Natale al Porto Antico

Un attimo prima che scenda la sera si accendono le luci della ruota panoramica che offre ai visitatori vedute imprendibili di Genova dall’alto.

E là, al Porto Antico, è un Natale di bagliori di oro e di palline grandi e luccicanti.

Un albero di luci splendenti davanti al mare.

E anche gli adulti si divertono come i bambini, a volte.

C’è quello stupore lì, le luci di Natale al Porto Antico.

Mentre piano cala la sera.

E non vorresti essere in nessun altro luogo, anche se il freddo sa essere davvero pungente a dicembre.

Non è il solo albero che rischiarare queste feste genovesi, poco distante c’è anche questo.

E in una città di mare le luci del porto si fondono con le luci di Natale mentre l’orizzonte si colora d’arancio.

E sono diverse sfumature di blu a noi molto care.

In una sera di dicembre fredda e ventosa per qualche istante mi sono ritrovata da sola all’Isola delle Chiatte, non c’era davvero nessuno.
C’ero io, c’era il canto del mare e c’erano i colori di una sera genovese.

E quei riflessi magnifici sull’acqua, un gioco evanescente di luci.

Dall’alto lo si vede così, con il suo scintillio brillante.

È così luminoso il Natale al Porto Antico ed io voglio dedicare queste immagini ai genovesi lontani e a coloro che amano la Superba senza esserci nati, so che tra i miei lettori ci sono molti genovesi che vivono in altre città o in altre nazioni, molti di loro torneranno per le festività e potranno vedere con i loro occhi questo incanto di luci radiose.

Altri forse guarderanno Genova da lontano e la terranno comunque nel cuore, con quel ma se ghe pensu che è un tratto distintivo di noi che siamo nati davanti a questo mare.
E a loro dedico anche le parole di uno scrittore che amo molto, raccontano il nostro senso di appartenenza ai nostri luoghi che restano nostri anche se siamo distanti.
È casa, è Genova, nel tempo del Natale.

Per quanto si giri il mondo c’è sempre un posto che è la nostra vera casa, persino l’uccello migratore ha un luogo dove torna sempre.
Hans Christian Andersen

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I giorni genovesi di Hans Christian Andersen

Ci sono amici che incontriamo da bambini e poi restano con noi anche quando siamo ormai diventati grandi.
Hans Christian Andersen è per me un caro compagno di viaggio, le sue fiabe mi hanno sempre incantata, da piccola avevo una predilezione per I fiori della piccola Ida.
Con mia gioia di recente è uscita una sua autobiografia, un volume poderoso pubblicato da Donzelli dal titolo La fiaba della mia vita.
Tornerò a scrivere di questo libro e delle eccezionali vicende dell’esistenza di Andersen, oggi dedico questo spazio ai suoi giorni genovesi, è stata un’emozione trovare anche la Superba tra i suoi ricordi.
E allora andiamo a quel tempo, è il 1833, Hans ha 28 anni e ancora non è divenuto celebre grazie al mondo fantastico delle sue fiabe.
In carrozza supera il Sempione: un viaggio in Italia  significa per lui calarsi nel sogno, le sue parole restituiscono lo stupore e la meraviglia davanti a panorami incomparabili.
Bucolica Italia, paradiso di alte montagne e ghiacciai lucenti, ridente di laghi disseminati di isole fiorite sotto al cielo chiaro.
Italia di profumi ed aromi, di campi di granoturco e di tralci d’uva che adornano i sentieri.

Uva (3)

Sono magiche le descrizioni di Andersen, sono incantevoli come le sue fiabe.
E il suo viaggio lo porta anche Genova, nel luogo dove ritrova l’azzurro mare.
Per i danesi, scrive Andersen, il mare è vita, amore e appartenenza e a Genova Hans rivede la distesa di blu davanti ai suoi occhi.

Mare

Così indugia in questo dolce innamoramento e rimane al balcone, a guardare l’orizzonte.

Tramonto (10)

Lo attende, a sera, un’opera teatrale e Andersen, viaggiatore di passaggio, descrive le sue camminate cittadine senza menzionare le vie della città ma è facile riconoscere certi luoghi.
Narra di aver attraversato una via di palazzi che si levano sontuosi uno accanto all’altro e così l’ho immaginato camminare lungo Strada Nuova così spesso immortalata dai celebri visitatori.

Via Garibaldi (17)

Hans è diretto a teatro, pare che non gli sia facile trovarlo, forse si perde ad ammirare le bellezze genovesi.
E poi d’un tratto, scorge una statua che si staglia contro il cielo e comprende di essere giunto a destinazione.

Teatro Carlo Felice

Teatro Carlo Felice

Al Carlo Felice assiste a un nuova opera lirica: va il scena L’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti e tra il pubblico c’è anche lui, Hans Christian Andersen.

Piazza De Ferrari (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non è solo armonia e bellezza ciò che egli trova in questa città, il nostro autore visita anche un luogo cupo e particolare: l’Arsenale della città e le prigioni.
Sono vivide ed efficaci le sue narrazioni, i prigionieri in catene impressionano la mente fantasiosa di Andersen.
Eccoli i galeotti sfiancati dalla prigionia, macilenti e stremati, Andersen vede i tavolacci e i ceppi ai quali questi uomini venivano legati durante la notte.
E uno dei carcerati lo spaventa con una risata fragorosa e crudele, nei suoi occhi Hans vede il guizzo della cattiveria.
E ancora, in quella prigione c’è un giovane ben vestito, i suoi abiti sono raffinati e di buon taglio, a differenza degli altri non porta catene, Andersen riferisce che si tratta di un ricco genovese che deve scontare due anni di galera per frode e furto ai danni della collettività, costui gode di certi privilegi, la moglie gli fa avere soldi e mezzi per sostentarsi.
Oh, quanto vorrei sapere il suo nome, non avete idea!

Panorama da Torre dei Morchi (19)

Giunge poi il tempo di lasciare la Superba e il racconto torna ad essere idilliaco e pacificante, è sempre la natura a colpire la sensibilità di Andersen.
Gli ulivi e gli aranci, i melograni e i limoni succosi.

Limoni (3)

E la gente di Liguria, i pescatori con i loro berretti vermigli.

Pescatori

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi, andando verso Levante, la costa e le sue ville, le vele bianche che solcano il grande mare.

Maresottosopra (22)

E in lontananza il profilo di un’isola, la Corsica.

Via Domenico Chiodo (10)

Ancora gli rimane un lembo di Liguria da visitare, un luogo che tuttora conserva la memoria del suo passaggio.
A Sestri Levante alloggia in una locanda davanti al mare, è di nuovo la natura con le bellezze rigogliose ad affascinarlo.
E nella bella località del Levante Ligure la Baia delle Favole rammenta al visitatore quei giorni che Andersen trascorse in Liguria.

Sestri Levante

Un racconto che ha la potenza della fantasia e dell’entusiasmo, lo stesso che Hans Christian Andersen trasmette con le sue fiabe, con il suo mondo fatto di fiori parlanti, di teiere sventurate e di avventurosi aghi da rammendo.
Un caro amico, accanto a me da tutta la vita, un caro amico che ha camminato per le strade della mia città.

Genova

Il mio libro di fiabe

Come tutti i bambini anch’io amavo le fiabe.
Come tutti i bambini della mia generazione la mia passione erano le fiabe sonore, un libretto illustrato, un 45 giri e A mille ce n’è.
E tuttavia tra i tanti volumi che ancora conservo uno solo può essere definito il mio libro di fiabe, l’ho ricevuto in regalo dai miei genitori nel 1974, allora avevo otto  anni.
Il mio libro di fiabe ha la copertina rigida e la custodia, è voluminoso e ingombrante, per leggerlo l’ideale era mettersi comoda alla scrivania oppure seduta per terra sul tappeto.
Sul mio libro di fiabe campeggia l’immagine dell’intrepido e avventuroso Pollicino, un bambino che tutti noi abbiamo conosciuto.

Fiabe

E oltre a lui ci sono castelli e principesse, streghe e incantesimi, fanciulle addormentate e fate madrine.
Sfogliando il mio libro mi sono piacevolmente compiaciuta di aver trascorso l’infanzia in compagnia di buone letture, tra queste pagine ho trovato Basile, Daudet e Carlo Gozzi, ci sono le atmosfere incantate di Le Mille e una notte e non mancano Dostoevskij e Hawthorne.
E non solo, riaprire questo volume è stato un piacevole tuffo nel passato: ho scoperto che io a otto anni leggevo già il mio amato Oscar Wilde, ci sono  Il Principe Felice e Il Gigante Egoista, di  quest’ultima fiaba ho già avuto modo di scrivere, trovate il mio articolo qui.

Fiabe (3)

Sono assenti le fiabe dei Fratelli Grimm e quelle di Andersen, quest’ultimo è ancora adesso il mio autore preferito, il mondo piccolo di Andersen è un’incantevole magia, sua è la mia fiaba più amata, I fiori della piccola Ida.
In compenso ci sono diverse fiabe di Perrault, oltre a Pollicino, Cappuccetto Rosso, Barbablù e molte altre, una sconsolata Cenerentola dagli abiti dimessi e rattoppati osserva pensierosa il pentolone posto sul fuoco.

Fiabe (2)

E poi da queste pagine sono uscite vicende che avevo dimenticato di aver letto, come ad esempio L’uccellino azzurro della Contessa di Aulnoy.
I personaggi seguono il canone tipico delle fiabe, c’è una bella principessa di nome Fiorina e naturalmente ha una brutta sorellastra, Trotina.
E Fiorina ha a che fare con una crudele matrigna, è ovvio.
Cè anche un giovane Re, Grazioso.
E un malefico incantesimo, una carrozza, un nanetto, un palazzo e un bosco.
E dopo varie vicissitudini tutti vissero felici e contenti.
Immergersi in una fiaba è un viaggio che aiuta a crescere, le fiabe hanno un linguaggio fortemente simbolico e schemi precisi, il significato di colori e numeri non è mai casuale, ne scrissi in questo post  diverso tempo fa, se vi fa piacere leggerlo scoprirete i risvolti nascosti nelle trame delle fiabe.
E così io sfoglio il mio vecchio libro con le illustrazioni colorate, stasera mi dedicherò alla lettura de I grulli di Tomillar di Anton De Trueba.
E chi se la ricorda!
Grulli, un termine che evoca proprio atmosfere fiabesche, non vi pare?
E voi, avete ancora il vostro libro di quando eravate piccoli?
E qual era la vostra fiaba preferita?
Io non ho mai smesso di leggere le fiabe, fatine e principesse hanno accompagnato i miei giorni e resteranno ancora per lungo tempo qui, accanto a me.

Fiabe (4)

Sestri Levante, la magia della Baia del Silenzio

Una mattina d’inverno a Sestri Levante.
Ci sono luoghi nei quali ogni pietra e ogni sasso parlano della pace e della quiete del mare, della perfetta armonia tra l’uomo e la natura che lo circonda.
Vi porto con me, giù per un vicoletto in uno degli angoli più magici della Liguria.

Sestri Levante  (2)

Sotto un balcone, tra foglie che precipitano giù e rami che si arrampicano.

Sestri Levante  (3)

Una mattina d’inverno a Sestri Levante.
Nella mia Liguria, la terra dei venti e della tramontana.
E allora può succedere che una giornata inizi con un cielo color latte, offuscato dalle nuvole che imperlano l’orizzonte.

Sestri Levante

Una mattina d’inverno.
La magia ha il ritmo delle onde che accarezzano la sabbia, un eterno ritorno, l’incontro tra l’acqua e la terra.
La magia è nelle calde tinte biscotto delle case affacciate sulla baia.
La magia è la poesia delle parole.
La Baia del Silenzio.

Sestri Levante

 La poesia è la magia delle parole.
La Baia del Silenzio, le barche tirate a riva e nella terra del vento il cielo si rasserena, le nuvole che prima lo oscuravano si allontanano a poco a poco.

Sestri Levante  (6)

Verrà l’estate, verrà il tempo dei teli di spugna e dei secchielli.

Sestri Levante  (4)

Ma ora è inverno, la magia della baia è nella sua tranquillità, nell’aria fresca di gennaio che smuove la sabbia e le onde.

Sestri Levante  (5)

E si sale, sotto una luce d’argento.

Sestri Levante (2)

Sul mare che sfida l’azzurro del cielo, sul mare di barche che sembrano petali di fiori posati sull’acqua.

Sestri Levante (3)

Qui dove Maria protegge i naviganti, la sua effige si trova in una nicchia, tutto attorno, sul muro, sono incastonate bianche conchiglie.

Sestri Levante (4)

La magia è lì, oltre il cancello.

Sestri Levante (5)

Ma prima di varcarlo, quando sarete qui, provate a scoprire le molte maniere di guardare il medesimo luogo.
La chiesa dell’Immacolata che domina la baia.

Sestri Levante (19)

E uscendo da lì questo è ciò che vedrete, una cartolina da Sestri Levante, la magia della Baia del Silenzio.

Sestri Levante (10)

Oltre le grate nulla si perde della sua bellezza.

Sestri Levante (9)
Cartoline dalla Liguria, da uno dei golfi più frequentati dai turisti, amato in passato da artisti e scrittori, per il dolce clima e la bellezza del paesaggio.

Sestri Levante (12)

Il cielo turchino e la pace, in questa località prediletta dallo scrittore Hans Christian Andersen che qui trascorse un periodo nel 1833. E in onore dell’autore danese a Sestri Levante si tiene ogni anno il Premio Andersen, dedicato alla letteratura per l’infanzia.

Sestri Levante (7)

Sestri Levante è costituita da due diverse baie, al di là della Baia del Silenzio, se osservate l’immagine sottostante, vedrete altro mare che si estende oltre l’arco di case.
La Baia delle Favole, questo è il poetico nome di quel tratto di costa.
La magia è la poesia delle parole.

Sestri Levante (8)

Verrete qui e vedrete tutto questo.
E certo conoscerete i liguri, la nostra fama è di essere un po’ scontrosi, lo sapete, ma in realtà siamo più socievoli di quanto vogliamo far credere.

Sestri Levante (6)

Verrete qui e passeggerete sulla spiaggia, fuori stagione è una gioia impagabile.

Sestri Levante (11)

E magari scoprirete che qualcuno vi ha preceduto.

Sestri Levante (13)

Tutto è tranquillo, pacifico, ci si ristora l’animo e tutti i cinque sensi.

Sestri Levante (14)

Scintillano i colori vivaci delle case.

Sestri Levante (17)

E’ un piccolo mondo marinaro in una giornata d’inverno ma se verrete qui in estate questa spiaggia pullula di vita.

Sestri Levante (16)

E non c’è fretta, il tempo scorre a un ritmo a noi consono, lo scandiscono il rumore del mare e il suono del vento, tutto è quieto, a misura d’uomo.

Sestri Levante (15)

E’ così la Baia del Silenzio, una magia di atmosfere marine, di sassi, di sale e di barche.
La stessa magia che ritrovate per i caruggi di Sestri Levante e quando siete qui vorreste rimanervi, vorreste avere una casetta davanti al mare, per poi andare ogni mattina su quella spiaggia a guardare le onde.

Sestri Levante  (7)

Il caruggio di Sestri Levante.

Sestri Levante (20)

E anche qui, come  ovunque,  io amo guardare verso l’alto, dove le case incontrano il cielo.

Sestri Levante (21)

Una piazzetta, questa è la Liguria della Riviera, la terra del vento e del sole.

Sestri Levante  (9)

Una grata, una rete da pesca, questa è terra di mare e delle nostre origini.

Sestri Levante  (10)

Le persiane spinte in fuori in questo giorno che è appena iniziato.

Sestri Levante  (8)

E’ la magia bella di una regione che un arco sottile che si affaccia sul Mediterraneo.
E’ la magia unica di un luogo che ha un nome incantato, la Baia del Silenzio.

Sestri Levante (18)

C’era una volta un imperatore…

C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale

Hans Christian Andersen, il cantore delle piccole cose

Le fiabe di Andersen sono da sempre le mie preferite.
Quando ero piccola avevo la serie completa delle fiabe sonore, ve le ricordate?
C’era il libro illustrato e all’interno un prezioso quarantacinque giri.
A mille ce n’è: questa è stata, per molti di noi, la colonna sonora della nostra infanzia e tra tutte le favole io ne prediligevo una, i fiori della piccola Ida.
Mi mettevo per terra con il mio mangiadischi e ascoltavo le avventure di Ida in loop, decine e decine di volte, spezzando i nervi della mia povera bisnonna, alla quale toccava sorbirselo per delle giornate intere.
C’è questa bimba, Ida, nella sua cameretta.
E un giorno scopre che i suoi fiori sono un po’ appassiti perchè di notte si scatenano a ballare e si stancano. Così Ida li mette a riposare nel lettino della sua bambola ma, nottetempo, si sveglia ed assiste alle danze. E che spettacolo! C’è un giglio che suona il piano, un croco che si dimena seguendo il ritmo, e accanto a lui file di tulipani e di giacinti.
E’ una fiaba dolce, anche leggermente malinconica, per certi versi, come spesso sono le storie che Andersen racconta.
La sua fiaba più nota, la sirenetta, certo non è un’esplosione d’allegria e lo stesso si può dire della piccola fiammiferaia, oppure dei cigni selvatici. Ci sono spesso, nelle sue storie, dei piccoli sfortunati che si trovano ad affrontare situazioni difficili e che trovano, dentro di loro, la forza di reagire e di riaffermare la propria identità: pensate al brutto anatroccolo e a tutte le traversie che gli tocca affrontare, prima di sbocciare in tutta la sua bellezza di cigno.
Alcune sue fiabe sono molto famose: fu lui a scrivere la principessa sul pisello, il soldatino di stagno e i vestiti nuovi dell’imperatore.
Ognuno di noi conosce queste storie, potrei citarne altrettante e voi direste: sì, me la ricordo.
Tra tutte le fiabe di cui Hans fu autore, ve ne sono alcune che, da grande, mi hanno maggiormente colpita.
Hanno per protagonisti piccoli umili oggetti: un guscio d’uovo, un pezzo di vetro, un ago da rammendo, una monetina, degli stracci ed ognuno di essi ha la sua personalità ben definita.
Dispettosi, vanitosi, ingenui o vanesi che siano, i personaggi creati da Andersen sono formidabili interpreti di pregi e difetti del genere umano: litigano, battibeccano, sparlano, fanno la pace. E tutto ciò con lo stile fluido e lieve che contraddistingue lo scrittore danese che, da abile indagatore di anime, mette in scena alcuni quadretti indimenticabili.
Nate per i bimbi, le fiabe sono pensate anche per gli adulti, in quanto, in esse, è chiaro e manifesto un messaggio morale che offre spesso lo spunto per più profonde riflessioni.
E allora, cari lettori, dalla fantasiosa penna di Hans Christian Andersen, eccovi le peripezie di una teiera che imparò, ahimé a sue spese, il vero senso della vita.

C’era una teiera orgogliosa, orgogliosa della sua porcellana, del suo lungo beccuccio, del suo largo manico. Aveva qualcosa davanti e qualcosa dietro, il beccuccio davanti e il manico dietro e parlava sempre di quelli, ma non parlava mai del coperchio che era scheggiato; quello era una mancanza e delle proprie mancanze non si parla volentieri; non lo fanno nemmeno gli altri.
Le tazze, la zuccheriera, il bricco del latte, tutto il servizio da tè avrebbe certamente ricordato il coperchio rotto più che non quel manico e quello splendido beccuccio; la teiera lo sapeva bene.
“Li conosco!” diceva tra sè. “Conosco anche la mia mancanza e la riconosco, in questo sta la mia modestia e la mia umiltà; tutti abbiamo difetti, ma abbiamo anche pregi. Le tazze hanno un manico, la zuccheriera ha un coperchio, io ho ricevuto entrambe e una cosa in più, che gli altri non hanno, ho ricevuto un beccuccio che mi rende regina del tavolo da tè. La zuccheriera, il bricco del latte si vantavano di essere le ancelle del buon sapore, ma io sono colei che distribuisce, che domina, io spargo la benedizione tra l’umanità assetata; dentro di me le foglie cinesi trasformano l’acqua bollente senza sapore.”
Tutto questo la teiera l’aveva detto nella sua tranquilla gioventù. Ma ora stava sul tavolo apparecchiato, e venne sollevata dalla mano più curata; ma la mano più curata era maldestra, così la teiera cadde, il beccuccio si ruppe e pure il manico, per non parlare del coperchio di cui abbiam gia detto fin troppo.
La teiera rimase svenuta sul pavimento e l’acqua bollente uscì fuori.
Fu un brutto colpo, ma la cosa peggiore fu che tutti risero, risero di lei e non della mano maldestra.
“Quello me lo ricorderò sempre!” diceva la teiera quando ripensava alla vita trascorsa. “Venni chiamata invalida, messa in un angolo e il giorno dopo regalata a una donna che mendicava; caddi in miseria, rimasi stupefatta e incerta sul da farsi, ma proprio in quello stato cominciò la mia vita migliore: si è una cosa e si diventa un’altra.
Dentro di me fu messa della terra e questo per una teiera significa essere seppellita, ma nella terra fu posto un bulbo; chi lo fece, chi lo donò, lo ignoro, ma accadde e fu una ricompensa per quelle foglie cinesi, una ricompensa per il manico e il beccuccio rotti. Il bulbo rimase nella terra, rimase dentro di me, divenne il mio cuore, il mio cuore vivente; uno così non l’avevo mai avuto prima.

C’era vita in me, c’era nuova forza, energia, il polso batteva, il bulbo gettò le gemme che stavano per scoppiare a causa dei pensieri e dei sentimenti; poi sbocciarono in tanti fiori; io li vidi, li portai, dimenticai me stessa nella loro bellezza. E’ meraviglioso dimenticare se stessi per un altro!
Quelli non mi dissero grazie, non pensarono affatto a me, vennero ammirati e lodati, io ne ero felicissima, come non potevano essere neanche loro stessi.
Un giorno sentii dire che il bulbo aveva bisogno di un vaso migliore.
Mi ruppero a metà, e mi fece molto male, ma il fiore ebbe un vaso migliore e io venni gettata nel cortile e mi trovo lì come un vecchio coccio, ma ho i ricordi, che non perderò mai.”

(Hans Christian Andersen ” Fiabe” Oscar Mondadori, traduzione di Anna Cambieri)