Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

Un’estate di molti anni fa

Era un’estate di molti anni fa su una bella spiaggia della quale nulla so.
Eppure, per qualche istante, anche io mi sono ritrovata là, davanti a quel mare limpido, con l’onda che scroscia fragorosa sui sassi, tra le risate di certi avventurosi bagnanti.
Tic tac, tic tac, è sempre un sogno la mia macchina del tempo.
Fate ben attenzione, il sole picchia potente su questa spiaggia e conviene ripararsi con cura per mantenere la carnagione chiara.
E in questa estate di molti anni fa non mancano certe inconfondibili eleganze: le gonne strette in vita, le camicie candide e leggere con le maniche lunghe, la collana forse di corallo, i cappellini vezzosi sul capo.
Un ombrellino parasole, i mezzi guanti bianchi e quei sorrisi, quei sorrisi che sono già un romanzo.

E poi la giovinezza e i suoi preziosi entusiasmi.
Il gioco e la complicità, le corse in mare, un salvagente per due e uno scambio di sguardi.
Il costume con le righe sul petto, il cappellino di paglia.
E là, sullo sfondo, la figura composta di un gentiluomo che pare osservare forse incuriosito.

E ritorniamo ancora ad ammirare le due gentildonne, ovunque esse siano mi perdoneranno se indugio ancora sulle ricercatezze dei loro abiti, entrambe sono semplicemente magnifiche!
Con le gonne di un tessuto che pare rigato, forse sarà una stoffa di color celestino chiaro con una riga blu scura.
E i ventagli: una di loro lo porta al polso e l’altra lo tiene appeso al collo con una catenella.
E guardate la borsina piccola con la tracolla e ancora il parasole, questa volta è chiuso ma quello è un accessorio che proprio non può mai mancare!

In questa estate di molti anni fa c’era la gioia di vivere: autentica, spontanea e vera.
Il mare luccicava sotto i raggi del sole, i pesci guizzavano tra le onde.
Rimase, conservata come un ricordo caro, questa fotografia di un tempo felice ed io sono contenta di avere il privilegio di custodirla.
Racchiude sorrisi, gesti affettuosi e gioia.
Era un’estate di molti anni fa.

In bicicletta

E venne poi anche per loro il tempo del gioco, dello svago e delle giornate all’aria aperta.
Eccole insieme, sorridenti e spensierate.
Due ragazzine con i loro abitini candidi, i sandaletti e le calze bianche, l’immancabile cappellino per ripararsi dal sole.
Su una strada di campagna, si intuisce sullo sfondo un placido panorama forse scenario di gioiose villeggiature.
E là, in quel tempo sereno, c’erano anche loro.
Se è vero che vivere è una questione di delicati equilibri andare in bicicletta ne è la perfetta metafora.
Così, seguendo la strada, una pedalata dopo l’altra, le due ragazzine sembrano piuttosto sicure.
E sorridono.
E magari sognano, come tutti, del resto.
E tengono le mani salde sul manubrio e cercano un orizzonte lontano.
Così vicine, in un tempo felice, in bicicletta.

Piccole pesti di cento anni fa

Era l’estate del 1920: sono passati cent’anni da quel giorno.
E loro allora erano là, a piedi scalzi sui sassi, nel cuore della bella estate, il sole sfavillava alto nel cielo.
Il più piccolo di questi bimbi ha un cappellino messo per traverso ma guardate gli altri e provate un po’ anche a usare la vostra immaginazione: i costumi sono scuri ma tutti hanno il capo coperto con certi fazzoletti annodati sul davanti che sembrano di tela spessa e secondo me sono di tutti i colori, quelli lì sono proprio i colori dell’estate.
Sullo sfondo, in lontananza, fa capolino un ragazzino con il cappello di paglia: chissà, forse vorrebbe far parte della bella compagnia!
Questa è una piccola fotografia ed io ho l’impressione che sia ritagliata da una foto più grande, la scovai tempo fa tra altre carte poco interessanti, il gruppetto di bimbi con il salvagente però non poteva che tornare a casa con me.
Sul retro una mano gentile ha scritto: estate 1920.
E c’è davvero tutto un mondo in questa immagine: ci sono l’amicizia, la fratellanza, le mani sulle spalle, la complicità e la timidezza, la vivacità e la gioia di vivere.
E questi qui sono delle piccole pesti, ne sarei quasi certa, guardate: non si riesce a farli star fermi un momento, giusto per fare la fotografia, ecco, ma quello lì per loro deve essere stato un piccolo evento!
Per il resto, ah, che divertimento l’estate e le corse nel mare, i tuffi e la pelle delle dita che fa le grinze quando stai troppo in acqua.
Poi il tempo scorre e va così veloce che non ci si può credere, sono passati addirittura cento anni da allora.
Eppure, da qualche parte, l’onda forse lambisce ancora quei sassi un tempo calcati da questi piccoli bagnanti.
Era un’altra estate, era l’estate del 1920.

 

 

Primi giorni sulla spiaggia

E poi te li ricordi i primi giorni sulla spiaggia?
Là, seduta sui sassi, sullo sfondo una fila di cabine, non so indovinare di quale luogo si tratti ma potrei immaginare che sia il ponente genovese o forse qualche località nella provincia di Savona.
Ed erano davvero i primi giorni e c’eravate voi tre.
Ecco il tuo fratellino con i suoi riccioli ribelli, le guance arrossate come piccole pesche mature, le fossette e la sua faccetta buffa.
La mamma, con il suo abito leggero e semplice, il sorriso limpido e solare.
E tu.
Tu hai i capelli chiari, la riga in mezzo e le treccine raccolte sul capo, sorridi spensierata e allegra.
E strizzi gli occhi anche, hai il sole davanti e tutta la vita che ti attende.
Porti il costume intero, stai così seduta su quei sassi, su una spiaggia quasi deserta, tra le barche tirate a riva.
Ti sei tolta i sandaletti e te ne stai a piedi scalzi e questa ti sembra una bellissima libertà.
Ti guardo e penso che, in altri anni e in epoche diverse dalla tua, siamo tutte state la bambina che eri tu.
Senza pensieri, felice solo del suono del mare, dei giochi nell’acqua, delle corse a perdifiato, delle piccole conchiglie che stringevi tra le mani.
Un’immagine, a volte, racconta una felicità comune, un sentimento di gioia già provato.
E tu eri là seduta sui sassi ed erano i primi giorni sulla spiaggia.

Un giorno a Zurigo

Non c’ero mai stata prima eppure, un bel giorno, come per magia mi sono ritrovata a passeggiare per un’elegante via del centro di Zurigo.
Tic tac, tic tac, fa sempre quel rumore dolce la mia macchina del tempo e basta una sola e unica fotografia per ritrovarsi, con stupore, in un giorno distante nel cuore della città svizzera.
Non so dirvi di preciso in che anno io sia andata a finire ma so che era una giornata tranquilla e si camminava con calma sulla sponda del fiume Limmat che scorre nel centro Zurigo.
Ed ecco la ringhiera finemente decorata, i lampioni e la gente a passeggio, alcune signore reggono l’ombrello per ripararsi dal sole battente, non manca un sussiegoso ciclista, tra queste persone ci sarà forse anche qualche ospite dell’Hotel Central.

Ed è una folla vivace ad attraversare questo scorcio di tempo in questa strada di Zurigo, ci sono i negozi eleganti con le tende tirate in fuori, cigolano le ruote della carrozzina di legno spinta da una ragazzina, lei incede leggera vicino alla sua mamma.
Si chiacchiera, si sorride, si cammina mentre frusciano le gonne delle dame, i tacchi battono sul selciato, è un’allegria di nastri, cappelli alla moda, balze vaporose, sete leggere e pizzi svolazzanti.

Ogni romanzo poi, seppur breve, ha i suoi comprimari e i suoi protagonisti e in questo caso lui è uno di questi: pantaloni alla zuava, cappello di paglia, scarponcini e calze lunghe, un ombrello in una mano e un sorriso spensierato come la gioia dei suoi pochi anni.

E poi c’è anche lui: ancora un ragazzino al centro della scena mentre là, sullo sfondo, la vita scorre e sferraglia lento il tram.

Ricordate cosa ho scritto all’inizio del post?
Io non sono mai stata a Zurigo, dico davvero.
E allora forse vi starete chiedendo come possa essere sicura che questo frammento di tempo sia stato catturato proprio in quella città e la risposta è solo un dettaglio.
Comprai questa bella fotografia diverso tempo fa, ignorando di che luogo si trattasse, la trovo particolarmente affascinante proprio per tutta questa vita che la anima e che è stata così abilmente catturata dal fotografo.
Su uno dei palazzi, sopra certe finestre, si legge chiaramente un’insegna: Hotel Limmatquai.
Dopo una rapida ricerca ho così scoperto che Limmatquai è il nome di una celebre strada di Zurigo, non è stato nemmeno difficile ritrovare proprio quel tratto della via.

Così è andato questo viaggio nel tempo, con molta sorpresa e con la bellezza della forza dell’immaginazione.
In un tempo distante che mi pare quasi di aver vissuto davvero, in un giorno lontano a Zurigo.

Sul prato

Un vestito leggero, una stoffa semplice, delicata e primaverile.
Le maniche corte, la pelle diafana e chiara.
La mano in grembo, al collo una lunga collana con le perle grandi.
Un sogno segreto, un desiderio che non sai dire, un guizzo di felicità negli occhi.
I capelli raccolti, le fossette a illuminare le guance.
Le scarpe con il passante, un ombrellino in una mano.
E quel sorriso, uno di quelli che non si sa raccontare, è un sorriso che svela gioia di vivere, fiducia, speranza, pulizia di sentimenti e grandezza di cuore.
È il sorriso di lei, seduta così, in un giorno distante, sul prato.

Un pomeriggio sui prati

Fu un pomeriggio sui prati, furono ore gaie e spensierate.
Il sole brillava alto nel cielo, spuntavano nell’erba tenera le prime pratoline, le rondini compivano infinite giravolte nell’azzurro.
E in questa pigrizia primaverile si restava semplicemente a godere dell’aria frizzante e dei profumi della campagna.
Lassù, in lontananza e in cima a una vetta, una grande chiesa e potrebbe trattarsi forse del Santuario della Madonna della Guardia, come ha ben osservato un caro amico.
Attorno, la quiete.
Il verde, il silenzio, la freschezza di una stagione nuova.
Insieme, vicini.
Un gesto aggraziato per reggere il parasole, una mano per ripararsi gli occhi dalla luce brillante, un cappello di paglia messo di traverso sulla testa del ragazzino.
Un tempo condiviso che poi sarebbe divenuto un ricordo da conservare.
La memoria, la nostalgia, il pensiero che ritorna alle dolci fragranze di un tempo felice, agli istanti di un semplice pomeriggio sui prati.

Primavera al Righi

E venne il tempo di primavera, stagione dolce e così generosa di tante bellezze.
Ancor più gradevole il clima è là sulle alture dalle quali si ammira tutta Genova, sul Righi dove si respira aria fresca e pura, là si passeggia mentre le cime degli alberi ondeggiano sospinte da brezza lieve e il sole ristora e conforta.
Per alcuni sono istanti da ricordare e allora ci si mette tutti in posa davanti al fotografo Luigi Tanhoffer, sarà lui ad immortalare questo momento cosi speciale.
Generazioni diverse, l’impronta dello stesso sorriso.
L’eleganza fastosa dei cappelli, i pizzi ricercati, la postura aggraziata, il gesto volitivo della donna più giovane che regge in quella maniera quello che sembra essere un parasole.
E lo sguardo di lei, saldo e sicuro, c’è tutto un mondo di incrollabili certezze in quei suoi occhi.

In un tempo che non so c’è anche un gentiluomo seduto su una bella sedia di legno, egli stringe in una mano un bastone da passeggio, sfoggia baffi curatissimi e trovo che abbia una certa saggezza dipinta sul volto.
E che stile sofisticato, in un giorno distante là sul Righi.

E poi i pensieri, a volte, vanno via.
Volano verso i desideri nascosti, si impigliano nelle speranze inespresse, vagano nei sogni da far divenire realtà.
E denso di questa bellezza è lo sguardo della signorina con il cappello a tesa larga, così perduta nella sue divagazioni di fantasia.

Era un tempo del passato e a me piace credere che fosse una luminosa giornata di primavera.
Lassù, nella dolcezza del Righi.

Ragazze così

Ragazze così.
Sorridono, portano la frangetta messa di lato, hanno i capelli morbidi e mossi.
Due di loro sono poco più che bambine, forse sono le sorelle minori delle ragazze più grandi.
Ragazze così, un grande fiocco, una taschina sul petto, gli abiti semplici.
Sguardi puliti, pose garbate, atteggiamenti ritrosi.
Ragazze così, simili a molte altre vissute nella loro epoca, diverse a loro modo dalle ragazze di adesso.
E ognuna coltiverà la propria ambizione, il suo sogno segreto, forse una sarà maestra e l’altra diverrà sarta, forse ognuna di loro nasconde nel cuore un’aspirazione che non sappiamo indovinare.
Ragazze così, saranno mogli e madri, saranno donne adulte in un periodo dalle molte difficoltà, dimostreranno ammirevole forza, coraggio e tenacia.
Tireranno su i loro bambini con amore e saggezza, racconteranno ai loro nipoti le memorie delle loro vite.
Quei ricordi, quelle parole affidate da una generazione all’altra saranno un’eredità grande e preziosa, da custodire con cura.
Troviamo i loro sguardi in una vecchia fotografia, suscita tenerezza la loro dolce ingenuità.
Sono ragazze così, speciali e uniche, nel tempo della loro primavera.