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Posts Tagged ‘Fotografie antiche’

Fu una giornata da ricordare, un tempo di emozioni intense e tanto attese e quando giunse il momento di mettersi in posa per la fotografia di rito davvero sembrò che ogni cosa fosse al suo posto.
Bianco, bianco niveo e candido.
Bianco di veli leggeri, di pizzi fastosi, bianco di bottoni di madreperla, di passamanerie e di piccoli fiori minuti sopra il cappello vezzoso.

Un istante da conservare, memoria bella e commovente soprattutto per la più piccina.
La scena pare essere tutta sua, lei è ritratta tra le donne adulte e si direbbe che questo sia il giorno della sua prima comunione.
Seria, trattiene in respiro, non fa un sorriso.
Lei è una bambina grande, del resto, lei si sente così.
Immobile, buona e composta, accanto alla sua giovane zia.

E poi pizzi francesi, maniche a sbuffo, nastri, candidi guanti a coprire la pelle chiara, un’armoniosa e perfetta postura.

E poi.
E poi la nostra bambina non era figlia unica, a quanto pare.
E d’altra parte si può anche capire tutta questa noia del tempo delle cerimonie quando vorresti soltanto correre e giocare e invece ti tocca startene lì con l’abito elegante perché ti hanno detto che si fa così e basta, non si discute.
Nasce così un moto spontaneo di disobbedienza, nell’espressione impaziente e persino in quel gesto scomposto e ribelle: la mano appena infilata nella cintura.
E c’è un romanzo tutto da leggere in questo sguardo, è la sfrontatezza innocente dell’infanzia.

Poi il tempo svanisce, resta il ricordo di te e della tua sorellina.
Tra la mamma e la zia, memoria di giorni bambini al tempo delle raffinate eleganze.

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Tre sorelle, tre ragazze alle quali vorrei porre tante domande e mi piacerebbe conoscere le loro risposte.
Un respiro trattenuto, le stecche del busto che stringono, un vitino di vespa.
E tu.
Gli orecchini piccoli, gli occhi ingenui, neanche l’ombra di un sorriso.
E vorrei sapere di quale colore era quel tuo abito, secondo me era bordeaux con decorazioni di pallido beige ma in realtà non posso saperlo, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E di voi una sola è la più paziente e la più quieta, una ragazza dal carattere schivo.
I bracciali ai polsi, un colletto di pizzo delicato, le maniche ampie.
E quello sguardo impenetrabile, forse c’è anche un po’ di timidezza in te eppure io non sono in grado di poterlo sostenere, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E una tiene un volumetto tra le mani e sembra che stia leggendo ma magari invece è solo un romantico inganno del fotografo che l’ha ritratta in questa maniera per rendere più interessante e particolare l’immagine.
Eppure sai, tra le altre cose, mi resta la curiosità di conoscere il titolo di quel libro, magari è un celebre romanzo e allora io e te potremmo quasi avere qualcosa in comune.
Eh, ma io non posso tirare a indovinare, lo sai, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle, forse erano di Savona, il fotografo che le ritrasse nel fulgore della loro giovinezza era di quella città.
Ed io non saprei proprio dirvi nulla di loro, ho solo pensato, come spesso mi accade, che per qualche istante loro tre sono tornate ad essere le ragazze che erano un tempo.
Riflettete, quanti giorni, mesi e anni ci separano da loro?
E voi tre, ragazze di un altro secolo, avreste mai potuto immaginare che un giorno qualcuno avrebbe ammirato il vostro vestito elegante, la vostra pettinatura garbata, i piccoli gioielli che vi erano cari?
Il tempo è trascorso ma siete ancora voi, proprio come allora.
Tre sorelle, ancora insieme, tre ragazze con la testa piena di sogni.

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Un viaggio non termina mai se lo sguardo sa divenire memoria del proprio vissuto, un viaggio a volte resta nell’album dei ricordi che costituiscono l’esperienza di una persona, tutti noi abbiamo momenti preziosi da conservare e condividere con le persone che amiamo.
Nel tempo che era un altro tempo nacque un album dei ricordi che oggi anche voi potrete sfogliare: appartenne a Giacomo Costa, membro della famiglia di armatori legata a doppio filo alla storia di Genova.
E allora immaginate lui: Giacomo è giovane ed entusiasta, ha 28 anni e parte alla volta dell’America, lo scopo del suo viaggio è l’esportazione dell’olio d’oliva, sarà negli Stati Uniti per due lunghi periodi, nel 1924 e nel 1931.
E poi, il viaggio è vita, scoperta, nuove prospettive, emozioni.
Giacomo Costa ama la fotografia, nel corso di quei viaggi e durante tutta la sua vita il suo sguardo fisserà istanti, luoghi, sorrisi di bimbi, momenti del quotidiano, frammenti di vita.
Quel suo album dei ricordi è composto da 2000 preziose lastre fotografiche conservate da suo nipote Eugenio che come il nonno ha un talento innato per la fotografia e anche un grande amore per Genova.
Si deve proprio al fotografo Eugenio Costa la mostra allestita a Palazzo Grillo in Piazza delle Vigne fino al 28 Aprile e visitabile ad ingresso gratuito dal mercoledì alla domenica dalle 16.00 alle 20.00.
Giacomo Costa – L’America in 3D 1924-1931 è un’esposizione che ha un’alta cifra di fascino perché vi trasporta davvero in un’altra epoca.

Che America è quella narrata da Giacomo Costa?
È scorci in bianco e nero, bandiere e una scenografica parata, vedute di grattacieli e di persone ritratte mentre camminano sotto a un altro blu.
Troverete appese alle pareti alcune stampe ma Eugenio Costa vi racconterà che suo nonno Giacomo non stampava mai le sue fotografie, lui sfogliava il suo album dei ricordi con il Taxiphote, lo speciale visore che consente la visione delle lastre restituendo le immagini in 3D.
Ed è quello che farete anche voi, vedrete le fotografie di Giacomo Costa con l’apparecchio che lui stesso usava.

Giacomo Costa conservava le sue fragili e preziose lastre fotografiche in un mobile dai molti cassetti, in ognuno di essi ancora adesso sono racchiuse quelle sue memorie.
E non c’è soltanto l’America, ci sono anche i ricordi di famiglia e le comunioni, le gite estive e giornate al mare, i bambini in fila e le foto delle nozze, i sorrisi amorosi di giovani mamme e gli svaghi di spericolati sportivi con attrezzature da sci per noi improbabili.

E la magia del 3D restituisce immagini vere e reali, sembra di essere davvero in quei luoghi e in quell’America narrata da Giacomo Costa con le immagini.
Al parapetto, mentre davanti si stagliano i grattacieli di New York.
Sul ponte, ad osservare tre bimbetti americani che corrono a perdifiato tenendo al collo i pattini.
Sulla nave, quando il fotografo cattura lo sguardo di altri viaggiatori e quello di un altro fotografo.

E non so descrivere lo stupore che suscitano le immagini in 3D, tra le altre cose ad incantarmi è stata una fotografia di famiglia.
Si vede una lunga tavolata, è la prospettiva di un pranzo elegante con porcellane, argenterie, cristalli e garbate eleganze negli abiti e nei gesti.
Ed è come essere lì, insieme a loro, è talmente reale da lasciare senza parole.
E infatti mi è venuto da esclamare questa frase: sono a tavola con loro e non ho il vestito adatto!
Che grande invenzione la fotografia!

E quanta bellezza c’è nel desiderio di condividere questi ricordi di casa e di vita?
Se andrete a vedere la mostra potrete ascoltare i racconti di Eugenio Costa, sarà lui a parlarvi di suo nonno e del suo patrimonio di immagini.
Lo fa con autentico affetto e con stima vera per il nonno e per il suo talento, con il desiderio sincero di narrare la maniera speciale di Giacomo di guardare il mondo.

E sapete una cosa?
Mentre osservavo quelle fotografie di Giacomo Costa mi è venuto in mente un libro che amo tanto, quelle pagine raccontano una certa idea di America, narrano un viaggio molto diverso da quello compiuto da Giacomo ma del resto ognuno di noi ha la propria America, da quale parte.
E i libri, a volte, parlano di tutti, a volte raccontano qualcosa che tu non sai essere tuo, eppure magari invece ci sei proprio tu in quelle righe.
O forse no, è chiaro che ognuno di noi può saperlo solo per se stesso, io non ho mai conosciuto il nonno di Eugenio Costa, ho soltanto visto le sue fotografie.
Eppure, mentre guardavo le sue lastre mi giravano in testa queste parole e allora voglio metterle qui, insieme a una delle immagini che anche voi potrete vedere, viaggiando nei viaggi compiuti da Giacomo Costa.

“Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno.
E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.”

Alessandro Baricco – Novecento

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Ci sono immagini che racchiudono un tempo definito delle nostra vita e quella frazione di giovinezza resta in qualche modo scolpita nella memoria.
Certe fotografie fissano sensazioni, gioie, felicità, sbalzi del cuore, risate mai dimenticate, momenti condivisi e fratellanza vera.
Tra marinai, quando non sai ancora dove ti porterà il vento, quando ignori tra quali tempeste andrai a finire insieme ai tuoi compagni.
Tu però sorridi con l’audacia propria della tua giovane età.
A braccia scoperte, con i muscoli a vista e il sole negli occhi, accanto ad un compagno, un collega e un fratello.

Dura fatica quella dei marinai, resa più lieve da quel senso di appartenenza difficile da spiegare.
E poi in ogni comunità ci sono sempre coloro che in qualche modo si distinguono, magari per il carattere o per la loro inconsueta capacità di coinvolgere gli altri facendo così svanire ogni malinconia.
Con un gesto scherzoso, con una risata aperta e fragorosa.

E il tuo lavoro ti sembra persino meno duro se lo affronti con questo spirito.
Insieme, vicini.
Mentre il sole scurisce le facce dei marinai e regala una ruga in più, passeranno gli anni e poi sarà persino bello saper rammentare quella fatica.

Ridere, lavorare, mai lamentarsi e mai perdersi d’animo, aiutarsi.
Esserci l’uno per l’altro, su una nave si è come in famiglia, si è tutti fratelli.
Poi scorreranno le stagioni e alla mente ti ritornerà quel momento preciso: la battuta di spirito, la leggerezza di saper affrontare ogni giorno nella maniera giusta.

Un battito, un’emozione, un tempo che ritorna.
E una testarda gioia di vivere per sempre impressa sulle facce di questi marinai.

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Chissà quali memorie di quei giorni conservarono le allieve della scuola di taglio, dalla professoressa Lilly si apprendevano lezioni importanti e non si trattava soltanto di imparare un mestiere, il più delle volte quella era anche una scuola di vita.
Amiche con il metro al collo e la mano stretta nella mano, in un momento così importante del loro cammino nel mondo.

Ragazze con il futuro tra le dita che agili si muovono sulle stoffe.
Una rivista, tante nuove idee e un domani da costruire.

Ritratte tutte insieme, in un momento gioioso di felicità e condivisione.
Quello là dietro deve essere uno dei maestri e compie quel gesto scherzoso, tra le fanciulle si intuisce amicizia e complicità, le due ragazze in ultima fila sulla destra mi sembrano a dir poco radiose nella loro disarmante semplicità.

E poi non ci sono solo le giovani allieve, in questa foto ci sono anche certe bimbette, una ha gli occhi chiari, le guanciotte tonde, un cappellino sulla testa, tra le braccia stringe una bambolina e tiene le dita intrecciate.
E dietro di lei c’è una bimbetta ancora più piccina, anche lei tiene in mano un giocattolino.

Amiche, ragazze, piccole donne.
Una ha al collo un ciondolo particolare e mi domando se sia ancora conservato con amore da qualcuno.

E c’è da dire che non tutti si divertono in questa circostanza: questo bimbo sembra proprio annoiarsi a morte o forse non gli piace proprio stare in mezzo a tutte quelle femmine!

E chi sarà la professoressa Lilly? Io presumo che si tratti della signora al centro della foto.
Paziente, preparata, a volte forse severa ma sempre amorevole, attenta e generosa, così sono le migliori insegnanti.

E il nome di colei che teneva questo corso di taglio non è una mia invenzione, lo si legge chiaramente su un cartello immortalato in questa fotografia.
E poi ancora altre bimbette con le loro bambole, sorrisi dolci, timidi e ingenui.

Era un altro tempo.
Lontano e diverso dal nostro, spesso più faticoso ma a volte molto più semplice.
Sorridono le giovani allieve: forbici, metro, stoffa e un sogno che ebbe inizio alla scuola di taglio della professoressa Lilly.

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Carnevale, tempo di maschere e di divertimento per i più piccini.
Un gioco, una magia che ti fa diventare qualcuno che non sei e la fantasia vola: puoi essere una damina oppure Pulcinella, Colombina oppure un paesano, un nobile o chiunque tu voglia.
E ogni anno a Carnevale, da che mondo è mondo, da qualche parte c’è un piccolo Arlecchino.
Espressione sveglia, un cappello con nastri e fiocchetti, la testolina con i ricci, gli occhi grandi e scuri.

Un piccolo Arlecchino che indossa un costume speciale, secondo me.
Infatti mi sembra che l’abito sia un gran lavoro di cucito, lo avrà fatto la sua mamma mettendo insieme tutti i pezzi di stoffa avanzati?
E sono scampoli di tutti i colori: rosso, giallo, verde e blu, sono stoffe a fiori e a quadretti, a righe e a pois, tante variopinte fantasie per il piccolo Arlecchino.
E sì, anche in questo caso si tratta di una piccola peste, ne sono sicura, in una manina stringe un biscotto e mi sono chiesta se fosse una piccola ricompensa per il tempo trascorso a fare questa fotografia.

La carte de visite è un po’ malconcia, sono passati tanti anni e qualcuno l’ha conservata come meglio poteva, tenendola da conto in un cassetto come memoria di un tempo felice.
Venne scattata presso Fotografia Pisana, lo studio del fotografo Vittorio Frediani a Sampierdarena e chissà quanti bimbi mascherati avranno posato per lui.
In piedi sulla sedia, con i sandaletti e i piedini uniti, nel tempo di Carnevale, un piccolo Arlecchino di Genova.

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La gioia di mamma era un piccoletto vivace e turbolento, aveva proprio l’argento vivo addosso.
E sì, basta guardarlo: il biondino doveva essere un tipo sveglio, chissà quante ne ha combinate con quell’espressione furbetta!
Un piccolo terremoto, la mamma doveva sempre corrergli dietro perché lui non stava mai fermo.
Eccolo lì sulla sedia.
La manina posata sul bracciolo, quel completo che immagino di celeste chiaro, i fiocchetti sul petto, i bottoncini tondi, i polsini e il colletto di pizzo.
E il cappellino sulla testa, certo!
Che dolcezza, la piccola peste era un bambino bellissimo.

E la sua mamma sembra piuttosto giovane e volitiva.
Ci sarà riuscita a non viziarlo quel tipetto lì?

La gioia di mamma, la gioia di tutta la famiglia e anche della nonna.
Quanto affetto e quante coccole, le attenzioni erano tutte per lui.

E quel piedino alzato in quella maniera?
Sarà una richiesta del fotografo? Non saprei dirvelo, io leggo in quella postura tutta l’impazienza dell’infanzia.
E dai, e quando finisce questa faccenda di fare la fotografia, voglio andare a giocare!
Ecco, semplicemente così.

La gioia di mamma amava la neve, le corse sui prati, le fiabe della buonanotte, forse aveva una palla, un cavallino di legno e un cerchio con il quale giocare.
Io non colleziono fotografie, più che altro trovo delle emozioni e le conservo.
Queste immagini sono state scattate da un fotografo di Zagabria, c’è una tenerezza immensa in questi ritratti.

Sorride allegro questo bimbetto, il suo sguardo è rivolto verso un luminoso futuro.
Era la gioia della sua mamma e spero che entrambi abbiano avuto in sorte davvero tanta gioia.

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Nel mese di Carnevale i bambini avranno tante occasioni per divertirsi, questo accadeva anche negli anni passati: sfilate, feste in maschera, giochi.
A Genova c’era l’usanza di organizzare un gran ballo per i più piccini al Teatro Carlo Felice, la maschere più belle si aggiudicavano gli ambiti premi: bambole, lanterne magiche, dolciumi e altro ancora.
E così sfogliando i giornali degli inizi del ‘900 si trova il racconto di quelle occasioni festose e c’è l’elenco delle maschere indossate dai bambini.
Ed ecco entrare lo gnomo e l’amazzone, la regina delle fate, lo stregone, il paggio, il contadino e il marchese, la piccola fioraia e la nobildonna genovese, la paesana e il torero.
Un giorno, a quel ballo partecipò anche una certa bambina: portava una gonna lunga, un grembiule orlato di pizzi, uno scialle annodato sul petto e indossava una parrucca di riccioli biondi.
Sotto al braccio teneva un cesto ricolmo di tante bontà e nell’altra mano reggeva canestrelli e reste, le celebri collane di nocciole: quella bambina era vestita da venditrice di noccioline e dolci e si aggiudicò il primo premio.
Quella bambina era la sorella di mia nonna paterna e possiedo la foto che la ritrae con quella maschera però la zia aveva il suo caratterino e so che non le farebbe piacere che pubblicassi la sua fotografia e quindi la terrò per me.
Nel tempo di Carnevale c’era anche quest’altra bimba, di lei non so nulla e non conosco il suo nome, mi sembra proprio che sia vestita da piccola olandesina.

E osservando questa immagine del passato mi sono chiesta se lei sia mai stata sul quel palco, al ballo dei bambini al Carlo Felice.
E chissà, avrà per caso conosciuto la zia?
E forse le due si sono trovate vicine, magari hanno riso insieme e chiacchierato.
Tu hai lo scialle, io ho il fiocco grande e colorato.
E ho un anellino al dito e la collanina che luccica, quella è importante.

Ed è un ricordo che resta: quando poi diventerai grande ti rammenterai di essere stata Colombina, uno dama del ‘700, una venditrice di canestrelli o forse una piccola olandesina.
Con lo sguardo dubbioso, rivolto al tempo che ancora deve venire.
In un altro tempo della tua vita, nel tempo di Carnevale.

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Lei sta lì seduta, sembra una piccina obbediente e docile, in realtà chissà se lo era davvero o se magari aveva un carattere turbolento.
Ha il visino dolce, lo sguardo intelligente, è bella come una bambolina.
Figlia unica? Io non credo, nella sua epoca erano comuni le famiglie numerose e forse lei fu semplicemente la prima di molti fratelli.
Io immagino che sia stata una bimba molto amata e vezzeggiata e forse avrà avuto uno di quei nomi romantici così in voga nel passato.
Si chiamava Isolina, Matilde o magari Clementina?
Io non so davvero nulla di lei ma per me il suo nome è Angioletta.
E cosa possiamo provare a immaginare su di lei?
Le piacevano i biscotti, amava mettere il ditino nello zucchero e tutte le volte che le facevano i boccoli lei si annoiava ed era impaziente di alzarsi dalla sedia.
Capelli neri, frangetta, occhi grandi e scuri.

I bottoni decorati, le applicazioni con i fiori e la sua mano così piccina.
La bimba con i capelli color dell’ebano sarà poi diventata una giovane donna affascinante e al suo anulare affusolato avrà portato la vera nuziale simbolo delle promesse di amore eterno.
E a sua volta anche lei sarà divenuta madre e forse avrà avuto una bimba così dolce e tenera.

Non è poi tanto semplice indovinare le vite degli altri, ho incontrato lo sguardo di lei al di là del tempo, oltre gli anni che ci separano: è rimasto su una fotografia di Giulio Rossi ed ho trovato in quegli occhi tutta la vivacità dell’infanzia, tutti quei sogni di fantasia.
Ed è lo sguardo di una bimbetta della quale non possiamo conoscere il destino, possiamo solo avere la speranza che il suo bel viso sia stato rischiarato da molti gioiosi sorrisi.

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La villa di Casella era immersa nel verde, la circondavano alberi rigogliosi e generosi di ombra.
E doveva essere il posto preferito dal patriarca: un luogo amato e molto caro, da sempre prescelto per le riunioni di famiglia.
Ricorrenze, compleanni e matrimoni, semplicemente la vita, momenti importanti durante i quali si costruiscono i ricordi e le memorie dolci che saranno a raccontate a coloro che verranno.
Lui, il nonno, si chiamava Ernesto, il suo nome è il solo scritto a tergo di questa fotografia.
Quanta vita attorno a lui: figli e nipoti ai quali lasciare preziosi insegnamenti.

E le ragazze, nella villa di Casella, tenevano tra le dita un fiore fragile oppure un grazioso ventaglio per farsi fresco in certe giornate estive.
E avevano sguardi sognanti e ingenui, erano bellezze semplici e per nulla artefatte.

Là, nel giardino della grande casa, c’erano panchine per godersi l’aria pura della campagna.
Quel giorno sul tavolo c’era un vassoio con una bottiglia di vino, una seconda bottiglia contenente forse acqua e un’alzata di vetro trasparente, così io mi sono chiesta dove siano finiti questi oggetti.
Il tempo posa il suo velo sulle cose e sulle esistenze, restano impresse sulla carta la disinvoltura della giovinezza, l’eleganza ed una certa fierezza.

Nella villa di Casella si arrivava con i mezzi dell’epoca.
E sapete, io sono certa che colui che guidava questo carro fosse in qualche modo parte della famiglia.
Li ha visti crescere tutti quei bambini e li ha veduti diventare grandi: lui c’era, lui c’è sempre stato.

E allora ci celebra questo instante con una lievità che è propria dei giorni felici.
Un sorriso, la bellezza di un momento gioioso e condiviso con le persone amate, in un luogo caro a tutti.

Non so dirvi nulla di questa grande casa, mi piacerebbe vederla e ritrovarla.
So soltanto che un tempo ci furono questi respiri, questi visi e questi sguardi, in un giorno da non dimenticare, nella villa di Casella.

Casella

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