Edward Bunker, educazione di una canaglia

Una vita non è mai senza speranza, un destino non è mai scritto, ognuno di noi ha sempre la possibilità di compiere la virata necessaria per mutare il corso della propria esistenza.
E tra i molti libri che potrete leggere per confermare questo assunto, sul vostro scaffale non potrà mancare Educazione di una canaglia :  ascesa, caduta, rinascita di un malvivente, uno con un quoziente intellettivo sopra la media, uno che si mette a nudo, con crudezza e ferocia, senza mai fare sconti a se stesso.
Il suo nome è Edward Bunker, malvivente incallito, rapinatore e falsario.
E scrittore di grande talento, questo suo libro è uno dei più avvincenti che abbia mai letto.
E può darsi che, senza saperlo, voi lo conosciate già: se avete visto Le iene di Quentin Tarantino, sua è la parte di Mr Blue, creata su misura per lui dal regista americano, grande estimatore dei romanzi di Bunker.
La storia di una vita, dall’infanzia alla redenzione, dalla strada ai penitenziari d’America, da San Quintino a molti altri.
E’ un bambino difficile Bunker, e la sua carriera di malvivente la comincia in tenera età, è un ribelle, uno che già a cinque anni sfugge al controllo della famiglia, scappa, e quando i suoi genitori si separano finisce in collegio, il primo dei luoghi che lo vedranno rinchiuso.
Da uomo vivrà esperienze crude e feroci, la durezza del carcere, la prigionia, eppure Bunker all’inizio di questo sua autobiografia ricorda un evento della sua infanzia che, nel momento in cui scrive, ancora gli strazia il cuore, riguarda Babe, la sua cagnetta, soppressa a sua insaputa da sua zia e suo padre.

Credo che questo fu il momento preciso in cui il mondo mi perse, perché la sofferenza si tramutò presto in rabbia.

E’ perché ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Ognuno ha in sé inferno e paradiso, scrisse Oscar Wilde, definizione quanto mai adatta, se parliamo di Edward Bunker.
L’America, la sua America è quella degli Anni Cinquanta e Sessanta.
E’ Los Angeles, Hollywood, California.
Fuori c’è il dorato mondo del cinema, lui entra ed esce dal carcere, per i suoi molti reati, ma nell’America degli Studios può anche capitare che, durante la libertà condizionata, un cattivo ragazzo come lui finisca a lavorare per un’attrice famosa, una stella del cinema muto, Mrs Wallis, al secolo Louise Fazenda,  biondissima ed eccentrica diva, moglie del produttore Hal B. Wallis.
Ad appena diciassette anni, in uno dei tanti penitenziari che conoscerà, a un ufficiale che gli fa notare quanto non sembri un duro, Edward risponderà:

Non sono un duro, i tipi duri sono sottoterra.

E sì, può anche succedere che uno che ha un passato da rapinatore finisca per trovarsi nella villa di William Randolph Hearst, noto editore e magnate americano, e anche che il caso gli faccia incrociare il cammino del commediografo Tennessee Williams.
E’ l’America, è il sogno e la visione di un universo parallelo al quotidiano di Bunker, fatto di ergastolani, di condannati a morte,  di secondini e di celle di isolamento.
E la scrittura di Bunker è rapida, efficace, vi trascinerà con lui per cinquecento pagine e voi sarete, lì seduti accanto a lui, sul sedile della fiammante Jaguar che Edward guida per le strade della California.
Benefici di frequentare una stella del cinema, ma non scordate che Bunker è un criminale, con un suo codice morale, se così si può dire, non svaligia case private e non ruba ai poveri e agli anziani.
Ma Edward, il delinquente, trova il modo di rubare una Jaguar e di sostituirla alla sua che, ahimé, aveva qualche ammaccatura.
E’ l’America, e l’America di Bunker è fatta di partite a poker, di donne, di pugilato e di scazzottate, di risse e di fughe.
E di libri, i grandi romanzieri americani, Eddie legge Dos Passos, Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, e poi ancora Dostoevskij, Musil ed Hermann Hesse.
Carcere, evasioni, sbarre alle finestre e una macchina da scrivere, su quella Bunker creerà i suoi romanzi, ne scriverà sei prima che un editore si accorga di lui.
E il libro, quel libro, un capolavoro dal titolo Come una bestia feroce, è ancora pubblicato ai giorni nostri e ancora riscuote successo.
Nessuno di noi è una cosa sola, un universo sfaccettato compone l’animo di qualunque uomo, sia egli santo o malfattore, genio o persona semplice.
E’ la casa editrice Norton a mettere in luce il talento di Bunker.
Lui scrive:

La scrittura era diventata la mia sola possibilità di uscire dal pantano in cui era scivolata la mia vita.
Avevo perseverato anche quando la candela della speranza si era completamente consumata.

Bunker si è poi sposato, ha avuto un figlio e narra lui stesso, con stupore, come gli sembri strano che la moglie gli sia rimasta accanto.
Non si fa sconti e dice che certo prova vergogna per alcune sue azioni, ma sottolinea anche questo:

I tratti del mio carattere che mi hanno fatto combattere il mondo sono gli stessi che mi hanno permesso di farmi valere.

Ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Educazione di una canaglia dovrebbe stare in ogni libreria degna di questo nome, dovrebbe passare tra le mani di coloro che hanno perduto i loro sogni, dovrebbe essere la lettura di coloro che sono in cerca di speranza, in un mondo nel quale i sogni si pagano a caro prezzo.
Ma ognuno di noi non è mai una sola cosa, mai.
Così è per Edward Bunker, ladro, falsario, rapinatore, truffatore e scrittore.
E quando anche voi lo conoscerete, saranno vostre queste sue parole:

Un fiore di loto è nato dalla melma. E seguita a crescere.

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La guerra di Kate

Ieri la lettura del quotidiano mi ha riservato una piacevole sorpresa: l’attrice inglese Kate Winslet  ha fondato un sorta di partito contro il botox, per dire no all’affannosa quanto inutile ricerca di una bellezza artefatta e fasulla.
Kate Winslet: se penso a lei la vedo sommersa dall’acqua che invade il Titanic, nel disperato tentativo di salvarsi la vita, oppure la ricordo ondeggiare con le braccia spalancate, sulla prua di quella nave, Rose e Jack insieme controvento.
Ma la ricordo anche con gli occhi pieni di lacrime, che vaga sotto la pioggia,  nelle vesti di Marianne Dashwood che rimpiange il suo Willoughby e a lui dedica uno dei più bei sonetti di Shakespeare sull’amore.
E ancora, di lei ho impresso il personaggio che interpretò in “Se mi lasci ti cancello”, un film che parla dell’inevitabilità del sentimento, di come, anche avendo un’altra possibilità, si sarebbe comunque destinati ad amare di nuovo coloro che avevamo scelto nella nostra precedente vita.
E’ stata la moglie borghese di “Revolutionary Road”, ancora accanto a Di Caprio, un capolavoro del cinema che narra l’incomunicabilità della coppia e in “The Reader” ha interpretato una parte non facile, restituendo al pubblico un personaggio di prima grandezza. In questo film la Winslet si mostra senza veli e non sembra certo perfetta, quella che appare sullo schermo è semplicemente una donna, una donna vera.
Mai scontati né banali i film in cui recita Kate, a mia memoria mi sembra abbia sempre fatto scelte originali e di qualità.
E in quel gran carrozzone che è il mondo del cinema, la Winslet è stata spesso biasimata per la sua immagine, era in sovrappeso, si diceva. Lei, a queste insulse critiche, ha sempre reagito con fierezza e intelligenza, non curandosene.
Da donna, io l’ho sempre trovata bella: ha un aspetto sano e luminoso Kate, gli occhi chiari, la bocca naturalmente carnosa, le rotondità femminili nei punti giusti.
E da donna la preferisco a molte altre sue colleghe che a stento si distinguono una dall’altra, proprio a causa dei troppi interventi del bisturi.
Bellezza non è omologazione, affatto, è anzitutto stile, naturalezza e personalità.
E leggendo di Kate e della sua battaglia, mi è subito tornata alla mente una sua illustre omonima, attrice stravagante e di grande talento, difficile da dimenticare: Katherine Hepburn.
E ho pensato, d’istinto a quel suo ruolo dolce e romantico, nel fim “Sul lago dorato”.
Ha le rughe, in quel film, Katherine Hepburn. Sono solchi profondi, sulle guance, attorno agli occhi, sul collo. Ed ha i capelli bianchi, e spesso indossa pantaloni e un cappellaccio. Perchè lì, sul lago dorato, lei e il marito, l’inossidabile Henry Fonda, praticano la pesca e quindi Kate non si acconcia in maniere troppo sofisticate.
E quanto è bella ed espressiva la Hepburn in quel film? Non credo lo sarebbe stata ugualmente, con il volto spianato dal botulino, no di certo.
Il suo viso, in quel film, è una storia, è un libro da leggere, è un amore vissuto insieme a quell’uomo che le cammina sempre al fianco, con passo affaticato, stanco. E’ saggezza, esperienza e vita, tutto lì, sul viso, sugli occhi che si incurvano, sulle labbra increspate, in quei segni inevitabili del tempo e lei, la grande Kate, non ebbe affatto timore di mostrarsi al mondo, così com’era. Anzi nel film, da impareggiabile attrice, accentua la sua immagine di donna anziana e quando parla le trema leggermente il labbro, e freme spesso, nei gesti, nei movimenti.
Ma quanto è unica, in quel film, Katherine Hepburn?
Ora, un’altra Kate ha intrapreso un sua personale iniziativa, alla quale hanno aderito altre due interpreti di grande valore: Emma Thompson, che con la Winslet condivise il set di “Ragione e Sentimento” e Rachel Weisz, splendida interprete della scienziata Ipazia in “Agorà”.
Queste non sono donne qualunque, sono persone che hanno carattere.
E allora, se Kate e le altre vanno alla guerra, io spero che la vincano.
A lei, a Kate Winslet, auguro una lunga carriera costellata di successi.
Avrà anche lei le rughe, un giorno.
Allora spero che ci sarà un regista che si ricordi di Rose, che stava sulla prua della nave con le braccia aperte verso il blu.
Un regista sapiente, di quelli che scrivono film memorabili, uno che sappia vedere, nel viso di una Kate non più giovane la stessa bellezza che lei ha adesso.
Uno che, invece della Hepburn e di Fonda, porti ancora sul grande schermo Leo e Kate: con il volto segnato, con i capelli grigi e i tratti sgualciti dal tempo che passa, ma con la bellezza che ti lascia una vita vissuta con intensità e consapevolezza.

Rosso giungla!

Cosa fanno le donne quando si trovano in un salone di bellezza? Chiacchierano.
E quale sarà mai il loro argomento preferito? Ma gli uomini, ovviamente, in particolare quelli delle altre.
E magari, mentre si fanno laccare le unghie, capita che la manicure sia una che parla troppo.
Parte da questo spunto quello che definirei, senza esitazioni, il mio film preferito: The Women, girato nel 1939 da George Cukor.
E  così, tra donne, parliamone, delle donne.
Sono loro le uniche protagoniste di questo film divertente e spassoso, nel quale si parla di amori, di tradimenti, di matrimoni, di mariti ed amanti, di uomini che non compaiono mai sulla scena ma sono ben presenti nell’immaginario dello spettatore, grazie alla recitazione magistrale delle interpreti.
La protagonista del film è una certa Mary Haines, una donna che si crede felicemente sposata al suo Stefano, del quale è innamorata come il primo giorno, una donna che è moglie e madre esemplare.
La dolce e affabile Mary, interpretata da Norma Shearer, su suggerimento delle amiche, si reca presso un famoso salone di bellezza, per provare lo smalto più alla moda: rosso giungla.
Non per caso viene indirizzata ad Olga, una manicure che non sa tenere a freno la lingua e, inconsapevolmente, le rivela che il suo adorato marito ha un’amante.
L’altra si chiama Crystal Allen ed ha il volto intrigante e sensuale della splendida Joan Crawford.
Crystal è una donna tanto bella quando ambiziosa, che si vanta in giro di aver incastrato un pollo da spennare, e dovreste sentirla, quando parla al telefono con lui, con che voce suadente e con quali artifizi verbali riesce a rigirarselo, con quale consumata malizia si rivolge a lui, inducendolo a fare esattamente ciò che lei desidera.
La povera Mary, sconcertata e affranta, decide così di andare presso la profumeria dove la sua rivale lavora e, cosciente della situazione, prende una decisione ferma quanto sofferta: divorzierà da Stefano, lo lascerà cadere tra le grinfie di Crystal, malgrado lui preferirebbe restare con la moglie, e mai e poi mai vorrebbe compiere un simile passo.
Certi uomini, si sa, mancano di tempra, manca loro il coraggio delle proprie azioni, ciò di cui non difetta  Mary Haines che, decisa nel suo proposito, sale su un treno per Reno, dove finalmente firmerà il divorzio dal marito.
Quante donne ci sono in questo film, tutte indimenticabili, e come incarnano alla perfezione pregi e difetti dell’universo femminile: c’è la moglie fedele, l’arrampicatrice sociale, l’ingenua, la vipera, la donna vissuta, la collezionista di mariti.
E il cast, nella migliore tradizione di Hollywood, è a dir poco stellare: una strepitosa Rosalind Russell interpreta Sylvia Mahlinas, la pettegola di turno, quella che se può spara a zero sulle amiche, una sognante e dolce Joan Fontaine ha il ruolo di Peggy, perdutamente innamorata del marito, l’eccentrica contessa De Lave ha il volto di Mary Boland, e poi, ancora, ci sono Edda Hopper e Paulette Goddard, e Marjorie Main nel ruolo di Lucy, una donna dal piglio deciso e quasi maschile, proprietaria del ranch di Reno presso il quale tutte queste donne si ritroveranno insieme e dove sono giunte con lo scopo comune di ottenere l’agognato divorzio.
E come sono divertenti le loro chiacchiere, com’è allegro il loro cicaleccio.
E poi ci sono gli abiti, i cappellini, i profumi, i grandi magazzini di Manhattan, i ricevimenti, ci sono le bellissime voci dei doppiatori italiani, una per tutte Tina Lattanzi che doppia Joan Crawford.
E c’è un happy end, come si addice ad un film di questo genere.
Come da copione infatti, la dolce, timida Mary, dai sentimenti puliti e dal carattere di ferro, avrà la meglio sulla perfida di Crystal, la quale, malgrado sia riuscita a farsi impalmare da Stefano, lo tradisce.
E sarà proprio la figlia di Stefano e Mary a rivelare alla madre di aver sorpreso la matrigna parlare al telefono con un altro uomo.
E’ una scena unica, impareggiabile, in cui si vede  Crystal, immersa nella vasca da bagno, piena di schiuma fino al bordo. Crystal, con fare annoiato,  fuma e mangia dolcetti, e intanto maltratta la cameriera, ma, quando questa la  lascia sola,  alza la cornetta e si mette ad amoreggiare con il suo nuovo amante, al quale si rivolge con gli stessi toni seduttivi e smielati che un tempo usava con Stefano.
Il film si chiude con l’immagine di Mary Haines che volge le braccia aperte verso il fedifrago pentito e nello sguardo di lei, così aperto e sereno, si legge tutta la grandezza di questa donna, capace di amare, di perdonare e di dimenticare.
Se avete voglia di sognare, di divertirvi e di rivedere voi stesse in queste attrici immortali, guardate questo capolavoro del cinema.
E tenetevi strette le amiche, quelle vere.