Le presine della zia

Nelle seconde case ci sono spesso oggetti che non usiamo più e che comunque meritano una seconda possibilità: magari sono semplicemente passati di moda oppure sono stati sostituti con altri più nuovi ma rimangono utili e così trovano una nuova vita nella seconda casa.
Piatti per la cucina, asciugamani da spiaggia, accessori vari e oggetti per la casa presi con i punti, cose così.
L’altro giorno qui in campagna ho trovato tra la biancheria un piccolo tesoro, a dire il vero in quel cassetto ci sono numerose tovagliette cucite e ricamate dalla nonna e dalla mamma, strofinacci, centrini e altre minuziose bellezze e poi ci sono anche le presine della zia.
Le ho appese in cucina per usarle e mi si è subito risvegliata l’immaginazione: certamente la zia avrà fatto quelle presine con qualche avanzo di cotone, lei era il tipo da lavori monumentali e impegnativi.
Della zia, in realtà, è sempre un po’ difficile parlare al passato perché lei ha lasciato ovunque la traccia della sua personalità solare e gioiosa.
Ed eccola lì, seduta sulla sedia di vimini in salotto della casa del mare, con i gomitoli di cotone e l’uncinetto in mano.
La zia chiaramente fa anche le presine, non c’è nulla che lei non riesca a creare con la sua brillante fantasia.
È uno dei suoi passatempi, la zia è anche abile solutrice di Parole Crociate e non c’è Ghilardi o Bartezzaghi che le incuta timore, ama anche giocare a carte e facciamo spesso lunghe partite a Scala Quaranta.
L’uncinetto e il ricamo sono i suoi vanti, la zia ha annate intere di riviste e cassetti pieni di gomitoli colorati e non sta mai con le mani in mano.
Si dedica ai lavori manuali mentre alla TV passano un vecchio film giallo, la zia ama i romanzi di Agatha Christie e apprezza Monsieur Poirot ma anche lei ha un debole per Miss Marple.
E intanto l’uncinetto va su e giù, lei guarda le sue presine con un certo compiacimento e non vede l’ora di finirle, trilla con allegria, la zia non è mai di cattivo umore e ha una voce chiara e squillante.
E intanto l’uncinetto va su e giù e poi il tempo passa e scivolano via gli anni.
Negli armadi di casa ho tante cose fatte dalla zia, ho anche un ricamo che lei non ha mai completato ed ero quasi intenzionata a finirlo io, poi in realtà ho lasciato gli aghi così come sono, come li aveva puntati lei nella tela di lino.
Quel ricamo è una raffinata ghirlanda circolare con le quattro stagioni: Il tempo, quella cosa lì che non si sa capire.
Agosto in casa mia è sempre stato un mese di compleanni, di rado li festeggiavamo tutti insieme perché nel tempo delle vacanze magari capitava di essere in posti diversi.
Ad agosto compivano gli anni mio papà, mia zia e la loro mamma, la Nonna Teresa.
Con la zia capitava di trovarsi insieme, nel cuore dell’estate, nella casa del mare e magari si andava a cena fuori a mangiare la frittura di pesce.
Ma ve l’ho detto, l’uncinetto va su e giù e la trama della vita è più complicata di quanto si vorrebbe.
Le presine della zia ora sono qui, nella casa di campagna, io sono indecisa se tenerle da parte oppure se usarle ma credo che la zia vorrebbe che le sue presine continuassero a vivere mirabolanti avventure in cucina, da cuoca sopraffina credo che apprezzerebbe.
E allora mi sembra quasi di rivivere quel momento.
La sedia di vimini, i mobili scuri della sala, il caldo della riviera.
L’uncinetto va su e giù e poi si ferma.
E la zia riguarda il suo lavoro e pronuncia soddisfatta queste parole:
– Ecco, sono finite!
Sorride, si alza e si affaccia alla finestra, guarda fuori e decide di andare a far due passi.
E insieme a suo marito va su e giù, sulla passeggiata a mare, in uno di quei luoghi dove le memorie e il tempo davvero non finiscono mai.

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I formidabili Frank

“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Così ha inizio la tiritera imparata a memoria dai piccoli fratelli Frank per presentare la loro bizzarra famiglia, questi sono I formidabili Frank.
Un libro del quale è autore Michael Frank, scrittore, saggista e giornalista, lui è anche autenticamente innamorato di Genova e della Liguria e tempo fa sul New York Times apparve un suo articolo dedicato alla Superba certamente apprezzato da molti miei concittadini.
Veniamo alla stramba famiglia di Michael, le loro vicende sono a tratti davvero straordinarie, i Frank abitano nei dintorni di Los Angeles, la storia si dipana con il ritmo di un romanzo ma in realtà questo è un libro di memorie, a volte amare e a volte dolcissime.
Figura centrale della vita e della storia di tutti loro è la fantastica zia Hank, lei e lo zio Irving sono sceneggiatori di Hollywood e quindi frequentano un mondo vivace e ricco di stimoli.
Zia Hank è chiaramente un personaggio di primo piano e spicca con la sua forte personalità: eccentrica, particolare, teneramente dispotica, a volte testarda e caparbia fino all’eccesso, decisamente unica.
Ama gironzolare per mercatini di antiquariato e detesta le cose moderne, sa precisamente cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, zia Hank ha le idee chiare su tutto e ha anche un nipote preferito: proprio lui, il piccolo Michael.

Ed è chiaro, no?
Zia Hank vuole decidere della vita degli altri, in particolare per quanto riguarda quel suo nipote adorato.
E Michael ricambia il suo amore, da bambino aspetta la visita della zia con impazienza:

“Non c’era persona al mondo che desiderassi così tanto vedere.”

Ed eccola la zia, arriva a bordo della sua scintillante Buick, secondo un copione tipicamente hollywoodiano.
Ed è tutto un gioco di delicati equilibri nei quali intervengono i genitori di Michael, secondo mamma e papà è chiaramente ingiusto che soltanto uno dei piccoli Frank abbia tutte le attenzioni della zia.
E la vita scorre, fluisce pagina dopo pagina, dall’infanzia all’età adulta Michael racconta i giorni della sua crescita, quelli della sua ribellione e dell’affermazione della propria personalità in contrasto con quella della zia.
Alcune pagine mi hanno colpita più di altre, ad esempio quelle in cui si narrano alcuni episodi dell’infanzia di Michael, certe sue fragilità e certe prepotenze subite da suoi coetanei.
Va inoltre sottolineato che in questo libro in un certo modo anche i luoghi sono protagonisti: le case, le stanze, gli indirizzi sono parte integrante della vita e rappresentano il legame con il posto al quale si appartiene, non a caso i diversi luoghi danno il titolo ai capitoli.
Leggendo questo libro ad un tratto mi sono accorta che in realtà mi sembrava di conoscere I formidabili Frank da tutta la vita, accadono queste cose qui quando si tratta di grandi scrittori capaci di lasciare il segno.
Il volume è edito in Italia da Einaudi, si presenta con una bella edizione arricchita da una copertina anch’essa formidabile, diciamolo.
Come vi ho detto l’autore ama Genova e quindi magari non si dispiacerebbe di sapere che ho iniziato a leggere il suo libro davanti al mare della Superba dove appunto l’ho fotografato.
La scrittura di Michael Frank è garbata, pulita, priva di inutili orpelli e di qualunque forma di disarmonia, essenziale e diretta, ricca di amore vero per la forza intensa delle parole.
E tu sei lì, a metà del libro e ti dispiace quasi finirlo, ogni tanto accade persino questo, a volte.
Ed è successo quando ho incontrato I Formidabili Frank.

Un pomeriggio con la nonna Teresa

Come se non fossero mai passati tutti questi anni, io mi ricordo ancora quei pomeriggi con la nonna Teresa.
La nonna abitava nel mio palazzo e così quando ero piccola mi bastava salire qualche piano di scale per andarla a trovare.
Come ho già avuto modo di ricordare, la nonna era una ragazza del ‘99, gente di altra tempra rispetto a noi.
La nonna non stava mai con le mani in mano, era sempre impegnata con le sue attività: raccoglieva le fotografie per l’album di famiglia, scriveva aneddoti e memorie, soprattutto passava un sacco di tempo a cucire.
La nonna aveva una vecchia Singer con il pedale e spesso la trovavi all’opera con aghi, fili e stoffe, va detto che a volte cuciva delle cose del tutto inutili ma allora mi sembrava sempre che facesse lavori assolutamente indispensabili.

Foto scattata a Fontanigorda

La nonna aveva anche un apparecchietto di plastica colorata a forma di macchina da cucire, era un piccolo aggeggio che serviva a infilare l’ago e all’epoca mi sembrava una cosa fantastica, di recente mi è capitato di vederlo in vendita sui banchi del mercato e ho avuto un vero e proprio moto di nostalgia.
Alla nonna piaceva anche cucinare e le riusciva molto bene peccato che fosse spesso in altre faccende affaccendata e quindi sovente si scordava le pentole sul fuoco, io mi ricordo benissimo certe pietanze e certe minestre carbonizzate a dovere.
A casa della nonna poi trovavo sempre riviste interessanti e così molto spesso me ne tornavo nella mia cameretta con un discreto bottino di imperdibili letture.
La mia preferita in assoluto era una rivista di leggerezze, diciamo così: aveva un formato insolito, la carta sottile e molte foto in bianco e nero.
Ed erano pagine e pagine di pettegolezzi sulle stelle del cinema e sui componenti delle case reali europee, la leggevo con una certa curiosità per i matrimoni da favola, i nuovi amori e le storie sensazionali.
C’erano poi i settimanali che comprava mia zia con le istruzioni per la maglia o l’uncinetto, i servizi di moda, le notiziole utili per la casa.
E su quelle pagine andavo sempre a cercare la rubrica con i trucchetti della nonna, a dire il vero in seguito non credo di essermi mai ricordata di seguire uno di quei consigli ma all’epoca mi sembrava fondamentale informarmi sul modo migliore per pulire l’argenteria, tanto per fare un esempio.
Sulla scrivania della nonna poi non mancava mai il barattolino argentato della Coccoina, quell’odore per me è un ricordo d’infanzia.
Lei usava la colla per attaccare sui suoi quaderni le ricette ritagliate dalle riviste e la utilizzava anche per l’album dei ricordi di famiglia.
La nonna Teresa era maestra elementare e ogni tanto tirava fuori le fotografie di lei con i suoi studenti, adesso conservo io quelle foto di classe.
E poi la nonna raccontava dei suoi giorni da insegnante e di quando da piccola andava al mare a Sampierdarena, in campagna agli Erzelli oppure a Pontedecimo.
E la ringrazio per aver scritto i suoi ricordi, se non lo avesse fatto sarebbero andati perduti mentre invece sono impressi sulla carta con la sua calligrafia ordinata e precisa.
Rileggere adesso quelle storie è come tornare indietro nel tempo e trascorrere ancora, di nuovo, un pomeriggio con la nonna Teresa.

La famiglia

Il taglio degli occhi, dicono sempre tutti che è proprio uguale a quello di nonna.
Le attitudini di alcuni di noi a volte stupefacenti.
Ad esempio, nessuno in famiglia aveva mai dimostrato le inclinazioni creative di lui e questa è stata in un certo senso una piacevole sorpresa.
La più tranquilla di casa, sempre lei.
Timida, silenziosa, anche da bambina durante i pranzi di famiglia parlava poco e se ne stava sulla sua sedia dondolando le gambe avanti e indietro.
I discorsi, gli aneddoti memorabili del nonno.
La foto di gruppo, passano gli anni e piano piano cambiano i protagonisti oppure quelli che prima erano bimbetti adesso sono irrimediabilmente adulti.
E c’è sempre un posto vuoto o magari anche più di uno, accade in ogni famiglia.
Dopo le molte portate poi i più giovani non vedono l’ora di schizzare via per incontrare i loro amici: succedeva ieri e succede ancora adesso, è sempre così.
E gli altri invece se ne andranno tutti insieme a fare una passeggiata, dopo certi elaborati manicaretti è proprio quello che ci vuole e anche questa è ormai una tradizione.
Ognuno con il suo passo, ognuno alla propria velocità e poi magari ci si ferma ad aspettare quelli che camminano più piano.
E poi si continua il percorso, tutti insieme.
Accade così, in una famiglia.

Celle Ligure

La bambola della Nonna Teresa

Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.

L’insalata russa della nonna

Torno a parlarvi di un aneddoto di famiglia e la protagonista è ancora lei, mia nonna, già nota su queste pagine per un increscioso incidente diplomatico con un vicino di casa.
Mia nonna aveva tre fratelli e due sorelle, la sua famiglia di provenienza era altrettanto numerosa, accadeva spesso a quei tempi.
E così nei miei album delle foto in bianco e nero ho le immagini di tutti quei bimbetti in piedi uno accanto all’altro, dal più grande al più piccino, in scaletta.
Si era in tanti e far da mangiare era una faccenda impegnativa, bisognava provvedere a molti commensali.
Mia nonna era un’ottima cuoca e lo stesso vale per sua sorella, colei che cucinava quelle deliziose torte di carciofi coperte di impalpabili veli di pasta sfoglia, indimenticabili per me!
Ed entrambe avevano una tempra fuori dal comune, in casa mia ci sono state diverse donne di carattere.
E veniamo a quel giorno in cui la nonna decise di preparare una monumentale insalata russa, si favoleggia che fosse un vero trionfo, quindi immagino che lei ci abbia messo davvero tanto tempo a farla.
All’epoca la nonna era sposata e aveva già i suoi tre figli, il maggiore, unico maschio, era mio padre.
Ora, se è vero che io sono stata una bambina terribile vorrei dire a mia discolpa che non sono la sola.
Come si dice? Buon sangue non mente!
E infatti mio padre, affettuosamente chiamato Giovannino, non era certo da meno.
Per la cronaca, il vezzeggiativo rimase anche in età adulta e mio padre restò sempre Giovannino, sua mamma continuò a chiamarlo così anche quando lui divenne un uomo ben più alto di lei.
Ecco, Giovannino da piccolo faceva dei giochi mica tanto banali.
Tanto per fare un esempio, uno dei suoi ameni passatempi era munirsi di una grande conca sotto alla quale sistemava la sua innocente sorellina minore.
E quello era il carro armato, ovvio no?
E poi iniziava la battaglia, via! Una pioggia di sassi cadeva sulla conca, credo che lui si divertisse un sacco!
E là sotto c’era mia zia, povera bambina!
E quindi questo era l’elemento, al confronto io ero bravissima: mai lanciato sassi, solo uova!
Torniamo al giorno in cui la nonna preparò la gloriosa insalata russa che lasciò sul tavolo della cucina.
Nel frattempo Giovannino e alcuni suoi degni compari, tutti nel pieno dell’adolescenza, passavano nei dintorni.
I tre amici erano a zonzo e stavano passando da una strada soprastante il caseggiato e da quella posizione si vedevano bene il balcone e  la cucina della nonna con quella gigantesca insalata russa al centro della tavola.
All’epoca mio padre non aveva le chiavi di casa e a separarli da quell’invitante delizia c’era un evidente ostacolo: un altissimo muraglione.
Che fare? Bisognava calarsi giù, all’arrembaggio! E così fecero!
Una volta in cucina, senza alcuna remora, fecero fuori tutta l’insalata russa e lasciarono nel grande piatto di portata che la conteneva una minuscola porzione con un’oliva sopra.
Compiuto il misfatto se la filarono e io riesco a immaginare alla perfezione l’espressione attonita della nonna ma del resto così vanno le cose quando si hanno intorno dei ragazzini terribili.
E questa è la storia, la storia della monumentale insalata russa della nonna che finì come non doveva finire.

Un curioso aneddoto di famiglia

Di caruggi e panni stesi scrivo spesso, lo sapete.
E guardando le varie fotografie che ho scattato nel tempo mi è tornato alla memoria un simpatico aneddoto di famiglia che di certo vi strapperà un sorriso.
La protagonista incontrastata di questo curioso episodio è la mia nonna paterna.
Dite che da lassù se la prenderà se scrivo di lei? Spero proprio di no, del resto lei raccontava questa  vicenda ridendoci sopra!
Mia nonna era un tipetto con un bel carattere e per la sua epoca era piuttosto indipendente, lei era una ragazza del ’99 e quando ero piccola questo fatto mi faceva piuttosto impressione: la nonna era di un altro secolo.
La nonna era maestra elementare, ho ancora una serie di foto di lei con i suoi alunni, sono immagini suggestive e molto particolari.
La nonna aveva il suo bel da fare con tre bambini, la vita allora era molto più dura.
E come ho detto, aveva la sua testa.
L’episodio in questione avvenne negli anni ’30 o ’40, quando la famiglia abitava in un appartamento della Circonvallazione a Monte.
E come tutti davanti alla finestra la nonna aveva una corda da stendere.
E insomma, la nonna aveva la pessima abitudine di stendere le lenzuola nel senso della lunghezza con il risultato che queste andavano ad coprire completamente la finestra dell’inquilino del piano di sotto, uno stimato professore che in quell’appartamento aveva  il suo studio.
E caspita!
Il professore comprensibilmente non la prese benissimo e salì diverse volte dalla nonna per farsi le sue ragioni.
Niente, la mia amabile antenata continuò imperterrita a fare come le pareva e così ad ogni suo bucato il lenzuolo  scendeva inesorabile come un sipario ad adombrare la finestra del malcapitato.
La maledizione del buio! Provateci voi a lavorare in penombra!
Ora, per quanto alla nonna mi uniscano evidenti legami di parentela, devo ammettere che la sua posizione è francamente indifendibile e lo stesso deve aver pensato la vittima della situazione che tuttavia non si diede per vinta: a mali estremi, estremi rimedi.
E così il serissimo gentiluomo con un colpo di genio da manuale un bel giorno risolse brillantemente il problema, si armò di pennello e con mirabile cura dipinse le lenzuola della nonna con l’inchiostro!
Immagino che da quel giorno la nonna si sia rassegnata a stendere in maniera decente, santo cielo!
E a proposito di cose d’altri tempi sto pensando di dare una svolta vintage a questo blog,  per scrivere i prossimi post ho tutto l’occorrente.
Pennini, calamaio, praticamente ho tutto, si tratta di oggetti che appartenevano a mio nonno.
Manca solo una cosa: l’inchiostro.

Calamaio

Il mandolino della zia Isabella

Io tendo a conservare, non solo i miei ricordi, ma anche le tracce del passato, il passato della mia famiglia.
Tengo tutto, anche certe carabattole che magari sono inutili, ma il verbo buttare non fa proprio parte del mio vocabolario.
Questo nostalgico post è dedicato alla mia dolce amica Maristella,  persona raffinata  che ha fatto del buon gusto il suo stile di vita e che ama profondamente le cose antiche, spero che troverà tra queste righe la bellezza e l’armonia che lei sa certamente apprezzare.
Alcuni degli oggetti che possiedo certo non sono preziosi, ma sono ammantati di un certo romanticismo, del pensiero che suscitano osservandoli.
Ad esempio, il mandolino della prozia.

Si accompagna a questa bella raccolta di spartiti, dove si possono trovare alcuni mirabili pezzi.
Il ventaglio, invece, è un mio acquisto. Oh, ma la zia Isabella certo ne avrà posseduto uno tutto suo, non credete?
Visse all’inizio del secolo scorso, io non l’ho mai conosciuta e so davvero poco su di lei.
Nella nostra casa del mare avevamo dei grandi quadri dipinti dalla zia, aironi e pellicani, con attorno dei fiori.
Che nostalgia!
Il mandolino invece l’ho io, lo tengo su un armadio, in bella mostra.
Certo, come si può notare è privo di corde, ma se anche le avesse, non saprei davvero da che parte iniziare per suonarlo!
Invece la zia credo che si ci divertisse, altroché!
E poi, che volete farci, in famiglia siamo abbastanza attaccati alle nostre radici, così la zia suonava musiche come queste.

Certo anche la zia avrà avuto i suoi “galanti”,  così si dice a Zena per definire i corteggiatori.
E chissà, avrà languito per qualcuno, mentre si esercitava con il suo mandolino!

E poi, che titoli avevano i brani che suonava la zia! Fior di peperone amore ardente!
Oh, ma ci sono anche Fior di ghianda, amor forte e fior di zucca amor platonico. Poesia!
E poi altre romantiche composizioni.
Mesta fanciulla!
Sorridimi!
T’amo!
Che pensi?
Il linguaggio dei fiori! Quasi quasi faccio avere gli spartiti al mio amico Pani e mi faccio incidere l’esecuzione di Fior di peperone amore ardente, cosa darei per sentirla!

Guardate bene lo spartito, nell’immagine qua sopra.
Ho posato tra le sue pagine un oggetto, alcune di voi forse avranno indovinato di cosa si tratti.
Nei secoli scorsi le signorine erano solite appuntarselo alla gonna, ogni volta che partecipavano ad un ballo.
Osservatelo, da sinistra verso destra è così composto: il carnet dei balli, sul quale segnare i nomi dei gentiluomini con i quali si sarebbe danzato, un tondino nel quale mettere una fotografia, un minuscolo contenitore per i liquidi, un portamonete e piccola penna.
Meraviglia!
Il carnet non apparteneva alla zia Isabella, ma a qualche altra fanciulla di famiglia, anche lei con i suoi sogni, i suoi sospiri!
Non so voi, ma io a volte ho l’impressione che noi, in questa nostra epoca così frettolosa e distratta, forse abbiamo perso qualcosa, quel dolce e languido romanticismo del bel tempo andato.