Giorni di scuola

Si ritorna, ancora, sui banchi di scuola.
In tempi così complicati come sono i nostri eppure ecco ancora un nuovo inizio e per alcuni è un debutto assoluto.
Il primo giorno di scuola è sempre stato, per tutti noi, emozione pura.
La cartella sulle spalle, l’astuccio con le penne, il grembiulino bianco e il fiocco, la foto di rito davanti alla scuola.
Le scale, la classe, il banco, la lavagna, il gesso e il cancellino.
Le trecce oppure i codini: e qui mi sovviene che alle bambine di adesso i codini non li fanno mai, chissà poi perché!
I quaderni a quadretti, le matite di tutti colori e quando le temperavi finiva sempre che ti sporcavi le mani.
La penna stilografica: per i bambini mancini come me era un bel problema, si finiva per tirarsi dietro tutto l’inchiostro, non c’era verso di riuscire a scrivere senza far danni.
E poi i disegni vivaci con l’albero, la casetta, i fiori sempre sproporzionati, sulla sinistra una nuvola e là in alto a destra un sole giallo e brillante con tutti i raggi.
Si ritorna, ancora sui banchi di scuola, sapendo che sarà un tenero e prezioso ricordo.
E così a tutti quelli che sono bambini e a chi è stato bambino un tempo dedico questa bella immagine di una piccolina seduta alla scrivania nell’epoca delle romantiche cartoline.
Ha accanto un vasetto di fiori profumati, davanti a lei ci sono dei fogli bianchi.
Ha questi capelli così folti e quel bel visetto: pensa, immagina, un po’ sorride.
Brillano i suoi occhi di bimba, nel tempo dolce dei giorni di scuola.

I pensieri della Signorina Ferrari

È un gioco di fantasia provare a immaginare i pensieri della Signorina Ferrari ed è poi arduo credere di saperli indovinare.
Lei è ritratta ancora bambina, le sue sembianze furono scolpite nel marmo dal valente scultore Giovanni Scanzi, autore di molti celebri monumenti funerari presenti nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
La statua di lei, una fanciullina appartenuta probabilmente alla buona borghesia genovese, risale al 1882 ed è parte della collezione del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova.
La Signorina Ferrari sembra ombrosa e imbronciata, appare fin troppo seria per una bimbetta della sua età.
Se ne sta in questa posa studiata, così appoggiata a un tavolino, un grande fiocco cade sul suo petto e in questa sua garbata compostezza non traspare alcuna spontaneità infantile.

E così l’ho immaginata in un diverso contesto, vezzeggiata dalle mamma e dalle zie, abita in una grande casa dove dolci spirano profumi di rosa e di talco, nella sua cameretta ci sono chiare tendine di pizzo alla finestra, uno scrittoio e un austero letto di legno scuro con i cuscini rivestiti di candido sangallo.
E poi l’ho immaginata scendere con la sua mamma giù da Via Assarotti, la Signorina Ferrari ha il soprabito di velluto blu, il cappellino con i nastri e i guanti color tortora.
Ed eccola, ancora, a passeggio all’Acquasola come si usava in quella sua epoca.
Che dolcezza di bambina, quando sorride sulle sue guance spuntano due deliziose fossette!
Giovanni Scanzi ha invece tramandato di lei una diversa espressione, ecco ancora la Signorina Ferrari, ha i capelli raccolti con un fiocchetto e il suo abito è rifinito sui polsi e sul colletto con un pizzo raffinato.

Tiene tra le mani un librettino, si scorge nei suoi gesti la consueta grazia che Scanzi sa cogliere nei soggetti da lui ritratti.

La bambina della quale non so indovinare i pensieri porta al polso un braccialettino semplice e liscio, chissà quanto le sarà stato caro!

Se per caso anche voi voleste ammirare la scultura di Giovanni Scanzi sappiate che fino al 1 novembre è esposta alla mostra Mogano ebano oro! Interni d’arte a Genova da Peters al Liberty allestita a Palazzo Reale di Genova.
Ed è stato Sergio Rebora, raffinato storico dell’arte che è anche uno dei curatori della mostra, a farmi notare un importante dettaglio: Scanzi potrebbe avere ritratto la Signorina Ferrari traendo spunto da una sua fotografia, a farlo supporre sarebbe uno degli elementi che compongono la scultura, quel tavolinetto che spesso si trova nelle fotografie di quel tempo.
A rifletterci, anche la posa così studiata richiama certe fotografie del passato.
Ne consegue che la scultura potrebbe forse essere il ricordo di una bambina tanto amata e troppo presto perduta, come purtroppo spesso accadeva in quel tempo.

Ai piedi della bimba, posato su un pouf damascato e rifinito con le frange, ecco una piccola borsettina, una splendida squisitezza nella quale si riconosce il talento incomparabile di Scanzi.

Là, sotto questa luce chiara, in questo tempo che non lei ha vissuto, la Signorina Ferrari volge a noi i suoi occhi ingenui, nel mistero della sua infanzia così lontana e fragile.

Le bambine di Riccione

Laggiù, alle loro spalle, ruggiva il mare e montava l’onda imperiosa densa di schiuma che si disfaceva sulla spiaggia di Riccione come un sogno del mattino.
Loro due erano là, con i loro pochi anni, nel tempo delle emozioni e degli entusiasmi.
Il vento fresco intriso di sale scompigliava i capelli, il sole brillante batteva sugli occhi.
Sedute con questa grazia sulla riva, con i loro costumi scuri, i sorrisi innocenti, le voci argentine come acqua che scorre.
In un tempo lontano come un’illusione, dolce come inafferrabile memoria.
Era il 16 Agosto 1923, sulla spiaggia di Riccione.
Loro due erano là, nei giorni felici dell’infanzia e dell’estate.

Le bambine di Nettuno

Le bambine di Nettuno sono capitate sul mio cammino in una mattina di giugno e appena le ho vedute ho pensato che avrei dovuto portare a casa con me la loro bella fotografia.
Ed è pur vero che, oltre a non saper nulla di loro, io non sono neanche mai stata in quella località della costa laziale che fu scenario della loro vacanza nel mese di luglio del 1930.
Una lunga spiaggia di sabbia, le onde del mare e loro là, in quel tempo da ricordare.
Le più piccine sedute per terra, tutte con il cappellino bianco in testa e magari chissà, potrebbe anche trattarsi della divisa di qualche colonia estiva.
Brilla il sole alto nel cielo e batte sul viso delle bambine di Nettuno che strizzano un po’ gli occhi come tutti i bambini di qualunque tempo.

E poi loro tre, ognuna tiene la mano sul fianco, sono anche un po’ vezzose queste bambine di Nettuno.
E poi una di loro ha il costumino a righe alte e un favoloso cappello di paglia, quella al centro ha i capelli raccolti in un foulard chiuso da un fiocco perfetto e la terza ha due trecce bionde delle quali sembra andare molto fiera.
Le bambine di Nettuno sono allegre, gioiose e piene di vita.

Le ultime due poi eccole qua: una ha un cappello fantasia e l’altra addirittura l’ombrellino parasole.
Sorridono un po’, accanto alle loro amichette, con questa fretta di diventare grandi, come tutti i bambini di qualunque tempo.

Le bambine di Nettuno trascorsero giorni felici su quella spiaggia, questo credo proprio di poterlo dire.
E fecero corse, risate, giochi e castelli di sabbia.
E poi i giorni di luglio passarono, trascorsero anche le stagioni e rimasero i ricordi.
Memorie dolci di un tempo d’estate e di quando loro erano le bambine di Nettuno.

Sulla spiaggia

E poi chiudi gli occhi.
E ritorni a quella magia dei giorni della tua infanzia.
L’estate, il calore vitale del sole, la freschezza delle onde del mare.
Il tuo cuore innocente, il tuo spirito di avventura, i tuoi riccioli biondi e ribelli, quella foga tutta infantile che semplicemente è sete di vita.
Eri là, vicino a lei, sulla spiaggia.
Eri su quei sassi, con l’espressione seria, forse il sole ti batteva un po’ sugli occhi.
Eri là, vicino a lei.
Lei, così giovane, energica, luminosa.
Una mamma dal sorriso radioso, lei dolce, salda e sempre premurosa, lei sempre al tuo fianco.
Chiudi gli occhi e poi li spalanchi sul tuo passato.
E trovi lei, ancora accanto a te.
Il costume con i bordi a righe, il fazzoletto sul capo, quella luce nello sguardo.
La sua voce, non puoi dimenticarla.
Le sue parole ti hanno guidato per tutto il corso della tua vita, le sue mani hanno asciugato le tue lacrime, i suoi baci ti hanno consolato.
Ed eri là.
Su quella spiaggia, in quel tempo che non si dimentica.

In bicicletta

E venne poi anche per loro il tempo del gioco, dello svago e delle giornate all’aria aperta.
Eccole insieme, sorridenti e spensierate.
Due ragazzine con i loro abitini candidi, i sandaletti e le calze bianche, l’immancabile cappellino per ripararsi dal sole.
Su una strada di campagna, si intuisce sullo sfondo un placido panorama forse scenario di gioiose villeggiature.
E là, in quel tempo sereno, c’erano anche loro.
Se è vero che vivere è una questione di delicati equilibri andare in bicicletta ne è la perfetta metafora.
Così, seguendo la strada, una pedalata dopo l’altra, le due ragazzine sembrano piuttosto sicure.
E sorridono.
E magari sognano, come tutti, del resto.
E tengono le mani salde sul manubrio e cercano un orizzonte lontano.
Così vicine, in un tempo felice, in bicicletta.

Camminando nel passato di Pegli

Tic tac, tic tac, risuona ancora nostalgica la macchina del tempo e ci porta indietro negli anni, sempre nei giorni che non abbiamo veduto ma che ancora ci piace immaginare.
E ci ritroviamo a Pegli, si cammina davanti a quel mare che sempre, in ogni epoca, ha la stessa voce, a volte è una dolce ninna nanna e a volte invece è un ruggito potente e fragoroso che sovrasta i respiri e le parole.
Forse è una calda mattina di primavera e il sole picchia, non saprei dirvi se sia proprio un giorno di festa, un uomo incede con passo deciso tenendo un cappello a larghe falde calcato sulla testa.
È dolce la vita nella bella Pegli, la ridente località dal clima mite è molto apprezzata per piacevoli villeggiature, ancor più fortunati sono coloro che possono godere di tanta bellezza in ogni periodo dell’anno.

E poi ecco terrazzini, persiane chiuse, tende di certe botteghe tirate in fuori e là, a sovrastare il continuo l’andirivieni di passanti, l’immancabile statua dell’eroe Giuseppe Garibaldi.

E in questo particolare scorcio di un’altra stagione è il gruppetto al centro della cartolina ad attirare maggiormente l’attenzione.
Quanta pazienza deve avere questa giovane mamma!
Lei se ne va a passeggio con tutti i suoi bambini, regge un candido ombrellino per ripararsi dai raggi del sole, le sue bimbette indossano i cappellini di paglia e gli abiti chiari, leggeri e svolazzanti.
Che allegria questa bella passeggiata tutti insieme, pare quasi di sentire un gioioso e complice chiacchiericcio infantile mentre la mamma amorosamente cerca di tenere tutti tranquilli.
E poi guardate bene in ragazzino più grande, ad osservarlo con attenzione pare proprio che stia tenendo in una mano una canna da pesca, chissà che emozione lanciare la lenza nel mare di Pegli!

Questo scorcio del quartiere sito nel ponente genovese non è poi così cambiato, tempo fa scattai una foto di questo tratto di strada.
Il sole brillava alto nel cielo e come in altri tempi più lontani ecco quel palazzo con le persiane chiuse, la statua di Garibaldi sulla destra e dall’altra parte il lungomare e la gente sul marciapiede.

Non c’erano, al centro della strada, una mamma con il parasole e tutti i suoi bambini, eppure a me è parso di averli veduti davvero, immaginando di camminare nel passato di Pegli.

Una domenica a Brignole

Non saprei dirvi se fosse veramente domenica, a me piace pensare di sì.
E poi mi piace immaginare che fosse una di quelle giornate ritmate dalle consuete usanze di molte famiglie italiane: la messa alla mattina, il mazzo di fiori da mettere sulla tavola, il solito quotidiano da leggere seduti comodi in poltrona.
Dunque, era domenica.
E c’era il pomeriggio da trascorrere tutti insieme, i più piccoli vanno a fare un giro con mamma e papà per imparare come si diventa grandi.
Magari facendo i primi passi tentennanti e incerti.
E poi correndo, cadendo e rialzandosi ancora, è sempre così.
E anche spingendo con forza sui pedali.
Ai giardinetti davanti Brignole, a quell’età bellissima lì in cui ogni nuova esperienza è entusiasmo ed emozione.
Là, davanti alla stazione: e ancora non sai quanti viaggi compirai nelle tua vita, ti siederai vicino al finestrino e guarderai scorrere il panorama in attesa di raggiungere la tua meta.
Qui, in questa fotografia del passato, sei un bimbetto con la sua bicicletta, ti accompagna con una certa fierezza quello che credo che sia il tuo papà.
Ti dice come mettere i piedini, come muovere il manubrio per girare.
Guarda avanti e non distrarti, non perdere equilibrio.
Bravo!
Così!
E tu resti serio e sospiri, ma sei felice con la tua magliettina da piccolo ciclista, le calzette bianche e i calzoncini corti.
E hai davanti tutto il tempo del mondo, in un giorno che non so, davanti a Brignole.

Voi sei

Non eravate certo un’eccezione, non era poi così raro e difficile trovare famiglie numerose come la vostra.
Ecco qui voi sei.
E per qualcuno voi sei eravate speciali, proprio come sempre accade: ogni bambino che passa nel mondo e diventa grande sotto gli sguardi di mamma e papà è una benedizione e una nuova gioia, ciascuno è semplicemente unico.
Voi sei: siete nello studio di un fotografo di Sestri Ponente, così io immagino che sia quello il luogo dove siete cresciuti tutti.
Voi sei.
Sei cucchiaini, sei favole della buonanotte, sei baci in fronte, sei camicini bianchi.
Sei pianti, sei paia di scarpe, sei sorrisi, per sei volte la prima parola è mamma.
Voi sei.
La più piccina sta al centro, con l’abitino bello e le manine posate sulle ginocchia, l’espressione incerta e un po’ imbronciata.

E poi ci sono tutti gli altri.
La sorellina più grande, capelli mossi e sciolti, una croce luccicante sul petto e quel gesto così amorevole del fratello più grande: la mano sulla spalla.
E tutto racconta di complicità, senso di protezione e affetto reciproco.
Senza fine.
Per sempre.

Lo stesso gesto è compiuto dalla più grande tra le sorelle, anche lei tiene la sua mano sulla spalla del fratellino più piccolo.
Poi lui ha quella faccia lì un po’ da peste, con l’espressione a metà tra la sorpresa e l’impazienza.
Guarda il fotografo e ha quella vivacità negli occhi, non so dirvi se gli piaccia questo gioco o se non veda l’ora di scappare via.

E ancora ecco i ragazzini più grandi: capelli a spazzola, un fiocco grande sul petto e tutta la vita davanti.
E la sorellina giudiziosa e riflessiva, anche lei porta una piccola croce al collo ed è sempre lei ad aiutare per prima la mamma.

Vestiti a quadretti, stivaletti con i lacci, un destino comune.
Ricordi condivisi, piccoli segreti e sogni.
E occhi così spalancati sulla vita che verrà.
Eravate proprio voi, unici tra tutti: voi sei.

La maschera di Tilde

Poi arrivò il tempo del Carnevale e per lei, come per tutti i bambini di ogni epoca, fu una grande e inspiegabile emozione.
Quanta gioia nella scelta dell’abito da indossare, poi forse fu la mamma di lei a mettersi lì con ago, stoffe, filo e certosina pazienza per confezionare la maschera di Tilde.
E poi la gioia infantile di impiastrarsi la faccia con quel trucco esagerato, a Carnevale del resto è tutto permesso!
La pelle chiara chiara, l’ombretto scuro sulle palpebre, le sopracciglia accentuate con la matita, un neo disegnato su una guancia, sul quel visetto gioioso spiccano vermiglie le labbra dai contorni così rimarcati.
I sorrisi più belli sono quelli che raccontano entusiasmo e felicità, non tutti i sorrisi sono uguali, alcuni sono più speciali di altri e questo è quello di Tilde.

Il colletto grande e vaporoso, un cappellino sulla testa, che orgoglio!
E poi la calzamaglia bianca, le scarpe con il passante e piccoli pon-pon, non manca un sacchettino sorretto con cura da questa bimbetta in un giorno di Carnevale di tempi lontani.

Era il 1928 e dietro a questa fotografia ci sono una data e una dedica, il ritrattino venne donato come ricordo dalla bimba ai suoi zii.
Lei indossa un estroso costume da Pierrot rifinito nei dettagli con garbata attenzione, fa tenerezza immaginare che mani amorevoli lo hanno cucito e riposto su una sedia per una bimbetta da vezzeggiare.
Il suo nome è Tilde e sorride così, con questa ingenua fierezza, nel tempo di Carnevale.