Ricorderai

Ricorderai il calore dei sassi sotto i piedini per il sole dell’estate.
Ricorderai la spuma del mare sulle caviglie, l’onda sulle tue ginocchia bambine e il passo un po’ esitante e incerto per il timore di scivolare.
Ricorderai la tua gioia, le piccole conchiglie racchiuse nella manina, i pesci guizzanti e sfuggenti.
Ricorderai il tuo fratellino, complice compagno di giochi e di guai.
Ricorderai la figura sottile di tua madre seduta sullo scoglio in paziente attesa del tuo ritorno.
Ricorderai il suo viso dolce e rassicurante, lo sguardo limpido che ti insegnò in quale maniera guardare il mondo.
E poi le tue braccia spalancate, la tua risata fragorosa, un tuffo in mare, il bruciore negli occhi, trattieni il fiato, riemergi e respira.
E ancora ricorderai le voci sulla spiaggia e una sola chiama te, è la voce di lei che ti attende a riva.
Ricorderai, nel tempo che verrà, forse proverai a raccontare quei giorni della tua infanzia e ti sembrerà di non trovare mai le parole giuste.
E chiuderai gli occhi, sorriderai, ti batterà forte il cuore.
E ancora una volta ricorderai.

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Estate in campagna

Estate in campagna, è il tempo di momenti gioiosi che poi diverranno teneri ricordi.
Ha quel sapore lì la nostalgia, ti prende in un momento in cui tu non sai come affrontarla e ti porta indietro, ai giorni che hai vissuto.
Il tempo scorre, scivola via veloce e tu a volte vorresti poterlo fermare ed essere ancora la ragazza che sorrideva al fotografo in quel giorno d’estate.
Ed era caldo, avevi il tuo abito leggero con il tessuto in fantasia, quello con la gonna ampia.
Indossavi anche il tuo luminoso sorriso ed eri speciale, ti sentivi anche così.
Tutte insieme in estate, in campagna.
Lanciavate i sassi nell’acqua gelata e ridevate di gusto mentre i sassi andavano a fondo facendo quel suono che si affievoliva fino a scomparire.

Una giornata felice che racchiudeva promesse e tante speranze, c’era un futuro da immaginare e c’erano vite da costruire, sogni da far divenire solide realtà.
E sorrisi, sinceri e aperti, visi puliti.
E acqua e sassi, in un giorno d’estate.

Un’immagine cara di te, il tuo sorriso e i il tuo volto di ragazza, accanto a persone amate.
E chissà se i tuoi desideri di allora sono stati esauditi e se la vita è stata gentile con te.
Tu comunque hai fatto del tuo meglio, hai vissuto ogni istante con entusiasmo e sei sempre rimasta fedele a te stessa, in fondo sei rimasta la ragazza che eri.
Come in quel tempo lontano, quando le vostre figure si riflettevano nell’acqua tremula.
Era un giorno d’estate, a Gattorna, nel 1930.

La ragazza con la bicicletta

Le scarpe bianche con il tacco basso, il piede sul pedale.
La camicia in fantasia con le maniche ampie e stretta sui polsi, le mani saldamente posate sul manubrio, il tuo breve viaggio che sta per iniziare.
I capelli folti e ribelli sotto al cappello, quella visiera sarà sufficiente a ripararti dal sole?
Gli orecchini ai lobi, un vezzo irrinunciabile.
La gonna alle caviglie, una balza che svolazza mentre tu pedali.
E l’aria sul viso, poi chiudi gli occhi e respiri.
E ridi anche, sei felice.
Felice, per davvero, si può esserlo anche solo provando la vertigine della libertà.
Ed è molto più facile andare in bicicletta indossando i pantaloni, ci hai mai pensato oppure un’idea così balzana non ti è mai passata per la mente?
Pedali su un lungo viale all’ombra dei tigli, a volte invece vicino al mare, ti lasci alle spalle il tempo trascorso, la casa alla quale ritornerai, dimentichi le tue preoccupazioni.
Respiri l’aria fragrante di agrumi, ti perdi nella tua indipendenza e non senti neppure la stanchezza, hai tutto il vigore della tua gioventù.
Tu, i tuoi giorni, la tua libertà e la tua bicicletta.

Tutto questo amore

E c’era tutto questo amore e fluiva davvero in ogni respiro.
Ed è rimasto negli sguardi e nelle parole che non possiamo sentire, nel batticuore che ha accompagnato i momenti importanti.
Quei passi nel cammino della vita compiuti insieme: una nuova casa ed un corredo candido per la sposa, le iniziali ricamate sulle lenzuola e la Bibbia sul comodino, un crocefisso appeso al muro, una zuppiera sul comò e un quaderno per i conti della spesa.
La nascita dei figli, il lavoro, le quotidiane fatiche e le piccole gioie conquistate.
Soltanto la bellezza della vita condivisa in ogni istante, in fondo.
E loro sono giovani e sono così semplici, hanno facce pulite, oneste e sincere, hanno la verità negli occhi.

Questa è una delle foto che maggiormente suscitano la mia commozione, proprio per quell’autentica innocenza e per quel senso di armonia e di affetto che ancora giunge a noi solo guardando questi due sposi.
E i gesti poi a volte sono anche più eloquenti delle parole.
Certo, sarà stato il fotografo Giulio Rossi a suggerire la postura e la posizione di entrambi, con la dovuta pazienza avrà composto il quadro perfetto.
Eppure guarda, la mano di lui posata sul fianco di lei racconta un sentimento vero, è un gesto di protezione, accudimento e cura.
Ed è tutto questo amore, niente altro.

E poi gli anelli dorati, le dita che si sfiorano, i cuori che battono all’unisono.
I nomi che non conosci, le parole che non hai sentito e che nessuno ti può riferire, frasi sospirate e sussurrate con una dolcezza nascosta.
C’ è qualcosa di sacro nelle emozioni e nella felicità, fanno vibrare l’anima e donano bellezza alle nostre le vite.
E così fu per loro, io ne sono certa, loro che hanno negli occhi tutto questo amore.

La forza di una madre

Buona e affabile, severa ma giusta, sempre paziente e pronta ad ascoltare, una madre a volte disposta anche a nascondere le sue preoccupazioni.
Ed eccola vicina alle sue ragazze, ad ognuna di loro ha trasmesso il suo senso di generosità e la sua modestia, ad ognuna di loro ha insegnato la buona educazione, il ricamo a punto intaglio e certe filastrocche mai dimenticate.
Per ognuna ha preparato un corredo, ad ogni figlia ha destinato uno dei suoi anelli.
E non si risparmia, da madre amorevole e protettiva.

E poi, in certe famiglie numerose, a volte il primogenito segue le tracce paterne, raccoglie un testimone e magari porta avanti un’attività che con gli anni è divenuta fiorente.
Fratelli e sorelle, ognuno è una speranza e un pezzo di cuore.

E poi c’è la più piccina, è timida e coccolata da tutti, lei è la gioia dei suoi genitori.
Manco a dirlo, tra tanti figli uno solo è il più irrequieto ed è vero, porta l’abito dei giorni di festa con quel grande fiocco sul gilet, ostenta pure una certa sicurezza.
E poi ha quel sorrisetto, lui è quello che fa sempre disperare la mamma, fa i dispetti alla sorellina e ne combina di tutti i colori.

E lei, la mamma, lo riprende con la sua dolce pazienza, poi lo coccola, a volte sembra quasi che lo vizi un po’ ma in realtà è semplicemente affettuosa come è sempre stata con tutti i suoi figli.
Con costanza e abnegazione, con i suoi piccoli eroismi quotidiani e senza paura, unica e speciale, con la forza di una madre.

Costruendo il futuro

Ritorna davanti ai nostri sguardi un’immagine che viene dal passato e racconta di fatiche e sudori, forse di insperate conquiste e di grandi cambiamenti.
Non conosco il luogo e la data di questa fotografia, sullo sfondo ci sono alcuni spettatori, non so se anche loro abbiano partecipato a questi lavori che si effettuavano per costruire chissà quale edificio.
Mattone su mattone, pietra su pietra, con dedizione.
E c’è un giovane uomo che ha davvero dipinte negli occhi la sua determinazione e la sua voglia di fare.
Lui è uno che ha la testardaggine di voler cambiare il mondo, per lo meno il suo mondo.
Un gilet, una sciarpa intorno al collo, un cappello calcato sulla testa.
E la fierezza, quella la condivide con i suoi compagni di lavoro.

Quindi.
Ti sporchi le mani, ti spezzi la schiena, magari la tua paga non è neppure tanto alta.
Guadagni quello che meriti?
Vivi nella maniera che desideravi?
Comunque vada tu sorridi perché nella vita sorridere conta quasi quanto respirare, è una diversa forma di speranza.

Spatole, mazze, secchi e mattoni e nella foto c’è persino qualcuno che non dovrebbe essere in mezzo ai grandi.
Lui ha l’età per giocare a nascondino e per andare a pescare, dovrebbe andare in giro a fare scorribande in bicicletta e poi ritemprarsi con una buona merenda a base di pane e marmellata.
E forse si è solo fatto ritrarre con i compagni di lavoro di suo papà, mi piace pensarla così.

Pietre, mattoni, polvere, sudore.
E fatica, tanta.
E saggezza, esperienza, trucchi del mestiere che quelli più grandi insegnano ai più giovani.
E umiltà, sempre.

In un giorno qualunque, in un tempo di giornate forse tutte uguali.
Pensando sempre al domani.
Costruendo una solida casa, costruendo i giorni del proprio futuro.

Bambini di un altro tempo

Ci sono fotografie che raccontano in quale maniera si diventa grandi, il cammino non è per tutti uguale, per alcuni è più difficile e per altri, invece, può essere semplice e piano.
Questa foto di gruppo viene da un altro tempo e ritrae bimbi di diverse età e si notano bretelline, frangette, riccioli scomposti, grandi fiocchi e facce imbronciate.
Forse a tutti era stato detto di essere buoni e obbedienti mentre il fotografo Andreata scattava questa fotografia.
E loro, i bambini, hanno fatto del loro meglio, come sempre.

E mi pare di scorgere qualche somiglianza, la ragazzina più grande sembra essere una protettiva sorella maggiore.

Niente sorrisi, visini seri e persino un po’ ombrosi.
Le mani aperte sulle ginocchia, l’abitino a quadretti, gli occhi sgranati e smarriti.
La prima bimba a sinistra, la biondina con i capelli raccolti in una coda, non è figlia unica.

Eccola lì seduta per terra la sua sorellina minore, è quella sulla destra, le due portano vestiti fatti con la stessa stoffa, hanno la stessa espressione negli occhi e pure lo stesso stesso nasino.

Funziona sempre così nelle foto di gruppo: i piccoli stanno davanti e seduti per terra, i più grandi in ultima fila in piedi insieme agli adulti.
E a volte in certi sguardi si scorgono rigore e severità, sembra non trasparire quasi nessuna dolcezza, credo che questo accada perché noi non sappiamo guardare bene o forse siamo abituati ai nostri atteggiamenti spigliati davanti a una macchina fotografica.
E invece se guardate con attenzione vedrete che la bimba piccina stringe le dita della donna alla sua sinistra e in quel gesto c’è tutta la tenerezza che le parole non possono descrivere.

Certe fotografie raccontano di quaderni a quadretti, di paginate di aste, di letterine di Natale, di matite colorate e di filastrocche in rima da imparare a memoria.

E poi nelle fotografie di questi giorni lontani c’è sempre qualcuno che attira maggiormente la mia attenzione, magari per la gestualità o per una particolare espressione.
Ed eccolo qui, lui un marinaretto un po’ irrequieto, deve essere uno di quelli che non stanno mai fermi e che alla prima occasione ne combinano di tutti i colori.
Insomma, un adorabile bambino terribile!

E che dire del piccoletto seduto per terra che è tutto preso a rimirare la sua tazza?
Non gliene importa proprio niente di quello che accade attorno a lui!

Fiocchi, sorrisi, sogni, dubbi, calzini corti ed incertezze, scarpette con il passante e pianti a dirotto, camiciole candide e risate rumorose.
Cose di bambini di un altro tempo.
Con un destino da scrivere, giorno dopo giorno.

Tutti insieme per la fotografia, imparando a diventare grandi.

Una giornata da ricordare

Fu una giornata da ricordare, un tempo di emozioni intense e tanto attese e quando giunse il momento di mettersi in posa per la fotografia di rito davvero sembrò che ogni cosa fosse al suo posto.
Bianco, bianco niveo e candido.
Bianco di veli leggeri, di pizzi fastosi, bianco di bottoni di madreperla, di passamanerie e di piccoli fiori minuti sopra il cappello vezzoso.

Un istante da conservare, memoria bella e commovente soprattutto per la più piccina.
La scena pare essere tutta sua, lei è ritratta tra le donne adulte e si direbbe che questo sia il giorno della sua prima comunione.
Seria, trattiene in respiro, non fa un sorriso.
Lei è una bambina grande, del resto, lei si sente così.
Immobile, buona e composta, accanto alla sua giovane zia.

E poi pizzi francesi, maniche a sbuffo, nastri, candidi guanti a coprire la pelle chiara, un’armoniosa e perfetta postura.

E poi.
E poi la nostra bambina non era figlia unica, a quanto pare.
E d’altra parte si può anche capire tutta questa noia del tempo delle cerimonie quando vorresti soltanto correre e giocare e invece ti tocca startene lì con l’abito elegante perché ti hanno detto che si fa così e basta, non si discute.
Nasce così un moto spontaneo di disobbedienza, nell’espressione impaziente e persino in quel gesto scomposto e ribelle: la mano appena infilata nella cintura.
E c’è un romanzo tutto da leggere in questo sguardo, è la sfrontatezza innocente dell’infanzia.

Poi il tempo svanisce, resta il ricordo di te e della tua sorellina.
Tra la mamma e la zia, memoria di giorni bambini al tempo delle raffinate eleganze.

Tre sorelle

Tre sorelle, tre ragazze alle quali vorrei porre tante domande e mi piacerebbe conoscere le loro risposte.
Un respiro trattenuto, le stecche del busto che stringono, un vitino di vespa.
E tu.
Gli orecchini piccoli, gli occhi ingenui, neanche l’ombra di un sorriso.
E vorrei sapere di quale colore era quel tuo abito, secondo me era bordeaux con decorazioni di pallido beige ma in realtà non posso saperlo, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E di voi una sola è la più paziente e la più quieta, una ragazza dal carattere schivo.
I bracciali ai polsi, un colletto di pizzo delicato, le maniche ampie.
E quello sguardo impenetrabile, forse c’è anche un po’ di timidezza in te eppure io non sono in grado di poterlo sostenere, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E una tiene un volumetto tra le mani e sembra che stia leggendo ma magari invece è solo un romantico inganno del fotografo che l’ha ritratta in questa maniera per rendere più interessante e particolare l’immagine.
Eppure sai, tra le altre cose, mi resta la curiosità di conoscere il titolo di quel libro, magari è un celebre romanzo e allora io e te potremmo quasi avere qualcosa in comune.
Eh, ma io non posso tirare a indovinare, lo sai, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle, forse erano di Savona, il fotografo che le ritrasse nel fulgore della loro giovinezza era di quella città.
Ed io non saprei proprio dirvi nulla di loro, ho solo pensato, come spesso mi accade, che per qualche istante loro tre sono tornate ad essere le ragazze che erano un tempo.
Riflettete, quanti giorni, mesi e anni ci separano da loro?
E voi tre, ragazze di un altro secolo, avreste mai potuto immaginare che un giorno qualcuno avrebbe ammirato il vostro vestito elegante, la vostra pettinatura garbata, i piccoli gioielli che vi erano cari?
Il tempo è trascorso ma siete ancora voi, proprio come allora.
Tre sorelle, ancora insieme, tre ragazze con la testa piena di sogni.

Giacomo Costa: l’America in 3D 1924-1931

Un viaggio non termina mai se lo sguardo sa divenire memoria del proprio vissuto, un viaggio a volte resta nell’album dei ricordi che costituiscono l’esperienza di una persona, tutti noi abbiamo momenti preziosi da conservare e condividere con le persone che amiamo.
Nel tempo che era un altro tempo nacque un album dei ricordi che oggi anche voi potrete sfogliare: appartenne a Giacomo Costa, membro della famiglia di armatori legata a doppio filo alla storia di Genova.
E allora immaginate lui: Giacomo è giovane ed entusiasta, ha 28 anni e parte alla volta dell’America, lo scopo del suo viaggio è l’esportazione dell’olio d’oliva, sarà negli Stati Uniti per due lunghi periodi, nel 1924 e nel 1931.
E poi, il viaggio è vita, scoperta, nuove prospettive, emozioni.
Giacomo Costa ama la fotografia, nel corso di quei viaggi e durante tutta la sua vita il suo sguardo fisserà istanti, luoghi, sorrisi di bimbi, momenti del quotidiano, frammenti di vita.
Quel suo album dei ricordi è composto da 2000 preziose lastre fotografiche conservate da suo nipote Eugenio che come il nonno ha un talento innato per la fotografia e anche un grande amore per Genova.
Si deve proprio al fotografo Eugenio Costa la mostra allestita a Palazzo Grillo in Piazza delle Vigne fino al 28 Aprile e visitabile ad ingresso gratuito dal mercoledì alla domenica dalle 16.00 alle 20.00.
Giacomo Costa – L’America in 3D 1924-1931 è un’esposizione che ha un’alta cifra di fascino perché vi trasporta davvero in un’altra epoca.

Che America è quella narrata da Giacomo Costa?
È scorci in bianco e nero, bandiere e una scenografica parata, vedute di grattacieli e di persone ritratte mentre camminano sotto a un altro blu.
Troverete appese alle pareti alcune stampe ma Eugenio Costa vi racconterà che suo nonno Giacomo non stampava mai le sue fotografie, lui sfogliava il suo album dei ricordi con il Taxiphote, lo speciale visore che consente la visione delle lastre restituendo le immagini in 3D.
Ed è quello che farete anche voi, vedrete le fotografie di Giacomo Costa con l’apparecchio che lui stesso usava.

Giacomo Costa conservava le sue fragili e preziose lastre fotografiche in un mobile dai molti cassetti, in ognuno di essi ancora adesso sono racchiuse quelle sue memorie.
E non c’è soltanto l’America, ci sono anche i ricordi di famiglia e le comunioni, le gite estive e giornate al mare, i bambini in fila e le foto delle nozze, i sorrisi amorosi di giovani mamme e gli svaghi di spericolati sportivi con attrezzature da sci per noi improbabili.

E la magia del 3D restituisce immagini vere e reali, sembra di essere davvero in quei luoghi e in quell’America narrata da Giacomo Costa con le immagini.
Al parapetto, mentre davanti si stagliano i grattacieli di New York.
Sul ponte, ad osservare tre bimbetti americani che corrono a perdifiato tenendo al collo i pattini.
Sulla nave, quando il fotografo cattura lo sguardo di altri viaggiatori e quello di un altro fotografo.

E non so descrivere lo stupore che suscitano le immagini in 3D, tra le altre cose ad incantarmi è stata una fotografia di famiglia.
Si vede una lunga tavolata, è la prospettiva di un pranzo elegante con porcellane, argenterie, cristalli e garbate eleganze negli abiti e nei gesti.
Ed è come essere lì, insieme a loro, è talmente reale da lasciare senza parole.
E infatti mi è venuto da esclamare questa frase: sono a tavola con loro e non ho il vestito adatto!
Che grande invenzione la fotografia!

E quanta bellezza c’è nel desiderio di condividere questi ricordi di casa e di vita?
Se andrete a vedere la mostra potrete ascoltare i racconti di Eugenio Costa, sarà lui a parlarvi di suo nonno e del suo patrimonio di immagini.
Lo fa con autentico affetto e con stima vera per il nonno e per il suo talento, con il desiderio sincero di narrare la maniera speciale di Giacomo di guardare il mondo.

E sapete una cosa?
Mentre osservavo quelle fotografie di Giacomo Costa mi è venuto in mente un libro che amo tanto, quelle pagine raccontano una certa idea di America, narrano un viaggio molto diverso da quello compiuto da Giacomo ma del resto ognuno di noi ha la propria America, da quale parte.
E i libri, a volte, parlano di tutti, a volte raccontano qualcosa che tu non sai essere tuo, eppure magari invece ci sei proprio tu in quelle righe.
O forse no, è chiaro che ognuno di noi può saperlo solo per se stesso, io non ho mai conosciuto il nonno di Eugenio Costa, ho soltanto visto le sue fotografie.
Eppure, mentre guardavo le sue lastre mi giravano in testa queste parole e allora voglio metterle qui, insieme a una delle immagini che anche voi potrete vedere, viaggiando nei viaggi compiuti da Giacomo Costa.

“Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno.
E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.”

Alessandro Baricco – Novecento