Il Caffè della Concordia

Vi porto ancora nella via del fasto e delle dimore lussuose, questo sarà un viaggio nel passato di Via Garibaldi che per me resta tuttora Strada Nuova, amo usare ancora quel suo antico toponimo evocativo di certe eleganze inconsuete di tempi distanti.
Camminiamo insieme nei giorni di un secolo di grandi cambiamenti: nella Genova ottocentesca il Caffè della Concordia è un ritrovo esclusivo e molto raffinato.
Era collocato all’interno di Palazzo Bianco e vi si accedeva tramite una scala di marmo dai locali ora occupati da Arduino 1870, negozio di antiquariato e vintage annoverato tra le botteghe storiche.
Che atmosfera incantevole al Caffè della Concordia, da lassù si potevano ammirare le bellezze di Strada Nuova.

Si attraversava una sontuosa galleria e ai tavoli si consumavano autentiche bontà.
Delizioso era il caffè corposo e profumato, celebri erano gli spumoni, i gelati al cioccolato e alla crema, gli arlecchini di fragola e limone e ricercati certi glacés à la napolitaine.
Oltre ad essere un ritrovo molto alla moda il Caffè della Concordia fu anche scenario di certe vicende storiche, era infatti uno dei luoghi prediletti dai protagonisti del nostro Risorgimento.
Si narra che Giuseppe Mazzini si sia nascosto qui per una notte intera nel periodo in cui si organizzava a Genova la spedizione guidata da Carlo Pisacane che finì poi in un massacro nel giugno del 1857.
Lo stesso Pisacane frequentò il locale: vi si recava con la speranza di raccogliere fondi proprio per quella sua eroica impresa nella quale poi perse la vita.
Lo Stabilimento Concordia, così lo si chiamava a quel tempo, era meta di letterati e patrioti, tra gli altri ci si poteva trovare Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio e Giorgio Asproni, anche Giuseppe Verdi amava frequentarlo.
Ecco l’insegna del Caffè e la sovrastante galleria, l’immagine è tratta da una cartolina d’epoca di mia proprietà.

Nel bel locale di Strada Nuova i clienti trovavano una bella varietà di svaghi.
Ad esempio ci si poteva accomodare nella sala medievale, così denominata per lo stile dell’arredamento, qui si esibiva una orchestrina composta da valenti musicisti che per il diletto dei presenti eseguivano pezzi d’opera e walzer di Strauss.
C’era anche una sala degli scacchi dove si potevano incontrare eminenti cittadini intenti a dilettarsi con il celebre gioco, non mancavano una sala da pranzo e una sala più piccola e riservata ai ricevimenti per i pranzi di nozze o i battesimi.

Il Caffè della Concordia era dunque molto rinomato, tra i molti mirabili eventi qui si tenne anche il pranzo offerto da Felice Cavallotti in occasione della sua elezione a senatore.
Il tempo poi passò, il nuovo secolo diede luogo ad un nuovo corso e la stella del Caffè della Concordia smise di luccicare: così accade alle cose del mondo.
Ai nostri giorni non si conserva particolare memoria di questo locale che un tempo fu così prestigioso, le notizie che avete letto sono tratte da un articolo di F. Ernesto Morando pubblicato su Il Lavoro del 13 Maggio 1926.
Quando passate in Strada Nuova alzate lo sguardo.
E immaginate una galleria, i bicchieri che tintinnano, le parole scambiate, i minuti che sfuggono.
Il tempo che non abbiamo vissuto, al Caffè della Concordia.

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Romanengo, 200 anni di dolcezza

Una storia genovese, fatta di dolcezza e di amore per la tradizione, una storia dai contorni fiabeschi iniziata molto tempo fa, nel cuore della città vecchia.
C’era una volta un certo Antonio Maria Romanengo che un bel giorno aprì un negozio di coloniali in Via della Maddalena.
Correva l’anno 1780 e questo fu il principio di una dolce avventura, proseguita dai suoi figli che con il tempo diventarono stimati produttori di frutta candita, confetti e cioccolato.
Altre due botteghe videro la luce nei vicoli di Genova e Stefano, uno dei figli di Antonio Maria, aprì un laboratorio in Campetto.
Ed è importante l’anno 1814 nel quale nasce la splendida confetteria di Soziglia.
Il negozio ha tutto il fascino del tempo andato e venne restaurato da Pietro, figlio di Stefano, fu lui a volere che avesse lo stile delle confetterie francesi dell’epoca.
Ed è ancora così, come in una fiaba.

Romanengo

Da allora sono trascorsi 200 anni e per celebrarli la famiglia Romanengo ha aperto ai visitatori la fabbrica di Viale Mojon che ha la sua sede in questa strada dal 1928.
E se non avessi veduto con i miei occhi come vengono prodotti i canditi e le altre loro delizie forse non ci crederei.
Si inizia dal reparto del cacao.
I macchinari sono quelli del tempo, si conserva ciò che gli avi hanno insegnato, è un patrimonio prezioso da difendere e tutelare ed è questo a rendere i cioccolatini e i prodotti di Romanengo così speciali.
Un frantoio, la pietra di granito smuove e lavora il cioccolato, il profumo non posso descriverlo!

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Eccolo qua il macchinario, questo volantino era in esposizione nel negozio di Soziglia.

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E viene narrato nel dettaglio un processo produttivo che trova le sue radici nella tradizione, all’epoca in cui il cioccolato si grattugiava nel latte o veniva consumato a cubetti, al tempo in cui esisteva soltanto il cioccolato amaro fondente.

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Conche ridondanti di dolcezza!

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Ed ecco gli attrezzi del mestiere.

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Così lavorano gli artigiani della bontà, nella fabbrica dove si produce il cioccolato più celebre di Genova.

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E poi la visita continua, verso il reparto successivo dove ci viene mostrato un altro procedimento.

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Mandarini canditi, pronti ad essere tuffati nel cioccolato.

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Scende così, a cascata, io non vi so spiegare ma è semplicemente meraviglioso!
Gli spicchi vengono intinti a mano, uno ad uno.

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E poi sistemati uno accanto all’altro, pronti per l’assaggio.

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Sulla fabbrica dei Romanengo vegliano i volti fieri degli avi.

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Ma come nasce la frutta candita?
Questo è il reparto con la frutta posta nelle vasche da canditura, in una soluzione di acqua e zucchero al 70%.
Questi naturalmente sono i mandarini.

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E questi i chinotti.

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Ed è importante ricordare che viene usata soltanto la frutta di stagione, proprio come ai tempi degli antenati.
E colui che ci mostra questo dolce lavoro mette sul tavolo di marmo gli attrezzi per privare i frutti dei loro torsoli o noccioli.
Da sinistra verso destra ecco cosa si usa per pere, albicocche, amarene e agrumi.

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La frutta viene candita e in un secondo tempo verrà glassata.

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Eccola pronta per l’uso.

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E ci viene mostrata una maniera particolare di lavorare la soluzione in cui viene immersa, un movimento che è perizia e mestiere.

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Poi la frutta viene posta a colare e ciò che resta sapete a chi è destinato? Alle api, che bellezza!

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Così nasce la frutta candita di Romanengo, una bontà apprezzata dai visitatori di ogni tempo, tra i numerosi nomi celebri che gustarono le dolcezze della confetteria genovese anche il giovane Albert Einstein e la Principessa Sissi, come ho già avuto modo di raccontarvi.

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E come in una fiaba, andiamo a Milano nel mese di aprile del 1889.
In una stanza dell’Hotel Milan un famoso musicista è chino sulla sua scrivania, con carta e penna verga una lettera destinata ad un amico.
E gli chiede di recarsi subito da Romanengo e di fargli recapitare due scatole di canditi, fondants e altre bontà.
Il mittente è Giuseppe Verdi e ricevette le tanto agognate  scatole.

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E poi c’erano tutti gli altri clienti, come il signor Ignazio Gentile, un genovese di Portello, a lui è intestata questa fattura firmata per quietanza da Pietro Romanengo, il documento appartiene al mio amico Eugenio Terzo.

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Documento appartenente alla collezione di  Eugenio Terzo

E poi ancora, andiamo al reparto dove si lavorano gli zuccheri.

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Ancora attrezzi del mestiere, tutto l’occorrente per una delle specialità più raffinate e amate di Romanengo, le gocce di rosolio.

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Goccia dopo goccia, con precisione e sapienza.

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E poi c’è ancora un successivo passaggio, che prevede che le gocce di rosolio restino a riposare per un certo periodo per essere poi successivamente sottoposte alla sfarinatura.

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Zuccchero che cela al suo interno una goccia di sublime dolcezza, gli aromi che vengono utilizzati sono rigorosamente francesi e sono sapori particolari e deliziosi.
Acqua amara a liquore certosino, anice e rosa, marasca, menta, caffè e viola.

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E poi ancora, fondants e demisucres, gelatine e pastiglie.

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E ancora un altro reparto, qui sono rimasta davvero strabiliata, se mi avessero detto che i confetti si preparano in questa maniera non ci avrei mai creduto.
Sul muro era appeso un cartello con l’esatta dicitura di questo apparecchio così definito: bassina a mano, apparecchio a braccio oscillante per lavorare i confetti prima dell’avvento della bassina a motore nel 1820.

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Ve lo garantisco, mi ha lasciata proprio a bocca aperta! Ho trovato un video caricato proprio dalla Ditta Romanengo, se volete vederlo lo trovate qui, vi aiuterà a comprendere quanto sia complessa questa procedura e quanto sia preziosa un’arte come questa.

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E non vi so descrivere l’effluvio paradisiaco che vi avvolge in questo laboratorio.

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E intanto lo zucchero cade, piano, piano.

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Ed eccoli i confetti, il cuore è composto da ciò che di meglio esiste per il palato, mandorle di Avola, pinoli di Pisa, pistacchi di Bronte e poi cannella, scorze di agrumi e semi di finocchio.

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E poi ancora, ecco i canestrelli di pasta di mandorle.

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E i torroncini per le tavole di Natale.

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E dolcetti tanto belli quanto buoni.

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E pinoli? Quanti ne volete, a scatole!

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Dalla fabbrica al negozio, nel cuore dei caruggi, a Soziglia, c’è anche un altro negozio in Via Roma e un giorno vi porterò a scoprirlo.

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Proprio come  un tempo.

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Documento pubblicitario  appartenente Collezione di Eugenio Terzo

E con le stesse delizie.

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Retro del documento pubblicitario – Collezione di Eugenio Terzo

E qui trovate le belle scatole decorate con immagini d’epoca, scatole da conservare gelosamente per altri utilizzi.

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Un negozio dal grande charme, legni pregiati rendono l’ambiente caldo e ricercato.

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Vetrine che sono uno scrigno di meraviglie.

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E cioccolatini, dolci da desserts, fondants e bomboni, marron glacés e violette.

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E il fascino di una confetteria francese, come la vollero coloro che diedero vita a questo sogno che ancora esiste.
Sette generazioni di Romanengo, secoli di dolcezza.

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Io ho terminato questa mia visita accompagnata insieme ad altri visitatori alla scoperta di questo negozio.
E a raccontarne la storia erano due giovani donne, l’ultima generazione dei Romanengo.
E allora ve lo dico, in tutto questo ciò che mi ha maggiormente colpito è stato sentire certe parole pronunciate con orgoglio e con vero e genuino senso di appartenenza, con emozione e affetto.
Queste parole: mio nonno, il mio bisnonno.
E’ questo che regala un brivido, ascoltare memorie di famiglia e sapere che quel patrimonio è in buone mani, destinato a crescere a portare nel mondo le antiche tradizioni di Genova.

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E poi ancora, qui, nel resto del negozio che vedete nell’immagine soprastante sul tavolo c’era un pesante libro.

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Proprio come nelle fiabe, lo apri e scopri che veniva usato per riporvi le bomboniere, affinché non si rompessero durante il trasporto.

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E poi ho letto documenti, vergati con una grafia antica, il testamento di Stefano in favore del figlio Pietro, correva l’anno 1846.

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Ho scorso l’elenco degli impiegati nell’anno 1891, ho immaginato i loro visi e le loro vite, ho sorriso nel notare che alcuni di loro portavano nomi che non si usano più ma anche Colomba e Felicina hanno fatto la grandezza di Romanengo.
E poi ho visto lo scagno, l’antico ufficio ancora utilizzato.
E a raccontare tutto questo era una voce giovane, la voce di una ragazza che narrava la storia della sua famiglia.

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In un tripudio di tanta bellezza, pur mantenendo le tradizioni, Romanengo si è aperto ai nuovi canali del commercio, ogni loro prodotto è acquistabile sul sito che trovate qui.
E non vi dico quel vassoio di confetture e sciroppi, verrebbe voglia di provare ogni vasetto!

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Sono molto felice di aver avuto l’opportunità di fare questa visita, mi ha permesso di scoprire un mondo magico che non conoscevo e ho compreso la ragione della bontà e della ricercatezza di certi prodotti di Romanengo, semplicemente unici e inimitabili.

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E concludo questo lungo articolo come l’ho iniziato e vi mostro un’ultima immagine che ancora è un disegno del negozio di Romanengo.
E vi si legge che c’era una volta un compositore, Giuseppe Verdi, che se ne veniva in Soziglia in un bel cocchio.
Come un fiaba, vera e reale, che ancora continua nel cuore di Genova.

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Margherita Gautier, la signora delle camelie

Una ragazza.
Una cortigiana, una fanciulla che vendeva il suo amore e la sua dolcezza.
Bella come un dipinto, un ovale perfetto, i capelli neri, di giada, la pelle vellutata e i denti bianchi, candidi come latte, la purezza sul viso di lei.
Una vita troppo presto perduta, sulla sua tomba i fiori da lei prediletti.
Vive nel ricordo di chi l’ha amata e narra di lei, vive nelle parole di Armando Duval, la sua vicenda è tra le pagine di un romanzo di Alexandre Dumas, La signora delle Camelie.
Ma chi è questa creatura leggiadra?
Margherita Gautier a teatro portava sempre con sé tre cose, l’occhialino, un sacchetto di dolci e un mazzo di camelie.
Così sì guadagnò quel nome de plume, signora delle camelie, per quel suo vezzo di avere sempre con sé i suoi fiori preferiti, 25 giorni al mese bianchi e gli altri cinque rossi.

Camelia

Sentimento, passione e distacco.
E fragilità, la fragilità della vita e dell’amore, la parabola di Margherita e la sua giovane età minata da una salute malferma.
Personaggio celebre della letteratura, Margherita Gautier diverrà Violetta Valery protagonista di La Traviata di Giuseppe Verdi.
Una donna che ha fama di rovinare gli uomini, sono ricchi e benestanti coloro che la frequentano, che sentimento nutre per lei Armando?

…un amore che mi sognavo al prezzo di una lunga attesa e di grandi sacrifici.

E la fragilità, la fragilità di lei che non crede di poter suscitare amore in un giovane come Armando.
E quando lo accetta chiede che lui sia fiducioso, sottomesso e discreto, queste le parole usate da Dumas.
L’amore che conosce strade impreviste, Armando sogna, passavo a speranze senza limiti e a una sconfinata fiducia.
L’amore che cresce, diviene sempre più profondo e appassionato, amore per lei che non è casta e pura ma quanto è più difficile far batter il cuore di una cortigiana?
Non mi addentro nei dettagli della vicenda, la scoprirete leggendo il libro, se non lo conoscete.
E scoprirete certe parole, parole che descrivono l’intensità dell’amore e la sua potenza deflagrante:

Non conosco Margherita che da due giorni, non è la mia amante che da ieri, ed essa ha già invaso il mio pensiero, il mio cuore, la mia vita.

Fascino, mistero, bellezza, forse Margherita non si lascia scalfire dal sentimento?
Il velo cade, mostra un’anima pura e grande che ben conosce l’abisso e le profondità del sentire.
Ed è fuga e ritorno, sono  lettere appassionate e rimpianti, nostalgia e speranza.
Ed è quella fragilità, quella caducità che appare come tratto distintivo di Margherita.
No, la bella vita scintillante che conduce in realtà non la diverte, sono altri i desideri della cortigiana più ambita di Parigi, lei aspira a un’esistenza quieta e tranquilla, nessuno lo crederebbe eppure è proprio così.
Ma chi è Margherita Gautier?

Sono una povera figliola di campagna e sei anni fa non sapevo neppure scrivere il mio nome.

Il velo cade e a volte le nostre anime si mostrano nella loro vera essenza.

Perché siete voi il primo a cui mi rivolgo per condividere la gioia di questo impeto che mi ha preso?

L’amore fragile è incerto, tentennante, conosce ritrosie ed esitazioni.
E titubanze e dubbi, parole amare e al contempo dolci.

Allora incontrai te, giovane, ardente, felice, e ho tentato di fare di te l’uomo invocato nella mia chiassosa solitudine.

Una chiassosa solitudine, in queste parole c’è una vita intera.
Una vicenda che avrà un epilogo tragico e drammatico per un libro traboccante di emozioni che toccano diversi piani della nostra sensibilità.
Una figura letteraria ispirata a una donna realmente esistita, il suo nome era Alphonsine Plessis, trovate qui la sua storia.
Fragilità, la vita è anche questo.
Era un giorno d’estate, a Parigi.
C’era quiete e silenzio, al Cimitero di Montmartre.
La sua tomba è semplice, priva di orpelli.
Ho portato un saluto a lei, Alphonsine, lei che qui riposa ormai lontana dalla sua chiassosa solitudine.

Aphonsine Plessis

ICI REPOSE
ALPHONSINE PLESSIS

 Née le 15 Janvier 1824
Décédée le 3 Février 1847

DE PROFUNDIS

A cena con Giuseppe Verdi

Stasera vi porto a cena con un illustre personaggio che tutti voi conoscete: signori, ci accomoderemo a tavola con Giuseppe Verdi.
Certo, sul celebre compositore di Roncole di Busseto si potrebbe scrivere molto, desidero così invitarvi alla lettura di Das Zauberbuch, il blog della mia amica Giulia che si interessa e scrive con grande passione e competenza di musica e libri, di arte e poesia, le sue pagine sono tutte da scoprire ed è un vero piacere leggerle.
E questo post, cara Giulia, è dedicato a te.
E allora andiamo a cena con Giuseppe Verdi!
Il famoso compositore soggiornò spesso a Genova, tra il 1858 e il 1861 frequentò l’Hotel Croce di Malta, del quale vi ho ampiamente parlato qui.
In quelle stanze dormirono Stendhal e Mark Twain, vi giunse anche Giuseppe Verdi.

Hotel Croce di Malta

In seguito prenderà casa in Carignano a Villa Sauli e poi addirittura al Palazzo del Principe.
Svernava in Liguria attirato dal clima mite della nostra regione.
Con lui c’era la moglie, la cantante lirica  Giuseppina Strepponi.
Il nostro, a quanto sembra, era una buona forchetta, amava i salumi della sua terra e non disdegnava un buon bicchiere di Lambrusco.
A Milano pare che frequentasse la rinomata pasticceria Cova, dove era solito ordinare il panettone.
Amiche milanesi, per caso qualcuna di voi ha voglia di fare un giro da quelle parti per portarci sulle tracce di Giuseppe Verdi?
Io vi porto per caruggi, il nostro Giuseppe si serviva in una pescheria di Sottoripa.

Portici di Sottoripa

E ricorderete che Verdi amava la trippa, era solito frequentare la Trattoria Tulidanna in Via San Sebastiano e anche la celebre tripperia di Vico Casana della quale ho scritto qui.

Tripperia di Vico Casana (4)

E insomma, amava la buona cucina!
E oggi vi racconto un breve aneddoto, state a sentire.
Nella mia città Giuseppe Verdi conobbe Amedeo Serafini De Ferrari, compositore genovese che fu anche Direttore del Carlo Felice.
Sapete come accade, tra musicisti ci si frequenta, l’amore per la musica e per l’arte unisce.
A quanto sembra, il De Ferrari non era certo un tipo che si dannava per comporre, anzi, era piuttosto dispersivo, perché non si distraesse capitava anche che si facesse chiudere a chiave in una stanza del Carlo Felice.
Solo con il pentagramma e le sette note, senza distrazioni!
Era anche un cuoco di grande valore, certo!
Un bel giorno Verdi invitò a cena il suo amico Amedeo e questi accettò con entusiasmo ponendo un’insolita condizione: voleva cucinare lui e desiderava preparare le lumache.
Verdi rimase un po’ perplesso, immagino che sia tornato dalla moglie e sconsolato abbia riferito alla Strepponi l’accaduto.
Lei accettò di buon grado e così l’ospite Amedeo Serafini De Ferrari, compositore, si presentò a casa Verdi e si mise ad armeggiare con le casseruole.
E insomma, sapete come finì? Giuseppe Verdi rimase talmente soddisfatto di quelle prelibate lumache da ricordarle come il piatto migliore che avesse mai mangiato!
E adesso vi starete chiedendo: ma come caspita fai a conoscere questo aneddoto?
Oh, fino a poco tempo fa non ne sapevo nulla neppure io!
Ma sapete, sono stata a Staglieno con il mio carissimo amico Eugenio Terzo.
E visitare il Cimitero insieme a lui è un vero viaggio nel passato e nelle vite di coloro che lì riposano.
Così, mentre camminavamo sotto i porticati, Eugenio mi ha raccontato storie di celebri genovesi, storie di artisti e scultori, aneddoti di vita quotidiana a me ignoti e io non posso che ringraziarlo per i suoi racconti, sono sempre unici e particolari.
Stavamo salendo verso la tomba di Mazzini.
A un tratto Eugenio si fermato, mi ha mostrato un monumento funebre e mi ha narrato la vicenda che avete letto.
Sotto gli alberi dorme il suo sonno eterno Amedeo Serafini De Ferrari, di musica sacra e profana celebrato compositore, così si legge sulla sua lapide.

Amedeo Serafini De Ferrari

La sua statua è adornata con un libretto, la sua opera più celebre, il Pipelé.
Accadde tanto tempo fa, era l’epoca delle candele e dei lumi, l’epoca delle carrozze e delle marsine.
Giuseppe Verdi si alzò da tavola appagato e soddisfatto: aveva appena mangiato le lumache cucinate da Amedeo Serafini De Ferrari.

Amedeo Serafini De Ferrari (2)

Vico Casana, nel regno della trippa

Ci sono botteghe che resistono, resistono al tempo che passa, alla mode, ai nuovi stili.
Ci sono botteghe dall’aspetto antico, quello è il loro fascino.
Una di esse si trova qui, in Vico Casana.

Vico Casana

Un antico negozio dove  si servivano i nostri nonni.

Vico Casana (2)

Resiste stoicamente al tempo La Casana.
Il bancone di marmo e le piastrelle bianche e nere, il soffitto a volta.
La tripperia di Vico Casana è qui da più di duecento anni e ancora ha l’aspetto di una bottega della vecchia Zena.

Tripperia di Vico Casana (4)

Una sedia, uno sgabello e una sensazione di domestica semplicità.
E i profumi e sapori di altri tempi.

Vico Casana (3)

La Casana è l’unica tripperia del centro storico, questa è una bottega molto amata dai genovesi, nella cucina ligure la trippa accomodata è un piatto tipico della tradizione.
Ed ecco i pentoloni di rame nei quali cuoce questa particolare specialità.

Tripperia di Vico Casana

E sapete chi veniva a mangiare da queste parti? Ma i soliti personaggi eccellenti che amo citare: Mazzini, Garibaldi e Giuseppe Verdi che era proprio un buongustaio!
Presto vi racconterò un aneddoto su Verdi che mi è stato narrato dal mio amico Eugenio, una vera perla sulla quale non vi anticipo nulla.
Genova e Giuseppe Verdi, nel lontano 1841 il compositore soggiornò nella Superba, al Carlo Felice si rappresentava la sua opera “Oberto, conte di San Bonifacio”.
Fu un fiasco colossale e una sera uscito dal teatro, per consolarsi dell’insuccesso, Giuseppe Verdi si ristorò con due tazze di brodo di trippa presso la trattoria Tulidanna che ai tempi si trovava in Via San Sebastiano.
Era un locale frequentato da patrioti e garibaldini, lì si potevano incontrare Nino Bixio e Goffredo Mameli.
La Tulidanna ai giorni nostri non esiste più.
Resta invece la tripperia di Vico Casana con il suo fascino antico.

Tripperia La Casana

La trippa, un piatto semplice e casalingo, una genuina bontà.
Tripperia di Vico Casana (2)

E in Vico Casana c’è trippa in abbondanza.
E allora, che siate genovesi o foresti, quando passate per i caruggi venite a scoprire le bellezze di Zena.
I portali e le chiese, le piazzette e i campanili, i palazzi dei rolli e certe dimore con i soffitti affrescati.
E La Casana, il regno della trippa.

Tripperia di Vico Casana (3)

Vico Morchi, scrittori e viaggiatori all’Hotel Croce di Malta

Questo caruggio, apparentemente spoglio e privo di qualunque interesse, è Vico Morchi.
E’ un vicoletto che da Sottoripa vi conduce in San Luca, certo non è tanto famoso e a vederlo davvero non si intuisce per quale  motivo bisognerebbe prestargli attenzione.

Già, quando siete sotto i portici, tra le bancarelle, nei dintorni dell’Acquario che tanto attira i turisti, perché mai dovreste soffermarvi all’inizio di questo umile caruggio? Per quale ragione ha un senso alzare lo sguardo verso quel muro?
Nel 1800 diventò molto in voga il grand tour, giovani aristocratici di famiglie ricche e dotate di molte sostanze intraprendevano un viaggio nel vecchio continente, alla scoperta della vecchia Europa.
Le mete erano spesso la Francia e l’Italia, i viaggiatori sovente erano inglesi e americani.
Se avete letto i romanzi di Henry James, ad esempio, rammenterete quella Daisy Miller ed il suo viaggio a Roma e ancor di più ricorderete Isabel Archer, la protagonista di Portrait of a Lady, e le sue avventure europee.
Gli americani e il loro Puritanesimo, la meta è l’Europa, l’Europa e l’Italia delle città d’arte e delle tante suggestioni che esse suscitano.
E molti furono gli scrittori di quel tempo che soggiornarono a Genova.
Qui, in Vico Morchi, all’Hotel Croce di Malta.

Per molti anni, questo fu uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Il primo ospite illustre fu Tobias Smollet, che venne nel 1765 ed annotò sul suo libro, Diario in Italia, che l’alloggio ed il servizio erano stati di suo gradimento.
E poi gli altri, i loro nomi potete leggerli sulla lapide, posta all’inizio di Vico Morchi: James Fenimore Cooper, Mary Shelley, Mark Twain, Giuseppe Verdi ed Henry James.
Scrittori, poeti, artisti, il fior fiore della cultura del tempo.
Dell’Hotel Croce di Malta parla proprio Mark Twain, nel suo Innocents abroad, queste sono le righe ad esso dedicate, ecco le sue parole:

The hotel we live in belonged to one of those great orders of knights of the Cross in the times of the Crusades, and its mailed sentinels once kept watch and ward in its massive turrets and woke the echoes of these halls and corridors with their iron heels.

L’hotel nel quale alloggiamo appartenne ad uno di quei grandi ordini di Cavalieri della Croce ai tempi delle Crociate e le sue spedite sentinelle un tempo facevano la guardia in quelle sue torri massicce e risvegliavano gli echi di queste sale  e corridoi con i loro tacchi di ferro.

Hermann Melville, a sua volta ospite dell’albergo, parlò di un’alta torre, che svettava sugli altri palazzi.
Questa è la torre dei Morchi, dentro la quale si trovava l’Hotel Croce di Malta.

Al Croce di Malta soggiornò  anche lo scrittore Gustave Flaubert.
E allora pensate, pensate che in quelle stanze camminò l’autore di Moby Dick e colui che diede vita a Madame Bovary, dormì in quella torre l’uomo che ideò Huckelberry Finn, Tom Sawyer e molti altri personaggi indimenticabili.
Una torre, una torre medievale che predomina sul mare, in Piazza Caricamento.
Oltre a questa, per un certo periodo, l’albergo occupò anche il palazzo all’altro lato della strada, si vede che avevano una vasta clientela!
E allora immaginate  questi viaggiatori, quelli dai nomi altisonanti ma anche gli altri, gli sconosciuti, tutti alloggiarono qui, al Croce di Malta.
Chissà come sarà sembrata la nostra Genova a questi forestieri!
Molti ne erano davvero affascinati, Mark Twain, in particolare, ne scrisse ampiamente, vi narrerò in seguito quali furono le sue impressioni sulla città e sui suoi abitanti.
Proprio dietro, a due passi dall’albergo, c’è Via San Luca, all’epoca fitta fitta di botteghe, di negozietti di artigiani, c’era un continuo via vai di gente, tra lì e la ripa.
Ma voi ve lo immaginate Mark Twain in Via San Luca? Chissà, gli sarà piaciuta la focaccia?
E ad Henry James, quell’americano compunto, quali sensazioni avrà destato la Superba?
Il glorioso Hotel Croce di Malta chiuse i battenti nel lontano 1878, inglesi e americani, romantici ed innamorati della Liguria, dovettero trovare altre sistemazioni per i loro soggiorni nella nostra città.
Quando passate per Caricamento, alzate lo sguardo verso la Torre dei Morchi, splendida testimonianza del medioevo genovese.
E pensate alle stanze di quell‘albergo, a quegli scrittori, a quel passato che sembra tanto distante, eppure è ancora qui, per chi sa vederlo.