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Posts Tagged ‘Fotografie antiche’

Ritratto di famiglia, in un giorno lontano, al Santuario della Madonna della Guardia.
La località è stampata in un angolo di questa fotografia dove sono immortalati certi genovesi che in un tempo distante andarono fin lassù, nel luogo della devozione e delle preghiere.
Una famiglia, il legame più profondo.
E sono tutti seri, in una certa maniera.
C’è il ragazzino con lo sguardo fiero, una mano amorosa è posata sulla sua spalla.

Il patriarca ha la barba bianca e quella saggezza infinita negli occhi.
Accanto c’è lei con il suo abito impreziosito da ricami e quel cappello vezzoso, le sta vicino un ragazzetto che ha dipinte sul viso l’innocenza e la spavalderia dell’adolescenza.
C’è ancora tanto mondo e c’è tanta vita da conoscere, ma il nonno saprà aiutarti a trovare la strada del tuo destino e tu questo lo sai.

Il più piccino della compagnia, un po’ timido secondo me.
E le donne della famiglia hanno belle borse e ombrellini da passeggio, sono le solite eleganze del tempo andato.

Un cappello ampio, la giacca avvitata con i bottoni grandi, l’espressione austera.
E pare luccicare la catena dell’orologio posata sul panciotto di questo signore, lui è uno che sa il fatto suo, non c’è nemmeno bisogno di pensarci troppo su, vi basta guardarlo.

I bambini, sempre numerosi nelle famiglie di un tempo.
Fratelli o cugini, comunque complici.
Seduti sul gradino, nell’attesa di diventar grandi.
Il cappello sottobraccio, i piedi incrociati, un mezzo sorriso.
Il tempo che verrà è sconosciuto e mica lo sai come sarà, però lo aspetti con fiducia.
Là, sugli scalini.

E poi non per tutti è facile rimanere seri, certi proprio non ci riescono.
Fratello e sorella, credo di sì.
Chissà lui quanti dispetti le avrà fatto!
Lei è dolce, composta, obbediente, è una brava bambina.
E intendiamoci, anche lui è un bravo bambino ma è anche una piccola peste, non si può non avere un debole per un tipo così.
La mano sulla faccia, la fossetta sulla guancia, gli occhi che ridono.
Sempre aspettando il tempo che verrà, sugli scalini.

Quel tempo fermato in questa immagine è ormai trascorso.
Accadde molti anni fa e loro erano tutti insieme.
Lassù, alla Madonna della Guardia.

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Un amore grande, credo che lo sia stato.
Un cammino percorso insieme e il ricordo di una giornata di settembre del 1922.
Là, in un luogo che io non ho mai veduto, a Brunate, sulle rive del Lago di Como, certamente alcuni di voi conosceranno questa splendida località.
C’è persino una funicolare, la sua costruzione risale alla fine dell’Ottocento e forse loro due fecero questo viaggio in salita, osservando il magnifico panorama.
Loro sono belli ed eleganti, sono ritratti in uno scenario perfetto.
Un istante romantico, un frammento di gioventù.

Una promessa.
Per sempre?
Mi piace credere che sia stato così.
Li ho immaginati, molto tempo dopo.
Li ho veduti ritornare là, anziani e più fragili, sommersi dalle emozioni, nostalgici e innamorati.
Sulle tracce della memoria di un tempo dolcissimo.
Ricordi quando siamo stati qui?
Tu sei rimasta la stessa, sei sempre la ragazza di allora.
Ricordi?
La salita, le risate, quelle rocce, la ringhiera.
E noi due, vicini.
E gli sguardi rivolti verso l’alto.
E le mani che si stringono.
In un tempo che so soltanto immaginare e mi piace pensare che sia stato proprio così.
Per sempre.

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Sono giovani, sono ragazze nel fiore degli anni, una di loro è poco più che una bambina.
Probabilmente sono sorelle, si notano delle somiglianze nei tratti dei loro visi e le più grandi portano lo stesso abito.
Sono semplici, garbate, nei loro sguardi si legge l’ingenua freschezza dei loro pochi anni.
Le ragazze come loro fanno castelli in aria e hanno sempre dei sogni magari nascosti, sogni che non hanno mai rivelato a nessuno.
E come tutte le ragazze della loro età forse anche loro amano la moda, un pizzico di ambizione è più che comprensibile.
Le stoffe a fiori o righe, le maniche rifinite con i pizzi, i fiocchi a fermare i lunghi capelli.

E poi le ragazze di quest’epoca portano quegli stivaletti che molto tempo dopo torneranno di moda.
Lacci e laccetti, tacchi a rocchetto, anche io ne ho avuto un paio simili.
Le scarpe chiare con il nastrino appartengono invece a quel tempo vissuto da queste fanciulle.

La più grande di loro è anche ritratta da sola in questa fotografia che come l’altra è stata fatta da un fotografo di Varazze.

Le ragazze alla moda hanno cura dei dettagli.
E lei ha questa borsettina vezzosa, non saprei dirvi se le appartenga o se sia del fotografo che l’ha ritratta.
A dire il vero a me piace pensare che sia sua e che lei abbia voluto prepararsi con attenzione senza lasciare nulla al caso.
Si è messa davanti allo specchio e si è anche rimirata un po’ prima di decidere che tutto era esattamente come voleva.

Le fotografie di quel giorno hanno avuto un destino imprevisto e ora appartengono a me.
Che ne è stato dei braccialetti sottili, del ciondolo con il fiore che porta la più piccola di loro, dove sono finite le tre borsette che vengono tenute con grazia da loro tre?
Dentro doveva esserci il fazzolettino ricamato con le iniziali e forse un piccolo portamonete.

Il tempo scorre, le memorie si appannano, in qualche modo fatalmente si perdono.
Eppure mi piace credere che almeno alcuni degli oggetti appartenuti a queste ragazze siano stati conservati con riguardo, tenuti da parte come ricordi preziosi o anche come testimonianza di un tempo diverso dal nostro.
Loro quel tempo lo hanno vissuto, con questi loro sorrisi timidi, negli anni della loro giovinezza, ragazze alla moda di un’altra epoca.

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I ricordi dei giorni di vacanza sono memorie preziose che a volte regalano un sorriso nostalgico in tempi più difficili.
È il 3 Agosto 1922, ad Albissola.
E là, davanti al mare blu, su uno scoglio liscio e spazioso ci sono dei bagnanti in posa: madri e figli, si riconoscono le diverse parentele dallo stile dei costumi da bagno.
La moda, all’epoca, prevedeva anche il costume con una sola spallina.
Lo indossa quel piccoletto dai capelli biondi che si appoggia dolcemente alla sua mamma, accanto a questa c’è un ragazzina, lei sembra tranquilla e giudiziosa.

Si sta seduti a gambe incrociate, sullo scoglio.
Strizzando un po’ gli occhi, si vede che il sole picchia forte e abbaglia.
E davvero, ci vorrebbe un tuffo in mare, chi ne ha voglia di star lì a farsi fotografare?
Poi passeranno gli anni e proverai una certa gratitudine per quell’istante rubato al gioco: un frammento di te per sempre fissato sulla carta.

Certi tipetti poi non riescono a star fermi.
Come si dice? Questo qui ha l’argento vivo addosso, è una piccola peste.
Fa quel movimento con la mano, apre e chiude le dita, sarà il primo a correre via quando il rito della fotografia sarà terminato.

E a dargli manforte ci sarà lui, è un po’ più grandicello ma quei due si intendono alla perfezione, ne sono sicura!

Difficile star dietro a tipi così, ci vogliono pazienza e dolcezza e lei, la giovane madre, ha queste ed altre doti.
Ha tre figli, la più piccolina ha la frangetta, i capelli a caschetto e fa una specie smorfia.
Poi, quando sarà grande e si rivedrà, forse le verrà da sorridere nel rivedersi bambina, ci sarà una sorta di emozione e sentirà un tuffo al cuore nel rammentare quei giorni d’infanzia.

Sul retro di questa fotografia c’è una scritta a matita: saluti da Albissola, bacioni tanti. 3/8/1922.
È il ricordo di un giorno d’estate e di un tempo condiviso con persone care.
Davanti al mare di Liguria, in un altro tempo.

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Non tutti i giorni sono uguali, certi lasciano dolci ricordi e indimenticabili memorie, alcune ore lontane risvegliano in noi emozioni già vissute.
È il 16 Agosto 1929, sulla spiaggia di Loano.
Il mare lento sfiora la riva, in lontananza si sente un brusio di voci, il sole batte caldo sui sassi.
E nella luce chiara di questo giorno d’estate sguardi di amiche e sorelle, compagne di un lungo tratto di vita.
Un ombrellino per far ombra, l’espressione seria, pensieri imperscrutabili.

Quanta eleganza in quel tempo distante!
Il fazzoletto in testa e il fiocco sulla fronte, le decorazioni sul costume, l’armonia aggraziata di gesti misurati.
Una giovane donna e una ragazzina dal sorriso aperto e spontaneo.
Ad osservarle in questo momento di spensieratezza speri che quella gioia le abbia accompagnate a lungo.

A volte, in certi giorni, certe persone hanno proprio gli occhi che ridono.
Accade quando si condividono momenti con persone care e quello rimarrà di certo un ricordo prezioso.
E tu che quel giorno eri su quella spiaggia conserverai gelosamente la fotografia nella quale siete ritratte tutte insieme.
E il tempo passerà e rivedrai il tuo viso e penserai che sì, eri una ragazza davvero carina anche se allora tu non lo sapevi.

Accade tanto tempo fa, era il 16 Agosto 1929.
Sul retro di questa immagine sono scritti i nomi di loro quattro.
Luciana, Rina, Geppy e Renza.
E per qualche istante oggi siete ritornate là, in quel luogo a voi caro, sulla spiaggia di Loano.

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Questo è il tempo delle vacanze in un altro tempo che non abbiamo conosciuto.
Certi quartieri di Genova, prima di divenire parte della città, erano dei comuni autonomi ed erano meta di gite e scampagnate fuori porta.
Tic tac, mettiamo indietro le lancette dell’orologio e andiamo a quel mese di luglio del 1921, l’aria è calda e il cielo è terso, si cerca conforto sotto la frescura degli alberi.
A Rivarolo Ligure c’è una bella compagnia di amici e tutti loro hanno voglia di far festa.

Mani sui fianchi, aria sicura, lui è uno di quelli che ha organizzato la gita, ci scommetterei.
Ci sono anche due giovani donne, sembrano timide, forse non amano tanto essere fotografate.

Nel tempo del riposo e dello svago si brinda alla gioia di vivere con un buon vino corposo, ce n’è per tutti!

Un bastone da passeggio, un cappello per ripararsi dal sole, un sorriso che rischiara il volto.
E un cestino sottobraccio, sarà ricolmo di delizie oppure servirà per raccogliere i doni della terra?
È il mese di luglio del 1921, a Rivarolo Ligure.

E c’è una bambina, una di quelle irrequiete e vivacissime, una piccola peste con la vestina chiara.

In questa bella giornata non mancherà la musica, si cantano vecchie canzoni accompagnate dal suono della chitarra e del mandolino.

E c’è un’altra bimbetta, ha un fiocco bianco sulla testa e tiene i piedini incrociati.
Forse, nel tempo che verrà, le capiterà di rivedere questa immagine e ricorderà se stessa da piccina.
Questi sono i volti puliti e aperti della gente vera.
E altre dita sfiorano le corde di quello strumento tanto amato mentre un giovane uomo mostra con fierezza la sua falce.
C’è un tempo che resta impresso nelle immagini, svela piccole gioie e attimi di felicità condivisa.

Sul retro di questa fotografia qualcuno ha vergato con garbo data, luogo e parole nostalgiche: ricordo di una passeggiata divertentissima.
Il tempo passerà, verranno gli anni difficili della guerra e le memorie dei tempi felici saranno anche più preziose.
E no, non si potranno mai dimenticare certe giornate.
Era il mese di Luglio del 1921 a Rivarolo Ligure.

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Per noi che viviamo nell’epoca delle immagini forse non è semplice capire coloro che ci hanno preceduto, loro vivevano nell’epoca dell’immaginazione: poi venne la fotografia.
Io non sono certo un’esperta del settore ma mi avvalgo di un volume del passato del quale ho già avuto modo di parlarvi, è un manuale edito da Hoepli nel 1910: Fotografia pei dilettanti, pagine e pagine scritte con garbata sapienza dal Dr Muffone.

L’autore scrive anche del formato usato per le cartoline postali che venne adottato anche per le fotografie.
E provate ad immedesimarvi in un lettore degli inizi del ‘900, il vostro approccio sarà particolare: voi sperimentate i continui miglioramenti in questa arte fantastica che è la fotografia e siete curiosi di saperne di più.
Dunque, cosa è mai la cartolina illustrata?
Secondo il Dr Muffone è l’ancella postale, è l’annunziazione del bello, del vero che circola e produce lo scambio di sensazioni fra tutti gli abitanti del mondo.
E voi che vivete in questo mondo non potete che esserne entusiasti!
Su quelle carta sono impressi i ricordi di viaggi e di momenti felici e il nostro stimato studioso dà un consiglio a tutti i fotografi: che si affrettino, usino i loro negativi per fare delle belle cartoline postali da mandare poi agli amici o per conservare care memorie.

Tralascio le righe dedicate alle misure e ai materiali, condivido invece con voi i consigli per i dilettanti che vogliano cimentarsi con questo passatempo.
Regola numero uno: non fotografate mai cose banali già fotografate in cento modi da altri.
Non si va a Milano a immortalare Piazza del Duomo, dice il Dottor Muffone.
E sapete perché? Beh, l’industria delle cartoline commerciali è fiorentissima e le immagini che vengono vendute saranno sempre più belle delle vostre, su questo non c’è dubbio.
Cercate punti di vista insoliti così non incorrerete in imbarazzanti paragoni e quando siete in viaggio fate così: comprate delle belle cartoline con le immagini dei luoghi più celebri e poi, armati della vostra macchina fotografica, giocate con la fantasia.
Del resto così scrive il nostro autore:
Vi è ancora tanta parte di mondo non fotografato che vi è ampio margine per la nostra personalità artistica.

E poi il tempo passerà e le cose cambieranno.
La cartolina, scrive ancora il nostro autore, compie il suo destino nel giungere a destinazione, unendo persone lontane e donando la gioia di un istante.
Dopo un lungo viaggio, con qualche sgualcitura, con qualche bollo proprio là dove non ci voleva.
Oltre cent’anni dopo mi sono chiesta se il Dottor Muffone, nella sua saggia lungimiranza, avesse immaginato qualcosa a proposito di noi che viviamo immersi nelle immagini.
E cosa direbbe dei dilettanti fotografi di questa nostra epoca?
Lui non lo ha mai saputo che quelle immagini delle quali scrive sono diventate oggetto di grande interesse.
E questo vale per le cartoline che venivano messe in vendita e ancor di più per quegli scatti di fantasiosi dilettanti, magari imperfetti ma certo preziosissimi.
Immagini di istanti perduti e di un tempo in cui c’era ancora tanta parte di mondo non fotografato.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Le bambine di Milano portano abiti deliziosi.
Le loro gonne hanno generose balze, fiocchi e nastri, i loro stivaletti hanno il tacco a rocchetto.
Le bambine di Milano hanno stile, non c’è che dire.

Certe portano invece un soprabito a righe con grandi bottoni tondi.
Parrebbe un capo semplice, forse lo sarà stato, però che raffinatezza quei polsini!

Loro sono bambine di un’altra città.
E appena le ho vedute mi è subito balzato alla mente un pensiero, il più logico, magari il più banale.
Lo avranno mai visto il mare?
Era tutto un po’ diverso, quando loro erano bambine.
E forse un giorno hanno fatto un lungo viaggio proprio per vedere il mare o forse no, ne hanno soltanto sentito parlare e ci hanno fantasticato sopra.
Sarebbe bello conoscere i nomi di queste bambine di Milano.
Una di loro è seria e compita, forse anche un po’ scocciata.
Quanto ci mette il fotografo a farti questo ritratto mentre tu stai lì con il tuo vestitino a quadretti?
Bianco e azzurro, io lo immagino così.

Una lunga treccia, un fiocco lucido, gli orecchini ai lobi.

E a volte, una certa impacciata timidezza.
L’impazienza dei bambini, uguale in ogni tempo, anche se la maniera di manifestarla magari cambia.

Una di loro regge un ombrellino.
E quanta studiata armonia si nota nei suoi gesti e nella sua postura.

Sarà divenuta una giovane donna affascinante, chissà se il destino è stato generoso con lei, voglio augurarmi che sia accaduto.
La conosco soltanto così, in questo frammento di infanzia, con quell’abito del quale sembra fiera.

E come lei tutte le altre, le vedo così, nella loro età fragile, in quella stagione della vita che è soltanto l’inizio.
Con il vestito migliore, con la treccia che cade sulla schiena e lo sguardo svagato, perso in chissà quali pensieri.

Queste sono le bambine di Milano.
Fiocchetto in testa e tutta la vita davanti.
E a ognuna di loro vorrei poter fare quella domanda:
– E tu? Tu lo hai mai visto il mare?

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Avere sedici anni nel 1867: da diversi giorni sto provando ad immaginare quelle sensazioni e non posso dire di esserci riuscita.
Sembra una faccenda dannatamente complicata, è difficile capire le esistenze degli altri.
Questi pensieri sono ancora riconducibili ad una fotografia e alle vicende di una famiglia della quale sto tentando di ricostruire la storia: scartabellando tra archivi e documenti ho scoperto che una certa fanciulla aveva circa sedici anni quando si è sposata.
E quindi sto provando a immaginare lei e le sue emozioni, le sue speranze e i suoi pensieri.
Hai sedici anni, nel 1867.
Sei cresciuta in una famiglia che si è presa cura di te, forse ti hanno anche un po’ viziata.
Epoca turbolenta la tua, sei nata prima dell’Unità d’Italia.
E poi è venuto il tempo delle grandi imprese, tu talvolta ascoltavi i discorsi dei grandi e comunque lo capivi anche tu che qualcosa di grande stava per succedere.
Sei stata bambina, fanciulla e improvvisamente donna.
E io ho qua le immagini che parlano di te, queste fotografie raccontano alcuni istanti della tua vita.

Tua mamma, con pazienza, ti ha spiegato i tuoi doveri.
E poi magari a volte ti guardavi intorno e vedevi che c’erano persone meno fortunate di te, per loro ogni giorno era fatica, tu invece sei nata in una famiglia molto abbiente, non ti è mai mancato nulla: hai avuto abiti alla moda, gioielli, sfarzo.
Però non basta, vero?
La tua mamma se ne è andata troppo presto, io questo lo so.
Amore?
Amore, voglio crederlo.
Perché ti ho vista vicina al tuo sposo e io sì, penso che quello fosse amore.
E io ti guardo, con quell’abito tutto nastri, velluti e fastose frange, con quella pettinatura complicata, ti guardo e non ci posso credere, sei solo una ragazza ma sembri molto più grande.
Avere sedici anni nel 1867.
Come si fa a capire com’era?
E voi due vi siete scelti oppure no?
Due famiglie importanti, il vostro matrimonio.
E poi la vita insieme, voi due.
Sei diventata madre ed eri un fiore di fanciulla.
E come sarà stato per te e per tutte le giovani della tua epoca?
In quel tempo là, in cui la vita era così fragile, bastava una febbre, un malanno, un soffio.
Come si fa a comprendere come si affronta la vita con questa consapevolezza?
Noi che viviamo in quest’epoca di benessere siamo in grado di capire le ragazze come te?
Le tue amarezze e i tuoi dolori, so che li hai avuti, però non so come li hai affrontati.
Ti ho immaginata, nella tua grande casa, ti ho pensata affabile, generosa e attenta.
E malinconica, a volte.
E ho tutte queste domande e altre cento ancora, non se avrò tutte le risposte e non so se riuscirò a capirti.
E tu, l’avresti mai detto?
Da tanto tempo nessuno pronunciava il tuo nome.
E poi, all’improvviso una sconosciuta, con tutti questi interrogativi.
Io il tuo nome l’ho pronunciato, più di una volta.
E ho provato a immaginare le tue paure, le tue emozioni, la tua fiducia nel futuro.
Tu.
Tu che avevi sedici anni nel 1867.

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Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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