Il Caffè della Concordia

Vi porto ancora nella via del fasto e delle dimore lussuose, questo sarà un viaggio nel passato di Via Garibaldi che per me resta tuttora Strada Nuova, amo usare ancora quel suo antico toponimo evocativo di certe eleganze inconsuete di tempi distanti.
Camminiamo insieme nei giorni di un secolo di grandi cambiamenti: nella Genova ottocentesca il Caffè della Concordia è un ritrovo esclusivo e molto raffinato.
Era collocato all’interno di Palazzo Bianco e vi si accedeva tramite una scala di marmo dai locali ora occupati da Arduino 1870, negozio di antiquariato e vintage annoverato tra le botteghe storiche.
Che atmosfera incantevole al Caffè della Concordia, da lassù si potevano ammirare le bellezze di Strada Nuova.

Si attraversava una sontuosa galleria e ai tavoli si consumavano autentiche bontà.
Delizioso era il caffè corposo e profumato, celebri erano gli spumoni, i gelati al cioccolato e alla crema, gli arlecchini di fragola e limone e ricercati certi glacés à la napolitaine.
Oltre ad essere un ritrovo molto alla moda il Caffè della Concordia fu anche scenario di certe vicende storiche, era infatti uno dei luoghi prediletti dai protagonisti del nostro Risorgimento.
Si narra che Giuseppe Mazzini si sia nascosto qui per una notte intera nel periodo in cui si organizzava a Genova la spedizione guidata da Carlo Pisacane che finì poi in un massacro nel giugno del 1857.
Lo stesso Pisacane frequentò il locale: vi si recava con la speranza di raccogliere fondi proprio per quella sua eroica impresa nella quale poi perse la vita.
Lo Stabilimento Concordia, così lo si chiamava a quel tempo, era meta di letterati e patrioti, tra gli altri ci si poteva trovare Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio e Giorgio Asproni, anche Giuseppe Verdi amava frequentarlo.
Ecco l’insegna del Caffè e la sovrastante galleria, l’immagine è tratta da una cartolina d’epoca di mia proprietà.

Nel bel locale di Strada Nuova i clienti trovavano una bella varietà di svaghi.
Ad esempio ci si poteva accomodare nella sala medievale, così denominata per lo stile dell’arredamento, qui si esibiva una orchestrina composta da valenti musicisti che per il diletto dei presenti eseguivano pezzi d’opera e walzer di Strauss.
C’era anche una sala degli scacchi dove si potevano incontrare eminenti cittadini intenti a dilettarsi con il celebre gioco, non mancavano una sala da pranzo e una sala più piccola e riservata ai ricevimenti per i pranzi di nozze o i battesimi.

Il Caffè della Concordia era dunque molto rinomato, tra i molti mirabili eventi qui si tenne anche il pranzo offerto da Felice Cavallotti in occasione della sua elezione a senatore.
Il tempo poi passò, il nuovo secolo diede luogo ad un nuovo corso e la stella del Caffè della Concordia smise di luccicare: così accade alle cose del mondo.
Ai nostri giorni non si conserva particolare memoria di questo locale che un tempo fu così prestigioso, le notizie che avete letto sono tratte da un articolo di F. Ernesto Morando pubblicato su Il Lavoro del 13 Maggio 1926.
Quando passate in Strada Nuova alzate lo sguardo.
E immaginate una galleria, i bicchieri che tintinnano, le parole scambiate, i minuti che sfuggono.
Il tempo che non abbiamo vissuto, al Caffè della Concordia.

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I segreti della Farmacia Mojon

Se girate per i caruggi certo conoscerete la Farmacia Mojon: si trova in Via di Fossatello ed è una farmacia moderna e molto fornita.
Oggi non vi parlerò dei suoi medicamenti o magari di rimedi segreti che possono giovare alla vostra salute, torno a scrivere di questa farmacia per quei segreti del suo passato, per le vicende lontane che racchiude tra le sue mura e per la valenza storica della famiglia Mojon.

I Mojon provenivano dalla Spagna, là era nato nel 1729 Benedetto che si laureò in farmacia all’Università di Madrid, fu lui il capostite di una famiglia di scienziati.
Illustre e stimato studioso, Benedetto venne a vivere a Genova e fondò quella farmacia che ancora porta il suo nome, all’epoca era una delle più importanti della città.
Benedetto ebbe diversi figli, tra di essi alcuni si distinsero come lui in scienze diverse come la chimica, la farmacia e l’anatomia: in particolare mi riferisco a Giuseppe, Antonio e Benedetto, tutti furono apprezzati e stimati per i loro studi.
Il loro cammino nel mondo si intreccia inesorabile con la storia di Genova e dell’Italia, ritengo così giusto ricordare, seppure in modo molto succinto, ognuno di loro.
Giuseppe fu professore di chimica all’Università di Genova, tra gli altri sono notevoli i suoi studi di mineralogia e quelli sulle malattie epidemiche verificatisi a Genova nel 1802, fu stimato membro di diverse società scientifiche.
Un giorno per caso, i miei occhi hanno trovato il suo nome.
Sbiadito, quasi illegibile, sulla stele del suo monumento funebre a Staglieno.

Narra appena di lui, del suo tempo in questa città e tra la nostra gente, è una tomba forse dimenticata.

A Giuseppe Mojon
nato in Genova l’anno 1772
professore di chimica
nella patria Università
dal 1802 al 1837
rapito all’Italia
nell’anno 64.mo di sua vita

Di Giuseppe e di suo fratello Benedetto si legge nel volume Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi edito a Genova nel 1867 dalla Tipografia dei Sordomuti.
Benedetto fu medico e studioso di anatomia e patologia, fondò con altri la Società Medica di Emulazione e pubblicò uno studio sulla musicoterapia, importante anche un suo approfondimento sul dolore, fu autore di diverse pubblicazioni sulla fisiologia e di studi scientifici tra i quali uno dedicato al colera.
Benedetto ebbe per compagna di vita la milanese Bianca Milesi, donna volitiva ed eclettica.
Artista e scrittrice, fu amica di celebri pittori e si distinse per i suoi scritti dedicati alla pedagogia e all’educazione dei bambini, tema che le era molto caro.
Da coraggiosa patriota Bianca Milesi era un’appassionata appartenente alla Carboneria e nella sua tumultuosa esistenza diede più volte il suo contributo alla causa.
Giunta a Genova da Milano, in precipitosa fuga dalla polizia austriaca, conobbe nel 1825 Giuseppe Mazzini, qui incontrò anche Benedetto Mojon che amò sempre con sentimento autentico e vero.
Con lui andò a Parigi, per riparare al sicuro in tempi difficili, là Benedetto e Bianca morirono a distanza di poche ore uno dall’altra, colpiti entrambi da letale colera nel 1849.
Nel tempo della loro vita genovese vissero insieme in un prestigioso palazzo in Via Balbi.

Il terzo dei fratelli Mojon a distinguersi in ambienti scientifici si chiamava Antonio: fu lui a occuparsi ancora della farmacia e a portare avanti l’impresa di famiglia.
E un giorno, sempre in uno dei miei giri a Staglieno, mi è capitato di leggere il suo nome, anche questa volta è inciso su una lapide che ha subito le ingiurie del tempo.

Il nome dei Mojon ricorre poi spesso in in libro poderoso suddiviso in sette volumi: è il Diario Politico di Giorgio Asproni, deputato repubblicano che consegnò ai posteri il suo ricordo della storia d’Italia in forma di arguto e brillante memoriale.
Su queste pagine si trovano aneddoti, momenti importanti per la nostra nazione e a volte anche notizie curiose, il Diario Politico copre un periodo che va dal 1855 al 1876.
Asproni qui a Genova aveva un carissimo amico: si tratta di Giuseppe Mojon detto Pippo, il figlio di Antonio dal quale aveva ereditato la farmacia.
Tempo fa dedicai un articolo a questa loro amicizia, lo trovate qui.
Erano tempi di grande fermento, era l’epoca della spedizione di Pisacane e delle sedizioni mazziniane, nel libro di Asproni emerge anche il legame tra Pippo Mojon e Giuseppe Mazzini, a diversi livelli Mojon prese parte alla vita politica del suo tempo.

In quella farmacia, come in altre, ci si riuniva per discutere, per leggere i giornali, erano luoghi d’incontro sicuri.
Sono trascorsi molti anni da allora, oggi la farmacia appartiene a una diversa famiglia.
Per un caso del destino il mio precedente articolo è capitato sotto gli occhi della Dottoressa Zucca che appunto è proprietaria della Farmacia Mojon.
Da lei ho ricevuto un invito del quale ancora la ringrazio, la dottoressa mi ha detto che aveva da mostrarmi una particolarità della sua farmacia che non tutti conoscono.
E così eccomi in Fossatello, con tutta la curiosità del caso.
E guardo a terra: nel pavimento della farmacia c’è una botola.

Cari amici, io sono certissima che questo segreto fosse ben noto al deputato Asproni, come vi ho detto lui andava spesso a trovare il suo amico Pippo Mojon.
E ad esempio il 9 Luglio 1859 così scrive:

Stamani ho avuto un abboccamento a solo con Pippo Mojon, nella stanzina piccola dove ha la cassaforte della sua farmacia.

Ecco, ora io non saprei dirvi precisamente dove fosse la stanzina piccola, accidenti, magari lo sapessi!
So però che se aprite la botola della Farmacia Mojon trovate una scala che conduce a un ambiente sotterraneo e a quanto pare qui ci si riuniva in gran segreto, in quei tempi lontani quando Genova era la culla del Risorgimento e quando qui si cospirava per fare l’Italia con i cuori ardenti di amor patrio.
Lascio a voi immaginare le parole e gli sguardi d’intesa, i saluti solidali tra persone che condividevano certi ideali.
Accadeva molti anni fa in Via di Fossatello, questi sono i segreti della Farmacia Mojon.

Il monumento a Giuseppe Mazzini

Questa è la città che diede a lui i natali, questa è la città dove si passa sotto la casa in cui egli nacque e che ora ospita il Museo del Risorgimento.
E a Giuseppe Mazzini, figlio di Genova, fu dedicato un monumento che tutti i genovesi conoscono, si trova in posizione predominante e sovrasta Piazza Corvetto, la fiera figura di Mazzini si staglia contro il cielo della città che egli dovette abbandonare.

A Giuseppe Mazzini, amato dai suoi concittadini e da coloro che vissero nel senso delle sue parole e delle sue idee.
Il monumento fu inaugurato il 22 giugno 1882 e provate a immaginare Genova in quel giorno.
Narrano le cronache che La Superba era gremita di gente e un solenne corteo la attraversò, ovunque nelle strade della città sventolava il tricolore, sui muri delle case vennero affissi manifesti con frasi di Giuseppe Mazzini.

Si suonarono inni patriottici, presenziarono alla cerimonia gli amici fraterni di colui che lasciò il suo segno nella storia di questa nazione, c’erano Aurelio Saffi, Alberto Mario e Federico Campanella.

La pregiata scultura è opera di Pietro Costa e con le sue allegorie rappresenta i cardini del pensiero mazziniano.
Due sono le figure poste alla base della colonna sulla quale si erge il patriota e personificano Pensiero e Azione.

Ho una predilezione per questo monumento, ritrae una persona che ha dato lustro a questa città e a tratti pare davvero viva la figura del nostro Mazzini.

Ecco ai suoi piedi la statua fiera dell’Azione: sguardo saldo e indomito, si mostra possente, forte e coraggiosa.

Con una mano regge un gonfalone sul quale sono incise parole che contraddistinguono il pensiero mazziniano: Dio e il Popolo.

Accanto, seduta e assorta, l’altra figura che rappresenta il Pensiero, mentre sullo sfondo sventola il vessillo con la Croce di San Giorgio, simbolo di questa città.

E là, nell’azzurro splendente del nostro cielo, il celebre genovese.
Pensieroso e carismatico, ritratto nella sua bella fierezza di vero patriota e padre di questa nostra Italia.

A Giuseppe Mazzini, figlio di Genova: così la sua città lo ricordò e così volle onorare la sua grandezza.

A spasso per Piazza Corvetto

Vi ho già portato con me a spasso per Piazza Corvetto, con queste immagini che vengono da anni lontani.
Da poco ho altre due cartoline dove si apprezzano due diverse vedute e allora vi porto ancora con me ad incontrare la gente di Corvetto.
Nel centro della città, in un altro tempo.
La prospettiva aerea è forse quella che rende maggior giustizia all’architettura della piazza, se ne nota così la splendida disposizione.

Noi oggi osserveremo i passanti, quei genovesi che in questo istante vivono questa bella piazza genovese.
Non possiamo scorgere i passeggeri seduti del tram, speriamo che il loro viaggio sia comodo, in compenso si vede un severissimo vigile nell’esercizio delle sue funzioni, ci pensa lui a tenere sotto controllo certi spericolati automobilisti!
A dire il vero, caro vigile del tempo che fu, Piazza Corvetto così deserta l’ho vista solo in rare occasioni!

In lontananza uno scorcio di Piazza Marsala e in primo piano l’aiuola che circonda il monumento a Vittorio Emanuele II.
Tralasciamo il sovrano in sella al suo destriero e rivolgiamo la nostra attenzione a coloro ai quali farebbe davvero comodo un fido cavallo: sull’estrema destra dell’immagine si nota appena un gruppo di persone, a me sembrano tre uomini e direi che hanno il loro bel da fare con quel carretto, chissà cosa stanno trasportando!

Tic, tac, metto ancora indietro le lancette della mia macchina del tempo, le immagini che seguono risalgono ad un periodo precedente e non c’è proprio traccia di automobili, tuttavia c’è un discreto andirivieni di gente.
Un papà cammina tenendo la sua bimba per mano, diverse persone invece se ne stanno a prendere il fresco sulle panchine, non c’è un posto libero!
E poi, ruote, ruote di carri sullo sfondo e un azzimato ciclista che pedala con gran stile.

Spostiamo lo sguardo e notiamo un ragazzo che attraversa la piazza ad ampie falcate, c’è anche una signora con la gonna scura.
E quei due che confabulano tra di loro? Professionisti, notai o qualcosa del genere, ci giurerei, discutono animatamente di certi affari, è gente che fa girare i soldi quella, date retta a me!
Ci sono due donne, quella più giovane e vestita di chiaro e appartiene sicuramente ad una ricca famiglia borghese, lo stesso si può dire di quel tale che percorre il marciapiede con una certa fretta.

E poi ancora, coloro che popolano il centro della strada.
Di nuovo il nostro amante delle due ruote, certi gentiluomini con la paglietta, una gran dama con un cappello fastoso e a precederla di pochi passi una figurina più minuta dagli abiti più modesti.
E là, attorno al monumento, camminano certe giovani fanciulle, pare anche di scorgere un candore di parasoli.

Questa è la prospettiva della cartolina, osservando Corvetto dalla parte finale di Viale IV Novembre, ai giorni nostri gli alberi della piazza sono così fitti da nascondere la statua di Mazzini.

Basta spostarsi un po’ ed ecco emergere la bianca figura del patriota e sullo sfondo Villetta Di Negro.

C’erano, un tempo, alberelli ancora giovani.
E c’erano due tizi che parlavano di affari, un giovanotto che passava in bicicletta, una signora con un copricapo elegante.
Saluti da Genova, da Piazza Corvetto.

Piazza Corvetto a colori e in bianco e nero

Una piazza bella e scenografica, una piazza che offre splendide prospettive, a Corvetto confluiscono importanti strade cittadine.
In altri anni la zona si presentava diversamente, su quell’area si estendeva la passeggiata dell’Acquasola ora non più esistente.
Rimase così fino al 1877, come scrive lo storico Luigi Augusto Cervetto in quell’anno ebbero inizio le demolizioni che lasciarono spazio all’attuale piazza.

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Meravigliosamente armoniosa, se la ammirate dall’alto ne vedrete tutta la bellezza.

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In questa prospettiva chiaramente presa da Villetta Di Negro si notano le sue varie particolarità: sullo sfondo la strada che sale sinuosa verso l’Acquasola, al centro il monumento a Vittorio Emanuele II e di spalle, in primo piano, la statua di Giuseppe Mazzini.

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Il monumento equestre a colui che fu Re d’Italia è spesso oggetto di esacerbate discussioni legate al passato di Genova e agli eventi accaduti nel 1849 quando i bersaglieri di La Marmora compirono crudeli atrocità contro i genovesi e contro la città in quello che è noto come il Sacco di Genova.
Allora il sovrano non mancò di riservare ai genovesi  parole che ancora non si dimenticano, li definì vile e infetta razza di canaglie.

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E questa è la ragione per la quale periodicamente si sollevano vivaci proteste perché la statua venga rimossa da una piazze principali di Genova.

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A Corvetto, di fronte a Villetta Di Negro, in posizione sopraelevata rispetto alla piazza e al monumento del re, c’è un’altra statua nella quale è effigiato un genovese molto amato non solo nella sua città: è il nostro Giuseppe Mazzini, la sua figura si staglia fiera contro il cielo azzurro della Superba.

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Protagonista indiscusso della storia, ha un posto nel cuore di molti di noi.

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A breve distanza, in un’aiuola, un busto di sua madre.

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E alle spalle di lei, affissa su un edificio, una targa ricorda che qui il nostro Mazzini trovò rifugio in anni per lui difficili.

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Nelle nostre strade c’è la nostra storia, a volte anche quella che non vorremmo aver vissuto.

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Resta il valore estetico della statua opera dello scultore Barzaghi, resta la figura del sovrano in sella al suo cavallo.

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E resta, certa e riconosciuta, la grandezza di un mio caro concittadino, un pensatore, un uomo che cambiò il destino di questa nazione.
Dello splendido monumento dedicato a Mazzini tornerò certo a parlarvi con gli approfondimenti che merita.

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Passano gli anni e Piazza Corvetto mantiene tuttora la sua fisionomia, sulle pagine della Guida Genova e Dintorni edita dai Fratelli dell’Avo agli inizi del ‘900 così viene definita: “una delle piazze più belle d’Italia… il punto più ammirevole della città.”
Insieme al progresso, in un certo senso, anche Piazza Corvetto è mutata, la modernità ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre strade e le nostre città.
Osservate questa immagine, c’è una folla di genovesi a passeggio per Corvetto.

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Ora non è più così, a Corvetto c’è un continuo traffico di macchine e certo non si può andare vicino al monumento.

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Genova a colori, Genova in bianco e nero.
Una diversa velocità, un modo differente di vivere la quotidianità.

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E sapete?
Spesso accade di vedere persone sedute sulle scale davanti al monumento di Mazzini, Vittorio Emanuele invece resta là, isolato e lontano da noi.
Eppure è al centro della piazza, già!

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Una zona che mantiene comunque la sua armonia e la sua scenografica bellezza.

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In un tempo lontano la percorsero i tram, la attraversarono gentiluomini con la bombetta sul capo e dame aggraziate che con una mano si sorreggevano il lungo abito.
Era un tempo diverso, distante dal nostro.

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Tra quella gente che cammina alcuni vanno di fretta, altri forse indugiano sotto il sole di primavera.
E passeranno le stagioni e gli anni, il tempo scivolerà via e saranno altri passi a rimbombare per la bella piazza dei genovesi: Piazza Corvetto, a colori e in bianco e nero.

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Piazza Corvetto, guardando i tetti

Ancora una volta sono stata a guardare Genova dall’alto e per questo ringrazio una cara amica che mi ha permesso di ammirare la Superba da un terrazzo che si apre sui tetti della Superba, su Piazza Corvetto e sulle zone circostanti.

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E si affaccia in parte sul verde prepotente di Villetta Di Negro.

Tetti (3)

Davanti agli occhi il profilo di un nostro amato concittadino, il più celebre dei patrioti, è Giuseppe Mazzini, assorto e pensieroso.

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E poi Piazza Corvetto, la prospettiva dell’Acquasola e un cielo velato di nuvole, quel giorno il sole faceva i capricci.

Tetti (5)

Da questo edificio vedi i palazzi della Spianata e la celebre ascensore che conduce a Castelletto.

Tetti (6)

E poi ringhiere, campanili, torri e  il Teatro Carlo Felice.

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Da un terrazzo sopra Corvetto trovi l’orizzonte del mare che in una giornata grigia si confonde con il cielo, le gru, le linee del porto, il Bigo e le navi.
E il campanile delle Vigne svetta accanto alla Lanterna, nostro faro e nostro simbolo.

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E poi ancora la città arrampicata sulle colline, un’altra nave, tetti grigi ed abbaini, questo è il profilo di Via Garibaldi con la magnificenza dei Palazzi dei Rolli.

Tetti (9)

Genova e la sua distesa ininterrotta di ardesie spioventi, comignoli e magnifici terrazzini che in estate sono inondati dal sole.
E mentre osservi cerchi di distinguere luoghi noti veduti da una diversa prospettiva, tra i tetti dei caruggi emerge imperiosa la Chiesa della Maddalena.

Tetti (10)

E poi ancora altre ringhiere e geometrie, persiane e finestrelle, un terrazzino minuscolo, lassù, vicino al cielo.

Tetti (11)

Antico e moderno, passato e presente, in un solo orizzonte.

Tetti (12)

Ancora uno sguardo rivolto al patriota genovese, figura a me cara.

Tetti (13)

Ancora uno sguardo verso Genova, mia e sua città natale, dolcemente affacciata sul celeste mare.

Tetti (14)

La Croce di San Giorgio

Oggi, 23 Aprile, è il giorno di San Giorgio, eroica figura che da molti secoli ha un posto speciale nel cuore dei genovesi.
La memoria di San Giorgio e delle sue gesta è scolpita sopra i portoni dei palazzi della città vecchia e se non sapete per quale ragione la sua immagine si trovi su certi edifici invece che su altri qui trovate la spiegazione e potrete leggere anche la storia avventurosa di questo Santo che sconfisse un terribile drago.

Vico dell'Oliva

E nel giorno a lui dedicato io desidero celebrare il Santo valoroso e anche il vessillo della Superba sul quale campeggia fiera proprio la Croce di San Giorgio.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo, queste parole risuonano in questa città dagli albori della Repubblica di Genova.
Per Genova e per San Giorgio!

Bandiera di Genova

Genova celebre per le sue imprese, Genova temuta e rispettata.
Croce rossa in campo bianco, simbolo dell’eroismo dei Crociati in Terra Santa, la Croce di San Giorgio figura anche sulla bandiera inglese: sul finire del 1100 fu proprio la Repubblica di Genova a concederne l’uso al Re d’Inghilterra.
In cambio di moneta sonante il Doge della Superba si impegnava a proteggere con la sua flotta le navi inglesi che, battendo la celebre bandiera genovese, si avventuravano nel Mediterraneo all’epoca infestato da minacciosi pirati.

Bandiera di Genova (5)

Ancora adesso il simbolo di Genova La Superba sventola nelle strade un tempo percorse da valenti uomini di mare.
Non so dirvi quante volte ho incontrato la Croce di San Giorgio, scorgere questi colori per le vie della mia città suscita in me un autentico senso di appartenenza.
Bianco e rosso, l’ho veduto in ogni luogo, davanti una finestra di Campetto e sopra l’orologio che scandisce le nostre giornate.

Bandiera di Genova (3)

Bandiera di Genova (4)

Simbolo di Genova e della sua grandezza.

Stemma di Genova

Sventola in cima alle torri di Porta Soprana.

Porta Soprana

Davanti al Palazzo che trae il nome proprio da San Giorgio, oggi sede dell’Autorità Portuale.

Palazzo San Giorgio

Ed è nel vessillo dei prodi Balestrieri del Mandraccio.

Balestrieri del Mandraccio

Di fronte al fastoso Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Bianco e rosso, sul lampione che sovrasta una farmacia in Via della Maddalena.

Croce di San Giorgio

Nello stemma della città, a Tursi.

Palazzo Tursi

Sul faro che rischiara l’orizzonte ai naviganti.

Lanterna

In ogni modo, sempre.

Lanterna (2)

Davanti alla casa natale di un suo celebre figlio di nome Giuseppe Mazzini, colui che amava la sua Genova e anche il nostro tricolore.

Casa di Mazzini

Mossa dal vento, sulla sommità della Torre Grimaldina.

Torre Grimaldina

In quella magia di ardesie, abbaini e tetti dai quali affiorano misteriose torri antiche.

Torre Grimaldina (2)

Nello splendore del Salone del Minor Consiglio a Palazzo Ducale ancora sventola orgogliosa la nostra croce di San Giorgio.

Palazzo Ducale

La si scorge su certi cancelli, nelle luci di una sera d’inverno.

Piazza Banchi

Nelle grandi piazze, di fronte a vaste dimore.

Piazza della Nunziata

Nei semplici caruggi, nell’ombra nascosta dei vicoli.

Vico delle Camelie

E là, nel cielo blu che sovrasta Via Garibaldi.

Via Garibaldi

Nel giorno di San Giorgio, davanti al mare che bagna questa terra, simbolo di una fierezza che dovremmo saper conservare.
E in quelle parole che rimangono ancora nostre, fanno parte del nostro cammino nel mondo e della nostra identità.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

Bandiera di Genova (2)

Giuseppe Garibaldi e una leggendaria partita a bocce

È un giorno d’autunno del 1853 e un gruppetto di persone percorre Salita di Oregina, l’ultimo della fila è un garzone e porta una pesante cesta sulle spalle.

Salita di Oregina (2)

Davanti a lui ci sono un ragazzino e una bambina bionda, lei ha una lunghissima treccia che le arriva sino alla vita, entrambi seguono con passo spedito il loro papà.
Lui ha capelli fulvi e una folta barba, indossa uno scenografico poncho e altri non è che l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.

Garibaldi

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

La strada è ripida e impervia, si inoltra in luoghi di verde campagna, con case basse immerse nell’aria pura.

Salita di Oregina (3)

Salite, curve, viali e finalmente la bella compagnia giunge a destinazione, un cancello si apre e ad accogliere calorosamente Garibaldi è il suo sodale Luigi Coltelletti.

Salita di Oregina

Il giovane garzone posa la cesta con i doni del mare destinati all’amico di Garibaldi e l’eroe, dopo aver ascoltato la triste storia di questo ragazzo e le miserie della sua famiglia, lo ricompensa con diverse monete sonanti.
È una giornata dal clima dolce sulle alture di Oregina, così i due amici pensano bene di dilettarsi con un piacevole passatempo: una partita a bocce.

Bocce (4)

Il campo che fa al caso loro è proprio lì sotto, davanti alla villetta di un certo Boero il quale non se lo fa ripetere due volte: appoggia una scala al muro e in men che non si dica Garibaldi e il suo amico scendono, da lì a poco avrà una leggendaria partita.
Fin da principio le cose non sembrano andare per il verso giusto per Garibaldi, il nostro soffre di dolori ad una mano e non riesce a giocare correttamente, i suoi avversari passano subito in vantaggio.
Non si arrende, uno come lui non può certo ritirarsi!
Un catino d’acqua fresca e una pezza bagnata gli procurano un certo sollievo, è pronto così per una nuova sfida.
E si comincia di nuovo, si gioca per pochi soldi e soprattutto per l’onore, è la rivincita ma ancora una volta il Generale perde la partita.
Lui non si dà per vinto e sfida ancora i suoi avversari, questa volta sembra avere la meglio, gioca con foga e passione, non sbaglia un colpo.
E poi, d’improvviso la mano lo tradisce ancora : la boccia cade a terra e il nostro eroe, a malincuore, è costretto ad abbandonare la partita.
E malgrado tutti sostengano che non ci sia necessario, Garibaldi ci tiene a pagare il suo debito così come si era stabilito.

Garibaldi (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tira fuori il portafoglio e si accorge che è vuoto, si ricorda così che tutti i suoi soldi sono finiti nelle mani del garzonetto!
Il signor Boero, padrone di casa e proprietario delle bocce, non la prende male, si rivolge a Garibaldi con molto riguardo e pronuncia parole di profonda stima.
Si dice onorato di averlo avuto come ospite nella sua casa, lui sa che ben altre partite attendono il Generale, promette che nessuno userà mai più quelle bocce, resteranno da parte, in attesa di una nuova visita del grande eroe.
Questo magnifico aneddoto è tratto da testo di Ferdinando Resasco “Libro di Cronaca del 1891” e proviene da uno dei cassetti delle meraviglie del mio amico Eugenio, come sempre lo ringrazio per averlo condiviso con me.
Garibaldì tornò ancora nella casa di Boero.
Un giorno, mentre si trovava lì, lo avvisarono che in una villetta poco distante c’era un genovese che voleva incontrarlo, desiderava discutere con lui di certi argomenti: quest’uomo era Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tomaso Boero, proprietario di quella casa e delle bocce, era cugino di Mazzini, assomigliava talmente tanto al suo illustre parente da aver posato per il monumento che ritrae il patriota genovese.

Mazzini
Tomaso Boero fu di parola, quando Garibaldi lasciò la sua casa prese le sue preziose bocce le legò con dei nastrini patriottici, quindi le sistemò in una bella scatola di legno che lui stesso aveva costruito.

Bocce

Passarono poi ai suoi discendenti e vennero sempre ricordate come Le bocce di Garibaldi.

Bocce (2)

La storia è fatta anche di questi piccoli attimi quotidiani che rendono umani e reali i protagonisti delle vicende della nostra nazione.
E quelle bocce, ancora adesso chiuse con certi nastri, si trovano nel luogo dove si celebra la storia d’Italia, il Museo del Risorgimento.
Accadde in un giorno d’autunno del 1853:  in un campetto davanti a una casa di Oregina si svolse una leggendaria partita a bocce.

Bocce (3)

Il deposito del Museo di Sant’Agostino: Genova perduta

Un viaggio nella città perduta, tra marmi e tesori recuperati e adesso conservati nel deposito del Museo di Sant’Agostino.
In questo mese di febbraio potrete partecipare a una visita speciale che si tiene ogni mercoledì alle 16 e a guidarvi tra le meraviglie del passato di Genova sarà Adelmo Taddei, conservatore di questo importante museo genovese.
Vedrete ciò che resta di chiese scomparse e di strade demolite e ascolterete un racconto ricco di dettagli e certo non privo di forti emozioni, lascio a voi il piacere di scoprire le meraviglie di questa narrazione, io vi mostrerò alcuni reperti che più hanno colpito il mio sguardo.
Cammini in una città che non esiste più, una città che tuttavia si presenta a te e ti parla dei giorni che non hai potuto vedere.

S. Agostino

Ed è una sequenza infinita di marmi, colonne, capitelli, statue, formelle, lapidi.
Tutto appartiene ai giorni lontani di Genova, come questo San Francesco D’Assisi, non si sa da dove provenga questa statua.

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E poi angeli, dall’Altare Maggiore della Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo.

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Dalla stessa chiesa proviene anche la statua di San Pietro Martire.

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E una targhetta ricorda che su questi ripiani ci sono marmi e lapidi provenienti da Salita di Ripalta.

S. Agostino (7)

Usiamo la nostra immaginazione per ritrovare una via perduta, era nei dintorni dell’attuale Piazza Dante, c’era il negozio di paste e gallette di Pietro Terrile e la sartoria di Angela Zerega.
E c’era un mondo che non possiamo vedere.

S. Agostino (6)

A breve distanza, un frammento proveniente da una casa demolita, in Ponticello.

S. Agostino (8)

Da altre vie e luoghi perduti vengono questi volti, sguardi cupi ed espressioni torve.

S. Agostino (9)

S. Agostino (10)

E poi la dolcezza di una Madonna con il Bambino.

S. Agostino (10A)

E un’altra ancora.

S. Agostino (12)

Tre sovrapporta, pensa alla casa, alle sue finestre piene di vita e ai rumori dei passi di coloro che salgono i gradini.

S. Agostino (13)

Ancora una scultura, dalla chiesa di San Silvestro.

S. Agostino (14)

E non so spiegarvi il mio attonito stupore accompagnato da una sorta di vera amarezza per ciò che non abbiamo saputo difendere.

S. Agostino (15)

I leoni di Villa Scassi.

S. Agostino (16)

E a terra, colonne e busti di quattro patrioti, non so dirvi dove fossero collocati, tra essi Jacopo Ruffini.

S. Agostino (17)

E ancora, l’eroe dei due Mondi.

S. Agostino (17A)

E ancora, due lapidi perfette, una per Mazzini e una per Garibaldi, vi si legge che la Società Amici Sestiere Maddalena riconoscente pose.
Correva l’anno 1884, adesso le lapidi sono in un magazzino e io mi domando perché non le abbiano ricollocate, devo dirlo.

S. Agostino (19)

E ancora, una lapide per i caduti per l’Indipendenza e L’Unità D’Italia, la memoria di certi nomi svanisce presto, purtroppo.

S. Agostino (20)

Due angeli, a loro il compito di reggere candele dalla luce fioca.

S. Agostino (20A)

Una parete coperta di stemmi provenienti da San Domenico.

S. Agostino (22)

Li vedete così, un tempo erano ravvivati dal colore.

S. Agostino (23)

E ancora, pietra nera di promontorio.

S. Agostino (24)

E poi un viso dai tratti gentili.

S. Agostino (25)

Un angioletto, proviene dalla Chiesa o dal Convento di San Francesco di Castelletto.

S. Agostino (26)

Provengono da quella chiesa il gruppo marmoreo e le formelle delle foto che seguono.

S. Agostino (27)

S. Agostino (28)

E due sono i telamoni di un portale che un tempo era in Piccapietra.

S. Agostino (29)

E sul muraglione dell’Acquasola c’era questo Giano Bifronte opera dello scultore Santo Varni.

S. Agostino (30)

Avvisi per il Magistrato dello Spedale di Pammatone, così si legge su questo marmo.

S. Agostino (31)

E sempre da Pammatone provengono le campane.

S. Agostino (32)

Scandivano le ore e il tempo di chi ci ha preceduto e sono anche testimonianza di un’antica devozione.

S. Agostino (33)

S. Agostino (34)

Volti e storie che un tempo erano per le strade di Genova perduta: da sinistra Menandro e Metastasio, gli ultimi due sono Alfieri e Goldoni, incomprensibile il nome scritto sotto la figura centrale.

S. Agostino (35)

Questo si presume che sia un cancello di qualche chiesa, mirabile la bravura di colui che l’ha forgiato.

S. Agostino (36)

Un tempo perduto, una città che ritrovi conservata nei depositi di questo museo.

S. Agostino (38)
Ho tralasciato volutamente alcuni pezzi importanti e di questi tornerò a scrivere quanto prima, credo che meritino uno spazio dedicato.

S. Agostino (37)

Vi ho mostrato una piccola parte dei marmi che potrete ammirare durante la visita, ringrazio il Dottor Taddei per il suo racconto appassionato e per la dedizione che traspare dalle sue parole.
Andate anche voi al Museo di Sant’Agostino, qui ci sono tutti i dettagli per prenotare la vostra visita.
E troverete questa Madonnina scolpita nel marmo, la circondano bocci di fragili rose.

S. Agostino (39)

E questi angioletti che se ne stanno riposti su un ripiano.

S. Agostino (40)

Insieme a loro ce ne sono molti altri, custodiscono le storie di Genova perduta.

S. Agostino (41)

A tavola con Giuseppe Mazzini

In quest’ultima settimana si sono svolte a Genova le giornate in memoria di Giuseppe Mazzini, il patriota lasciò le cose del mondo il 10 Marzo 1872 ed ogni anno la sua città lo ricorda con incontri ed iniziative a cura del Museo del Risorgimento che ha sede nella casa natale dell’esule.

Museo del Risorgimento

In questo 2015, in previsione degli eventi di Expo dedicati al cibo, si è pensato ad un nuovo particolare percorso.
Cosa veniva portato sulle tavole dei genovesi al tempo di Balilla?
E quali erano i gusti di coloro che hanno fatto l’Italia?
E Garibaldi cosa amava mangiare?
Mi riprometto di raccontarvelo presto ma oggi vi narrerò le preferenze culinarie di Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (2)

Ritratto esposto al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Ringrazio la Dottoressa Ponte, direttrice del Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano e la Dottoressa Bertuzzi che ha accompagnato noi visitatori alla scoperta dei gusti dei padri della patria, il loro prezioso lavoro conserva e mette in risalto la nostra storia e il nostro passato.
E come possiamo conoscere i peccati di gola di Mazzini?
Grazie al suo ricco epistolario, in quelle sue lettere trovate il politico, il fervente patriota, il figlio che rimpiange la sua casa e la madre lontana, il pensatore e l’uomo, un uomo di nome Giuseppe Mazzini.

Epistolario di Mazzini

Epistolario di Mazzini
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

A quanto pare non era proprio una buona forchetta, anzi con il cibo era abbastanza morigerato e tra il resto sembra che non amasse il vino, talvolta si concedeva una buona birra, in Inghilterra ebbe modo di apprezzare il punch.
Anche lui aveva qualche vizio: beveva molto caffè e fumava tanto.
Caffè e sigaro, quella era una delle sue abitudini e uno dei suoi ritratti al Museo Del Risorgimento lo immortala proprio con il sigaro tra le dita.

Giuseppe Mazzini

Fotografia esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Esule in terra straniera dovette adeguarsi a ciò che avevano da offrire i luoghi che lo ospitavano ma che rimpianto per i sapori di casa!
A Londra, scrive Mazzini, il latte è acquoso, per trovarne di buono bisognerebbe andar fuori città.
Qui al mattino di solito con il caffè prendeva pane e burro ma il pensiero andava sempre alle sue colazioni genovesi di un tempo!
Oh, la fragrante e deliziosa focaccia con la salvia che era solito mangiare a Genova, indimenticabile!

Focaccia con la salvia

Panificio Sebastiano

Molte delle lettere di Mazzini sono indirizzate a sua madre, Maria Drago, a lei racconta i dettagli di certi suoi pranzi, dalla Svizzera le scrive di aver gustato certi pesci di lago e un piatto a base di patate, ma le minestre locali non gli piacevano affatto!
No, a Mazzini piaceva il minestrone alla genovese, come lo capisco!

Maria Drago

 Maria Drago
Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E là, in Svizzera, sentiva la mancanza dei biscotti del Lagaccio.
Allora era ospite della famiglia Girard, il nostro con le sue notevoli doti dialettiche riuscì a convincere le ragazze di casa a preparare per lui i tanto rimpianti biscotti.

Biscotti del Lagaccio

Biscotti del Lagaccio – Panificio Sebastiano

E là, in Svizzera, ebbe modo di assaggiare una deliziosa torta di mandorle e si premurò di inviare alla madre la ricetta.
E’ ancora nota come Torta Mazzini e magari potreste cimentarvi anche voi nella preparazione o se preferite potete gustarla da Marescotti, ho già avuto modo di scrivere di questa celebre torta e qui trovate appunto la ricetta e le notizie di quel carteggio tra Mazzini e sua madre.

Torta Mazzini (5)

Torta Mazzini – Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo

E poi ancora, il nostro narra un pranzo natalizio in compagnia di amici esuli come lui, allora ad armeggiare con pentole e ingredienti fu Giovanni Ruffini e sulla tavola di Natale vennero serviti fumanti maccheroni asciutti, Mazzini odiava i maccheroni in brodo della tradizione.
E poi pesce, fagiano e stufato.
Da ultimo il plum-pudding che a Mazzini piaceva talmente tanto da scrivere: da vero barbaro ho mangiato più del puddding che del resto.

Giuseppe Mazzini (4)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

A Londra, dice ancora Mazzini, nessuno mangia le cervella fritte, lui invece le trova di suo gusto.
Però la pasta fresca, quella proprio non si trovava!
Il genovese lontano ha una madre presente e attenta, ancora a lei chiede di inviare a Londra un buon formaggio, le forme per fare i corzetti e la rotella per i ravioli.

Noccioladay (3)

Ristorante il Genovese

Londra, Pasqua del 1841, il nostro genovese pensa a una maniera per sentirsi a casa.
E scrive alla mamma, di nuovo.
Giuseppe vuole la ricetta della torta pasqualina, l’intenzione è quella di prepararla sostituendo alcuni ingredienti: niente bietole a Londra, Mazzini è costretto a ripiegare sulla lattuga o sulla scarola.
A volte bisogna proprio far di necessità virtù!

Torta Pasqualina

Friggitoria Carega

E sempre lei, la madre, gli mandava dolci generi di conforto, detti recilli, paste e confetti, frutta secca, datteri e pandolce.
Cresciuto nel tepore del clima mediterraneo, Mazzini ripensava a certi frutti che un tempo avevano deliziato il suo palato.
L’uva croccante e sugosa della Valpocevera, le pesche dolci, i fichi dei quali era goloso.

Fichi

E ancora, al Museo del Risorgimento troverete un foglietto, indirizzato all’amico Filippo Bettini, Mazzini lo prega di rimborsare la sorella Antonietta per l’acquisto di una scatola di canditi destinati a un’amica inglese.

Biglietto

Biglietto esposto al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Non è specificato dove li avesse acquistati ma noi genovesi, come ha suggerito la dottoressa Bertuzzi, abbiamo subito pensato a Romanengo ed alle sue pregiate confezioni.

Romanengo

Di lui potete leggere ogni cosa nel suo epistolario, nelle lettere che lui ci ha lasciato.
Tra quelle pagine trovate il politico, il fervente patriota, il figlio che rimpiange la sua casa e la madre lontana, il pensatore e l’uomo, un uomo di nome Giuseppe Mazzini.
Ora è un Museo, un tempo era la sua dimora.
E lì potrete ripercorrere i giorni della vita, le sue battaglie e le sue lotte, potrete conoscere le sue passioni e le testimonianze della sua grandezza.
E in qualche maniera anche voi potrete andare nei luoghi dove lui ha vissuto e sedervi a tavola con Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (3)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano