Il deposito del Museo di Sant’Agostino: Genova perduta

Un viaggio nella città perduta, tra marmi e tesori recuperati e adesso conservati nel deposito del Museo di Sant’Agostino.
In questo mese di febbraio potrete partecipare a una visita speciale che si tiene ogni mercoledì alle 16 e a guidarvi tra le meraviglie del passato di Genova sarà Adelmo Taddei, conservatore di questo importante museo genovese.
Vedrete ciò che resta di chiese scomparse e di strade demolite e ascolterete un racconto ricco di dettagli e certo non privo di forti emozioni, lascio a voi il piacere di scoprire le meraviglie di questa narrazione, io vi mostrerò alcuni reperti che più hanno colpito il mio sguardo.
Cammini in una città che non esiste più, una città che tuttavia si presenta a te e ti parla dei giorni che non hai potuto vedere.

S. Agostino

Ed è una sequenza infinita di marmi, colonne, capitelli, statue, formelle, lapidi.
Tutto appartiene ai giorni lontani di Genova, come questo San Francesco D’Assisi, non si sa da dove provenga questa statua.

S. Agostino (2)

E poi angeli, dall’Altare Maggiore della Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo.

S. Agostino (4)

Dalla stessa chiesa proviene anche la statua di San Pietro Martire.

S. Agostino (5)

E una targhetta ricorda che su questi ripiani ci sono marmi e lapidi provenienti da Salita di Ripalta.

S. Agostino (7)

Usiamo la nostra immaginazione per ritrovare una via perduta, era nei dintorni dell’attuale Piazza Dante, c’era il negozio di paste e gallette di Pietro Terrile e la sartoria di Angela Zerega.
E c’era un mondo che non possiamo vedere.

S. Agostino (6)

A breve distanza, un frammento proveniente da una casa demolita, in Ponticello.

S. Agostino (8)

Da altre vie e luoghi perduti vengono questi volti, sguardi cupi ed espressioni torve.

S. Agostino (9)

S. Agostino (10)

E poi la dolcezza di una Madonna con il Bambino.

S. Agostino (10A)

E un’altra ancora.

S. Agostino (12)

Tre sovrapporta, pensa alla casa, alle sue finestre piene di vita e ai rumori dei passi di coloro che salgono i gradini.

S. Agostino (13)

Ancora una scultura, dalla chiesa di San Silvestro.

S. Agostino (14)

E non so spiegarvi il mio attonito stupore accompagnato da una sorta di vera amarezza per ciò che non abbiamo saputo difendere.

S. Agostino (15)

I leoni di Villa Scassi.

S. Agostino (16)

E a terra, colonne e busti di quattro patrioti, non so dirvi dove fossero collocati, tra essi Jacopo Ruffini.

S. Agostino (17)

E ancora, l’eroe dei due Mondi.

S. Agostino (17A)

E ancora, due lapidi perfette, una per Mazzini e una per Garibaldi, vi si legge che la Società Amici Sestiere Maddalena riconoscente pose.
Correva l’anno 1884, adesso le lapidi sono in un magazzino e io mi domando perché non le abbiano ricollocate, devo dirlo.

S. Agostino (19)

E ancora, una lapide per i caduti per l’Indipendenza e L’Unità D’Italia, la memoria di certi nomi svanisce presto, purtroppo.

S. Agostino (20)

Due angeli, a loro il compito di reggere candele dalla luce fioca.

S. Agostino (20A)

Una parete coperta di stemmi provenienti da San Domenico.

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Li vedete così, un tempo erano ravvivati dal colore.

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E ancora, pietra nera di promontorio.

S. Agostino (24)

E poi un viso dai tratti gentili.

S. Agostino (25)

Un angioletto, proviene dalla Chiesa o dal Convento di San Francesco di Castelletto.

S. Agostino (26)

Provengono da quella chiesa il gruppo marmoreo e le formelle delle foto che seguono.

S. Agostino (27)

S. Agostino (28)

E due sono i telamoni di un portale che un tempo era in Piccapietra.

S. Agostino (29)

E sul muraglione dell’Acquasola c’era questo Giano Bifronte opera dello scultore Santo Varni.

S. Agostino (30)

Avvisi per il Magistrato dello Spedale di Pammatone, così si legge su questo marmo.

S. Agostino (31)

E sempre da Pammatone provengono le campane.

S. Agostino (32)

Scandivano le ore e il tempo di chi ci ha preceduto e sono anche testimonianza di un’antica devozione.

S. Agostino (33)

S. Agostino (34)

Volti e storie che un tempo erano per le strade di Genova perduta: da sinistra Menandro e Metastasio, gli ultimi due sono Alfieri e Goldoni, incomprensibile il nome scritto sotto la figura centrale.

S. Agostino (35)

Questo si presume che sia un cancello di qualche chiesa, mirabile la bravura di colui che l’ha forgiato.

S. Agostino (36)

Un tempo perduto, una città che ritrovi conservata nei depositi di questo museo.

S. Agostino (38)
Ho tralasciato volutamente alcuni pezzi importanti e di questi tornerò a scrivere quanto prima, credo che meritino uno spazio dedicato.

S. Agostino (37)

Vi ho mostrato una piccola parte dei marmi che potrete ammirare durante la visita, ringrazio il Dottor Taddei per il suo racconto appassionato e per la dedizione che traspare dalle sue parole.
Andate anche voi al Museo di Sant’Agostino, qui ci sono tutti i dettagli per prenotare la vostra visita.
E troverete questa Madonnina scolpita nel marmo, la circondano bocci di fragili rose.

S. Agostino (39)

E questi angioletti che se ne stanno riposti su un ripiano.

S. Agostino (40)

Insieme a loro ce ne sono molti altri, custodiscono le storie di Genova perduta.

S. Agostino (41)

Simone Schiaffino, l’Alfiere dei Mille

Questa è la storia di un ragazzo di nome Simone, nel suo luogo d’origine si conserva viva la memoria di lui e del suo coraggio.

Camogli (2)
Simone Schiaffino, figlio di un capitano marittimo, nasce a Camogli nel 1835, sulla passeggiata del caratteristico borgo ligure c’è ancora la sua casa.

Simone Schiaffino (6)

Quel mare tempestoso è il suo destino, ha appena 11 anni quando si imbarca come mozzo, a 19 è un giovane uomo di grande esperienza e come suo padre è divenuto capitano.
Sulla lapide che sovrasta la sua dimora natale si legge che lui fu l’Alfiere dei Mille, Simone lo divenne con grande onore.

Simone Schiaffino (5)

Di animo appassionato e di spirito vivace, animato da amor patrio, Simone Schiaffino si unisce alla causa patriottica e in diverse circostanze si distingue per il suo valore, nel 1859 è tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, nella Seconda Guerra di Indipendenza.
E poi è ancora Garibaldi che lui seguirà nell’ Impresa dei Mille con la quale venne fatta l’Italia.
È un ragazzo, un ragazzo dall’animo semplice e fiero.

Simone Schiaffino (4)

Camogli

Chi parla di lui? Chi ha tramandato i tratti della sua persona e il suo carattere?
Lo hanno fatto i suoi compagni d’avventura, giovani altrettanto temerari, primo tra tutti Giuseppe Bandi.
È la fine d’aprile del 1860, a Villa Spinola i volontari fremono, aspettano il momento tanto atteso ma certe notizie ritardano la partenza che muterà il corso della storia.
E così scrive Giuseppe Bandi:

Nell’anticamera non eravamo se non io e un bel giovine di Camogli, con due grandi occhi azzurri spiranti un ineffabile senso di simpatia.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

Quel ragazzo è Simone Schiaffino, è deluso e lascerà la stanza con gli occhi bagnati di lacrime salutando il Generale Garibaldi con voce tremula.
Tenace e indomito ragazzo di Camogli, è vicino il giorno del tuo coraggio.

Simone Schiaffino (2)

Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

È il 5 Maggio 1860, i Mille lasciano Quarto, i piroscafi della Società Rubattino sfidano le onde del mare.
Garibaldi è a bordo del Piemonte, il nostro giovane Simone è invece imbarcato sul Lombardo, è timoniere di Nino Bixio insieme ad Adolfo Azzi da Trecenta di 23 anni.
Ragazzi coraggiosi che hanno lasciato il segno, di Simone Schiaffino parla anche Giuseppe Cesare Abba, questo è il ritratto da lui delineato:

Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare che pareva andasse studiando Garibaldi per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Un viaggio per mare, un viaggio che conduce incontro al destino.
Lungo le coste d’Italia, fino in Sicilia.
Giunge il 15 Maggio, è il giorno dell’eroica battaglia di Calatafimi.

Simone Schiaffino (3)Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

E c’è un testimone, è ancora Giuseppe Bandi a raccontare cosa accade: la battaglia infuria, è fumo, coltelli, sassi e sangue che scorre.
Vicino a Bandi c’è un piccolo gruppo di garibaldini: un certo Elia, il figlio di Garibaldi Menotti e Simone Schiaffino.
Lui, Simone, porta il tricolore, alcuni sostengono che si trattasse della bandiera riccamente decorata cucita dagli italiani emigrati a Valparaiso e da loro donata a Garibaldi nel 1855.
Lo scontro con i borbonici non tarda ad arrivare, Bandi definisce i suoi compagni I tre Moschettieri, scrive che combatterono strenuamente con le carabine e poi ricorsero alle baionette.
Me ne rammento come in un sogno, sottolinea Bandi.
Sventola fiero il vessillo che Simone ha tra le mani, i cacciatori borbonici danno l’assalto per strapparglielo e Bandi getta un urlo disperato: Salviamo la bandiera!

Museo del Risorgimento (37)

Tricolore esposto all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento 

Sono momenti di tragica concitazione, sono gli ultimi istanti di vita di Simone Schiaffino che muore trafitto in pieno petto da un colpo di fucile.
E ancora Bandi scrive:

Schiaffino cadde indietro, sollevando in alto, nel cadere, la bionda e lunga barba, e lasciò la bandiera, che in mezzo a grida di giubilo, sparì dai miei occhi.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

I tratti di Simone Schiaffino sono effigiati nella statua a lui intitolata nella sua Camogli, sul basamento sono incise le memorie delle sue imprese e le parole del Generale Garibaldi al quale il giovane era molto caro.

Simone Schiaffino (9)

Simone Schiaffino (7)

Superbo nocchiero del Lombardo, come lo definì Abba, morì a soli 25 anni in nome di un ideale nel quale credeva con ferma passione.
Un patriota indomito, Simone Schiaffino è ritto nella piazza a lui intitolata, alle sue spalle c’è il mare che lo vide nascere.
Nella mano stringe la nostra bandiera, eroico Alfiere dei Mille che cadde per difenderla.

Simone Schiaffino

5 Maggio 1860, Rose Montmasson con le Camicie Rosse

C’era un certo movimento in quei giorni di maggio nella Superba.
Ne narra Giacomo Oddo, suo è un libro che ci riporta a quei momenti epici e alle storie di quegli uomini in camicia rossa che seguirono Giuseppe Garibaldi nella sua impresa.
E alla vigilia della partenza un moto insolito notavasi per le strade di Genova, così scrive l’autore nel suo testo I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie.
Erano visi nuovi, giovani pieni di spirito e di vita, queste parole restituiscono il ritratto di quelle figure eroiche.

Garibaldini

Fotografia esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano

Tra coloro che partiranno c’è anche Francesco Crispi, futuro Presidente del Consiglio.
Crispi ha una moglie, lei è originaria della Savoia e il suo nome è Rose Montmasson, detta poi Rosalia.
I due si sono incontrati nel 1849 a Marsiglia, dove lui era in esilio, la giovane è lavandaia e stiratrice, Rosalia è una donna del popolo.
E ancor prima di divenire sua moglie lei seguirà il suo uomo ovunque, ne condivide le idee e gli ideali.
E’ con lui a Malta, dove Crispi viene esiliato, è al suo fianco a Parigi dove si compie il complotto di Felice Orsini e poi ancora è a Londra, da Giuseppe Mazzini.
Sono anni di fermento, Rosalia è una donna coraggiosa e non conosce timori.
Eccola a Genova, il 4 Maggio del 1860, davanti al mare che bagna lo scoglio di Quarto.

Quarto

Rosalia vuole partire, vuole imbarcarsi con le Camicie Rosse.
Lui, Francesco Crispi, le dice che Garibaldi non vuole donne a bordo ma la sua compagna non si perde d’animo e fieramente si rivolge a Garibaldi in persona.
Scrive Giacomo Oddo che lui le porse la mano e le disse queste parole:

Venite dunque se così vi piace; ma ricordatevi che vi esponete a grave rischio e pericolo, e che io non posso risponder di nulla.

Garibaldi (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E giunge il 5 Maggio, narra Oddo che nelle case e nelle osterie di Genova si udivano le voci di reciproco incoraggiamento tra coloro che si apprestavano a partire, l’impresa era vicina.
E tra i molti che lasciano le rive di Liguria c’è anche Rosalia Montmasson che indossa abiti maschili.
Per lei Oddo spende parole generose, narra che al tempo della spedizione di Rosalino Pilo, nel marzo 1860, fu lei ad assumersi il compito di portare lettere e dispacci in Sicilia per avvisare i sostenitori della causa di quanto stava per avvenire.
E nell’impresa dei Mille, unica donna tra tanti valorosi, darà prova del suo coraggio, a Calatafimi combatte a fianco degli uomini ma è anche l’angelo consolatore che soccorre i feriti e se ne prende cura.
Scorreranno gli anni, la sua vita si separerà da quella di Crispi, la loro storia verrà anche sopraffatta dallo scandalo, Crispi avrà accanto un’altra donna che sposerà e verrà accusato di bigamia, anche gli amori più intensi possono terminare nel peggiore dei modi.
In questo giorno ho voluto ricordare la figura di lei e le sue virtù delle quali Rosalia diede dimostrazione in quei giorni durante i quali venne fatta l’Italia.
E la ricordo con le parole che Oddo scrisse per lei, Rosalia Montmasson, l’unica donna che partì con le Camicie Rosse di Garibaldi.

… disinteressata, piena di coraggio, ardita più di quanto in donna soglia accadere, dall’anima vivace, anzi di fuoco, dalla parola pronta, dall’animo schietto, nata alla libertà ed all’indipendenza…

Divise

Divise dei garibaldini Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

5 Maggio 1860, le Camicie Rosse di Garibaldi

Strana coincidenza di date! Partiremo stasera.
Chi fra quanti siamo qui non ripensa che oggi è l’anniversario della morte di Napoleone?

Quarto, presso Villa Spinola
5 Maggio, a un’ora della notte

A scrivere queste parole, in una Villa situata nel levante cittadino, è Giuseppe Cesare Abba, uno dei Mille, uno di coloro che  partirono al seguito di Garibaldi, quel 5 Maggio 1860.
E trovate il resoconto di quelle vicende in Da Quarto al Volturno, noterelle di uno dei Mille, il testo che Abba ha lasciato ai posteri in memoria di quell’impresa dalla quale nacque la nostra nazione.
Giulio Cesare Abba è uno scrittore appassionato, rileggo spesso quelle pagine così dense di vibrante partecipazione e l’anno scorso, in occasione del 5 Maggio, vi portai a conoscere l’Albergo del Raschianino, dove Abba soggiornò insieme ai suoi compagni prima della partenza, qui trovate l’articolo al quale mi riferisco.

Caricamento - I Mille

E torniamo a quei giorni luminosi, a quei giovani desiderosi di prendere il mare.
Abba si imbarcherà sul Lombardo, al comando c’è Nino Bixio e il nostro autore annota con un certo rammarico che quelli del Piemonte sono più fortunati, a bordo insieme a loro c’è il Generale Garibaldi!

Garibaldi (2)

Opera conservata all’Istituto Mazziniano –  Museo del Risorgimento

Le memorie dei garibaldini sono emozionanti e pare davvero di esserci, a Porta Pila, mentre Abba e gli altri passano tra donne del popolo che hanno gli occhi umidi di lacrime.
Si cammina, verso il levante, verso quella villa che ai nostri tempi ospita il Museo Garibaldino di Quarto.
E il caldo picchia e la strada di Quarto è gremita di gente.
E le voci alzano, Abba vi porta proprio lì, tra quelle persone in trepida attesa.

La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora!
Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova.
Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui!

Garibaldi

Opera conservata all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

E’ semplice e coinvolgente la scrittura di Abba, lui è un cronista che ha l’anima in punta di penna.
E vi accompagna verso gli scogli, dove scese Giuseppe Garibaldi seguito da alcuni dei suoi.
E intanto giovani pronti a combattere salutano i padri e i fratelli, si narra di una madre venuta da molto lontano per cercare suo figlio, l’hanno vista correre di qua e di là, per Genova, alla disperata ricerca di lui.
E sì, quando lo trovò con tutto il suo amore materno pregò il figlio di desistere dall’impresa ma lui fu irremovibile e la donna tornò a casa da sola.

Divise

Divise e armi dei Garibaldini
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Si parte, a bordo del Piemonte e del Lombardo, si possono  sentire tutti i dialetti, molti dei presenti sono giovani ma non manca qualcuno più in là negli anni.
E tra loro ci sono nomi da non dimenticare.
Tra i tanti c’è anche quel professore di lettere, amico di Mazzini, finito in galera per l’impresa di Carlo Pisacane.
Si chiama  Francesco Bartolomeo Savi e qui trovate la sua storia, Abba lo definisce modesto e taciturno e così scrive: si vede che è amato e cercato, chi non sa chi sia gli passa rispettoso vicino e lo saluta.

Divise (2)

Giubba e armi dei Carabinieri Genovesi
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

I Carabinieri genovesi hanno un capitano, Antonio Mosto.
E ancora Abba non risparmia gli aggettivi: una bella testa di filosofo antico, di modi e di fisionomia austero, coraggiosissimo.
Il libro di Abba è un viaggio nel viaggio, Genova è la città dalla quale partirono gli uomini di Garibaldi, Genova è la città del Risorgimento.

Armi

Armi e Sciabole appartenute ad Antonio Mosto
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Le immagini che avete veduto sono state scattate al Museo del Risorgimento, uno dei luoghi dove si può ripercorrere diversi eroici momenti della storia di Genova e della nostra nazione.
E lì, nel Museo situato nella casa natale di Mazzini, trovate una sala dedicata al monumento che venne eretto per celebrare il cinquantenario dell’impresa dei Mille.

Museo del Risorgimento (40)

Opera esposta all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

E potrete anche vedere il bozzetto con il quale lo scultore Eugenio Baroni vinse il concorso che era stato indetto nel 1910, questo è il monumento che si può ammirare a Quarto.

Monumento di Quarto

Opera esposta all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Fu inaugurato nel 1915, davanti al mare dal quale partirono gli uomini guidati da Giuseppe Garibaldi.

Monumento ai Mille

E al Museo  c’è un manifesto che ricorda i giorni di quell’inaugurazione, per l’occasione le Ferrovie offrirono condizioni speciali!

Monumento di Quarto - inaugurazione

Manifesto esposto all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Genova commemora quei giorni di primavera che determinarono l’Unità d’Italia con una serie di eventi: celebrazioni, conferenze e incontri di sicuro interesse.
Dallo scoglio di Quarto al Museo del Risorgimento, le Giornate Garibaldine si svolgono dal 4 al 14 Maggio, qui trovate il programma completo.
Di fronte al quel mare che luccica e davanti a quegli scogli lambiti dalle onde c’è anche il Memoriale dei Mille, dove si possono leggere i nomi di tutto coloro che presero parte all’impresa.

Quarto

Tra loro, tra gli uomini in Camicia Rossa, c’era anche lui,  Giuseppe Cesare Abba.
Era il 5 Maggio 1860.

L’ordine del giorno ci ribattezza Cacciatori delle Alpi, con certe espressioni che vanno dritte al cuore.  Non ambizioni non cupidigie; la grande patria sovra ogni cosa, spirito di sagrificio e buona volontà.

7 Maggio, in mare
Giuseppe Cesare Abba –  Da Quarto al Volturno, Noterelle di uno dei Mille

I Mille

Nelle sale del Museo del Risorgimento

A Genova c’è un Museo che racconta una parte importante della storia della Superba e della nostra Italia.
Vengono da questa città molti dei protagonisti del nostro Risorgimento, questa è la città di Mazzini, di Mameli e dei fratelli Ruffini.
E questa è la città dalla quale Carlo Pisacane partì  per la sua impresa che terminò in un bagno di sangue.
Il Museo del Risorgimento è uno dei luoghi da non perdere, qui si ripercorre il cammino della nostra nazione.
Il Museo si trova in un un edificio che è un vero e proprio simbolo di quel periodo storico, la casa natale di Giuseppe Mazzini.

Casa di Mazzini 3

Qui dove egli vide la luce, una targa è posta in suo ricordo.

Casa di Mazzini

Qui si rivivono quei giorni, tra opere d’arte e cimeli risorgimentali.

Casa di Mazzini 1

Porgo un ringraziamento particolare alla Dottoressa Raffaella Ponte, Direttrice del Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano, per la sua cortese disponibilità nel consentire la diffusione delle immagini.
Non sempre nei musei è permesso fotografare ed è davvero peccato, un racconto per immagini è  immediato e diretto,  è una  bella maniera per far conoscere certi tesori del passato, in questo caso è stato possibile e così vi porto con me sulle tracce dei patrioti.
Un percorso che parte da lontano, dall’epoca del piccolo Balilla.
La rivolta della gente di Portoria contro gli austriaci e i quadri che ritraggono quei momenti di furore.

Museo del Risorgimento (2)
Proclami, documenti, oggetti dell’epoca, si prova una certa emozione ad osservarli al di là del vetro.
Qui sotto, a sinistra, vedete il puntale che era posto sull’asta della bandiera di Balilla, a destra la lancia di una bandiera austriaca, trofeo di guerra strappato al nemico.

Museo del Risorgimento (6)

Emozione e coinvolgimento, quando ci si trova davanti a un triste reperto del passato.
Risale al 1800, al tempo del blocco di Genova, quando la città fu assediata dalle forze anglo-austriache e a Genova non giungevano più approvvigionamenti.
E’ una pagina cupa della nostra storia, allora molte persone morirono per la fame, ci si nutriva con quel che si trovava e si faceva un pane di colla, crusca, mandorle peste e miele.
Vedrete una macina e un tozzo di pane giunto fino a noi che fu conservato dal padre dello storico Marcello Staglieno.

Museo del Risorgimento (4)

E’ duro e faticoso il percorso della storia, ha il volto di alcuni personaggi carismatici capaci di trascinare le folle con la forza delle loro idee, ha il volto pensieroso e intenso di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento

 Qui ci sono i suoi libri, il suo calamaio, le sue lettere, i suoi abiti, gli oggetti della sua quotidianità.

Museo del Risorgimento (3)

Ci sono i ritratti dei suoi sodali e di coloro che lo sostennero, dal suo amico fraterno Jacopo Ruffini a quella madre che tanto lo amò.

Museo del Risorgimento (7)

Un museo dove si incontrano volti che non dovremmo dimenticare, visi che dovrebbero esserci cari di persone che ebbero la potenza del pensiero e nessun timore di sacrificarsi.

Museo del Risorgimento (8)
Questo è Carlo Pisacane, l’eroe di Sapri.

Museo del Risorgimento (9)

E questa è l’indomita e appassionata Cristina di Belgioioso.

Museo del Risorgimento (11)

La storia la fanno gli uomini e le donne e numerose furono coloro che diedero il loro sostegno alla causa mazziniana, ad esempio la genovese  Laura Di Negno Spinola, figlia del Marchese Di Negro.

Museo del Risorgimento (10)

Nelle vetrine sono esposte lettere, fotografie, cimeli di vario genere.

Museo del Risorgimento 11a

Armi, abiti, documenti, i titoli di studio di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento (12)

E qui una lapide ricorda che egli nacque proprio in questa stanza.

Museo del Risorgimento (13)

Un foglietto scritto di suo pugno.

Museo del Risorgimento (16)

Qui tutto parla di lui, della sua vita e delle sue vicende.

Museo del Risorgimento (17)

I ritratti, le sue lettere, le sue fotografie.

Museo del Risorgimento (14)

E un cimelio di grande pregio, sapete cosa c’è su questo foglio?
E’ il cifrario della Giovine Italia, questo era di Goffredo Mameli ed è un alfabeto segreto che veniva usato per scrivere messaggi che non dovevano essere compresi dalle autorità.

Museo del Risorgimento (18)

Dio e Popolo, le parole di Mazzini.

Museo del Risorgimento (19)

Il suo cappello, le sue bretelle, conservate gelosamente.

Museo del Risorgimento (20)

Un panno appartenuto a Carlo Cattaneo, caro ricordo conservato da Mazzini, venne usato per avvolgere la salma di Cattaneo, in seguito la salma di Mazzini stesso e infine quella di Maurizio Quadrio.

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E poi ancora, al piano superiore, continua il viaggio nella storia d’Italia.

Museo del Risorgimento (34)

E c’è una musica che vi accompagna, risuona in tutte le stanze, su per le scale, in ogni angolo di questo edificio.
E’ questa musica, Il canto degli Italiani, il nostro inno, parole di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro.

Museo del Risorgimento (23)

Emozione intensa, suonava il suo inno e io avevo lì, davanti agli occhi, l’ultima lettera che Mameli scrisse a sua madre.

Museo del Risorgimento (24)

Ricordi degli uomini che hanno fatto l’Italia, questo piano è dedicato alle imprese di Giuseppe Garibaldi.

Museo del Risorgimento (25)

E ci sono i suoi cimeli, armi e oggetti di sua proprietà.
Una sua camicia e accanto il ritratto della donna dell’eroe, Anita.

Museo del Risorgimento (26)

Ricordi patriottici di un altro tempo.

Museo del Risorgimento (27)

E testimoni di giorni duri e dolorosi, come questo frammento di una palla di cannone risalente al 1849, rinvenuto in una casa di Genova.

Museo del Risorgimento (28)

L’Italia e gli uomini che l’hanno fatta, vastissima la collezione di divise garibaldine, tuniche e giubbe.
Tra le altre c’è la divisa di Antonio Burlando.

Museo del Risorgimento (29)

E visi, volti e vicende di italiani.

Museo del Risorgimento (30)

E poi tricolori, bandiere e decorazioni militari.

Museo del Risorgimento (31)

L’Italia delle Camicie Rosse e dell’Impresa dei Mille, ci sono sciabole, fucili e pistole, impossibile elencare ogni oggetto, sarà interessante scoprirli con i vostri occhi.

Museo del Risorgimento (32)

Celebri dipinti di importanti momenti storici, questo ricorda Mentana.

Museo del Risorgimento (22)

Numerosi oggetti appartenuti a Giuseppe Garibaldi in una vetrina.

Museo del Risorgimento (21a)

Ci sono persino le sue bocce.

Museo del Risorgimento (35)

E il suo viso spavaldo e fiero nei quadri che lo ritraggono.

Museo del Risorgimento (36)

E poi ancora, un’intera sezione è dedicata ai Carabinieri genovesi e qui troverete ancora altre divise ed altre armi, alcune di esse sono appartenute ad Antonio Mosto e a Francesco Bartolomeo Savi.

Museo del Risorgimento (38)

E mi è capitato di soffermarmi a leggere la targhetta su un fucile.
Spedizione dei Mille, 5 Maggio 1860,  sbarco a Marsala 11, Calatafimi il 15.
Resa inservibile da una seconda palla a Palermo.
Brivido.

Museo del Risorgimento (39)

C’è una sezione dedicata alla musica risorgimentale e in un’intera stanza sono raccolti documenti che riguardano il Monumento dei Mille a Quarto.

Museo del Risorgimento (40)

Il Museo del Risorgimento si trova in Via Lomellini, nel cuore del centro storico di Genova, qui trovate il sito con tutte le informazioni utili per la visita.
Sì trova nella casa dell’esule Giuseppe Mazzini che per tanto tempo fu lontano dalla sua città.
Qui si rivivono le gesta di chi ci ha preceduto di chi ha combattuto per la nostra bandiera e per l’Unità della nazione, è l’Italia dei patrioti del nostro Risorgimento.

Museo del Risorgimento (33)

Emma, l’amore inglese di Garibaldi

Un uomo dal grande fascino, un trascinatore di folle e un grande seduttore.
E così si può comprendere che le donne cascassero ai suoi piedi, è noto che l’eroe dei due mondi infranse molti cuori.
E di lui si innamorò anche una nobildonna inglese, Emma Roberts: vedova, aristocratica, non era una gran bellezza ma certamente era raffinata e di gran classe.
Si conoscono a Londra e lì si fidanzano, nell’anno 1854.
Ecco, in realtà pare che i due non avessero tanto in comune, dopo breve per Garibaldi venne il tempo di partire per Nizza.
E il matrimonio? Quando ci si fidanza poi ci si sposa!
E invece no, ancora non era tempo, Giuseppe tergiversava!
A Nizza Garibaldi si dedicò per un certo periodo ai piccoli piaceri della vita.
Andava a caccia e a pesca, pranzava in maniera semplice, certo non era un tipo troppo sofisticato.
E poi si dilettava con le partite a dama.
Finché un bel giorno, da Londra, giunse la sua nobile fidanzata.
Viaggiava con il figlio e con una cara amica, Jessie White Mario, colei che Mazzini aveva soprannominato Miss Uragano e della quale vi ho parlato in questo post.
E insomma, Emma aveva gusti ben diversi rispetto al suo Giuseppe, lei amava la mondanità e si dilettava con passatempi ben più raffinati, ad esempio le piaceva la musica e amava suonare il cembalo, peccato che il suono di quello strumento facesse cadere in un certo torpore il povero Garibaldi.
E a dire il vero, narrano le cronache che una volta lui l’abbia piantata in asso e invece di presentarsi a cena come convenuto se ne sia andato a giocare a bocce, pensate un po’!

Garibaldi

Monterosso – Monumento a Garibaldi

Eh, come si dice?
Chi si assomiglia si piglia, questi due non avevano proprio niente in comune!
E infatti di li a breve l’amore naufragò: accadde ancora a Londra, dove Garibaldi si recò nel 1856, non certo solo per incontrare Emma ma anche per altre ragioni politiche sulle quali soprassiedo, queste righe sono dedicate solo all’amore e a un fidanzamento fallito.
No, quei due non avevano certo grandi affinità.
E così lui prese armi e bagagli, lasciò la dimora di Emma e si presentò a casa di Jessie White Mario.
Pare che in quella circostanza l’eroe dei due mondi abbia confidato all’amica inglese il motivo di quella rottura:

Un servo ad ogni passo, pranzi che non finiscono più, mai l’ora di andare a letto… Un mese di vita come questa mi ucciderebbe…

Era finito un amore, forse con un certo sollievo per il povero Garibaldi, diciamolo.
I due rimasero buoni amici
Lui si fece costruire un cutter, a quanto pare con il soccorso economico della Roberts, a bordo della sua nuova imbarcazione Garibaldi per un certo periodo intraprese un fruttuoso commercio di legna e carbone.
E sapete che nome aveva dato al suo cutter? Emma, mi pare ovvio!
Forse non era proprio ciò che lei aveva desiderato, ma così va la vita, a volte.
Un amore divampato come un breve incendio, come le fiamme che mandarono in cenere il cutter di Garibaldi nel 1857.
Così va la vita a volte, l’amore brucia e poi si spegne.
E così accadde con Emma, l’amore inglese di Giuseppe Garibaldi.

5 Maggio 1860, le Camicie Rosse all’Albergo del Raschianino

5 Maggio 1860, i Mille di Garibaldi lasciano Quarto e si apprestano a compiere un’impresa che unirà l’Italia.
Vi ho già mostrato lo scoglio dal quale partirono le Camicie Rosse, lo trovate cliccando qui.
Questa è la città dei patrioti, la città di Mameli e Mazzini, la città che ospitò Pisacane e che diede rifugio a molti esuli e sono numerosi i luoghi del Risorgimento, ad alcuni di essi non viene dato nessun risalto.
E oggi vi porto a quei giorni, in uno di questi posti.
E non siamo soli, camminiamo per la città insieme a un giovane uomo: ha 22 anni ed è originario di Cairo Montenotte.
E’ arrivato da Parma, anche lui parteciperà all’impresa di Garibaldi!
Annota i suoi ricordi e così scrive:

Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta da fuori. Sorte che, lungo i portici di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che indovinando, senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo.
La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d’Italia.

Queste sono le memorie di Giuseppe Cesare Abba, parole che potrete leggere nel suo Da Quarto al Volturno – Noterelle di uno dei Mille.
Ma il luogo di cui parla dove si trova?
Tutti i genovesi conoscono la piazza sulla quale affaccia quello che un tempo fu il glorioso Albergo del Raschianino o della Felicità.
E anche i turisti ci passano davanti perché è proprio a due passi dall’Acquario, osservate la palazzata di Caricamento, un targa è situata proprio sopra l’edificio rosa.

Caricamento

Il Raschianino, qui si riunivano i volontari che sarebbero partiti sul Piemonte e il Lombardo al seguito del Generale Garibaldi.

Caricamento - I Mille

Tra i tanti accorsi a Genova c’è anche un ventiseienne, il suo nome è Giuseppe Bandi  e anche lui passerà in quell’albergo.
E a leggere le sue parole pare di vederla la Superba piena di giovani di belle speranze animati da un ideale comune:

Genova formicolava di gente; colà rividi ed abbracciai parecchi amici, e feci allegramente baldoria, pensando, tra le altre cose, che quella baldoria poteva essere l’ultima che godessi su questa terra.
Andatomene, ad ora tardissima, all’albergo, dopo aver cenato nel celebre Raschianino dove in quei giorni ebbero tavola e segreteria parecchi dei più intimi generali…

(Giuseppe Bandi – I mille)

Ricordi di un italiano che c’era, in quei giorni di maggio, al Raschianino.

Il Raschianino

Giuseppe Bandi che scrive di madri e padri venuti a salutare i loro figli e sono baci e fazzoletti che sventolano, abbracci e mazzi di fiori.
E narra di Garibaldi con il poncho e il cappello in mano mentre la folla muta osserva in silenzio, uno solo proferisce parola: è un attempato siciliano e i suoi quattro figli sono al seguito del Generale.
Il vecchio profetizza una vittoria trionfale e così sarà.
Giuseppe Bandi che ricorda le giornate trascorse in questa città e narra un suggestivo episodio.
Le donne genovesi portano le ceste cariche di carciofi da vendere al mercato, le tengono sul capo come usava a quel tempo.
Il giovane Bandi e il suo amico Ignazio Occhipinti hanno fame: mangeranno carciofi crudi a sazietà.
E quando i due compagni di avventura si rincontreranno ogni volta Occhipinti si rivolgerà a Bandi con questa esclamazione:

 “O Bandi, ti rammenti i carciofi?”

 Memorie di giovani che portarono una camicia rossa, molti di loro passarono dal Raschianino a Caricamento.
Non c’è un museo in quell’edificio, penso ci sia un’abitazione privata.
E non c’è un museo nella casa natale di Goffredo Mameli e nulla ricorda che in Piazza Valoria aveva il suo studio Alessandro Pavia, il fotografo che immortalò i Mille.
Lungo è l’elenco dei luoghi del Risorgimento che andrebbero rivalutati e riscoperti, oltre a essere una risorsa culturale e turistica lo riterrei un giusto tributo alla nostra storia e al nostro passato.
Ognuno ha la propria maniera di ricordare questo giorno, io ho scelto di portarvi al Raschianino, albergo che chiuse i battenti nel 1920.
E da ultimo vi regalo un’immagine, è tratta da un vecchissimo libro con le pagine ingiallite che ho acquistato su un mercatino.
E’ una bella faccia di italiano, un signore anziano dallo sguardo fiero e con dei folti baffi bianchi: questo è Giuseppe Cesare Abba di Cairo Montenotte.
Aveva 22 anni quando salpò dallo scoglio di Quarto, era il 5 Maggio 1860.

Giuseppe Cesare Abba

L’Osteria della Colomba, dove un tempo giunse un marinaio

Siete mai stati all’Osteria della Colomba? No? Che disdetta, cari lettori!
Strano, l’Osteria è piuttosto nota nei nostri caruggi.
Oh, ma che dico! A ben pensarci sto commettendo un errore, erano altri i tempi nei quali la gloriosa Osteria della Colomba era nel pieno del suo esercizio.
Andiamo in Vico De Negri, dalle parti di Piazza Banchi.
Lì, sotto la splendida edicola, c’è un breve caruggio, appunto Vico De Negri.
Un gioco di luce, il sole che batte e il contrasto dell’ombra.

Vico De Negri

Un vicolo nel quale si trovano diversi motivi d’interesse.
Alzando lo sguardo verso il cielo c’è una torre, è quasi imprendibile con lo sguardo tanto è angusto questo caruggio, sono prospettive complicate le nostre.
Ma se osservate bene potete intravedere la torre che svetta sui palazzi.

Vico De Negri (3)

E poi, proseguendo ancora, una tipica visione di caruggi.
E questi sono sempre scorci che amo mostrarvi perché sono l’essenza e l’anima vera di questi luoghi.

Vico De Negri (4)

Qui, una volta, si trovava l’Osteria della Colomba.
Andiamo indietro nel tempo, al febbraio del 1834, in certi anni di rivolte di popolo che infiammavano queste strade.
Qui, a pochi passi dal mare, a mescere vino che riscaldava i cuori dei rivoluzionari era l’ostessa Caterina Boscovich, insieme a lei lavorava come cameriera una certa Teresina Cassamiglia.
Oh, c’era un gran via vai in quei giorni all’Osteria, era tempo di sommosse nella città dei patrioti.
E un bel giorno si presentò un avventore abituale, già da tempo si faceva vedere all’Osteria, andava lì per far proseliti per la sua causa, era solito offrire la cena a quelli che incontrava e intanto cercava di coinvolgerli nel suo progetto, Teresina e Caterina lo conoscevano bene!
E sapete come accade, a volte le cose non vanno come dovrebbero.
Il personaggio in questione diverrà molto celebre in certi ambienti.
E’ un marinaio e un disertore, imbarcato su una nave della Marina Militare Piemontese l’ha lasciata accampando come scusa la necessità di ricorrere a certe cure mediche.
In realtà è implicato in un’impresa, un’insurrezione, il germe della rivolta avrebbe dovuto propagarsi di casa in casa, di città in città, ma il seme del cambiamento ancora non era pronto a germogliare.
L’impresa fallì, vi furono diversi arresti e il marinaio si trovò quindi bisognoso d’aiuto.
Doveva fuggire.
E chi poteva aiutarlo? Caterina, l’ostessa della Colomba.
E allora giù, a perdifiato nei caruggi, in Vico De Negri.

Vico De Negri (2)

Lui, il fuggiasco, è noto a tutti voi, la donna lo aiuterà, non sarà la sola a farlo, come lei in suo soccorso verrà un fruttivendola, una certa Teresa Schenone della quale vi ho già parlato qui ed anche un’altra popolana della quale presto vi narrerò.
Il fuggitivo è niente meno che Giuseppe Garibaldi.
In alcuni testi si legge che l’Osteria della Colomba si trovava in Vico Acquavite, dalle parti di Piazza Banchi.
In un libro a cura di Leo Morabito, già illustre direttore del Museo Mazziniano, è chiaramente specificato che tale vicolo ai tempi nostri corrisponde a Vico De Negri e al civico nr 8 si trovava l’Osteria della Colomba.

Vico De Negri (6)

Uno dei tanti luoghi del Risorgimento che sarebbe meritevole di segnalazione e di menzione perché anche qui si è fatta la storia.
Nulla vi condurrà qui, soltanto il vostro interesse e la vostra curiosità, soltanto il vostro amore per ciò che è stato, per quel passato sul quale abbiamo costruito il nostro presente.
La storia non è fatta solo di battaglie e di trattati, di eserciti e di sovrani, anche le ostesse le besagnine hanno fatto la storia.
Era un giorno di febbraio.
E un marinaio bussò all’Osteria della Colomba.

Vico De Negri (5)

Vico Casana, nel regno della trippa

Ci sono botteghe che resistono, resistono al tempo che passa, alla mode, ai nuovi stili.
Ci sono botteghe dall’aspetto antico, quello è il loro fascino.
Una di esse si trova qui, in Vico Casana.

Vico Casana

Un antico negozio dove  si servivano i nostri nonni.

Vico Casana (2)

Resiste stoicamente al tempo La Casana.
Il bancone di marmo e le piastrelle bianche e nere, il soffitto a volta.
La tripperia di Vico Casana è qui da più di duecento anni e ancora ha l’aspetto di una bottega della vecchia Zena.

Tripperia di Vico Casana (4)

Una sedia, uno sgabello e una sensazione di domestica semplicità.
E i profumi e sapori di altri tempi.

Vico Casana (3)

La Casana è l’unica tripperia del centro storico, questa è una bottega molto amata dai genovesi, nella cucina ligure la trippa accomodata è un piatto tipico della tradizione.
Ed ecco i pentoloni di rame nei quali cuoce questa particolare specialità.

Tripperia di Vico Casana

E sapete chi veniva a mangiare da queste parti? Ma i soliti personaggi eccellenti che amo citare: Mazzini, Garibaldi e Giuseppe Verdi che era proprio un buongustaio!
Presto vi racconterò un aneddoto su Verdi che mi è stato narrato dal mio amico Eugenio, una vera perla sulla quale non vi anticipo nulla.
Genova e Giuseppe Verdi, nel lontano 1841 il compositore soggiornò nella Superba, al Carlo Felice si rappresentava la sua opera “Oberto, conte di San Bonifacio”.
Fu un fiasco colossale e una sera uscito dal teatro, per consolarsi dell’insuccesso, Giuseppe Verdi si ristorò con due tazze di brodo di trippa presso la trattoria Tulidanna che ai tempi si trovava in Via San Sebastiano.
Era un locale frequentato da patrioti e garibaldini, lì si potevano incontrare Nino Bixio e Goffredo Mameli.
La Tulidanna ai giorni nostri non esiste più.
Resta invece la tripperia di Vico Casana con il suo fascino antico.

Tripperia La Casana

La trippa, un piatto semplice e casalingo, una genuina bontà.
Tripperia di Vico Casana (2)

E in Vico Casana c’è trippa in abbondanza.
E allora, che siate genovesi o foresti, quando passate per i caruggi venite a scoprire le bellezze di Zena.
I portali e le chiese, le piazzette e i campanili, i palazzi dei rolli e certe dimore con i soffitti affrescati.
E La Casana, il regno della trippa.

Tripperia di Vico Casana (3)

Goffredo Mameli, i vent’anni del fratello degli Italiani

Avere vent’anni.
Avere vent’anni e essere nati in un’epoca di furori e cambiamenti, in una città che è il cuore del nuovo pensiero, di ciò che animerà una nazione che ancora non ha veduto la luce.
Goffredo Mameli nacque a Genova il 5 Settembre 1827, suo padre Giorgio era un ufficiale cagliaritano, sua madre, Adelaide Zoagli, una nobildonna di blasonata famiglia.
Ebbero sei figli e Goffredo fu il primogenito.
Nacque nel cuore della Genova antica, al numero 30 di Via San Bernardo.

Dai registri di battesimo della Chiesa di San Donato risulta che gli vennero imposti i nomi di Giacomo, Goffredo e Raimondo.

La famiglia rimase per breve tempo in San Bernardo, per trasferirsi in Piazza San Genesio, l’attuale largo Sanguineti.

Sul palazzo a lungo creduto la casa natale di Goffredo, è riportata questa targa.

La madre Adelaide, fin da bambina, era amica di Giuseppe Mazzini così come ricorda Nicola, uno dei fratelli di Goffredo, nel discorso che pronunciò al funerale di lei.

Discorrendo di mia madre, il mio pensiero ricorre naturalmente a Giuseppe Mazzini. Essi si conobbero da giovinetti: ma, piú ancora che da questa breve dimestichezza di due fanciulli, io sono richiamato a lui da una comunanza di sentimenti e di aspirazioni, che nella mente e nel cuore di Giuseppe Mazzini divennero quella gran luce onde s’illuminò l’Italia tutta, e a mia madre insegnarono a formar l’anima di Goffredo.

Così crebbe Goffredo, in casa Mameli si respirava l’aria nuova e potente del pensiero mazziniano e l’educazione del futuro patriota venne affidata a un personaggio di grande rilievo, lo storico carbonaro Michele Giuseppe Canale, che curò la formazione di Goffredo fino al compimento dei suoi tredici anni, quando Mameli entrò nel collegio degli Scolopi, in Piazza Scuole Pie.

Goffredo studia Dante e Virgilio, Parini e Manzoni, ma anche Foscolo e Monti.
E Lamartine e Victor Hugo, Goethe e Byron, così si formerà il cantore d’Italia.
Filosofia e poesia, queste le sue attitudini.
Ma quando si è giovani si ha furore e una certa intemperanza, a volte accade, quando si è giovani.
Studente di Retorica e poi di Legge, Goffredo verrà espulso per un anno a causa di un acceso diverbio con un compagno, in seguito abbandonerà gli studi per gli eventi del tempo.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, lapide commemorativa per Goffredo Mameli

Scrive, è autore di un dramma dedicato a Paolo da Novi, compone poesie e versi, nelle sue rime si legge della patria e dell’amore per una fanciulla che fa sobbalzare il cuore.
E l’amore, a vent’anni, arde e brucia.
E ha il viso luminoso e bello di Geronima Ferretti, alla quale Goffredo dedica alcuni suoi componimenti.
Amore osteggiato e contrastato dai famigliari di lei, Geronima non è nel destino di Goffredo e sposerà il Marchese Giustiniani, vedovo di Nina, colei che si gettò dalla finestra per amore di Cavour.
Infelice Goffredo, ricordate i vostri vent’anni?
Rammentate il senso di smarrimento e rabbia quando l’amore era irraggiungibile?
Così fu anche per lui, anche per Goffredo Mameli.
E’ l’anno 1846, nella Genova dei patrioti e Goffredo scrive il suo primo inno, dal titolo L’alba.
Ma saranno altri versi a rendere immortale il suo nome, quelli del nostro inno nazionale, Il canto degli Italiani.
Ed è  il suo inno a rendere Goffredo Mameli il fratello degli Italiani, come si legge su una targa apposta in Via San Bernardo.

Ed è emozionante ricordare come vide la luce Fratelli d’Italia, versi di Goffredo Mameli e musica del suo amico Michele Novaro, anch’egli genovese.
Bisogna andare in un salotto torinese, nell’anno 1847.
In casa del patriota Lorenzo Valerio giunge un ospite illustre, il pittore Ulisse Borzino, che reca un foglio da consegnare a Michele Novaro.
E nel porgerglielo pronuncia queste parole : To’, te lo manda Goffredo.
Dovevate esserci in quel salotto!
Novaro legge ad alta voce i versi, piange e si commuove.
Si siede al cembalo e accenna qualche nota.
Poi si precipita a casa e senza neppure togliersi il cappello si siede al pianoforte e compone la melodia che accompagnerà le parole di Goffredo.
E diviene l’inno del popolo, racconta Anton Giulio Barrili che l’inno era un canto proibito e tale rimase sino al giorno della dichiarazione di guerra all’Austria.
E venne il 10 dicembre, anniversario dell’insurrezione di Balilla.
Dovevate esserci in Oregina e se avete vent’anni, immaginate di sfilare accanto a Mameli insieme a 35000 manifestanti, immaginate di intonare quelle parole con quel furore che solo a quell’età si conosce.
E dovevate vederlo il giovane patriota al comizio che si tenne al Teatro Diurno dell’Acquasola!
Parla a gente come lui, a persone che si riconoscono nel suo pensiero, parla con tutta la sua passione a quella platea gremita di gente che applaude e si infervora: sono i volontari  che seguiranno il  capitano Goffredo Mameli, a combattere a Milano, nel 1848, a fianco degli uomini di Nino Bixio.
A Genova, con l’aiuto di Michele Giuseppe Canale, Mameli raccoglie le sue poesie.
Là dove c’è fermento Goffredo Mameli è in prima linea, guidato dal coraggio del suo credo.
Il poeta patriota è a Roma nel ’49, quando viene proclamata la Repubbblica e così scrive un’altra importante testimone del tempo, Jessie White Mario:

Goffredo Mameli dava a Mazzini il sublime annunzio:

“Roma. Repubblica, Venite!”

Entrata di Mazzini in Roma, 1849
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

E’ il 9 Febbraio, a Goffredo restano ancora pochi mesi vita.
E saranno giorni e settimane spese in nome di quell’ideale, la patria.
A fianco di Bixio, nelle file dell’esercito di Garibaldi.
A Genova, dove la città insorge.
E’ il mese di aprile e la città subirà l’attacco dei bersaglieri del Generale La Marmora, un momento tragico e drammatico per Genova.
Mameli torna a Roma, dove combatte ancora contro l’esercito francese inviato a rovesciare la Repubblica Romana.
A volte non è semplice avere vent’anni.
A Villa Corsini Mameli resta ferito ad un tibia e viene condotto all’Ospedale dei Pellegrini: è il 2 giugno del ’49, pochi giorni dopo giungerà all’Ospedale il medico Agostino Bertani.
Soffre Goffredo, ma scrive alla madre che il peggio è scongiurato, la temuta amputazione dell’arto per ora è stata evitata, scrive anche a Nino Bixio, pregandolo di andare da lui.
Lo assiste Adele Brambati, nobildonna del quale Goffedo è innamorato.
Ma la cancrena avanza e non vi altro rimedio se non tagliare la gamba ferita di Mameli.
Mazzini e Saffi vanno a trovarlo, la salute di Goffredo peggiora di giorno in giorno.
Ha la febbre alta, delira, il medico Bertani annota i suoi peggioramenti fino al giorno della morte del giovane patriota.
Goffredo Mameli spira la mattina del 6 Luglio 1849, dopo oltre un mese di sofferenze.
A volte è difficile avere poco più vent’anni.
E magari, quando la fine si avvicina, ripensare a certi versi, scritti in altri momenti della vita.

Dolce cosa è l’amor: il suo dolore
All’anima dolcissimo ti viene,
Come canto di cigno che si muore.

Il corpo di Mameli venne nascosto da Agostino Bertani, che svelerà dove si trovi la salma solo in seguito alla presa di Porta Pia nel 1870.
Il patriota venne sepolto a Roma, al Cimitero del Verano.
I vent’anni di Goffredo Mameli sono ancora tra noi, in quelle parole che ad alcuni sembrano vuote, ma che sono il simbolo di una nazione che troppo spesso dimentica il significato della parola patria.
A sua memoria, le parole di un suo proclama, declamato con il furore proprio della sua giovinezza:

Perocché morendo, noi diremo al nemico; tutti i nostri fratelli sono dietro di noi, e la nostra causa vincerà perchè tutti sapranno morire come noi! E voi non ci smentirete!

Per lui le parole di sua madre, sulla tomba di lei, a Staglieno.

Per lui, per il giovane patriota, poeta, cantore dell’Unità le parole di Giuseppe Mazzini.
Parole per Goffredo Mameli, che aveva poco più di vent’anni.

Egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l’istinto del bene e del sacrifizio vivranno inconscii nell’anima umana e non saranno come la nostra virtú, frutto di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta quanta l’ingenua bellezza dell’innocenza.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, busto di Goffredo Mameli