Un palazzo in Via Casaregis

Oggi vi porto con me alla Foce, un quartiere dove si possono trovare facilmente diverse ragioni per stupirsi ancora di Genova: basta alzare gli occhi verso certi edifici di un’epoca diversa dalla nostra, i toni di eleganza del passato ancora donano la loro bellezza ai nostri sguardi.
L’edificio che desidero mostrarvi è il civico 8 di Via Casaregis, a breve distanza dal mare di Corso Italia.

Un volto di giovane donna dallo sguardo gentile è posto a guardia del portone.

E poi alzando ancora gli occhi si ritrovano le finezze che impreziosiscono questo palazzo.
Le ringhiere dei balconi, le decorazioni, una sinfonia di curve e linee e ai lati di questa finestra due figure aggraziate.

Una vera ricerca di una certa leggiadria, nulla è lasciato al caso.

In un gioco di sapienti simmetrie si coglie l’armonia di gesti: le braccia alzate, i nastri leggeri, la frutta ricca e succosa.
E i profili perfetti, i capelli che sfiorano il collo.
È una certa idea della bellezza e ancora ci fermiamo ad ammirarla in Via Casaregis.

Tomba Giazotto: l’assenza e la preghiera

Così restano, nella quiete e nel silenzio, le due dolci figure che vegliano sull’ultima dimora di Giovanni Giazotto: il cippo è opera dello scultore Giovanni Scanzi, risale al 1898 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Con la consueta maestria Scanzi ci ha restituito un capolavoro di mirabile bellezza: occhi smarriti cercano il cielo e la misericordia divina, le mani sono giunte in una struggente preghiera.
E in quello sguardo rivolto all’infinito e all’eternità si leggono speranza e al tempo stesso rimpianto.

Qui dorme il suo sonno eterno un padre di famiglia rammentato per le sue umane virtù e per le doti del suo animo nobile.
Visse 60 anni, ahi troppo poco: così si legge sulla lapide e questo grido di dolore risuona ancora in memoria di quell’assenza mai colmata nelle vite di coloro che avevano nel cuore Giovanni Giazotto.

Una moglie e una figlia rimaste senza il suo sostegno e senza l’affetto di lui.
In questa sua opera Scanzi rappresenta in modo magistrale quel senso di perdita e di tristezza che trova conforto nella preghiera e nella supplica, nel ricordo e nella dolcezza del legame che non si scioglie e va oltre la morte.

Ed è per il defunto il fragile fiore tenuto tra le dita sottili.

Così si raccontano l’assenza, la preghiera e la ricerca di conforto.
A volte poi la luce così cade e sfiora quei volti gentili, illumina le palpebre, i capelli morbidi e le labbra serrate nell’aggraziata bellezza catturata nel marmo dal talento di Giovanni Scanzi.

Una cartolina dal Grand Hotel Isotta

Ritorniamo ancora una volta ad essere turisti nel passato della Superba.
Eccoci al Grand Hotel Isotta, ad averci condotto qui è la buona fama di questo albergo che si trova in una posizione centralissima, nella fastosa ed elegante Via Roma.
Sulle guide di anni distanti, infatti, l’Hotel viene per l’appunto raccomandato, ad esempio ne ho trovato notizia sulla mia Guida Treves del 1911 dove il Grand Hotel Isotta viene nominato come un albergo di prim’ordine.
E c’è da dire che i titolari certo sapevano incuriosire la clientela, a tal proposito vi mostro una loro cartolina che è parte della mia collezione, la guarderemo insieme nei dettagli.
Ah, questa Genova del passato, che magia di bellezza!
Per descriverla si ricorre all’arte del disegno e così si rappresenta questa parte della Superba.
Sullo sfondo si nota anche la Lanterna, alcune frecce indicano luoghi importanti di questo vibrante centro cittadino: da sinistra verso destra ecco il Teatro Carlo Felice, la National City Bank of New York, le Poste e i Telegrafi, il Palazzo della Borsa e infine il Palazzo della Navigazione Generale Italiana oggi sede della Regione Liguria.
Per caso vi sembra che manchi qualcosa in questa Piazza De Ferrari? Naturalmente manca la nostra amata fontana.

E ancora ecco qua un altro dettaglio dove si vede il celebre e apprezzato Grand Hotel Isotta.
Si può dire che l’autore del disegno si è lasciato trasportare in parte dalla fantasia raffigurando una Via Roma ben più ampia e larga di quanto sia effettivamente.

Le camere dell’albergo si affacciano su questa strada magnifica per passeggiare osservando le eleganti vetrine dei negozi.
Ancora è così e se vi recherete in Via Roma vedrete proprio l’edificio che ospitava il Grand Hotel Isotta, vi ricordo anche che di questa struttura alberghiera scrissi già diverso tempo fa in questo post dove troverete molte notizie e curiosità su questo albergo del passato.

Era un tempo diverso e andava ad una diversa velocità.
Ecco le poche vetture, i tram, i pedoni di un passato così immaginato, in basso a destra una freccia indica ancora la sede di una banca.
Lo scorrere degli anni ha mutato molti aspetti della città, altre parti sono rimaste uguali: da quel tempo distante ecco per voi una cartolina dal Grand Hotel Isotta.

Sfumature e panni stesi al Carmine

E poi semplicemente sfumature e panni stesi al Carmine, scendendo da Salita di Carbonara, come sempre faccio durante le mie passeggiate.
E c’è un tricolore e poi corde tese davanti alle persiane, tetti, ardesie e sole.

E luce, magliette dalle tinte vivaci e asciugamani messi ad asciugare.

E poi non si sa come accada eppure spesso i panni stesi sono in armonia con i colori delle facciate e così , ancora scendendo. ho trovato toni di pesca e di albicocca.

E vento che sollevava i lenzuoli contro il cielo turchese.

E rosso e appena una brezza leggera.

E ancora rosa, un solo asciugamano dal colore delicato così steso sotto l’archetto.

L’edicola sulla Piazza del Carmine, le persiane spalancate, il profumo del pane e della focaccia, la semplicità della bellezza della vita.

E i vasi e le piante nell’accogliente Piazza della Giuggiola, i capi leggeri di questo scorcio d’estate al sole ad asciugare.
Sono le belle sfumature e i panni stesi al Carmine, un luogo che è sempre nel mio cuore.

Sui sassi sulla spiaggia di Camogli

E poi rimasero lì, seduti sui sassi, sulla spiaggia di Camogli.
Fratelli e complici di giochi e di avventure, a volte rivali, a volte segretamente uniti.
Con le calzette corte, l’abito alla marinara e la giacchetta, forse non era proprio il tempo d’estate ma era comunque un tempo bello per sedersi insieme sui sassi.

Sorridendo e scherzando, con allegria e gioia.

Mentre la mamma tiene per mano la bimba più piccina e c’è una grazia speciale nel suo amorevole gesto, anche lei sorride con dolcezza.
È un momento di pura spontaneità, in un frammento di passato che forse sarà stato ricordato con nostalgia.

Sui sassi, sulla spiaggia.
A Camogli.
Mentre l’onda accarezzava la riva e il sole baciava le case alte dai colori caldi.

Proprio su quella spiaggia.
In un giorno spensierato, trascorso giocando e inseguendosi e ridendo forte come piace ai bambini.
E poi sospiri, sorrisi e occhi che brillano.
Loro erano là, seduti sui sassi, sulla spiaggia di Camogli.

Riflessi genovesi

Sono riflessi genovesi, sul mare calmo, dal Porto Antico alla Darsena.
Sono note di bianco, di blu e di celeste e colori che si mescolano a voci e suoni della città e del porto.

Tremula acqua luccicante sulla quale dondolano le barche.

Sono riflessi genovesi di un luogo dove amo sempre ritornare, cercando la Lanterna, le catene dei pensieri e dei desideri.

Sono riflessi genovesi e arancio acceso, davanti al Galata Museo del Mare.

E barche di pescatori, vivaci e allegre, raccontano l’avventura delle onde e del salmastro.

E il riflesso di un gozzo e diverse tonalità di verde e di azzurro.

Sono riflessi di Genova, un orizzonte familiare, i colori e i profumi di casa.
Il galeone, linee di barche, luccicante blu e cielo celeste e riflessi genovesi, una mattina di settembre al Porto Antico.

9 Settembre 1915: la disavventura di un oste

Questa è una piccola notizia dal passato, una di quelle faccende di cronaca di poco conto accadute in un tempo svanito ma è anche pur vero che la storia di tutto noi è fatta di ancor più piccole storie, di spiacevoli inconvenienti e di inaspettati incidenti di percorso e allora vi racconterò la disavventura di Domenico, oste nei caruggi di Genova al principio del secolo scorso.
Eccolo Domenico, se ne esce dalla sua casa in Vico Lavagna, sotto a questi ritagli di cielo.
Immagino che nel microcosmo popoloso dei caruggi della Maddalena tutti lo conoscessero e così provate a immaginare Domenico che se ne va per i vicoli e saluta i vicini e coloro che come lui si recano al lavoro.

Poi il nostro finalmente giunge presso il suo deposito in Vico dell’Umiltà, apre la porta e ha come tuffo al cuore: quattro preziose damigiane colme di barbera scomparse!
E in tutto valevano ben 120 Lire, mica bazzecole!
Domenico scende in tutta fretta in cantina per controllare la situazione e fa così l’amara scoperta: il vino nelle sue botti è stato tutto annacquato, un disastro totale.
E insomma nello sconforto generale, dopo qualche indagine, il nostro povero commerciante scopre che il colpevole del misfatto è un suo facchino, un tale che tra le altre cose vendeva erbe per decotti proprio nei caruggi.
Messo alle strette il disonesto facchino alla fine confessò a Domenico di aver venduto il suo vino ad un altro oste, furono chiamate le guardie e il ladro venne naturalmente arrestato.
La notizia venne pubblicata il 9 Settembre del 1915 sul quotidiano Il lavoro e ha suscitato la mia curiosità grazie al bravo titolista che la presentò con tre semplici parole: l’oste, il vino e il facchino.
Il nostro Domenico avrà poi assunto un facchino più fidato e si sarà procurato altro buon barbera, di certo di questa brutta faccenda se ne sarà parlato in quei caruggi della Maddalena.
Sono passati molti anni da allora e insieme a voi voglio brindare alla salute di Domenico, oste nei vicoli della Superba.

Un nuovo settembre alla fermata dell’autobus

Ed ecco un nuovo settembre alla solita, cara fermata dell’autobus ormai nota a tutti i miei lettori abituali, qui trovate il riassunto di tutte le puntate precedenti e di tutti gli arredi possibili e immaginabili che si sono susseguiti alla fermata dell’autobus dal lontano 2013.
E ieri, ecco la sorpresa: un tavolinetto e una sedia gialli come il sole e là, al riparo dal caldo, riviste e libretti per ingannare il tempo nell’attesa del piccolo e brioso autobus che conduce a Castelletto.
Tra le varie letture ecco anche una celeberrima rivista di enigmistica certamente molto adatta allo svago, io in realtà preferisco sempre avere dietro un libro mio e un mio giornale ma ditemi, cosa c’è di meglio di un quesito della Susy o di un misterioso rebus per distrarsi un po’?
E anche per oggi dalla fermata dell’autobus è tutto, presto ci saranno certo nuovi aggiornamenti.

Un saluto dal porticino di Boccadasse

E vi riporto indietro, con la mia macchina del tempo, davanti ad un’insolita Boccadasse che si ammira così nei dettagli di un’antica cartolina.
E per poterla guardare meglio dovremmo andare là, in mare, cullati dalle onde volgeremmo lo sguardo verso la riva e cercheremmo il profilo della chiesa e il campanile e il suono di quelle campane scandirebbe il nostro tempo.

E poi le scalinate e una piccola scaletta di legno posata quasi in prossimità dell’acqua, sulla destra una semplice costruzione e nell’insieme resta l’impressione che questo luogo fosse in qualche modo molto diverso da come sappiamo pensarlo.
La nostra Boccadasse, amato borgo di pescatori.

Una vela va, fende sicura l’acqua del mare e candida si staglia contro il panorama.
Sullo sfondo, una delle belle case del borgo e là dietro, con nostro stupore, una ciminiera che probabilmente apparteneva a qualche fabbrica.
Era un tempo proprio diverso, pare difficile anche immaginarlo.

Bisognerebbe andare là, sul mare.
E osservare la riva, le casette colorate, gli scogli battuti dalle onde, le creuze, le finestre e la vita che scorre.

In questo viaggio a ritroso nei giorni lontani di Genova rimaniamo a guardare un luogo unico, uno dei gioielli della Superba a noi infinitamente caro.
E da questo tempo perduto io mando a voi questa cartolina in bianco e nero e un saluto dal porticino di Boccadasse.

E ti ritrovo così

E ti ritrovo così, con la tua aria calda di settembre, il cielo che sfuma dal celeste al rosa.
E mentre le finestre delle case si illuminano una dopo l’altra, io ancora ti ritrovo con il tuo porto luccicante di luci, le navi, i traghetti delle vacanze: si parte e poi si ritorna, ancora su questa riva.
E ti ritrovo così e ti guardo dal mio terrazzo e aspetto la sera che scende e so che ancora è tempo di maniche corte e di abiti leggeri, in questo scorcio d’estate genovese.
E ti ritrovo così: brilla la Lanterna, tranquillo è il mare e magnifica sei tu, mia amata Genova.