Il Caffè della Concordia

Vi porto ancora nella via del fasto e delle dimore lussuose, questo sarà un viaggio nel passato di Via Garibaldi che per me resta tuttora Strada Nuova, amo usare ancora quel suo antico toponimo evocativo di certe eleganze inconsuete di tempi distanti.
Camminiamo insieme nei giorni di un secolo di grandi cambiamenti: nella Genova ottocentesca il Caffè della Concordia è un ritrovo esclusivo e molto raffinato.
Era collocato all’interno di Palazzo Bianco e vi si accedeva tramite una scala di marmo dai locali ora occupati da Arduino 1870, negozio di antiquariato e vintage annoverato tra le botteghe storiche.
Che atmosfera incantevole al Caffè della Concordia, da lassù si potevano ammirare le bellezze di Strada Nuova.

Si attraversava una sontuosa galleria e ai tavoli si consumavano autentiche bontà.
Delizioso era il caffè corposo e profumato, celebri erano gli spumoni, i gelati al cioccolato e alla crema, gli arlecchini di fragola e limone e ricercati certi glacés à la napolitaine.
Oltre ad essere un ritrovo molto alla moda il Caffè della Concordia fu anche scenario di certe vicende storiche, era infatti uno dei luoghi prediletti dai protagonisti del nostro Risorgimento.
Si narra che Giuseppe Mazzini si sia nascosto qui per una notte intera nel periodo in cui si organizzava a Genova la spedizione guidata da Carlo Pisacane che finì poi in un massacro nel giugno del 1857.
Lo stesso Pisacane frequentò il locale: vi si recava con la speranza di raccogliere fondi proprio per quella sua eroica impresa nella quale poi perse la vita.
Lo Stabilimento Concordia, così lo si chiamava a quel tempo, era meta di letterati e patrioti, tra gli altri ci si poteva trovare Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio e Giorgio Asproni, anche Giuseppe Verdi amava frequentarlo.
Ecco l’insegna del Caffè e la sovrastante galleria, l’immagine è tratta da una cartolina d’epoca di mia proprietà.

Nel bel locale di Strada Nuova i clienti trovavano una bella varietà di svaghi.
Ad esempio ci si poteva accomodare nella sala medievale, così denominata per lo stile dell’arredamento, qui si esibiva una orchestrina composta da valenti musicisti che per il diletto dei presenti eseguivano pezzi d’opera e walzer di Strauss.
C’era anche una sala degli scacchi dove si potevano incontrare eminenti cittadini intenti a dilettarsi con il celebre gioco, non mancavano una sala da pranzo e una sala più piccola e riservata ai ricevimenti per i pranzi di nozze o i battesimi.

Il Caffè della Concordia era dunque molto rinomato, tra i molti mirabili eventi qui si tenne anche il pranzo offerto da Felice Cavallotti in occasione della sua elezione a senatore.
Il tempo poi passò, il nuovo secolo diede luogo ad un nuovo corso e la stella del Caffè della Concordia smise di luccicare: così accade alle cose del mondo.
Ai nostri giorni non si conserva particolare memoria di questo locale che un tempo fu così prestigioso, le notizie che avete letto sono tratte da un articolo di F. Ernesto Morando pubblicato su Il Lavoro del 13 Maggio 1926.
Quando passate in Strada Nuova alzate lo sguardo.
E immaginate una galleria, i bicchieri che tintinnano, le parole scambiate, i minuti che sfuggono.
Il tempo che non abbiamo vissuto, al Caffè della Concordia.

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Arduino 1870, cose belle dal nostro passato

C’era una volta a Genova un locale molto celebre: il Caffè della Concordia.
Era frequentato da politici e letterati, qui avreste potuto incontrare l’ardito Carlo Pisacane e molte altre figure eminenti del suo tempo, lo cita anche Giorgio Asproni, il deputato di origine sarda che visse a lungo anche a Genova.
Il Caffè della Concordia aveva un sontuoso e scenografico giardino, i suoi ospiti si ritempravano all’ombra di questo loggiato.

Via Garibaldi

Vi si accedeva dalla sontuosa Strada Nuova, da certi locali che nel 1907 divennero la sede del negozio di Alberto Arduino, orefice di lunga esperienza che già dal 1870 faceva i suoi affari in Corso Torino.
Dopo di lui vennero le sue figlie, il negozio quindi passò ad altre persone ma il nome del Signor Arduino ancora luccica in Via Garibaldi.

Arduino

Ed è una bomboniera, i suoi antichi arredi lo rendono un posto speciale dall’atmosfera affascinante.

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Dal 2010 ne è proprietaria Caterina Ottomano, qui trovate antiquariato e vintage, argenterie, ceramiche e oggettistica d’antan.

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E a far brillare gli occhi ai collezionisti ci sono ad esempio le monete antiche.

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Nelle vetrinette troverete tante cose belle che vengono dal nostro passato: i bracciali delle nostre nonne, le spille sberluccicanti e le collane sfarzose.

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E non manca la contemporaneità.

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Vedrete anche un banco da lavoro, lo usa Caterina per confezionare i suoi bijoux.

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Una luce calda, i mobili color carta da zucchero.

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E ancora bracciali, in una delle vetrine.

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E poi, per l’appunto, le rarità che acquistano coloro che amano le collezioni: le decorazioni militari appartenute a qualcuno che si distinse per le sue gesta.

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E oggetti particolari, questa selezione di antichi timbri ha tutto il fascino del tempo perduto.
Profumo di ceralacca, d’inchiostro e di carta spessa.

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E poi, meraviglia delle meraviglie, un contenitore con le foto antiche: devo confessarvi che molte di esse adesso sono qui con me, non ho saputo resistere a certi sorrisi e a certi volti appena appannati dagli anni trascorsi.

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Lo charme di Arduino e la sua lunga tradizione fanno sì che questo negozio sia annoverato tra le Botteghe Storiche della città.

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Varchi questa soglia e davvero ti sembra di entrare in un altro secolo.

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Per caso vi occorre un binocolo da teatro?
Eccolo, il tutto il suo luccicante splendore.

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E per una serata importante è necessario sfoggiare la borsina adatta, non ci sono dubbi.
Vintage chic e raffinato, lo apprezziamo ancor di più in questa nostra epoca degli accessori in serie.

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Un negozio accogliente e curato, sono felice di ospitare su queste mie pagine tanta raffinata delicatezza.

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Se andrete a scoprire le bellezze di Arduino troverete lei, Caterina Ottomano, una persona piacevole, grintosa e molto competente.
E qui la ringrazio per l’accoglienza e il tempo dedicatomi.

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Il suo negozio è nella via più elegante della città, la strada dei palazzi nobiliari e dei musei.
Ed è qui dal lontano 1907 con le sue rare specialità di Genova.

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Deputati e ballerine nell’Italia del Risorgimento

Vi ho già parlato di Giorgio Asproni, originario di Bitti, in Sardegna,  fu un eminente uomo politico, nel periodo in cui si faceva l’Italia, un fervente repubblicano e un membro attivo del Parlamento.
Ha lasciato, in eredità, un testo molto importante, il Diario Politico, edito da Giuffrè.
E  come si può intuire, si parla della politica del tempo, del Parlamento, di come si facevano le leggi, è lo specchio scrupoloso di quel periodo che Asproni visse da protagonista ma questo è anche un diario, intimo e privato, non pensato per essere divulgato ai contemporanei e voi non potete immaginare cosa sia stato capace di tramandarci Giorgio Asproni.
Quando uno frequenta il bel mondo, l’alta società, secondo voi, tornato a casa, cosa annota sul proprio amatissimo diario?
Ma naturalmente le storie che ha sentito e visto accadere, con una certa salace ironia.
Asproni viaggiò molto, visse a Napoli, a Firenze, a Genova, a Torino, sono i luoghi della politica del nostro Risorgimento e l’autore, oltre a soffermarsi ampiamente sulle varie notizie storiche di grande rilievo, sul taccuino di viaggio della sua vita ha annotato episodi e vicende davvero insoliti.
E allora, signori, benvenuti nel Risorgimento.
Ci sono patrioti, eroine, camicie rosse, rivoluzionari.
E un principe un Savoia, che, guarda un po’, ha l’abitudine di coltivare frequentazioni non proprio ortodosse.
Asproni riferisce una conversazione con Vincenzo Ricci, anch’egli politico e sentite cosa va a combinare un certo principe.

5 Febbraio 1867, Firenze

Mi ha raccontato lo scandalo di una ballerina che, vestita cavallerescamente, voleva in Brescia assistere ad una rivista militare passata dal Principe Umberto; era da lui invitata per lettera, che la ballerina aveva mostrato alla signora alla quale chiedeva gli abiti che essa non aveva. La Questura, con dispiacere del Principe, ad evitare lo scandalo la mandò via.

Uh, la ballerina! E la questura! E l’incauto blasonato deluso! Ma senti, senti!
E poi c’è una contessa e  pare che abbia avuto una vita piuttosto movimentata. Beh, che volete! Un tempo questa nobildonna era davvero bellissima, ora dice Asproni, è un po’ appassita. Pensate, da giovane era amica di un famoso cardinale e adesso? Adesso se la intende niente meno che con Vittorio Emanuele! Ma non sono tutte rose e fiori per la contessa, state un po’ a sentire cosa dice Asproni.

14 Maggio 1867, Firenze

Ci ha detto che la incalzano perchè parta e che la trattano ignobilmente. … Essa chiede che le paghino i debiti; invece la sfrattano per ordini di polizia. Io le ho detto che non ha che due vie di salvezza: o trovare il modo che il re accomodi tutto o dare pubblicità ai documenti che sono laidi e turpissimi.

Certo che Asproni dava certi consigli, e chi l’avrebbe detto!
Documenti turpissimi? Ma un po’ di prudenza? Ma insomma! Un re che si fa prendere in castagna in questa maniera, ma santo cielo!
E Garibaldi che tipo era? Certo pieno di spirito, d’altra parte, cosa vi aspettate da uno che aveva battezzato i suoi asini Pio IX, Francesco Giuseppe e Luigi Napoleone.
E certo non era privo di autoironia. A quanto si legge, Garibaldi racconta che una volta, mentre si trovava nel Pacifico, si trovò in mezzo a nugoli di zanzare, e non riuscì in nessun modo a liberarsene, prima si avvolse in un mantello, poi accese il fuoco e disdetta volle che a un certo punto gli sovvenisse necessità di espletare certi bisogni.  E insomma, si tirò giù i pantaloni e venne assalito in maniera orrenda da migliaia di zanzare!
Per poco non ci divorano l’eroe dei due mondi, non so se vi rendete conto!
Poi c’è un certo Tecchio, che poverino, un giorno, si sente male.

6 Luglio 1867, Firenze
Lo hanno curato i medici Bertani e Palasciano. Tecchio è smilzo, avanzato in età. Si è preso in seconda moglie una ballerina, che lo sfinisce.
In uno di questi attacchi ci resterà e poi diranno i preti che è il dito di Dio.

Di nuovo una ballerina, ma allora è dalla notte dei tempi che sono in voga certe abitudini! I padri della patria se la spassavano, non c’è che dire.
C’è un uomo politico che, decisamente se l’è vista brutta.
Ecco l’episodio, una vera chicca.
A un dibattimento si fronteggiano un certo Mancini e un tale Toscanelli.
Quest’ultimo accusato dal primo di prendere le notizia dal trivio, ribatte che lui il trivio non lo frequenta, né col cuore, né con la persona.
Stupore degli astanti, qualcuno avrà compreso a cosa si riferisce il Toscanelli?
Lo spiega Asproni, con dovizia di particolari, leggete bene cosa scrive.

7 Aprile 1869, Milano

 Il Mancini è donnaiolo. Una volta faceva l’amore con una propria cameriera. La moglie tanto lo spiò che lo sorprese in letto e in atto con la medesima. Il Mancini, levatosi in camicia, correndo dietro la moglie gridava: Lauretta mia, il cuore non c’era, non c’era il cuore. E la moglie a sua volta: c’era il c….o! Stasera il Toscanelli raccontava l’aneddoto a tutti nel caffé.

Sì, la parola con i puntini di sospensione è quella che pensate.
E ora vi prego di pensare a questa moglie, questa donna meravigliosa e piena di arguzia.
Noi pensiamo alle donne dell’Ottocento e le immaginiamo timide, tremanti, fragili.
Ce le figuriamo delicate, deboli femmine che si nascondono dietro un ventaglio, diafane creature ondeggianti negli abiti ampi e setosi.
E lei, la signora Mancini, se ne esce con questa frase?
A parte che poi, secondo me, tutta la scena è spassosissima.
Asproni, beffardo e pungente la scrive e la descrive con una perizia incomparabile.
Il Toscanelli, infame, va narrando la vicenda a destra e a manca, e io me lo vedo, perfido, dentro al caffé, mentre se la gode a diffamare l’avversario davanti a un folto pubblico.
Lui, il fedifrago, tenta una faticosa rimonta con quelle parole strappalacrime.
E poi lei, la grande, unica impareggiabile Laura Mancini, lei: dura, chiara e netta.
E, concedetemelo, semplicemente grandiosa.
Questo ed altri aneddoti si trovano in quel libro dal titolo serissimo, il Diario Politico di Giorgio Asproni, lo avreste mai detto?
Con le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, speravo che venisse dato maggior rilievo a questo personaggio, a mio parere molto importante, il solo che abbia scritto una cronaca così lunga della nascita della nostra nazione, un autore che narra, in maniera mai scontata, grandi e piccoli eventi della nostra storia.
Non ha avuto, e me ne dispiaccio molto, il risalto che merita.
Io personalmente, sono contenta di averlo scoperto e ormai lo considero un amico, il mio amico Giorgio Asproni, che  con i suoi scritti riesce ad appassionarmi e a farmi sorridere, molto.
E a ricordarmi che, in fondo, gli uomini non cambiano mai.
Non sembra anche a voi?

Domenica, 1 Gennaio 1860

Domenica, 1 gennaio 1860.
Cosa accade in un albergo di Torino? Lo racconta Giorgio Asproni, eminente uomo politico sardo, testimone del suo tempo e fervente repubblicano.
Ha lasciato un testo di grande rilevanza, Diario Politico, edito da Giuffrè, che copre il periodo storico, dal 1855 al 1877.
Sono sette preziosi volumi, nei quali si narrano gli eventi dell’epoca, ma vi è anche molto altro, episodi divertenti e boccacceschi sui padri della patria e su personaggi che noi conosciamo come austeri e seriosi.
Io ho questi libri ed è una lettura di pregio, spesso molto divertente.
E in questo giorno, il primo del 2012, vorrei narrarvi cosa accadde in quel giorno d’inverno del 1860, a Torino.
Poco conta che conosciate nel dettaglio le biografie delle persone citate, alcune sono molto note, altre meno, ma immaginate la scena, il protagonista ed i comprimari.
Siamo all’Albergo Trombetta e per questo giorno si è deciso di dare un gran pranzo in onore del Generale Giuseppe Garibaldi. E’ in questo albergo che soggiorna il Nizzardo e quando al mattino Asproni arriva, lo trova che sta facendo colazione mentre si intrattiene in una conversazione con il Colonnello Stefano Turr.
Si discute, si parla di politica. Ah, le donne, sono sempre le più agguerrite! La Contessa Martini ce l’ha a morte con Cavour, dovreste sentire come ne parla!
E sì, si discute di nomine, dell’unione di tutto il partito liberale. Si fanno dei nomi, tra i tanti Asproni suggerisce Mamiani.
E poi dice a Garibaldi che il Re e Rattazzi sono molto soddisfatti del lavoro di Generale.
E sapete che succede? In quel momento nella stanza entra un valletto, reca un omaggio di Vittorio Emanuele II per Garibaldi, ben dodici fagiani!
Verso le sei ci si mette a tavola. Un bel consesso, non c’è che dire, 42 invitati! Ma sapete com’è, in queste circostanze, c’è sempre qualcuno che rovina la festa!
Il Depretis, ad esempio, non profferisce verbo e, dice Asproni, sembra un uomo divorato dall’invidia.
E il Valerio? Si congeda da Garibaldi, sostenendo di avere un improrogabile impegno di famiglia.
Ah, ma voi credete che l’ospite d’onore sia uno che le manda a dire? Ma certo che no, figurarsi!
Garibaldi, con uno sguardo di fuoco, gena il povero Valerio con queste parole:
E la famiglia della Patria?
Al poveretto non rimane altro da fare che rimanersene muto e svignarsela alla chetichella.
E poi la folla, la folla in Piazza Castello, gente che applaude, che urla e fa festa, e Garibaldi che si affaccia al balcone e fa un breve discorso mentre da sotto qualcuno lo incita perchè urli: Abbasso le maschere! Viva Cavour!
Eh, se abitassi a Torino sarei andata a cercare l’albergo Trombetta, avrei fotografato quel balcone e anche Piazza Castello.
Usate l’immaginazione, andateci da voi, con la vostra fantasia, in quella sala, immaginate questi azzimati signori coi baffi, come spesso si usava a quel tempo, guardate i loro abiti scuri e stupitevi anche voi per quel valletto e per quei dodici fagiani, omaggio del Re per l’Eroe dei Due Mondi.
Giorgio Asproni è un autore formidabile, ingiustamente trascurato, anche in quest’anno trascorso durante il quale, grazie alla ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il Risorgimento è tornato in auge.
Tornerò a parlarvi di lui e delle sue memorie, di ciò che lui vide e visse nelle strade di Napoli e di Roma, di Torino, di Firenze e di Genova.
Un diario ha una connotazione intima, privata, non è destinato ad essere divulgato in pubblico e pertanto, nel vergare i propri ricordi, si usa una certa libertà, questo si trova nelle pagine del Diario Politico: gli intrighi politici, le battaglie e gli eventi dell’epoca, ma anche le impressioni personali, i pettegolezzi, i vizi e le virtù dei Padri della Patria.
E si trova questo racconto di un tempo perduto e lontano, il ricordo di quel pranzo.
Era domenica, come oggi.
Ed era il primo giorno di gennaio del 1860.