Luci della ribalta

Questa è una storia di Hollywood al femminile, è una storia di amicizia e di luci scintillanti che rischiarano l’ascesa di una celebre diva del muto:

“Lei era Mary Pickford, la più amata fra le stelle del cinema! E Mary Pickford era la padrona del mondo. Non era forse vero? Aveva il mondo ai suoi piedi. Di cosa avrebbe mai potuto avere bisogno?”

Mary è la protagonista del libro Luci della ribalta e divide la scena con Frances Marion che oltre ad essere sua amica fu per molti anni la talentuosa sceneggiatrice dei suoi film.
Il volume di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza ha una cifra stilistica fondamentale capace di trascinare il lettore nelle atmosfere di quegli anni leggendari: è la scrittura elegante e garbata, essenziale e cinematografica, mai ridondante e del tutto priva di cadute di stile.
Le due amiche si alternano come protagoniste dei diversi capitoli: Frances Marion racconta se stessa in prima persona, è invece un narratore esterno a narrare al lettore i capitoli dedicati alla Pickford.
La celebre diva è così ritratta a tutto tondo, di Mary che fu la ragazza dai riccioli d’oro e la fidanzata d’America scopriamo l’infanzia povera e triste, i primi passi da attrice bambina che per sbarcare il lunario calca i palcoscenici di certi teatri, diverrà poi una stella di prima grandezza del cinema muto.
E la sua strada verso il successo è condivisa con Marion, donna creativa e volitiva, appassionata e di grande valore, una figura che ha saputo davvero fare la differenza.
Se come me amate le atmosfere hollywoodiane apprezzerete questa lettura che scorre via lieve come un film d’epoca: ci troverete lei, la fidanzata d’Amenica e il suo mondo ormai lontano.

In questo libro ci sono gli amori e i tradimenti, i successi e le ricche dimore, ci sono le celebrità come Charlie Chaplin, Buster Keaton, Rodolfo Valentino e l’affascinante Douglas Fairbanks che fu marito di Mary.
Ci sono i tempi difficili e c’è l’America del proibizionismo, quei fotogrammi vi scorrono davanti proprio come un film:

“Ora che era entrato in vigore il proibizionismo e tutti erano tornati dalla guerra, le gonne si accorciavano e la morale precipitava. Tutti conoscevano “un tipo” capace di procurare gin o vino o qualunque altra bevanda alcolica desiderata. … Quel Paese delle meraviglie era pieno di una nuova frenetica musica chiamata jazz, di fumo di sigaretta, di ragazze con abiti sciolti e caviglie scoperte che cadevano in grembo a uomini in smoking dai cravattini sempre un po’ sghembi… “

Nel narrare le vite di Frances e Mary la Benjamin delinea il valore assoluto dell’amicizia femminile con i suoi malintesi, le inevitabili distanze e gli affettuosi ritorni a volte persino inattesi.
E c’è un percorso che non è sempre luminoso e felice, è meno facile di quanto sembri essere donne nell’industria cinematografica: Mary Pickford e Frances Marion saranno entrambe vincitrici di un premio Oscar ma entrambe, come tutti, avranno i loro dilanianti dolori.
La radiosa ascesa della diva del muto contempla anche un declino mentre il mondo cambia rapidamente: iniziano ad andare di moda i talking pictures, i film sonori che hanno un altro ritmo e una diversa velocità.
E il tempo scorre, la giovinezza svanisce, il bicchiere di Mary è spesso colmo di gin.
C’è amarezza e bellezza in questo libro, c’è il mondo del cinema con le sue imperfezioni, i suoi trionfi e le disillusioni.
E c’è la penna di Melanie Benjamin capace di restituire al lettore un romanzo intenso come un film:

Stavamo plasmando il personaggio di Mary: una bambina, non una qualsiasi, bensì la bambina, la bambina adorata dell’America, incarnazione dell’innocenza e della simpatia travolgente, della vulnerabilità e del coraggio, un personaggio che alla fine di ogni film tutti gli spettatori desideravano abbracciare, coccolare e proteggere.”

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I diari della principessa

“Era il 1976…
Charlie’s Angels, Laverne & Shirley e Family Feud andavano in onda per la prima volta.
Steve Wozniak e Steve Jobs fondavano in un garage la società informatica Apple.”

Era il 1976, io avevo 10 anni e l’autrice di queste righe ne aveva 19.
Lei è Carrie Fisher, così inizia “I diari della Principessa – Io, Leia e la nostra vita insieme” pubblicato in Italia da Fabbri Editori.
E pensando a lei è inevitabile pensare a noi stessi e a quello che lei è stata per noi.
Carrie Fisher nacque già attorniata dalle luci scintillanti di Hollywood: sua madre era l’attrice Debbie Reynolds, suo padre era il cantante Eddie Fisher.
Suo padre lasciò la moglie per Elizabeth Taylor che all’epoca era la migliore amica di Debbie.
E Carrie, giovane promessa, interpretò un ruolo cinematografico che ha fatto sognare schiere di adolescenti: la Principessa Leia di Star Wars, un film epico e leggendario.
Dunque, era il 1976, io avevo 10 anni e Carrie ne aveva 19.
Quando la vedemmo sullo schermo del cinema tutte noi, o per lo meno molte di noi, pensammo che avremmo voluto essere lei: lei, la principessa Leia.
Tra le pagine di questo volume troverete una donna adulta e sincera che si guarda indietro e racconta se stessa: racconta Carrie e racconta Leia, racconta anche l’emozione straniante di essere confusa con un personaggio immaginario al quale si è sempre sentita intimamente legata.
La vita, il cinema e la fragilità.
Tutte noi avremmo voluto essere lei: la principessa intergalattica con quella strana pettinatura.

Quella ragazza ebbe una travagliata storia d’amore svelata per la prima volta su queste pagine.
Dunque, lei aveva 19 anni, lui ne aveva 35, era sposato, era un uomo affascinante e carismatico, lui era Harrison Ford.
Si incontrarono sul set di Star Wars, Ford interpretava la parte del coraggioso Han Solo.
Leia e Han, Carrie ed Harrison: la vita e la finzione si mescolano.
La vita però è molto meno romantica di un film, vi lascio la curiosità di scoprire questa vicenda senza svelare troppi dettagli.
All’epoca del film Carrie teneva un diario, le pagine di quel diario sono in questo libro.
E svelano una ragazza fragile, incompresa, insicura e al tempo stesso vivace e frizzante, una ragazza che va in confusione e davanti a lui si pone la fatidica domanda: che cosa avrebbe fatto Leia?
Lui è magnifico, il tipo d’uomo che le fa girar la testa.
Lei no, lei non si sente abbastanza. Lei non è all’altezza. E lo scrive, senza riserve:

“Perciò, come si poteva chiedere a un tale sfolgorante modello d’uomo di accontentarsi di una come me? No! Non ditemelo!
Il fatto è che gli bastai. Anche se durò poco. Fu molto più che abbastanza.”

La ragazza che non si perdona nulla scrive nelle pagine del suo diario parole come queste:

“Vorrei che mi amassi di più, così io potrei amarti di meno.”

Ricordate?
Lei è la principessa Leia, la sua vita reale si si sovrappone al personaggio del film: a volte è dura essere anche all’altezza di se stessi e delle proprie aspettative.
Hollywood, i set cinematografici, le celebrità, il pubblico adorante che vuole gli autografi, una madre tanto amata, un percorso di vita complicato.
Se conoscete un po’ la storia della Fisher sapete già che la sua esistenza non fu poi così semplice, nel corso degli anni non fu immune da eccessi e dalle conseguenti difficoltà.
Credo che quando si osservano le vite degli altri bisognerebbe astenersi dal giudizio e dalle conclusioni scontate, a volte certe vite ci sembrano semplici perché crediamo che gli agi di un’esistenza dorata bastino già a fare la felicità, non è sempre esattamente così.
Carrie Fisher era una donna arguta, capace di sorridere anche di se stessa, il suo stile è ironico, tagliente, a volte nostalgico.
Avevo già letto un suo libro nei lontani anni ‘80: Cartoline dall’Inferno.
Le sono affezionata, in qualche modo è stata una figura che ha accompagnato la mia adolescenza.
Era la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere, ricordate?
È mancata lo scorso anno, il giorno dopo sua madre l’ha seguita.
I fan le hanno dedicato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, c’è incisa una celebre citazione di Star Wars: May the Force be with you. Che la Forza sia con te.
E poi un’altra parola: always. Sempre.
E ancora una: Hope. Speranza.
Perdonaci Carrie, non abbiamo capito, ti vedevamo con il tuo vestito candido e ci sembravi così perfetta.
Sai, eravamo giovani anche noi e non sapevamo che a volte non è affatto semplice essere una principessa intergalattica.

Lucky man

Ci sono persone che, pur non sapendolo, fanno parte in qualche modo della nostra vita.
Se siete molto giovani forse il vostro ricordo di Michael J. Fox potrebbe essere vago ma quelli della mia generazione sono cresciuti insieme a lui: siamo diventati grandi insieme e non ce ne siamo neppure accorti.
Chi è stato giovane negli anni ’80 ha avuto il privilegio di conoscere un tipo speciale: si chiamava Alex Keaton e le vicende della sua famiglia scorrevano sul teleschermo, era uno dei nostri riti.
Poi quel ragazzo vestì altri panni, era il 1985 e lui divenne Marty McFly, lo studente protagonista di un un film indimenticabile, c’è qualcuno tra voi che non ha mai visto Ritorno al Futuro?
Allora l’astro di Michael J. Fox era al suo apice, lui aveva 24 anni, io ne avevo 19.
Scanzonato, divertente, spiritoso, una vera faccia da schiaffi.
Lui viveva nel mondo dorato di Hollywood, a una distanza siderale da tutti noi, eppure era uno di noi: un amico, un compagno di classe che aveva avuto fortuna.
E il suo successo, secondo noi, era più che meritato.
Certe stelle a volte vengono oscurate da fosche nubi, a neanche trent’anni a Michael J. Fox venne diagnosticata una forma precoce di Morbo di Parkinson, questa è la tragica circostanza che ha mutato il corso del suo destino.
Una storia, una vita, una lotta tenace contro una malattia crudele: un libro, Lucky Man, ne è autore lo stesso Michael J. Fox, il volume è uscito diverso tempo fa per TEA Editore e ho visto che è disponibile in eBook.

Lucky Man

In estate mi capita spesso di rileggere i libri che amo e questo è uno di quei libri.
Questa è la storia di un successo, è la storia di un ragazzo squattrinato che muove i suoi primi passi nel mondo del cinema e diviene una celebrità.
È una storia onesta e sincera, con vene di autentica ironia e di profonda autocritica, è una vicenda di fragilità e paure, di stupori incerti e di crescenti consapevolezze.
Sei giovane, ricco e famoso e sebbene tu abbia un’esistenza in qualche modo disordinata sei persino felice.
E la vita, all’improvviso, ti cambia le carte in tavola lasciandoti impreparato.
E tu sei lì, sul set della tua intera esistenza, solo che non conosci la tua parte, non c’è un copione e ti tocca improvvisare.
Non è facile svelare a se stessi e al mondo questa nuova realtà, Michael ci metterà parecchio tempo.
Alcune pagine sono particolarmente coinvolgenti, dolci e colme di gratitudine sono le parole che Michael scrive per sua moglie, nostalgiche e tenere sono le descrizioni di certi viaggi lungo le strade dell’America: Michael accanto a suo padre, Michael accanto al suo primo figlio.
Michael J. Fox ha lasciato le scene da diversi anni e ha creato una fondazione che si occupa della ricerca sul Parkinson.
E ricordate?
Lui è il ragazzo che andava sullo skate, lui è uno di noi: non ci siamo mai incontrati ma in realtà non è proprio così.
E allora se aprirete la sua autobiografia vi sembrerà di trovarvi seduti su un muretto accanto a lui e sarà lui a narrarvi la sua vicenda.
Ricordate?
Lui è il ragazzo con le fossette, quello non tanto alto, quello che faceva sempre le battute.
Per noi che siamo i suoi amici ha scritto questo libro: pagine intense che raccontano giorni difficili e scelte faticose, pagine che insegnano il coraggio e l’amore vero per la vita, in un ritorno alla propria autenticità.

La mia famiglia mi ha sempre fatto sentire che la casa è un posto dove posso sempre essere sempre me stesso.

Michael J. Fox – Lucky Man

Lauren, soltanto lei

Non ricordo neanche che film fosse ma rammento bene la prima volta in cui la vidi, noi bambine degli anni ’70 ci mettevamo davanti alla TV e aspettavamo il ruggito del leone della Metro Goldwin Mayer.
Hollywood e le sue suggestioni, certi film puntavano i riflettori sulla middle class americana, mi affascinavano quelle famiglie e quelle case con lo steccato dipinto di bianco, la macchina parcheggiata nel vialetto, la cucina che si affaccia sul retro, l’ingresso e le scale che portano al piano di sopra.
Un’illusione entrata a far parte del nostro immaginario, poi la vita vera è diversa.
Hollywood e le sue dive.
E lei, Lauren Bacall, per me unica e diversa da ogni altra.
Lauren aveva un aspetto angelico e al tempo stesso conturbante, Lauren aveva tutto: talento, intelligenza, glamour, bellezza e allure.
Ero piccola e avrei voluto diventare come lei.
E ancora adesso se la paragono ad alcune attrici di un altro tempo divenute indiscutibili icone, al di là dell’ indubbio talento di ognuna, in quanto a fascino per me nessuna è paragonabile a lei.
C’erano tutte loro e poi lei, Lauren, solo lei per me è sempre stata la perfezione.
Sottile, eterea, sinuosa, di una bellezza algida e fatale, incredibilmente sensuale.
Lineamenti definiti e regolari, sguardo liquido e ammaliatore, Lauren detta The Look, lo sguardo.
E certi suoi film erano in bianco e nero ma il colore dei suoi occhi si distingueva bene.
Lauren, capelli chiari di un biondo mai sfacciato e pettinature bon ton.
Lauren, tailleur avvitato e tacchi alti, gonna stretta fino a metà polpaccio, vita sottile, gambe infinite.
Che altro è lo stile?
Lo stile è discrezione, classe ed eleganza.
La donna più bella ha avuto accanto l’attore più tenebroso, la coppia Bogart e Bacall non ha mai avuto eguali nella storia di Hollywood, insieme sul grande schermo e nella vita, vederli uno accanto all’altra ha accresciuto il fascino di entrambi.
La donna più bella, leggo negli articoli che la ricordano, disse che senza Bogart la sua carriera sarebbe stata più scintillante ma tra il cinema e l’uomo della sua vita lei non ebbe esitazioni, Lauren scelse Humphrey.
Questa bambina aspettava quei vecchi film del passato e scrutava lei, Lauren, cercando di comprendere cosa la rendesse così unica e diversa, non credo che fosse merito solo della sua bellezza inarrivabile, c’era qualcosa di misteriosamente ammaliante in lei.
Non so quante volte ho guardato Come sposare un milionario, una commedia a lieto fine, nella migliore tradizione della Hollywood di quel tempo.
Sulla scena con la spumeggiante Marilyn Monroe e la bionda Betty Grable c’è anche lei, Lauren, questo è il suo film che più amo.
Da tanto volevo dedicarle alcune parole, lo faccio solo ora che lei non c’è più.
Nelle foto dei suoi ultimi anni la si vede con la pelle di porcellana solcata da rughe, il sorriso deciso, gli occhiali da vista, i capelli ancora biondi, ancora con quella celebre pettinatura.
La freschezza della gioventù sembra lontana ma il suo sguardo di cristallo è il medesimo dei suoi giorni più luminosi.
Il tempo delle dive è finito, le stelle di Hollywood dei nostri giorni brillano di una luce diversa, più fioca ed effimera.
La stella di Lauren Bacall invece resterà, sfolgorante e chiara, per sempre nella leggenda.

Angeli con la pistola

Il cinema e il sogno.
Accade spesso che le storie della vecchia Hollywood ci portino laggiù, dentro a un sogno, accade ancor più di frequente quando il regista è Frank Capra.
Frank Capra girò due diverse versioni dello stesso film, io ho i DVD di entrambi, il primo si intitolava Signora per un giorno, il secondo Angeli con la pistola ed è uno dei capolavori del cinema che più amo.
New York, il proibizionismo e una gang di contrabbandieri, gli angeli con la pistola, il loro capo è un certo Dave lo Sciccoso, interpretato dall’affascinante Glenn Ford.
Costui è un tipo scaramantico, crede che gli portino fortuna certe mele che si procura da una povera mendicante di nome Annie che ha il volto e l’espressività della splendida Bette Davis.
E costei nasconde un prezioso segreto, oltreoceano ha una figlia, Louise, alla quale ha fatto credere di essere una gran signora, la figlia le scrive presso un grande albergo dove Annie si fa recapitare la corrispondenza con la complicità di un conoscente.
E un giorno succede il fattaccio: Louise sta per arrivare a New York, per far conoscere sua madre al suo ricco fidanzato e al futuro suocero.
Come farà la povera Annie a districarsi da questo pasticcio?
La aiuteranno gli angeli con la pistola ed Annie diverrà la signora Worthington Menville.
Come può un film regalarti un sogno?
Il sogno è sulla scena e ha le fattezze e lo sguardo di Bette Davis, immensa nel suo talento e nella sua bravura, il sogno è la trasformazione di Annie da miserabile con gli abiti sdruciti a gran signora con un prezioso abito color cipria.
Mutano i suoi gesti e le sue movenze, scena dopo scena Annie si addolcisce, il tono della sua voce si smorza e da sguaiato diviene pacato, il suo sorriso si fa sempre più aperto e luminoso, è questo il sogno.
Un grande cast e una galleria di personaggi indimenticabili, c’è un maggiordomo sussiegoso e c’è il braccio destro del boss, un fantastico Peter Falk perfettamente calato nella parte.
C’è una corte dei miracoli di tipi strampalati e stralunati, è la gente di strada, quello è l’ambiente di Annie, persone che non hanno nulla se non un cuore grande e generoso.
E poi lui, Glenn Ford che come già vi ho detto presta il suo volto a Dave Lo Sciccoso: scaltro, affascinante, brillante, pronto e astuto.
Accanto a lui la bionda e volitiva Regina Martin, ballerina di night club, sua una delle frasi più significative del film:

Vorrei saper piangere.

Il mondo è un posto difficile e la vita riserva cinismo e indifferenza.
Vorrei saper piangere.
E c’è un sogno da realizzare, il sogno di Annie.
Un film divertente e movimentato che strappa più di un sorriso, alcune scene sono davvero memorabili.
Ci sono gli ospiti di riguardo da intrattenere, il fidanzato della figlia di Annie e suo padre desiderano dare un gran ricevimento con l’alta società e così gli uomini dello Sciccoso e le ballerine del Club di Regina si esercitano nel ballo e nelle buone maniere, dovrebbero personificare ambasciatori e banchieri ma non ci riusciranno ahimé, sono veramente impresentabili!
Ma accadrà di meglio, con un’abile mossa dello Sciccoso alla grande festa interverrà il jet set di New York, dal sindaco al Governatore dello Stato.
E la signora Worthington Menville verrà salutata con tutti gli onori, come si conviene a una grande personalità.
E una lacrima di gioia bagnerà il bel viso di Regina Martin, colei che si rammaricava di non saper piangere.
Sono così i grandi film di Hollywood, li vedi e li rivedi decine di volte e non ti stancano mai.
Avete anche voi un vecchio film che è nel vostro cuore?
Tra i miei preferiti c’è anche La vita è una cosa meravigliosa del quale vi ho parlato in questo post.
E poi c’è questo film, da sempre.
Un sogno, un lieto fine e una cesta di mele rosse che portano fortuna a certi angeli generosi e altruisti, gli angeli con la pistola di Frank Capra.

Fred & Ginger

Fred & Ginger.
E mi viene da sospirare.
Attori e ballerini, una delle coppie più belle di Hollywood.
I film in bianco e nero, gli studios, quella magia di lustrini, per me il cinema di certi anni d’oro era puro sogno, le stelle di quel firmamento ancora brillano di luce propria.
Fred & Ginger.
Loro risplendono, non so quante volte ho visto certi film, Il cappello a Cilindro, Voglio danzare con te.
Fred Astaire, non credo che risponda ai classici canoni di bellezza maschile, per nulla, non era neppure alto, ma il suo fascino è difficile da eguagliare, nessuno è come lui, forse non esistono più artisti simili: la classe, l’eleganza, lo stile e la simpatia, l’inarrivabile talento nella danza.
E accanto a lui, Ginger.
Un angelo biondo, con gli occhi chiari e la pelle di porcellana, quando ero bambina la guardavo e pensavo che avrei voluto essere come lei.
I suoi abiti vaporosi che si aprivano come fiori a ritmo di musica, tutto era sogno quando sullo schermo c’erano Fred e Ginger.
Sì tutto era sogno.
La vita è un passo di danza leggero, un tessuto di seta, una musica.
L’amore è fatto di baci sfiorati, di sguardi che si incontrano e di mani che si uniscono.
Tutto era sogno quando Fred stringeva Ginger a sé.
Tutto era magia, languore, complicità e armonia.
Il tip tap, quei tacchi che battono sul pavimento a una velocità impensabile e con che leggerezza!
Fred e Ginger sembrano nati per ballare, le loro movenze paiono naturali e spontanee.
E voglio permettermi un accenno di orgoglio femminile, a tal proposito.
E’ noto che Fred Astaire è ricordato come il re del tip tap, ma con lui c’era Ginger Rogers e voglio citare una famosa frase che riguarda questa splendida attrice e ballerina:

Remember Ginger Rogers did everything Fred Astaire did but backwards and in high heels.
Ricordatevi che Ginger Rogers faceva tutto quello che faceva Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi alti.

E questo vi regala un sorriso, ne sono più che certa.
E oggi sono splendidamente romantica, è la mia natura del resto.
E forse avrei potuto scegliere di mostrarvi una loro esibizione di tip tap, che meraviglia!
Avrei potuto, ma mi sono persa a guardarli.
Sapete, sto impiegando un tempo infinito a terminare questo post, continuo a interrompermi per guardare loro due, hanno ballato per me tutta la sera.
Hanno danzato accompagnati da Night & Day di Cole Porter, ho ascoltato Fred Astaire che canta Cheek to Cheeck, li ho visti danzare sui pattini sulle note di Let’s Call the Whole Thing Off.
E poi mi sono persa, mi sono persa ad ammirarli mentre volteggiano sulla melodia di Smoke gets in your eyes.
Siamo così noi sognatori, ci perdiamo su un passo di danza e su alcune note che toccano il nostro cuore.
La musica ha inizio e con lei il sogno.

It’s a wonderful life

Una città sotto la neve, Bedford Falls.
In ogni casa ognuno prega per i suoi cari, ma molti rivolgono i propri pensieri a una persona, George Bailey, un uomo disperato che non sa più apprezzare la vita.
E allora da lassù il Padreterno pensa di mandare in terra un angelo, Clarence, affinché questi venga in aiuto del povero Bailey e gli mostri il vero senso della sua esistenza.
Un angelo di seconda classe a dire il vero, che avanza una richiesta più che legittima:

 Potrei avere le ali? Sono più di 200 anni che le sto aspettando e si comincia a mormorare…

Deve guadagnarsele, aiutando George Bailey.
Inizia così La vita è meravigliosa, uno dei più celebri film di Frank Capra, regista che ci ha lasciato pellicole indimenticabili.
La vita è meravigliosa, sì.
Così crede da principio George Bailey, che ha il volto bello e pulito di James Stewart, ma la strada lastricata dei suoi sogni si perde nell’oscurità della vita.
Io farò qualcosa di grande, di bello, così dice George.
Via, vuole andar via da quella cittadina, viaggiare, vedere il mondo, lui ha progetti grandiosi per il suo futuro, ha una fidanzata, interpretata dall’attrice Donna Reed, che diverrà sua moglie, alla quale dice: ti darò una luna, Mary.
E’ un orizzonte immenso il suo, non vi siete mai sentiti anche voi come George?
Un uomo generoso, onesto e di buon cuore, insieme a Clarence, l’angelo, andiamo indietro nel tempo, all’infanzia del protagonista.
Un fratello, al quale lui salva la vita.
Un datore di lavoro, al quale il piccolo George evita un errore fatale.
Una cooperativa di risparmio, la Bailey Costruzioni e Mutui, società di famiglia.
E lui che vuole andar via.
Ma poi il destino si mette di traverso, il sogno si scontra con la realtà e George rimane a Bedford Falls, dove ha sempre vissuto.
E per tutto il corso della sua esistenza dovrà battersi con Henry Potter, un uomo d’affari che fa il bello e il cattivo tempo in città.
Un personaggio di dickensiana memoria, uno Scrooge avido di denaro, incapace di provare empatia e compassione per il suo prossimo, un uomo per il quale conta solo la ricchezza.
Per alcuni la vita è una conquista quotidiana, così è per George: il matrimonio, i figli, il lavoro nella società del padre.
E i sogni di gloria?
E i tranelli del destino?
Che accade se il tuo nome è George Bailey e improvvisamente, senza che tu sappia come porvi rimedio, la tua società finisce sull’orlo del fallimento?
Ti ritrovi a correre sotto la neve, in quella notte, la vigilia di Natale.
E poi finisci su un ponte e guardi sotto, ma accanto a te c’è un angelo.
Un angelo di seconda classe, ve l’ho detto, di mezza età e abbastanza robusto.
La vita non è una sceneggiatura di Frank Capra, spesso le scene che ci ritroviamo a recitare non prevedono un lieto fine, ma questo film, giustamente considerato un capolavoro del cinema, contiene un profondo messaggio di speranza universale.
Un uomo e il suo angelo custode, che gli mostra come sarebbe stato il mondo se lui non fosse mai esistito.
La città, sotto il giogo di Mr Potter, si sarebbe chiamata Pottersville.
Il fratello di George morto bambino, in quanto lui, non essendo mai nato, non era lì per salvargli la vita.
Mary, né moglie né madre, sarebbe divenuta una grigia e triste bibliotecaria.

La vita di un uomo è legata a tante altre vite, così dice Clarence.
Vedi George, tu hai avuto una vita meravigliosa.

Una vita meravigliosa.
E i debiti? E le difficoltà economiche?
Pare dimenticarsene George Bailey, ha solo fretta di tornare alla sua casa, ai suoi affetti e a quella vita meravigliosa che ora sembra riconoscere.
E poi il destino, a volte, ti dà una mano.
Così, quando George ritorna a casa trova tutti i suoi concittadini che hanno raccolto i soldi per sanare il suo debito, c’è persino una donna che offre il suo obolo dicendo: Li serbavo per il divorzio se avessi trovato marito.
Tutte le volte che suona una campana vuol dire che un angelo ha messo le ali
, così aveva detto Clarence, l’angelo di seconda classe.
E il film termina con la famiglia Bailey riunita davanti all’albero di Natale.
George stringe tra le mani un libro, Le avventure di Tom Sawyer e sul frontespizio è vergata a penna questa dedica:

 Caro George, ricorda che nessun uomo è un fallito se ha degli amici.
P.S. Grazie delle ali!
Con affetto, Clarence

 E sull’immagine delle campane che suonano a festa, sullo schermo scorre la scritta The End.
Un uomo che ha ritrovato la pace, un’incantevole fiaba di Natale, un film che non mi stancherei mai di vedere.
E un dettaglio che mi ha sempre colpito: l’espressione di James Stewart, uno dei più grandi attori di tutti i tempi, nella scena finale del film.
Gli occhi pieni di gioia incontenibile, di stupore e di meraviglia, lo sguardo trasognato, lo sguardo della felicità ritrovata.
La vita non è un film di Frank Capra, ma a volte si può sperare che lo sia.
E se sentite suonare una campana, sappiate che un angelo ha appena messo le ali.

Celebri stroncature

Il successo.
Successo, trionfo e gloria.
Forse anche voi coltivate un talento e vorreste che vi fosse riconosciuto il merito della vostra bravura.
Non sempre accade, neppure ai più bravi, quindi se il mondo vi sottovaluta, non abbattetevi.
Anzi, perseverate, perseguite il vostro obiettivo senza perderlo di vista, non è detto che i vostri detrattori abbiano ragione.
Del resto, siete in buona compagna.
Un sacco di chiodi rovesciato e un martello che cade.
Signori, questa è la secca definizione che John Ruskin diede della musica di Ludwig Van Beethoven.
E quindi, vedete, anche al genio può capitare di ricevere una stroncatura.
Ora, c’è da dire che Ruskin forse era di gusti difficili, se pensate che definì le opere di James Mc Neill Whistler spazzatura.
Non andò meglio a un giovane Eduard Manet, al quale Pierre Auguste Renoir consigliò di smettere di dipingere, per mancanza di talento.
Edgar Degas, dal canto suo, una volta dichiarò con estrema convinzione che quel Toulouse-Lautrec era un pittore destinato a durare lo spazio di una stagione.
Se avete un talento, coltivatelo, qualsiasi cosa dicano gli altri, seppur competenti.
La storia del cinema non fa eccezione.
E così, ad un provino per MGM al mago del tip tap, il celebre Fred Astaire, si disse che non sapeva né cantare né recitare, ballare sì, ma appena un po’!
Ian Fleming, autore dei romanzi che vedono protagonista James Bond, quando vide per la prima volta Sean Connery rimase abbastanza perplesso.
Lui, per la parte di 007? Sì, esattamente lui, il migliore di tutti!
Celebri stroncature hanno colpito anche gli autori più affermati.
Secondo Emile Zola, ad esempio, Charles Baudelaire era destinato ad essere presto dimenticato.
Quindi se siete poeti, alla luce di questo lungimirante giudizio, non gettate tutto alle ortiche, continuate a scrivere.
E se siete autore di un romanzo, destinato a giovani menti, curatelo e vezzeggiatelo, senza dar peso a cosa vi dicono gli altri.
Chissà potrebbe accadere a voi ciò che capitò a un autore, che  si vide respingere da un editore  la propria opera, in quanto considerata troppo lunga e soprattutto per niente adatta a un pubblico di ragazzi.
Bastano tre parole, tre sole parole.
L’incipit di quel libro.

Call me Ishmael

Tre parole e tutti voi già sapete che si tratta di Moby Dick di Hermann Melville.
Celebri stroncature.
Hanno colpito chiunque, senza pietà.
Lascio la chiusura di questo post a due stelle di prima grandezza, un grande compositore, George Gershwin, e un comico ed autore al quale perdono qualunque battuta, ho un debole per lui e presto avrà uno spazio tra queste pagine, si tratta di Groucho Marx e solo a leggere il suo nome mi vien da sorridere.
E allora immaginate che attorno a voi risuonino le note di Rapsodia In Blu o di Un americano a Parigi.
E’ musica che io amo, nel profondo.
Beh non si può dire lo stesso di Groucho, decisamente.
A un giornalista che gli chiedeva se pensava che i brani di George Gershwin sarebbero stati suonati cento anni dopo, Groucho rispose  beffardo:
– Sì, se fra cento anni ci sarà qui George a suonarli!

Citazioni ed episodi tratti da Gli Insulti che hanno fatto la storia

Bye, bye Norma Jean

La donna più desiderata, la diva più bella e splendente.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
La sua morte, sopravvenuta nella notte tra il 4 e il 5 Agosto del 1962, l’ha proiettata nel firmamento di Hollywood, tra le stelle eternamente giovani troppo presto strappate alla vita terrena.
Attori mai dimenticati, come il tenebroso James Dean che trovò la sua fine a bordo della sua Porsche o come l’affascinante e sofferto Montgomery Clift.
Bionde per sempre, come la compianta moglie di Clark Gable, l’attrice Carole Lombard, morta in un tragico incidente aereo o la giovane Carole Landis, che si uccise a soli 24 anni.
Ma l’astro più fulgido è lei, Norma Jean Baker.
Muore giovane chi è caro agli dei, recita un noto verso di Menandro.
E di alcuni restano eternamente alcuni frammenti di vita, reale o di celluloide.
Incorrotti agli attacchi del tempo, imperituri ed immortali.
Una bionda esplosiva, che cammina sui tacchi a spillo ondeggiando i fianchi.
Una bellezza gloriosa, calda e solare.
E alcuni fotogrammi ormai nella memoria di ognuno di noi.
Una nave da crociera, una bionda e una bruna cantano Diamond are a girl’s best friends in Gli uomini preferiscono le bionde.
Un abito rosa shocking, uno sberlucicchio, il make up perfetto e sensuale: è lei, Lorelei Lee.
Bye bye, baby, gorgheggia Marilyn al suo fidanzato, prima che la nave salpi.
E poi, ricordate Picci, l’attempato miliardario che impazziva per lei? E la tiara di diamanti sulle bionde chiome della diva?
La camicia annodata sul ventre, i pantaloni Capri e gli occhiali da sole.
Un sorriso ammiccante, lo sguardo che seduce, le curve che fanno impazzire gli uomini.
La pettinatura di Marilyn, inimitabile e particolare.
Svampita? Riusciva a esserlo meglio di chiunque altra.
Ricordate quando interpretò Pola Debevoise, in Come sposare un milionario?
Pola ha problemi di vista ma si rifiuta di portare gli occhiali per non compromettere il suo fascino.
Ed è estate, tempo di ferie.
Un marito, Richard Sherman, è rimasto in città.
La moglie è in montagna con il figlio e Sherman ha la fortuna di avere una vicina di casa speciale.
E’ una tipa davvero strana, quando fa caldo tiene gli intimi nel frigo.
Champagne e patate fritte.
E lui, l’aspirante fedifrago, cerca di sedurla con il secondo concerto per piano di Rachmaninov.
Musica classica? Osserva lei e puntualizza: L’ho capito perché non cantano.
E poi la musica che invece a lei fa venire la pelle d’oca: le tagliatelle.
E il getto dell’aria della Metropolitana di New York che solleva il suo abito bianco.
Marilyn è quell’immagine, per sempre fermata nel tempo.
E’ una foto su un calendario, che per molto tempo fu nelle cabine di tutti i camionisti d’America.
E’ Cherie, la ballerina di Fermata d’autobus, che indossava un costume nero e verde smeraldo e le calze a rete.
Marilyn è Zucchero Candito, la suonatrice di ukulele in A qualcuno piace caldo.
È la storia della mia vita: se c’è una ciliegia col verme tocca sempre a me, dice sconsolata la bionda bellezza in quel film.
Marilyn e i suoi amori tormentati, dal campione di baseball Joe Di Maggio a Frank Sinatra, dall’intellettuale Arthur Miller ai fratelli Kennedy.
Marilyn è un celebre quadro di Andy Warhol, in mille colori.
Il padre della Pop Art sosteneva che ad ognuno spettano quindici minuti di celebrità.
Ne ebbe assai di più Norma Jean Baker, nota al mondo come Marilyn Monroe.
Colei che dormiva con indosso solo due gocce di Chanel Nr 5 e che pagò la propria fama con la propria felicità.
Colei che cantò: Happy birthday, Mr President.
Un’infanzia triste, amori tormentati, una maternità tanto ricercata e mai raggiunta.
La femmina più desiderata dai maschi, in certi suoi scatti si coglie qell’espressione malinconica che vela il suo sguardo.
Di lei molto si conosce, ma forse quasi tutto si ignora.
Muore giovane chi è caro agli dei.
E a costoro non è concesso il tempo.
Così fu per Marilyn.
Non ha potuto nascondersi agli occhi del mondo, come fece Greta Garbo quando non volle mostrarsi  mentre invecchiava.
Non finì i suoi giorni dilaniata dall’ Alzheimer come Rita Hayworth o in sedia a rotelle come Liz Taylor.
E non poté esibire le sue rughe, come fece un’orgogliosa e indomita Catherine Hepburn.
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua fine tragica rimane un mistero ma nessuna ha mai eguagliato il fascino di Marilyn Monroe.
Ed è stata la stella più fulgida e luminosa del cinema, ma anche una creatura fragile e incompresa.
Una bionda svampita? Sapeva fingersi tale sullo schermo, certo.
Gli Studios, le copertine di Life, il successo.
E la lucida consapevolezza che la vita non concede sempre a tutti il privilegio di essere se stessi.
Poche amare parole, pronunciate un giorno da Norma Jean Baker, colei che divenne Marilyn Monroe.
Ad Hollywood ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima.

Mille baci, poi altri cento

Dammi mille baci, poi altri cento, così scriveva il poeta Catullo alla sua amata.
Un bacio può rovinare una vita, sosteneva Oscar Wilde, che a causa della propria passione vide la sua vita fatta in pezzi.
Il bacio, la prima espressione del sentimento e dell’amore.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E viene subito in mente Clark Gable che tiene a sé Vivien Leigh in Via col Vento e il ricordo va subito a quel tramonto che infuoca l’orizzonte che fa da scenario al loro primo indimenticabile bacio.
E poi il bacio languido e sensuale tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorious, uno dei più noti della storia del cinema.
Kiss, kiss me così cantava la bionda Marilyn in Niagara e numerosi sono i suoi baci mai dimenticati.
La ricordate in quel film, con l’impermeabile giallo, sotto alle cascate?
E vi rammentate di lei, con l’abito scintillante di lustrini, mentre le sue labbra sfiorano quelle di Tony Curtis in A qualcuno piace caldo?
I wanna be kissed by you, nobody else but you, cantava Norma Jean in quel film.
Baci languidi, quelli tra Humphrey Bogart e Lauren Bacall, coppia sullo schermo come nella vita. Ricordate come lui la stringe a sé in una celebre scena di Acque del sud?
Marito e moglie erano anche Paul Newman e Joanne Woodward, uno schiaffo, un bacio e un fremito sul set di La lunga estate calda.
Baci voluttuosi, come quelli di Marlon Brando a Eve Marie Saint in Fronte del porto, seducenti come quelli di Rodolfo Valentino alle dive del muto, romantici e carichi di promesse come quel bacio scambiato sulle scale antincendio tra Richard Gere e Julia Roberts nella scena finale di Pretty Woman.
Baci casti che hanno tutta la purezza delle fiabe disneyane, il bacio del principe alla Bella Addormentata e quello che riceve Biancaneve dal suo promesso sposo.
Baci che non conoscono attesa, tra Jack Nickolson e Jessica Lange, sul tavolo della cucina, in Il Postino suona sempre due volte.
Baci accarezzati dal vento, tra Leonardo di Caprio e Kate Winslet, in mare aperto sul Titanic.
Baci sotto la pioggia di New York, tra George Peppard e Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany.
Baci alle isole tropicali, nel film Gli ammutinati del Bounty, tra Marlon Brando e la sua moglie hawayana, Tarita Teriipia, tra collane di fiori e palme che ondeggiano sotto il sole.
Baci sulla sabbia, mentre il mare travolge i due amanti, Burt Lancaster e Deborah Kerr, in Da qui all’eternità.
Baci pieni di desiderio, tra James Dean e Natalie Wood, in Gioventù bruciata.
Mille baci, poi altre cento, nella storia di Hollywood.
Baci alla scoperta dell’amore, accanto agli scogli, durante le vacanze estive, tra John Travolta e Olivia Newton-John, in Grease.
Baci tra fiaccole accese che illuminano il buio della notte, tra Matthew Macfadyen e Keira Knightley, baci lenti e innamorati, in Orgoglio e pregiudizio.
Baci sotto il cielo di oriente, all’ombra di un grande albero, tra William Holden e Jennifer Jones, in L’amore è una cosa meravigliosa.
Baci che sciolgono un’algida eleganza nella passione, tra James Stewart e Kim Novak in Vertigo.
Baci  in bianco e nero, a Casablanca, tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.
Baci di commiato, tra Gerard Depardieu in procinto di lasciare gli Stati Uniti e Andie Mac Dowell, nella scena finale di Green Card.
Baci di fine anno, baci che inumidiscono gli occhi per la commozione, baci che preludono a un nuovo inizio tra Billy Crystal e Meg Ryan, in Harry ti presento Sally.
Baci tanto desiderati, mentre si gioca a modellare la creta, tra Patrick Schwayze e Demi Moore in Ghost.
Mille baci, poi altri cento, nella storia di Hollywood.
E potrei continuare ancora.
Ogni bacio è unico, non ne esistono due uguali.
E nella nostra lingua nemmeno esiste un sinonimo.
Mille baci e poi altri cento.
I baci di Hollywood, baci che ci hanno fatto sognare e sospirare, immaginare e desiderare.
E tra tutti ne ricordo uno, che mi è più caro degli altri.
E’ il bacio più sincero e pulito, il più spontaneo e il più tenero.
Lei ha sette anni, il suo nome è Drew Barrymore, ha i codini e porta una maglietta a righe.
Lui è un alieno, E.T.
Un piccolo bacio, sulla punta del naso, il bacio più dolce di Hollywood.