva inesorabile come un sipario ad adombrare la finestra del malcapitato.
La maledizione del buio! Provateci voi a lavorare in penombra!
Ora, per quanto alla nonna mi uniscano evidenti legami di parentela, devo ammettere che la sua posizione è francamente indifendibile e lo stesso deve aver pensato la vittima della situazione che tuttavia non si diede per vinta: a mali estremi, estremi rimedi.
E così il serissimo gentiluomo con un colpo di genio da manuale un bel giorno risolse brillantemente il problema, si armò di pennello e con mirabile cura dipinse le lenzuola della nonna con l’inchiostro!
Immagino che da quel giorno la nonna si sia rassegnata a stendere in maniera decente, santo cielo!
E a proposito di cose d’altri tempi sto pensando di dare una svolta vintage a questo blog,  per scrivere i prossimi post ho tutto l’occorrente.
Pennini, calamaio, praticamente ho tutto, si tratta di oggetti che appartenevano a mio nonno.
Manca solo una cosa: l’inchiostro.

Calamaio

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Io tendo a conservare, non solo i miei ricordi, ma anche le tracce del passato, il passato della mia famiglia.
Tengo tutto, anche certe carabattole che magari sono inutili, ma il verbo buttare non fa proprio parte del mio vocabolario.
Questo nostalgico post è dedicato alla mia dolce amica Maristella,  persona raffinata  che ha fatto del buon gusto il suo stile di vita e che ama profondamente le cose antiche, spero che troverà tra queste righe la bellezza e l’armonia che lei sa certamente apprezzare.
Alcuni degli oggetti che possiedo certo non sono preziosi, ma sono ammantati di un certo romanticismo, del pensiero che suscitano osservandoli.
Ad esempio, il mandolino della prozia.

Si accompagna a questa bella raccolta di spartiti, dove si possono trovare alcuni mirabili pezzi.
Il ventaglio, invece, è un mio acquisto. Oh, ma la zia Isabella certo ne avrà posseduto uno tutto suo, non credete?
Visse all’inizio del secolo scorso, io non l’ho mai conosciuta e so davvero poco su di lei.
Nella nostra casa del mare avevamo dei grandi quadri dipinti dalla zia, aironi e pellicani, con attorno dei fiori.
Che nostalgia!
Il mandolino invece l’ho io, lo tengo su un armadio, in bella mostra.
Certo, come si può notare è privo di corde, ma se anche le avesse, non saprei davvero da che parte iniziare per suonarlo!
Invece la zia credo che si ci divertisse, altroché!
E poi, che volete farci, in famiglia siamo abbastanza attaccati alle nostre radici, così la zia suonava musiche come queste.

Certo anche la zia avrà avuto i suoi “galanti”,  così si dice a Zena per definire i corteggiatori.
E chissà, avrà languito per qualcuno, mentre si esercitava con il suo mandolino!

E poi, che titoli avevano i brani che suonava la zia! Fior di peperone amore ardente!
Oh, ma ci sono anche Fior di ghianda, amor forte e fior di zucca amor platonico. Poesia!
E poi altre romantiche composizioni.
Mesta fanciulla!
Sorridimi!
T’amo!
Che pensi?
Il linguaggio dei fiori! Quasi quasi faccio avere gli spartiti al mio amico Pani e mi faccio incidere l’esecuzione di Fior di peperone amore ardente, cosa darei per sentirla!

Guardate bene lo spartito, nell’immagine qua sopra.
Ho posato tra le sue pagine un oggetto, alcune di voi forse avranno indovinato di cosa si tratti.
Nei secoli scorsi le signorine erano solite appuntarselo alla gonna, ogni volta che partecipavano ad un ballo.
Osservatelo, da sinistra verso destra è così composto: il carnet dei balli, sul quale segnare i nomi dei gentiluomini con i quali si sarebbe danzato, un tondino nel quale mettere una fotografia, un minuscolo contenitore per i liquidi, un portamonete e piccola penna.
Meraviglia!
Il carnet non apparteneva alla zia Isabella, ma a qualche altra fanciulla di famiglia, anche lei con i suoi sogni, i suoi sospiri!
Non so voi, ma io a volte ho l’impressione che noi, in questa nostra epoca così frettolosa e distratta, forse abbiamo perso qualcosa, quel dolce e languido romanticismo del bel tempo andato.

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