5 Maggio 1860: ricordando l’Impresa dei Mille

Accadde in questo giorno, accadde in questa città, da questo nostro mare partì Giuseppe Garibaldi con le sue Camicie Rosse per l’impresa con la quale si fece l’Italia: era il 5 Maggio 1860.
Ben 50 anni dopo la Superba celebrò l’epica ricorrenza in maniera straordinaria, in quel 1910 si tennero grandi celebrazioni, mi è capitato di leggere gli articoli del tempo e sono rimasta stupefatta da tanto clamore, il 6 Maggio il quotidiano Il Lavoro dedicò due intere pagine alla narrazione di quei festeggiamenti.
Quella giornata, raccontano i cronisti, iniziò con discorsi e memorie, erano presenti diverse personalità cittadine ed è riportato un lunghissimo elenco di associazioni di combattenti giunte a Genova per l’occasione.
Parteciparono 60.000 persone, nel cielo di Genova sventolarono oltre 400 bandiere.
E c’erano certe vecchie glorie alle quali tutti tributarono onori: era presente l’anziano garibaldino Giambattista Tassara e c’era anche Domenico Porro, ultimo superstite della Spedizione di Sapri.
Per la città si snodò un lungo corteo, le strade erano gremite di folla: dall’Acquasola a Corvetto un mare di gente, il corteo giunse di fronte al Monumento di Garibaldi in Piazza De Ferrari.

Non mancarono gli omaggi ai monumenti di Giuseppe Mazzini e a quello di Nino Bixio.
E come sempre si ritrova una certa enfasi negli scritti di quel tempo, i racconti sono permeati della fierezza di narrare quei giorni coraggiosi vissuti da giovani animati da alti ideali.
E poi andando a levante delle città, a Quarto, ci si ritrova ancora nei luoghi che furono scenario di quegli eventi.

Non è poi così mutato il panorama, anzi è piuttosto simile a quello che si vede in una cartolina d’epoca.
Gli scogli, il profilo della costa, la memoria di uno dei luoghi nei quali si fece la storia di questa nazione.

Camminando davanti a questo mare troverete una lapide, è stata affissa in questo luogo, sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, luogo dove soggiornò Giuseppe Garibaldi prima della sua partenza.

Le parole che vi si leggono sono di Giuseppe Cesare Abba, scrittore e patriota che narrò in varie maniere quei tempi gloriosi.
Questo è il ricordo di memorabili gesta, memoria di quel 5 Maggio 1860.

Annunci

I mugugni per il monumento a Nino Bixio

Correva l’anno 1890 e a Genova ci si apprestava a celebrare un importante figlio di questa città: il Generale Nino Bixio, protagonista dell’Impresa dei Mille accanto a Garibaldi.
Immaginate il fermento delle grandi occasioni, per rendere onore alla grandezza di questo personaggio si inaugura in sua memoria il monumento a lui dedicato, la statua viene posta in Via Corsica nel quartiere dove abitava il patriota.
Accorre una folla di genovesi, tutti sono curiosi e tutti vogliono vedere il grande Bixio immortalato nel bronzo dall’artista Enrico Pazzi.
C’è grande emozione, la gente si accalca nell’elegante Via Corsica, la strada è adornata con il giusto fasto per rendere omaggio al celebre condottiero.
Ci sono le autorità e i rappresentanti dei vari corpi militari sono pronti alla sfilata, non mancano gli scolaretti delle scuole elementari.
Tutto è pronto, la figura di Bixio sta per essere svelata ai suoi trepidanti concittadini, nel momento cruciale la banda suona una musica solenne, viene calato il telo che copre la statua e un mugugnante brusio si diffonde tra la folla.
E chi è quello sul piedistallo? Bixio? Ma non scherziamo, non gli assomiglia per niente!
E giù mugugni a non finire!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Leggendo le cronache dell’epoca mi sono imbattuta in questo singolare aneddoto, il monumento a Bixio causò discussioni su discussioni.
E insomma, tutti avevano da ridire sulla statua, si mugugnava che quel tale ritto sul basamento non fosse nemmeno vagamente somigliante al grande Nino, i quotidiani cittadini furono piuttosto taglienti, un giornalista del Secolo XIX definì la statua “un reato artistico”, il solito Amedeo Pescio scrisse invece che era “un’opera infelice”.
Effettivamente non saprei dar loro torto, ecco, qui potete osservare l’opera di Pazzi nel dettaglio di questa bella cartolina di Eugenio Terzo.

Tanto per gradire il giorno dell’inaugurazione fu pure funestato dalla pioggia e quindi certe iniziative che erano previste furono rimandate, fu proprio una giornata storta!
E poi il tempo trascorse, passarono gli anni, durante la II Guerra Mondiale la tanto esecrata statua venne colpita e distrutta dalle bombe cadute su Genova.
Così La Superba disse addio a quello sgradito monumento, al suo posto ne venne eretto un altro ben più apprezzato.

Si tratta di un’opera dello scultore Guido Galletti e qui venne posta negli anni ‘50, il monumento osserva la via che termina alle spalle della Basilica di Carignano.

Si tratta proprio della strada dedicata a lui, indiscusso protagonista del nostro Risorgimento.

Coraggioso e indomito, Bixio è ritratto in una posa che esalta la sua figura eroica ed intraprendente.

Celebrato nella giusta maniera nella sua città.

Tra le case eleganti di questo bel quartiere.

Nino Bixio morì lontano dalla sua patria, sull’isola di Sumatra, riposa nel Pantheon di Staglieno insieme a tutti coloro che in modi diversi diedero lustro a questa città.
Nell’Impresa dei Mille c’era Bixio al comando del Lombardo, il nostro era un vero uomo di mare e direi che la statua è apprezzata anche da coloro che il salmastro lo respirano ogni giorno.

Storie di onde, avventure, gabbiani che si librano in volo e poi si posano, storie di spiriti inquieti.

Memoria di Nino Bixio, eroico figlio di Genova.

Le figurine Liebig: Garibaldi e la Spedizione dei Mille

Come da consuetudine anche quest’anno dedico un articolo al ricordo di un giorno importante per la nostra nazione: 5 Maggio 1860, i piroscafi Piemonte e Lombardo partono dallo scoglio di Quarto, Garibaldi e i suoi Mille stanno per scrivere una pagina della nostra storia.
Da appassionata delle vicende risorgimentali naturalmente ho diversi libri sull’argomento e in un testo interamente dedicato all’Eroe dei Due Mondi ho trovato una notizia curiosa.
Nel lontano 1910, per celebrare i 50 anni dell’Impresa dei Mille, la Liebig diffuse una serie di figurine dedicate all’epopea degli ardimentosi in camicia rossa.
E così sono andata a sfogliare gli album che mi ha lasciato mia nonna, chissà se tra tanti cartoncini riposti con cura ci sono anche quelli?
Ed eccole qui le sei celebri figurine, non saprei trovare maniera più originale per celebrare il nizzardo e coloro che lo seguirono.

Garibaldi (7)

Un tondo con una cartina nell’angolo destro, un momento saliente di quegli anni, la data e la descrizione dell’evento rappresentato.
Dopo la partenza da Genova, i nostri temerari sbarcano a Marsala.

Garibaldi

Ed è ricordata una celebre battaglia: avvenne a Calatafimi, il 15 Maggio 1860.

Garibaldi (2)

Ogni figurina racconta una storia, sul retro vi sono alcune righe che spiegano l’evento a cui si riferisce il disegno, non manca pertanto una precisa narrazione di ciò che accadde.

Garibaldi (3)

Il mare luccica, le nuvole percorrono il cielo e Giuseppe Garibaldi parla ai suoi uomini, tutti sono pronti ad eseguire i suoi comandi, questo è il passaggio dello Stretto di Messina.

Garibaldi (4)

Le figurine celebrative mettono in risalto la grandezza e il trionfo dell’eroe, accolto dal giubilo della folla.
E mi vengono alla mente certe memorie di coloro che lo conobbero, il suo carisma era trascinante.

Garibaldi (5)

L’ultima figurina della serie è dedicata ad un celebre combattimento che terminò con la vittoria di Garibaldi e dei suoi uomini, si tratta della Battaglia del Volturno.
Non mi sono dilungata di proposito sui singoli momenti storici ma ognuno di essi naturalmente meriterebbe di essere illustrato in maniera approfondita.
Ricordo così il tempo del coraggio di coloro che hanno mutato il corso della nostra storia costruendo la nostra nazione, le loro gesta sono immortalate sulle Figurine Liebig pubblicate per il 50° Anniversario della Spedizione dei Mille.
È la memoria di ciò che ebbe inizio quel giorno, il 5 Maggio 1860.

Garibaldi (6)

Simone Schiaffino, l’Alfiere dei Mille

Questa è la storia di un ragazzo di nome Simone, nel suo luogo d’origine si conserva viva la memoria di lui e del suo coraggio.

Camogli (2)
Simone Schiaffino, figlio di un capitano marittimo, nasce a Camogli nel 1835, sulla passeggiata del caratteristico borgo ligure c’è ancora la sua casa.

Simone Schiaffino (6)

Quel mare tempestoso è il suo destino, ha appena 11 anni quando si imbarca come mozzo, a 19 è un giovane uomo di grande esperienza e come suo padre è divenuto capitano.
Sulla lapide che sovrasta la sua dimora natale si legge che lui fu l’Alfiere dei Mille, Simone lo divenne con grande onore.

Simone Schiaffino (5)

Di animo appassionato e di spirito vivace, animato da amor patrio, Simone Schiaffino si unisce alla causa patriottica e in diverse circostanze si distingue per il suo valore, nel 1859 è tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, nella Seconda Guerra di Indipendenza.
E poi è ancora Garibaldi che lui seguirà nell’ Impresa dei Mille con la quale venne fatta l’Italia.
È un ragazzo, un ragazzo dall’animo semplice e fiero.

Simone Schiaffino (4)

Camogli

Chi parla di lui? Chi ha tramandato i tratti della sua persona e il suo carattere?
Lo hanno fatto i suoi compagni d’avventura, giovani altrettanto temerari, primo tra tutti Giuseppe Bandi.
È la fine d’aprile del 1860, a Villa Spinola i volontari fremono, aspettano il momento tanto atteso ma certe notizie ritardano la partenza che muterà il corso della storia.
E così scrive Giuseppe Bandi:

Nell’anticamera non eravamo se non io e un bel giovine di Camogli, con due grandi occhi azzurri spiranti un ineffabile senso di simpatia.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

Quel ragazzo è Simone Schiaffino, è deluso e lascerà la stanza con gli occhi bagnati di lacrime salutando il Generale Garibaldi con voce tremula.
Tenace e indomito ragazzo di Camogli, è vicino il giorno del tuo coraggio.

Simone Schiaffino (2)

Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

È il 5 Maggio 1860, i Mille lasciano Quarto, i piroscafi della Società Rubattino sfidano le onde del mare.
Garibaldi è a bordo del Piemonte, il nostro giovane Simone è invece imbarcato sul Lombardo, è timoniere di Nino Bixio insieme ad Adolfo Azzi da Trecenta di 23 anni.
Ragazzi coraggiosi che hanno lasciato il segno, di Simone Schiaffino parla anche Giuseppe Cesare Abba, questo è il ritratto da lui delineato:

Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare che pareva andasse studiando Garibaldi per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Un viaggio per mare, un viaggio che conduce incontro al destino.
Lungo le coste d’Italia, fino in Sicilia.
Giunge il 15 Maggio, è il giorno dell’eroica battaglia di Calatafimi.

Simone Schiaffino (3)Monumento a Simone Schiaffino – Camogli

E c’è un testimone, è ancora Giuseppe Bandi a raccontare cosa accade: la battaglia infuria, è fumo, coltelli, sassi e sangue che scorre.
Vicino a Bandi c’è un piccolo gruppo di garibaldini: un certo Elia, il figlio di Garibaldi Menotti e Simone Schiaffino.
Lui, Simone, porta il tricolore, alcuni sostengono che si trattasse della bandiera riccamente decorata cucita dagli italiani emigrati a Valparaiso e da loro donata a Garibaldi nel 1855.
Lo scontro con i borbonici non tarda ad arrivare, Bandi definisce i suoi compagni I tre Moschettieri, scrive che combatterono strenuamente con le carabine e poi ricorsero alle baionette.
Me ne rammento come in un sogno, sottolinea Bandi.
Sventola fiero il vessillo che Simone ha tra le mani, i cacciatori borbonici danno l’assalto per strapparglielo e Bandi getta un urlo disperato: Salviamo la bandiera!

Museo del Risorgimento (37)

Tricolore esposto all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento 

Sono momenti di tragica concitazione, sono gli ultimi istanti di vita di Simone Schiaffino che muore trafitto in pieno petto da un colpo di fucile.
E ancora Bandi scrive:

Schiaffino cadde indietro, sollevando in alto, nel cadere, la bionda e lunga barba, e lasciò la bandiera, che in mezzo a grida di giubilo, sparì dai miei occhi.

Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua

I tratti di Simone Schiaffino sono effigiati nella statua a lui intitolata nella sua Camogli, sul basamento sono incise le memorie delle sue imprese e le parole del Generale Garibaldi al quale il giovane era molto caro.

Simone Schiaffino (9)

Simone Schiaffino (7)

Superbo nocchiero del Lombardo, come lo definì Abba, morì a soli 25 anni in nome di un ideale nel quale credeva con ferma passione.
Un patriota indomito, Simone Schiaffino è ritto nella piazza a lui intitolata, alle sue spalle c’è il mare che lo vide nascere.
Nella mano stringe la nostra bandiera, eroico Alfiere dei Mille che cadde per difenderla.

Simone Schiaffino

5 Maggio 1860, Rose Montmasson con le Camicie Rosse

C’era un certo movimento in quei giorni di maggio nella Superba.
Ne narra Giacomo Oddo, suo è un libro che ci riporta a quei momenti epici e alle storie di quegli uomini in camicia rossa che seguirono Giuseppe Garibaldi nella sua impresa.
E alla vigilia della partenza un moto insolito notavasi per le strade di Genova, così scrive l’autore nel suo testo I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie.
Erano visi nuovi, giovani pieni di spirito e di vita, queste parole restituiscono il ritratto di quelle figure eroiche.

Garibaldini

Fotografia esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano

Tra coloro che partiranno c’è anche Francesco Crispi, futuro Presidente del Consiglio.
Crispi ha una moglie, lei è originaria della Savoia e il suo nome è Rose Montmasson, detta poi Rosalia.
I due si sono incontrati nel 1849 a Marsiglia, dove lui era in esilio, la giovane è lavandaia e stiratrice, Rosalia è una donna del popolo.
E ancor prima di divenire sua moglie lei seguirà il suo uomo ovunque, ne condivide le idee e gli ideali.
E’ con lui a Malta, dove Crispi viene esiliato, è al suo fianco a Parigi dove si compie il complotto di Felice Orsini e poi ancora è a Londra, da Giuseppe Mazzini.
Sono anni di fermento, Rosalia è una donna coraggiosa e non conosce timori.
Eccola a Genova, il 4 Maggio del 1860, davanti al mare che bagna lo scoglio di Quarto.

Quarto

Rosalia vuole partire, vuole imbarcarsi con le Camicie Rosse.
Lui, Francesco Crispi, le dice che Garibaldi non vuole donne a bordo ma la sua compagna non si perde d’animo e fieramente si rivolge a Garibaldi in persona.
Scrive Giacomo Oddo che lui le porse la mano e le disse queste parole:

Venite dunque se così vi piace; ma ricordatevi che vi esponete a grave rischio e pericolo, e che io non posso risponder di nulla.

Garibaldi (2)

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E giunge il 5 Maggio, narra Oddo che nelle case e nelle osterie di Genova si udivano le voci di reciproco incoraggiamento tra coloro che si apprestavano a partire, l’impresa era vicina.
E tra i molti che lasciano le rive di Liguria c’è anche Rosalia Montmasson che indossa abiti maschili.
Per lei Oddo spende parole generose, narra che al tempo della spedizione di Rosalino Pilo, nel marzo 1860, fu lei ad assumersi il compito di portare lettere e dispacci in Sicilia per avvisare i sostenitori della causa di quanto stava per avvenire.
E nell’impresa dei Mille, unica donna tra tanti valorosi, darà prova del suo coraggio, a Calatafimi combatte a fianco degli uomini ma è anche l’angelo consolatore che soccorre i feriti e se ne prende cura.
Scorreranno gli anni, la sua vita si separerà da quella di Crispi, la loro storia verrà anche sopraffatta dallo scandalo, Crispi avrà accanto un’altra donna che sposerà e verrà accusato di bigamia, anche gli amori più intensi possono terminare nel peggiore dei modi.
In questo giorno ho voluto ricordare la figura di lei e le sue virtù delle quali Rosalia diede dimostrazione in quei giorni durante i quali venne fatta l’Italia.
E la ricordo con le parole che Oddo scrisse per lei, Rosalia Montmasson, l’unica donna che partì con le Camicie Rosse di Garibaldi.

… disinteressata, piena di coraggio, ardita più di quanto in donna soglia accadere, dall’anima vivace, anzi di fuoco, dalla parola pronta, dall’animo schietto, nata alla libertà ed all’indipendenza…

Divise

Divise dei garibaldini Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

5 Maggio 1860, le Camicie Rosse di Garibaldi

Strana coincidenza di date! Partiremo stasera.
Chi fra quanti siamo qui non ripensa che oggi è l’anniversario della morte di Napoleone?

Quarto, presso Villa Spinola
5 Maggio, a un’ora della notte

A scrivere queste parole, in una Villa situata nel levante cittadino, è Giuseppe Cesare Abba, uno dei Mille, uno di coloro che  partirono al seguito di Garibaldi, quel 5 Maggio 1860.
E trovate il resoconto di quelle vicende in Da Quarto al Volturno, noterelle di uno dei Mille, il testo che Abba ha lasciato ai posteri in memoria di quell’impresa dalla quale nacque la nostra nazione.
Giulio Cesare Abba è uno scrittore appassionato, rileggo spesso quelle pagine così dense di vibrante partecipazione e l’anno scorso, in occasione del 5 Maggio, vi portai a conoscere l’Albergo del Raschianino, dove Abba soggiornò insieme ai suoi compagni prima della partenza, qui trovate l’articolo al quale mi riferisco.

Caricamento - I Mille

E torniamo a quei giorni luminosi, a quei giovani desiderosi di prendere il mare.
Abba si imbarcherà sul Lombardo, al comando c’è Nino Bixio e il nostro autore annota con un certo rammarico che quelli del Piemonte sono più fortunati, a bordo insieme a loro c’è il Generale Garibaldi!

Garibaldi (2)

Opera conservata all’Istituto Mazziniano –  Museo del Risorgimento

Le memorie dei garibaldini sono emozionanti e pare davvero di esserci, a Porta Pila, mentre Abba e gli altri passano tra donne del popolo che hanno gli occhi umidi di lacrime.
Si cammina, verso il levante, verso quella villa che ai nostri tempi ospita il Museo Garibaldino di Quarto.
E il caldo picchia e la strada di Quarto è gremita di gente.
E le voci alzano, Abba vi porta proprio lì, tra quelle persone in trepida attesa.

La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora!
Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova.
Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui!

Garibaldi

Opera conservata all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

E’ semplice e coinvolgente la scrittura di Abba, lui è un cronista che ha l’anima in punta di penna.
E vi accompagna verso gli scogli, dove scese Giuseppe Garibaldi seguito da alcuni dei suoi.
E intanto giovani pronti a combattere salutano i padri e i fratelli, si narra di una madre venuta da molto lontano per cercare suo figlio, l’hanno vista correre di qua e di là, per Genova, alla disperata ricerca di lui.
E sì, quando lo trovò con tutto il suo amore materno pregò il figlio di desistere dall’impresa ma lui fu irremovibile e la donna tornò a casa da sola.

Divise

Divise e armi dei Garibaldini
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Si parte, a bordo del Piemonte e del Lombardo, si possono  sentire tutti i dialetti, molti dei presenti sono giovani ma non manca qualcuno più in là negli anni.
E tra loro ci sono nomi da non dimenticare.
Tra i tanti c’è anche quel professore di lettere, amico di Mazzini, finito in galera per l’impresa di Carlo Pisacane.
Si chiama  Francesco Bartolomeo Savi e qui trovate la sua storia, Abba lo definisce modesto e taciturno e così scrive: si vede che è amato e cercato, chi non sa chi sia gli passa rispettoso vicino e lo saluta.

Divise (2)

Giubba e armi dei Carabinieri Genovesi
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

I Carabinieri genovesi hanno un capitano, Antonio Mosto.
E ancora Abba non risparmia gli aggettivi: una bella testa di filosofo antico, di modi e di fisionomia austero, coraggiosissimo.
Il libro di Abba è un viaggio nel viaggio, Genova è la città dalla quale partirono gli uomini di Garibaldi, Genova è la città del Risorgimento.

Armi

Armi e Sciabole appartenute ad Antonio Mosto
Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Le immagini che avete veduto sono state scattate al Museo del Risorgimento, uno dei luoghi dove si può ripercorrere diversi eroici momenti della storia di Genova e della nostra nazione.
E lì, nel Museo situato nella casa natale di Mazzini, trovate una sala dedicata al monumento che venne eretto per celebrare il cinquantenario dell’impresa dei Mille.

Museo del Risorgimento (40)

Opera esposta all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

E potrete anche vedere il bozzetto con il quale lo scultore Eugenio Baroni vinse il concorso che era stato indetto nel 1910, questo è il monumento che si può ammirare a Quarto.

Monumento di Quarto

Opera esposta all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Fu inaugurato nel 1915, davanti al mare dal quale partirono gli uomini guidati da Giuseppe Garibaldi.

Monumento ai Mille

E al Museo  c’è un manifesto che ricorda i giorni di quell’inaugurazione, per l’occasione le Ferrovie offrirono condizioni speciali!

Monumento di Quarto - inaugurazione

Manifesto esposto all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento

Genova commemora quei giorni di primavera che determinarono l’Unità d’Italia con una serie di eventi: celebrazioni, conferenze e incontri di sicuro interesse.
Dallo scoglio di Quarto al Museo del Risorgimento, le Giornate Garibaldine si svolgono dal 4 al 14 Maggio, qui trovate il programma completo.
Di fronte al quel mare che luccica e davanti a quegli scogli lambiti dalle onde c’è anche il Memoriale dei Mille, dove si possono leggere i nomi di tutto coloro che presero parte all’impresa.

Quarto

Tra loro, tra gli uomini in Camicia Rossa, c’era anche lui,  Giuseppe Cesare Abba.
Era il 5 Maggio 1860.

L’ordine del giorno ci ribattezza Cacciatori delle Alpi, con certe espressioni che vanno dritte al cuore.  Non ambizioni non cupidigie; la grande patria sovra ogni cosa, spirito di sagrificio e buona volontà.

7 Maggio, in mare
Giuseppe Cesare Abba –  Da Quarto al Volturno, Noterelle di uno dei Mille

I Mille

Nelle sale del Museo del Risorgimento

A Genova c’è un Museo che racconta una parte importante della storia della Superba e della nostra Italia.
Vengono da questa città molti dei protagonisti del nostro Risorgimento, questa è la città di Mazzini, di Mameli e dei fratelli Ruffini.
E questa è la città dalla quale Carlo Pisacane partì  per la sua impresa che terminò in un bagno di sangue.
Il Museo del Risorgimento è uno dei luoghi da non perdere, qui si ripercorre il cammino della nostra nazione.
Il Museo si trova in un un edificio che è un vero e proprio simbolo di quel periodo storico, la casa natale di Giuseppe Mazzini.

Casa di Mazzini 3

Qui dove egli vide la luce, una targa è posta in suo ricordo.

Casa di Mazzini

Qui si rivivono quei giorni, tra opere d’arte e cimeli risorgimentali.

Casa di Mazzini 1

Porgo un ringraziamento particolare alla Dottoressa Raffaella Ponte, Direttrice del Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano, per la sua cortese disponibilità nel consentire la diffusione delle immagini.
Non sempre nei musei è permesso fotografare ed è davvero peccato, un racconto per immagini è  immediato e diretto,  è una  bella maniera per far conoscere certi tesori del passato, in questo caso è stato possibile e così vi porto con me sulle tracce dei patrioti.
Un percorso che parte da lontano, dall’epoca del piccolo Balilla.
La rivolta della gente di Portoria contro gli austriaci e i quadri che ritraggono quei momenti di furore.

Museo del Risorgimento (2)
Proclami, documenti, oggetti dell’epoca, si prova una certa emozione ad osservarli al di là del vetro.
Qui sotto, a sinistra, vedete il puntale che era posto sull’asta della bandiera di Balilla, a destra la lancia di una bandiera austriaca, trofeo di guerra strappato al nemico.

Museo del Risorgimento (6)

Emozione e coinvolgimento, quando ci si trova davanti a un triste reperto del passato.
Risale al 1800, al tempo del blocco di Genova, quando la città fu assediata dalle forze anglo-austriache e a Genova non giungevano più approvvigionamenti.
E’ una pagina cupa della nostra storia, allora molte persone morirono per la fame, ci si nutriva con quel che si trovava e si faceva un pane di colla, crusca, mandorle peste e miele.
Vedrete una macina e un tozzo di pane giunto fino a noi che fu conservato dal padre dello storico Marcello Staglieno.

Museo del Risorgimento (4)

E’ duro e faticoso il percorso della storia, ha il volto di alcuni personaggi carismatici capaci di trascinare le folle con la forza delle loro idee, ha il volto pensieroso e intenso di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento

 Qui ci sono i suoi libri, il suo calamaio, le sue lettere, i suoi abiti, gli oggetti della sua quotidianità.

Museo del Risorgimento (3)

Ci sono i ritratti dei suoi sodali e di coloro che lo sostennero, dal suo amico fraterno Jacopo Ruffini a quella madre che tanto lo amò.

Museo del Risorgimento (7)

Un museo dove si incontrano volti che non dovremmo dimenticare, visi che dovrebbero esserci cari di persone che ebbero la potenza del pensiero e nessun timore di sacrificarsi.

Museo del Risorgimento (8)
Questo è Carlo Pisacane, l’eroe di Sapri.

Museo del Risorgimento (9)

E questa è l’indomita e appassionata Cristina di Belgioioso.

Museo del Risorgimento (11)

La storia la fanno gli uomini e le donne e numerose furono coloro che diedero il loro sostegno alla causa mazziniana, ad esempio la genovese  Laura Di Negno Spinola, figlia del Marchese Di Negro.

Museo del Risorgimento (10)

Nelle vetrine sono esposte lettere, fotografie, cimeli di vario genere.

Museo del Risorgimento 11a

Armi, abiti, documenti, i titoli di studio di Giuseppe Mazzini.

Museo del Risorgimento (12)

E qui una lapide ricorda che egli nacque proprio in questa stanza.

Museo del Risorgimento (13)

Un foglietto scritto di suo pugno.

Museo del Risorgimento (16)

Qui tutto parla di lui, della sua vita e delle sue vicende.

Museo del Risorgimento (17)

I ritratti, le sue lettere, le sue fotografie.

Museo del Risorgimento (14)

E un cimelio di grande pregio, sapete cosa c’è su questo foglio?
E’ il cifrario della Giovine Italia, questo era di Goffredo Mameli ed è un alfabeto segreto che veniva usato per scrivere messaggi che non dovevano essere compresi dalle autorità.

Museo del Risorgimento (18)

Dio e Popolo, le parole di Mazzini.

Museo del Risorgimento (19)

Il suo cappello, le sue bretelle, conservate gelosamente.

Museo del Risorgimento (20)

Un panno appartenuto a Carlo Cattaneo, caro ricordo conservato da Mazzini, venne usato per avvolgere la salma di Cattaneo, in seguito la salma di Mazzini stesso e infine quella di Maurizio Quadrio.

Museo del Risorgimento (21)

E poi ancora, al piano superiore, continua il viaggio nella storia d’Italia.

Museo del Risorgimento (34)

E c’è una musica che vi accompagna, risuona in tutte le stanze, su per le scale, in ogni angolo di questo edificio.
E’ questa musica, Il canto degli Italiani, il nostro inno, parole di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro.

Museo del Risorgimento (23)

Emozione intensa, suonava il suo inno e io avevo lì, davanti agli occhi, l’ultima lettera che Mameli scrisse a sua madre.

Museo del Risorgimento (24)

Ricordi degli uomini che hanno fatto l’Italia, questo piano è dedicato alle imprese di Giuseppe Garibaldi.

Museo del Risorgimento (25)

E ci sono i suoi cimeli, armi e oggetti di sua proprietà.
Una sua camicia e accanto il ritratto della donna dell’eroe, Anita.

Museo del Risorgimento (26)

Ricordi patriottici di un altro tempo.

Museo del Risorgimento (27)

E testimoni di giorni duri e dolorosi, come questo frammento di una palla di cannone risalente al 1849, rinvenuto in una casa di Genova.

Museo del Risorgimento (28)

L’Italia e gli uomini che l’hanno fatta, vastissima la collezione di divise garibaldine, tuniche e giubbe.
Tra le altre c’è la divisa di Antonio Burlando.

Museo del Risorgimento (29)

E visi, volti e vicende di italiani.

Museo del Risorgimento (30)

E poi tricolori, bandiere e decorazioni militari.

Museo del Risorgimento (31)

L’Italia delle Camicie Rosse e dell’Impresa dei Mille, ci sono sciabole, fucili e pistole, impossibile elencare ogni oggetto, sarà interessante scoprirli con i vostri occhi.

Museo del Risorgimento (32)

Celebri dipinti di importanti momenti storici, questo ricorda Mentana.

Museo del Risorgimento (22)

Numerosi oggetti appartenuti a Giuseppe Garibaldi in una vetrina.

Museo del Risorgimento (21a)

Ci sono persino le sue bocce.

Museo del Risorgimento (35)

E il suo viso spavaldo e fiero nei quadri che lo ritraggono.

Museo del Risorgimento (36)

E poi ancora, un’intera sezione è dedicata ai Carabinieri genovesi e qui troverete ancora altre divise ed altre armi, alcune di esse sono appartenute ad Antonio Mosto e a Francesco Bartolomeo Savi.

Museo del Risorgimento (38)

E mi è capitato di soffermarmi a leggere la targhetta su un fucile.
Spedizione dei Mille, 5 Maggio 1860,  sbarco a Marsala 11, Calatafimi il 15.
Resa inservibile da una seconda palla a Palermo.
Brivido.

Museo del Risorgimento (39)

C’è una sezione dedicata alla musica risorgimentale e in un’intera stanza sono raccolti documenti che riguardano il Monumento dei Mille a Quarto.

Museo del Risorgimento (40)

Il Museo del Risorgimento si trova in Via Lomellini, nel cuore del centro storico di Genova, qui trovate il sito con tutte le informazioni utili per la visita.
Sì trova nella casa dell’esule Giuseppe Mazzini che per tanto tempo fu lontano dalla sua città.
Qui si rivivono le gesta di chi ci ha preceduto di chi ha combattuto per la nostra bandiera e per l’Unità della nazione, è l’Italia dei patrioti del nostro Risorgimento.

Museo del Risorgimento (33)

5 Maggio 1860, le Camicie Rosse all’Albergo del Raschianino

5 Maggio 1860, i Mille di Garibaldi lasciano Quarto e si apprestano a compiere un’impresa che unirà l’Italia.
Vi ho già mostrato lo scoglio dal quale partirono le Camicie Rosse, lo trovate cliccando qui.
Questa è la città dei patrioti, la città di Mameli e Mazzini, la città che ospitò Pisacane e che diede rifugio a molti esuli e sono numerosi i luoghi del Risorgimento, ad alcuni di essi non viene dato nessun risalto.
E oggi vi porto a quei giorni, in uno di questi posti.
E non siamo soli, camminiamo per la città insieme a un giovane uomo: ha 22 anni ed è originario di Cairo Montenotte.
E’ arrivato da Parma, anche lui parteciperà all’impresa di Garibaldi!
Annota i suoi ricordi e così scrive:

Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta da fuori. Sorte che, lungo i portici di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che indovinando, senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo.
La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d’Italia.

Queste sono le memorie di Giuseppe Cesare Abba, parole che potrete leggere nel suo Da Quarto al Volturno – Noterelle di uno dei Mille.
Ma il luogo di cui parla dove si trova?
Tutti i genovesi conoscono la piazza sulla quale affaccia quello che un tempo fu il glorioso Albergo del Raschianino o della Felicità.
E anche i turisti ci passano davanti perché è proprio a due passi dall’Acquario, osservate la palazzata di Caricamento, un targa è situata proprio sopra l’edificio rosa.

Caricamento

Il Raschianino, qui si riunivano i volontari che sarebbero partiti sul Piemonte e il Lombardo al seguito del Generale Garibaldi.

Caricamento - I Mille

Tra i tanti accorsi a Genova c’è anche un ventiseienne, il suo nome è Giuseppe Bandi  e anche lui passerà in quell’albergo.
E a leggere le sue parole pare di vederla la Superba piena di giovani di belle speranze animati da un ideale comune:

Genova formicolava di gente; colà rividi ed abbracciai parecchi amici, e feci allegramente baldoria, pensando, tra le altre cose, che quella baldoria poteva essere l’ultima che godessi su questa terra.
Andatomene, ad ora tardissima, all’albergo, dopo aver cenato nel celebre Raschianino dove in quei giorni ebbero tavola e segreteria parecchi dei più intimi generali…

(Giuseppe Bandi – I mille)

Ricordi di un italiano che c’era, in quei giorni di maggio, al Raschianino.

Il Raschianino

Giuseppe Bandi che scrive di madri e padri venuti a salutare i loro figli e sono baci e fazzoletti che sventolano, abbracci e mazzi di fiori.
E narra di Garibaldi con il poncho e il cappello in mano mentre la folla muta osserva in silenzio, uno solo proferisce parola: è un attempato siciliano e i suoi quattro figli sono al seguito del Generale.
Il vecchio profetizza una vittoria trionfale e così sarà.
Giuseppe Bandi che ricorda le giornate trascorse in questa città e narra un suggestivo episodio.
Le donne genovesi portano le ceste cariche di carciofi da vendere al mercato, le tengono sul capo come usava a quel tempo.
Il giovane Bandi e il suo amico Ignazio Occhipinti hanno fame: mangeranno carciofi crudi a sazietà.
E quando i due compagni di avventura si rincontreranno ogni volta Occhipinti si rivolgerà a Bandi con questa esclamazione:

 “O Bandi, ti rammenti i carciofi?”

 Memorie di giovani che portarono una camicia rossa, molti di loro passarono dal Raschianino a Caricamento.
Non c’è un museo in quell’edificio, penso ci sia un’abitazione privata.
E non c’è un museo nella casa natale di Goffredo Mameli e nulla ricorda che in Piazza Valoria aveva il suo studio Alessandro Pavia, il fotografo che immortalò i Mille.
Lungo è l’elenco dei luoghi del Risorgimento che andrebbero rivalutati e riscoperti, oltre a essere una risorsa culturale e turistica lo riterrei un giusto tributo alla nostra storia e al nostro passato.
Ognuno ha la propria maniera di ricordare questo giorno, io ho scelto di portarvi al Raschianino, albergo che chiuse i battenti nel 1920.
E da ultimo vi regalo un’immagine, è tratta da un vecchissimo libro con le pagine ingiallite che ho acquistato su un mercatino.
E’ una bella faccia di italiano, un signore anziano dallo sguardo fiero e con dei folti baffi bianchi: questo è Giuseppe Cesare Abba di Cairo Montenotte.
Aveva 22 anni quando salpò dallo scoglio di Quarto, era il 5 Maggio 1860.

Giuseppe Cesare Abba

Francesco Bartolomeo Savi, apostolo del pensiero italiano

La storia di un uomo, un eroe dimenticato.
Giornalista, patriota e mazziniano.
Francesco Bartolomeo Savi era nato nel 1820 da una famiglia poverissima, suo padre, morto quando Savi era ancora bambino, era uno straccivendolo, sua madre una popolana.
Il giovane Savi, pur disponendo di scarsi mezzi, si dedica allo studio, la filosofia è la sua inclinazione.
Per mantenersi impartisce lezioni private, la sua formazione è dovuta alla sua grande volontà, al desiderio di sapere e di conoscere, malgrado la povertà gli impedisca di completare studi universitari.
Ma Savi è caparbio, ha quell’intelligenza ricca di curiosità che distingue i grandi dai mediocri.
A soli vent’anni gli viene offerta la cattedra di lingua greca presso un liceo di Lugo, lui la rifiuta, per non lasciare sola la sua anziana madre; continua a mantenersi con le lezioni, è un maestro ricercatissimo tra le famiglie abbienti, a lui è affidata l’educazione dei loro figli.
Francesco accumula libri, la sua biblioteca è fitta di edizioni rare, la cultura è la sua ricchezza.
Scrive poesie, tragedie, senza far vanto del proprio talento.
E viene il 1849, anno della caduta della Repubblica Romana voluta da Giuseppe Mazzini.
Savi ha sviluppato un senso di patriottismo che lo porta a mettersi in prima linea, in nome degli ideali di Dio e Popolo.
Fonda così, nel 1851, la Società del Tiro a Segno: sembra un circolo dove imparare a sparare, in realtà è un luogo di addestramento per i futuri rivoluzionari.
Ci si esercita al tiro con la carabina al Lazzaretto della Foce, qui si formeranno i tiratori scelti del Corpo dei Carabinieri, e tra gli iscritti troviamo i grandi nomi del nostro Risorgimento: tra gli altri Antonio Gavotti, Nino Bixio, Antonio Mosto, presidente onorario è Giuseppe Garibaldi.
Francesco Bartolomeo è un uomo del popolo, uno che viene dal basso e si è fatto strada grazie alla propria forza di volontà.
E’ lui a fondare la prima associazione operaia di Mutuo Soccorso, è operoso, instancabile, va tra la gente e in nome della sua fede liberale e del suo credo nell’uguaglianza, insegna a leggere e scrivere a quel popolo che, per poter far valere i propri diritti, dev’essere istruito.
Scrive, e i suoi scritti sono densi di passione e patriottismo, il figlio dello straccivendolo diventa direttore di un giornale di stampo mazziniano, L’Italia e il Popolo.
E sono i patrioti coloro che lui frequenta, Savi è nel gruppo dei genovesi che sostengono Carlo Pisacane e quando la spedizione di quest’ultimo, nel giugno del 1857, finisce in una sanguinosa disfatta a Sapri, a Genova la polizia opera un’ondata di arresti tra coloro che sono ritenuti pericolosi per la stabilità e l’ordine pubblico.
E’ il 2 Luglio del ’57, Savi è in casa sua, in Vico Colalanza, al nr 4.
Sta bruciando lettere e documenti compromettenti, la polizia fa irruzione e lo arresta.

Vico Colalanza

Lo accusano di essere un fomentatore del popolo, è amico di Mazzini ed è coinvolto con i rivoluzionari, lo condannano così a dieci anni di lavori forzati, ma ne sconterà solo uno, graziato dall’amnistia del 1859.
E vengono altri anni, altre giornate luminose e in quel 5 Maggio del 1860, sullo scoglio di Quarto, tra le camicie rosse al seguito di Garibaldi c’è anche Bartolomeo Savi, divenuto tenente dei Carabinieri.
Giuseppe Cesare Abba nel suo testo Da Quarto al Volturno, noterelle di uno dei Mille  tratteggia un vivido ritratto di Savi e così lo descrive:

Quell’uomo dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche più giovane, è un professore di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l’anno scorso. … Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma si vede che è amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso e lo saluta.

Combattente e giornalista dal fronte, sue le cronache delle battaglie nel sud dell’Italia, da Palermo a Milazzo, Savi è  in prima linea con la penna e con il fucile, ma a Calatafimi riporta una brutta ferita al petto.
Alla fine del 1860 torna a Genova, alla sua vita di intellettuale, e il suo impegno ancora si profonde per quelle società di Mutuo Soccorso che aveva contribuito a fondare, nel 1864 dà vita al Giornale delle Associazioni Operaie.
La sua salute, già precaria e instabile, lo sta abbandonando, la disillusione per le vicende politiche lo amareggia.
E’ la sera del 29 Marzo 1865.
Savi passeggia con un amico, si lasciano con l’intesa di ritrovarsi il giorno successivo alla società del Tiro a Segno.
Il giorno dopo, non vedendolo arrivare, gli amici si precipitano a casa sua, aprono la porta e lo trovano accasciato sulla spalliera del letto, trafitto a morte da un colpo di pistola che lui stesso si era sparato in pieno petto.
Agostino Bertani, nell’elogio funebre dedicato a Savi, userà per lui queste parole:

Francesco Savi, fratello di ogni generoso, amico d’ogni sofferente, egli capo fila, egli portabandiera della democrazia in Genova, tutto a un tratto si spense.

Oggi è il 5 Maggio, tra quelle camicie rosse c’era anche lui, il professore, ed è lui che voglio ricordare in questo anniversario.
Un eroe, forse poco conosciuto e dimenticato, un uomo che aveva fatto dei suoi ideali la propria ragione di vita.
Un uomo del popolo, nato e cresciuto nella zona di Ravecca.
Quando siete da quelle parti, cercate Vico del Dragone, al civico nr 7, casa natale di Bartolomeo Savi, troverete una lapide che ricorda le sue imprese e il suo credo.

Nacque in questa casa,
il VI gennaio MDCCCXX
Francesco Bartolomeo Savi
carcerato per tentativo del 1857
prode dei Mille
apostolo della fede mazziniana
sino alla morte
XXX marzo MDCCCLXV
nel vigesimo anno di Roma liberata
il Circolo del pensiero.

Francesco Bartolomeo Savi, giornalista, eroe e mazziniano, riposa a Staglieno, accanto ai protagonisti del nostro Risorgimento, poco distante è sepolto Giuseppe Mazzini.
Apostolo del pensiero italiano, così si legge sulla sua tomba.
Un angelo protegge il sonno di questo animo inquieto ed appassionato.

5 Maggio 1860, i Mille e lo scoglio di Quarto

Al far del giorno, tutto era a bordo.
L’ilarità del pericolo, delle venture e della coscienza di servire la causa della patria, era sulla fronte dei Mille!
Erano Mille, quasi tutti Cacciatori delle Alpi…gli stessi Mille che si presentarono due volte, chiamati in Genova, e che mille volte si presenteranno, ove si tratti di dar la vita all’Italia!
Belli…erano quei miei giovani veterani della libertà italiana; ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di tentare ogni cosa.

 Giuseppe Garibaldi, Memorie

Erano Mille, venuti da tutta le regioni del Nord.
La maggior parte di loro proveniva dalla Lombardia, molti erano i liguri e i piemontesi.
Tra di loro anche una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Francesco Crispi.
Si narra che si imbarcò travestita da uomo, contro il volere del suo illustre marito.
Alcuni stranieri, come Stefano Türr, al quale a Genova è dedicata una strada, che era originario dell’Ungheria.
Due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, pronti ad affrontare il mare.
Le camicie rosse indossate da quei ragazzi e ricavate dal panno trovato di fortuna, una stoffa con la quale si facevano i camici dei macellai.
Erano rosse perché si confondesse il colore del sangue versato dagli animali condotti al macello, ma altro sangue le macchierà.
Un uomo dal forte carisma, un avventuriero, un trascinatore di folle.
Un’idea che fece l’Italia.
E uno scoglio, a Quarto, dal quale partirono il Mille.
Sventola su quello scoglio il nostro tricolore.

Il mare e il suo orizzonte, questo mare, questo orizzonte.
E il pensiero che venendo qui, si possa in qualche maniera immaginare e rivedere quella folla di giovani uomini, venuti ad inseguire un sogno, forse folle, la sfida del futuro.
A Quarto c’è un celebre monumento che commemora l’impresa dei Mille.

Ci sono, sui muri, memorie di quelle gesta.

E laggiù, presso quelle rocce contro le quali l’onda si frange, nel 2010 è stato inaugurato il Memoriale dei Mille. sul quale si leggono i nomi di coloro che parteciparono all’impresa.

Giuseppe, Giovanni, Antonio, Battista.

Gente comune, che ha fatto la storia e ha fatto l’Italia.

Ma se vi discostate da quest’opera e la osservate dall’alto, le lettere che compongono i nomi di ognuno, scritte in rilievo, creano questo splendido effetto ottico, reso ancor più magico dai riflessi dei raggi del sole.

E vengono alla mente nomi e cognomi, quelli più noti, quelli che tutti voi leggete incisi sulle targhe delle strade delle vostre città, piazze e vie dell’Italia unita.
Antonio Mosto, genovese, al comando dei Carabinieri.
Giuseppe Bandi, originario della toscana, giornalista, autore de I Mille, da Genova a Capua, il racconto di quell’impresa memorabile.
Nino Bixio, un altro genovese, al comando del piroscafo Lombardo, mentre sul Piemonte era comandante Giuseppe Garibaldi stesso.
Benedetto Cairoli, di Pavia, che diventerà Presidente del Consiglio dei Ministri.
Giuseppe Cesare Abba, originario di Cairo Montenotte, scrisse Da Quarto al Volturno, dove dichiara con orgoglio: Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno.
Francesco Stocco, catanzarese, da fautore dei moti calabresi del ‘48 a generale dei Garibaldini.
Ippolito Nievo, padovano, ancora uno scrittore, che ricordi di scuola legati al suo nome!
E molti, molti altri.
Erano più di mille coloro che partirono da Quarto, da questo mare.

Alla ventura, con la passione nel cuore e nell’animo, spinti da quel moto dello spirito che forse oggi non conosciamo più.
Alcuni avevano vent’anni, altri anche meno.
Portavano una camicia rossa e li guidava un uomo pieno di furore, uno che conosceva le cose del mondo e che non temeva nessun pericolo.
Era primavera, primavera inoltrata.
Era il 5 Maggio 1860.