Davanti al tuo mare

Ti ricordi?
Portavi una vestina chiara e leggera, avevi la frangetta e un grande fiocco sulla testa.
E stavi là, scalza, sulla spiaggia.
E ti ricordi com’era quella sensazione?
I sassi bruciavano per il sole e tu ti mettevi a ridere e intanto correvi a mettere i piedini nell’acqua.
Non avrai dimenticato mai, io credo, le tue titubanze e al contempo il tuo intrepido coraggio, erano per te i giorni della felicità e delle nuove esperienze.
Ti ricordi?
Ti hanno dato un salvagente e tu hai posato là sopra la tua manina.
Eri esile come un giunco, briosa come una pioggia d’estate, spontanea come un arcobaleno improvviso.
Eri timida anche, a guardarti io credo che sia così.
E forse poi sarà passato il tempo, tu avrai ripensato a te in quei giorni d’infanzia.
Portavi una vestina leggera e avevi tanti giorni davanti.
E sorrisi per rallegrarti, abbracci, dolcezze e sogni, sogni, sogni.
Ti ticordi?
Eri là, davanti al tuo mare.

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Ai bagni

E nel tempo di giugno si va ai bagni, l’acqua è ancora fresca e la spuma frizzante del mare fa tremare le caviglie.
Le senti le voci allegre dei bambini?
Corrono incontro all’onda tra le risate e si sfidano a chi si tuffa per primo, ognuno vuole essere il più temerario, così sarà anche molti anni dopo: la spiaggia è il luogo della libertà e delle spensieratezze.
Tra questi bagnanti, in questo altro tempo, c’è anche lei e questa è una fragile memoria di carta di questa signorina amata, così viene definita sul retro della fotografia.
Impacciata e non tanto disinvolta nel farsi ritrarre su questi sassi nel tempo d’estate, chissà quale spiaggia fu scenario delle sue timidezze.
Allora, in quei suoi anni, erano molto in voga le lunghe e ampie spiagge del ponente genovese, era una bella consuetudine andare a fare i bagni proprio sotto la Lanterna, in questa estate che verrà desidero dedicare spazio a certi stabilimenti balneari del nostro passato e quei giorni distanti.
Così ho deciso di iniziare da lei e forse qualcuno di voi potrebbe osservare che questa immagine è tutta rovinata e ha anche diverse macchie, certo non è la fotografia più bella della mia collezione.
L’ho scelta perché è il ricordo di lei: la signorina amata, ai bagni.
E ha una cuffietta in testa per ripararsi dal sole e con una mano sembra trattenere un lembo del suo pesante costume per coprirsi il ginocchio.
E ha gli occhi grandi, i lineamenti regolari, sembra così dolcemente imbronciata.
Nel tempo di un’altra giovinezza e di una diversa estate.

Domenica 19 Maggio 1912

Non poteva esserci altro giorno per presentarvi lui e lei, queste persone sono ritratte in questa posa garbata nel tempo di una diversa primavera a Genova.
Era il 19 Maggio 1912 ed era domenica: è una fortunata e piacevole casualità aver trovato questa fotografia, posso così pubblicarla ancora il 19 Maggio, ancora di domenica.
Era dunque una stagione come questa, era una giornata festiva da trascorrere nella quiete delle alture genovesi: lo scatto è di Luigi C. Thanhoffer, titolare di Fotografia Righi, il suo studio era situato là dove si arriva con la celebre funicolare e dove si gode di un magnifico panorama.
Così se ne andarono lassù anche costoro: lui ostenta una posa sicura, sfoggia un bel paio di baffi, una paglietta, ha un abito di buon taglio, cravatta e panciotto.
La moda femminile forse imponeva bottoni grandi, si notano chiaramente sulla giacca e sulla gonna di lei, lei che indossa anche un capello a larghe falde per ripararsi dal sole cocente.
E sbocciavano i fiori, gli uccellini cantavano, si libravano attorno le colorate farfalle.
E l’erba aveva quel profumo fresco di rugiada e di vita che si rinnova nel tempo felice che ritorna ancora.
E dovevano accadere ancora molte vicende che noi ora conosciamo: il nostro passato era futuro ignoto per queste persone.
Immagino che lo abbiano atteso, forse con trepidazione e con speranza, come tutti noi facciamo con i giorni che ancora devono venire.
Oggi ci voltiamo indietro e osserviamo lui e lei.
In quell’altro tempo, così distante, a Genova.
Era il 19 Maggio 1912 ed era domenica.

Cinque cuori

Un solo istante: cinque cuori e cinque battiti.
Un solo istante e una sola musica per tutte loro.
Una madre, seduta così composta, forse sembra persino severa e invece osservandola con attenzione si coglie tutta la sua vera dolcezza.
Tiene una mano posata amorevolmente sulla spalla di una delle sue bimbe, ha questa espressione paziente e calma, forse ha dei pensieri, forse sono più di quelli che sappiamo immaginare eppure lei ha coraggio e forza.
Ed è in posa con le sue quattro figlie, non so dirvi se siano le sole, in quel loro tempo le famiglie erano sempre così numerose.
Lei è seduta tra loro quattro, la ragazzina più grande le assomiglia tanto, due delle altre bimbe paiono invece avere il viso più lungo, forse hanno ereditato i tratti del papà.
Occhi e capelli scuri, timidezze di un altro tempo, sono bimbe semplici e obbedienti, non sono per nulla capricciose o pretenziose.
E la vita magari non è sempre stata facile per loro ma ci sono i cuori che battono allo stesso ritmo e questo fa tutta la differenza, sempre.
La fotografia che ritrae questo gruppo di famiglia è del fotografo Ferraris di Camogli e così io ho immaginato tutte loro in una di quelle case alte davanti alle onde che si frangono sotto la chiesa nel magnifico borgo ligure.
E ho anche pensato che questo ritratto sia stato fatto per il capofamiglia: papà lavora lontano e la fotografia della moglie e delle sue ragazze gli deve essere molto cara.
Poi le vite degli altri sono sempre misteriose ed è davvero difficile indovinare sensazioni ed emozioni.
Sono fanciulle di un’altra epoca con la loro cara mamma: cinque cuori che battono all’unisono.

Giorno per giorno

Ancora le lancette dell’orologio vanno all’indietro e ci portano in un altro tempo non così distante.
Lei ha questo sorriso, resta un po’ incerta o forse smarrita davanti a chi le scatta questa fotografia, memoria condivisa e ricordo di giovinezza.
Non è un’immagine pregiata, è una comune fotografia di una diversa epoca: è il ritratto in bianco e nero di una giovane lavoratrice in un momento che pare sereno.
L’insegna sulla porta poi si riferisce ad una celebre industria genovese e vi si legge: Dopolavoro Interaziendale Ansaldo – Sezione Annona.
La ragazza è esile come un giunco, ha i capelli mossi secondo la moda del suo tempo, le sue scarpe sono particolarmente femminili.
E c’è, nella vita di ognuno e anche nella vita di lei, la ricerca della stabilità e della tranquillità, il desiderio di costruire il futuro con la forza del presente e con il proprio lavoro.
Giorno per giorno, anche in tempi più complicati dei nostri.
Osservo lei, con la speranza nascosta che il suo percorso di vita non sia stato così accidentato ma luminoso e felice.
E lo stesso auguro a tutti voi, in questo nostro tempo in fondo non così facile: buon Primo Maggio a tutti voi.

Una giornata in famiglia

Furono ore serene trascorse nel cerchio degli affetti più cari, fu una giornata in famiglia da aggiungere all’album dei ricordi.
Con questa fierezza di giovane madre così orgogliosa del marito e della sua splendida prole, nel tempo a venire ci sarebbe stato modo di essere ancor più fiera di tutti loro.

Capelli scuri, un nastro di seta, l’abito a righine sottili e occhi grandi e pieni di sogni.
E tutta la vita davanti, ancora persino da immaginare.

Sguardi timidi di bimbi ed espressioni serie di giovani zie note per lo loro molte virtù, prima tra tutta la pazienza.
Le ragazze di quel tempo avevano quei nomi che non si portano più: Ada, Geronima o magari Fanny così si chiamavano certe fanciulle di tempi lontani.

E così si trascorrevano le giornate in famiglia, magari nella dolce frescura dell’entroterra, nel giardino della casa dei passatempi primaverili, là dove l’estate sa essere un dolce trastullo.
Si intravede, nei tratti dei visi e nelle espressioni, una certa aria di famiglia, accade così con certe persone, ti accorgi subito che c’è uno stretto legame di parentela.
E si resta, tutti in posa, per la fotografia.
E il capostipite, con la sua caterva di anni sulle spalle, ha questo aspetto così burbero ma poi, in realtà, doveva essere un cuor d’oro, sempre pronto a occuparsi dei suoi cari e a provvedere alle loro necessità.

In queste antiche fotografie la meraviglia è nei dettagli, in quelle minuzie del quotidiano colte per un puro caso da certi fotografi dilettanti.
Guarda, guarda bene.
E noterai il mezzo sorriso del ragazzo poco più che adolescente, l’espressione quasi sorpresa della giovane donna, il fare annoiato della bambina che pare avulsa nel suo mondo segreto, a lei non piace tanto stare con i grandi.
E poi la nonna con il suo atteggiamento quasi compiaciuto, lei è una donna di carattere, volitiva e assertiva, io la immagino fare lunghe conversazioni con il suo consorte e suppongo, lo dico con affetto, che sia lei ad avere quasi sempre l’ultima parola.
C’è qualcosa di bellissimo nel suo volto così espressivo e particolare.
A volte accade così: un’immagine è già un romanzo e tu devi soltanto leggere le pagine o magari provare a immaginarle.

Avvenne, da qualche parte, molto tempo fa.
E poi il fotografo disse che tutto era stato fatto e i bambini corsero via, gli adulti rimasero a parlare tra di loro, il nonno e la nonna andarono a mettersi seduti all’ombra degli alberi.
E la ragazzina che stava nel suo mondo segreto continuò a fantasticare di cose che non avrebbe mai detto a nessuno.
E per tutti, in modo diverso, fu una giornata da ricordare.

Una felicità straordinaria

E poi, in quel tempo distante, tu così fragile hai portato una felicità straordinaria.
Eri gioia ed eri vita, la tua mamma non poteva smettere di coccolarti e di stringerti al petto.
Così, nel tuo giorno speciale, tutta la tua famiglia si è riunita attorno a te e ognuno aveva per te una carezza, una parola dolce, una tenerezza solo a te destinata.
E in una circostanza di tale importanza i componenti della tua famiglia sfoggiavano le consuete eleganze, sui cappelli delle signore e signorine c’erano boccioli, piccoli fiori, fiocchi e piume.
E quanta fierezza sul viso di ognuno, eri orgoglio e nuovo amore.

Tu, con i tuoi vagiti, tu hai portato a tutti sorrisi e gaiezza.
Ed ecco quell’emozione amorevole e quell’autentica felicità, quanti sguardi dolci soltanto per te.
Le zie erano spensierate e allegre, la più giovane vestita di chiaro pare avere un sogno mai svelato in quel suo sguardo vago e in quella sua naturale delicatezza.
A osservarla con attenzione lei mi sembra un bellissimo mistero.
In quel giorno, nel giorno del tuo battesimo.

E sai come può essere strana la vita?
Te lo racconto o almeno ci provo, dai.
Dunque, tutto questo accadeva in un luogo che non conosco e c’era l’acqua che sgorgava come musica da una fontanella.
E due bimbe osservavano te e la tua bella famiglia, forse con una certa curiosità, magari ammiravano gli abiti e quelle eleganze così raffinate.
E poi c’era il fotografo che guardava voi, c’erano appunto quelle bambine e inoltre, con un notevole salto temporale donato da una magia del progresso, si sono aggiunti altri spettatori e questi siamo noi che guardiamo te in quel giorno e cerchiamo di immaginare quella bellezza.
Sono quelle cose che a spiegarle sembrano strane, lo so.

E non è finita, sai?
Là dietro, seduto pigramente su una panchina, in secondo piano, ecco un altro osservatore.
Sarà stato il papà delle bambine? Non saprei dirlo, di certo so che il suo mondo non era il vostro.
E accade così, in questo frammento di un giorno importante sono rimaste impigliate nella stessa immagine vite diverse.
In lontananza c’è quell’uomo corpulento con i baffi e un cappellaccio calcato sulla testa, in primo piano la giovane e leggiadra zia con i suoi incantevoli misteri, accanto a lei il capofamiglia, un gentiluomo che sapeva il fatto suo ed era di sicuro abile negli affari.
Mondi, vite, respiri.

E tu.
Nel cuore di ognuno c’eri tu.
Poi chissà se te lo hanno raccontato quel giorno lì.
Eri amore, eri vita che ritorna, eri un fagottino raccolto tra veli impalpabili.
Eri forza e fragilità insieme ed eri nei pensieri di ognuno.

Tu, con la tua tenerezza speciale, in un giorno che non si sa raccontare.
E comunque sai, in qualche modo c’eravamo anche tutti noi a guardarti e a emozionarci per i tuoi buffi sbadigli e per le ditina serrate in quei piccoli pugnetti.
Tu, nuova vita e nuova gioia, hai donato a tutti una felicità straordinaria.

 

La casa delle ortensie

La casa delle ortensie era in qualche luogo pacifico e silenzioso, doveva esserci un grande giardino e forse c’era un dondolo per le pigrizie estive, c’era un tavolo rotondo, una fontanella con acqua zampillante e un’aiuola con tenere margherite.
E c’era una scala di pietra circondata appunto da cespugli di ortensie, è il punto nel quale è stata scattato questo ritratto di famiglia.
Poi c’era tutto ciò che non possiamo vedere e che era racchiuso là, nella casa delle ortensie: un comò di legno scuro, una poltrona di vimini con un cuscino di velluto rosso, un pesante libro di geografia, un calamaio, l’inchiostro, un vaso di porcellana francese.
Un lume sempre acceso, nello studio del capofamiglia, un uomo dal portamento ritto e austero qui ritratto vicino a due dei suoi figli maschi.

Quella casa delle ortensie doveva avere molte stanze e armadi ricolmi di abitini chiari, sottogonne di pizzo, nastri bianchi, camiciole sottili, fazzoletti con le cifre.
E bambole, cerchi da far correre nelle strade ampie, passatempi per le ore del gioco e dello svago.
Le figlie femmine avevano i capelli a caschetto, la frangia, i fiocchi sulle scarpette, le calze bianche.
Incertezza e timidezza, tutta una serie di sensazioni che non si sanno spiegare.

Fratelli e sorelle, ognuno è una gioia, ognuno porta in dote una virtù diversa.
Braccia incrociate, un po’ di pazienza per questa storia della fotografia, un’esperienza da raccontare!
Un momento cruciale, poi da grande riguardarsi sarà pure un’emozione: una sorta di broncio, forse una certa sfrontatezza mista a una forma di esitazione.
Uno di quei momenti lì, ecco.

Poi ci sono sempre le cose che non puoi vedere e quelle che non puoi sentire.
La voci allegre, la ninna nanna per tutti, i girotondi in giardino, le corse giù per le scale, i quaderni con i compiti, le poesie imparate a memoria, i timori, gli abbracci e le dolcezze dell’infanzia.
E lo sguardo amorevole e paziente di una madre, gli occhi che ridono della bimbetta, la posa sicura del ragazzino.

Tutto questo accadeva il 12 Luglio 1916.
E c’era un giardino, c’era una scala di pietra e c’era un’intera famiglia, era il tempo del ricordo e della condivisione.
E il sole era caldo, in quello scorcio d’estate, in quei giorni fiorivano le ortensie.

Sei

Loro sono sei.
E questa fotografia è appena un rettangolino della dimensione di due francobolli, stava persino per perdersi nei meandri del mio portafoglio.
Loro sono sei, con la loro caparbia giovinezza hanno saputo sfidare il tempo.
Cinque ragazze e un ragazzo, lui sta lì seduto a terra e sorride appena, magari è il fratello di una di loro.
Su una spiaggia, da qualche parte.
Le ragazze poi, loro sono già un romanzo fatto di emozioni, ricordi di giochi nell’acqua, risate e abbracci.
Portano i capelli secondo la moda del tempo e per ripararsi dal sole li tengono raccolti in un fazzoletto, alcune lo hanno annodato sul davanti.
Le ragazze.
Una si volta indietro verso il fotografo, quasi fatale.
Una invece tiene gli occhi bassi, quasi distratta.
Due hanno un sorriso luminoso.
Una ha un asciugamano sotto il braccio, una indossa un capo fatto con una stoffa fantasia della quale vorrei indovinare i colori.
Le ragazze.
Che viaggio ha fatto la piccola fotografia?
È arrivata qui, ha portato questi sorrisi, quei giorni d’estate e la lievità degli istanti da ricordare.

La fierezza di Maria

Una donna, la sua storia: conosco davvero alcune cose su di lei e allora oggi è proprio il giorno giusto per narrarvi dei suoi tempi.
Il suo nome è il più semplice e diffuso, lei si chiama Maria.
E ha questa fierezza, nell’instante in cui qualcuno le scatta la fotografia memorabile.
Quanta vita vede ogni giorno Maria!
Le capita in sorte di essere donna in certi tempi difficili, è 1917 e il suo cammino si incrocia inesorabile con quello di molti suoi concittadini: alcuni hanno molti pensieri e preoccupazioni, forse Maria ha anche parole gentili per certe madri che cercano conforto.
Sono giorni complicati, i mariti e i figli sono lontani, si attendono con trepidazione le notizie dal fronte e si resta come sospesi in un’angosciosa attesa, in un silenzio terribile che si spera di colmare con un ritrovato abbraccio.
Aspettando il tempo futuro che sarà più luminoso anche per la nostra Maria.

Lei ha un compito importante, è lei stessa a scriverne sul retro di questa immagine che venne spedita da Sampierdarena, è datata 29 Febbraio 1917 e destinata a Ettore, una persona a lei cara.
Riporto qui alcune righe che Maria scrisse di suo pugno:

Ricambio i tuoi saluti da me e famiglia, ti mando questa mia fotografia perché vedi cosa faccio: sono bigliettaria del tram elettrico.

In quel periodo, nel tempo della I Guerra Mondiale, gli uomini partono per la guerra e così la Società U.I.T.E. (Unione Italiana Tram Elettrici) resta sguarnita del suo personale, i posti vacanti sono numerosi.
Pertanto, per supplire alle carenze di organico, vengono assunte le donne.
Ho trovato alcune notizie in merito in un mio libro dal titolo Trasporto Pubblico a Genova fra cronaca e storia di Elisabetta Capelli, Franco Gimelli e Mauro Pedemonte edito da De Ferrari Editore nel 1991.
In particolare si specifica che venne data la precedenza alle mogli o parenti dei tranvieri richiamati a combattere, queste lavoratrici seppero compiere al meglio il loro dovere e furono stimate e apprezzate dalla cittadinanza.
A guerra finita, tuttavia, gli uomini tornarono ai loro posti e le donne non vennero confermate, a questo seguirono proteste per l’ingiusta disparità di trattamento.
Tra queste bigliettarie, in quel tempo diverso, c’era anche Maria.
E quanta vita vedeva ogni giorno, quante storie saranno rimaste impresse nella sua memoria.
Al lavoro puntuale, con la sua tracolla e con gli attrezzi del mestiere, nella mano stringe la pinza obliteratrice.

Maria la bigliettaria doveva essere molto orgogliosa di se stessa, lo si vede dal suo sguardo e dal suo portamento.
Ritta con la sua divisa grigia, i capelli raccolti sotto la cuffia, seria come si conviene.
E sarà un caso ma ho trovato questa fotografia giusto pochi giorni fa e ho così romanticamente pensato che  fosse giusto ricordare Maria proprio nel giorno dedicato ai diritti delle donne.
Lei che fu una giovane lavoratrice all’avanguardia, lei che vide tutta quella vita, sui tram elettrici che attraversavano le strade di Genova.
Con questa tua fierezza, in ricordo di te e del tuo valore, cara Maria.