Mrs Eliza Fletcher, l’amica di Mazzini

E’ la primavera del 1837, a Londra giunge, per un soggiorno di qualche settimana, Mrs Eliza Dawson, vedova dell’avvocato Archibald Fletcher.
Eliza non è più nel fiore degli anni, è una signora ormai vicina alla settantina.
A Londra incontrerà persone interessanti, come lei stessa scriverà nella sua autobiografia dove si legge che un giorno le venne portata una lettera di presentazione scritta da una delle sue altolocate conoscenze, con quella missiva si raccomandava a Mrs Fletcher un italiano appena giunto a Londra.
E questo è il ricordo del loro primo incontro:

…a young italian who at that time was a friendless stranger in London.
I found in the drawing room a young, slim, dark italian gentleman of very prepossessing appereance.
He could not then speak English and I very imperfect French; but it was impossible not to be favourably impressed at once by his truth and his sadness.

…un giovane italiano che a quel tempo era uno straniero senza amici a Londra.
Trovai in salotto un giovane gentiluomo italiano, snello e bruno, di aspetto molto attraente.
A quell’epoca lui non sapeva l’inglese e il mio francese era molto imperfetto; ma era impossibile non essere subito favorevolmente impressionati dalla sua verità e dalla sua tristezza.

(Autobiography of Mrs Fletcher, with letters and other family memorials)

L’esule è un genovese, l’esule si batte per una causa e per degli ideali per i quali ancora ricordiamo il suo nome, l’esule è Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini

Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Eliza lo ascolta, lui non cerca di suscitare la sua compassione, le dice che vorrebbe avere accesso a una pubblica biblioteca per poter approfondire certi suoi studi.
Eliza lo osserva, è scossa, lo trova ombroso e cupo, lo vede così profondamente vicino alla disperazione tanto da temere che il giovane possa commettere un suicidio.
E cosa fa la gentildonna inglese?
Forte della sua saggezza e della sua esperienza scrive a Mazzini una lettera con la quale lo esorta a resistere alle difficoltà della vita e a mettere a frutto i suoi talenti e la sua forza interiore.
La risposta che riceverà sarà l’inizio di una nuova amicizia: da quel giorno, come lei stessa scrive, si incontreranno nuovamente.
Di lui Eliza apprezza la dedizione e la grandezza d’animo, la colpirà apprendere che l’esule si occupa dei bambini italiani a Londra, quei suonatori di organetto ceduti come schiavi dai loro parenti, per questi piccini Mazzini aprì la scuola di Hatton Garden della quale vi ho già parlato in questo articolo.

Giuseppe Mazzini (2)

La scuola di Hatton Garden
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Thus he became added to my list of heroes, così egli venne aggiunto alla mia lista degli eroi, scrive Eliza.
Ed è per le virtù del suo autore che le lettere del patriota vennero incluse nell’epistolario di famiglia, perché i discendenti di Mrs Fletcher potessero comprendere la ragione della ammirazione di Eliza per lui.
Ma cosa scrive Mazzini a Eliza nella sua prima missiva?
Cerca di spiegare a lei il suo stato d’animo, tenta di chiarire un malinteso, lui non ha mai pensato di togliersi la vita e così le scrive:

I am naturally triste, I am rendered more so by my position, by what I have suffered.
Io sono naturalmente triste, ancor più triste mi rende la mia posizione, ciò che ho sofferto.

Giuseppe Mazzini (4)

Fotografia esposta al Mueo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E lo incupisce il pensiero della sofferenza causata alle persone amate.
C’è poi una considerazione che svela la sua grandezza e la sua personalità, sono parole che riguardano il senso della vita, i suoi scopi e certe priorità.

Despair, neutralizing activity, appears to me the highest point of selfishness. He who despairs of things and of men, and whom despair makes inactive or leads to quit life, is a man who has wished only to enjoy, and has made that his chief thought; not being able to do that, he destroys his life, either morally or materially, as the child does its plaything. Now, I do not consider life a game, but a very serious thing : it is an office to be fulfilled in the world.

La disperazione, attività neutralizzante, mi sembra il colmo dell’egoismo. Colui che dispera delle cose e degli uomini, e che dalla disperazione è reso inattivo o conduce una vita inerte, è un uomo che ha desiderato soltanto il godimento e ha fatto di questo il suo pensiero dominante; non potendo realizzarlo, distrugge la propria esistenza, moralmente o materialmente, come fa un bambino con il proprio giocattolo.
Ora, io non considero la vita un gioco, ma una cosa molto seria: è una missione che dobbiamo esercitare nel mondo.

It is virtue, and not happiness, which ought to be the aim of life.
E’ la virtù e non la felicità, che dovrebbe essere lo scopo della vita.

(Giuseppe Mazzini a Mrs Eliza Fletcher;
Edizione Nazionale degli Scritti di Mazzini, vol. XII).

Sono parole che si sentono raramente ai nostri tempi, quante volte sentite pronunciare la parola virtù?
In questa lettere si trova la grandezza di tutte le idee di Mazzini e la vera fede nel suo credo, lui rassicura la sua nuova amica, le scrive che è ben distante dal senso di disperazione, tra i suoi propositi c’è quello di far conoscere agli inglesi la condizione dell’Italia e le sue prospettive future, accenna anche a una sua prossima collaborazione con la rivista Le Monde.

Tomba di Giuseppe Mazzini

Cimitero Monumentale di Staglieno, tomba di Giuseppe Mazzini

 Conoscevo la storia di Eliza e la sua autobiografia ma vorrei raccontarvi come questa lettera sia arrivata tra le mie mani.
Un giorno ho ricevuto una mail che si apriva con queste parole: Dear Miss Fletcher.
Me l’ha inviata la Dottoressa Raffaella Ponte, direttrice del Museo del Risorgimento, la quale mi scriveva che la Dottoressa Bertuzzi, referente per la Didattica del Museo, leggendo il mio blog si era ricordata di Eliza Fletcher.
Che curiosa e piacevole omonimia, è vero?
Il libro nel quale sono raccolte le lettere di Mazzini si trova nella Biblioteca del Museo del Risorgimento, ringrazio la Dottoressa Ponte e la Dottoressa Bertuzzi per la loro cortese attenzione, per aver pensato a me e per avermi invitato la lettera di Mazzini alla sua amica inglese, vorrei che avessero visto il mio sorriso quando ho letto il nome di Eliza Fletcher.
Lei, l’amica inglese di Mazzini, ebbe cura del giovane patriota italiano, lo presentò al poeta Thomas Campbell e gli fece avere un permesso di libera entrata alle sale di lettura della biblioteca del British Museum.
E tramandò ai posteri il suo ricordo di lui in quell’autobiografia dove di lui si leggono queste parole, the prophet of the future unity of Italy, Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (5)

Monumento a Giuseppe Mazzini, Piazza Corvetto

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Il Marchese Di Negro, la Villetta e i suoi celebri ospiti

Oggi questa pagina ospita un genovese illustre, amante delle arti e della poesia.
Mi pregio di presentarvi il Marchese Gian Carlo Di Negro e posso farlo grazie a un vecchio libretto che ho trovato in una delle librerie che con piacere frequento.
Una vita densa di eventi e di incontri, una famiglia di nobili origini, Gian Carlo Di Negro vide la luce nel 1769 in Via Lomellini, nel cuore della Superba.

Via Lomellini 4

Per un certo periodo la famiglia lo mandò a studiare a Modena, quando  Gian Carlo tornò a Genova era un ventenne dagli accesi entusiasmi che cercava amori trascinanti e che si dilettava in giochi, danze e corse all’impazzata in sella al suo cavallo.
E ben presto con due dei suoi più cari amici intraprese un viaggio alla scoperta delle città d’Italia.
I tre sodali, amanti delle arti e delle lettere, fecero una prima tappa a Milano e in quell’occasione conobbero niente meno che  Giuseppe Parini.
E poi fu la volta di Verona e Venezia, cercavano l’arte e la trovarono nei teatri della Serenissima dove rimasero incantati dalle famose maschere cittadine, si spinsero fino a Vienna dove la musica dei più famosi compositori risuonava in ogni luogo.
Quando Di Negro tornò a Genova si dedicò con fervore alla poesia, leggeva con interesse Dante e Ariosto.
Genovese assai legato alla sua città, provò amara delusione per la caduta della Repubblica di Genova e si tenne lontano dalle agitazione politiche del tempo, riprese così i suoi viaggi e vide Parigi, Londra, l’Irlanda e la Spagna, impreziosendo la sua arte poetica e arricchendo le sue conoscenze, viaggiò molto anche negli anni successivi, era un vero uomo di mondo.
Ed è in questo periodo che Gian Carlo acquistò la zona dove poi sorse la Villetta, ora divenuta parco pubblico, grazie alla quale ci ricordiamo di lui.

Villetta Di Negro

Il patrizio genovese fu poeta improvvisatore, così si  legge in questa sua biografia, esercitava quell’arte secondo la moda del suo tempo.
E a quanto si narra pare che avesse anche un certo talento per la danza, ebbe modo di farne sfoggio con Madame De Staël.
Lei lo affascinava e in suo onore Gian Carlo scrisse queste parole:

Il suo dir m’incantava oltre misura

E così le fece da guida tra gli splendori di Genova, la condusse a visitare la tomba di Andrea Doria nella chiesa di San Matteo.
E poi volle ascoltare i versi di lui, purtroppo non sappiamo cosa ne pensasse Madame De Staël dei componimenti del marchese.

Piazza San Matteo

Nell’autunno del 1805 Giancarlo prese in sposa Luigia Visconti dei Marchesi di San Vito.
Ah, questo matrimonio spezzò un cuore!
C’era un giovane che ardeva per Luigia, lei era stata il suo primo amore e questa unione era stata ostacolata dalla famiglia della fanciulla.
E lui, nel 1801, quando era appena sedicenne, aveva scritto un sonetto per la sua amata, questi sono alcuni di quei versi:

Opera è tua, donna, e del celeste puro
foco che nel mio petto accese il vivo
lume degli occhi tuoi

La passione non si spense, lui si tormentava e un giorno con gli occhi pieni di lacrime confessò a sua madre di amare quella fanciulla che abitava a Genova.
Era il 1807, quel giovane uomo era Alessandro Manzoni e in compagnia della sua genitrice se ne partì alla volta di Genova per ritrovare il suo perduto amore.
E ahimé, Luigia era già sposata con il Marchese Di Negro, la vita è crudele a volte!
E c’è una lettera nella quale Manzoni confessa la sua assai forte e pura passione per l’angelica Luigina.
Il matrimonio del Marchese durò poco, Luigia lasciò questo mondo pochi anni dopo le nozze, a Gian Carlo rimasero le loro due figlie, Laura e Francesca, detta Fanny.
E di loro vi parlerò presto, sono state protagoniste della vita cittadina, non a caso al Museo del Risorgimento si trova un bel ritratto di Laura, amica dei fratelli Ruffini e di Giuseppe Mazzini al quale era legato da profonda amicizia lo stesso Marchese di Negro.

Museo del Risorgimento (10)

Opera esposta all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

E da patriota lui stesso si adoperò per aiutare i perseguitati politici.
Il patrizio genovese che amava comporre poesie in ogni occasione, fece della sua dimora la meta preferita dei letterati del tempo.
Acquistò il terreno sul quale  fu costruita la Villa  per 22.000 Lire e si impegnò ad istituirvi una scuola di botanica
La parte alta dei suoi possedimenti fu spianata per lasciar spazio a un edificio che divenne la sua magnifica dimora, con gli anni il giardino fu abbellito con i busti di genovesi illustri.
E vi teneva feste e conviti, ospitò qui tutto il jet set del suo tempo.
E in questi suoi versi il Marchese decantò i suoi fasti:

Riprese la villetta il suo splendore,
veniano i letterati a tutte l’ore
e i forestieri di ogni Nazione
visitavan la mia ospital magione.

E’ un elenco infinito di nomi, venne il poeta Vincenzo Monti che qui conobbe la bella Antonietta Costa, pittrice e donna di grande bellezza.
E poi Byron, George Sand e Stendhal, Cesare Cantù, Antonio Canova, Felice Romani, Camillo Sivori e Anton Giulio Barrili.
Vennero Pio VII e Carlo Alberto.
E tornò Alessandro Manzoni e vennero anche altri celeberrimi personaggi che non vi nomino, a loro desidero dedicare un ulteriore spazio, furono davvero numerosi coloro che ammirarono il panorama di  Genova dalla Villetta di Gian Carlo Di Negro.

Genova

 Fu ospite del Marchese il più celebre dei violinisti, Niccolò Paganini, in merito al quale si narra un episodio avvenuto proprio nella Villetta del Marchese.
Un giorno era lì ospite il compositore Kreutzer, aveva con sé un suo spartito particolarmente ostico da eseguire.
E sapete cosa successe?
Il giovane Paganini gli diede appena uno sguardo e eseguì quel brano alla perfezione, lasciando tutti a bocca aperta per il suo talento.
Non si tenevano solo feste e balli alla Villetta, il Marchese Di Negro, grande amico di Ottavio Assarotti, fu benefattore dell’Istituto dei Sordomuti e spesso apriva le porte della sua villetta ai piccoli ricoverati e regalava a questi piccini qualche ora di gioia spensierata.
Sempre in prima fila negli eventi culturali di questa città, fu membro della Commissione incaricata di organizzare il Congresso degli Scienziati Italiani che si tenne nel 1846.
E il fior fiore della scienza varcò così la soglia della Villetta, in molti parteciparono al sontuoso ricevimento tenuto dal marchese in quella occasione.
E poi il tempo passò, giunsero gli ultimi giorni, Gian Carlo Di Negro morì alla veneranda età di 88 anni.
E al suo funerale accorse tutta la città, tutti elogiarono la sua munificenza e la sua grandezza d’animo.
I genovesi, memori del valore del loro concittadino, espressero la volontà che la villetta fosse conservata con i busti, proprio come l’aveva voluta il Marchese.
L’area nel 1863 venne acquisita dal Comune di Genova e furono realizzate le grotte e le cascate.

Villetta di Negro (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

 La dimora del Marchese non esiste più, fu distrutta durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale, rimane il parco che di recente è rinato a nuova vita.
Con grande dispiacere di tutti noi la Villetta è stata a lungo lasciata al degrado.
Ah, io me lo immaginavo il Marchese Di Negro, chissà come ci guardava male da lassù nel vedere il suo parco così abbandonato!
Oggi non è più così, sarà fiero di noi!
Zampilla la splendida cascata e si cammina con piacere all’ombra degli alberi.

Villetta Di Negro (3)

A Villetta Di Negro ha sede il Museo di Arte Orientale Chiossone con le sue ricche collezioni, vi porterò lungo quei viali ad ascoltare l’acqua che scroscia, sarà il tema del mio prossimo post, prima ho ritenuto opportuno presentarvi il padrone di casa.
E se avete il desiderio di salutarlo di persona, lo trovate nel porticato inferiore di Staglieno, tra gli eminenti cittadini di Genova.
Se ne sta fieramente assiso lassù, pare quasi assorto nei suoi pensieri.

Gian Carlo Di Negro

Visse di operoso amore del buono e del bello, così si legge sul marmo,  un genovese illustre da ricordare.

Gian Carlo Di Negro (2)

Nelle sale del Museo del Risorgimento

A Genova c’è un Museo che racconta una parte importante della storia della Superba e della nostra Italia.
Vengono da questa città molti dei protagonisti del nostro Risorgimento, questa è la città di Mazzini, di Mameli e dei fratelli Ruffini.
E questa è la città dalla quale Carlo Pisacane partì  per la sua impresa che terminò in un bagno di sangue.
Il Museo del Risorgimento è uno dei luoghi da non perdere, qui si ripercorre il cammino della nostra nazione.
Il Museo si trova in un un edificio che è un vero e proprio simbolo di quel periodo storico, la casa natale di Giuseppe Mazzini.

Casa di Mazzini 3

Qui dove egli vide la luce, una targa è posta in suo ricordo.

Casa di Mazzini

Qui si rivivono quei giorni, tra opere d’arte e cimeli risorgimentali.

Casa di Mazzini 1

Porgo un ringraziamento particolare alla Dottoressa Raffaella Ponte, Direttrice del Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano, per la sua cortese disponibilità nel consentire la diffusione delle immagini.
Non sempre nei musei è permesso fotografare ed è davvero peccato, un racconto per immagini è  immediato e diretto,  è una  bella maniera per far conoscere certi tesori del passato, in questo caso è stato possibile e così vi porto con me sulle tracce dei patrioti.
Un percorso che parte da lontano, dall’epoca del piccolo Balilla.
La rivolta della gente di Portoria contro gli austriaci e i quadri che ritraggono quei momenti di furore.

Museo del Risorgimento (2)
Proclami, documenti, oggetti dell’epoca, si prova una certa emozione ad osservarli al di là del vetro.
Qui sotto, a sinistra, vedete il puntale che era posto sull’asta della bandiera di Balilla, a destra la lancia di una bandiera austriaca, trofeo di guerra strappato al nemico.

Museo del Risorgimento (6)

Emozione e coinvolgimento, quando ci si trova davanti a un triste reperto del passato.
Risale al 1800, al tempo del blocco di Genova, quando la città fu assediata dalle forze anglo-austriache e a Genova non giungevano più approvvigionamenti.
E’ una pagina cupa della nostra storia, allora molte persone morirono per la fame, ci si nutriva con quel che si trovava e si faceva un pane di colla, crusca, mandorle peste e miele.
Vedrete una macina e un tozzo di pane giunto fino a noi che fu conservato dal padre dello storico Marcello Staglieno.

Museo del Risorgimento (4)

E’ duro e faticoso il percorso della storia, ha il volto di alcuni personaggi carismatici capaci di trascinare le folle con la forza delle loro idee, ha il volto pensieroso e intenso di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento

 Qui ci sono i suoi libri, il suo calamaio, le sue lettere, i suoi abiti, gli oggetti della sua quotidianità.

Museo del Risorgimento (3)

Ci sono i ritratti dei suoi sodali e di coloro che lo sostennero, dal suo amico fraterno Jacopo Ruffini a quella madre che tanto lo amò.

Museo del Risorgimento (7)

Un museo dove si incontrano volti che non dovremmo dimenticare, visi che dovrebbero esserci cari di persone che ebbero la potenza del pensiero e nessun timore di sacrificarsi.

Museo del Risorgimento (8)
Questo è Carlo Pisacane, l’eroe di Sapri.

Museo del Risorgimento (9)

E questa è l’indomita e appassionata Cristina di Belgioioso.

Museo del Risorgimento (11)

La storia la fanno gli uomini e le donne e numerose furono coloro che diedero il loro sostegno alla causa mazziniana, ad esempio la genovese  Laura Di Negno Spinola, figlia del Marchese Di Negro.

Museo del Risorgimento (10)

Nelle vetrine sono esposte lettere, fotografie, cimeli di vario genere.

Museo del Risorgimento 11a

Armi, abiti, documenti, i titoli di studio di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento (12)

E qui una lapide ricorda che egli nacque proprio in questa stanza.

Museo del Risorgimento (13)

Un foglietto scritto di suo pugno.

Museo del Risorgimento (16)

Qui tutto parla di lui, della sua vita e delle sue vicende.

Museo del Risorgimento (17)

I ritratti, le sue lettere, le sue fotografie.

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E un cimelio di grande pregio, sapete cosa c’è su questo foglio?
E’ il cifrario della Giovine Italia, questo era di Goffredo Mameli ed è un alfabeto segreto che veniva usato per scrivere messaggi che non dovevano essere compresi dalle autorità.

Museo del Risorgimento (18)

Dio e Popolo, le parole di Mazzini.

Museo del Risorgimento (19)

Il suo cappello, le sue bretelle, conservate gelosamente.

Museo del Risorgimento (20)

Un panno appartenuto a Carlo Cattaneo, caro ricordo conservato da Mazzini, venne usato per avvolgere la salma di Cattaneo, in seguito la salma di Mazzini stesso e infine quella di Maurizio Quadrio.

Museo del Risorgimento (21)

E poi ancora, al piano superiore, continua il viaggio nella storia d’Italia.

Museo del Risorgimento (34)

E c’è una musica che vi accompagna, risuona in tutte le stanze, su per le scale, in ogni angolo di questo edificio.
E’ questa musica, Il canto degli Italiani, il nostro inno, parole di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro.

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Emozione intensa, suonava il suo inno e io avevo lì, davanti agli occhi, l’ultima lettera che Mameli scrisse a sua madre.

Museo del Risorgimento (24)

Ricordi degli uomini che hanno fatto l’Italia, questo piano è dedicato alle imprese di Giuseppe Garibaldi.

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E ci sono i suoi cimeli, armi e oggetti di sua proprietà.
Una sua camicia e accanto il ritratto della donna dell’eroe, Anita.

Museo del Risorgimento (26)

Ricordi patriottici di un altro tempo.

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E testimoni di giorni duri e dolorosi, come questo frammento di una palla di cannone risalente al 1849, rinvenuto in una casa di Genova.

Museo del Risorgimento (28)

L’Italia e gli uomini che l’hanno fatta, vastissima la collezione di divise garibaldine, tuniche e giubbe.
Tra le altre c’è la divisa di Antonio Burlando.

Museo del Risorgimento (29)

E visi, volti e vicende di italiani.

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E poi tricolori, bandiere e decorazioni militari.

Museo del Risorgimento (31)

L’Italia delle Camicie Rosse e dell’Impresa dei Mille, ci sono sciabole, fucili e pistole, impossibile elencare ogni oggetto, sarà interessante scoprirli con i vostri occhi.

Museo del Risorgimento (32)

Celebri dipinti di importanti momenti storici, questo ricorda Mentana.

Museo del Risorgimento (22)

Numerosi oggetti appartenuti a Giuseppe Garibaldi in una vetrina.

Museo del Risorgimento (21a)

Ci sono persino le sue bocce.

Museo del Risorgimento (35)

E il suo viso spavaldo e fiero nei quadri che lo ritraggono.

Museo del Risorgimento (36)

E poi ancora, un’intera sezione è dedicata ai Carabinieri genovesi e qui troverete ancora altre divise ed altre armi, alcune di esse sono appartenute ad Antonio Mosto e a Francesco Bartolomeo Savi.

Museo del Risorgimento (38)

E mi è capitato di soffermarmi a leggere la targhetta su un fucile.
Spedizione dei Mille, 5 Maggio 1860,  sbarco a Marsala 11, Calatafimi il 15.
Resa inservibile da una seconda palla a Palermo.
Brivido.

Museo del Risorgimento (39)

C’è una sezione dedicata alla musica risorgimentale e in un’intera stanza sono raccolti documenti che riguardano il Monumento dei Mille a Quarto.

Museo del Risorgimento (40)

Il Museo del Risorgimento si trova in Via Lomellini, nel cuore del centro storico di Genova, qui trovate il sito con tutte le informazioni utili per la visita.
Sì trova nella casa dell’esule Giuseppe Mazzini che per tanto tempo fu lontano dalla sua città.
Qui si rivivono le gesta di chi ci ha preceduto di chi ha combattuto per la nostra bandiera e per l’Unità della nazione, è l’Italia dei patrioti del nostro Risorgimento.

Museo del Risorgimento (33)

17 Marzo 1872, Genova saluta Giuseppe Mazzini

Pisa, 10 Marzo 1872.
A casa di Pellegrino Rosselli e di Janet Nathan, figlia di Sarah, nota mazziniana, c’è da tempo un uomo che si nasconde sotto falso nome.
Costui viene dalla Svizzera e si fa chiamare George Brown, è di salute precaria ed è giunto nella città toscana alla fine di febbraio, al suo capezzale arriverà il medico Agostino Bertani, ma per il paziente non c’è nulla da fare, questo sarà il suo ultimo giorno di vita.
Così muore Giuseppe Mazzini, è un evento che scuote e commuove, gli studenti dell’Università chiudono le porte dell’Ateneo in segno di rispetto e di lutto, interverranno persino le autorità ma i giovani sono inamovibili e diserteranno in massa le lezioni.

Giuseppe Mazzini

Si vuole preservare la figura sacra di Mazzini, il suo corpo verrà pietrificato a Genova e l’anno successivo verrà poi esposto al pubblico.
Ma veniamo ai ricordi di un uomo del tempo, Giorgio Asproni, autore di quel Diario Politico del quale vi ho già parlato.
Il 14 Marzo Asproni giunge a Pisa, è una giornata di pioggia battente, i mazziniani sono accorsi a onorare colui che Asproni definisce il cittadino più illustre di Italia.
Ci sono Nicola Fabrizi e Benedetto Cairoli che ha una ferita alla gamba e fatica a seguire il corteo funebre.
Ci sono Bertani, Quadrio e Campanella, come altri contemporanei Asproni nota la protervia di Sarah Nathan e di Giorgina Saffi, entrambe vorrebbero essere le sole donne ad accompagnare il feretro alla stazione.

Sarah Nathan

Immagine tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
(Volume di mia proprietà)

Per Mazzini arrivano segni di cordoglio da ogni parte, le rappresentanze consolari dei paesi del Sud America inviano corone di fiori.
Ed è il popolo a salutare questo grande italiano, gli aristocratici restano al chiuso delle loro case ma il popolo di Pisa espone le bandiere ripiegate con il crespo nero e i tappeti coi segni di lutto, così scrive Asproni.
E poi la partenza verso Genova, verso la città che diede i natali a colui che viene così onorato, Giuseppe Mazzini sarà sepolto a Staglieno vicino a quella madre che tanto aveva amato.
La nazione e la città sono in grande fermento, si temono disordini e manifestazioni, ci vorrà un lungo viaggio prima che la salma arrivi a destinazione, ad ogni stazione le si rende omaggio, così è a Lucca e a Bologna, a Parma e ad Alessandria.
E infine il feretro giunge a Genova e il 17 Marzo 1872 viene condotto al cimitero su un fastoso carro funebre disegnato appositamente da alcuni famosi artisti dell’epoca.
La città è a lutto, le navi in porto hanno la bandiera a mezz’asta, i teatri e i negozi sono chiusi in segno di cordoglio.
C’è una folla sterminata ad accogliere l’apostolo della Repubblica, le strade sono gremite di gente, i genovesi sono venuti in massa a salutare il loro celebre concittadino, ad accompagnarlo a Staglieno dove ancora riposa.
Ed è Federico Campanella a pronunciare il discorso davanti alla sua tomba.

Tomba di Mazzini

E oggi è l’anniversario di quel giorno e io vi porto lassù, dove dorme un genovese che in vita fu sempre lontano dalla sua città.
Oggi si celebra anche l’Unità d’Italia, proclamata il 17 Marzo 1861.
E’ il giorno del Tricolore e dell’Inno di Mameli, una data importante per la nostra nazione.

Tomba di Mazzini (2)

Attorno a Mazzini sono sepolti uomini e donne del nostro Risorgimento, tornerò ancora a parlarvi di questo luogo e delle persone che vi si trovano.
A breve distanza c’è proprio Federico Campanella, uomo politico e amico fraterno di Mazzini che pronunciò l’orazione funebre in quel giorno di marzo.

Federico Campanella

E qui, come già vi ho detto, riposa Maria Drago, la madre dell’esule.

Tomba di Maria Drago

E vi è una lapide a ricordo del padre di lui.

Giacomo Mazzini

Onore e gloria al figlio di Genova, Giuseppe Mazzini.

Tomba di Mazzini (3)

E le parole di un poeta in suo ricordo.

D'annunzio

Giuseppe Mazzini, il figlio di Genova, nacque in Via Lomellini, dove un tempo era la sua casa vi è il Museo del Risorgimento.
La sua tomba è circondata da bandiere, coccarde e tricolori delle associazioni operaie genovesi.

Tomba di Mazzini (13)

E allora forse non servono tanto le mie parole a ricordare un italiano così grande.
Voglio mostrarvi queste bandiere e tutto ciò che circonda l’ultimo luogo dove giunse Mazzini nella sua Genova.

Tomba di Mazzini (4)

E voglio usare altre parole, voglio unirle alle immagini dei tricolori e degli stendardi delle società mazziniane.
E ho la viva speranza che tutti voi le leggiate, sono parole importanti, sono le parole del Giuramento della Giovine Italia.
Le parole di lui che fu figlio di Genova.

Nel nome di Dio e dell’Italia,
nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera o domestica,
pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m’ha posto e ai fratelli che Dio m’ha dati

per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli

Tomba di Mazzini (9)

per l’odio, innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all usurpazione, all’arbitrio
pel rossore ch’io sento, in faccia ai cittadini dell’altre nazioni del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria

Tomba di Mazzini (11)

pel fremito dell’anima mia, creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù
per la memoria dell’antica potenza
per la coscienza della presente abbiezione
per le lagrime delle madri italiane,  pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio, per la miseria dei milioni:

Tomba di Mazzini (7)

io, credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento
convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono le forze necessarie a crearla
che il popolo è depositario di quelle forze
che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria;

Tomba di Mazzini (10)

convinto che la virtù sta nell’azione e nel sagrificio, che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà;
do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti nella stessa fede, e

giuro

di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l’Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana.

Tomba di Mazzini (6)

Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione, l’educazione de’ miei fratelli italiani all’intento della Giovine Italia, all’Associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole;
Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;

Tomba di Mazzini (5)

Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione de’ miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti;
Di soccorrere coll’opera e col consiglio a’ miei fratelli nell’associazione,

Tomba di Mazzini (8)

ORA E SEMPRE 

Così giuro, invocando sulla mia testa l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’infamia dello spergiuro, s’io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.

 Tomba di Giuseppe Mazzini

Vico Casana, nel regno della trippa

Ci sono botteghe che resistono, resistono al tempo che passa, alla mode, ai nuovi stili.
Ci sono botteghe dall’aspetto antico, quello è il loro fascino.
Una di esse si trova qui, in Vico Casana.

Vico Casana

Un antico negozio dove  si servivano i nostri nonni.

Vico Casana (2)

Resiste stoicamente al tempo La Casana.
Il bancone di marmo e le piastrelle bianche e nere, il soffitto a volta.
La tripperia di Vico Casana è qui da più di duecento anni e ancora ha l’aspetto di una bottega della vecchia Zena.

Tripperia di Vico Casana (4)

Una sedia, uno sgabello e una sensazione di domestica semplicità.
E i profumi e sapori di altri tempi.

Vico Casana (3)

La Casana è l’unica tripperia del centro storico, questa è una bottega molto amata dai genovesi, nella cucina ligure la trippa accomodata è un piatto tipico della tradizione.
Ed ecco i pentoloni di rame nei quali cuoce questa particolare specialità.

Tripperia di Vico Casana

E sapete chi veniva a mangiare da queste parti? Ma i soliti personaggi eccellenti che amo citare: Mazzini, Garibaldi e Giuseppe Verdi che era proprio un buongustaio!
Presto vi racconterò un aneddoto su Verdi che mi è stato narrato dal mio amico Eugenio, una vera perla sulla quale non vi anticipo nulla.
Genova e Giuseppe Verdi, nel lontano 1841 il compositore soggiornò nella Superba, al Carlo Felice si rappresentava la sua opera “Oberto, conte di San Bonifacio”.
Fu un fiasco colossale e una sera uscito dal teatro, per consolarsi dell’insuccesso, Giuseppe Verdi si ristorò con due tazze di brodo di trippa presso la trattoria Tulidanna che ai tempi si trovava in Via San Sebastiano.
Era un locale frequentato da patrioti e garibaldini, lì si potevano incontrare Nino Bixio e Goffredo Mameli.
La Tulidanna ai giorni nostri non esiste più.
Resta invece la tripperia di Vico Casana con il suo fascino antico.

Tripperia La Casana

La trippa, un piatto semplice e casalingo, una genuina bontà.
Tripperia di Vico Casana (2)

E in Vico Casana c’è trippa in abbondanza.
E allora, che siate genovesi o foresti, quando passate per i caruggi venite a scoprire le bellezze di Zena.
I portali e le chiese, le piazzette e i campanili, i palazzi dei rolli e certe dimore con i soffitti affrescati.
E La Casana, il regno della trippa.

Tripperia di Vico Casana (3)

Torta Mazzini, il dolce che piaceva a Pippo

La città dei patrioti, la città di Giuseppe Mazzini.
In Via Lomellini, la sua casa natale ospita il Museo del Risorgimento.
Qui visse la sua famiglia, prima di trasferirsi a poca distanza, in Salita dei Pubblici Forni.

Casa di Mazzini 3

Casa Natale di Giuseppe Mazzini – Museo del Risorgimento

Qui, in queste strade, giungevano le missive dell’esule, lettere dai contenuti sia politici che personali, che ci restituiscono un ritratto a tutto tondo di Mazzini, lettere che per lui erano il filo sottile che lo legava alla sua patria e alla sua famiglia.
Era il mese di dicembre del 1835 e Pippo, così come lo chiamavano in casa, inviò alla madre Maria Drago una lettera con la quale la pregava di esaudire un suo desiderio.
In Svizzera aveva assaggiato un dolce che gli era piaciuto in maniera particolare e così ne scriveva :

Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste, e provaste, perché a me piace assai. Traduco alla meglio perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese: pelate, e pestate fine fine tre once di mandorle, tre once di zucchero, fregato prima ad un limone, pestato finissimo.
Prendete il succo del limone, poi due gialli d’uovo, mescolate tutto questo, e movete, sbattete il tutto per alcuni minuti, poi, sbattete i due bianchi d’uovo quanto potete – en neige, dice essa, come la neve – cacciate anche questi nel gran miscuglio, tornate a movere.
Ungete una tourtière, cioè un testo da torte, con butirro fresco, coprite il fondo della tourtière con pasta sfogliata, ponete il miscuglio sul testo, su questo strato di pasta sfogliata spargete sopra lo zucchero fino, e fate cuocere il tutto al forno.   Avete inteso? Dio lo sa.

E voi, avete inteso?
Signori, questa è la ricetta di una torta veramente sublime, potrete replicarla seguendo le indicazioni scritte da Giuseppe Mazzini, tenendo a mente che un’oncia equivale a circa 30 g e infornando il vostro dolce a 180° C.
Eh, gli epistolari riservano sempre gradite sorprese!
Ma ve l’immaginate voi il patriota munito di carta e matita che prende appunti mentre la ragazza che parla in cattivo francese elenca gli ingredienti uno ad uno?

Giuseppe Mazzini 2
La torta svizzera, la torta Mazzini.
A poca distanza dal Museo del Risorgimento, in Via di Fossatello, si trova una pasticceria ormai nota a tutti i miei lettori abituali, uno dei luoghi d’eccellenza del nostro centro storico e della città, la Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo.

Cavo (2)

I proprietari sono giovani imprenditori lungimiranti, Marescotti vanta una così lunga tradizione da essere inserito nell’elenco dei Locali Storici d’Italia.
E giunse l’anniversario dell’Unità d’Italia, particolarmente sentito in questa città che ha dato i natali non solo a Mazzini ma anche a Mameli, ai fratelli Ruffini, a Francesco Bartolomeo Savi, la città che ospitò Pisacane e dalla quale partì Garibaldi con i suoi Mille.
E qui, alla Pasticceria Marescotti, per celebrare l’anniversario, è stata riproposta la torta svizzera secondo l’antica ricetta diligentemente trasmessa dal patriota genovese.

Torta Mazzini

E così se volete gustarla basta che veniate qui, da Marescotti.
E potrete portarvi a casa la torta, è confezionata con un nastrino tricolore, poteva essere altrimenti?

Torta Mazzini (2)

Ed è una torta veramente buona, aveva ragione Pippo!
Alla Marescotti propongono di abbinarla al vermut Carpano Antica Formula, ma è ottima anche insieme a una fumante tazza di tè.
Vi daranno anche questo cartoncino, dedicato alla celebre torta.

Torta Mazzini (7)

Pasta sfoglia, mandorle, uova, succo di limone,  zucchero e burro.
Un dolce semplice e casalingo, una torta soffice e deliziosa.

Torta Mazzini (4)

Una spolverata di zucchero a velo, non occorre altro.

Torta Mazzini (6)

Se non siete di Zena, magari potete provare a cimentarvi con la ricetta, è giunta fino a noi grazie a uno dei padri della patria, sono certa che lui sarebbe contento di sapere che ancora si assapora la sua torta preferita!
Un giorno verrete a Genova e come me vorrete perdervi nel labirinto dei suoi vicoli.
Seguite il mio consiglio, tra una piazzetta e un caruggio, fermatevi da Marescotti a fare merenda, oltre a molti altri dolci e specialità, troverete la torta Mazzini.
Una bella pasticceria, nel cuore di Genova, la Genova dei patrioti e delle camicie rosse, la Genova dei carbonari e dei rivoluzionari.
Uno di loro nacque in Via Lomellini, ma lasciò la sua patria per seguire il suo destino di esule.
E dalla Svizzera scrisse a sua madre:

Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste, e provaste, perché a me piace assai.

Torta Mazzini (5)

Felice Orsini, storia di un italiano

Questa è la storia di un uomo il cui nome è sinonimo di rivoluzione.
Guardate il suo volto, qui.
Leggete nei suoi occhi tutto ciò che un tempo riflettevano, uno spirito ribelle e sprezzante di ogni pericolo.
Questa è la storia di italiano.
Patriota, carbonaro e mazziniano.
Le vite dei protagonisti del nostro Risorgimento sono spesso improntate sull’avventura, non fa eccezione Felice Orsini, che nacque a Meldola nel 1819.
Rivoluzione.
Se qualcuno di voi ha letto i suoi scritti, conoscerà il suo furore, chi invece  li ignora può leggere ora le sue parole.
Parla ai giovani Felice Orsini e così scrive nella introduzione alla sua autobiografia:

Che le norme direttrici di chi ha cuore italiano essere debbon la Cospirazione e l’Azione, costanti, efficaci, potenti; e non cieche o pazze o meschine, siccome furono sino ad ora, che dovete voi stessi fare la rivoluzione, non aspettare che vi venga da noi.

Rivoluzione.
Passione e furore, non sempre indirizzato al bene e tante sono le zone d’ombra che avvolgono la figura di Felice Orsini.
Un omicidio, compiuto nel 1836, quando Orsini ha appena 17 anni.
Per questo delitto rimarrà in carcere solo sei mesi, al termine dei quali entrerà nel Collegio dei Gesuiti.
Ma è troppo forte il richiamo di quella parola: rivoluzione.
Ed è così che il giovane aderisce alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, lui stesso fonderà una società segreta, La Congiura Italiana dei Figli della Morte, a causa della quale verrà condannato all’egastolo e finirà in galera, per essere in seguito graziato.
Non sarà l’ultima volta che per Orsini si apriranno le porte del carcere.
Rivoluzione: molti i moti ai quali Orsini ha prestato la sua opera, a Luni e a Sarzana, ad esempio.
Compiamo un balzo nel tempo, arriviamo al Marzo 1855 quando Felice Orsini viene arrestato dai soldati austriaci per essersi introdotto clandestinamente in terra straniera.
Lo buttano di nuovo in galera, nel carcere di Mantova.
Un uomo così dietro le sbarre? Quanto resiste? Quando si arrende?
Mai, è questo il punto.
Provate a leggere la biografia che ci ha lasciato Luigi Venosta, saprete cosa accade a un uomo che non ha paura di nulla, quando lo si priva della sua libertà.
Lo vedrete nascondere i lenzuoli e gli asciugamani e segare le sbarre alla finestra con estrema cura ed attenzione.
Aveva dei complici, certo, ma i secondini erano continuamente in allarme.
Un lavoro lento, instancabile, finché giunse il giorno della grande fuga, la notte tra il 28 e il 29 di Marzo del 1856.
Dalla finestra, con fune e lenzuola.
Che clamore fece la sua fuga!
E poi via, verso Genova e quindi verso l’Inghilterra.
E poi via, lontano dagli ideali di Mazzini, Felice Orsini ha un bersaglio, uno scopo da perseguire.
Il suo nemico è Napoleone III, è lui che vuole uccidere, certo che la sua morte provocherà ciò che infiamma il suo cuore.
Quella parola, rivoluzione.
Eccolo, a Parigi, con i suoi alleati, che rispondono ai nomi di Antonio Gomez, Carlo Rudio e Giovanni Andrea Pieri, per il loro progetto utilizzeranno un’arma che passerà alla storia come Bomba Orsini, una bomba micidiale piena di chiodi e frammenti di metallo.
Parigi, la sera del 14 Gennaio 1858, davanti all’ Opéra di rue Le Peletier.
E’ una pungente sera d’inverno, un uomo si qualifica presso la polizia come Agente Speciale delle Tulileries e si ferma sulla porta del teatro, è Felice Orsini, che attende di mettere in atto il suo piano.
C’è una folla che aspetta l’arrivo dell’Imperatore, un agente riconosce Pieri che era segnalato alle forze dell’ordine.
Lo arrestano, addosso gli trovano una pistola, un coltello e una bomba.
Nessuno si accorge di nulla, tutti attendono la carrozza imperiale.
Eccolo il corteo, gli ufficiali in alta uniforme, i lancieri.
E di colpo un fragore. Poi un secondo, a breve distanza un terzo.
Le Bombe Orsini sono esplose, per gli scoppi i vetri delle case vanno in frantumi, le luci a gas che illuminavano il teatro si spengono.
I cavalli del corteo reale, terrorizzati dalle esplosioni, fuggono travolgendo la folla.
Napoleone III e la sua consorte rimangono illesi, ma a terra ci sono diversi morti e 156 feriti.
Tra questi, lo stesso Felice Orsini, che riporta una grave ferita alla testa.
Si rifugia presso la propria abitazione ma viene tratto in arresto così come i suoi complici.
Furono processati il 26 di febbraio.
Gomez venne condannato ai lavori forzati, che sconterà nel carcere della Caienna.
Orsini, Pieri e Rudio vennero condannati a morte con l’accusa di parricidio, tanto era considerato il tentato omicidio dell’imperatore.
Rudio vedrà commutata la sua pena in lavori forzati, per gli altri due sarà la morte.
Quale fine avrà Felice Orsini? La procedura prevedeva che i prigionieri venissero condotti al patibolo scalzi, con indosso una camicia e con un velo nero in testa.
Eccoli in cella, i due condannati: Pieri dimostra una certa agitazione, Orsini è taciturno, chiede un bicchiere di rum e vuol brindare alla salute del direttore della prigione.
Cosa piega un uomo del genere? Cosa lo abbatte?
Si aprono le porte del carcere, sulla Piazza della Roquette è pronta la ghigliottina.
Pieri esce dalla cella cantando Mourir pout la patrie, un celebre canto dei girondini.
Felice Orsini, che fino a quel momento non aveva pronunciato parola, una volta che fu sulla ghigliottina gridò con tutta la voce che aveva in corpo : Viva l’Italia! Viva la Francia!
Felice Orsini morì sul patibolo, all’età di 39 anni, dopo aver ammesso le sue colpe al processo che lo vedeva imputato.
A causa del suo fervore patriottico, caddero vittime innocenti.
Dal carcere scrisse una lettera a Napoleone III, Imperatore di Francia, e a proposito della propria condanna scrisse:

…io la subirò senza chiedere grazia, sì perché io non mi umilio innanzi a colui che ha spenta la libertà nascente dell’infelice mia patria.

Chiede ancora per l’Italia l’Indipendenza.
E scrive altre lettere, voglio ricordarne una, quella per le sue figlie.
Rivoluzione.
Cosa raccomanda a due future giovani donne un uomo di rivoluzione, nel 1858?

Acquistate quella maggior istruzione che potete …e rammentate che la maggior parte dei delitti e degli errori proviene dall’ignoranza, questa nemica della civiltà, del progresso, dell’onore e della libertà del popoli.

…non crediate, né lasciatevi abbagliare alle apparenze, che il mondo sulle prime sarà per offrirvi. Siate caute. Non è che apparenza, la superficie esterna che affascina; e se vi abbandonate al bagliore di tale incantesimo segue tosto il disinganno e allora troverete un vuoto immenso; vuoto che non avreste provato mai se aveste guardato il mondo quale è in realtà.

Camillo Costa – Le figlie di Felice Orsini alla tomba del padre
Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Il mondo quale è in realtà.
Vedete, a volte certi personaggi sembrano così distanti da noi, offuscati dalla storia, dalla polvere dei secoli, dal progresso, dal tanto tempo trascorso che ci separa da loro.
A Felice Orsini sono dedicate strade e piazze.
Rivoluzione.
Patria.
Indipendenza.
Questa è la storia di un italiano.

Genova,10 Dicembre 1847: Goffredo Mameli e i giovani che cambiano il mondo

I giovani cambiano il mondo.
I giovani hanno risorse che gli adulti non sanno comprendere, hanno istinti che li spingono verso ciò in cui credono, hanno l’incoscienza e la protervia di certi anni belli.
Sì, sono sempre i giovani a rovesciare il destino dell’umanità, da tempo immemore.
I giovani a volte leggono libri che infiammano i loro cuori e accendono le loro menti.
A volte si ritrovano in certi pensieri, nel quali riconoscono la propria identità.
Trascorreranno anni, e l’ideale e il reale collimeranno, per sovrapporsi in un lento divenire.
I giovani, i libri, le idee.
E la memoria di un gesto, di un evento.
Genova, 1746, la cacciata degli Austriaci, al quale è legata l’epica figura di Balilla, qui trovate la sua vicenda.

La targa che vedete si trova sul muro esterno di Via Balbi 5, dove è situata la facoltà di Legge.
Tanti studenti varcano quel portone, salgono la scala di marmo bianco, forse alcuni si soffermano a leggere, ho questa speranza.

Studenti in questa facoltà furono due giovani amici, in anni di grandi fermento.
Il primo ebbe per destino l’esilio, divenne il fuggiasco più ricercato d’Europa.

L’altro studente, Jacopo era il suo più caro amico, finì i suoi giorni in questo luogo. Studiò anche lui qui, come i suoi fratelli.

I giovani cambiano il mondo, sempre.
Tra i molti studenti della facoltà di Genova, ve ne fu un terzo che ebbe l’onore del ricordo nel luogo dove aveva compiuto i suoi studi.

Ed è a lui che torniamo, a Goffredo Mameli.
E all’inverno pungente del 1847, in quel 10 dicembre nel quale cade l’anniversario della cacciata degli austriaci.
Un corteo di cittadini parte alla volta del Santuario d’Oregina, dopo 101 anni lo scopo è rinnovare il ringraziamento alla Madonna per la liberazione della città dal nemico, ma in realtà si vuole dimostrare quanto gli italiani siano uniti nel desiderio di una sola nazione, è questo il grido, questo il messaggio che si leva dalla folla che procede verso Oregina.
La manifestazione è stata decisa da un gruppo di ardimentosi, tra i nomi di spicco figurano Nino Bixio, Gerolamo Ramorino e Goffedo Mameli.
Quest’ultimo ha vent’anni.
I giovani cambiano il mondo, ricordate?
Alle otto del mattino, i partecipanti si danno appuntamento all’Acquasola.
E un corteo affollato, che raccoglie grande partecipazione di pubblico, si tratta di ben 35.000 persone.
Marinai e commercianti, notai ed avvocati, ogni gruppo ha la propria bandiera.
Si sale verso Oregina, passando per Strada Nuova.
E alla testa del corteo c’è lui, Goffredo.
E intona il suo canto, ai tempi proibito, parole che diverranno l’Inno di questa nazione così poco patriottica.
E’ il canto della ribellione, perché i giovani cambiano il mondo.
Genovesi che salgono verso Oregina, compatti ed uniti, ridiscenderanno giù passando per la Nunziata, per Caricamento, Via San Lorenzo e poi fino a Portoria sotto la statua di Balilla.
Un corteo per la libertà e per l’Unità.
Un corteo guidato da un ventenne, perché i giovani cambiano il mondo.
E sventolano le bandiere e risuonano le voci che salgono potenti e sovrastano un’intera città e il destino di una nazione.
E tra le molte insegne, nella folla di gente, per la prima volta sventola il tricolore.
Sono due le bandiere, le reggono due universitari, uno è lui Goffredo Mameli, l’altro è il suo compagno di studi Luigi Paris.


Università di Genova, Facoltà di Legge, Via Balbi 5 

I giovani cambiano il mondo e non hanno paura di nulla.
I giovani intonano canzoni vietate, come il Canto degli Italiani.
La bandiera di Luigi Paris si trova esposta al Museo del Risorgimento.
Il tricolore di Goffredo Mameli, in quel dieci Dicembre, venne donato dal patriota al Rettore dell’Università di Genova ed ancora oggi si trova in quell’edificio.
La gioventù è caparbia, sventata, imprevedibile, scevra di ogni timore.
Chi oggi ha vent’anni forse non si riconosce in Goffredo Mameli, non vede in lui un suo simile, un fratello, un compagno di studi.
Ma il tempo non separa le generazioni, le unisce.
Libertà, democrazia, indipendenza.
Non sono parole vuote, non sono conquiste da dare per scontate, come spesso accade.
E le dobbiamo anche a lui, a Goffredo Mameli.
Nostro amico, fratello, compagno di studi.

Le Signore del Gran Bazar di Londra

E finalmente verrà il giorno del Gran Bazar!
Vi prego, prestatemi attenzione, ho comunicazioni molto importanti da darvi e sono certa che tutti voi aderirete con entusiasmo a questa splendida iniziativa.
L’invito è esteso a tutti, per cui diffondete la voce, è per una buona causa.
E voi, gentili signore e signorine, ascoltate, siete chiamate a contribuire con le vostre opere.
Beh, c’è tempo, il Gran Bazar si terrà in Febbraio.
E sapete, si può partecipare con ogni genere di manufatto e conoscendo la perizia di alcune di voi, sono sicura che il risultato sarà garantito!
Pizzi e ricami, è scritto chiaro e tondo sull’invito!
E allora cosa state aspettando? Mettete mano alla cesta del lavoro e iniziate la vostra opera di ago e filo, la esporrete al Gran Bazar!
Chi lo desidera può portare altri tipi di merce, ad esempio vino ed alimentari, cose buone che attireranno la gola dei visitatori.
Si possono anche vendere fotografie o statuette, autografi di personaggi importanti, se li possedete portateli a destinazione, sarà un sicuro successo!
Ma chi organizza questo Gran Bazar del quale si parla tanto in città e persino sui giornali?
Beh, sapete, l’evento è stato organizzato da certe signore molto note, ognuna di esse è parte attiva in questa opera benemerita!
I loro nomi? Oh, certo li conoscerete!
E sapete, sono tutte amiche di lui!
Del comitato fanno parte le signore Elena Sacchi, Carlotta Benettini, Maria Serafini e Colomba Dagnino.
E poi, sapete che tipo è lui, lui è uno che ama il popolo, e membro attivo del comitato è anche la Signora Caterina Gasperini.
Sì, lo so, la conoscete tutti, è quella che ha lo spaccio di caffé in Via dei Giustiniani, proprio lei!
Ecco, ve le ho presentate, ma come vi dicevo sono personalità note qui in città.
Ah, dimenticavo!
Dovete portare i vostri manufatti e tutto ciò che desiderate offrire per il Gran Bazar a un indirizzo preciso: presso la bottega del sellaio Michele Tassara in Salita Santa Caterina 23 a Genova.

Entro il 15 Gennaio, che sbadata, scordavo di dirvelo!
Ma qual è lo scopo di questa eccezionale vendita? A cosa serviranno i denari che verranno raccolti?
E’ una buona causa, fidatevi di me.
E le signore che vi ho nominato si spendono e si danno un gran da fare, sapete?
Dovreste vederle, un’organizzazione perfetta!
Sarà perché credono in ciò che fanno, è la passione a unire queste anime, un unico intento.
E le signore che ne fanno parte, come vi dicevo, sono tutte amiche di Giuseppe Mazzini.
Pizzi e merletti signore, mettetevi all’opera per la Patria, il frutto delle vostre fatiche servirà a finanziare i moti di Roma e Venezia.
Un fine nobile, da qui a gennaio ci sono giorni e giorni, lavorate alacremente, senza sosta, sono certa di poter contare su di voi!
Appuntamento per il 15 gennaio 1863, allora, vi aspetto alla bottega di Michele Tassara, sellaio.

Goffredo Mameli, i vent’anni del fratello degli Italiani

Avere vent’anni.
Avere vent’anni e essere nati in un’epoca di furori e cambiamenti, in una città che è il cuore del nuovo pensiero, di ciò che animerà una nazione che ancora non ha veduto la luce.
Goffredo Mameli nacque a Genova il 5 Settembre 1827, suo padre Giorgio era un ufficiale cagliaritano, sua madre, Adelaide Zoagli, una nobildonna di blasonata famiglia.
Ebbero sei figli e Goffredo fu il primogenito.
Nacque nel cuore della Genova antica, al numero 30 di Via San Bernardo.

Dai registri di battesimo della Chiesa di San Donato risulta che gli vennero imposti i nomi di Giacomo, Goffredo e Raimondo.

La famiglia rimase per breve tempo in San Bernardo, per trasferirsi in Piazza San Genesio, l’attuale largo Sanguineti.

Sul palazzo a lungo creduto la casa natale di Goffredo, è riportata questa targa.

La madre Adelaide, fin da bambina, era amica di Giuseppe Mazzini così come ricorda Nicola, uno dei fratelli di Goffredo, nel discorso che pronunciò al funerale di lei.

Discorrendo di mia madre, il mio pensiero ricorre naturalmente a Giuseppe Mazzini. Essi si conobbero da giovinetti: ma, piú ancora che da questa breve dimestichezza di due fanciulli, io sono richiamato a lui da una comunanza di sentimenti e di aspirazioni, che nella mente e nel cuore di Giuseppe Mazzini divennero quella gran luce onde s’illuminò l’Italia tutta, e a mia madre insegnarono a formar l’anima di Goffredo.

Così crebbe Goffredo, in casa Mameli si respirava l’aria nuova e potente del pensiero mazziniano e l’educazione del futuro patriota venne affidata a un personaggio di grande rilievo, lo storico carbonaro Michele Giuseppe Canale, che curò la formazione di Goffredo fino al compimento dei suoi tredici anni, quando Mameli entrò nel collegio degli Scolopi, in Piazza Scuole Pie.

Goffredo studia Dante e Virgilio, Parini e Manzoni, ma anche Foscolo e Monti.
E Lamartine e Victor Hugo, Goethe e Byron, così si formerà il cantore d’Italia.
Filosofia e poesia, queste le sue attitudini.
Ma quando si è giovani si ha furore e una certa intemperanza, a volte accade, quando si è giovani.
Studente di Retorica e poi di Legge, Goffredo verrà espulso per un anno a causa di un acceso diverbio con un compagno, in seguito abbandonerà gli studi per gli eventi del tempo.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, lapide commemorativa per Goffredo Mameli

Scrive, è autore di un dramma dedicato a Paolo da Novi, compone poesie e versi, nelle sue rime si legge della patria e dell’amore per una fanciulla che fa sobbalzare il cuore.
E l’amore, a vent’anni, arde e brucia.
E ha il viso luminoso e bello di Geronima Ferretti, alla quale Goffredo dedica alcuni suoi componimenti.
Amore osteggiato e contrastato dai famigliari di lei, Geronima non è nel destino di Goffredo e sposerà il Marchese Giustiniani, vedovo di Nina, colei che si gettò dalla finestra per amore di Cavour.
Infelice Goffredo, ricordate i vostri vent’anni?
Rammentate il senso di smarrimento e rabbia quando l’amore era irraggiungibile?
Così fu anche per lui, anche per Goffredo Mameli.
E’ l’anno 1846, nella Genova dei patrioti e Goffredo scrive il suo primo inno, dal titolo L’alba.
Ma saranno altri versi a rendere immortale il suo nome, quelli del nostro inno nazionale, Il canto degli Italiani.
Ed è  il suo inno a rendere Goffredo Mameli il fratello degli Italiani, come si legge su una targa apposta in Via San Bernardo.

Ed è emozionante ricordare come vide la luce Fratelli d’Italia, versi di Goffredo Mameli e musica del suo amico Michele Novaro, anch’egli genovese.
Bisogna andare in un salotto torinese, nell’anno 1847.
In casa del patriota Lorenzo Valerio giunge un ospite illustre, il pittore Ulisse Borzino, che reca un foglio da consegnare a Michele Novaro.
E nel porgerglielo pronuncia queste parole : To’, te lo manda Goffredo.
Dovevate esserci in quel salotto!
Novaro legge ad alta voce i versi, piange e si commuove.
Si siede al cembalo e accenna qualche nota.
Poi si precipita a casa e senza neppure togliersi il cappello si siede al pianoforte e compone la melodia che accompagnerà le parole di Goffredo.
E diviene l’inno del popolo, racconta Anton Giulio Barrili che l’inno era un canto proibito e tale rimase sino al giorno della dichiarazione di guerra all’Austria.
E venne il 10 dicembre, anniversario dell’insurrezione di Balilla.
Dovevate esserci in Oregina e se avete vent’anni, immaginate di sfilare accanto a Mameli insieme a 35000 manifestanti, immaginate di intonare quelle parole con quel furore che solo a quell’età si conosce.
E dovevate vederlo il giovane patriota al comizio che si tenne al Teatro Diurno dell’Acquasola!
Parla a gente come lui, a persone che si riconoscono nel suo pensiero, parla con tutta la sua passione a quella platea gremita di gente che applaude e si infervora: sono i volontari  che seguiranno il  capitano Goffredo Mameli, a combattere a Milano, nel 1848, a fianco degli uomini di Nino Bixio.
A Genova, con l’aiuto di Michele Giuseppe Canale, Mameli raccoglie le sue poesie.
Là dove c’è fermento Goffredo Mameli è in prima linea, guidato dal coraggio del suo credo.
Il poeta patriota è a Roma nel ’49, quando viene proclamata la Repubbblica e così scrive un’altra importante testimone del tempo, Jessie White Mario:

Goffredo Mameli dava a Mazzini il sublime annunzio:

“Roma. Repubblica, Venite!”

Entrata di Mazzini in Roma, 1849
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

E’ il 9 Febbraio, a Goffredo restano ancora pochi mesi vita.
E saranno giorni e settimane spese in nome di quell’ideale, la patria.
A fianco di Bixio, nelle file dell’esercito di Garibaldi.
A Genova, dove la città insorge.
E’ il mese di aprile e la città subirà l’attacco dei bersaglieri del Generale La Marmora, un momento tragico e drammatico per Genova.
Mameli torna a Roma, dove combatte ancora contro l’esercito francese inviato a rovesciare la Repubblica Romana.
A volte non è semplice avere vent’anni.
A Villa Corsini Mameli resta ferito ad un tibia e viene condotto all’Ospedale dei Pellegrini: è il 2 giugno del ’49, pochi giorni dopo giungerà all’Ospedale il medico Agostino Bertani.
Soffre Goffredo, ma scrive alla madre che il peggio è scongiurato, la temuta amputazione dell’arto per ora è stata evitata, scrive anche a Nino Bixio, pregandolo di andare da lui.
Lo assiste Adele Brambati, nobildonna del quale Goffedo è innamorato.
Ma la cancrena avanza e non vi altro rimedio se non tagliare la gamba ferita di Mameli.
Mazzini e Saffi vanno a trovarlo, la salute di Goffredo peggiora di giorno in giorno.
Ha la febbre alta, delira, il medico Bertani annota i suoi peggioramenti fino al giorno della morte del giovane patriota.
Goffredo Mameli spira la mattina del 6 Luglio 1849, dopo oltre un mese di sofferenze.
A volte è difficile avere poco più vent’anni.
E magari, quando la fine si avvicina, ripensare a certi versi, scritti in altri momenti della vita.

Dolce cosa è l’amor: il suo dolore
All’anima dolcissimo ti viene,
Come canto di cigno che si muore.

Il corpo di Mameli venne nascosto da Agostino Bertani, che svelerà dove si trovi la salma solo in seguito alla presa di Porta Pia nel 1870.
Il patriota venne sepolto a Roma, al Cimitero del Verano.
I vent’anni di Goffredo Mameli sono ancora tra noi, in quelle parole che ad alcuni sembrano vuote, ma che sono il simbolo di una nazione che troppo spesso dimentica il significato della parola patria.
A sua memoria, le parole di un suo proclama, declamato con il furore proprio della sua giovinezza:

Perocché morendo, noi diremo al nemico; tutti i nostri fratelli sono dietro di noi, e la nostra causa vincerà perchè tutti sapranno morire come noi! E voi non ci smentirete!

Per lui le parole di sua madre, sulla tomba di lei, a Staglieno.

Per lui, per il giovane patriota, poeta, cantore dell’Unità le parole di Giuseppe Mazzini.
Parole per Goffredo Mameli, che aveva poco più di vent’anni.

Egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l’istinto del bene e del sacrifizio vivranno inconscii nell’anima umana e non saranno come la nostra virtú, frutto di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta quanta l’ingenua bellezza dell’innocenza.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, busto di Goffredo Mameli