L’ultimo giorno dell’anno

Era l’ultimo dell’anno.
Erano trascorsi i giorni, erano scivolati via uno dopo l’altro.
Se si guardava indietro gli veniva da pensare che il tempo fosse come svanito, era da non credere, un intero anno era trascorso.
Eppure ricordava bene ogni istante, era stato immobile a guardare i mesi che passavano.
Gennaio di tempesta, febbraio fresco come le mimose in fiore e marzo frizzante annunciato dal canto delle allodole.
Ad aprile poi era giunta una pioggerellina leggera e lui era rimasto alla finestra ad osservare la danza delle gocce.
Maggio aveva avuto il profumo delle rose, giugno era stata un’esplosione di colori ed aromi.
Luglio caldo come il fieno baciato dal sole, agosto dolce come i frutti rossi dei boschi, settembre languido come le foglie cadute.
Ottobre era stato incerto, esitante e capriccioso.
Novembre aveva portato turbini di vento e poi, poi era giunto dicembre.
Di ghiaccio, di neve, d’inverno.
Uno dopo l’altro, erano trascorsi i giorni e infine era giunto il suo momento.
Si guardò indietro.
Sapeva bene che dopo di lui sarebbe venuta una tenera bimbetta e volle lasciare un saluto per lei e per tutti gli altri.
Scrisse qualche parola e poi posò il biglietto sul tavolo.
Tutti si sarebbero ricordati di lui: era l’ultimo giorno dell’anno.

Buon anno

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Tanti auguri a tutti voi da Miss Fletcher! Buon 2016!

I giorni genovesi di Hans Christian Andersen

Ci sono amici che incontriamo da bambini e poi restano con noi anche quando siamo ormai diventati grandi.
Hans Christian Andersen è per me un caro compagno di viaggio, le sue fiabe mi hanno sempre incantata, da piccola avevo una predilezione per I fiori della piccola Ida.
Con mia gioia di recente è uscita una sua autobiografia, un volume poderoso pubblicato da Donzelli dal titolo La fiaba della mia vita.
Tornerò a scrivere di questo libro e delle eccezionali vicende dell’esistenza di Andersen, oggi dedico questo spazio ai suoi giorni genovesi, è stata un’emozione trovare anche la Superba tra i suoi ricordi.
E allora andiamo a quel tempo, è il 1833, Hans ha 28 anni e ancora non è divenuto celebre grazie al mondo fantastico delle sue fiabe.
In carrozza supera il Sempione: un viaggio in Italia  significa per lui calarsi nel sogno, le sue parole restituiscono lo stupore e la meraviglia davanti a panorami incomparabili.
Bucolica Italia, paradiso di alte montagne e ghiacciai lucenti, ridente di laghi disseminati di isole fiorite sotto al cielo chiaro.
Italia di profumi ed aromi, di campi di granoturco e di tralci d’uva che adornano i sentieri.

Uva (3)

Sono magiche le descrizioni di Andersen, sono incantevoli come le sue fiabe.
E il suo viaggio lo porta anche Genova, nel luogo dove ritrova l’azzurro mare.
Per i danesi, scrive Andersen, il mare è vita, amore e appartenenza e a Genova Hans rivede la distesa di blu davanti ai suoi occhi.

Mare

Così indugia in questo dolce innamoramento e rimane al balcone, a guardare l’orizzonte.

Tramonto (10)

Lo attende, a sera, un’opera teatrale e Andersen, viaggiatore di passaggio, descrive le sue camminate cittadine senza menzionare le vie della città ma è facile riconoscere certi luoghi.
Narra di aver attraversato una via di palazzi che si levano sontuosi uno accanto all’altro e così l’ho immaginato camminare lungo Strada Nuova così spesso immortalata dai celebri visitatori.

Via Garibaldi (17)

Hans è diretto a teatro, pare che non gli sia facile trovarlo, forse si perde ad ammirare le bellezze genovesi.
E poi d’un tratto, scorge una statua che si staglia contro il cielo e comprende di essere giunto a destinazione.

Teatro Carlo Felice

Teatro Carlo Felice

Al Carlo Felice assiste a un nuova opera lirica: va il scena L’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti e tra il pubblico c’è anche lui, Hans Christian Andersen.

Piazza De Ferrari (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non è solo armonia e bellezza ciò che egli trova in questa città, il nostro autore visita anche un luogo cupo e particolare: l’Arsenale della città e le prigioni.
Sono vivide ed efficaci le sue narrazioni, i prigionieri in catene impressionano la mente fantasiosa di Andersen.
Eccoli i galeotti sfiancati dalla prigionia, macilenti e stremati, Andersen vede i tavolacci e i ceppi ai quali questi uomini venivano legati durante la notte.
E uno dei carcerati lo spaventa con una risata fragorosa e crudele, nei suoi occhi Hans vede il guizzo della cattiveria.
E ancora, in quella prigione c’è un giovane ben vestito, i suoi abiti sono raffinati e di buon taglio, a differenza degli altri non porta catene, Andersen riferisce che si tratta di un ricco genovese che deve scontare due anni di galera per frode e furto ai danni della collettività, costui gode di certi privilegi, la moglie gli fa avere soldi e mezzi per sostentarsi.
Oh, quanto vorrei sapere il suo nome, non avete idea!

Panorama da Torre dei Morchi (19)

Giunge poi il tempo di lasciare la Superba e il racconto torna ad essere idilliaco e pacificante, è sempre la natura a colpire la sensibilità di Andersen.
Gli ulivi e gli aranci, i melograni e i limoni succosi.

Limoni (3)

E la gente di Liguria, i pescatori con i loro berretti vermigli.

Pescatori

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi, andando verso Levante, la costa e le sue ville, le vele bianche che solcano il grande mare.

Maresottosopra (22)

E in lontananza il profilo di un’isola, la Corsica.

Via Domenico Chiodo (10)

Ancora gli rimane un lembo di Liguria da visitare, un luogo che tuttora conserva la memoria del suo passaggio.
A Sestri Levante alloggia in una locanda davanti al mare, è di nuovo la natura con le bellezze rigogliose ad affascinarlo.
E nella bella località del Levante Ligure la Baia delle Favole rammenta al visitatore quei giorni che Andersen trascorse in Liguria.

Sestri Levante

Un racconto che ha la potenza della fantasia e dell’entusiasmo, lo stesso che Hans Christian Andersen trasmette con le sue fiabe, con il suo mondo fatto di fiori parlanti, di teiere sventurate e di avventurosi aghi da rammendo.
Un caro amico, accanto a me da tutta la vita, un caro amico che ha camminato per le strade della mia città.

Genova

Canale, la casetta delle fiabe

In un fulgido pomeriggio d’estate sono capitata a Canale, una piccola frazione di Fontanigorda immersa nella verde frescura delle montagne.
Tetti di tegole rosse, alberi, cancelli e archi di rose.

Canale (2)

Cielo intenso e profondo, i colori della Val Trebbia sono vivaci e splendenti in questa stagione.

Canale (3)

E i giardini sono un trionfo di rigogliose fioriture.

Canale (4)

Toh, tra le ortensie un incontro inaspettato!
Una fagianella che se ne andava a spasso indisturbata, in realtà appena si è accorta della mia presenza si è messa a correre all’impazzata e poi ha preso il volo.
Caspita, che carattere! Neanche il tempo di fare amicizia!

Canale (5)

Ancora cancelli e ancora fiori, luglio è colorato e generoso.

Canale (6)

Una cascina circondata da gigli.

Canale (7)

E alberi, bordure e lo steccato.

Canale (8)

Una panchina, ancora vasi e persiane rosso lacca come la ringhiera.

Canale (9)

Una salita, una curva, Liguria di dolci tornanti che si inerpicano sui monti.

Canale (10)

E le imposte sono chiuse, questa casetta attira proprio la mia attenzione.

Canale (11)

E poco distante ci sono vasi con fiori in boccio dal caldo colore del sole.

Canale (12)

Lì a fianco c’è una cascina, ha di fronte un cespuglio di rose.
E tutto è incantato, come in una fiaba.

Canale (13)

Una casetta piccina, con il tetto spiovente.
No, non è fatta di mattoni, dev’essere di marzapane, miele e croccante, il tetto è di solide scagliette di cioccolata fondente.

Canale (14)

C’è un pesante ceppo, poi una carriola carica di legnetti per il fuoco e una panca dove sedersi.

Canale (15)

E naturalmente ci sono ancora altre rose che sono di finissimo zucchero filato.

Canale (16)

Di chi sarà la casetta delle fiabe?
Davvero non lo so ma un’idea me la sono fatta, non ditelo a nessuno, mi raccomando!

Nanetto

Tornerò di sicuro, magari potrebbe capitarmi di vedere Biancaneve sul terrazzino, tutto è possibile nel mondo delle fiabe!

Canale (17)

In una casetta deliziosa posta su un ripido tornante.

Canale (18)

A Canale, davanti alle belle montagne della Val Trebbia.

Canale (19)

La vera bellezza

Lo era sempre stata, era lei la più bella.
E ancora adesso che era un po’ avanti negli anni tra tutte si distingueva.
Era lei ad elargire saggi consigli a certe giovani che non sapevano nulla delle cose del mondo e loro stavano a sentirla assorte con devota ammirazione.
Il fascino, diceva lei, è una dote connaturata, una malia capace di stregare i cuori e gli animi.
Cosa potevano saperne le margherite!
Così semplici e inesperte, quando lei parlava bisbigliavano tra loro:
– Ma la vedi? – diceva la prima – Che stile! Io per quanto mi impegni non ce la farò mai ad essere come lei!
– E neppure io! – le faceva eco la sua vicina con tono sconsolato.
– Ssst, fate silenzio! Voglio sentire cosa dice! – le redarguiva una loro simile.
Le margheritine allora ammutolivano e zitte zitte cercavano di carpire i segreti della più bella del giardino.

Margherite

Io, per quanto mi riguarda – diceva il botton d’oro – ho già un abito piuttosto elegante e quindi sono a metà dell’opera!
E poi sono ancora così giovane!

Botton d'oro

Lei sorrideva, bonaria e gentile.
Fatale e suadente esclamava una delle sue frasi preferite:
No woman should ever be quite accurate about her age. It looks so calculating.
– Eeh? – facevano in coro tutti i fiori del giardino.
– Bambine care – continuava lei – si impara a vivere anche da certi libri, imprimetevela bene nella mente questa frase di Oscar Wilde: nessuna donna dovrebbe essere troppo precisa riguardo alla sua età. Le dà un’aria così calcolatrice.
E dai vasi tutte si sporgevano per ascoltarla, ogni sua parola era per loro sacra.

Fiori

Una vita intera da narrare.
Avventure e amori, batticuori e sensazioni mai dimenticate, lei, così ammirata e ambita, parlava con tono pacato e sereno.
Era ancora lei, il tempo era trascorso inesorabile ma grazia e leggiadria non l’avevano abbandonata, lei sapeva ancora indossarle con fiera consapevolezza.
Era ancora lei a spiccare su tutte le altre, certa bellezza resta e non svanisce, certa bellezza non appassisce mai.

Rosa

Il mio libro di fiabe

Come tutti i bambini anch’io amavo le fiabe.
Come tutti i bambini della mia generazione la mia passione erano le fiabe sonore, un libretto illustrato, un 45 giri e A mille ce n’è.
E tuttavia tra i tanti volumi che ancora conservo uno solo può essere definito il mio libro di fiabe, l’ho ricevuto in regalo dai miei genitori nel 1974, allora avevo otto  anni.
Il mio libro di fiabe ha la copertina rigida e la custodia, è voluminoso e ingombrante, per leggerlo l’ideale era mettersi comoda alla scrivania oppure seduta per terra sul tappeto.
Sul mio libro di fiabe campeggia l’immagine dell’intrepido e avventuroso Pollicino, un bambino che tutti noi abbiamo conosciuto.

Fiabe

E oltre a lui ci sono castelli e principesse, streghe e incantesimi, fanciulle addormentate e fate madrine.
Sfogliando il mio libro mi sono piacevolmente compiaciuta di aver trascorso l’infanzia in compagnia di buone letture, tra queste pagine ho trovato Basile, Daudet e Carlo Gozzi, ci sono le atmosfere incantate di Le Mille e una notte e non mancano Dostoevskij e Hawthorne.
E non solo, riaprire questo volume è stato un piacevole tuffo nel passato: ho scoperto che io a otto anni leggevo già il mio amato Oscar Wilde, ci sono  Il Principe Felice e Il Gigante Egoista, di  quest’ultima fiaba ho già avuto modo di scrivere, trovate il mio articolo qui.

Fiabe (3)

Sono assenti le fiabe dei Fratelli Grimm e quelle di Andersen, quest’ultimo è ancora adesso il mio autore preferito, il mondo piccolo di Andersen è un’incantevole magia, sua è la mia fiaba più amata, I fiori della piccola Ida.
In compenso ci sono diverse fiabe di Perrault, oltre a Pollicino, Cappuccetto Rosso, Barbablù e molte altre, una sconsolata Cenerentola dagli abiti dimessi e rattoppati osserva pensierosa il pentolone posto sul fuoco.

Fiabe (2)

E poi da queste pagine sono uscite vicende che avevo dimenticato di aver letto, come ad esempio L’uccellino azzurro della Contessa di Aulnoy.
I personaggi seguono il canone tipico delle fiabe, c’è una bella principessa di nome Fiorina e naturalmente ha una brutta sorellastra, Trotina.
E Fiorina ha a che fare con una crudele matrigna, è ovvio.
Cè anche un giovane Re, Grazioso.
E un malefico incantesimo, una carrozza, un nanetto, un palazzo e un bosco.
E dopo varie vicissitudini tutti vissero felici e contenti.
Immergersi in una fiaba è un viaggio che aiuta a crescere, le fiabe hanno un linguaggio fortemente simbolico e schemi precisi, il significato di colori e numeri non è mai casuale, ne scrissi in questo post  diverso tempo fa, se vi fa piacere leggerlo scoprirete i risvolti nascosti nelle trame delle fiabe.
E così io sfoglio il mio vecchio libro con le illustrazioni colorate, stasera mi dedicherò alla lettura de I grulli di Tomillar di Anton De Trueba.
E chi se la ricorda!
Grulli, un termine che evoca proprio atmosfere fiabesche, non vi pare?
E voi, avete ancora il vostro libro di quando eravate piccoli?
E qual era la vostra fiaba preferita?
Io non ho mai smesso di leggere le fiabe, fatine e principesse hanno accompagnato i miei giorni e resteranno ancora per lungo tempo qui, accanto a me.

Fiabe (4)

Una fiaba dalla dispensa

C’era una volta una casetta nel bosco, era circondata da alberi e aveva un verde prato di fronte.
C’era anche una grande cucina e fu laggiù che si consumò una piccola tragedia domestica.
Un bel giorno tutto mutò: era arrivato, per la gioia della cuoca, un elettrodomestico tuttofare.
Grosso, imponente, ingombrante e multitasking.
Era tedesco, ovviamente, un paradigma di efficienza, si chiamava Franz, parlava una lingua che nessuno conosceva e sapeva fare ogni cosa: tritava, sminuzzava, impastava, divenne in breve tempo il re della cucina.
Ma certo non si può dire che tutti fossero contenti del suo arrivo!
– Oh, se mi girano! Non sapete quanto! Anni e anni di onorato servizio per finire qua dentro al buio!
Così borbottava il frullino dalla dispensa nella quale era stato riposto insieme a tutti gli altri attrezzi da cucina.
Uno via l’altro erano stati mandati in pensione, si può dire così?
E sapete come accade, ognuno ha la propria maniera di reagire ai drammi della vita, quando ci si sente pervasi dal senso di inutilità il nostro carattere si svela.
Lo spremiagrumi l’aveva presa malissimo, passava le notti a singhiozzare per il dispiacere.
E sapete, quando si è in difficoltà l’unione fa la forza!
Lo spremiaglio era sempre stato emarginato, a causa delle sue frequentazioni tutti lo schivavano, si diceva in giro che emanasse cattivo odore.
E adesso? Oh, adesso era tutto cambiato!
Il pelapatate lo andava sempre a cercare per sobillarlo:
– Dobbiamo agire! Facciamo qualcosa, non possiamo arrenderci così!
La rotella per fare i ravioli era piuttosto anziana e molto saggia, cercava pertanto di sedare gli animi:
– State bravi, vediamo di far girare bene le rotelline, una soluzione si troverà!
I mestoli di legno, seppur non coinvolti, si riunirono a congresso, il mattarello si propose per mettere a posto la situazione:
– Ci penso io! Lo sistemo io quel tipo arrogante e presuntuoso!
– Calma, calma! – intervenne il colino – Questa è una situazione che fa acqua da tutte le parti!
Alcuni di loro erano davvero affranti, da protagonisti incontrastati erano divenuti semplici comparse, certi erano stati addirittura degradati a soprammobili.
Era il caso di un personaggio dal carattere un po’ schivo che ormai da giorni e giorni, da buon ligure, non faceva altro che mugugnare.
– Io qui non c’entro un cavolo! E’ una questione di stile, oltretutto, frequento da anni il pregiato basilico di Pra’ e guardate come mi hanno ridotto!

Cavolo

E insomma, lo scontento regnava sovrano.
Tutti quanti si rabbuiarono ancor di più quando videro arrivare lo schiaccianoci che aveva una ferale notizia da comunicare:
– Ho sentito la cuoca parlare di mercatino dell’usato! Vuole darci via tutti! Dice che da quando c’è Franz non ha più bisogno di noi!
Il macinacaffé e il passaverdura si facevano coraggio a vicenda, persino il trinciapollo, da tutti considerato un tipo tagliente, scoppiò in un pianto dirotto.
E oltre tutto si vociferava di un sontuoso pranzo previsto per la domenica a venire: la cuoca aspettava la visita del suo fidanzato.
Oh, Franz si dava un sacco d’arie, sì!
Era giunto il momento del suo debutto in società!
Avrebbero visto di cos’era capace!
E’ proprio il caso di dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, mai detto fu più appropriato, credetemi!
E infatti state a sentire cosa capitò.
Venne l’ora di cucinare e la giovane cuoca indossò un bel grembiule, mise Franz al centro della tavola e tutto attorno gli ingredienti per la sua cena.
Un rumore sordo. Tac!
Che era successo? Franz non ne voleva sapere di mettersi a funzionare, era inutilizzabile!
Qualcosa nel suo delicato meccanismo pareva non girare a dovere e ci credereste? Andò a finire nella dispensa!
Entrarono in campo i vecchi cari attrezzi di sempre, la stampo dei ravioli non stava più nella pasta dalla felicità!
E il pestello batteva nel mortaio a ritmo di musica, che melodia!
Le fruste montarono i rossi d’uovo per la torta, erano emozionate come se fosse la prima volta!
E intanto ciotole, mestoli e spatole facevano il tifo per loro!
Il tostapane lavorava a pieno regime e il parmigiano scendeva come pioggia gentile dalla grattugia, un trionfo!
La cuoca ricevette sperticati complimenti, gli attrezzi stremati e felici si godevano gli elogi.
– Oh, ma che buono questo pesto!
– E questa sfoglia, si sente che è stata tirata a mano!
E a udir queste parole il mattarello fece una piroetta sul tavolo.
Fu una cena romantica, la teiera che era notoriamente sentimentale continuava a ripetere:
– Quei due sono fatti uno per l’altra!
E le tazzine in coro risposero:
– Sì, che tenerezza!
– E che dolcezza! – fece eco la zuccheriera.
Filò tutto liscio!
Passarono i giorni, Franz venne spedito in Germania per le dovute riparazioni, ma alla cuoca venne detto che stranamente all’interno del prezioso macchinario mancava un pezzo piuttosto costoso e così la cuoca disse che preferiva attendere per la riparazione.
Franz tornò nella casetta nel bosco e fu nuovamente risposto in dispensa, in attesa di tempi migliori.
La giovane donna però si scordò totalmente di lui e ogni cosa riprese a funzionare come una volta.
Passarono i mesi, cari lettori, un bel giorno la cuoca aprì un cassetto della cucina e in mezzo ai tappi trovò un piccolo oggetto misterioso:
– E questo cos’è?
Lo rigirò tra le mani e non accorgendosi che si trattava del pezzo mancante al povero Franz lo gettò via.
Le forchette e i coltelli tirarono un sospiro di sollievo, i cucchiai si misero a battere uno contro l’altro per la contentezza.
E sapete come accade, quando si condividono gioie e dolori ci si aiuta, questo è il senso dell’amicizia.
Nessuno disse mai nulla, bisogna pur saper mantenere un segreto!
Sì, tutti tacquero, eppure tutti sapevano che il sabotaggio di Franz era opera del cavatappi.
Lui non fece mai parola dell’accaduto ma dal profondo del cuore ringraziò la sua buona stella per avergli offerto l’occasione di dimostrare il suo valore.
Finalmente era apprezzato per ciò che realmente era, al di là delle apparenze.
Nessuno disse mai più che il cavatappi era un tipo contorto e tutti vissero felici e contenti.

E qui termina questa fiaba.
E’ dedicata alla mia amica E. e al suo nuovo blog, Il cestino di Cappuccetto Rosso, ricette e delizie da imparare e da imitare, un blog che vi invito a scoprire.
So che E. certamente tiene da conto il suo pestello e il suo mortaio per fare il pesto.
E so anche che desidererebbe aver un macchinario molto simile al nostro Franz, le auguro di riceverlo presto.
Attenta al cavatappi, però, non si sa mai!

Sestri Levante, la magia della Baia del Silenzio

Una mattina d’inverno a Sestri Levante.
Ci sono luoghi nei quali ogni pietra e ogni sasso parlano della pace e della quiete del mare, della perfetta armonia tra l’uomo e la natura che lo circonda.
Vi porto con me, giù per un vicoletto in uno degli angoli più magici della Liguria.

Sestri Levante  (2)

Sotto un balcone, tra foglie che precipitano giù e rami che si arrampicano.

Sestri Levante  (3)

Una mattina d’inverno a Sestri Levante.
Nella mia Liguria, la terra dei venti e della tramontana.
E allora può succedere che una giornata inizi con un cielo color latte, offuscato dalle nuvole che imperlano l’orizzonte.

Sestri Levante

Una mattina d’inverno.
La magia ha il ritmo delle onde che accarezzano la sabbia, un eterno ritorno, l’incontro tra l’acqua e la terra.
La magia è nelle calde tinte biscotto delle case affacciate sulla baia.
La magia è la poesia delle parole.
La Baia del Silenzio.

Sestri Levante

 La poesia è la magia delle parole.
La Baia del Silenzio, le barche tirate a riva e nella terra del vento il cielo si rasserena, le nuvole che prima lo oscuravano si allontanano a poco a poco.

Sestri Levante  (6)

Verrà l’estate, verrà il tempo dei teli di spugna e dei secchielli.

Sestri Levante  (4)

Ma ora è inverno, la magia della baia è nella sua tranquillità, nell’aria fresca di gennaio che smuove la sabbia e le onde.

Sestri Levante  (5)

E si sale, sotto una luce d’argento.

Sestri Levante (2)

Sul mare che sfida l’azzurro del cielo, sul mare di barche che sembrano petali di fiori posati sull’acqua.

Sestri Levante (3)

Qui dove Maria protegge i naviganti, la sua effige si trova in una nicchia, tutto attorno, sul muro, sono incastonate bianche conchiglie.

Sestri Levante (4)

La magia è lì, oltre il cancello.

Sestri Levante (5)

Ma prima di varcarlo, quando sarete qui, provate a scoprire le molte maniere di guardare il medesimo luogo.
La chiesa dell’Immacolata che domina la baia.

Sestri Levante (19)

E uscendo da lì questo è ciò che vedrete, una cartolina da Sestri Levante, la magia della Baia del Silenzio.

Sestri Levante (10)

Oltre le grate nulla si perde della sua bellezza.

Sestri Levante (9)
Cartoline dalla Liguria, da uno dei golfi più frequentati dai turisti, amato in passato da artisti e scrittori, per il dolce clima e la bellezza del paesaggio.

Sestri Levante (12)

Il cielo turchino e la pace, in questa località prediletta dallo scrittore Hans Christian Andersen che qui trascorse un periodo nel 1833. E in onore dell’autore danese a Sestri Levante si tiene ogni anno il Premio Andersen, dedicato alla letteratura per l’infanzia.

Sestri Levante (7)

Sestri Levante è costituita da due diverse baie, al di là della Baia del Silenzio, se osservate l’immagine sottostante, vedrete altro mare che si estende oltre l’arco di case.
La Baia delle Favole, questo è il poetico nome di quel tratto di costa.
La magia è la poesia delle parole.

Sestri Levante (8)

Verrete qui e vedrete tutto questo.
E certo conoscerete i liguri, la nostra fama è di essere un po’ scontrosi, lo sapete, ma in realtà siamo più socievoli di quanto vogliamo far credere.

Sestri Levante (6)

Verrete qui e passeggerete sulla spiaggia, fuori stagione è una gioia impagabile.

Sestri Levante (11)

E magari scoprirete che qualcuno vi ha preceduto.

Sestri Levante (13)

Tutto è tranquillo, pacifico, ci si ristora l’animo e tutti i cinque sensi.

Sestri Levante (14)

Scintillano i colori vivaci delle case.

Sestri Levante (17)

E’ un piccolo mondo marinaro in una giornata d’inverno ma se verrete qui in estate questa spiaggia pullula di vita.

Sestri Levante (16)

E non c’è fretta, il tempo scorre a un ritmo a noi consono, lo scandiscono il rumore del mare e il suono del vento, tutto è quieto, a misura d’uomo.

Sestri Levante (15)

E’ così la Baia del Silenzio, una magia di atmosfere marine, di sassi, di sale e di barche.
La stessa magia che ritrovate per i caruggi di Sestri Levante e quando siete qui vorreste rimanervi, vorreste avere una casetta davanti al mare, per poi andare ogni mattina su quella spiaggia a guardare le onde.

Sestri Levante  (7)

Il caruggio di Sestri Levante.

Sestri Levante (20)

E anche qui, come  ovunque,  io amo guardare verso l’alto, dove le case incontrano il cielo.

Sestri Levante (21)

Una piazzetta, questa è la Liguria della Riviera, la terra del vento e del sole.

Sestri Levante  (9)

Una grata, una rete da pesca, questa è terra di mare e delle nostre origini.

Sestri Levante  (10)

Le persiane spinte in fuori in questo giorno che è appena iniziato.

Sestri Levante  (8)

E’ la magia bella di una regione che un arco sottile che si affaccia sul Mediterraneo.
E’ la magia unica di un luogo che ha un nome incantato, la Baia del Silenzio.

Sestri Levante (18)

C’era una volta un imperatore…

C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale

Il gigante egoista

Un gigante, dei bambini.
Ed un giardino, grande, verde e bello. Questa è una fiaba e gli aggettivi sono semplici, come si conviene a questo genere letterario.
La scrisse Oscar Wilde, nel 1888, per i suoi due figli, ed insieme ad alcune altre è parte di una raccolta dal titolo Il principe felice ed altri racconti.
C’è un gigante che è partito per un viaggio; è andato a trovare un amico, il mago di Cornovaglia e lì è rimasto per sette lunghi anni.
Al suo ritorno, trova nel suo giardino dei bambini che giocano.
Oh, il gigante non vuole mocciosi intorno, no! Erige un alto muro sul quale affigge un cartello: gli intrusi saranno puniti.
I piccoli restano fuori, non hanno più un posto dove giocare.
Il tempo scorre e con esso le stagioni: è primavera, sbocciano i fiori e gli uccellini gorgheggiano allegri, ovunque tranne che nel giardino del gigante egoista.
Laggiù, infatti, è sempre inverno.
E’ neve, freddo, ghiaccio, grandine e gelo, così come nel cuore del gigante.
E così sarà per lunghi giorni, fino a che il gigante, una mattina, ode il canto melodioso di un merlo e un profumo, che delizia!
Il vento smette di fischiare e la grandine di battere.
Ma che accade? Il gigante guarda fuori e vede che i bambini sono entrati nel suo giardino attraverso un buco nel muro.
Su ogni albero c’è un bimbetto, la primavera è tornata, il giardino è un trionfo di rami carichi di germogli e di fiori in boccio, e tutto attorno si sente un lieto cinguettio.
Solo in angolo è ancora inverno, a terra c’è un piccolino gracile e accanto a lui un albero coperto di neve, sul quale il bimbetto non riesce ad arrampicarsi.
Insieme alle nevi si scioglie il cuore del gigante.
Oh, povero piccino ci penserà lui a metterlo sull’albero!
Apre la porta, ma tutti gli altri bambini terrorizzati fuggono via e torna ancora, di nuovo l’inverno.
Solo il piccino rimane, si lascia sollevare dal Gigante e l’albero fiorisce e gli uccellini tornano a cantare.
E il bambino, grato, dà un bacio al gigante.
Oh, ma a allora non è più cattivo il padrone del giardino, pensano tutti gli altri, e svelti rientrano dentro e con essi torna la primavera.
Il Gigante abbatte il muro, vuole che i piccoli restino con lui e gioca con loro fino a sera, quando d’un tratto s’accorge che, tra loro, ne manca uno, il bimbetto gracile.
Trascorrono gli anni e il gigante ha nell’animo una grande nostalgia, il suo bimbo prediletto non è più tornato e lui vorrebbe tanto rivedere il suo piccolo amico!
Diventa vecchio il gigante buono, ancora torna l’inverno, un tempo il gigante lo detestava, ma ora sa che è solo un passaggio, è solo la primavera che dorme, ma torneranno i fiori, i boccioli e gli uccellini.
E una mattina, mentre infuria il gelo, il gigante vede nell’angolo più remoto del suo giardino un albero fitto di fiori bianchi, dai rami pendono frutti d’argento e lì sotto c’è il bimbo che lui tanto aveva desiderato rincontrare.
E no, davvero non è un bimbo qualunque. Ha i segni dei chiodi sui palmi delle mani ed è venuto dal gigante, da colui che un tempo gli permise di giocare nel suo giardino.
E’ venuto per portarlo con sé, nei giardini del cielo.
Ed è sotto quell’albero ricoperto di fiori che gli altri piccini troveranno il gigante, addormentato per sempre.
Poesia e morale, speranza, redenzione e salvezza, narrate da uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

Es war einmal…

C’era una volta, così iniziano le fiabe.
Sono storie di principesse, di fagioli magici, di castelli incantati, di streghe e di matrigne crudeli.
E sebbene vengano narrate ai bimbi, le fiabe, derivanti da un’antica tradizione popolare,  seguono dei precisi modelli nei quali nulla è lasciato al caso.
Ho avuto occasione di approfondire queste tematiche ai tempi dell’università, quando, per il corso di letteratura tedesca, preparai un esame basato sullo studio della morfologia della fiabe, con particolare riferimento a quelle scritte dai fratelli Grimm.
I testi sui quali ho studiato mi hanno svelato aspetti insoliti che, a una prima lettura non si notano, quando si legge una fiaba.
Dimenticate le fiabe che raccontate ai vostri figli, i testi originali in parte differiscono da quelli che noi siamo abituati a sentire.
Le fiabe seguono una struttura rigida, ripetitiva, hanno degli schemi precisi.
“C’era una volta” ed “e vissero felici e contenti”, spesso variato in “e vissero felici fino alla morte” sono solo due di questi schemi, ve ne sono altri, assai meno evidenti.
Pensate alle fiabe più note, pensate a Pollicino, a Biancaneve, a Cenerentola.
Nulla sappiamo del villaggio o del paese in cui vivono questi personaggi, la dimensione terrena del “luogo” non è importante, come non lo è la famiglia in quanto tale.
Fratelli, sorelle e parenti sono rilevanti solo ai fini di eventuali incantesimi, una volta sciolti questi, di loro non se ne sa più nulla.
Inoltre manca, nella fiaba, il concetto di tempo.
Eroi ed eroine non invecchiano, sembrano essere eternamente giovani.
E quando Rosaspina, la bella addormentata, cade nel suo sonno, insieme a lei si addormenta anche il castello. Cent’anni dopo, al risveglio della principessa, la vita riprende: le mosche si staccano dalle pareti, il pollo si rimette a girare sul girarrosto e tutti riaprono gli occhi, ma il principe non nota che gli abiti di Rosaspina sono di un secolo prima.
Il sonno è la metafora dell’attesa: Rosaspina non è pronta per il principe, così dormirà, fino al giorno in cui lo sarà.
La fiaba,  per quanto riguarda i colori, è selettiva: non esistono sfumature.
Biancaneve è bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano.
L’abito di Cenerentola è d’oro e d’argento.
Pelle d’Asino, nella fiaba di Perrault, chiede al padre un vestito coloro del sole, uno color dell’argento, uno color del tempo.
I cavalli sono sempre bianchi, neri o rossi.
E i metalli citati nelle fiabe sono sempre nobili: ricorrono di volta in volta l’oro, l’argento e il rame.
L’uso degli aggettivi, insieme alla scelta dei colori, è determinante nelle fiabe: un bosco sarà grande, scuro ma mai verrà definito verde.
L’eroe della fiaba, in genere, è destinato ad allontanarsi per compiere il suo destino: Cappuccetto Rosso va dalla nonna,  Hansel e Gretel si ritrovano soli nel bosco e lì comincia la loro avventura. Al protagonista della fiaba viene spesso imposto un divieto: non guardare, non toccare. Immancabilmente, il protagonista lo infrange.
L’antieroe, il nemico, per trarre in inganno il protagonista assume sembianze che non sono le sue: così la strega di Biancaneve si trasforma in una povera vecchina e conquista la fiducia della fanciulla.
Al protagonista della fiaba di solito arriva in soccorso una creatura soprannaturale, che lascia un dono magico, proprio al momento opportuno, quando ce n’è bisogno. E con una formula questo dono svela la sua magia e allora Cigno appiccica! Tavolino apparecchiati!
Anche i numeri, nelle fiabe non sono mai scelti a caso.
Sono prediletti l’uno, il due, il tre, il sette e il dodici.
L’eroe è uno,  in genere l’ultimo di tre fratelli.
A volte sono due e allora ecco i due viandanti, i due fratelli.
Il tre ricorre spesso: la Guardiana delle Oche riceve dalla madre tre gocce di sangue in un fazzoletto, poi ricordiamo, tra le fiabe dei Grimm, le tre filatrici, i tre omini nel bosco, le tre piume, le tre principesse nere, i tre garzoni, i tre fortunati, i tre capelli d’oro del diavolo, le tre foglie della serpe.
Il sette ricorre altrettanto spesso e rappresenta la pluralità:  oltre  ai sette nani ricorderei  il lupo e i sette caprettini, i sette svevi, i sette corvi, e Pollicino che, come da copione, ha sei fratelli.
Uguale il significato del numero dodici e tra le fiabe dei Grimm troviamo i dodici servi pigri, i dodici fratelli, i dodici cacciatori.
Un altro aspetto che lascia stupiti, nei fratelli Grimm, è la crudeltà che spesso chiude le fiabe.
Scordate Disney e la sua visione edulcorata delle fiabe, i Grimm sono altro.
Al matrimonio di Cenerentola, le colombe che leggere volano attorno alla sposa, cavano gli occhi alle due sorellastre e le parole conclusive della fiaba sono: così furono punite con la cecità di tutta la vita, perchè erano state false e malvagie.
La matrigna di Biancaneve, alle nozze di quest’ultima, fu costretta a ballare su scarpe di ferro roventi, finché cadde a terra, morta.
Nella fiaba I sei cigni, la cattiva suocera fu legata al rogo e incenerita.
E nella vicenda della guardiana d’oche la fantesca crudele fa la fine che lei stessa dichiara essere giusta per chi tradisce: nuda, messa in una botte foderata di chiodi aguzzi, attaccata a due cavalli bianchi che la trascinano per le strade fino alla morte.
Molti sono gli spunti di riflessione che offrono le fiabe e se desiderate approfondire le tematiche che ho accennato, posso consigliarvi due testi, esaustivi quanto interessanti, sui quali studiai per il mio esame universitario. Si tratta di Morfologia della fiaba di Vladimir Ja. Propp (Giulio Einaudi Editore) e La Fiaba Popolare Europea – forma e Natura di Max Lüthi (Edizioni Mursia).
In quest’ultimo testo ho trovato una definizione, a mio parere perfetta, riguardo al senso delle fiabe.
Per questo mondo incantato, popolato da principi e principesse, da orfanelli, da animali parlanti e magici, da streghe cattive e da fatine buone credo sia appropriato usare le parole di Friedrich von Der Leyen il quale sostiene che la fiaba è la figlia svagata del mito.
E poi è incanto, sogno, speranza, grazie ai quali il principe e la principessa vissero felici e contenti.