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Posts Tagged ‘Fotografie antiche’

Dove ti ho già vista?
Mi trovo davanti il tuo viso giovane e sperduto e penso che io già ti conosco, ne sono certa anche se non saprei dire dove ti ho veduta, sarà una suggestione?
Forse la tua è una fisionomia comune per quel tuo tempo, sei una ragazza qualunque ed io semplicemente mi confondo.
Assomigli alle tue coetanee, ad altre ragazze come te.
Forse.
Osservo la tua acconciatura e mi sembra così complicata, come si fa a pettinarsi così, con le ciocche divise in quella maniera?
Seria, senza l’ombra di un sorriso.
Occhi chiari ed intensi, liquidi, occhi spalancati sul mondo.
Ed io dove ti ho già vista?

Porti un colletto di pizzo, sul tuo petto cade una sorta di fiocco, a me sembra di velluto scuro e ovviamente non sono certa che sia così.
Forse sei persino più giovane di quanto sembri, magari hai sedici o diciassette anni però ne dimostri di più, direi ventitré o ventiquattro, ecco.
Quindi, hai sedici anni e porti un fiocco di velluto scuro, poniamo che sia così.
E mi sovviene uno strano pensiero, rifletto sul fatto che ti sono estranee molte cose che per noi sono scontate, non saprei nemmeno da dove iniziare ad elencarle.
Hai sedici anni, porti un fiocco di velluto scuro, non hai mai bevuto una Coca Cola e non hai mai avuto un paio di jeans, tanto per dire.

Io però ti ho già vista e quindi ti porto con me, cosa ci fa la tua fotografia su una bancarella?
Non puoi stare lì, con quell’abito cosi grazioso, sai, non vorrei che si sgualcisse, sono delicate certe cose terrene.
E poi, come ti dicevo, mi sembrava di conoscerti e non mi sbagliavo, evidentemente.
Ti ho vista altrove e lì non sei più sola.
Un gesto affettuoso, tra amiche o sorelle, non so.
La fanciulla sulla destra porta quel vestito rifinito con una stoffa a righe, i polsini sono vezzosamente plissettati.
E poi tu, tu con quel fiocco di velluto scuro.

Ti ho riconosciuta, dopo.
Ho comprato queste fotografie di Giulio Rossi in due momenti differenti e forse le ho persino prese nelle stesso posto, a distanza di diverso tempo.
E c’eri tu, in entrambe le immagini.
Tu che hai sedici anni, forse.
E non ho saputo neanche immaginare il tuo nome ma ne ero certa, sai.
Tu sei tu ed io lo sapevo che in qualche modo ti conoscevo già.

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Nulla era stato semplice per lui, neanche gli inizi della vita, la sua crescita e i suoi primi passi nel mondo.
Nato in una modesta famiglia di pescatori, Agostino era stato un bambino gracile ed insicuro, era l’ultimo di nove figli ed era quello dalla voce flebile, quello che aveva dato pensieri per la sua salute fragile, quello che la mamma trattava come una creatura delicata.
Agostino, comunque, ce l’aveva fatta ad uscire indenne dall’infanzia ma se era divenuto un uomo solido e forte lo doveva in particolare a suo fratello Bernardo che aveva 15 anni più di lui.
Bernardo aveva un debole per quel piccolino, così se lo metteva sulle spalle e se lo portava con sé in barca, era stato lui ad insegnargli tutti i segreti e i misteri del mare.
E a trascinar reti e corde il bambino minuto era divenuto un uomo robusto e sicuro, nessuno ci avrebbe mai scommesso eppure era successo.

Giornate dure, notti insonni, fatica, lavoro, sudore.
E salmastro che brucia la pelle, argento di pesci guizzanti, interminabili notti di stelle e tempeste inquiete.
Era così diventato un uomo e si era costruito una nuova vita accanto ad Antonietta, la figlia del proprietario di un avviato negozio di pitture e colori in Via dei Giustiniani, una famiglia di persone oneste e rispettabili.
I novelli sposi erano andati ad abitare in Via delle Grazie, in un appartamento di proprietà dei genitori di Antonietta.

Il padre di lei, inoltre, aveva aiutato i due giovani ad aprire una bottega, quel negozio per gente di mare avrebbe sostentato Agostino e la sua famiglia.

Erano persone semplici e capaci di essere felici di semplici felicità.
Solo un’ombra velava la gioia di vivere di Agostino, a sentire il nome di Bernardo si incupiva e si chiudeva in un doloroso silenzio.
No, Bernardo non aveva visto i successi del suo fratello prediletto, Bernardo se ne n’era andato troppo presto in quel giorno fatale, sulla riva del mare, all’omaccione grande dalle mani grosse era scoppiato il cuore nel petto.
D’improvviso era crollato a terra senza più vita, si era accasciato sulle reti, tra lo stupore generale dei suoi compagni.
Ormai erano trascorsi tanti anni ma il ricordo di Bernardo era incancellabile e forse Agostino stava pensando proprio a lui in quella frazione di tempo, il tempo di una fotografia.
Eccolo Agostino, ha gli occhi persi in un pensiero a noi sconosciuto, forse nella memoria di giorni belli.

E altri giorni erano venuti, alcuni avevano portato ancora perdite e dolori.
Due figli nati morti, il terzo scampato ad un morbo letale visse soltanto pochi mesi, lo avevano chiamato Bernardo come quell’amato fratello perduto.
E Antonietta fiduciosa e dolente non aveva mai smesso di pregare la Vergine Maria perché le facesse la grazia di divenire ancora madre.
E poi erano arrivate le bambine, dono del cielo e di quella fede sincera.
La più grande, Maddalena, era una ragazzina solitaria, sembrava che avesse sempre la testa tra le nuvole.

Amava disegnare, con una matita tracciava i petali di armoniose corolle e foglioline dalle minuscole venature.
E così, quando il fotografo le aveva dato un mazzolino di fiori da reggere tra le mani lei lo aveva stretto come una piccola cosa preziosa.

Lavoro, fatica, bottega.
Giorno dopo giorno.
Grazie a questo la famiglia viveva ora in un certo agio, ci si poteva permettere di non aver preoccupazioni, almeno per quanto riguardava il proprio benessere materiale.
Ed era già una grande conquista, chissà come ne sarebbe stato fiero Bernardo, se solo avesse potuto vedere!

La secondogenita Carolina era uno spirito vivace e allegro, era una chiacchierina che non stava mai ferma.
Nei tratti somigliava tanto alla mamma, aveva la sua stessa dolcezza.

Era una bimba dal carattere gioioso e aveva una predilezione per certi vezzi femminili.

Nulla era stato semplice per Agostino, mai.
Una vita costruita con onestà e caparbia costanza, sempre pensando a un domani migliore e a un futuro radioso.
Questo è ciò che aveva saputo costruire accanto ad Antonietta, Maddalena e Carolina.
Se solo Bernardo avesse potuto vederlo, chissà quanto ne sarebbe stato orgoglioso.

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La storia che avete letto è un gioco della mia fantasia.
La persone che avete veduto sono ritratte in una foto che ora è di mia proprietà, non conosco i loro veri nomi e le vicende della loro esistenza.
E non so neanche di chi fosse quella bottega di cordami e reti da pesca, probabilmente non è nemmeno così antica ma l’insegna sbiadita ha il fascino dei tempi lontani.
Io amo immaginare le vite degli altri e coltivo sempre la speranza che siano state riservate a queste persone sconosciute più gioie che dolori.
Li ho pensati così, semplici e veri.
E questa per me è la loro storia, una storia di gente di mare.

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Alcuni libri sanno raccontare storie affascinanti e sanno portarti in un mondo che non hai mai veduto con i tuoi occhi: questo è uno di quei libri.
Gli autori sono due appassionati studiosi: la Dottoressa Elisabetta Papone, docente di Storia della Fotografia all’Università degli Studi di Genova e responsabile di DocSai (Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine di Genova) e il Dottor Sergio Rebora, storico dell’arte.
Vivere d’immagini, fotografi e fotografie a Genova, 1839-1926, così si intitola il loro pregiato volume pubblicato da Scalpendi Editore.
Tutto ebbe inizio con quella geniale invenzione capace di cambiare la nostra percezione del mondo e la nostra maniera di comunicare: la fotografia.

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Questo è un libro corposo e voluminoso, sono 352 pagine di pura magia, sapiente e approfondito è il saggio di Elisabetta Papone che vi farà scoprire la storia della fotografia in ambito genovese e le vicende degli studi fotografici di quell’epoca comprese certe usanze di artisti ora divenuti leggende.
Ricca e varia è la selezione di rare immagini antiche, alcune di esse provengono dall’archivio fotografico del Comune di Genova, molte invece appartengono a collezioni private e pertanto sono assolutamente inedite, su queste pagine troverete ritratti di celebrità e di persone sconosciute, panorami, foto di monumenti e vedute cittadine.
Un viaggio attraverso le immagini, un viaggio non certo privo di insolite curiosità.
Il volume è impreziosito da un’ampia sezione curata da Sergio Rebora, si tratta del repertorio biografico dedicata alle singole figure che a vario titolo operarono a Genova nel periodo preso in esame.
Un lavoro minuzioso ed attento, una paziente ricerca d’archivio che deve aver richiesto lungo tempo vista la quantità di dettagliate informazioni che troverete tra queste pagine.
Ne emerge un quadro affascinante, ci sono i celebri fotografi come Noack, Sciutto e Degoix ma sono presenti anche nomi meno noti al grande pubblico.
Ognuno di essi ha lasciato la propria visione del suo tempo e di quel mondo distante dal nostro, sono fotografi, dagherrotipisti, artisti e collaboratori minori di studi fotografici, ci sono persino i negozianti che vendevano materiali e apparecchiature per la fotografia.
Nell’ampia selezione fotografica non mancano alcune pagine dedicate ai dorsi delle fotografie, anche quella è una vera e propria arte, l’immagine che segue è il retro di una mia fotografia.

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Nella città che cambia, in quel mondo che con il progresso muta rapidamente il suo modo di vivere tutti desiderano possedere un ritratto: ecco così le carte da visite e intere famiglie in posa, ecco la fanciulla dai lunghi capelli ondulati e le elegantissime dame sedute una accanto all’altra.
Si potrebbe forse pensare che si tratti di un libro esclusivamente per addetti ai lavori, invece è un prezioso volume per tutti coloro che siano interessati all’argomento o desiderino avvicinarsi a questo tema.
E nella lettura vi si sveleranno davvero realtà curiose, ad esempio ho scoperto che già in quei tempi lontani c’erano donne fotografe: una di esse era una certa Teresa Bello, sul libro è riportata la sigla che lei usava per le sue fotografie e così ho persino scoperto di avere uno dei suoi ritratti.
E che dire di una certa Caterina Bracchi?
Nella sua particolare ricerca Sergio Rebora ha trovato notizia di una sua certa attività attiva intorno al 1870 sulla quale non vi svelerò nulla, sul libro sono riportate alcune righe della Gazzetta di Genova che mi hanno fatto letteralmente sognare.
Un libro che offre spunti e suggestioni a non finire, la mia breve presentazione non rende tutta la sua ricchezza, per certo so che un dettaglio non mancherà di colpire anche voi ed è l’ ineccepibile eleganza di questo volume.
Elegante, evocativa e garbata è la scrittura, raffinata è la qualità delle immagini, testo e fotografie si integrano in perfetta armonia componendo un quadro di rara bellezza.
Io ho acquistato Vivere d’immagini nella Libreria dei Musei di Strada Nuova ma potete comprarlo anche sul sito di Scalpendi Editore, a questo link.
Tra tutte le immagini presenti alcune hanno maggiormente suscitato la mia attenzione, tra queste due ritratti di una nobildonna, il suo nome è Camilla.
Ha un velo di pizzo, i capelli intrecciati raccolti sulla nuca, un abito scuro, la vita sottile, in una delle due fotografie è in posa accanto a dei vasi di fiori e guarda verso il fotografo.
Guarda verso chi la osserva.
Oltre il tempo e oltre la sua vita, oltre quell’immagine che ci restituisce il viso di lei, giovane donna di un altro secolo.

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Due immagini, lo stesso scenario e il medesimo fotografo, il celebre Giulio Rossi che lavorò anche a Genova nella seconda metà dell’Ottocento.
Di solito io prediligo i ritratti di donne immortalate con i loro abiti rifiniti di pizzi e trine ma in questo caso mi sono davvero incuriosita.
Stupore: ho trovato le fotografie di due fratelli gemelli, due giovani ritratti nel fiore degli anni, una piacevole coincidenza.
Uno di loro è un contadino, si direbbe un tipo semplice dai modi spicci.

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L’altro invece è un sacerdote.
E quindi sarà stato l’orgoglio di tutta la sua famiglia, una perla di ragazzo!

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O forse no?
Aspettate, osserviamo meglio.
Una volta posate entrambe le foto sulla mia scrivania ho notato alcuni dettagli.
Guardate anche voi: i due sembrano indossare scarpe identiche.

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Il giovane contadino porta pantaloni a righe, un gilet e una giacchetta, in vita ha una fusciacca.
E tiene in una mano un cappello piuttosto vistoso.

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Strano, il religioso sembra averne uno del tutto uguale, vedete?

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Ah, quanti misteri!
E poi mi è sorta una perplessità, bisogna sempre essere attenti quando si osservano certe immagini.
Ditemi, secondo voi un prete si lascerebbe la tonaca sbottonata in questa maniera?
Tenete anche conto che parliamo di un altro secolo, vi sembra possibile?

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Siamo sicuri che si tratti di due persone diverse?
Ho iniziato a dubitarne e quindi ho condiviso i miei pensieri con un amico collezionista, lui è così giunto alla logica conclusione e a dirvi il vero mi sembra l’unica interpretazione possibile: non si tratta di due fratelli, il ragazzo ritratto nelle due fotografie è sempre lo stesso e indossa abiti di Carnevale.
Che altro aggiungere? Io mi sono fatta una bella risata, ecco!
E mi sa che il giovin signore avrà sicuramente colto l’occasione per fare il cascamorto con qualche bella fanciulla, potrei giurarci.
E che abito avrà scelto ? Da rustico contadino o da prete devoto?
Non lo so davvero ma riporto qui le parole che mi ha scritto il mio amico a proposito di queste due foto, io le trovo perfette e penso che lui abbia ragione: è bello che alcuni misteri rimangano tali.

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Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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Sono bambini, semplicemente bambini.
E appartengono ad un altro tempo, i loro ritratti furono cara memoria per nonni e genitori, per lungo tempo queste fotografie forse furono riposte in un album o dentro ad una bella cornice, ricordo d’infanzia e di giorni felici.
E poi, per le misteriose vie della vita, i volti di questi bimbetti hanno incrociato il mio sguardo e così li ho portati con me, non potevo fare altrimenti.
Ad accomunare queste fotografie che fanno parte della mia piccola collezione sono alcuni particolari: ognuna è un ritratto, di nessuno di questi bimbi si conosce il nome e non c’è una data scritta a tergo.
Sono semplicemente bambini di un altro secolo e anche se tra loro non si conoscevano ho deciso di metterli uno accanto all’altro per presentarli anche a voi, con tutta la tenerezza che suscitano i loro visetti.
La prima di loro è una piccolina speciale, i boccoli le incorniciano il viso, porta un fiocchetto sulla testa e ad osservarla si comprende che ha carattere, doveva avere una certa grinta secondo me.

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A guardare queste immagini antiche mi sorge sempre un dubbio e non so mai trovare la risposta.
Come facciamo a indovinare i colori degli abiti?
Qui pare di scorgere una fantasia, la gonnellina è tutta pieghe e si intravede una giacchetta forse rifinita di pizzo e fermata dietro con un grande fiocco.

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La posa, nell’insieme, ha una grazia tutta sua: ve l’ho detto, per me lei è una bambina speciale.

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E poi lui.
Un visino senza tempo, cambiategli i vestiti e vi parrà un bambino della nostra epoca.
Timido, io credo.

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E ricordate le raccomandazioni del mio manuale di fotografia per dilettanti del 1910?
Le mani devono essere impegnate in qualche maniera e infatti il marinaretto se ne sta appoggiato al gozzo e regge in una mano il cappello della “Regia Marina”.
Cosa avrà fatto da grande?
E come si chiamava?
E quante delle mie domande non avranno mai risposta?

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Sapete cosa accade ad osservare questa antiche fotografie?
A volte sembra di scorgere delle somiglianze e dei tratti in comune, poi la logica ti porta a concludere che è improbabile che ci siano delle parentele.
Eppure tutti gli uomini con baffi importanti sembrano cugini, certe giovani donne sembrano sorelle, certe bimbe sembrano appartenere alla stessa famiglia: sono le fisionomie del tempo ad essere in qualche modo simili, alcune caratteristiche sono ricorrenti.
Da ultima ecco un’altra piccina, ha uno sguardo vivace e intelligente, in realtà secondo me avrebbe i capelli ricci ma glieli hanno spazzolati e quindi ora sembrano leggermente ondulati.

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Indossa, come si usava all’epoca, graziosi stivaletti con dei bottoncini.

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E mi ha colpita per una precisa ragione, a differenza di tutti gli altri lei cosa fa? Sorride.
Fateci caso, nelle foto d’epoca le espressioni sono sempre serie, vale anche per le immagini che avete veduto prima di questa.
Lei invece no, sorride.
E il suo sorriso è la pagina di romanzo ancora tutto da scrivere.
Ed è dolce innocenza e infantile spontaneità, un moto dell’animo che esprime così la sua semplicità.
Ed è il sorriso di lei, una bambina di un altro secolo.

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