Uno c’è sempre

Uno c’è sempre.
È quello che arriva prima, è quello che ha una scintilla negli occhi, l’idea geniale, lui sa assumersi i rischi e tenta di introdurre straordinarie novità.
Lui è il più coraggioso, è temerario e lungimirante, capace di vedere oltre il suo tempo e al di là del suo presente.
Ha conosciuto altri luoghi, ha compreso e sa vedere il futuro.
In qualche modo, anche se gli altri forse non sanno nemmeno capire come lui faccia.
Taluni, invece, si entusiasmano per certe nuove iniziative e sono grati a colui che è capace, semplicemente, a rendere più semplice la vita degli altri.
Uno c’è sempre.
Ed è quello che arriva prima.
Poi passano gli anni e a chi viene dopo certe comodità sembrano quasi scontate e si tende persino a dimenticare che ci sono stati tempi ben diversi.
E invece provate a pensare a quelle persone là: i primi clienti.
E i primi viaggi, qualche nuovo agio, una maniera più comoda di spostarsi.
Alcuni, tornando a casa, sembrano persino conservare una sorta emozione per quell’esperienza nuova, è un piccolo e grande cambiamento.
Uno c’è sempre.
Ed è quello che arriva prima.
Molto tempo dopo, leggendo il suo nome, ho pensato a quei suoi giorni, a quella sua capacità di regalare nuovi inizi ai suoi concittadini.
Uno c’è sempre.
E queste righe sono per lui, in ricordo di Domenico Devoto.

Cimitero Monumentale di Staglieno

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5 Maggio 1860: ricordando l’Impresa dei Mille

Accadde in questo giorno, accadde in questa città, da questo nostro mare partì Giuseppe Garibaldi con le sue Camicie Rosse per l’impresa con la quale si fece l’Italia: era il 5 Maggio 1860.
Ben 50 anni dopo la Superba celebrò l’epica ricorrenza in maniera straordinaria, in quel 1910 si tennero grandi celebrazioni, mi è capitato di leggere gli articoli del tempo e sono rimasta stupefatta da tanto clamore, il 6 Maggio il quotidiano Il Lavoro dedicò due intere pagine alla narrazione di quei festeggiamenti.
Quella giornata, raccontano i cronisti, iniziò con discorsi e memorie, erano presenti diverse personalità cittadine ed è riportato un lunghissimo elenco di associazioni di combattenti giunte a Genova per l’occasione.
Parteciparono 60.000 persone, nel cielo di Genova sventolarono oltre 400 bandiere.
E c’erano certe vecchie glorie alle quali tutti tributarono onori: era presente l’anziano garibaldino Giambattista Tassara e c’era anche Domenico Porro, ultimo superstite della Spedizione di Sapri.
Per la città si snodò un lungo corteo, le strade erano gremite di folla: dall’Acquasola a Corvetto un mare di gente, il corteo giunse di fronte al Monumento di Garibaldi in Piazza De Ferrari.

Non mancarono gli omaggi ai monumenti di Giuseppe Mazzini e a quello di Nino Bixio.
E come sempre si ritrova una certa enfasi negli scritti di quel tempo, i racconti sono permeati della fierezza di narrare quei giorni coraggiosi vissuti da giovani animati da alti ideali.
E poi andando a levante delle città, a Quarto, ci si ritrova ancora nei luoghi che furono scenario di quegli eventi.

Non è poi così mutato il panorama, anzi è piuttosto simile a quello che si vede in una cartolina d’epoca.
Gli scogli, il profilo della costa, la memoria di uno dei luoghi nei quali si fece la storia di questa nazione.

Camminando davanti a questo mare troverete una lapide, è stata affissa in questo luogo, sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, luogo dove soggiornò Giuseppe Garibaldi prima della sua partenza.

Le parole che vi si leggono sono di Giuseppe Cesare Abba, scrittore e patriota che narrò in varie maniere quei tempi gloriosi.
Questo è il ricordo di memorabili gesta, memoria di quel 5 Maggio 1860.

La Cappella del Monastero delle Clarisse Cappuccine

Vi porto in un luogo silenzioso, lindo e semplice, vi porto a scoprire la piccola Cappella del Monastero delle Clarisse Cappuccine di Via Domenico Chiodo.
L’ordine delle Suore di Santa Chiara ha la sua sede qui fin dal 1904 ma la presenza delle Clarisse a Genova risale alla fine dell ‘500.
Per lungo tempo il loro convento fu in Carignano ma poi le religiose dovettero lasciare quella zona per permettere la costruzione dell’Ospedale Galliera e nel 1880 si spostarono così nell’area dell’attuale Corso Firenze e per i rinnovamenti urbanistici della zona furono costrette ad abbandonare anche quel luogo.
Andarono infine sulle alture, in un posto arioso e chiaro di luce, l’edificio del Monastero è in una splendida posizione.

Forse alcuni di voi ricorderanno che in passato vi mostrai il magnifico Presepe di Greccio che le suore allestiscono nel periodo di Natale.
Di recente poi ho avuto modo di tornare dalle Suore Clarisse, come ben saprete è un ordine che osserva la clausura ma c’è una parte del Monastero che resta in certi momenti accessibile al pubblico ed è appunto la piccola cappella.

È un luogo raccolto e particolare per le opere che racchiude, ho avuto modo di scoprirle grazie alla cara Suor Speranza e qui la ringrazio per la sua gentilezza e per la sua naturale affabilità, Speranza è una persona speciale.
Come saprete Genova ha di recente ospitato una mostra prestigiosa dedicata ad Anton Maria Maragliano, valente artista genovese vissuto tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento, le sue preziose sculture lignee arricchiscono le chiese di Genova e della Liguria, la sua sapiente mano ha anche forgiato nel legno le molte statue che impreziosiscono questa Cappella.
Sotto questo chiarore i vostri occhi troveranno il viso dolcissimo di una fanciulla di nome Maria, giovane madre che tiene teneramente in braccio il piccolo Gesù.
È la Madonna del Rosario, Maragliano ha scelto di donarla al mondo così, con questa grazia e questa tenerezza.

Nella cappella del Convento la pala d’altare è un’opera su ardesia dipinta da Luca Cambiaso.

Convento Clarisse Cappuccine (4)

Ed è sempre di Maragliano il magnifico Crocifisso ligneo.

Crocifisso

Nelle nicchie poi vegliano sui fedeli le immagini di alcuni santi, Maragliano ha rappresentato ognuno di loro con le proprie caratteristiche.
Non crediate che io li abbia riconosciuti tutti ma ci ha pensato Suor Speranza a parlarmi di loro, spero proprio di ricordare tutto senza fare errori.
Inginocchiato in mistica ed umile preghiera è San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate.

San Domenico invece si erge in una posa molto scenografica, ai suoi piedi c’è un cane.

San Domenico

Ancora ecco un’altra statua e rappresenta Sant’Antonio da Padova.

Con il suo sacco sulla spalla questo è invece San Felice da Cantalice.

San Felice da Cantalice

Ed è magnifico il movimento delle vesti di San Giuseppe, il giallo e l’azzurro contrastano vivacemente in un gioco perfetto di luci ed ombre.

La rappresentazione dei Santi restituisce sempre armonia di proporzioni, gestualità precise, sguardi colmi di amore e di devozione.

E trovo spesso mirabile il modo di raccontare l’infanzia nella sua ingenuità e nella sua spontanea dolcezza.
Ecco Gesù tra le braccia di Giuseppe con questa tenerezza assoluta.

Ed ecco ancora i piccoli putti dalle guance rosee, nei loro sguardi si legge gioia e beatitudine, essi si trovano ai piedi della Madonna del Rosario.

La circondano nel suo splendore glorioso.

Ed è un dorato trionfo di misticismo, opera magnifica di Anton Maria Maragliano, nella luce e nella quiete del Monastero delle Suore Clarisse Cappuccine di Genova.

Madonna del Rosario (4)

Giorno per giorno

Ancora le lancette dell’orologio vanno all’indietro e ci portano in un altro tempo non così distante.
Lei ha questo sorriso, resta un po’ incerta o forse smarrita davanti a chi le scatta questa fotografia, memoria condivisa e ricordo di giovinezza.
Non è un’immagine pregiata, è una comune fotografia di una diversa epoca: è il ritratto in bianco e nero di una giovane lavoratrice in un momento che pare sereno.
L’insegna sulla porta poi si riferisce ad una celebre industria genovese e vi si legge: Dopolavoro Interaziendale Ansaldo – Sezione Annona.
La ragazza è esile come un giunco, ha i capelli mossi secondo la moda del suo tempo, le sue scarpe sono particolarmente femminili.
E c’è, nella vita di ognuno e anche nella vita di lei, la ricerca della stabilità e della tranquillità, il desiderio di costruire il futuro con la forza del presente e con il proprio lavoro.
Giorno per giorno, anche in tempi più complicati dei nostri.
Osservo lei, con la speranza nascosta che il suo percorso di vita non sia stato così accidentato ma luminoso e felice.
E lo stesso auguro a tutti voi, in questo nostro tempo in fondo non così facile: buon Primo Maggio a tutti voi.

Un giorno qualunque in Via XX Settembre

È un giorno qualunque in Via XX Settembre.
E nulla distrae dalle solite incombenze quotidiane, tutto è calmo, consueto, vissuto come tutti gli altri giorni, nel solco delle abitudini.
Uno scagno attende certi lavoratori, altri invece si metteranno davanti a qualche scrivania prestigiosa, l’aria fresca pervade il salotto con le tende di pizzo dove certe fanciulle dai molti talenti si dilettano a ricamare corredi.
Un giorno qualunque lo si affronta così, con piglio deciso, nella fremente città al tempo del nuovo progresso, ognuno così segue il proprio cammino.

Ed è un’ora affollata e vivace e sono in molti a riversarsi in Via XX Settembre.
E chissà quanti vorrebbero fermarsi per una dolce sosta alla Confetteria Margherita, la sua insegna è un forte richiamo per i passanti.

Paglietta in testa, giacche di buon taglio, l’immancabile quotidiano.
La vita scorre, amici cari, ineluttabili fluiscono i minuti anche per colei che incede sola e aggraziata, chissà quale meta la attende.

Folla, folla, folla.
E voci, brusii, tacchi che picchiano sul selciato, una marcia inarrestabile.
E lì, tra queste persone, una figuretta gentile, pare una ragazzina, di lei si nota l’abito chiaro e la grande cesta colma di fiori che regge con cura.

Fugge il tempo, poi la pioggia cadrà, renderà opachi i manifesti, le gocce lente si poseranno sul selciato, si metterà via il parasole e si userà il paracqua.
Per adesso si cammina, con questo agio garbato, le gonne frusciano, le amicizie confortano e il tempo sa anche essere così piacevole.

Ed è davvero un giorno qualunque, in Via XX Settembre, in un tempo di Genova che non abbiamo vissuto.

Bandiera genovese

Non è così inconsueto trovare questi colori per le vie della città, questa bandiera si ritrova spesso nelle strade nuove e nelle piazze della città vecchia.
Ed io ormai da diverso tempo ho preso l’abitudine affettuosa di fotografare questa nostra bandiera, ad esempio tempo fa la vidi sventolare in Vico Pinelli.
E allora c’era vento e aria densa di profumi del mare.
Ieri invece era una giornata soleggiata, azzurra e calma.
E spiccavano questi toni, in Vico dei Corrieri, a due passi da Soziglia: bianco, grigio, ombra di città e di vicoli stretti.
E in sottofondo mi è sembrato di sentire la canzone di Ivano Fossati e quelle sue parole: bandiera genovese sono io.

Buon 25 Aprile!

Il tempo è trascorso, inesorabile.
E ancora, sempre, occorre conservare la memoria, ricordare i volti delle persone, le azioni e le storie, le tragiche vicende accadute nel cuore buio del Novecento.
E quando tu non hai mai vissuto la guerra e leggi le tragedie e i drammi di quel tempo ti domandi come sia stato possibile.
E poi osservi le fotografie in bianco e nero: città rase al suolo, cumuli di macerie, distruzione e morte.
E polvere, sudore e pianti.
La liberazione di Genova, poi, è avvenuta prima del 25 Aprile grazie ai suoi valorosi partigiani.
E dopo tutto è iniziato di nuovo, ancora.
Con coraggio, con una fatica immane che le attuali generazioni non conoscono, noi che siamo nati e cresciuti in tempo di pace abbiamo ascoltato solo certi racconti, abbiamo letto libri e veduto documentari.
Abbiamo imparato.
E sappiamo che senza democrazia non esiste uguaglianza, fraternità e giustizia.
E senza democrazia non esiste verità.
E senza democrazia non esiste libertà.
E questo dobbiamo ricordarlo sempre e per sempre.
Buon 25 Aprile, buona Festa della Liberazione a tutti.

Piazza Colombo

La tradizione dei Sepolcri nelle chiese dei caruggi

È un rito di questi giorni che precedono la Pasqua, è una tradizione molto sentita dai genovesi.
Durante il Giovedì Santo nelle chiese si allestiscono gli Altari della Reposizione dove viene appunto riposta l’Eucarestia, questi altari vengono riccamente decorati con fiori e candele, con tessuti preziosi e foglie e così restano fino al Venerdì Santo.
La visita ai Sepolcri è una consuetudine molto cara in questa città, a Genova si usa in genere visitarli in numero dispari e così io oggi ve ne mostrerò sette, sono per me tra i più suggestivi.
So di avere tra i miei lettori alcuni genovesi che abitano lontano e credo che forse a loro farà piacere ritrovarsi, pur brevemente, nelle chiese dei nostri caruggi, quelle più amate e frequentate da chi vive sotto la Lanterna.
E inizio così, con una chiesa a me molto cara sita nella nostra antica Via Prè: questo è l’altare della bella Chiesa di San Sisto.

Ci sono invece fiori rosa e fucsia su queste scale, nella Basilica della Santissima Annunziata del Vastato.

E così è l’altare della nostra Chiesa della Maddalena, nella cesta a terra il pane e l’uva.

Ravvivato di gerbere dai toni di arancio e di giallo risplende l’oro lucente dell’altare della Basilica di Santa Maria delle Vigne.
Ci sono anche i cartelami, sagome di cartone con soggetti sacri tipici della tradizione ligure, in questo caso sono rappresentati Gesù e gli Apostoli durante l’ultima cena.

In Piazza Matteotti nella chiesa del Gesù i fiori compongono una vela bianca che salpa sul mare blu, a fare da sfondo c’è un celebre dipinto di Rubens, una delle tante opere magnifiche che si possono ammirare in questa chiesa.

Ed è ricco e sempre molto fastoso l’altare allestito in questa maniera nell’antica Chiesa di San Donato.

In questi giorni si ripete e si rinnova questa tradizione, con questo fervore, nelle chiese della città vecchia.
Tra opere d’arte, tra fiori e candele, con la cura della devozione.
Ed è ricco e armonioso l’altare che si ammira nella Chiesa di San Filippo Neri in Via Lomellini, nel cuore dei caruggi di Genova, nel tempo che precede la Santa Pasqua.

San Bartolomeo degli Armeni: il Santo Volto

Un mistero antico, una storia da riscoprire: il Mandylion di Edessa è una sacra reliquia che ormai da secoli si conserva a Genova nella bella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni in Corso Armellini.
Fondata agli inizi del 1300 da certi monaci armeni giunti qui in fuga dalle loro terre invase dai Turchi, la chiesa ha subito nel tempo diversi rifacimenti, attualmente è racchiusa all’interno di un edificio e vi si accede attraverso un portone che non fa certo immaginare che al di là di esso si trovi appunto un suggestivo luogo di culto.
La Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni presenta diversi punti di interesse che certo meritano ulteriori approfondimenti ma la sua particolarità è proprio quella di ospitare il Mandylion ovvero il Santo Volto di Gesù.

Si narra che al tempo in cui visse il Redentore la fama dei miracoli di Lui giunse anche ad Abgar, re di Edessa, che allora era gravemente malato.
Il sovrano mandò così un suo ambasciatore a cercare Gesù per chiedergli di recarsi da lui ma non riuscì nel suo intento, tra gli inviati del re giunti al cospetto di Cristo c’era però anche il pittore Anania che provò in ogni modo a ritrarre il volto di Gesù senza riuscirci.
Gesù allora si lavò il viso, prese una tela di lino, se la posò sul volto e su di essa rimasero impressi i suoi lineamenti.
Quel tessuto prezioso venne poi consegnato agli ambasciatori che lo portarono ad Abgar: solo nel contemplare quel lino il sovrano guarì completamente dal suo male e si convertì così alla religione cristiana.
Quel Mandylion – in greco la parola significa appunto fazzoletto – fu fissato poi successivamente su una tavoletta di cedro e così lo si venera appunto nella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.
La reliquia è anche nota con la definizione dialettale di Santo Mandillo.

Lunga e complessa è la vicenda di questa reliquia che rimase per molto tempo ad Edessa, nel 944 fu trasferita a Costantinopoli e lì restò fino al 1362 quando a venirne in possesso fu un Capitano genovese di nome Leonardo Montaldo che diverrà poi doge, si dice che egli abbia ricevuto la reliquia in dono dall’Imperatore bizantino Giovanni V Paleologo.
Circa vent’anni dopo Montaldo donò la sacra immagine alla Chiesa di Bartolomeo degli Armeni sita in una zona dove la sua famiglia aveva certi possedimenti.
In seguito, intorno al 1507, il Santo Volto fu rubato dalla Chiesa e portato in Francia, l’intervento dei mercanti e diplomatici genovesi fece in modo che la reliquia fosse ricondotta nella Superba e qui ancora potete ammirarla.
Nella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni ad essa è dedicato un altare, molte sono le persone che giungono qui per ammirare il viso misterioso di un giovane uomo che si crede essere appunto Gesù.

In chiesa potrete trovare testi che raccontano più approfonditamente le vicende di questa reliquia, io vi ho solo proposto alcune succinte notizie e alcune di esse sono tratte dall’accurato depliant scritto da Santino Cavaciuti.
È interessante anche scoprire il percorso di ricerca che ha condotto alla datazione delle diverse parti che compongono la reliquia, lo studio ha riguardato la tela, il legno di cedro sul quale è fissata e i diversi elementi decorativi che compongono l’insieme che ospita la tela.
Se osservate con attenzione noterete che nella cornice di filigrana d’oro e d’argento sono inserite 10 formelle nelle quali sono rappresentati le vicende del Santo Volto, vi è inoltre una teca in argento adorna di pietre preziose.

Nella bella chiesa non distante da Piazza Manin sono molte le suggestioni e le opere d’arte da ammirare, di certo tornerò in seguito a mostrarvele.

Raggiungete Corso Armellini in Circonvallazione a Monte e cercate questo edificio: sorprendentemente al suo interno troverete la chiesa.

Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (6)

Dovrete varcare questo semplice portone.

Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (6a)

E così vi troverete nel luogo dove tutto narra della sacra reliquia e delle sue vicende, vi sono infatti anche alcune opere d’arte dedicate a quegli eventi, di seguito trovate un dettaglio della tela di Orazio De Ferrari dove è rappresentato Gesù mentre consegna ad Anania il lino con il Santo Volto.

Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (7)

Tutto narra di Gesù e di quel tessuto di lino sottile che Egli pose sul Suo viso innocente.

E la luce filtra rendendo ancora più vivaci i colori delle vetrate.

Nel luogo dove tutto narra del Figlio di Dio, del Suo sacro mistero, dei Suoi doni generosi e di una preziosa reliquia da lungo tempo conservata nella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

Aprile 1914: la faccenda del tamarindo

Se non avete mai sentito parlare della faccenda del tamarindo la ragione è solamente una: la notizia, curiosa e comunque di poco conto, risale in effetti a molto tempo fa, mi domando se in certi caruggi se ne sia parlato a lungo oppure no, difficile a dirsi.
Dunque andiamo ad una tiepida sera di aprile del 1914, il giorno sta per finire in Vico degli Indoratori e dopo tanto duro lavoro il signor Carlo si appresta a tornarsene a casa, forse in un momento di distrazione o di eccessiva fiducia nel suo prossimo si allontana per qualche istante dal suo magazzino lasciando la porta aperta.
Il destino vuole che proprio in quel momento capiti da quelle parti un ragazzetto appena adolescente, lui è un po’ una testa calda e conosce i vicoli a menadito.
Uno sguardo, lo stupore, la tentazione: là, nel magazzino, incustodita ecco una bella damigiana colma di tamarindo!
Il ragazzino non ci pensa su due volte, si intrufola dentro, si carica sulle spalle la damigiana e si allontana di corsa dal luogo del misfatto.
Non è facile passarla liscia perché proprio in quel momento sopraggiunge il garzone del signor Carlo che si lancia all’inseguimento del giovane malvivente.
Trambusto, confusione, urla e strepiti!
Al ladro, al ladro!
E gente affacciata alle finestre a guardare cosa succede, immaginate il ladruncolo con la damigiana sulle spalle e la sua fuga a perdifiato giù per Vico degli Indoratori.

Ovviamente il ragazzo non vuole perdere il suo prezioso bottino, ha dei progetti precisi per quel tamarindo!
E così eccolo scapicollarsi nei caruggi dietro alle Vigne, si fa largo tra la gente, non si arrende e di vicolo in vicolo arriva in Piazza della Posta Vecchia.
E qui, ostentando sicura indifferenza si dirige verso la bottega del Signor Luigi, uno che davvero non c’entrava nulla in tutta questa storia e guarda un po’ come si fa presto a finire impelagati in questioni spinose, accidenti!

Piazza della Posta Vecchia (4)

Tra l’altro io me lo immagino il Signor Luigi che va ripetendo ai suoi conoscenti quella storia della damigiana di tamarindo, santo cielo, guarda cosa va a capitare alla gente onesta!
E infatti il ragazzo si avvicina, posa la damigiana a terra e chiede al signor Luigi di custodirgliela per poco aggiungendo che a breve ritornerà riprendersela.
Il Signor Luigi secondo me non fece quasi in tempo a replicare, il ragazzino invece si dileguò nel dedalo dei caruggi e non si rivide mai più.
Dopo poco arrivò sul posto il fido garzone del Signor Carlo e finalmente il legittimo proprietario rientrò in possesso della preziosa refurtiva e tutto è bene quel che finisce bene.
Il ladro di tamarindo fu chiaramente denunciato e non saprei dirvi se in seguito abbia ancora fatto parlare di sé e delle sue gesta, la notizia è pubblicata sul quotidiano il Lavoro del 25 Aprile 1914.
Va detto che sui giornali di quel tempo è una sequenza interminabile di notizie simili, ogni giorno si legge di un via vai di gente malandrina che scappa da una parte all’altra dei caruggi con sacchi sulle spalle o rotoli di stoffa sottratti a timorose sartine, tanto per dire.
Quel giorno un sedicenne tentò il colpo e cercò di darsi alla macchia sperando di farla franca.
Mi sono chiesta cosa ne sia stato di lui e non so trovare una risposta, spero che poi abbia trovato in qualche crocevia del destino la rettitudine e persino la felicità, lui è il ragazzino di Genova che in quel lontano 1914 fu protagonista della faccenda del tamarindo.

Via della Maddalena (6)