Finestre a colori

Sono finestre vicine al mare, a breve distanza scrosciano le onde.
Sono finestre baciate dal sole, sfiorate dal vento, sono finestre che racchiudono vite e pensieri, sguardi e sorrisi.
Sono finestre di Genova, nella bella Quinto.
Sono finestre eleganti e discrete, in quelle stanze io credo che risuoni musica armoniosa.
Sono finestre che celano giorni e minuti, sono finestre dalle geometrie perfette.
Persiane verdi, tinte biscotto, tonalità calde e tende spesse.
Sono finestre vicine al mare, sono finestre a colori.

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Miei amati specchi

Miei amati specchi, vetri incantati della Superba che racchiudete immagini tremule di solidi marmi, di croci e azzurro cielo.
Miei amati specchi, effimeri e gloriosi.

Miei amati specchi che raccontate una città nascosta, riservata ai sognatori e a coloro che camminano piano e sanno intravedere stupori incastonati tra pietre antiche.

Piazza Soziglia

E facciate dipinte, panni stesi, semplicemente vita.

Piazza Pinelli (1)

E grandezze fastose nelle piazze dei caruggi.

Piazza Pinelli (2)

Miei amati specchi che celate amori, abbracci, sorrisi, prime colazioni, facce assonnate, stanchezze, entusiasmi, lacrime, desideri e gioie, ninne nanne e promesse.

Piazza delle Erbe (1)

Miei amati specchi, tra persiane che appaiono come inattese esitazioni.

Piazza delle Erbe (2)

Miei amati specchi di stagioni generose e limpide, nel tempo che permette di attendere e aspettare per poi lasciare che gli occhi trovino questa bellezza.

Piazza delle Oche (1)

Miei amati specchi che ospitate l’immagine della Chiesa delle Vigne.

Piazza delle Oche (2)

Miei amati specchi, tra luci e ombre.

Piazza delle Erbe (3)

Splendori brillanti nell’inquieto agitarsi delle bandiere in Strada Nuova.

Via Garibaldi

Miei amati specchi che raccontate mattine di sole, ringhiere, pianticelle verdi.

Piazza della Nunziata (2)

Miei amati specchi dove si riflette il campanile della Chiesa della Nunziata, miei amati specchi che siete una realtà diversa, effimera ed immaginata, sempre nuova e così mutevole.

Piazza della Nunziata (3)

E vi cerco sempre, voi che donate a noi scorci di candide nubi e cielo turchese.
Miei amati specchi, finestre di Genova.

Piazza della Nunziata (14)

Quattro gatti a Montebruno

Diversi giorni fa durante uno dei miei giretti a Montebruno ho incontrato quattro gatti.
Proprio quattro, nel vero senso della parola, tutti avevano una particolarità in comune: la pigrizia.
Il primo era tutto nero e se ne stava accoccolato con sussiego e altera indifferenza, devo dire che non si è minimamente scomposto.

Il secondo si è fatto trovare in una posa che lo faceva sembrare un gatto di porcellana o qualcosa del genere.

Questi due se ne stavano entrambi nei pressi di un lavatoio.

Gatto (3)

Uno da una parte e uno dall’altra.

Gatto (4)

Poi si sono anche spostati ma tuttavia sono rimasti pigramente a pisolare all’ombra e senza agitarsi, del resto questi felini se la prendono comoda, diciamo così.

Gatto (4a)

Il terzo gatto di Montebruno aveva trovato una sistemazione perfetta e secondo me non aveva nessuna intenzione di schiodarsi da lì.
Mi ha guardata con l’espressione un po’ assonnata e distratta e poi ha continuato con il suo meritato riposino pomeridiano.

Gatto (5)

Il quarto e ultimo gatto è un tipo elegante, un po’ altezzoso e comunque pigrissimo come tutti gli altri.
Se ne stava, con tutta la sua fierezza, accoccolato davanti a una finestra aperta e se passate da Montebruno, statene certi, lo troverete proprio lì.
Lui è uno dei gatti di Montebruno che ho incontrato in una giornata d’estate.

Gatto (6)

Al di là delle finestre

Finestre.
Chiuse, scostate oppure serrate.
Dodici.
Dodici finestre e altrettante vite oppure molte di più.
Tende bianche, chiare, sottili e trasparenti.
Socchiuse o spalancate mentre l’aria fresca invade la stanza.
Finestre, alcune uguali, altre diverse.
Come in un gioco di società.
Finestre, case, luoghi dove battono i cuori.
Storie e memorie che qualcuno vive e scrive, romanzi quotidiani nascosti e sconosciuti, unici e straordinari, sempre diversi.
Al di là delle finestre.

Zucche di Zena

Ottobre, tempo di zucche.
A dire il vero io non sono mai stata particolarmente appassionata di Halloween ma le zucche mi mettono sempre allegria.
Per i colori accesi, per quell’arancio sgargiante che spicca tra gli altri doni della natura.
E poi ieri mattina sono passata in Via San Bernardo e le ceste della bottega dei Fruttarelli erano un trionfo d’autunno.
E allora vuoi non fermarti ad ammirare le zucche?

Pronte per essere intagliate e sistemate a dovere secondo la tradizione.

E là, nel cuore dei caruggi della vecchia e cara Zena, non mi ha sorpreso trovare panni stesi in sintonia con le magnifiche zucche.
C’era un geometrico ritaglio di azzurro e lassù, sul filo teso, alcune sfumature di ottobre.

Zucche grandi e piccine, vere e finte, ne ho viste da ogni parte, ad esempio di fronte alla spiaggia di sassi di Boccadasse.

Là, davanti alla finestra.

Dal mare ai caruggi, queste sono le zucche di Zena.
Sullo sfondo una piazzetta dei miei cari vicoli e i colori caldi di questa stagione.

Tipi che si incontrano a Castelletto

Girando per il mio quartiere si incontrano dei personaggi interessanti.
Eh già, ve lo garantisco!
Lui, ad esempio, l’ho già visto un sacco di volte: non gli sfugge niente, è inutile che ve lo dica.

Ed è un tipo attento, tiene sotto controllo la situazione.

E la mia presenza non è passata inosservata, mi sembra ovvio.

L’altro giorno poi scendevo giù da una delle nostre belle creuze e ho notato una finestra aperta.
Eccolo lì, controllava l’andirivieni di gente davanti a casa sua!

Volete sapere se per caso si è accorto di me?
Eccome!
C’era il riflesso di alberi e persiane e poi lui, serissimo.

E prima di decidere che poteva fidarsi mi ha osservata con attenzione.

E poi è ritornato a guardare lontano, ancora.
In un giorno d’autunno, a Castelletto.

Le finestre di luglio al Carmine

Una mattina di luglio passeggiando per il Carmine, amato quartiere.
Sotto agli archetti, salire e poi tornare indietro.
Al Carmine, in un giorno d’estate.

Una magnifica armonia di persiane e diverse sfumature di rosso di Genova.

E bianco, una colonnina e un tempo che è stato e ancora resiste.

Un soffio di vento, un arcobaleno che ondeggia davanti ad una finestra.

Le case alte che fanno da cornice al cielo, una nuvola passeggera e un candore di bucato.

E ancora, l’estate.
I vasetti di coccio, i fiori ribelli, le foglie generose.

E nella nicchia una statua della Madonna, fili da stendere e magliette.

E tutto è così, semplice e perfetto.
Tono su tono, in una mattina di luglio al Carmine.

Le finestre dipinte di Varazze

Finestre dipinte di Liguria, le trovate a Levante e anche a Ponente, le ho vedute a Varazze e forse ce ne saranno altre ancora in questa bella località della Riviera, io vi mostrerò quelle che il caso mi ha fatto incontrare.
Camminando tra vicoli e piazzette, nel tempo di primavera.


Persiane vere e persiane immaginate.

E un davanzale, le colonnine di marmo, un’armoniosa illusione.

Altrove, sul lungomare, una figura che attira sicuramente l’attenzione.
In realtà non si tratta di una finestra dipinta, credo che sia un pannello o qualcosa del genere, ad occuparlo è una signorina vistosa e molto affascinante.

Su e giù per Varazze, dalla parte opposta del paese ci sono ancora altre finestre dipinte, sono tutte chiuse come quelle degli appartamenti di vacanza in attesa che arrivino i turisti.

Solo una è parzialmente aperta.
E c’è una ringhiera identica a quelle vere e su di essa è posato un tappetino.
Pensoso, sulla soglia, un distinto gentiluomo con tanto di cappello e soprabito, osserva la gente passare.

E poi ancora, attraverso i caruggi, tra muri vivaci di ocra e di rosa e di tonalità di Liguria.

Oltre agli archetti protesi tra le case alte, in queste prospettive che raccontano questa terra.

Un lampione, due finestre: una è reale, l’altra è una magia dipinta.

Garbate tendine di pizzo, una magnifica quiete.

Un gattino avventuroso accoccolato su un immaginario cornicione.

E una giovane donna dal viso aperto e pulito, il suo sorriso è amichevole e rasserenante.
Porta al polso un orologio ma per lei il tempo non scorre mai, lei rimane lì, a Varazze, a guardare le vite degli altri, affacciata ad una splendida finestra.

Gli stupori di Via Caffaro

A volte succede, in questa città: d’improvviso, come per incanto, ti ritrovi in un tempo sospeso che sembra appartenere ad un’altra epoca.
Mi è accaduto non tanto tempo fa, in Via Caffaro.

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Scendevo verso il centro, sotto il cielo blu, c’era persino il solito prodigio di riflessi su certi vetri.

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Poi, una breve deviazione, verso un tratto di strada che conduce alle spalle dei palazzi ottocenteschi di Via Caffaro.
Io sono sempre curiosa e poi lo so, in qualche modo riesco sempre stupirmi.
Uno squarcio di luce, scale.

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E vasi, piante, sullo sfondo un filo con i panni stesi.

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Uno strofinaccio a righe, una ringhiera sinuosa.

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Due casette per certi ospiti improvvisati ai quali certo non si può dire di no!

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Una serratura, una maniglia, una vecchia porta.
E l’immaginazione, quella fa sempre la sua parte.

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Un cancello, uno scorcio che non sembra così vicino a una strada trafficata.
Eppure.
Se non fosse per il rumore del traffico penseresti di essere finito in un altro tempo.

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Un gioco di ombre, un arcobaleno di mollette sospeso nell’aria.

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Porte.
E mi è venuta la curiosità di sapere cosa c’era qui in altri anni, avrei detto un’osteria con un gran via vai di gente, invece a quanto pare negli anni ’20 alcuni di questi locali erano occupati da un colorificio.
I luoghi cambiano, tuttavia alcuni conservano la loro anima e la loro autenticità.

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Mentre la vita si rinnova e gli alberelli si vestono di tenere foglioline.

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Oltre le scale, tra le case, dalle parti di Via Caffaro.

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Piazza della Raibetta, camminando nel nostro passato

Vi porto ancora a fare un viaggio nel passato, in una parte della città che non è poi mutata così tanto.
Andremo alla Raibetta, un tempo questa zona era sede di mercato, spiega il solito impareggiabile Pescio che l’origine di questo toponimo è araba e si riferisce alla vendita dei legumi e della biada.

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La mia personale macchina del tempo funziona perfettamente, si direbbe.
E quei colori che ora ravvivano le case e la prospettiva davanti a San Giorgio lasciano il posto al bianco e nero di antica memoria.
Tic tac, così gli anni scorrono, all’indietro.

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E ad attraversare la Piazza è un signore immerso nei suoi pensieri.
Ferve la vita e ha i suoi ritmi definiti, si snodano a terra certe rotaie, penso che siano quelle del tram.
E i giorni fuggono, non si saprebbe nemmeno dire in quale maniera accada.

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E poi le finestre.
Aperte, spalancate ad accogliere una ventata di aria intrisa di profumo di mare mentre le voci della strada pervadono le stanze.

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Le case antiche celano notti insonni, promesse e parole.
E lacrime di gioia e addii, il pianto di un neonato che viene alla luce, l’ultimo respiro di un uomo che lascia le cose del mondo.
Le case antiche conservano vite e ricordi che nessuno sa più ricordare, a volte.
E quelle finestre sono ancora identiche, solo il lume della pubblica illuminazione non c’è più, una diversa luce rischiara questa zona.

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Sembra che tutto sia rimasto immutato eppure ad osservare con attenzione si notano alcune differenze.
L’arco del portico, in questo scorcio di un altro secolo.

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E come è adesso, sgombro della parte superiore.

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E ancora una finestra dietro alla quale respira la vita.
Un manifesto pubblicitario: da Gilardini si vendono ventagli e paracqua, ombrellini e pelletteria, un negozio chic che soddisfa le ambizioni delle signore di Genova!

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Serve un albergo? C’è l’Hotel Nettuno!

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E non mancano i profumi e i belletti di gran marca, nell’elegante Via Roma c’è il negozio delle macchine da cucire Singer e chi volesse rincuorarsi con un buon Fernet sceglierà certo un marchio ancora adesso celebre.

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Tic, tac, il tempo vola via.
Come tutti coloro che affollano la via, un gentiluomo con un’elegante bombetta e un soprabito di buon taglio segue il suo destino, poco distante una coppia di sposi se ne va a passeggio.
Li osserviamo di spalle, senza conoscere i loro volti.
E resta una domanda, un interrogativo sospeso senza risposta.
Per loro cosa era la felicità?
Una casa accogliente, una famiglia, un lavoro sicuro, i bambini che crescono sani e sereni.
Una vita tranquilla, insomma.
Poi, sai, la felicità è quasi sempre simile a se stessa, in ogni tempo.

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Sotto al portico, fianco a fianco, due amiche si concedono un pomeriggio per negozi.
Superano il posto dove si vendono i vini, sospetto che non fosse proprio il luogo adatto a due signorine perbene!
E sentite le loro voci?
Parlano piano, come si conviene, con il giusto garbo, una certa inflessione dialettale tradisce la loro origine, le due signorine sono proprio genovesi.

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Il tempo trascorso e il tempo presente si assomigliano, si sovrappongono, si sfiorano e quasi si confondono.
In questo tratto di strada che così spesso percorriamo.

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Così era ieri, in un tempo distante che non abbiamo vissuto.

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