Un bambino di nome Giuseppe Mazzini

I protagonisti della storia hanno lasciato ai posteri tracce leggibili della loro esistenza, di loro conosciamo scritti, azioni e vicende.
Più arduo è poter scoprire i risvolti della vita privata, le attitudini e le inclinazioni, il ricordo di questi aspetti è affidato ai biografi e a coloro che hanno saputo tramandarci una grande quantità di informazioni interessanti.
Io oggi voglio raccontarvi di un bambino nato in questa nostra Genova: il suo nome è Giuseppe Mazzini e dei suoi giorni d’infanzia scrive dettagliatamente la sua cara amica Jessie White Mario nel volume Della vita di Giuseppe Mazzini.
Giuseppe è un bimbetto di corporatura fragile e così per i primi tre anni della sua vita la mamma lo tiene amorevolmente sempre vicino a sé.
È un tipo curioso, ha un’intelligenza pronta e vivace e mentre certi maestri privati impartiscono lezioni alle sue sorelle Giuseppe se ne sta nella stanza vicina e riesce ad imparare autonomamente a leggere solo sentendo da lontano quegli insegnamenti.
In casa tutti lo chiamano Pippo, è un piccino vivace, ha una risata allegra e gioiosa, fa sempre scherzi alle sorelle e si diletta ad imitare le persone che passano per casa.
Ama intensamente che qualcuno gli legga le favole e ne vuole ascoltare sempre di nuove, se per caso gli viene ripetuta una storia che già conosce lui corregge prontamente le eventuali imprecisioni.
Pippo ha una fibra delicata ma anche un carattere fiero e tenace, vuole solo essere come tutti gli altri bambini e ha la particolare stravaganza di non voler indossare abiti colorati.
Si distingue però per alcune sue caratteristiche, come ben spiega Jessie White Mario:

“Ma la precocità del suo ingegno era piuttosto unica che rara. Il padre aveva chiamato per precettore un buon prete, amico della famiglia; e Don Alberto dichiarò francamente che Pippo in fatto di storia e di letteratura ne sapeva più di lui, e si limitò a insegnargli specialmente il latino.”

Giuseppe Mazzini
Opera di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi

Non ama l’esercizio fisico ma con diligenza accompagna suo papà nelle sue passeggiate, il piccolo Mazzini è uno scolaro giudizioso, legge con passione i libri di storia e parla benissimo in francese.
Nel suo volume Jessie White Mario riporta anche una notizia a proposito della prontezza d’ingegno del futuro patriota.
La madre Maria Drago, per aver consigli su quale migliore didattica adottare con quel suo figlio così intelligente, decise di scrivere a un suo cugino all’epoca Colonnello di Artiglieria e questi inviò la sua risposta in una lettera molto esaustiva e articolata.
Alcune frasi di questa lettera son stampate in grassetto, il Colonnello così parla del piccolo Pippo:

“È una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa.”

E molte sono le doti del bambino, egli infatti dimostra di avere:

…doni straordinari che gli ha compartito la natura prodiga.
Sorprendente, tenacissima memoria, talento straordinario e genio senza limiti d’apprendere.
Avendo, infine, una volontà indistruggibile per lo studio…”

La lettera è lunga ed è datata 12 Agosto 1812.
A quell’epoca Giuseppe Mazzini aveva appena sette anni e mezzo, lo si constata con autentico stupore.
Jessie White Mario narrò nei dettagli la travagliata esistenza del patriota genovese a lei molto caro: egli morì il 10 Marzo 1872 e in occasione di questa ricorrenza ho voluto così ricordare quei giorni in cui egli era solo il piccolo Pippo.

Le feste genovesi del 1842 per le nozze reali: spettacoli ed illuminazioni

Questa è una storia lontana e forse potrebbe iniziare proprio con certe fatidiche parole note a tutti voi: c’era un volta un re.
C’era una volta un re e il suo nome era Carlo Alberto di Savoia, sovrano del Regno di Sardegna: egli in occasione delle nozze di suo figlio Vittorio Emanuele avvenute nel 1842 volle predisporre grandiosi festeggiamenti nella città di Genova.
Il racconto di quelle giornate è contenuto in un libretto che acquistai anni fa su una bancarella e così si intitola: Le feste genovesi del Giugno MDCCCXLII edito nel 1842 dalla Stamperia Casamara di Genova, mi duole soltanto che sia ignoto l’autore ma comunque da qui lo ringrazio.
Alcune delle immagini che corredano questo articolo sono state scattate a Palazzo Reale, in particolare in occasione della mostra Il Re Nuovo – Carlo Alberto nel Palazzo Reale di Genova e risalente al 2018.

Palazzo Reale di Genova

E allora andiamo a incominciare e balziamo così nel 1842 al tempo delle nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele con Maria Adelaide d’Austria.
Sono anni tempestosi, divampa potente la fiamma delle rivolte carbonare: ne è guida e faro illuminante il nostro Giuseppe Mazzini che nel 1831 fonda a Marsiglia la Giovine Italia, nel 1833 morirà in tragiche circostanze il suo più caro amico, quel Jacopo Ruffini che si trovava rinchiuso nella Torre Grimaldina.
E all’epoca delle regali nozze del futuro sovrano Giuseppe Mazzini è in esilio da diverso tempo ed è ormai fisicamente lontano dalla sua Genova.
Proprio qui, nella città che diede i natali al più celebre patriota, si festeggiano le nozze di colui che pochi anni dopo diverrà il sovrano più odiato dai genovesi, occorre non dimenticare che Vittorio Emanuele II, ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia, fu colui che comandò il Sacco di Genova nel 1849: in quell’anno i Bersaglieri del Generale La Marmora trucidarono senza pietà i cittadini della Superba e perpetrarono violenze e abusi sulla popolazione inerme.
In questo 1842, tuttavia, come già detto, ancora regna suo padre Carlo Alberto e il Palazzo di Via Balbi è la dimora genovese dei Savoia, proprio in occasione di queste nozze l’appartamento dei Principi ereditari verrà arricchito e finemente arredato.
Così recita il mio volumetto a proposito dei festeggiamenti di Genova:

Indi a poco la Maestà del Re Carlo Alberto volle che l’Augusta sua nuora non ritardasse a veder la miglior gemma della sua Corona di Liguria.

Carlo Alberto di Savoia
Palazzo Reale di Genova

La notizia venne accolta con entusiasmo, le autorità cittadine subito presero a organizzare il fausto evento con certosina attenzione.
Ed ecco giungere così il 4 Giugno: una moltitudine di gente festante accorre a salutare il corteo reale, le persone si affollano dalla Porta della Lanterna e lungo le vie che saranno percorse dai reali.
E allora come adesso si osserva lo spettacolo con un certo interesse e in particolare:

… ogni sguardo cercava tosto la Giovinetta Sposa, che cortese quanto vaga di forme rispondea in atto gentile alla curiosità del popolo che attentamente guardandola le prestava il primo omaggio.”

Palazzo Reale di Genova

Erano presenti tutte le autorità cittadine, i festeggiamenti durarono fino al principio di luglio.
Domenica 6 Giugno il Teatro Carlo Felice fu magnificamente illuminato: qui si tenne uno spettacolo dal titolo La Felicità scritto da Felice Romani su musiche di Federico Ricci.
Ed ecco giungere i Reali nella loggia del teatro, li accoglie uno scroscio di calorosi applausi.
Si alza il sipario e sulla scena c’è una fanciulla che porta una corona di gemme: lei è la cantante Fanny Goldberg e così interpreta la Liguria, graziosamente seduta in una grotta di coralli e conchiglie mentre attorno a lei danzano le ninfe marine e i Geni delle Scienze, dell’Industria, delle Arti e del Commercio le porgono omaggio con corone di alloro e di ulivo.

Per celebrare le regali personalità a Palazzo Ducale si tiene anche un Gran Ballo, il mio volumetto parla di ben 3000 invitati, io non saprei dirvi se sia un numero veritiero perché mi sembra una cifra eccessiva.
Un’orchestra di 100 elementi allieta la serata, drappi di seta rossa velano le finestre e poi il salone così risplende illuminato da:

“una quantità sterminata d’accesi doppieri parte adunati in lumiere di cristallo sospese alla volta, parte nel circuito delle svariate pareti.”

Anche al teatro del Falcone, annesso a Palazzo Reale, si tenne un altro grandioso spettacolo al quale intervenne il fior fiore della nobiltà.

Palazzo Reale di Genova

La bella Genova fu resa ancor più radiosa dalla magnifica e indimenticabile illuminazione delle sue strade, la descrizione di quel che si vide nel giorno 20 giugno occupa molte pagine e restituisce l’immagine di una città davvero sfavillante.
Ed ecco che da Palazzo Reale esce il corteo reale: Re Carlo Alberto è accompagnato dal Sindaco e dal Governatore, lo seguono i suoi figli e su un cocchio la sua consorte siede accanto alla nuora, seguono ancora alcune Dame e pochi Cavalieri.
E si scende per Strada Balbi splendente di luci, le torce illuminano i palazzi dei Balbi, dei Durazzo e dei Cattaneo.
In Piazza della Nunziata ancora si gode di una fantasmagoria di luci, alcuni edifici sono adornati da luminarie colorate.
File infinite di torce di cera rischiarano Via Nuovissima e Strada Nuova, le attuali Via Cairoli e Via Garibaldi, su molti edifici si mostrano greche ed iscrizioni in onore degli sposi.
A Palazzo Tursi si ammirano decorazioni straordinarie fatte con palloncini di diversi colori e contententi un lume.

E così è tutta la città, rischiarata da tremule fiammelle: luccicano la Villetta del Marchese Di Negro e la dimora di Raffaele De Ferrari, magnificamente illuminati sono il Carlo Felice e il Palazzo dell’Accademia.
In Piazza Nuova, attuale Piazza Matteotti, svetta un obelisco: è una Colonna Traiana con gradinata e capitello corinzio con l’Aquila Regia e un motto latino in onore dei sovrani.

Aquile con stemma sabaudo
Palazzo Reale di Genova

Brilla di vetri bianchi e azzurri Via San Lorenzo e si scende giù, fino al mare, pare persino difficile immaginare certe ricche decorazioni, è uno spettacolo ricco e ridondante.
In Piazza Caricamento infatti:

“Fiancheggiavano l’estesa pianura arbusti di pini a’ cui rami eran sospesi gruppi di lumi variopinti.
In faccia al Ponte degli Spinoli sorgeva un monumento in colorita tela a Cristoforo Colombo.”

E ancora, la Darsena è ornata di trofei, figure e bandiere.
Piazza Acquaverde è rischiarata da festoni e lampadari posti in semicerchio, su una gradinata è posta una grandiosa piramide con un’epigrafe in latino.
L’autore del mio libretto ci tiene a specificare che non solo i nobili e i ricchi parteciparono con gioia, ma anche i più umili rappresentanti del popolo si unirono ai festeggiamenti e anche questo chissà se corrisponde del tutto a realtà e se questo moto di partecipazione fu realmente spontaneo.
Il racconto degli eventi non è terminato, a seguire leggerete la seconda parte di quei giorni luminosi e dei festeggiamenti in onore di Vittorio Emanuele e di Maria Adelaide d’Austria.
L’autore del mio libretto ci ha tramandato fatti davvero memorabili:

“Cosicché non temiamo di errare né di apparire per troppo amor di patria esaltati, affermando che simile luminaria non fu fatto fin adesso né qui né altrove: che abbia a farsene di consimili o migliori essere difficilissimo.”

Busto di Vittorio Emanuele II
Palazzo Reale di Genova

A Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà

Poeta e professore di lettere, giornalista appassionato, ardente patriota e mazziniano: Francesco Bartolomeo Savi dedicò la sua vita intera alle cause nelle quali credeva e ai suoi ideali di libertà.
Figlio di uno straccivendolo, Savi aveva spirito caparbio e fiero, egli fu una delle figure più significative del nostro Risorgimento ed è a me molto caro, ho così già avuto modo di raccontare le vicende della sua vita tumultuosa in questo articolo risalente al lontano 2012.
L’eroico patriota lasciò le cose del mondo nel Marzo 1865, di salute malferma e tormentato da disillusioni di carattere politico, a soli 45 anni Savi si tolse la vita con un colpo di pistola.
La sua morte lasciò attoniti i suoi sodali e coloro che condividevano il suo pensiero, a narrare come venne edificato il suo cippo funebre è lo scrittore Ferdinando Resasco nel suo volume dal titolo La Necropoli di Staglieno risalente al 1892.
Resasco racconta di una sottoscrizione fatta dai componenti dei circoli democratici, con quel denaro fu commissionato un cippo e per realizzarlo si scelse lo scultore Augusto Rivalta che lasciò ai posteri una scultura di superba bellezza.
Nel candido marmo egli forgiò una figura alata dai tratti di giovinetto, a prima vista si potrebbe credere che sia semplicemente un angelo ma Resasco spiega ai suoi lettori che in quelle sembianze acerbe Rivalta volle ritrarre il genio alato della libertà.
Chino sul marmo il genio scrive l’anno della morte di Francesco Bartolomeo Savi.

Con questa grazia assoluta, come se tra lui e il patriota intercorresse un dialogo mai interrotto, una reciproca comprensione alimentata da fede e amore autentico.
E Savi amava con vero ardore il senso di giustizia e libertà, quella giovane figura così veglia sul suo eterno sonno.

Sul cippo appare anche il profilo bello e fiero del patriota così circondato da una corona di foglie di alloro.

Le parole scritte in memoria di Savi esaltano poi la sua personalità eroica e le sue azioni: lo si definisce apostolo del pensiero italiano, prode e valoroso soldato della schiera dei Mille, coraggioso combattente a Marsala.

Vibrante commozione si coglie poi in quello sguardo che tutto racchiude e conserva: una storia, una vita, una memoria lontana, le scelte di uomo che volle combattere per la libertà.

Libertà: sulla tomba di Savi è incisa anche questa parola a lui così cara.
Lui che era l’apostolo della libertà, lui che fermamente credeva nell’importanza delleducazione e dell’eguaglianza, coloro che vollero ricordarlo cercarono di fare in modo che il suo monumento funebre raccontasse in qualche maniera il suo pensiero e il suo credo.

L’ultima dimora di Francesco Bartolomeo Savi si trova nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno, tutto attorno ci sono le tombe e i monumenti funebri degli eroi, dei garibaldini e dei patrioti che si distinsero nel tempo del nostro Risorgimento.
Francesco Bartolomeo Savi riposa a breve distanza da Giuseppe Mazzini e come giustamente chiosa Resasco è quello il luogo dove egli deve restare.
Sotto gli occhi amorosi del genio della libertà, così vicini al suo cuore e al suo sentire.

Mi unisco anch’io alla schiera degli amici del patriota, anche a me lui è molto caro e quando a Genova mi ritrovo nei suoi luoghi il mio pensiero va sempre a lui.
A Staglieno poi ritorno sempre a salutarlo nel luogo dove egli per sempre riposa, custodito da una figura gentile a volte accarezzata da sole radioso e potente come certi moti dell’animo.
A un fiero figlio di Genova: a Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà.

“L’Italia chiamò”. Goffredo Mameli poeta e guerriero

Ritorna ancora su queste pagine la figura bella ed eroica di un genovese che porto nel cuore: Goffredo Mameli mi è da sempre molto caro.
Ho l’occasione di scrivere ancora di lui per presentarvi l’intensa biografia di recente pubblicata da Salerno Editrice e scritta con la consueta maestria da Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali e docente di Storia medievale all’Università di Genova.
L’Italia chiamò, Goffredo Mameli poeta e guerriero è un ritratto sincero, vivido e commovente della breve e coraggiosa vita del patriota ed è al contempo lo specchio del suo tempo.
Di Goffredo veniamo a scoprire le pieghe del carattere e la densità delle sue passioni, Gabriella Airaldi ne tratteggia la personalità in modo straordinario e ci restituisce nella sua interezza la figura dell’uomo, del figlio e del patriota ardente.
Magnifica e particolare è la descrizione dell’ambiente e della società in seno ai quali sboccia la gioventù generosa di Goffredo, quella sua famiglia viene a noi presentata attraverso una serie di eventi ed aneddoti che consentono di comprendere la quotidianità del tempo e le relative difficoltà.
Conosciamo così i genitori di lui Giorgio Mameli e Adele Zoagli, madre amorosa e salda, guida fondamentale nella formazione di Goffredo.

Gabriella Airaldi pone l’accento sul valore di queste madri del nostro Risorgimento e scrive di Maria Drago che ebbe come figlio Giuseppe Mazzini e di Eleonora Curlo, madre di Jacopo e Giovanni Ruffini, donne che diedero i figli all’Italia e per questa li persero, non sono queste le uniche figure dell’epoca ad apparire tra pagine del libro, lo stesso Mazzini ne è ampiamente protagonista.
Sono figli del loro tempo e fiammelle che divampano nel cuore di questa Genova ribelle, la città appare spesso, come è ovvio che sia, nella narrazione dell’infanzia di Goffredo e in quella sua breve giovinezza che lo portò ad essere forza motrice dei movimenti patriottici della sua epoca e della sua città.
Ed è così breve l’esistenza terrena di Goffedo, nato nel 1827 muore eroicamente nel 1849 per le ferite riportate durante l’assedio di Roma.
Appartiene ad una diversa generazione rispetto a Mazzini, Gabriella Airaldi vi farà scoprire la devozione autentica di Goffredo nei confronti del suo concittadino e l’affetto vero e la stima da questi ricambiato.
Come è ben noto Goffredo fu autore delle parole del nostro inno la cui musica fu composta invece da Michele Novaro: quel Canto degli Italiani è sovente chiamato Inno di Mameli e pur essendo spesso criticato resta uno dei simboli di questa nostra nazione.
Quelle note e quell’incipit così vibrante raccontano del nostro passato e dei sacrifici compiuti per essere una nazione sola, il senso di quel canto è anche nelle parole che Goffredo a pochi giorni dalla sua fine scrive alla madre:

Quello che importa è l’escirne intiero, del resto si soffre volentieri nel combattere per Roma, qui si difende l’ultimo palmo di terra, l’onore, l’avvenire dell’Italia.

Goffredo è appena un ragazzo e nella sua giovinezza morirà a poco più i vent’anni dopo aver subito l’amputazione di una gamba, in questo mio articolo non mi sono a lungo soffermata sui diversi eventi della sua esistenza, della sua eroica gioventù spezzata e delle sue vicende ho già scritto qui e qui.
Leggerete ampiamente della bellezza dell’animo di Mameli nelle pagine del libro sublime di Gabriella Airaldi, ne esce il ritratto di un giovane vivace e curioso, un ragazzo gentile e generoso, amante della cultura e della verità.
Mi sento di consigliare a tutti voi questa biografia e mi sento di suggerirne la lettura ai più giovani: è un invito a conoscere un ragazzo come loro e davvero non dovrebbe essere un libro da leggere per obbligo come un compito delle vacanze, non sarebbe il modo giusto e i giovani, si sa, sono ribelli per definizione.
Anche Goffredo lo era, era appassionato come solo i giovani sanno essere.
E aveva un debole per i datteri, amava leggere e scrivere e aveva quel vizio di addormentarsi con il lume acceso, era anche un abile giocatore di biliardo.
E come tutti i giovani anche lui ebbe i suoi amori, per un certo tempo il suo cuore battè per Geronima Ferretto, ricambiato dalla ragazza ma contrastato dalla famiglia di lei Goffredo non potrà averla come compagna di vita, Geronima viene data in sposa al marchese Giustiniani.
E Goffredo si dispera: per tre giorni si chiude nella casa di Polanesi appartenente alla sua famiglia e resta lì senza mangiare e dormire.
Poi sotto la pioggia battente parte a piedi per Genova e trovando chiuse le porte della città trascorre la nottata sulla Spianata del Bisagno.
Così sono i giovani, sventati, appassionati e incuranti di tutto, a volte così generosi e altruisti come fu Goffredo Mameli, per sempre ragazzo ed eroe d’Italia.

Il Caffè della Concordia

Vi porto ancora nella via del fasto e delle dimore lussuose, questo sarà un viaggio nel passato di Via Garibaldi che per me resta tuttora Strada Nuova, amo usare ancora quel suo antico toponimo evocativo di certe eleganze inconsuete di tempi distanti.
Camminiamo insieme nei giorni di un secolo di grandi cambiamenti: nella Genova ottocentesca il Caffè della Concordia è un ritrovo esclusivo e molto raffinato.
Era collocato all’interno di Palazzo Bianco e vi si accedeva tramite una scala di marmo dai locali ora occupati da Arduino 1870, negozio di antiquariato e vintage annoverato tra le botteghe storiche.
Che atmosfera incantevole al Caffè della Concordia, da lassù si potevano ammirare le bellezze di Strada Nuova.

Si attraversava una sontuosa galleria e ai tavoli si consumavano autentiche bontà.
Delizioso era il caffè corposo e profumato, celebri erano gli spumoni, i gelati al cioccolato e alla crema, gli arlecchini di fragola e limone e ricercati certi glacés à la napolitaine.
Oltre ad essere un ritrovo molto alla moda il Caffè della Concordia fu anche scenario di certe vicende storiche, era infatti uno dei luoghi prediletti dai protagonisti del nostro Risorgimento.
Si narra che Giuseppe Mazzini si sia nascosto qui per una notte intera nel periodo in cui si organizzava a Genova la spedizione guidata da Carlo Pisacane che finì poi in un massacro nel giugno del 1857.
Lo stesso Pisacane frequentò il locale: vi si recava con la speranza di raccogliere fondi proprio per quella sua eroica impresa nella quale poi perse la vita.
Lo Stabilimento Concordia, così lo si chiamava a quel tempo, era meta di letterati e patrioti, tra gli altri ci si poteva trovare Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio e Giorgio Asproni, anche Giuseppe Verdi amava frequentarlo.
Ecco l’insegna del Caffè e la sovrastante galleria, l’immagine è tratta da una cartolina d’epoca di mia proprietà.

Nel bel locale di Strada Nuova i clienti trovavano una bella varietà di svaghi.
Ad esempio ci si poteva accomodare nella sala medievale, così denominata per lo stile dell’arredamento, qui si esibiva una orchestrina composta da valenti musicisti che per il diletto dei presenti eseguivano pezzi d’opera e walzer di Strauss.
C’era anche una sala degli scacchi dove si potevano incontrare eminenti cittadini intenti a dilettarsi con il celebre gioco, non mancavano una sala da pranzo e una sala più piccola e riservata ai ricevimenti per i pranzi di nozze o i battesimi.

Il Caffè della Concordia era dunque molto rinomato, tra i molti mirabili eventi qui si tenne anche il pranzo offerto da Felice Cavallotti in occasione della sua elezione a senatore.
Il tempo poi passò, il nuovo secolo diede luogo ad un nuovo corso e la stella del Caffè della Concordia smise di luccicare: così accade alle cose del mondo.
Ai nostri giorni non si conserva particolare memoria di questo locale che un tempo fu così prestigioso, le notizie che avete letto sono tratte da un articolo di F. Ernesto Morando pubblicato su Il Lavoro del 13 Maggio 1926.
Quando passate in Strada Nuova alzate lo sguardo.
E immaginate una galleria, i bicchieri che tintinnano, le parole scambiate, i minuti che sfuggono.
Il tempo che non abbiamo vissuto, al Caffè della Concordia.

I segreti della Farmacia Mojon

Se girate per i caruggi certo conoscerete la Farmacia Mojon: si trova in Via di Fossatello ed è una farmacia moderna e molto fornita.
Oggi non vi parlerò dei suoi medicamenti o magari di rimedi segreti che possono giovare alla vostra salute, torno a scrivere di questa farmacia per quei segreti del suo passato, per le vicende lontane che racchiude tra le sue mura e per la valenza storica della famiglia Mojon.

I Mojon provenivano dalla Spagna, là era nato nel 1729 Benedetto che si laureò in farmacia all’Università di Madrid, fu lui il capostite di una famiglia di scienziati.
Illustre e stimato studioso, Benedetto venne a vivere a Genova e fondò quella farmacia che ancora porta il suo nome, all’epoca era una delle più importanti della città.
Benedetto ebbe diversi figli, tra di essi alcuni si distinsero come lui in scienze diverse come la chimica, la farmacia e l’anatomia: in particolare mi riferisco a Giuseppe, Antonio e Benedetto, tutti furono apprezzati e stimati per i loro studi.
Il loro cammino nel mondo si intreccia inesorabile con la storia di Genova e dell’Italia, ritengo così giusto ricordare, seppure in modo molto succinto, ognuno di loro.
Giuseppe fu professore di chimica all’Università di Genova, tra gli altri sono notevoli i suoi studi di mineralogia e quelli sulle malattie epidemiche verificatisi a Genova nel 1802, fu stimato membro di diverse società scientifiche.
Un giorno per caso, i miei occhi hanno trovato il suo nome.
Sbiadito, quasi illegibile, sulla stele del suo monumento funebre a Staglieno.

Narra appena di lui, del suo tempo in questa città e tra la nostra gente, è una tomba forse dimenticata.

A Giuseppe Mojon
nato in Genova l’anno 1772
professore di chimica
nella patria Università
dal 1802 al 1837
rapito all’Italia
nell’anno 64.mo di sua vita

Di Giuseppe e di suo fratello Benedetto si legge nel volume Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi edito a Genova nel 1867 dalla Tipografia dei Sordomuti.
Benedetto fu medico e studioso di anatomia e patologia, fondò con altri la Società Medica di Emulazione e pubblicò uno studio sulla musicoterapia, importante anche un suo approfondimento sul dolore, fu autore di diverse pubblicazioni sulla fisiologia e di studi scientifici tra i quali uno dedicato al colera.
Benedetto ebbe per compagna di vita la milanese Bianca Milesi, donna volitiva ed eclettica.
Artista e scrittrice, fu amica di celebri pittori e si distinse per i suoi scritti dedicati alla pedagogia e all’educazione dei bambini, tema che le era molto caro.
Da coraggiosa patriota Bianca Milesi era un’appassionata appartenente alla Carboneria e nella sua tumultuosa esistenza diede più volte il suo contributo alla causa.
Giunta a Genova da Milano, in precipitosa fuga dalla polizia austriaca, conobbe nel 1825 Giuseppe Mazzini, qui incontrò anche Benedetto Mojon che amò sempre con sentimento autentico e vero.
Con lui andò a Parigi, per riparare al sicuro in tempi difficili, là Benedetto e Bianca morirono a distanza di poche ore uno dall’altra, colpiti entrambi da letale colera nel 1849.
Nel tempo della loro vita genovese vissero insieme in un prestigioso palazzo in Via Balbi.

Il terzo dei fratelli Mojon a distinguersi in ambienti scientifici si chiamava Antonio: fu lui a occuparsi ancora della farmacia e a portare avanti l’impresa di famiglia.
E un giorno, sempre in uno dei miei giri a Staglieno, mi è capitato di leggere il suo nome, anche questa volta è inciso su una lapide che ha subito le ingiurie del tempo.

Il nome dei Mojon ricorre poi spesso in in libro poderoso suddiviso in sette volumi: è il Diario Politico di Giorgio Asproni, deputato repubblicano che consegnò ai posteri il suo ricordo della storia d’Italia in forma di arguto e brillante memoriale.
Su queste pagine si trovano aneddoti, momenti importanti per la nostra nazione e a volte anche notizie curiose, il Diario Politico copre un periodo che va dal 1855 al 1876.
Asproni qui a Genova aveva un carissimo amico: si tratta di Giuseppe Mojon detto Pippo, il figlio di Antonio dal quale aveva ereditato la farmacia.
Tempo fa dedicai un articolo a questa loro amicizia, lo trovate qui.
Erano tempi di grande fermento, era l’epoca della spedizione di Pisacane e delle sedizioni mazziniane, nel libro di Asproni emerge anche il legame tra Pippo Mojon e Giuseppe Mazzini, a diversi livelli Mojon prese parte alla vita politica del suo tempo.

In quella farmacia, come in altre, ci si riuniva per discutere, per leggere i giornali, erano luoghi d’incontro sicuri.
Sono trascorsi molti anni da allora, oggi la farmacia appartiene a una diversa famiglia.
Per un caso del destino il mio precedente articolo è capitato sotto gli occhi della Dottoressa Zucca che appunto è proprietaria della Farmacia Mojon.
Da lei ho ricevuto un invito del quale ancora la ringrazio, la dottoressa mi ha detto che aveva da mostrarmi una particolarità della sua farmacia che non tutti conoscono.
E così eccomi in Fossatello, con tutta la curiosità del caso.
E guardo a terra: nel pavimento della farmacia c’è una botola.

Cari amici, io sono certissima che questo segreto fosse ben noto al deputato Asproni, come vi ho detto lui andava spesso a trovare il suo amico Pippo Mojon.
E ad esempio il 9 Luglio 1859 così scrive:

Stamani ho avuto un abboccamento a solo con Pippo Mojon, nella stanzina piccola dove ha la cassaforte della sua farmacia.

Ecco, ora io non saprei dirvi precisamente dove fosse la stanzina piccola, accidenti, magari lo sapessi!
So però che se aprite la botola della Farmacia Mojon trovate una scala che conduce a un ambiente sotterraneo e a quanto pare qui ci si riuniva in gran segreto, in quei tempi lontani quando Genova era la culla del Risorgimento e quando qui si cospirava per fare l’Italia con i cuori ardenti di amor patrio.
Lascio a voi immaginare le parole e gli sguardi d’intesa, i saluti solidali tra persone che condividevano certi ideali.
Accadeva molti anni fa in Via di Fossatello, questi sono i segreti della Farmacia Mojon.

Il monumento a Giuseppe Mazzini

Questa è la città che diede a lui i natali, questa è la città dove si passa sotto la casa in cui egli nacque e che ora ospita il Museo del Risorgimento.
E a Giuseppe Mazzini, figlio di Genova, fu dedicato un monumento che tutti i genovesi conoscono, si trova in posizione predominante e sovrasta Piazza Corvetto, la fiera figura di Mazzini si staglia contro il cielo della città che egli dovette abbandonare.

A Giuseppe Mazzini, amato dai suoi concittadini e da coloro che vissero nel senso delle sue parole e delle sue idee.
Il monumento fu inaugurato il 22 giugno 1882 e provate a immaginare Genova in quel giorno.
Narrano le cronache che La Superba era gremita di gente e un solenne corteo la attraversò, ovunque nelle strade della città sventolava il tricolore, sui muri delle case vennero affissi manifesti con frasi di Giuseppe Mazzini.

Si suonarono inni patriottici, presenziarono alla cerimonia gli amici fraterni di colui che lasciò il suo segno nella storia di questa nazione, c’erano Aurelio Saffi, Alberto Mario e Federico Campanella.

La pregiata scultura è opera di Pietro Costa e con le sue allegorie rappresenta i cardini del pensiero mazziniano.
Due sono le figure poste alla base della colonna sulla quale si erge il patriota e personificano Pensiero e Azione.

Ho una predilezione per questo monumento, ritrae una persona che ha dato lustro a questa città e a tratti pare davvero viva la figura del nostro Mazzini.

Ecco ai suoi piedi la statua fiera dell’Azione: sguardo saldo e indomito, si mostra possente, forte e coraggiosa.

Con una mano regge un gonfalone sul quale sono incise parole che contraddistinguono il pensiero mazziniano: Dio e il Popolo.

Accanto, seduta e assorta, l’altra figura che rappresenta il Pensiero, mentre sullo sfondo sventola il vessillo con la Croce di San Giorgio, simbolo di questa città.

E là, nell’azzurro splendente del nostro cielo, il celebre genovese.
Pensieroso e carismatico, ritratto nella sua bella fierezza di vero patriota e padre di questa nostra Italia.

A Giuseppe Mazzini, figlio di Genova: così la sua città lo ricordò e così volle onorare la sua grandezza.

A spasso per Piazza Corvetto

Vi ho già portato con me a spasso per Piazza Corvetto, con queste immagini che vengono da anni lontani.
Da poco ho altre due cartoline dove si apprezzano due diverse vedute e allora vi porto ancora con me ad incontrare la gente di Corvetto.
Nel centro della città, in un altro tempo.
La prospettiva aerea è forse quella che rende maggior giustizia all’architettura della piazza, se ne nota così la splendida disposizione.

Noi oggi osserveremo i passanti, quei genovesi che in questo istante vivono questa bella piazza genovese.
Non possiamo scorgere i passeggeri seduti del tram, speriamo che il loro viaggio sia comodo, in compenso si vede un severissimo vigile nell’esercizio delle sue funzioni, ci pensa lui a tenere sotto controllo certi spericolati automobilisti!
A dire il vero, caro vigile del tempo che fu, Piazza Corvetto così deserta l’ho vista solo in rare occasioni!

In lontananza uno scorcio di Piazza Marsala e in primo piano l’aiuola che circonda il monumento a Vittorio Emanuele II.
Tralasciamo il sovrano in sella al suo destriero e rivolgiamo la nostra attenzione a coloro ai quali farebbe davvero comodo un fido cavallo: sull’estrema destra dell’immagine si nota appena un gruppo di persone, a me sembrano tre uomini e direi che hanno il loro bel da fare con quel carretto, chissà cosa stanno trasportando!

Tic, tac, metto ancora indietro le lancette della mia macchina del tempo, le immagini che seguono risalgono ad un periodo precedente e non c’è proprio traccia di automobili, tuttavia c’è un discreto andirivieni di gente.
Un papà cammina tenendo la sua bimba per mano, diverse persone invece se ne stanno a prendere il fresco sulle panchine, non c’è un posto libero!
E poi, ruote, ruote di carri sullo sfondo e un azzimato ciclista che pedala con gran stile.

Spostiamo lo sguardo e notiamo un ragazzo che attraversa la piazza ad ampie falcate, c’è anche una signora con la gonna scura.
E quei due che confabulano tra di loro? Professionisti, notai o qualcosa del genere, ci giurerei, discutono animatamente di certi affari, è gente che fa girare i soldi quella, date retta a me!
Ci sono due donne, quella più giovane e vestita di chiaro e appartiene sicuramente ad una ricca famiglia borghese, lo stesso si può dire di quel tale che percorre il marciapiede con una certa fretta.

E poi ancora, coloro che popolano il centro della strada.
Di nuovo il nostro amante delle due ruote, certi gentiluomini con la paglietta, una gran dama con un cappello fastoso e a precederla di pochi passi una figurina più minuta dagli abiti più modesti.
E là, attorno al monumento, camminano certe giovani fanciulle, pare anche di scorgere un candore di parasoli.

Questa è la prospettiva della cartolina, osservando Corvetto dalla parte finale di Viale IV Novembre, ai giorni nostri gli alberi della piazza sono così fitti da nascondere la statua di Mazzini.

Basta spostarsi un po’ ed ecco emergere la bianca figura del patriota e sullo sfondo Villetta Di Negro.

C’erano, un tempo, alberelli ancora giovani.
E c’erano due tizi che parlavano di affari, un giovanotto che passava in bicicletta, una signora con un copricapo elegante.
Saluti da Genova, da Piazza Corvetto.

Piazza Corvetto a colori e in bianco e nero

Una piazza bella e scenografica, una piazza che offre splendide prospettive, a Corvetto confluiscono importanti strade cittadine.
In altri anni la zona si presentava diversamente, su quell’area si estendeva la passeggiata dell’Acquasola ora non più esistente.
Rimase così fino al 1877, come scrive lo storico Luigi Augusto Cervetto in quell’anno ebbero inizio le demolizioni che lasciarono spazio all’attuale piazza.

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Meravigliosamente armoniosa, se la ammirate dall’alto ne vedrete tutta la bellezza.

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In questa prospettiva chiaramente presa da Villetta Di Negro si notano le sue varie particolarità: sullo sfondo la strada che sale sinuosa verso l’Acquasola, al centro il monumento a Vittorio Emanuele II e di spalle, in primo piano, la statua di Giuseppe Mazzini.

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Il monumento equestre a colui che fu Re d’Italia è spesso oggetto di esacerbate discussioni legate al passato di Genova e agli eventi accaduti nel 1849 quando i bersaglieri di La Marmora compirono crudeli atrocità contro i genovesi e contro la città in quello che è noto come il Sacco di Genova.
Allora il sovrano non mancò di riservare ai genovesi  parole che ancora non si dimenticano, li definì vile e infetta razza di canaglie.

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E questa è la ragione per la quale periodicamente si sollevano vivaci proteste perché la statua venga rimossa da una piazze principali di Genova.

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A Corvetto, di fronte a Villetta Di Negro, in posizione sopraelevata rispetto alla piazza e al monumento del re, c’è un’altra statua nella quale è effigiato un genovese molto amato non solo nella sua città: è il nostro Giuseppe Mazzini, la sua figura si staglia fiera contro il cielo azzurro della Superba.

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Protagonista indiscusso della storia, ha un posto nel cuore di molti di noi.

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A breve distanza, in un’aiuola, un busto di sua madre.

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E alle spalle di lei, affissa su un edificio, una targa ricorda che qui il nostro Mazzini trovò rifugio in anni per lui difficili.

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Nelle nostre strade c’è la nostra storia, a volte anche quella che non vorremmo aver vissuto.

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Resta il valore estetico della statua opera dello scultore Barzaghi, resta la figura del sovrano in sella al suo cavallo.

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E resta, certa e riconosciuta, la grandezza di un mio caro concittadino, un pensatore, un uomo che cambiò il destino di questa nazione.
Dello splendido monumento dedicato a Mazzini tornerò certo a parlarvi con gli approfondimenti che merita.

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Passano gli anni e Piazza Corvetto mantiene tuttora la sua fisionomia, sulle pagine della Guida Genova e Dintorni edita dai Fratelli dell’Avo agli inizi del ‘900 così viene definita: “una delle piazze più belle d’Italia… il punto più ammirevole della città.”
Insieme al progresso, in un certo senso, anche Piazza Corvetto è mutata, la modernità ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre strade e le nostre città.
Osservate questa immagine, c’è una folla di genovesi a passeggio per Corvetto.

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Ora non è più così, a Corvetto c’è un continuo traffico di macchine e certo non si può andare vicino al monumento.

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Genova a colori, Genova in bianco e nero.
Una diversa velocità, un modo differente di vivere la quotidianità.

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E sapete?
Spesso accade di vedere persone sedute sulle scale davanti al monumento di Mazzini, Vittorio Emanuele invece resta là, isolato e lontano da noi.
Eppure è al centro della piazza, già!

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Una zona che mantiene comunque la sua armonia e la sua scenografica bellezza.

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In un tempo lontano la percorsero i tram, la attraversarono gentiluomini con la bombetta sul capo e dame aggraziate che con una mano si sorreggevano il lungo abito.
Era un tempo diverso, distante dal nostro.

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Tra quella gente che cammina alcuni vanno di fretta, altri forse indugiano sotto il sole di primavera.
E passeranno le stagioni e gli anni, il tempo scivolerà via e saranno altri passi a rimbombare per la bella piazza dei genovesi: Piazza Corvetto, a colori e in bianco e nero.

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Piazza Corvetto, guardando i tetti

Ancora una volta sono stata a guardare Genova dall’alto e per questo ringrazio una cara amica che mi ha permesso di ammirare la Superba da un terrazzo che si apre sui tetti della Superba, su Piazza Corvetto e sulle zone circostanti.

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E si affaccia in parte sul verde prepotente di Villetta Di Negro.

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Davanti agli occhi il profilo di un nostro amato concittadino, il più celebre dei patrioti, è Giuseppe Mazzini, assorto e pensieroso.

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E poi Piazza Corvetto, la prospettiva dell’Acquasola e un cielo velato di nuvole, quel giorno il sole faceva i capricci.

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Da questo edificio vedi i palazzi della Spianata e la celebre ascensore che conduce a Castelletto.

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E poi ringhiere, campanili, torri e  il Teatro Carlo Felice.

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Da un terrazzo sopra Corvetto trovi l’orizzonte del mare che in una giornata grigia si confonde con il cielo, le gru, le linee del porto, il Bigo e le navi.
E il campanile delle Vigne svetta accanto alla Lanterna, nostro faro e nostro simbolo.

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E poi ancora la città arrampicata sulle colline, un’altra nave, tetti grigi ed abbaini, questo è il profilo di Via Garibaldi con la magnificenza dei Palazzi dei Rolli.

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Genova e la sua distesa ininterrotta di ardesie spioventi, comignoli e magnifici terrazzini che in estate sono inondati dal sole.
E mentre osservi cerchi di distinguere luoghi noti veduti da una diversa prospettiva, tra i tetti dei caruggi emerge imperiosa la Chiesa della Maddalena.

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E poi ancora altre ringhiere e geometrie, persiane e finestrelle, un terrazzino minuscolo, lassù, vicino al cielo.

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Antico e moderno, passato e presente, in un solo orizzonte.

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Ancora uno sguardo rivolto al patriota genovese, figura a me cara.

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Ancora uno sguardo verso Genova, mia e sua città natale, dolcemente affacciata sul celeste mare.

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