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Posts Tagged ‘Fotografie antiche’

Alla spiaggia, con la consueta eleganza che si addice alle signore di benestanti famiglie borghesi: l’abito chiaro, il cappello con il fiocco, la posa garbata.
La bimbetta, intanto, arriccia il nasino e si mordicchia il labbro.
Alla spiaggia, con i piedini che affondano nella sabbia fine.
L’estate, in un altro tempo, per alcuni è davvero strano farsi fotografare.

La giovane mamma sorregge orgogliosa il suo frugoletto e sarà un ricordo da conservare negli anni che verranno.
Guarda, eravamo così, io e te.

Nonna Caterina: i suoi occhi hanno veduto tanta vita, il suo viso è segnato da rughe e il suo portamento austero.
Madri e figlie, sogni e desideri, presente e futuro.
Alla spiaggia, tutte insieme.

Stile e rigore.
Un copricapo nero con una piuma vezzosa, zia Ester si contraddistingue sempre, nulla è lasciato al caso, nemmeno il suo sguardo.
E accanto a lei c’è Marietta: quando è arrivata in questa famiglia era appena una ragazzina e lì è rimasta.
Donna semplice, pratica e saggia, lei compie il suo dovere con encomiabile giudizio e con sincera dedizione: questa è anche la sua famiglia, in un certo senso.

Poco distante, ritta in piedi davanti alla cabina, c’è Margherita, anche lei lavora in quella casa e ha imparato tutto da Marietta.
Paziente, giudiziosa, timida, è una ragazza abituata a parlare poco.
Margherita ascolta, annuisce e obbedisce.

Alla spiaggia, con i capelli raccolti e le maniche lunghe.
Un impaccio quando hai pochi anni e forse vorresti correre il libertà e invece no: stai seduta tra i parenti, un po’ imbronciata, forse annoiata, con le mani in grembo.

Alla spiaggia.
Con gli abiti chiari, per stare freschi.
Bianco candore per grandi e piccini.
E poi un gesto maldestro e uno dei piccoletti sembra quasi scivolare giù, sulla sabbia.
E il sole batte e il mare accarezza la riva e non c’è un alito di vento che porti via i lindi cappellini di questi bimbetti.

Il mio naturalmente è un gioco di fantasia, non conosco i nomi di queste persone, ho solo provato a fare qualche supposizione su tutti loro che sono ritratti nella medesima fotografia.
E in tutta questa garbata compostezza, uno solo è il bambino che mi colpisce.
Che ci fa là in mezzo?
Dagli abiti e dalle maniere direi che non è parte di questa famiglia.
Porta le bretelle, la maglietta a righe, dei pantaloncini di un’altra stoffa, è spontaneo e sfodera un sorriso sfrontato da piccola peste.
L’amico che ogni bambino vorrebbe per combinare guai, magari sulla spiaggia.

Un frammento, un tempo che è passato.
Resterà un ricordo dolce e nostalgico, memoria di quel giorno alla spiaggia.

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Di lei non conosco il nome, lei in qualche modo è unica.
Aggraziata ed elegante, indossa un abito rifinito con raffinate bordature, porta i guanti come si conviene ad una giovane della buona società.

E non è perfetta, ha una piccola fessura tra due denti.
La sua pelle è diafana, i suoi occhi sono chiari e vivaci, i riccioli morbidi incorniciano il suo bel viso.
È briosa, esuberante e certamente socievole.
E ha un cappello favoloso, che grazia soave!
In questo frammento della sua vita si svela con un atteggiamento quasi rivoluzionario a mio parere, è proprio questo a distinguerla dalle altre giovani del suo tempo ritratte in pose simili alla sua.
Forse non ha saputo trattenersi, forse la felicità di questo momento è davvero incontenibile, così lei segue soltanto il suo istinto e a differenza di tutte le altre lei sorride.
Sì, sorride.
Ed è un sorriso luminoso il suo, racconta la pienezza di un momento gioioso, la raggiunta felicità e la fierezza di essere madre.

Non occorrono tante parole per narrare di lei.
Le sue dita trattengono le manine della sua creatura, il suo sguardo è pieno di vita, di sogni e di futuro.
La posa è composta ma lei sorride spontanea, radiosa, sincera e vera.
Parla con i suoi gesti, con la sua garbata postura.
Parla a chi la osserva ed è come se dicesse: guarda come sono felice, guarda che dono immenso ho ricevuto.
Guarda anche tu.
Questa è la felicità di una madre.

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Ci sono cose che non so spiegare, non trovo le parole per le sensazioni che a volte provo nel ritrovare il filo di certe storie.
È sottile, quasi invisibile, può spezzarsi per un nonnulla.
Ecco come è accaduto, di recente.
Tra le mani mi capita una fotografia ottocentesca, sono due sposi e a tergo dell’immagine sono scritti i loro nomi.
Per altri magari sarebbe un dettaglio insignificante, per me è diverso: per me è un inizio, è la vita che ritorna, è il passato che bussa alla porta.
Un album ad un mercatino.
Compro la foto dei coniugi e altre due, ci sono due bambine bellissime vestite alla stessa maniera: persone sconosciute che sono rimaste tali non tanto a lungo, a dire il vero.
A quella fotografia ne ho aggiunte molte altre, sono tornata a cercare e ho ritrovato quei volti e anche i visi dei loro parenti.
E poi mi sono venute in mente le bambine, accostando le immagini si nota una somiglianza impressionante e sono quasi certa che si tratti delle figlie dei due sposi.
In queste ricerche mi aiuta una persona molto più competente di me, come per miracolo grazie a lui sono comparsi ritagli di giornali.
E da qui, una catena ininterrotta di notizie: alcune frammentarie, altre più chiare.
Sfoglio libri, guide e volumi vari, leggo le Gazzette Ufficiali di tanto tempo fa e trovo quei cognomi.
Famiglie che hanno lasciato il segno, non solo in questa città ma anche in luoghi vicini.

Ho fatto un breve viaggio in treno, ho visto una casa, ho cercato una tomba di famiglia.
Ho parlato con una signora e lei mi ha snocciolato alcune memorie del passato, sono emersi altri particolari, altri nomi, ancora indizi.
E poi le emozioni e le domande.
Un cassetto pieno di ricordi, le vere nuziali, i fazzoletti con le cifre, il cammeo appeso alla catenina.
Uno scialle di pizzo, un quaderno dalla carta spessa, un orologio d’oro.
I guanti lisci, le cose belle da tenere da conto, i doni per la nascita delle bambine, gli oggetti preziosi tenuti da parte.
Una spilla, una collana di perle, un frammento di cuore e di anima.
E queste fotografie.
Vedo lui, il marito ha queste fotografie tra le mani, le porterà a casa.
Arriva davanti alla villa, apre il cancello, attraversa il giardino, sale le scale e mostra le immagini alla moglie.
E lei?
Lei è contenta di come è rimasta?
E le bambine? Corrono incontro al padre, in quel giorno della fotografia avevano gli stivaletti lucidi e la gonna a quadretti.
Ridono composte, sono garbate bambine di buona famiglia e i genitori sono fieri di loro.
Guardano insieme queste fotografie, quelle che ora io ho qui.
Poi tutto finisce.
O forse non finisce mai.
Perché il passato bussa ad una porta e tutti loro ritornano ad essere veri e presenti, almeno per me.
Ho portato quelle loro foto con me nei miei vari spostamenti, non ho potuto farne a meno.
Nei loro luoghi, davanti alla casa dove lui ritornava e dove lei lo attendeva.
Poi forse vi racconterò la loro storia, credo che lo farò.
Adesso ho messo giù queste righe, magari sono importanti soltanto per me, cerco di capire il senso di queste sensazioni che suscita in me ritrovare il filo di una storia, la traccia di vite lontane.
Sono emozioni intense ed io non le so spiegare.

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Quando arriva la fine della scuola giunge anche il tempo della foto di classe.
Ognuno di noi ha un bel ricordo di quel momento: si raggiungeva il cortile, ci si metteva in fila e si attendeva il momento cruciale.
E se per noi era un istante speciale proviamo ad immaginare l’emozione dei bambini di un’altra epoca.
I più piccoli seduti davanti, naturalmente.

E poi, se è possibile, nella foto di classe cerchi di metterti vicino all’amico del cuore.
Gli anni passeranno e comunque si rimarrà sempre uniti, come fratelli.

Occhi sgranati, capelli biondi e le manine davanti alla bocca.
Eh, la timidezza rimane impressa anche nella foto di classe.

Io di foto come questa ne ho parecchie: non solo le mie, ne ho diverse di mia nonna che era una ragazza del ‘99 ed era maestra, la giovane donna che si vede in questa immagine da me acquistata era una sua collega, mi sono domandata se si siano conosciute.
Sì, in ogni foto di classe c’è anche la Signora Maestra, lei non è solo un’insegnante ma quasi una seconda mamma, a mio parere.
La Signora Maestra è severa ma dolce, paziente e amorevole, la Signora Maestra fa scrivere ai suoi alunni pagine e pagine di aste e ci tiene molto alla bella calligrafia.

La Signora Maestra ha anche il suo gran da fare con certe piccole pesti, non c’è dubbio.
Il secondo bambino da sinistra ha un’espressione che è tutto un programma, direi che è un vero capopopolo.
E chissà la vita cosa avrà riservato la vita a lui e ai suoi compagni, certe domande restano senza risposta.

E cosa potremmo dire di questi quattro ragazzetti?
I due al centro, in particolare, guardateli bene: sono furbissimi, vivaci e irrequieti.
Mia nonna direbbe: o me l’hanno fatta o me la devono fare!
Gli altri due piccini sembrano tipi più tranquilli ma secondo me si fanno coinvolgere dai loro amici e qualche volta tutti e quattro si cacciano nei guai.

In questa foto di classe c’è una bimba che è una vera principessa, pure lei deve avere un bel caratterino ma spicca tra tutte per il suo visetto luminoso e per quel suo sorriso, sono certa che sia divenuta una donna affascinante.
Eccola, al centro dell’immagine, sta seduta per terra e ha un fiocco chiaro tra i capelli scuri.

Tempo lontano, tempo di scuola e di quaderni a quadretti.
Una memoria di un anno distante e di bambini che saranno divenuti uomini in un periodo difficile.
Erano gli anni ‘20, non molto tempo dopo ci sarebbe stata la II Guerra Mondiale.
E mi chiedo cosa potrebbero raccontarci loro tre di quegli anni tremendi, mi chiedo se siano riusciti a superarli indenni.

Occhi spalancati sul mondo, sul futuro ignoto e sul tempo che verrà.
E non sai nulla di quello che ti accadrà.

Bambine pensierose, assorte, così belle e aggraziate nella loro semplicità.
E nulla sanno di quello che la vita ha in serbo per loro.

Una fotografia, un ricordo dell’anno scolastico 1923-24.

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Villetta Di Negro, luogo di giochi spensierati dei più piccini: lo è stata per noi, lo è stata anche per tanti bambini che sono nati molti anni prima di noi.
Sotto ai verdi alberi, davanti a Piazza Corvetto.

La libertà di giocare, scoprire, cadere e rialzarsi, semplicemente la gioia di vivere dell’infanzia.
E siamo in molti ad avere teneri ricordi di questo luogo, della sua cascata scrosciante e della magia di questo parco incantevole.

Corri, corri e attraversa il ponticello.

E salta la corda, insegui la palla, ridi che ti vengono le fossette e poi ti sorridono anche gli occhi.
E quanti piedini hanno calcato i viali della nostra bella Villetta?
Tanti, anche questi.
Scarpette con il passante, calzettoni al ginocchio e tutta la vita davanti.

Ritratto di famiglia a Villetta di Negro.
Espressioni serie e compunte, un bimbetto vestito alla marinaretta, la sua sorellina ha invece un soprabitino candido e un grande fiocco chiaro sulla testa.
Un istante, un pomeriggio da ricordare.
E poi verranno altri anni, forse più difficili, resteranno le memorie.
Ti ricordi?
Andavamo sempre a Villetta Di Negro.
Ti ricordi?

A fissare questo momento fu un fotografo dal nome altisonante e quando ho comprato queste fotografie ho fatto una bella scoperta.
Alfonso Bonadiman doveva avere il senso degli affari e infatti aveva uno studio proprio a Villetta Di Negro, lo si legge sulle sue fotografie che sono rifinite con una sorta di cornicetta e con una scritta in puro stile Liberty.
Molte notizie più dettagliate si trovano in Vivere d’Immagini, il magnifico libro di Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine ho letto che lo studio di questo fotografo rimase irrimediabilmente danneggiato durante la II Guerra Mondiale.

Per lungo tempo, tuttavia, il fotografo immortalò i molti visitatori della Villetta.
Il tempo non puoi fermarlo, non puoi trattenerlo tra le mani.
Resta un’immagine, un momento della tua vita e ti rivedi come eri e magari eri una bimbetta coi capelli chiari, seduta sul passeggino accanto al fratello maggiore.
E ti ricordi?
Il cerchio, ti ricordi quanto ci abbiamo giocato?

Là, nella nostra amata e cara Villetta Di Negro.

Ritratto di famiglia e di momenti felici, su una panchina all’ombra degli alberi.

E ti ricordi?
Eravamo piccoli, quando siamo diventati grandi abbiamo comunque conservato lo stesso sguardo, la stessa espressione.
Noi, siamo rimasti noi.

Ti ricordi?
Eravamo noi, noi tre.

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Due mamme.
Due mamme, tra loro non si conoscevano.
Eppure hanno tanto in comune, eppure avrebbero potuto trascorrere ore ed ore a parlare delle loro famiglie.
Due mamme, sul volto di ognuna si legge una dolcezza infinita, entrambe sono ritratte con i loro figli, bimbetti curati e tenuti amorevolmente, le loro esigenze vengono sempre prima.
Lei ne ha quattro: la più grande ha l’espressione giudiziosa, porta una catenina al collo e un fiocco in testa, il secondo ha la faccia da piccola peste e poi ci sono loro, loro sono due e hanno la stessa età.

Le mamme hanno quell’espressione paziente, in questo sembrano assomigliarsi.
Hanno la stessa gestualità affettuosa e quello sguardo tenero, abbracci saldi e capacità di comprendere e ascoltare.
Queste mamme avranno compiuto grandi fatiche che non possiamo conoscere, entrambe hanno volti aperti e puliti.
E hanno pochi orpelli ma quanta vita attorno a loro!

Una schiera di figli, chissà se sono davvero tutti qui o se poi ne sono venuti altri.
Le due sorelle portano l’abito chiaro, hanno i capelli scuri e ben pettinati, il fratellino è vestito alla marinaretta.
E li guardi, ti poni delle domande, speri che il destino sia stato generoso con tutti loro.

Le mamme, in quel tempo là.
Così perfette, nella loro pura semplicità.
Immaginate le loro cucine, le conche per lavare i panni, i vestiti da rammendare, i ricami sempre precisissimi.
E le speranze, le paure, le notti insonni.
E le ninne nanne, il quaderno dei compiti e tutte quelle ginocchia sbucciate.

E tutta quella loro amorosa e infinita pazienza.
Ho scelto loro due, tra tante fotografie, ho scelto loro per questo giorno così importante.
Due mamme con i loro figli.
Buona festa della mamma!

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Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Nulla era stato semplice per lui, neanche gli inizi della vita, la sua crescita e i suoi primi passi nel mondo.
Nato in una modesta famiglia di pescatori, Agostino era stato un bambino gracile ed insicuro, era l’ultimo di nove figli ed era quello dalla voce flebile, quello che aveva dato pensieri per la sua salute fragile, quello che la mamma trattava come una creatura delicata.
Agostino, comunque, ce l’aveva fatta ad uscire indenne dall’infanzia ma se era divenuto un uomo solido e forte lo doveva in particolare a suo fratello Bernardo che aveva 15 anni più di lui.
Bernardo aveva un debole per quel piccolino, così se lo metteva sulle spalle e se lo portava con sé in barca, era stato lui ad insegnargli tutti i segreti e i misteri del mare.
E a trascinar reti e corde il bambino minuto era divenuto un uomo robusto e sicuro, nessuno ci avrebbe mai scommesso eppure era successo.

Giornate dure, notti insonni, fatica, lavoro, sudore.
E salmastro che brucia la pelle, argento di pesci guizzanti, interminabili notti di stelle e tempeste inquiete.
Era così diventato un uomo e si era costruito una nuova vita accanto ad Antonietta, la figlia del proprietario di un avviato negozio di pitture e colori in Via dei Giustiniani, una famiglia di persone oneste e rispettabili.
I novelli sposi erano andati ad abitare in Via delle Grazie, in un appartamento di proprietà dei genitori di Antonietta.

Il padre di lei, inoltre, aveva aiutato i due giovani ad aprire una bottega, quel negozio per gente di mare avrebbe sostentato Agostino e la sua famiglia.

Erano persone semplici e capaci di essere felici di semplici felicità.
Solo un’ombra velava la gioia di vivere di Agostino, a sentire il nome di Bernardo si incupiva e si chiudeva in un doloroso silenzio.
No, Bernardo non aveva visto i successi del suo fratello prediletto, Bernardo se ne n’era andato troppo presto in quel giorno fatale, sulla riva del mare, all’omaccione grande dalle mani grosse era scoppiato il cuore nel petto.
D’improvviso era crollato a terra senza più vita, si era accasciato sulle reti, tra lo stupore generale dei suoi compagni.
Ormai erano trascorsi tanti anni ma il ricordo di Bernardo era incancellabile e forse Agostino stava pensando proprio a lui in quella frazione di tempo, il tempo di una fotografia.
Eccolo Agostino, ha gli occhi persi in un pensiero a noi sconosciuto, forse nella memoria di giorni belli.

E altri giorni erano venuti, alcuni avevano portato ancora perdite e dolori.
Due figli nati morti, il terzo scampato ad un morbo letale visse soltanto pochi mesi, lo avevano chiamato Bernardo come quell’amato fratello perduto.
E Antonietta fiduciosa e dolente non aveva mai smesso di pregare la Vergine Maria perché le facesse la grazia di divenire ancora madre.
E poi erano arrivate le bambine, dono del cielo e di quella fede sincera.
La più grande, Maddalena, era una ragazzina solitaria, sembrava che avesse sempre la testa tra le nuvole.

Amava disegnare, con una matita tracciava i petali di armoniose corolle e foglioline dalle minuscole venature.
E così, quando il fotografo le aveva dato un mazzolino di fiori da reggere tra le mani lei lo aveva stretto come una piccola cosa preziosa.

Lavoro, fatica, bottega.
Giorno dopo giorno.
Grazie a questo la famiglia viveva ora in un certo agio, ci si poteva permettere di non aver preoccupazioni, almeno per quanto riguardava il proprio benessere materiale.
Ed era già una grande conquista, chissà come ne sarebbe stato fiero Bernardo, se solo avesse potuto vedere!

La secondogenita Carolina era uno spirito vivace e allegro, era una chiacchierina che non stava mai ferma.
Nei tratti somigliava tanto alla mamma, aveva la sua stessa dolcezza.

Era una bimba dal carattere gioioso e aveva una predilezione per certi vezzi femminili.

Nulla era stato semplice per Agostino, mai.
Una vita costruita con onestà e caparbia costanza, sempre pensando a un domani migliore e a un futuro radioso.
Questo è ciò che aveva saputo costruire accanto ad Antonietta, Maddalena e Carolina.
Se solo Bernardo avesse potuto vederlo, chissà quanto ne sarebbe stato orgoglioso.

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La storia che avete letto è un gioco della mia fantasia.
La persone che avete veduto sono ritratte in una foto che ora è di mia proprietà, non conosco i loro veri nomi e le vicende della loro esistenza.
E non so neanche di chi fosse quella bottega di cordami e reti da pesca, probabilmente non è nemmeno così antica ma l’insegna sbiadita ha il fascino dei tempi lontani.
Io amo immaginare le vite degli altri e coltivo sempre la speranza che siano state riservate a queste persone sconosciute più gioie che dolori.
Li ho pensati così, semplici e veri.
E questa per me è la loro storia, una storia di gente di mare.

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Alcuni libri sanno raccontare storie affascinanti e sanno portarti in un mondo che non hai mai veduto con i tuoi occhi: questo è uno di quei libri.
Gli autori sono due appassionati studiosi: la Dottoressa Elisabetta Papone, docente di Storia della Fotografia all’Università degli Studi di Genova e responsabile di DocSai (Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine di Genova) e il Dottor Sergio Rebora, storico dell’arte.
Vivere d’immagini, fotografi e fotografie a Genova, 1839-1926, così si intitola il loro pregiato volume pubblicato da Scalpendi Editore.
Tutto ebbe inizio con quella geniale invenzione capace di cambiare la nostra percezione del mondo e la nostra maniera di comunicare: la fotografia.

libro

Questo è un libro corposo e voluminoso, sono 352 pagine di pura magia, sapiente e approfondito è il saggio di Elisabetta Papone che vi farà scoprire la storia della fotografia in ambito genovese e le vicende degli studi fotografici di quell’epoca comprese certe usanze di artisti ora divenuti leggende.
Ricca e varia è la selezione di rare immagini antiche, alcune di esse provengono dall’archivio fotografico del Comune di Genova, molte invece appartengono a collezioni private e pertanto sono assolutamente inedite, su queste pagine troverete ritratti di celebrità e di persone sconosciute, panorami, foto di monumenti e vedute cittadine.
Un viaggio attraverso le immagini, un viaggio non certo privo di insolite curiosità.
Il volume è impreziosito da un’ampia sezione curata da Sergio Rebora, si tratta del repertorio biografico dedicata alle singole figure che a vario titolo operarono a Genova nel periodo preso in esame.
Un lavoro minuzioso ed attento, una paziente ricerca d’archivio che deve aver richiesto lungo tempo vista la quantità di dettagliate informazioni che troverete tra queste pagine.
Ne emerge un quadro affascinante, ci sono i celebri fotografi come Noack, Sciutto e Degoix ma sono presenti anche nomi meno noti al grande pubblico.
Ognuno di essi ha lasciato la propria visione del suo tempo e di quel mondo distante dal nostro, sono fotografi, dagherrotipisti, artisti e collaboratori minori di studi fotografici, ci sono persino i negozianti che vendevano materiali e apparecchiature per la fotografia.
Nell’ampia selezione fotografica non mancano alcune pagine dedicate ai dorsi delle fotografie, anche quella è una vera e propria arte, l’immagine che segue è il retro di una mia fotografia.

fotografia

Nella città che cambia, in quel mondo che con il progresso muta rapidamente il suo modo di vivere tutti desiderano possedere un ritratto: ecco così le carte da visite e intere famiglie in posa, ecco la fanciulla dai lunghi capelli ondulati e le elegantissime dame sedute una accanto all’altra.
Si potrebbe forse pensare che si tratti di un libro esclusivamente per addetti ai lavori, invece è un prezioso volume per tutti coloro che siano interessati all’argomento o desiderino avvicinarsi a questo tema.
E nella lettura vi si sveleranno davvero realtà curiose, ad esempio ho scoperto che già in quei tempi lontani c’erano donne fotografe: una di esse era una certa Teresa Bello, sul libro è riportata la sigla che lei usava per le sue fotografie e così ho persino scoperto di avere uno dei suoi ritratti.
E che dire di una certa Caterina Bracchi?
Nella sua particolare ricerca Sergio Rebora ha trovato notizia di una sua certa attività attiva intorno al 1870 sulla quale non vi svelerò nulla, sul libro sono riportate alcune righe della Gazzetta di Genova che mi hanno fatto letteralmente sognare.
Un libro che offre spunti e suggestioni a non finire, la mia breve presentazione non rende tutta la sua ricchezza, per certo so che un dettaglio non mancherà di colpire anche voi ed è l’ ineccepibile eleganza di questo volume.
Elegante, evocativa e garbata è la scrittura, raffinata è la qualità delle immagini, testo e fotografie si integrano in perfetta armonia componendo un quadro di rara bellezza.
Io ho acquistato Vivere d’immagini nella Libreria dei Musei di Strada Nuova ma potete comprarlo anche sul sito di Scalpendi Editore, a questo link.
Tra tutte le immagini presenti alcune hanno maggiormente suscitato la mia attenzione, tra queste due ritratti di una nobildonna, il suo nome è Camilla.
Ha un velo di pizzo, i capelli intrecciati raccolti sulla nuca, un abito scuro, la vita sottile, in una delle due fotografie è in posa accanto a dei vasi di fiori e guarda verso il fotografo.
Guarda verso chi la osserva.
Oltre il tempo e oltre la sua vita, oltre quell’immagine che ci restituisce il viso di lei, giovane donna di un altro secolo.

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Due immagini, lo stesso scenario e il medesimo fotografo, il celebre Giulio Rossi che lavorò anche a Genova nella seconda metà dell’Ottocento.
Di solito io prediligo i ritratti di donne immortalate con i loro abiti rifiniti di pizzi e trine ma in questo caso mi sono davvero incuriosita.
Stupore: ho trovato le fotografie di due fratelli gemelli, due giovani ritratti nel fiore degli anni, una piacevole coincidenza.
Uno di loro è un contadino, si direbbe un tipo semplice dai modi spicci.

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L’altro invece è un sacerdote.
E quindi sarà stato l’orgoglio di tutta la sua famiglia, una perla di ragazzo!

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O forse no?
Aspettate, osserviamo meglio.
Una volta posate entrambe le foto sulla mia scrivania ho notato alcuni dettagli.
Guardate anche voi: i due sembrano indossare scarpe identiche.

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Il giovane contadino porta pantaloni a righe, un gilet e una giacchetta, in vita ha una fusciacca.
E tiene in una mano un cappello piuttosto vistoso.

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Strano, il religioso sembra averne uno del tutto uguale, vedete?

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Ah, quanti misteri!
E poi mi è sorta una perplessità, bisogna sempre essere attenti quando si osservano certe immagini.
Ditemi, secondo voi un prete si lascerebbe la tonaca sbottonata in questa maniera?
Tenete anche conto che parliamo di un altro secolo, vi sembra possibile?

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Siamo sicuri che si tratti di due persone diverse?
Ho iniziato a dubitarne e quindi ho condiviso i miei pensieri con un amico collezionista, lui è così giunto alla logica conclusione e a dirvi il vero mi sembra l’unica interpretazione possibile: non si tratta di due fratelli, il ragazzo ritratto nelle due fotografie è sempre lo stesso e indossa abiti di Carnevale.
Che altro aggiungere? Io mi sono fatta una bella risata, ecco!
E mi sa che il giovin signore avrà sicuramente colto l’occasione per fare il cascamorto con qualche bella fanciulla, potrei giurarci.
E che abito avrà scelto ? Da rustico contadino o da prete devoto?
Non lo so davvero ma riporto qui le parole che mi ha scritto il mio amico a proposito di queste due foto, io le trovo perfette e penso che lui abbia ragione: è bello che alcuni misteri rimangano tali.

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