Due sulla torre

“I dolci occhi scuri che sollevò verso di lui quando entrò – grandi e malinconici più per la circostanza che per loro caratteristica personale – suggerivano un temperamento caldo e affettuoso, forse leggermente sensuale, che languiva per la mancanza di qualcosa da fare, da amare o per cui soffrire.”

Così si presenta Viviette Constantine, tormentata eroina scaturita dal mirabile talento di Thomas Hardy e protagonista del romanzo Due sulla torre risalente al 1882 e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
L’inquieta Viviette, elegante signora quasi trentenne, vive a Welland House, la sua bella dimora nella campagna del placido Wessex.
È insoddisfatta Viviette, il suo destino finisce così per incrociarsi con quello di Swithin St. Cleeve, un giovane di ben diversa estrazione sociale e inoltre più giovane di lei di ben nove anni.
All’epoca della sua pubblicazione il romanzo si attirò l’accusa di essere contrario alla morale ed è lo stesso Hardy a scrivere nella prefazione che il suo libro venne considerato “sconveniente”, questo naturalmente secondo i canoni della società vittoriana ben distanti dai nostri.
La storia si dipana con garbo e delicatezza alzando il velo sull’esistenza di questa donna, moglie del dispotico Sir Blount Constantine che se ne è partito per l’Africa seguendo “la mania della caccia al leone” e strappando alla giovane sposa la promessa di vivere in solitudine fino al suo ritorno e di evitare balli ed eventi mondani.
E lei così si adegua alla sua situazione rinunciando anche a certe piccole gioie fino al giorno in cui scopre, inaspettatamente, di essere rimasta vedova.
Viviette conosce ormai già da diverso tempo il giovane Swithin del quale si è innamorata con facilità: lui è un giovane ricco di talenti e di speranze, studia appassionatamente astronomia e desidererebbe diventare astronomo reale.
E compie quei suoi studi nella torre di proprietà dei Constantine, proprio quel luogo diverrà scenario dei molti incontri tra Swithin e Viviette.

Lei lo aiuta, lo sostiene, lo segue in quella meraviglia che è la scoperta del cielo.
E ascolta e impara, si emoziona, ogni giorno il suo cuore batte più forte per lui e per i suoi ideali e il giovane la ricambia con gratitudine, devozione e trasporto.
La trama bellissima, delicata e avvincente, è ricca di tensioni e di diversi equilibri, a mio parere sarebbe perfetta per una trasposizione cinematografica, leggendo le pagine così sapientemente scritte da Thomas Hardy nella mente appare la figura di Viviette e con lei si scoprono tutti i protagonisti che ruotano attorno alla sua vicenda.
Ad esempio, guardate che curioso incidente capita a una fanciulla di nome Tabitha Lark nel silenzio della chiesa locale durante una funzione religiosa:

“Era in corso il sermone e il giovane addetto al mantice si era addormentato sui manici dello strumento. Tabitha tirò fuori il fazzoletto, con l’intenzione di svegliarlo sventolandoglielo davanti. Insieme al fazzoletto ruzzolò fuori un’intera serie di oggetti sorprendenti: un ditale d’argento, una fotografia, un piccolo portamonete, una bottiglietta di profumo, alcune monetine sciolte, nove chicchi di uva spina, una chiave.”

È una descrizione semplice e assolutamente straordinaria, del resto un grande scrittore sa fare proprio questo: ti lascia davanti agli occhi l’indimenticabile immagine di una fanciulla imbarazzata e ti fa sentire il rumore lieve di tutti quegli oggettini che cadono a terra.
Non vi svelerò i dettagli della personale ricerca della felicità di Viviette, questa è una storia ricca di colpi di scena, di sotterfugi, di notizie impreviste, di dubbi e piccoli indizi, di oggetti perduti, di viaggi, di tradimenti e di tentativi di pianificare l’esistenza proprio come vorrebbero le regole della società.
Al di là di tutto questo, davanti allo sguardo e nel fondo dell’animo, si staglia lucente e assoluto il desiderio di raggiungere l’autentica felicità e di toccarla, preservarla e viverla con tutta l’intensità della quale si sa essere capaci, con la disperata bellezza del sentimento di Viviette che palpita nutrito dalla speranza e dall’infinita meraviglia che suscita in lei il suo amato e geniale Swithin.

“Le labbra dischiuse erano labbra che parlavano, non d’amore ma di milioni di miglia; ed erano occhi, quelli, che non guardavano nelle profondità degli occhi altrui ma in altri mondi.”

Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

Charles Dickens

“In altre parole, Dickens si deliziava delle idiosincrasie e delle leziosaggini dei suoi personaggi. Una volta creati continuavano a vivere in lui come altrettanti amici immaginari che aveva il piacere di presentare nelle occasioni più appropriate.”

Tragedia e gaiezza, dramma e comicità, denuncia sociale e ricerca di giustizia animano le pagine dei suoi romanzi, indimenticabili sono i personaggi che affollano i suoi libri: Charles Dickens è stato uno dei più influenti scrittori del suo tempo e la voce dell’epoca vittoriana.
Non sembrerebbe semplice tratteggiare il percorso dell’esistenza appassionata e a tratti burrascosa di Dickens ma lo scrittore Peter Ackroyd consegna ai suoi lettori una biografia a dir poco superba, il suo volume dal titolo Charles Dickens è edito in Italia da Neri Pozza.
Con una scrittura garbata, puntale ed elegante Ackroyd prende per mano il lettore e lo conduce per le strade cupe di Londra e nell’Inghilterra di Dickens, a fianco dello scrittore più amato della sua epoca, tratteggiando i i giorni della sua vita con un corposo racconto che si estende per ben 564 pagine senza mai perdere intensità.
E per una volta ho fatto un’eccezione: ho rallentato il ritmo della mia lettura per il puro piacere di restare più a lungo in compagnia di Charles Dickens.

Vita e letteratura si intrecciano e si sovrappongono nell’esistenza di Dickens: lo scrittore che narrò drammatiche vicende lacrimevoli di bambini sfortunati fu mandato appena dodicenne a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe.
E Ackroyd ci accompagna a seguire il suo percorso umano da bambino a ragazzo, in contrasto e dissidio con il padre.
Prolifico e fantasioso scrittore Dickens pubblica i suoi romanzi a puntate su diversi giornali, per la sua produzione straordinaria attinge al suo vissuto e alle proprie esperienze personali e nella sua narrazione Ackroyd mette particolare cura nel proporre continui rimandi e collegamenti tra il mondo reale e il mondo letterario in un racconto di una finezza straordinaria.
Il biografo si assume così un compito oneroso e importante: racconta il talento dello scrittore ma narra anche l’uomo con i suoi pregi e i suoi umani difetti.
Di Dickens scoprirete passioni e debolezze, la tormentata vita sentimentale e il rapporto non sempre facile con i suoi figli.
Di Dickens conoscerete la fragilità, la sua continua ricerca della sicurezza economica come conseguenza degli anni difficili della sua infanzia.
Saprete come i suoi contemporanei percepivano la figura di lui, scrittore amato e idolatrato, a volte però la realtà si discostava dall’idealizzazione iconica che il pubblico aveva di lui.
Viaggerete con Dickens, in giro per l’Europa e fino in America, ci sarete anche voi ad ascoltare le sue conferenze e sarete silenziosi spettatori del suo metodo per inventare i nomi dei suoi personaggi.
Ah, quando parlava incantava tutti!
Sarete accanto a lui e ai suoi amici, un consesso di celebri scrittori del tempo, particolarmente emozionanti per me sono i suoi incontri con Hans Christian Andersen.
Non lascia nulla in sospeso Peter Ackroyd ed io gli sono davvero grata per questo suo sublime ritratto: la grandezza di uno scrittore si riscontra nella capacità di farti vivere realmente tra le pagine dei suoi scritti e Ackroyd riesce magistralmente nell’intento.
Non vi ho svelato poi molto della vita di Charles Dickens, vi lascio la gioia di scoprirla da voi tra le pagine di questo libro che mi dispiace persino di aver terminato, non a caso questa biografia suscita il desiderio di rileggere i romanzi di Dickens e lascia un patrimonio di sensazioni per me prezioso.
A tratti, su certe pagine, ho lasciato un bel sorriso.
Altrove, invece, mi sono davvero commossa, in particolare quando l’esistenza terrena di Dickens sta per volgere al termine e Ackroyd immagina attorno allo scrittore tutti quei personaggi magnifici scaturiti dalla sua fantasia, da Oliver Twist a Nicholas Nickleby, dal Signor Pickwick alla Piccola Dorrit.
E sulla fragilità effimera che contraddistingue la vita riluce così la stella brillante dello scrittore geniale il cui nome sarà sempre immortale grazie a quel suo talento inimitabile.
Dickens fu un uomo eclettico con una personalità dalle molte sfaccettature, ebbe nella sua esistenza glorie e trionfi ed è ancora Ackroyd a chiosare con sapienza lo stile di questa sua biografia e la sua maniera di farci conoscere Dickens svelandone certi particolari ed istanti.
A questo libro, scrive Ackroyd, ben si adatta una saggia citazione tratta da David Copperfield:

La vita è un insieme di inezie.

È proprio là, in certi fatti apparentemente da poco e negli eventi del quotidiano che si può trovare la chiave di lettura di certe opere grandiose di Charles Dickens, in quel gioco straordinario in cui letteratura e vita si incontrano e si intrecciano.

La memorabile vacanza del barone Otto

“Avrai mica intenzione di scrivere la storia delle nostre avventure, Otto?”
“Certo” risposi.
“Da far circolare tra i nostri parenti il prossimo inverno?”
“Certo” ripetei.

Ed ecco a voi il racconto scritto dall’illustre nobiluomo, tagliente figura letteraria scaturita dalla fantasia di Elizabeth von Arnim: è lui il protagonista principale ed io narrante del brioso romanzo La memorabile vacanza del barone Otto pubblicato per la prima volta nel 1909 ed edito in Italia da Bollati Boringhieri.
Dunque il nostro è un rigido ufficiale prussiano, per la precisione è maggiore del reggimento di artiglieria di stanza a Storchwerder, immaginate il personaggio.
Condivide le sue peripezie vacanziere con la moglie Edelgard, nel mese di agosto i due hanno infatti deciso di unirsi ad una bella e variegata compagnia per un’esperienza a dir poco originale a bordo di romantici carrozzoni trainati da cavalli per le placide campagne della verde Inghilterra.
Ecco, a dire il vero da principio tutto suona così romantico e bucolico ma è ben evidente che la trama imbastita dall’autrice riserva diverse sorprese, disagi e disavventure di ogni genere.
Ad esempio:

“Questo, in verità, è un aspetto terribile dei viaggi in carrozzone: gli accampamenti non ci sono mai quando ce n’è bisogno e, al contrario, sono spesso lì quando li si cerca.”

Non parliamo poi delle fatiche per mettere insieme un pasto decente, delle stoviglie che si rovesciano durante il viaggio, delle inesorabili gocce di pioggia che cadono sul letto e di altre amenità ben narrate con pungente ironia dalla sapiente penna della Von Arnim.
Dovete poi sapere che il barone è un personaggio peculiare, ha un carattere piuttosto tronfio ed è assolutamente convinto della propria superiorità, mi sembra ovvio.
Che balzani questi inglesi, che maniere fin troppo moderne!

E a proposito dell’universo femminile il barone ha delle idee a dir poco antiquate, pretende che la moglie sia la sua cortese ed affabile ancella, pensa pure che le fanciulle dovrebbero ricordarsi che la bellezza presto svanisce e che l’unica possibilità di piacere è essere gentile, di poche parole, premurose e accorte.
Ora, le circostanze narrano che la sua cara Edelgard sia stata una donna piuttosto tranquilla e remissiva, tuttavia questa particolare vacanza avrà certi effetti su di lei e pagina dopo pagina il lettore la vedrà mutare carattere e maniere nei confronti del suo consorte.
Edelgard diviene autonoma, assertiva e fieramente sicura di sé, tanto che si assisterà ad una gustosa scenetta nella quale lui si lamenta di questo e quell’altro, pretende persino che la moglie gli porti l’acqua per il pediluvio ma lei non ne ha nessuna intenzione e lo mette a posto proprio per bene, usando le giuste parole con tono garbato.
Tutta colpa di quel socialista, uno che fa parte del gruppo e che ha delle idee ben diverse rispetto al barone Otto a proposito delle donne, ecco!
Anche con gli altri della compagnia il nostro nobiluomo finirà inevitabilmente per avere qualche scontro o frizione, quello che sembrava un gruppo ben assortito non sarà poi tale e la vacanza avrà degli esiti non previsti.
In questo piacevole romanzo Elizabeth Von Arnim tratteggia con stile maniere e consuetudini di una certa società offrendo uno spaccato di quella quotidianità con raffinato senso dell’umorismo, è una lettura gradevole e non particolarmente impegnativa ma comunque elegante.
E allora se anche voi volete fare questo viaggio, preparatevi con cura, ogni viaggiatore potrà portare una valigia rigida e un baule e potete starne certi, la brava Edelgard ha un talento fenomenale per fare i bagagli.
E poi con il treno si raggiungerà una ridente località del Kent dove si trovano i carrozzoni per questo mirabolante viaggio: signore e signori, tutti a bordo, così ha inizio La memorabile vacanza del barone Otto.

Le bottiglie vittoriane di Miss Fletcher

Le prime bottigliette vittoriane arrivarono in questa casa diversi anni fa, le avevo trovate al mercatino dell’antiquariato che ogni estate si tiene a Fontanigorda e le avevo prese da una ragazza che andava spesso nella terra di Albione.
Queste bottiglie sono davvero rustiche e pesanti, ricordano case semplici, fuoco che brilla nel caminetto, scodelle ricolme di porridge su tavoli di legno scuro.
Ho la bottiglia di acqua minerale con tanto di tappo, il barattolo della marmellata d’arance e anche la bottiglietta della ginger beer.

All’epoca mi aggiudicai pure il vasetto della crema con tanto di graziosa contadinella e infine un altro contenitore probabilmente destinato al latte.

Molti anni e molti mercatini dopo ho ritrovato a Fontanigorda quella ragazza che mi aveva venduto queste meraviglie, lei ancora si occupa di antiquariato e con mia grande gioia aveva portato su in Val Trebbia proprio quelle cose che piacciono a me.
Ed è accaduto l’estate scorsa e così su un banchetto ho preso delle riviste, da un’altra parte delle cartoline e da lei altre bottigliette vittoriane.

Queste sono del tutto differenti dalle altre, sono in vetro trasparente e hanno sopra delle etichette di prodotti da farmacia, una delle quattro ha l’etichetta della brillantina.
E così ho arricchito questa piccola collezione di cose del passato, sono le bottigliette vittoriane che appartennero a qualcuno che non conosco e questo, come sempre, ho un fascino che non smette di incantarmi.

Piccola grande isola

Una lettura che vi conquisterà, un’avventura in compagnia di un autore ironico, brillante e curioso del mondo: Bill Bryson vi racconta la Gran Bretagna, la Piccola grande isola protagonista del suo ultimo libro edito in Italia da Guanda.
Non è la prima volta che Bryson volge il suo sguardo a questi luoghi, sono trascorsi vent’anni dal suo Notizie da un’isoletta e se non lo conoscete vi consiglio la lettura di entrambi i volumi, lui è uno dei miei autori preferiti e gli sarò eternamente grata per certi momenti di autentico divertimento.
Giornalista e scrittore, americano di nascita e inglese di adozione, il nostro nutre un affetto profondo per la piccola grande isola, là ha conosciuto sua moglie ed egli stesso scrive che da quarant’anni è ancora profondamente innamorato di entrambe.
Il viaggio narrato dallo scrittore va da sud a nord, da Bognor Regis a Cape Wrath, lungo una linea retta da lui battezzata Bryson Line, naturalmente.
Un cammino che attraversa località celebri e piccoli paesi, un racconto che pone l’accento sul valore del patrimonio artistico e della tutela del paesaggio, dalle spiagge alla campagna, alcune pagine sono fortemente evocative e certe descrizioni a dir poco incantevoli.

londra

Londra – Richmond Park

Un libro che si snoda tra comiche disavventure e aneddoti particolari del passato e del presente, sono diversi i nomi famosi che compaiono in questo libro, da Arthur Conan Doyle a John Lennon, da George Everest a Mary Shelley.
Piacevolmente spassose sono le righe in cui il nostro mette in evidenza tutta la sua peculiare verve, Bill Bryson sa essere davvero esilarante: inseguito da un cigno o attaccato dalle mucche il nostro eroe riesce sempre a regalare un sorriso con le sue peripezie.
Immaginate la spiaggia di Brighton e i bagnanti che si godono una giornata al mare: c’è anche Bill, naturalmente.

“Lanciavano grida che allora interpretai come espressioni di piacere, ma che ora riconosco come urla di sofferenza.
Ingenuamente, mi tolsi la maglietta e corsi in acqua: fu come tuffarsi nell’azoto liquido.
In tutta la mia vita quella fu l’unica volta che mi mossi come in uno spezzone di pellicola che viene riavvolto. Mi tuffai in acqua e poi ne uscii immediatamente, correndo all’indietro, e da allora non sono mai più entrato in un mare inglese.”

Da ridere fino alle lacrime, lasciatemelo dire.
Oltre a ciò Bryson è colto e lungimirante pertanto dai suoi libri scaturiscono sempre diversi spunti di riflessione, nel caso di Piccola grande isola si coglie anche una sorta di nostalgia.
I luoghi cambiano, in certe località alcuni negozi che lui ricordava sono scomparsi, la cura e l’attenzione verso la bellezza vanno diminuendo: è un monito, un invito a difendere l’ambiente in cui viviamo, preservandone le bellezze e le particolarità.

oxford

Oxford

Uno scrittore che ama la vita e i viaggi, lui si diverte e il lettore se la spassa.
Ed ecco le mirabolanti peripezie alla stazione, le sagaci descrizioni di improbabili Bed & Breakfast, i tragicomici malintesi al pub, piccoli incidenti quotidiani che diventano a loro modo memorabili.
Vi dispiacerà arrivare in fondo al volume, ve lo garantisco, a me capita sempre con i libri di Bryson e così finisco per leggerli più volte.
Tra le sue perle vi ricordo anche Una passeggiata nei boschi, ne scrissi in questo post diverso tempo fa, solo a pensare a quell’avventura mi viene da sorridere.
L’ho già detto altrove e lo ripeto, se dovessi scegliere un compagno di viaggio non avrei dubbi: partirei con Bill, senza esitazioni.
I libri sono viaggi di parole, alcuni sanno essere speciali per merito del talento di chi li scrive.
Grazie di tutto, caro Bill, ancora una volta ci hai regalato un viaggio da ricordare.

Londra

A woman of no importance

Il suo nome è Mrs Arbuthnot, lei è una donna senza importanza.
Ma siamo proprio certi che sia tale?
O forse questa descrizione si adatta meglio ad un uomo che la nostra Mrs Arbuthnot conobbe negli anni della sua giovinezza?
A Woman of no importance è una commedia in quattro atti scaturita dalla mirabile penna di Oscar Wilde, vi troverete gli equilibrismi verbali dell’autore irlandese, le sue arguzie, il suo talento per le frasi ad effetto.
La vicenda è semplice e allo stesso tempo intricata, questa è la storia di un segreto tenuto a lungo nascosto, questa è una storia di peccato e redenzione.
Ha più piani di lettura questa commedia di Wilde, al centro della scena sono proprio le donne, è la loro voce a sovrastare il palcoscenico.
Donne aristocratiche e leziose, rappresentanti della buona società vittoriana, tra loro c’è una creatura peculiare: Miss Hester Worsley è americana, il suo punto di vista è del tutto differente, questi inglesi vivono in una dimensione che a lei è estranea.
Inghilterra e Stati Uniti, due mondi a confronto.
Donne e uomini, Lord Illingworth è un vero dandy e in quanto tale pronuncia parole come queste:

The only difference between the saint and the sinner is that every saint has a past and every sinner has a future.
La sola differenza tra il santo e il peccatore è che ogni santo ha un passato e ogni peccatore ha un futuro.

Ed eccolo alle prese con un dialogo che ancora ci regala un sorriso:

Lord Illingworth: The book of life begins with a man and a woman in a garden.
Mrs Allonby: It ends with Revelations.

Lord Illingworth: Il libro della vita comincia con un uomo e una donna in un giardino.
Mrs Allonby: Termina con l’Apocalisse.

Oscar Wilde (2)

Dublino – Monumento a Oscar Wilde

Fatale Mrs Allonby, è lei a replicare alla perfezione a Lady Stutfield che sostiene che il mondo sia fatto per gli uomini.
Non è affatto vero,  sapete perché?

There are far more things fordidden to us than are forbidden to them.
Ci sono molte più cose proibite per noi che per loro.

Donne.
Argute, affascinanti, pungenti, il ritmo dei loro dialoghi è incalzante e sostenuto.
E c’è lei, l’eroina protagonista di questa piacevole commedia: a Mrs Arbuthnot la vita non ha risparmiato le difficoltà eppure lei rimane fiera e coraggiosa, è una donna capace di affermare la propria identità.
Saggia Mrs Arbuthnot, tragicamente vere certe sue affermazioni:

A kiss may ruin a human life.
Un bacio può rovinare una vita.

Rileggo periodicamente le commedie di Oscar Wilde, lui per me è sempre una splendida compagnia.
A woman of no importance andò in scena per la prima volta nel 1893 al Theatre Royal Haymarket di Londra.
Molti anni dopo, in quello stesso teatro, The Royal Shakespeare Company mise in scena la celebre commedia di Oscar Wilde.
Io ero a Londra in quel periodo, così comprai il biglietto e andai a teatro.

Londra (2)

Rammento quel giorno con autentico affetto, ne conservo una memoria vivida e chiara.
Su quel palcoscenico salirono celebri attori, tra gli altri John Carlisle, Jaye Griffiths, Andrew Havill e Barbara Leigh-Hunt.
Ho ancora il libretto di quella rappresentazione, ho ancora il biglietto del teatro.
E allora ero proprio come adesso, sono sempre stata osservatrice.
Vedete la ragazza seduta accanto a me?
Io sì, la ricordo perfettamente, è venuta a teatro con un coetaneo, forse è il suo fidanzato.
E cosa fa questa giovane donna?
Lascia cadere a terra le scarpe e si mette comoda, posa le ginocchia contro il sedile di fronte.
Ed io penso: forse Oscar non approverebbe.
Lei è allegra e di buon umore, riflettendoci penso che il nostro Wilde avrebbe scritto per lei un ruolo in una sua commedia.
Si apre il sipario e gli attori fanno il loro ingresso.
E sono perfetti, indossano costumi secondo lo stile dell’epoca, le nobildonne hanno certe pettinature complicate, sembra di aver messo indietro la macchina del tempo e tutti noi, attori e spettatori, siamo finiti in quei giorni, nell’epoca vittoriana.
E il tempo scivola.
Ed è un tempo che regala profonde emozioni, è un frammento di vita che è rimasto un dolce ricordo, lo rivivo ogni volta che rileggo le parole di Oscar.
Momenti simili sono preziosi, vanno conservati come gemme rare.
E d’altra parte cosa è la vita?

Life, Lady Stutfield, is simply a mauvais quart d’heure made up of exquisite moments.
La vita, Lady Stutfield, è semplicemente un brutto quarto d’ora composto di momenti squisiti.

A Woman of no importance – Oscar Wilde

Londra

Chelsea – Casa di Oscar Wilde

La Croce di San Giorgio

Oggi, 23 Aprile, è il giorno di San Giorgio, eroica figura che da molti secoli ha un posto speciale nel cuore dei genovesi.
La memoria di San Giorgio e delle sue gesta è scolpita sopra i portoni dei palazzi della città vecchia e se non sapete per quale ragione la sua immagine si trovi su certi edifici invece che su altri qui trovate la spiegazione e potrete leggere anche la storia avventurosa di questo Santo che sconfisse un terribile drago.

Vico dell'Oliva

E nel giorno a lui dedicato io desidero celebrare il Santo valoroso e anche il vessillo della Superba sul quale campeggia fiera proprio la Croce di San Giorgio.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo, queste parole risuonano in questa città dagli albori della Repubblica di Genova.
Per Genova e per San Giorgio!

Bandiera di Genova

Genova celebre per le sue imprese, Genova temuta e rispettata.
Croce rossa in campo bianco, simbolo dell’eroismo dei Crociati in Terra Santa, la Croce di San Giorgio figura anche sulla bandiera inglese: sul finire del 1100 fu proprio la Repubblica di Genova a concederne l’uso al Re d’Inghilterra.
In cambio di moneta sonante il Doge della Superba si impegnava a proteggere con la sua flotta le navi inglesi che, battendo la celebre bandiera genovese, si avventuravano nel Mediterraneo all’epoca infestato da minacciosi pirati.

Bandiera di Genova (5)

Ancora adesso il simbolo di Genova La Superba sventola nelle strade un tempo percorse da valenti uomini di mare.
Non so dirvi quante volte ho incontrato la Croce di San Giorgio, scorgere questi colori per le vie della mia città suscita in me un autentico senso di appartenenza.
Bianco e rosso, l’ho veduto in ogni luogo, davanti una finestra di Campetto e sopra l’orologio che scandisce le nostre giornate.

Bandiera di Genova (3)

Bandiera di Genova (4)

Simbolo di Genova e della sua grandezza.

Stemma di Genova

Sventola in cima alle torri di Porta Soprana.

Porta Soprana

Davanti al Palazzo che trae il nome proprio da San Giorgio, oggi sede dell’Autorità Portuale.

Palazzo San Giorgio

Ed è nel vessillo dei prodi Balestrieri del Mandraccio.

Balestrieri del Mandraccio

Di fronte al fastoso Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Bianco e rosso, sul lampione che sovrasta una farmacia in Via della Maddalena.

Croce di San Giorgio

Nello stemma della città, a Tursi.

Palazzo Tursi

Sul faro che rischiara l’orizzonte ai naviganti.

Lanterna

In ogni modo, sempre.

Lanterna (2)

Davanti alla casa natale di un suo celebre figlio di nome Giuseppe Mazzini, colui che amava la sua Genova e anche il nostro tricolore.

Casa di Mazzini

Mossa dal vento, sulla sommità della Torre Grimaldina.

Torre Grimaldina

In quella magia di ardesie, abbaini e tetti dai quali affiorano misteriose torri antiche.

Torre Grimaldina (2)

Nello splendore del Salone del Minor Consiglio a Palazzo Ducale ancora sventola orgogliosa la nostra croce di San Giorgio.

Palazzo Ducale

La si scorge su certi cancelli, nelle luci di una sera d’inverno.

Piazza Banchi

Nelle grandi piazze, di fronte a vaste dimore.

Piazza della Nunziata

Nei semplici caruggi, nell’ombra nascosta dei vicoli.

Vico delle Camelie

E là, nel cielo blu che sovrasta Via Garibaldi.

Via Garibaldi

Nel giorno di San Giorgio, davanti al mare che bagna questa terra, simbolo di una fierezza che dovremmo saper conservare.
E in quelle parole che rimangono ancora nostre, fanno parte del nostro cammino nel mondo e della nostra identità.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

Bandiera di Genova (2)

Una fanciulla di nome Aurora

Camminò a lungo sopra a quei sassi tondeggianti non sapeva mantenere l’equilibrio e questa, in qualche modo, era per lei una sensazione inebriante.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Quelle parole le risuonavano spesso nella testa, quante volte gliele avevano ripetute!

Sassi
Aurora Millicent Fairfax era stata una bambina cagionevole, certi inverni della sua infanzia li aveva trascorsi osservando il mondo da una finestra, nella sua casa a graticcio, nella pacifica Saint Albans.
Figlia unica, protetta come un fiore raro, era stata una bimbetta docile e paziente ed era poi divenuta una fanciulla fragile, ad ogni infreddatura e ad ogni debole colpo di tosse la mamma e le zie si mettevano a snocciolare speranzose preghiere al Padre Eterno affinché proteggesse la loro delicata creatura.
Il medico aveva suggerito per Aurora un soggiorno in un luogo dal clima tiepido e salubre, così la famiglia lasciò l’Inghilterra per stabilirsi in un’incantevole villa in Albaro.

SanFrancesco d'Albaro

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Giorno dopo giorno, come per una sorta di miracolo, Aurora era come rifiorita: sulla sua pelle diafana erano sbocciate minuscole e chiare efelidi, il suo respiro non era più affannato.
La signorina inglese conduceva un’esistenza quieta, Aurora suonava il mandolino e amava i libri, ne aveva un baule pieno e li trattava con il riguardo che si conviene, a volte tra quelle pagine deponeva piccoli fiori.

Mandolino

Prediligeva i romanzi di Jane Austen, le cupe atmosfere di Dickens e i versi di Keats: in quei volumi trovava mondi che non aveva mai veduto, viveva amori che non aveva nemmeno mai osato sognare.
La sua vita tranquilla all’improvviso subì un inatteso terremoto: senza dir nulla a nessuno, in certe luminose mattine apriva il cancello del giardino e si allontanava dalla villa.
Si comprenderà che i genitori di lei si dimostrarono da subito molto apprensivi al riguardo: Aurora dava risposte evasive, li rassicurava dicendo che andava a leggere davanti al mare e loro, per quanto preoccupati, decisero di non porle ostacoli.
La loro figliola in fondo era stata sincera, qualcuno disse poi che l’avevano vista intenta nella lettura, proprio là, dove le onde si frangono contro gli scogli.
Era certamente lei, Aurora Millicent Fairfax con il suo cappellino e i guanti scuri, l’abito celeste e gli stivaletti con i bottoncini.

Via San Giuliano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non era soltanto il canto della risacca a condurla in quel luogo, Aurora aspettava i pescatori.
Uno di loro, senza alcuna malizia, aveva suscitato la sua attenzione, la ragazza aveva anche vagamente intuito il nome di lui: il giovane si chiamava Taddeo e parlava una strana lingua cantilenante, un dialetto per lei incomprensibile.
Taddeo non sapeva nulla della Regina Vittoria o di William Shakespeare, lui era un uomo di mare, non conosceva una parola di inglese e certo non era mai stato a Londra, penso lei mentre da sotto il suo cappello lo osservava.
Taddeo aveva la pelle riarsa dal sole, il viso scuro come l’ebano, portava sulla testa un buffo berrettino e teneva i calzoni arrotolati.
Taddeo stava a piedi nudi nell’acqua, la signorina inglese non aveva mai avuto l’ardire di fare altrettanto!

Pescatori allo Strega

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche lui la notò, così dolce ed eterea Aurora non passava certo inosservata.
Furono diversi e ripetuti quegli incontri fugaci e silenziosi, ogni volta lui la omaggiava con dei piccoli doni che risvegliavano la meraviglia di lei.
Un pugno di sassolini colorati, conchiglie maestose che Aurora non aveva mai veduto prima.

Conchiglie

Un giorno Taddeo mise ai suoi piedi una stella marina rossa come il sangue, Aurora abbassò il suo libro e accennò un timido sorriso mentre la creatura degli abissi riguadagnò lentamente la via del mare.

Mare (3)

Dissero che l’avevano veduta spesso, proprio nel punto dove la strada compie una curva.
Gli amici di Taddeo giurarono di non saperne nulla, solo un certo Martino, con il fare di chi custodisce un prezioso segreto, svelò alcuni particolari che lasciarono attoniti i signori Fairfax.
Disse che un giorno aveva sentito la voce di lei, gioiosa e soave, non riusciva a smettere di ridere mentre cercava di pronunciare alcune parole in dialetto, era goffa e incerta in quei suoi buffi tentativi.
Aurora stava seduta sui sassi e Taddeo era in ginocchio, di fronte a lei.
E poi, d’un tratto, la signorina inglese si era tolta gli stivaletti e tenendo sollevati i lembi dell’abito aveva camminato nell’acqua mentre la spuma del mare accarezzava le sue caviglie.
Taddeo le era rimasto accanto come un angelo custode.

Mare (2)

E questo era tutto, da quel giorno Aurora Millicent Fairfax era scomparsa nel nulla e anche di Taddeo non c’era più traccia.
I signori Fairfax attesero la figlia per lungo tempo e tornarono spesso in quel luogo dove lei era solita fermarsi.
I libri di lei furono riposti nel baule, le corde del mandolino non suonarono più, rimase impressa nella memoria di loro il viso dolce di quella figlia tanto amata e protetta come un fiore raro.
– Attenta, Aurora, non farti male!
Le sentiva ancora quelle parole, erano indelebilmente impresse nella sua mente.
Taddeo le diede la mano e restarono lì, sulla scogliera, mentre l’orizzonte si tingeva di oro.

Mare

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Ogni persona è un romanzo, a volte non puoi leggere certe storie ma puoi giocare con la tua fantasia.
E allora osserva bene: vedrai un giovane uomo, è un pescatore di nome Taddeo, accanto a lui c’è una fanciulla dalla pelle chiara, è la signorina Aurora Millicent Fairfax, l’ultima volta l’hanno vista là, seduta davanti al mare.

Via San Giuliano (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le porcellane inglesi di Miss Fletcher

Tutto ebbe inizio diverso tempo fa ad un mercatino dell’antiquariato, amo molto gironzolare tra i banchetti in cerca di cose belle e particolari.
Tutto ebbe inizio con un piattino, poi ne venne un altro e poi un altro ancora.

Porcellana (2)

E così è nata la mia piccola collezione di porcellane inglesi bianche e rosse, se ne stanno tutte insieme sul ripiano di un comò.

Porcellana (3)

Molti di questi pezzi appartengono a servizi diversi e pertanto presentano decori differenti tra loro.

Porcellana (4)

Alcuni invece sono parte della stessa serie, questa panciuta teiera è una romantica porcellana Mason’s.

Porcellana (9)

Si accompagna a questa capiente lattiera.

Porcellana (15)

E insieme c’erano questi due contenitori, uno è certamente per lo zucchero e l’altro forse serviva per il tè?

Porcellana

Certe porcellane hanno disegni orientali e vi sono templi, alberi esotici, panorami che hanno tutto l’incanto di luoghi lontani.

Porcellana (5)

Porcellana (6)

E poi, come è ben noto, sulle porcellane inglesi sono ritratti panorami di celebri località dal fascino imperituro, ecco la casa natale di William Shakespeare a Stratford-Upon-Avon.

Porcellana (7)

E un mulino con le dolcezze della campagna inglese.

Porcellana (8)

E poi castelli e dimore reali, luoghi amati che fanno parte della storia della Gran Bretagna.
Cosa manca alla mia collezione? Le tazze, curiosamente non le ho mai comperate, dovrei proprio provvedere!
In compenso ho un ambaradan di piattini di varie misure, pur appartenendo a servizi diversi stanno benissimo tutti insieme.

Porcellana (12)

Nella foto che segue spicca il panorama di una città con le tipiche case a graticcio, sulla vetrina di uno dei negozio si nota questa insegna: The Old Curiosity Shop.
E’ il titolo di un romanzo di Charles Dickens, questo servizio si ispira agli scritti dell’autore inglese.

Porcellana (11)

Appesi al muro ci sono due piatti da portata, questi provengono dalla Scandinavia.

Porcellana (13)

Per ragioni di spazio a un certo punto ho smesso di fare acquisti ma a dire il vero andar per mercatini in cerca di nuovi pezzi era davvero un bel passatempo.
E comunque ci vorrebbe almeno una tazza, non pare anche a voi?
Un piattino dopo l’altro così è nata la piccola collezione di porcellane di Miss Fletcher.

Porcellana (14)