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Posts Tagged ‘Giochi’

Il gioco è libertà, gioia e fantasia e i giochi dei bimbi di un altro tempo ci sembrano così semplici ma in realtà in certi casi era necessaria una certa abilità.
I bambini di un altro tempo non avevano genitori sempre pronti a fotografarli in ogni momento della loro vita e quindi per conservare la memoria dei giorni dell’infanzia bisognava affidarsi ad un professionista.
Inoltre, con tutta probabilità, i giochi con i quali questi piccini sono ritratti non erano neanche di loro proprietà ma erano pezzi che appartenevano al fotografo.
Lui è Valter con la sua sorellina Vanda, quanto si assomigliano questi due!
Il cappello della Regia Marina, il cappottino scuro con i bottoni grandi, l’espressione composta ed obbediente.

I giochi dei bimbi di un altro tempo evocano in noi un’inconsueta nostalgia di quello che non abbiamo vissuto.
Un cerchio e un bastoncino per farlo correre, tutta una questione di gioioso equilibrio: noi non ci abbiamo mai provato ma ci sarebbe piaciuto, vero?
Il suo nome è Piero ed eccolo qui in piedi sulla sedia con le manine sul suo cerchio e lo sguardo un po’ spaventato.

Non era il solo modo per divertirsi, grazie ad una vecchia foto ho scoperto un passatempo del quale non ero a conoscenza.
Servivano un cerchio di piccole dimensioni e due bastoncini, il cerchio veniva lanciato in aria e un compagno di giochi doveva prenderlo e rilanciarlo con gli stessi bastoncini.
Ho trovato qui la spiegazione e credo che si tratti proprio dello stesso gioco.
E c’è un bimbetto dall’espressione furbetta che potrebbe insegnarci alla perfezione tutta la procedura, direi che sembra sapere il fatto suo!

Ed ecco poi un bel cavallino.
In altre foto d’epoca più antiche e simili a questa ho notato che la base su cui si regge il cavallo risulta sopraelevata ed è dotata di quattro rotelle.
A guardar bene anche questo gioco ha le sue rotelline, sono inserite nell’asse di legno.
Cose di bimbi di un tempo diverso e distante dal nostro.

Giochi desiderati, giochi semplici ed entusiasmanti per questi bimbi di un altro secolo.
Nel tempo del divertimento, quando ancora bisogna diventare grandi.
E magari tu sei un ragazzino giudizioso di nome Valter, appena è possibile te ne vai fuori a giocare e fai correre il tuo cerchio così veloce, quando prende il via è un’emozione grande!
E hai una sorellina che si chiama Vanda, lei è curiosa e intelligente e vorrebbe sempre fare tutto quello che fai tu.
E così un bel giorno ti metti lì e le spieghi come funziona: la bacchetta, il cerchio e via, si parte!
E quando il cerchio inizia ad andare veloce è un’emozione così grande che davvero non si può raccontare.

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Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.

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Prima di tutto bisogna trovare una panchina libera, possibilmente all’ombra degli alberi.
In agosto, in certi orari, questa può anche essere un’impresa ardua.
Lì, a breve distanza, c’è una fontana dalla quale sgorga l’acqua cristallina di Fontanigorda e avere una bottiglietta al seguito può essere una buona idea.
E poi?
Si rimane a godere il fresco, accompagnati dai rumori del bosco.
E certo, talvolta capita di incontrare villeggianti particolari.
D’estate, al Bosco delle Fate.

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Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

500 (2)

E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

Natale (12)

Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

La Reginetta del Ballo (11)

E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

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Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

Natale (5)

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Ci sono viaggi che si intraprendono con curiosità e con il sincero desiderio di accostarsi a mondi diversi dal nostro, a consuetudini ed usi del nostro passato.
All’Archivio di Stato di Genova ancora una volta sono esposte testimonianze preziose di un tempo lontano: sono i Tesori d’Archivio in mostra fino al 30 Novembre.
Curatrice di questo affascinante percorso è la Dottoressa Giustina Olgiati che qui ringrazio per il tempo dedicatomi e per la sua passione nel dare risalto alle ricchezze del nostro archivio.
Antiche carte, tra di esse le pergamene dantesche del XIV Secolo: Erano state riutilizzate come fasciature di registri, sono state restituite a nuova vita nell’ambito dell’iniziativa adotta un documento, diversi di questi frammenti sono stati adottati da Roberto Benigni.
E poi, il caso: una di queste vetuste pergamene riporta i versi che Dante dedicò al genovese Branca Doria.

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Un mondo che era un altro mondo, se andrete all’Archivio di Stato la Dottoressa Olgiati alzerà per voi il velo su scritture incomprensibili ai più, su vicende lontane e su persone dimenticate.
In quel mondo che era un altro mondo nel 958 c’era un re di nome Berengario, questo documento porta la sua firma e suggella il riconoscimento dei beni dei genovesi secondo le loro consuetudini.

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In quel mondo di eroi e di conquistatori una figura merita il centro della scena: Caffaro di Rustico da Caschifellone, egli seguì l’Embriaco e raccontò la sua Crociata in Terrasanta, uno dei volumi a lui riconducibili occupa la zona centrale della sala.

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Il libro gelosamente protetto da un vetro è uno dei due manoscritti più antichi dei suoi Annali Genovesi e appartiene alla Biblioteca Nazionale di Francia.

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Caffaro è tornato a casa, Caffaro è tornato a Genova.
E su quel libro dal valore inestimabile egli è ritratto ormai anziano, accanto a lui c’è il giovane notaio Macobrio che si occupa della stesura.

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Ed è sempre di Macobrio questa carta dal quale si evince la sua firma, è il solo documento di lui fino ad oggi rinvenuto.

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Questo invece è il secondo volume più antico degli Annali di Caffaro e appartiene all’Archivio di Stato di Genova, durante la vostra visita scoprirete per quale motivo uno dei fogli spunti dalla rilegatura.

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Rosso e nero, una calligrafia perfetta: risale al 1105 ed è il testo dell’iscrizione nella basilica del Santo Sepolcro, vi sono scritti i privilegi concessi ai genovesi da Re Baldovino.

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Una mostra di Genova, una mostra di genovesi.

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Troverete una miriade di documenti che narrano il passato di questa città, la sua grandezza commerciale e politica, i contatti con i diversi stati che si affacciavano sul Mediterraneo.
Una firma con l’inchiostro rosso, solo all’imperatore era consentito usare questo colore e questa è la firma di Alessio III.

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E certo il Re di Armenia non voleva essere da meno, anche lui usava l’inchiostro rosso.

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E poi ecco il magnifico capolettera degli Statuti di Genova.

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Documenti vetusti e preziosi che testimoniano l’abilità di coloro che vergarono queste pagine.
Queste sono le regulae del 1413, stabilivano le cariche pubbliche e l’amministrazione giudiziaria.

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E questo ancora è un altro manoscritto che riguarda altre leggi.

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Come sempre a colpirmi maggiormente sono i documenti che raccontano il quotidiano degli uomini come ad esempio certi documenti assicurativi.
Carte e nomi di un altro tempo come la schiava Zica, il suo padrone ha sottoscritto per lei un’assicurazione contro i rischi del parto.
C’è anche Agostino Carrega, appaltatore di panni: lui si è assicurato contro un’eventuale pestilenza, un’epidemia sarebbe un danno per i suoi affari.
Le vite degli altri, i soldi guadagnati con fatica e talento, nella foto che segue ecco due assegni del 1459 firmati da un certo Antonio Burlando.

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Le vite degli altri, alcuni nomi sono vergati su uno splendido albero genealogico, quello della famiglia Spinola.

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E poi ancora uno stemmario del XVII Secolo.

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Un’ampia sezione è dedicata a un celebre genovese, Cristoforo Colombo, in un suo documento la conferma della sua origine.
Leggete l’inizio della quinta riga a partire dal basso: nacido en Genova, nato a Genova.

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Ci sono bozzetti di artistici di opere mai realizzate, si può fantasticare cercando di immaginare dove dovevano essere collocate.
E sono esposti alcuni pezzi della collezione cartografica: correva l’anno 1624 e si progettava la costruzione di un celebre porticciolo, tutti voi riconoscerete una località tanto amata, la nostra bella Camogli.

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Anche questo è un panorama a noi caro, è la dolcezza di Sestri Levante.

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Genova, Tesori d’Archivio è un mondo da scoprire, come potrete immaginare io vi ho dato solo un accenno di ciò che potrete ammirare.
La mostra è ad ingresso gratuito, qui trovate gli orari per la visita.
Là incontrerete quelle vite, le vite degli altri.
La vita e il destino: per conoscerlo alcuni si affidavano al libro delle sorti.
E sì, amici le domande sono sempre quelle: i soldi, la salute e l’amore.
Gli uomini sono sempre uguali, in un certo senso.

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Ci sono documenti sul lotto e sul seminario, di questi tornerò a parlarvi.
E ci sono delle carte da gioco come quelle che ancora usiamo.

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E c’è un grande libro, per me uno dei pezzi più emozionanti della mostra.
La vita, il destino.
In quel pesante volume è scritta la cifra che segnò un grande cambiamento, una rivoluzione, un nuovo inizio e una ritrovata felicità.
Un modo diverso di guardare al futuro grazie a quella somma: 1000 Lire, il primo premio della Lotteria.
Lo vinse lei, il suo nome è vergato nell’ottava riga: Catalina, serva di Battista Barixonus.
E c’è solo una scritta, sì.
Eppure osservate bene, guardate con attenzione quella pagina.
C’è tutta una vita: un sorriso, una luce in certi occhi, la speranza di un’esistenza migliore per Catalina.

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A volte certe notizie ti lasciano a dir poco perplessa: addio al disegnatore che ha inventato i Barbapapà, l’abbiamo letto su tutti i giornali di recente.
Calma.
Come sarebbe a dire inventato?
Ecco, perché noi che siamo stati piccoli negli anni ’70 non abbiamo mai avuto dubbi ma soltanto solide certezze al riguardo.
I Barbapapà esistono.
E punto, non ci sarebbe già altro da aggiungere.
Noi ci mettevamo seduti sul tappeto a gambe incrociate a guardare le avventure di questa simpatica e allegra famiglia, quelle storie hanno allietato le giornate di molti di noi e l’attesa del cartone animato era sempre un momento lieto.
Ecco, non posso dire di ricordarmi nel dettaglio le trame degli episodi però ho una memoria precisa di un senso di infantile stupore e di splendida meraviglia.
Semplicemente, i Barbapapà c’erano.
E per quanto mi riguarda ci sono sempre stati, ecco.
I Barbapapà erano morbidi e colorati, i Barbapapà erano sempre sorridenti.
E il capofamiglia era di una bella tinta rosa confetto proprio uguale al colore del nostro chewing gum preferito.
Sì, quello con il quale si facevano le bolle grandi che poi quando scoppiavano ti si spiaccicavano sulla faccia.
Tra il resto, ora che ci penso, quando abbiamo smesso di fare le bolle?
E soprattutto, perché?
Deve essere accaduto in qualche istante dimenticato, in una di quelle fasi di passaggio all’età adulta durante le quali si abbandonano le abitudini dell’infanzia per acquisirne altre, nuove e diverse.
E comunque, quando ci entusiasmavamo per le bolle giganti guardavamo anche i Barbapapà.
E quando partiva la sigla era un’emozione!
Ve la ricordate, vero?
Ecco arrivare i Barbapapà, nella famiglia Barbapapà, tu li vedi trasformare come gli va…
E sì, lo sapete tutti! I Barbapapà hanno doti eclettiche e cambiano forma a loro  piacimento, questa mirabolante magia è scandita da una celebre frase: resta di stucco, è un barbatrucco!
Ditemi, quante volte l’avete pronunciata anche voi?
Eh, che famiglia speciale i Barbapapà!
I miei preferiti?
Senz’altro la vezzosa Barbabella, lei è tutta viola, da vanitosetta ama i trucchi e i gioielli, infatti porta anche una collanina di perle.
E vi ricordate il piccolo nero e peloso? Lui è appassionato di pittura e quando si mette all’opera si macchia allegramente ovunque!
E insomma, ho scoperto che anche le ultime generazioni hanno avuto la fortuna di conoscere i Barbapapà, noi che siamo stati piccoli negli anni ’70 non li abbiamo certo dimenticati e anzi, vi dirò, c’è gente che conserva gelosamente i propri giocattoli, sì, sì, alcuni lo fanno!
E cosa mi dite di voi?
Qual era il vostro preferito?
Ecco, a tal proposito, magari mettendoci tutti insieme potremmo ricomporre la gloriosa famiglia alla quale tutti noi abbiamo voluto bene, cosa ne pensate?
Io porto in dote la Barbamamma, nera e morbida, ha una coroncina di fiorellini rossi sulla testa, le ciglia lunghe e grandi occhi dolci.
E posso concludere questo post in una sola maniera, sì.
Resta di stucco, è un barbatrucco!

Barbamamma

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Dapprima furono i pentolini.
Se penso ai miei giochi d’infanzia, questo era certo uno dei miei preferiti e come tutte coloro che sono state bambine agli inizi degli anni ’70 anch’io avevo un’infinità di padellini, coperchi e piccole pentole, naturalmente avevo anche un vasto assortimento di frutta e verdura di plastica.
Essere bambini allora era forse diverso rispetto adesso?
Io da piccola mi mettevo seduta per terra e potevo andare avanti a giocare per conto mio per un pomeriggio intero senza annoiarmi mai, una bella fortuna!
Giocando, da soli o in compagnia, si diventa grandi.
E poi c’erano le amichette, anche voi ne avevate alcune che abitavano nel vostro palazzo?
Io le avevo e così a una certa ora del pomeriggio ci si trasferiva in casa dell’una o dell’altra portandosi al seguito tutto l’armamentario del caso: non solo i pentolini anche il consueto Cicciobello, credo che lo abbiano avuto tutte le bimbe della mia generazione, io al mio ero proprio affezionata.
E ovviamente c’erano anche le Barbie.
Io ne avevo una di quelle con le gambe dure che non si piegavano, altre due snodate e flessibili, due Skipper e un Ken.
E tutti loro avevano un guardaroba di tutto rispetto, un giorno tirerò fuori la valigetta che contiene tutti i vestitini e vi mostrerò l’abito di pizzo rosso o la vestaglia rosa trapuntata.
La Barbie, di default, perde le scarpe, non so come sia adesso la questione ma allora non c’era proprio verso che si riuscisse a fargliele tenere.
E la biondissima diva ha questi capelli difficili da pettinare, diciamolo.
La mia Barbie e quelle delle mie amichette erano sempre sul pezzo, organizzavano feste, andavano spesso in vacanza, erano provette cavallerizze e di lavorare non se parlava nemmeno!
E come già ho avuto modo di scrivere ai tempi ci dilettavamo anche con la Reginetta del Ballo.

La Reginetta del Ballo (2)

Noi bambine degli anni ’70 amavamo i giochi in scatola.
Tra i tanti il classico Monopoli, il gioco dei Peanuts, Scoop e poi anche Giro del Mondo, da allora i confini delle nazioni sono molto cambiati.
Tra tutti i giochi uno dei miei preferiti era in una piccola scatoletta rosa, qualcuno di voi se lo ricorda?
Una ruota da girare e una lettera che il destino vi assegna, esce la lettera S?
Rispondi alla domanda sul cartoncino bianco, devi nominare un cantante celebre, una città italiana o francese e così via.
Ecco, diciamo che se volete fare una partita io ci sono, eh!

Pim Pam Pet

Noi bambine degli anni ’70 facevamo puzzles immensi.
E li si sistemava sulla scrivania di papà, d’altra parte dove altro vuoi metterla la Torre Eiffel?
Ecco, che i puzzles li finissimo pure è tutto un altro discorso, io ne ho uno con 3 cavalli bianchi che penso di non aver mai terminato.
E noi bambine degli anni ’70 facevamo braccialetti e collanine, un giorno vi mostrerò la mia scatole delle perline, non avete idea di quante siano!
E poi facevamo i cestini, vi ricordate?
Alzino la mano tutte quelle che hanno fatto i cestini con la rafia!
A quanto vedo nella scatola ce n’è ancora uno da confezionare, che sia il caso di provvedere?

Cestini

Noi bambine degli anni ’70 ci facevamo la merenda da sole.
Eh sì, mi riferisco al Dolce Forno!
In casa mia ne era fortunata proprietaria mia sorella, si seguiva tutta la procedura e si attendeva che il profumo di dolce si spandesse dal magico fornetto.
Si aspettava e con una certa impazienza, bisogna dirlo.
E poi usciva la tortina, bella tonda e dorata, ditemi, vi ricordate che sapore buono aveva?
Noi bambine degli anni ’70 amavamo i pennarelli, i gessetti e le matite colorate, adoravamo pasticciare con il Das, le tempere e gli acquerelli.
L’importante era far qualcosa, ferme non ci stavamo mai!
E poi si guardava la TV dei ragazzi e subito dopo Carosello a letto, frase che avrete sentito miliardi di volte anche in casa vostra, lo so.
E naturalmente non posso scrivere tutto di noi e di come eravamo, altrimenti questo articolo non finirebbe più.
Avevamo tanta fantasia e portiamo con noi tutti i nostri ricordi.
Essere bambini allora era forse diverso rispetto adesso?
Tempo fa ai giardini di Corso Firenze per terra ho trovato un disegno, era uguale a quelli fatti da noi bambine degli anni ’70.

Disegno

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La Reginetta del Ballo

Cari lettori e soprattutto care lettrici, oggi qui si parla di cose serie!
Nel corso di questa estate la mia amica Tiptoe ha scritto un nostalgico post dedicato ad un gioco da tavolo che tutte noi bambine abbiamo amato: la Reginetta del Ballo.
Eh, Tiptoe è più giovane di me e la sua versione del gioco della Mattel è ben più recente e diversa dalla mia.
E così per la gioia degli occhi di tante di voi, oggi ho estratto dal mio scrigno di ricordi dell’infanzia la scatola che mi ha regalato tanti momenti di autentica magia, ecco a voi La Reginetta del Ballo.

La Reginetta del Ballo

Il fantastico mondo della bionda Barbie, quante di queste bambole avete avuto?
Io davvero tante, lo ammetto!
Il gioco in questione, per bambine da 6 a 12 anni, era il mio preferito.
Lo conservo in cantina, insieme ad altri giochi da tavolo.
Il meccanismo è semplice: si diventa Reginetta del Ballo raggiungendo la casella finale dopo aver conquistato un boyfriend, un anello di fidanzamento, la presidenza di un club e un abito da sera.
E così ieri ho estratto la mia scatola e ho disposto tutte le carte, ognuna è stata messa al suo posto e ho potuto così constatare un fatto estremamente increscioso: dove caspita è finita la carta di Ken?
Secondo voi può esistere un gioco di Barbie senza Ken? Non sia mai!
Raccapriccio, brivido di paura e sudori freddi, di gran carriera sono tornata in cantina e ho aperto tutte le scatole degli altri giochi, stai a vedere che Ken è finito nel Monopoli tra Vicolo Stretto e Parco della Vittoria?
Niente, nessuna traccia del latitante!
Sconsolata sono tornata al mio tavolo per poi accorgermi che la carta della primula rossa, il tanto ambito Ken, era rimasta appiccicata dietro ad un’altra carta.
Giubilo e gaudio, possiamo giocare alla Reginetta del Ballo, i pezzi ci sono tutti!

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Le pedine, il dado e pronti, posti e via!

La Reginetta del Ballo (3)

Eccolo qui il tabellone, ve lo ricordate?
Ci sono le sezioni e le tappe fondamentali per diventare reginetta: la scuola e i clubs, le occasioni per guadagnare e la parte che riguarda l’appuntamento con il boyfriend.

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C’è una casella riservata alle Carte Sorpresa.
Ah , lì poteva capitare davvero di tutto!
C’erano le gratifiche e le opportunità di raggranellare qualche spicciolo, malauguratamente poteva capitare di perscare la carta nella quale si asseriva che a seguito di un litigio con il boyfriend lui chiedeva indietro l’anello, ma caspita!
Poteva persino succedere di incontrare Ken a bordo dell’auto di famiglia, disgraziatamente a secco di benzina.
Ecco, in quel caso il baldo giovanotto era disponibile a portare la pulzella al Viale della Moda in cambio di un dollaro di benzina. Detto così non suona affatto galante, eh!
Nella scatola del gioco ovviamente c’è anche la banca.

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E i soldi di Barbie sono rigorosamente color pastello, ça va sans dire.

La Reginetta del Ballo (6)

Dunque, andiamo con ordine.
Dovete sapere che all’epoca io avevo le idee piuttosto chiare, sì!
Il Club del quale desideravo essere presidentessa era quello di recitazione, non tanto per chissà quale innato talento, semplicemente mi piaceva il distintivo con le maschere della commedia e della tragedia!

La Reginetta del Ballo (7)

Il boyfriend? I quattro candidati erano tutti prestanti, rassicuranti e di bell’aspetto.
Tom, aveva gli occhiali da intellettuale, Ken sfoggiava un certo stile ma il mio preferito era Bob con la sua faccia da bravo ragazzo.
Invece arricciavo il naso quando il destino mi assegnava in sorte Alan, oltre ad avere i capelli rossi portava quella maglietta a righe che non mi garbava affatto!

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L’anello che si riceveva in dono dal boyfriend è ovviamente dorato con due cuori al centro, che zuccheroso e dolce romanticismo!

La Reginetta del Ballo (9)
E comunque ciò che mi premeva non era il boyfriend, macchè!
Ciò che davvero mi interessava era il vestito, per comprarlo bisognava andare al Viale Della Moda.
A me piaceva il Paradiso Rosa, un abito aderente e color confetto, in secondo luogo gradivo il Gran Sera, sui toni del fucsia.
Veniva poi Sensazione, con le sue sfumature di verde.
Quello che proprio non mi piaceva era Fiamma Bianca: corto e per l’appunto bianco.
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Insomma, ritrovarsi fidanzate con Alan e per di più con quel vestito era il peggio che potesse capitarmi, diciamolo.
E quindi, a costo di perdere la partita, quando la mia pedina capitava su quell’abitino chiaro, io stoicamente passavo oltre, in attesa di conquistare il desideratissimo abito dalla tinta pastello.
Con il senno di poi non trovo quel vestito tanto sgradevole, allora lo detestavo proprio!
E anche Alan, povero ragazzo, in fondo non è tanto male, no?
Ci sono momenti di spensieratezza che non si dimenticano, la Reginetta del Ballo è certamente uno di questi.
Ci si metteva sedute per terra e il gioco aveva inizio.
Che dite, facciamo una partita?
In ogni caso io scelgo ancora il Paradiso Rosa.

La Reginetta del Ballo (11)

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I mali effetti del gioco, così si legge su un documento risalente all’anno 1693 che ho trovato all’archivio di Stato.
Su quel foglio sono indicate le disposizioni previste per chi si fosse lasciato tentare dal demone di un gioco che nella Genova di quel tempo imperversava: il biribis.
E traspare una viva preoccupazione per il suo dilagare, il biribis era severamente vietato e così, come si era già fatto in precedenza, venne stabilita una severa multa per coloro che non rispettavano la proibizione: cento scudi d’argento alla prima infrazione, ben duecento per la seconda.
E malgrado ciò il biribis era molto diffuso soprattutto tra i nobili i quali, tutt’altro che intimoriti dai severi moniti delle autorità, continuarono a provare l’ebbrezza dell’azzardo nel chiuso delle loro dimore.
Ma come si giocava?
Il biribis aveva alcune caratteristiche tipiche della moderna roulette e per altri versi ricorda invece la tombola, il piano di gioco era composto da diverse caselle, su ognuna di esse era riportata una figura.
Ogni giocatore faceva la propria puntata e poi si affidava alla sua buona stella, c’era un sacchetto con tutti i numeri corrispondenti alle diverse caselle e quello che veniva estratto a sorte era il vincitore.
E questa è l’immagine di un biribis settecentesco che lo scorso anno era in mostra presso un museo di Genova.

Biribis
Ah, il gioco! Che febbre contagiosa!
Vi si dilettò niente meno che il celebre seduttore Giacomo Casanova durante uno dei suoi soggiorni genovesi.
L’episodio è narrato da Michelangelo Dolcino, imbattibile cronista degli eventi cittadini del passato.
E a quanto pare Casanova partecipò a una partita di biribis che si teneva nella casa di una gran dama e  siccome  lì aveva veduto un ritratto di costei abbigliata da Arlecchino, come cortese omaggio il celebre tombeur de femmes si ostinò caparbiamente a puntare i suoi soldi su quella figura e perse miseramente.
Quando toccò a lui estrarre i numeri dal sacchetto, la fortuna passò dalla sua parte e così il veneziano si garantì una ricca vincita.
A quanto si legge si mormorò persino che Casanova non avesse giocato proprio pulito e per questo lui andò su tutte le furie.
Un gioco proibito, sul documento che vi ho precedentemente citato viene definito pernicioso, verso la fine del ‘700 si arrivò persino a ventilare per i trasgressori punizioni ancor più severe come pene corporali, carcerazione e bando.
In un certo giorno, in una casa di Genova si tenne una partita a biribis e tra i giocatori c’era anche lui, il più celebre seduttore, il veneziano Giacomo Casanova.

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