Primavera al Righi

E venne il tempo di primavera, stagione dolce e così generosa di tante bellezze.
Ancor più gradevole il clima è là sulle alture dalle quali si ammira tutta Genova, sul Righi dove si respira aria fresca e pura, là si passeggia mentre le cime degli alberi ondeggiano sospinte da brezza lieve e il sole ristora e conforta.
Per alcuni sono istanti da ricordare e allora ci si mette tutti in posa davanti al fotografo Luigi Tanhoffer, sarà lui ad immortalare questo momento cosi speciale.
Generazioni diverse, l’impronta dello stesso sorriso.
L’eleganza fastosa dei cappelli, i pizzi ricercati, la postura aggraziata, il gesto volitivo della donna più giovane che regge in quella maniera quello che sembra essere un parasole.
E lo sguardo di lei, saldo e sicuro, c’è tutto un mondo di incrollabili certezze in quei suoi occhi.

In un tempo che non so c’è anche un gentiluomo seduto su una bella sedia di legno, egli stringe in una mano un bastone da passeggio, sfoggia baffi curatissimi e trovo che abbia una certa saggezza dipinta sul volto.
E che stile sofisticato, in un giorno distante là sul Righi.

E poi i pensieri, a volte, vanno via.
Volano verso i desideri nascosti, si impigliano nelle speranze inespresse, vagano nei sogni da far divenire realtà.
E denso di questa bellezza è lo sguardo della signorina con il cappello a tesa larga, così perduta nella sue divagazioni di fantasia.

Era un tempo del passato e a me piace credere che fosse una luminosa giornata di primavera.
Lassù, nella dolcezza del Righi.

Ragazze così

Ragazze così.
Sorridono, portano la frangetta messa di lato, hanno i capelli morbidi e mossi.
Due di loro sono poco più che bambine, forse sono le sorelle minori delle ragazze più grandi.
Ragazze così, un grande fiocco, una taschina sul petto, gli abiti semplici.
Sguardi puliti, pose garbate, atteggiamenti ritrosi.
Ragazze così, simili a molte altre vissute nella loro epoca, diverse a loro modo dalle ragazze di adesso.
E ognuna coltiverà la propria ambizione, il suo sogno segreto, forse una sarà maestra e l’altra diverrà sarta, forse ognuna di loro nasconde nel cuore un’aspirazione che non sappiamo indovinare.
Ragazze così, saranno mogli e madri, saranno donne adulte in un periodo dalle molte difficoltà, dimostreranno ammirevole forza, coraggio e tenacia.
Tireranno su i loro bambini con amore e saggezza, racconteranno ai loro nipoti le memorie delle loro vite.
Quei ricordi, quelle parole affidate da una generazione all’altra saranno un’eredità grande e preziosa, da custodire con cura.
Troviamo i loro sguardi in una vecchia fotografia, suscita tenerezza la loro dolce ingenuità.
Sono ragazze così, speciali e uniche, nel tempo della loro primavera.

Voi sei

Non eravate certo un’eccezione, non era poi così raro e difficile trovare famiglie numerose come la vostra.
Ecco qui voi sei.
E per qualcuno voi sei eravate speciali, proprio come sempre accade: ogni bambino che passa nel mondo e diventa grande sotto gli sguardi di mamma e papà è una benedizione e una nuova gioia, ciascuno è semplicemente unico.
Voi sei: siete nello studio di un fotografo di Sestri Ponente, così io immagino che sia quello il luogo dove siete cresciuti tutti.
Voi sei.
Sei cucchiaini, sei favole della buonanotte, sei baci in fronte, sei camicini bianchi.
Sei pianti, sei paia di scarpe, sei sorrisi, per sei volte la prima parola è mamma.
Voi sei.
La più piccina sta al centro, con l’abitino bello e le manine posate sulle ginocchia, l’espressione incerta e un po’ imbronciata.

E poi ci sono tutti gli altri.
La sorellina più grande, capelli mossi e sciolti, una croce luccicante sul petto e quel gesto così amorevole del fratello più grande: la mano sulla spalla.
E tutto racconta di complicità, senso di protezione e affetto reciproco.
Senza fine.
Per sempre.

Lo stesso gesto è compiuto dalla più grande tra le sorelle, anche lei tiene la sua mano sulla spalla del fratellino più piccolo.
Poi lui ha quella faccia lì un po’ da peste, con l’espressione a metà tra la sorpresa e l’impazienza.
Guarda il fotografo e ha quella vivacità negli occhi, non so dirvi se gli piaccia questo gioco o se non veda l’ora di scappare via.

E ancora ecco i ragazzini più grandi: capelli a spazzola, un fiocco grande sul petto e tutta la vita davanti.
E la sorellina giudiziosa e riflessiva, anche lei porta una piccola croce al collo ed è sempre lei ad aiutare per prima la mamma.

Vestiti a quadretti, stivaletti con i lacci, un destino comune.
Ricordi condivisi, piccoli segreti e sogni.
E occhi così spalancati sulla vita che verrà.
Eravate proprio voi, unici tra tutti: voi sei.

Febbraio 1923 al Colle della Maddalena

Era un giorno di febbraio del 1923 al Colle della Maddalena.
Non saprei dirvi se la bianca visitatrice abbia colto di sorpresa questo gruppo di amici, certo è che nessuno di loro sembra avere l’abbigliamento adatto per una passeggiata sulla neve.
Ecco quindi la bella compagnia: le signore hanno quella certa allure tipica di quel tempo andato, stile e ricercatezza non mancano neanche ai gentiluomini.
Cappotti pesanti, cappelli, bastoni da passeggio e tutti in posa per la fotografia.

Un signore in giacca e cravatta se ne sta seduto per terra senza battere ciglio, in questo giretto sulla neve ha portato con sé il suo amico a quattro zampe, dietro di loro un’allegra ragazzina sorride spontanea al fotografo.

E che dire di colui che ostentando una certa disinvoltura se ne sta lì nella neve?
Vestito di tutto punto, come se dovesse presentarsi a una colazione di affari.

E invece no, anche lui sta passando una giornata al Colle della Maddalena e a breve distanza, accomodato su una roccia c’è anche un signore un po’ più avanti negli anni, ha il cappello calcato sulla testa e un bastone in una mano.

È un frammento di un giorno distante, è la cifra di eleganza ad avermi colpito in questa fotografia.
Accadde molto tempo fa, era un giorno di febbraio al Colle della Maddalena.

Maschere da premio

Come si dice?
A Carnevale ogni scherzo vale!
E poi davvero ognuno può diventare quello che desidera: un fatina o uno sgargiante Arlecchino, un temibile pirata o una dolce pastorella.
E se Carnevale è il divertimento pazzo dei più piccini anche gli adulti si dilettano volentieri nell’estrosa arte di mascherarsi.
Andiamo così indietro nel tempo: lui e lei sembrano essersi calati con autentico garbo nella parte prescelta.
Hanno i vestiti dei colori giusti, lei ha sul petto pizzi e vezzosi fiocchetti, lui sfoggia eleganze di un altro secolo.
Entrambi indossano candide parrucche, il loro personale viaggio a ritroso nel tempo pare riuscito alla perfezione.

Lei stringe in una mano un delicato ventaglio e a dire il vero mi sarei aspettata di vedere anche candidi guanti.
In un giorno di piacevoli svaghi, in occasione di qualche festeggiamento carnevalesco, lui e lei trionfarono su tutti gli altri partecipanti: tra loro infatti fa bella mostra un cartello che attesta la loro vittoria, furono loro ad aggiudicarsi il premio più ambito.

E scrosci di applausi, molti complimenti e persino la foto di rito.
E chissà che cara memoria fu quell’evento a suo modo certo indimenticabile.
Anni dopo, forse, i due avranno riguardato con tenerezza quella loro fotografia giovanile nella quale sembrano così seri e compresi nel loro ruolo.
Convincenti e fieri, così raffinati e credibili con le loro maschere da primo premio.

La maschera di Tilde

Poi arrivò il tempo del Carnevale e per lei, come per tutti i bambini di ogni epoca, fu una grande e inspiegabile emozione.
Quanta gioia nella scelta dell’abito da indossare, poi forse fu la mamma di lei a mettersi lì con ago, stoffe, filo e certosina pazienza per confezionare la maschera di Tilde.
E poi la gioia infantile di impiastrarsi la faccia con quel trucco esagerato, a Carnevale del resto è tutto permesso!
La pelle chiara chiara, l’ombretto scuro sulle palpebre, le sopracciglia accentuate con la matita, un neo disegnato su una guancia, sul quel visetto gioioso spiccano vermiglie le labbra dai contorni così rimarcati.
I sorrisi più belli sono quelli che raccontano entusiasmo e felicità, non tutti i sorrisi sono uguali, alcuni sono più speciali di altri e questo è quello di Tilde.

Il colletto grande e vaporoso, un cappellino sulla testa, che orgoglio!
E poi la calzamaglia bianca, le scarpe con il passante e piccoli pon-pon, non manca un sacchettino sorretto con cura da questa bimbetta in un giorno di Carnevale di tempi lontani.

Era il 1928 e dietro a questa fotografia ci sono una data e una dedica, il ritrattino venne donato come ricordo dalla bimba ai suoi zii.
Lei indossa un estroso costume da Pierrot rifinito nei dettagli con garbata attenzione, fa tenerezza immaginare che mani amorevoli lo hanno cucito e riposto su una sedia per una bimbetta da vezzeggiare.
Il suo nome è Tilde e sorride così, con questa ingenua fierezza, nel tempo di Carnevale.

Ritratto di famiglia nel 1922

Una famiglia nel lontano 1922: la loro sembra soltanto una comune fotografia senza insolite particolarità.
Eppure qualcosa ha colpito la mia attenzione e a mio parere il merito è del fotografo Achille Testa, nei suoi ritratti ritrovo spesso una cifra stilistica di notevole raffinatezza e la sapiente capacità di cogliere le sensazioni e gli stati d’animo.
Ecco così l’amore, sta tutto lì, racchiuso in un fragile cartoncino rettangolare.
Ed ecco l’affabile dolcezza di una giovane mamma e il suo gesto protettivo e delicato: nella sua mano tiene le dita piccine della sua creatura.
Madre e sposa, lei ha i tratti del viso così regolari e si distingue per la sua sobria eleganza, indossa un bel cappello con una piuma e porta al polso un braccialetto liscio ed essenziale con una sola pietra al centro.
Madre e sposa, la sua emozione è così fissata nei suoi occhi spalancati e nelle sue labbra appena socchiuse.
E ancora, guardate il suo consorte: sorride benevolo, nella suo composta fierezza appare così orgoglioso della sua bella famiglia, ha questa felicità vera nello sguardo colta con puntualità dall’abile fotografo.
Tra loro la gioia vera: frangetta, occhi chiari e vispi, labbra rosa a cuore e tutta la vivacità dei suoi pochi anni.
Il futuro è sempre un libro da scrivere per ognuno di noi, taluni lo sanno attendere e conquistare con quella luce negli occhi, forti del calore dei propri affetti.
Così li ho osservati: loro tre insieme e il loro segreto bellissimo, l’amore e la felicità in un ritratto di famiglia nel 1922.

E ti ricordi di te

E ti ricordi di te.
Molto tempo dopo, ti osservi ancora nel tempo fuggito via.
E ti ricordi di te appena ragazzina.
E ti ricordi di te: eri timida e impacciata, a dire il vero.
E ti rammenti anche di lei, non potrebbe essere diversamente.
Tu, seduta sulla poltroncina nello studio del fotografo.
L’abito con gli inserti di velluto e il colletto ampio, la spilla, i piccoli orecchini pendenti ai lobi, i capelli crespi raccolti con cura.
E lei accanto a te, con i guanti in una mano e i fiori nell’altra.
Ti ricordi di te?

E forse ti rammenti della tua borsina di maglia dorata, voi due l’avevate uguale.
E tu avevi al collo una catenella lunga e sottile e un piccolo crocifisso che restava così posato sul ginocchio e sulla tua gonna e forse ti ricordi che prima di essere donna sei stata una ragazza proprio così.

E ti ricordi di te.
E ti ricordi di quel tuo gesto vezzoso: chinarsi, stringere con le dita i nastri che chiudono le tue scarpe e sistemarli a dovere, perché le ragazze giovani sono sempre un po’ ambiziose, in ogni tempo.
Le fanciulle come te amano gli stivaletti all’ultima moda e gli accessori giusti e tu questo te lo ricordi bene, io lo so.

Ora poi, in realtà io non so nulla di te, soltanto mi sono messa a divagare sulla tua fotografia, le immagini come questa contengono già, a mio parere, vite intere: racchiudono il tempo che verrà, le gioie e le speranze, le incertezze e le piccole conquiste.
Con gli occhi della fantasia ti ho veduta poi molto anni dopo: già donna, stringi la fotografia tra le dita e la osservi.
Come io osservo te, adesso.
E mi viene così spontaneo farti quella domanda, sai.
Dimmi, ti ricordi di te?

Tutta la vita davanti

Non è un ritratto opera di un celebre fotografo, questo scatto in bianco e nero è di un autore anonimo ed è stampato su semplice carta sottile.
Non conosco neanche il nome di questa ragazzina, scovai la sua piccola fotografia tempo fa in una scatola piena zeppa di cartoline degli anni ‘60, stava quasi nascosta tra certi rigidi cartoncini spediti come ricordo di vacanze ormai dimenticate.
Mi ha colpita il suo ingenuo candore e a guardare il suo viso ho pensato che fosse proprio una di quelle fotografie che meritava di essere salvata.
C’è autentica innocenza nel suo sguardo, mentre la sua giovinezza sta per sbocciare, nella semplicità dei tratti acerbi di questa fanciulla già si scorge la donna aggraziata e affascinante che diverrà.
Cosa le piace fare nel tempo libero?
Forse suona il piano, si diletta con il ricamo, ama in particolar modo disegnare.
Ha dei fratelli?
Forse loro sono più liberi e magari anche a lei piacerebbe correre, senza pensieri, proprio come fanno loro.
E cosa sogna? Come immagina il suo futuro?
Forse diventerà una sposa molto amata, un madre affettuosa e le sue figlie assomiglieranno a lei.
Intanto resta con i suoi occhi belli così spalancati su un domani sconosciuto.
E indossa un vestitino rifinito da pizzi raffinati, i suoi capelli sono folti, mossi e un po’ ribelli, credo che li porti lunghi e raccolti in una treccia.
Ha labbra carnose, profilo perfetto, pelle chiara e rosea.
Attende la felicità e il tempo ancora ignoto.
Attende i giorni che verranno, attende la gioia e le promesse mantenute, i desideri, le risate e gli entusiasmi.
Ha un colletto di pizzo e tutta la vita davanti.

Certe eleganze a Bagni di Montecatini

Difficile eguagliare le eleganze di certe signore della buona società che nel bel tempo andato si trovarono a soggiornare a Bagni di Montecatini: furono immortalate in un giorno sconosciuto dal fotografo Goiorani, con tutta probabilità in un ritratto di famiglia.
Nella fotografia ci sono anche tre garbati gentiluomini e tuttavia, per quanto siano ben vestiti ed eleganti, paiono quasi delle figure di contorno.
Spiccano invece la grazia squisita e la raffinatezza femminile, in particolare per un accessorio comune alle tre protagoniste di questa immagine d’epoca: il cappello.
La donna più giovane si distingue per la sua diafana beltà, resta immobile e il suo sguardo sognante ed ingenuo sembra perso in certe divagazioni del pensiero.
Quante poesie di Guido Gozzano conosce la giovane con l’abito chiaro?
Quanti segreti custodisce nel suo cuore?
Certo non saremo noi a scoprirlo, possiamo solo ammirarla mentre porta con disinvoltura questo cappello ampio arricchito da un grande fiore.

Tre donne, tre diverse generazioni e tre stili.
Il carattere volitivo, poi, traspare anche in una fotografia come questa: nella posa di questa signora mi sembra di percepire una certa assertività, il suo sguardo pare rivelare sagacia e arguzia.
Ad osservarla con attenzione poi la immagino amante delle buone conversazioni, pittrice dilettante e lettrice appassionata di romanzi vittoriani.
E di certo le piacevano i cappelli, quello che indossa sembra piuttosto importante e vi è appuntata una piuma molto vaporosa.

E ancora, la terza signora porta un completo raffinato e così preziosamente rifinito, ha i guanti e lo sguardo in un certo qual modo severo.
Alle sue spalle si notano il ragazzo più giovane e la fanciulla vestita di bianco che sotto il braccio tiene uno scialle scuro.

Saranno state ore liete in quei giorni passati in un luogo dalle molte bellezze.
Ed io ho immaginato la giovane donna con l’abito chiaro mentre ripone il suo cappello in una capiente scatola, con un altro gioco di fantasia mi sembra poi di vederla molto tempo dopo e ormai in là negli anni, ancora si guarda nello specchio e con fare divertito pone sul suo capo quel cappello che indossò da ragazza.
Si rimira e sorride, nel dolce ricordo del tempo delle raffinate eleganze a Bagni di Montecatini.