Mrs Eliza Fletcher, l’amica di Mazzini

E’ la primavera del 1837, a Londra giunge, per un soggiorno di qualche settimana, Mrs Eliza Dawson, vedova dell’avvocato Archibald Fletcher.
Eliza non è più nel fiore degli anni, è una signora ormai vicina alla settantina.
A Londra incontrerà persone interessanti, come lei stessa scriverà nella sua autobiografia dove si legge che un giorno le venne portata una lettera di presentazione scritta da una delle sue altolocate conoscenze, con quella missiva si raccomandava a Mrs Fletcher un italiano appena giunto a Londra.
E questo è il ricordo del loro primo incontro:

…a young italian who at that time was a friendless stranger in London.
I found in the drawing room a young, slim, dark italian gentleman of very prepossessing appereance.
He could not then speak English and I very imperfect French; but it was impossible not to be favourably impressed at once by his truth and his sadness.

…un giovane italiano che a quel tempo era uno straniero senza amici a Londra.
Trovai in salotto un giovane gentiluomo italiano, snello e bruno, di aspetto molto attraente.
A quell’epoca lui non sapeva l’inglese e il mio francese era molto imperfetto; ma era impossibile non essere subito favorevolmente impressionati dalla sua verità e dalla sua tristezza.

(Autobiography of Mrs Fletcher, with letters and other family memorials)

L’esule è un genovese, l’esule si batte per una causa e per degli ideali per i quali ancora ricordiamo il suo nome, l’esule è Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini

Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Eliza lo ascolta, lui non cerca di suscitare la sua compassione, le dice che vorrebbe avere accesso a una pubblica biblioteca per poter approfondire certi suoi studi.
Eliza lo osserva, è scossa, lo trova ombroso e cupo, lo vede così profondamente vicino alla disperazione tanto da temere che il giovane possa commettere un suicidio.
E cosa fa la gentildonna inglese?
Forte della sua saggezza e della sua esperienza scrive a Mazzini una lettera con la quale lo esorta a resistere alle difficoltà della vita e a mettere a frutto i suoi talenti e la sua forza interiore.
La risposta che riceverà sarà l’inizio di una nuova amicizia: da quel giorno, come lei stessa scrive, si incontreranno nuovamente.
Di lui Eliza apprezza la dedizione e la grandezza d’animo, la colpirà apprendere che l’esule si occupa dei bambini italiani a Londra, quei suonatori di organetto ceduti come schiavi dai loro parenti, per questi piccini Mazzini aprì la scuola di Hatton Garden della quale vi ho già parlato in questo articolo.

Giuseppe Mazzini (2)

La scuola di Hatton Garden
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Thus he became added to my list of heroes, così egli venne aggiunto alla mia lista degli eroi, scrive Eliza.
Ed è per le virtù del suo autore che le lettere del patriota vennero incluse nell’epistolario di famiglia, perché i discendenti di Mrs Fletcher potessero comprendere la ragione della ammirazione di Eliza per lui.
Ma cosa scrive Mazzini a Eliza nella sua prima missiva?
Cerca di spiegare a lei il suo stato d’animo, tenta di chiarire un malinteso, lui non ha mai pensato di togliersi la vita e così le scrive:

I am naturally triste, I am rendered more so by my position, by what I have suffered.
Io sono naturalmente triste, ancor più triste mi rende la mia posizione, ciò che ho sofferto.

Giuseppe Mazzini (4)

Fotografia esposta al Mueo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E lo incupisce il pensiero della sofferenza causata alle persone amate.
C’è poi una considerazione che svela la sua grandezza e la sua personalità, sono parole che riguardano il senso della vita, i suoi scopi e certe priorità.

Despair, neutralizing activity, appears to me the highest point of selfishness. He who despairs of things and of men, and whom despair makes inactive or leads to quit life, is a man who has wished only to enjoy, and has made that his chief thought; not being able to do that, he destroys his life, either morally or materially, as the child does its plaything. Now, I do not consider life a game, but a very serious thing : it is an office to be fulfilled in the world.

La disperazione, attività neutralizzante, mi sembra il colmo dell’egoismo. Colui che dispera delle cose e degli uomini, e che dalla disperazione è reso inattivo o conduce una vita inerte, è un uomo che ha desiderato soltanto il godimento e ha fatto di questo il suo pensiero dominante; non potendo realizzarlo, distrugge la propria esistenza, moralmente o materialmente, come fa un bambino con il proprio giocattolo.
Ora, io non considero la vita un gioco, ma una cosa molto seria: è una missione che dobbiamo esercitare nel mondo.

It is virtue, and not happiness, which ought to be the aim of life.
E’ la virtù e non la felicità, che dovrebbe essere lo scopo della vita.

(Giuseppe Mazzini a Mrs Eliza Fletcher;
Edizione Nazionale degli Scritti di Mazzini, vol. XII).

Sono parole che si sentono raramente ai nostri tempi, quante volte sentite pronunciare la parola virtù?
In questa lettere si trova la grandezza di tutte le idee di Mazzini e la vera fede nel suo credo, lui rassicura la sua nuova amica, le scrive che è ben distante dal senso di disperazione, tra i suoi propositi c’è quello di far conoscere agli inglesi la condizione dell’Italia e le sue prospettive future, accenna anche a una sua prossima collaborazione con la rivista Le Monde.

Tomba di Giuseppe Mazzini

Cimitero Monumentale di Staglieno, tomba di Giuseppe Mazzini

 Conoscevo la storia di Eliza e la sua autobiografia ma vorrei raccontarvi come questa lettera sia arrivata tra le mie mani.
Un giorno ho ricevuto una mail che si apriva con queste parole: Dear Miss Fletcher.
Me l’ha inviata la Dottoressa Raffaella Ponte, direttrice del Museo del Risorgimento, la quale mi scriveva che la Dottoressa Bertuzzi, referente per la Didattica del Museo, leggendo il mio blog si era ricordata di Eliza Fletcher.
Che curiosa e piacevole omonimia, è vero?
Il libro nel quale sono raccolte le lettere di Mazzini si trova nella Biblioteca del Museo del Risorgimento, ringrazio la Dottoressa Ponte e la Dottoressa Bertuzzi per la loro cortese attenzione, per aver pensato a me e per avermi invitato la lettera di Mazzini alla sua amica inglese, vorrei che avessero visto il mio sorriso quando ho letto il nome di Eliza Fletcher.
Lei, l’amica inglese di Mazzini, ebbe cura del giovane patriota italiano, lo presentò al poeta Thomas Campbell e gli fece avere un permesso di libera entrata alle sale di lettura della biblioteca del British Museum.
E tramandò ai posteri il suo ricordo di lui in quell’autobiografia dove di lui si leggono queste parole, the prophet of the future unity of Italy, Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (5)

Monumento a Giuseppe Mazzini, Piazza Corvetto

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Table Talk, Oscar Wilde racconta

Table Talk, Oscar Wilde racconta, un libro di Thomas Wright che non può mancare nella libreria degli estimatori dello scrittore irlandese.
Il poeta che narra storie incantevoli, così fu definito Oscar a Parigi e così si legge nel pregevole testo di Wright, una raccolta dei racconti orali di Wilde suddivisi in aneddoti, favole e racconti biblici.
E si ritrova in queste pagine il raffinato affabulatore che amava inventare storie e poi narrarle ai suoi amici durante certe serate mondane, a quei fortunati che lo conobbero Wilde era solito raccontare anche le sue favole e le trame delle sue commedie.
Creava arguti gioielli della parola dalla struttura perfetta per poi presentarli al suo pubblico con garbo, con una certa teatralità e con la giusta modulazione della voce.
E allora immaginiamo di essere in uno di quei salotti mentre Oscar racconta Il ballo della Zia Jane.
Zia Jane vive nella sua grande casa nella contea di Tipperary e se ne sta per conto suo, con gli anni è diventata schiva, ma sapete cosa accade?
Un bel giorno arrivano i ricchi signori Ryan che sono diventati proprietari di una dimora sulla collina e intendono dare una fastosa festa.
E credete che Zia Jane possa tollerare una simile onta? No di certo, ma il finale del racconto non  è affatto scontato e non vi svelo nulla per non privarvi del piacere di scoprirlo.
C’è la vicenda dello scienziato e della sua palla magica, la favola della calamita e del mucchietto di limatura di ferro, con i granelli che parlano e borbottano.
E Wright ricorda quanto Oscar Wilde amasse inventare favole per i suoi bambini che rimanevano a bocca aperta ad ascoltarlo, viene citata la storia di certe fate che abitavano nelle bottiglie di un farmacista e davvero c’è da credere che i più piccoli potessero divertirsi un mondo ad ascoltare Oscar!
Il libro è una vera miniera di curiosi aneddoti, Thomas Wright correda ogni racconto di una breve introduzione e con grande abilità conduce il lettore al cospetto di Wilde.
E narra che i racconti di Oscar erano considerati talmente memorabili che sugli inviti alle cene veniva specificata la seguente frase: per conoscere Oscar Wilde e ascoltarlo raccontare una nuova storia.
Arguto e dissacrante, Oscar a volte proponeva alcune sue riletture personali di passi biblici e di celebri episodi della vita di Gesù.
Con il suo genio e il suo talento incantava, affascinava, riusciva persino a far sorridere coloro che avevano appena avuto un lutto, alcuni dei suoi ascoltatori annotavano ogni sua parola, altri si affidavano alla buona memoria, tra coloro che erano ammaliati dalle sue storie c’era anche André Gide che per Oscar nutriva una profonda ammirazione.
E Oscar stupiva il suo pubblico con le sue storie di spettri e fantasmi.
Una serata speciale, Oscar è ospite nella dimora dell’artista Arthur Hughes, tra gli invitati pare che ci fossero Charles Darwin e Dante Gabriel Rossetti, un parterre di gran pregio davanti al quale l’autore irlandese narra una storia, Il giovane pittore.
Un artista e i suoi dipinti, purtroppo le sue opere sembrano quasi prive di estro.
Il giovane possiede un pianoforte a coda dal quale un giorno, d’improvviso, si diffonde una musica sublime e che quadri escono dai pennelli del pittore con quelle note in sottofondo!
Ma chi sarà mai a suonare?
E che cos’è quella musica?
Il racconto viene pubblicato per la prima volta in questo volume e questo rende certo il libro ancor più attraente e accattivante per gli amanti di Wilde.
La grandezza del talento e le sue molte sfaccettature, Wilde una volta raccontò la vicenda di Narciso invitando i presenti ad ascoltare con gli occhi.
Ascoltare con gli occhi la magia delle parole, l’incanto dell’immaginazione del genio di Oscar Wilde.

Lots of people act well, but very few people talk well, which shows that talking is much the more difficult thing of the two, and much the finer thing also.

 Molte persone agiscono bene, ma sono molto poche quelle che parlano bene, questo ci dimostra che il saper parlare è la cosa più difficile tra le due ed è anche la più sottile.

(Oscar Wilde – The devoted friend)

Mrs Bentley & Mr Whitehead

Oggi vi presento due persone particolari.
La signora Julia Bentley e il suo distinto consorte, l’Ingegner Benjamin Whitehead, provengono dalle Isole Britanniche.
Inglesi, in terra di Liguria.
Inglesi, certamente avranno apprezzato il clima di questa regione come tanti loro compatrioti.
Inglesi, a Genova.
Oh, ma che sbadata!
Ancora non ve li ho presentati!
Gentili lettori, la signora Julia Morison Bentley e il signor Whitehead.

Bentley Whitehead (3)

Li trovate lungo il viale ombreggiato del Cimitero Protestante a Staglieno.
Effigiati nel marmo dallo scultore Lorenzo Orengo, i loro monumenti vivono una nuova stagione di splendore grazie a Walter Arnold, un generoso mecenate statunitense che ne ha finanziato il restauro.
Opere di grande valore artistico riconosciuto anche oltreoceano.
Non sono le sole statue ad essere state restituite di recente alla loro originaria bellezza, altri momumenti sono stati restaurati, sono tornate lucenti di bianco anche la tomba del celebre fotografo Alfred Noack e quella di Constance Lloyd, la moglie di Oscar Wilde.
Un museo sotto al cielo, questo è Staglieno.
E lì sì trovano anche il la Signora Bentley e il suo illustre consorte.

Bentley Whitehead (2)

In occasione del restauro del loro monumento sono state rese note alcune notizie in merito a questa bella coppia che scelse la Superba quale propria dimora.
E allora immaginateli, a bordo di una nave, nel lontano 1856: il futuro li attende, il futuro è l’Italia.
E’ in quell’anno che giunsero da queste parti e vennero ad abitare in Spianata Castelletto.
Là, dove ci si affaccia da una ringhiera e si vede il mare e la distesa infinita dei tetti d’ardesia, la città è ai vostri piedi.

Genova

E se vi foste trovati lì, in quelle serate dal clima tiepido, avreste potuto incontrare Julia Bentley a passeggio.
Tra le mani stringe quell’ombrellino vezzoso e indossa un abito sofisticato, adorno di pizzi e merletti.

Bentley Whitehead (5)Il suo vestito ha le maniche così lavorate, i bottoni tondi e grandi, il fiocco che le pende sul petto, il colletto così ricco.   E che pettinatura complicata!

Bentley Whitehead (4)

Che dire poi del suo amato?
Oh, lui era un ingegnere!
E viene qui ritratto accanto al suo banco da lavoro.

Bentley Whitehead (8)

E sulla tomba c’è scolpita una macchina a vapore che certo il signor Whitehead avrà usato.

Bentley Whitehead

E poi dovete sapere che Julia aveva ben 11 anni più di Benjamin, doveva essere davvero una donna di grande fascino!
Sapete, in realtà si conosce poco o nulla della loro vita.
Inglesi, a Genova.
Io sono certa che avranno conservato certe loro gradite abitudini, una tazza di té e i tramezzini al cetriolo per riscaldarsi dall’infido vento di tramontana che qui spira potente.
E sono certa che siano andati a passeggiare insieme sul lungomare di Nervi, quando il mare si infuria e solleva le onde contro la scogliera.

Nervi Mareggiata (14)

E poi ci sono alcuni segreti che fanno parte della vita di ognuno, sono i pensieri, le speranze, i sogni, i sentimenti.
Li teniamo con noi, li portiamo con noi.
E sono nostri, solo nostri.
Il destino fu beffardo con Julia, sebbene avesse un marito molto più giovane dei lei, lui se ne andò per primo.

Bentley Whitehead (7)

E fu Julia a volere che fosse Lorenzo Orengo a scolpire queste due statue, fu lei che scelse come essere ricordata.
Rimase qui, nella città che aveva scelto insieme al suo Benjamin.

Bentley Whitehead (6)
Ci sono alcuni segreti che fanno parte della vita di ognuno.
I sentimenti, i rimpianti, i ricordi.
Restò Julia, in Spianata Castelletto, davanti al mare e ai tetti di Genova.
Restò con quei suoi segreti che erano suoi, soltanto suoi.

Bentley Whitehead

 

Io e il Duca Bianco

Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Scrivevo lì sopra i testi delle canzoni per poi tradurli.
Lo avete fatto tutti, ammettetelo.
E d’altra parte a che serve studiare l’inglese se non a questo?
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
E sì, c’erano anche le canzoni del Duca Bianco.
Oltre il tempo, oltre gli stili e le mode, misterioso, intrigante e particolare.
E la sua voce, la voce di David Bowie è inconfondibile.
Le sue canzoni erano nel mio stereo e sullo schermo del cinema, le ascoltavo, le ballavo e le trascrivevo.
E sì, ho ancora le sue cassette, avevate dei dubbi?
Ricordo un celebre film, Il Bacio della Pantera, l’interprete era la splendida Nastassja Kinski.
Lei era torbida, carnale, trasudava sensualità ad ogni respiro e le sue movenze sinuose erano accompagnate da musiche composte da Giorgio Moroder.
E c’era quella canzone, Cat People: inizia piano, quasi lenta, poi la voce di Bowie esplode e pervade la vostra testa, è una voce che vi batte nel petto.
Ricordo le mie serate in discoteca, io che in realtà non ho mai amato tanto andarci.
Let’s dance, Golden years, China girl: ragazza fortunata, a me è toccata quella musica lì.
David Bowie può portarti ovunque, con le sue note e la sua musica, può portarti persino nello spazio, la sua Space Oddity è straniante, suscita una sorta di inquietudine interiore.
E risale al 1969, eppure è moderna, innovativa, fuori dal tempo come è lui.
E poi ricordo me, a Londra, ai tempi dell’università.
Su e giù per King’s Road, infinite volte.
Stravaccati per terra, intorno a un lampione, un gruppo di punk con la divisa d’ordinanza: chiodo, anfibi, cresta colorata.
E io ero assolutamente certa che avrei incontrato Boy George.
Sì, proprio lui, ne ero sicura.
Sono entrata in tutti i negozi, compresi quelli che vendevano abiti decisamente improbabili, almeno per me.
E ricordo quella ragazza che mi venne incontro con un sorriso luminoso.
Mi diede un volantino, lavorava per un celebre coiffeur e mi fece questa proposta:
– Saresti interessata a fare da modella per noi?
Parrucchiere? Forbici? Non scherziamo!
Capelli lunghi fino alla vita, non si toccano!
Ecco, a ripensarci adesso forse avrei dovuto accettare, il volantino comunque ce l’ho ancora, questo è ovvio!
E comunque stavo cercando Boy George, su e giù per King’s Road.
Eh, lui non si fece vedere, eppure ero così sicura di incontrarlo!
Tornai a casa a cambiarmi, quella stessa sera mi attendeva una discoteca londinese.
L’ho detto, io non sono mai stata tanto appassionata di locali.
Ma ero a Londra, era ben diverso caspita!
E così eccomi lì, calze nere coprenti, scarpe con la zeppa, minigonna nera, giacca nera.
In una discoteca di Londra, a Chelsea.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Musica.
E d’un tratto, una visione.
Tra la folla.
Tra tutta quella gente.
E mi sembrò davvero strano che Ziggy Stardust fosse lì, a pochi passi da me.
Ground Control to Major Tom
Quella sera avevo anche conosciuto un ragazzo che per un caso del destino si chiamava David, solo che lì davanti a me c’era David Bowie.
E questo fece tutta la differenza.
E no, non mi venne in mente di avvicinare il Duca Bianco, rimasi incantata a guardarlo.
Io che ero certa che avrei incontrato Boy George.
Era come se intorno non ci fosse più nessuno.
Confusione, rumore, luci, musica e birra.
Qualche istante, con una visione dentro agli occhi.
L’ho seguito con lo sguardo allontanarsi e svanire tra la folla.
Il mio era un blocco di carta riciclata, a quadretti grandi.
Su quelle pagine avevo scritto queste parole.

Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, forever and ever
We can be heroes, just for one day.

L’anima dei libri

L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

Storie di fantasmi per il dopocena, il fine umorismo di J. K. Jerome

It was Christmas Eve.
Era la vigilia di Natale, cosi inizia Storie di Fantasmi per il dopocena (Told after Supper) spassoso libricino pubblicato nel 1891 da Jerome Klapka Jerome, autore di Three Men on a Boat (to say nothing of the dog), del quale vi ho già parlato in questo post.
Dunque, era la vigilia di Natale.
E cosa accadde in quella notte magica?
Sapete, quella è la notte dei fantasmi.

Christmas Eve is the ghosts’ great gala night.

 Ma che dico, è la notte della parata! Certo!
E sapete, tutti gli spettri si preparano con gran cura: tirano fuori le catene cigolanti, i pugnali grondanti sangue e i lenzuoli con i quali terrorizzeranno le vittime prescelte.
Troverete in questo libretto quel raffinato humor inglese del quale Jerome è insuperato maestro.
Non si sa per quale ragione, narra lo scrittore, i fantasmi amano andarsene a spasso la notte della vigilia.

It is invariably one of the most dismal of nights to be out in—cold, muddy, and wet. And besides, at Christmas time, everybody has quite enough to put up with in the way of a houseful of living relations, without wanting the ghosts of any dead ones mooning about the place, I am sure.

E’, immancabilmente, una delle notti più tetre per uscire – fredda, fangosa e piovosa. E oltre tutto, a Natale, ognuno ha già il suo bel da fare a sopportare una casa piena di parenti, senza bisogno che ci si mettano pure gli spettri di quelli defunti a ciondolare in giro, ne sono più che certo.

Ne converrete con Jerome, io non saprei dargli torto.
E comunque eccoci qua, la sera del 24 dicembre.
Siamo in un salotto londinese.
Oh, è stata appena servita una cena deliziosa con tanto di pasticcio di vitello e di aragoste arrosto!
Gli ospiti si accomodano in salotto per godersi un buon ponce al whisky.
Oltre al narratore, sono presenti suo zio John, il curato Mr Scrubbles e alcuni altri amici.
Una partita a carte, due chiacchiere e alla fine, sapete come accade?
Ognuno narra la propria storia di fantasmi, naturalmente.
Alla maniera di Jerome, questo è chiaro.
Se avete riso fino alle lacrime con le avventure di Jerome, Harris, George e Montmorency state pur certi che non rimarrete delusi.
E io non vorrei rovinarvi la sorpresa, perché mai dovrei?
Tuttavia mi pregio di accennarvi alla vicenda del mulino, il sinistro racconto che viene narrato con dovizia di particolari da Mr Coombes.
Surrey, campagna inglese.
Lo zio di Coombes, un certo Mr Joe Parkins, ebbe la malaugurata idea di affittare un vetusto mulino.
Si diceva in giro che il posto fosse un tempo appartenuto a un vecchio tirchio, che aveva lì nascosto tutto il denaro accumulato negli anni.
Parkins non era tipo da dar retta alle chiacchiere e non se ne curò, anche se un po’ lo incuriosiva il pensiero di avere un tesoro da qualche parte.
Finché giunse una certa notte, nella quale accadde qualcosa di strano.
Din don, suonarono le campane a mezzanotte.
Joe si svegliò ed ebbe una sorpresa:

 At the foot of the bed something stood very still, wrapped in shadow.
Ai piedi del letto c’era qualcosa che stava diritto, avvolto nell’ombra.

Un fantasma in piena regola!
Parkins pensò che fosse il vecchio avaro, venuto a mostrargli il luogo che celava le sue ricchezze nascoste.
Il fantasma si fermo davanti al caminetto e poi svanì.
Il giorno dopo, in fretta e furia, Parkins fece venire i muratori che mattone dopo mattone smantellarono il camino.
E dovevate vederlo Joe, con il sacco in mano, speranzoso di riempirlo di monete d’oro!
Niente, non trovarono niente.
La notte successiva il fantasma tornò e si fermò in un punto preciso della stanza.
Ah, ecco, quello era il punto!
Via anche il pavimento!
Ma lì sotto, nessun tesoro.
E notte dopo notte lo spettro continuò ad apparire nei luoghi disparati della casa e, come avrete già capito, Parkins non si arrese.
Tetti, soffitti, finestre e muri, il mulino venne a poco a poco demolito, tanto che non ci si poteva più vivere.
E il fantasma? Così come era arrivato se ne andò, senza mai più far ritorno.
Un mistero mai svelato, anche se in paese si disse che lo spettro era forse quello di un idraulico o di un vetraio che aveva un certo interesse nel vedere quella dimora fatta a pezzi!
Fine, sottile e impareggiabile humor inglese, questo troverete nei racconti di Jerome.
Accomodatevi in quel salotto, in una gelida sera d’inverno, prendete il vostro ponce e apprestatevi ad ascoltare racconti di fantasmi che vi faranno sorridere.
E se intendete trascorrere le prossime feste di Natale a casa di qualcuno, mi raccomando, ricordate le raccomandazioni di Jerome, lui è uno che se ne intende.

The guest” always sleeps in the haunted chamber on Christmas Eve; it is his perquisite.
“L’ospite” dorme sempre nella camera infestata la Vigilia di Natale; è la sua prerogativa.

The importance of being Earnest

Half Moon Street, Londra.
Un elegante salotto, in sottofondo la melodia di un pianoforte.
Signori, benvenuti nella dimora di Algernon Moncrieff, dove si svolge il primo dei tre atti che compongono la più celebre commedia di Oscar Wilde, The importance of being earnest.
Come è ben noto, il titolo gioca sull’equivoco del significato della parola earnest, che in inglese significa onesto, e della sua assonanza con il nome del protagonista, Ernest.
Ernest Worthing, per la precisione, amico intimo di Algernon che fa il suo ingresso nella casa di quest’ultimo proprio all’ora del tè.
Ernest Worthing, per lo meno con questo nome lo conosce Algernon.
In realtà il suo vero nome è Jack Worthing, ma quando viene a Londra si fa chiamare Ernest.
Ma non è finita.
Jack Worting abita in campagna ed è tutore di Miss Cecily Cardew e capirete bene che un gentiluomo, investito di tale responsabilità, debba mantenere un certo ritegno, una certa serietà.
Ma che noia la campagna!
E invece Jack ama la vita mondana della capitale e allora, per avere un motivo per andarsene a Londra, si è inventato un fratello immaginario, che appunto si chiama Ernest e si caccia continuamente nei guai.
Eh, per soccorrere il fratello il povero Jack, ahimé, è spesso costretto a lasciare la campagna!
Un’ottima scusa, non pare anche a voi?
D’altra parte, Jack ha molte ragioni per andare a a Londra, lì si trova colei della quale lui dice:

She is the only girl I ever saw in my life that I would marry. 
E’ la sola ragazza che abbia visto nella mia vita che sposerei.

La fanciulla si chiama Gwendolen Fairfax e ha un vezzoso desiderio che così esprime:

My ideal has always been to love some one of the name of Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Il mio ideale è sempre stato  amare qualcuno  di nome Ernest. C’è qualcosa in quel nome che ispira fiducia  assoluta.

Capite? Jack non ha scelta, lo dice lui stesso:

My name is Ernest in town and Jack in the country.
Il mio nome è Ernest  in città e Jack in campagna.

D’altra parte il suo amico Algernon non è in una migliore situazione.
Oh, Algernon abita a Londra ma, guardate un po’, preferisce la campagna!
E così, per avere un espediente per recarsi laggiù, si è inventato un certo amico assai cagionevole di salute, un tale Bumbury e andare a trovarlo fornisce ad Algernon l’alibi di allontanarsi da Londra quando meglio lo aggrada.
Bene sapete cosa accade? Un bel  giorno Algernon, fingendosi Ernest Worthing, si presenta nella casa di campagna del suo amico Jack.
Oh, che distratta! Scordavo di dirvi che  in questa circostanza Algernon si innamora di Miss Cecily Cardew, sì, colei della quale Jack è tutore, e lei lo ricambia!
E anche Miss Cecily ha un desiderio peculiare:

It had always been a girlish dream of mine to love some one whose name was Ernest. There is something in that name that inspire absolute confidence.
Ho sempre avuto un mio sogno di fanciulla di amare qualcuno il cui nome sia Ernest. C’è qualcosa in quel nome che mi ispira assoluta fiducia.

Adesso capite, vero?
Sì, ne sono certa, a tutti voi è chiaro quanto sia vitale l’importanza di chiamarsi Ernesto.
Ed anche quella di essere onesto, oh sì, perché gli equivoci e i colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro in questa commedia che esprime alla perfezione il talento ineguagliabile di Wilde.
Questa è l’ultima delle sue commedie, Wilde la scrisse nel 1894, in un periodo tormentato della sua vita.
Intreccio, equivoci, dialoghi fulminanti.
E’ tutto lieve in questa commedia, l’uomo e il suo doppio ha qui un significato ben diverso rispetto al celebre romanzo di Wilde, The picture of Dorian Gray.
Il doppio non è la propria immagine che tetra si deforma  in un ritratto, bensì il gioviale Ernest Worthing.
Leggerezza e umorismo, ma la  lievità di Wilde ha un preciso scopo: colpire la morale vittoriana e le sue ipocrisie.
E allora ecco i personaggi indimenticabili, Lady Bracknell e Miss Prism, Cecily e Gwendolen.
Ed ecco le molte perle di Wilde scaturite dalla sua commedia, parole che stigmatizzano le convenzioni della società e certe sue regole, ad esempio il matrimonio:

To speak frankly, I am not in favour of long engagements. They give people the opportunity of finding out each other’s character before marriage, which I think is never advisable.
 Sinceramente, non sono favorevole ai lunghi fidanzamenti. Danno alle persone la possibilità di conoscersi prima del matrimonio, che non credo sia mai consigliabile.

In married life, three is company, and two is none.
Nel matrimonio, in tre ci si fa compagnia e in due si è soli.

 All women become like their mothers. That is their tragedy. No man does. That’s his.
Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Nessun uomo lo diventa. Questa è la sua.

Una certa eccentricità,  frizzante e ricca di fascino:

I never travel without my diary. One should always have something sensational to read on a train.
Non viaggio mai senza il mio diario, bisognerebbe sempre aver qualcosa di sensazionale da leggere in treno.

La splendida ironia di Lady Bracknell, con certe sue finezze espressive.
A Jack che che la informa di aver perduto entrambi i genitori lei imperturbabile risponde:

To lose one parent, Mr Worthing, may be regarded as a misfortune; to lose both looks like carelessness.
Perdere un parente, Signor Worthing, può essere considerata una disgrazia; perderli entrambi sembra piuttosto una disattenzione.

Questo è Oscar Wilde, nella sua più celebre commedia.
Lascio a voi scoprire la trama, se ancora non la conoscete.
E una lettura di pregio, ma ancor di più potrete godervela se assisterete allo spettacolo teatrale o se guarderete questo film, un capolavoro impagabile nella sua perfezione.
E non ho parole migliori, nell’attesa che scopriate questo testo magistrale, se non quelle della candida Gwendolen.
Parole uniche, che solo un genio poteva scrivere.

 This suspense is terrible. I hope it will last.
Questa suspense è terribile. Spero che duri.

Vittorio Alfieri e Penelope Pitt, un fierissimo intoppo amoroso

Londra, 1771.
Soggiorna nella capitale inglese un giovane di belle speranze, uno spirito indomito e appassionato, diventerà uno dei massimi poeti e drammaturghi di tutti i tempi.
Il suo nome è Vittorio Alfieri, all’epoca appena ventiduenne.
Nella capitale inglese il giovane frequenta il bel mondo, bazzica i salotti della nobiltà, ed è nella dimora del Principe di Masserano che si incontrerà  colei che gli strazierà il cuore: Penelope Pitt.
Lei è una ragazza di eccezionale bellezza, Alfieri ne rimane stregato.
Ahimé, la fanciulla è già sposata!
Il marito, lord Edward Ligonier, è tenente colonnello dell’esercito inglese.
Ah, certo, questo non è sufficiente a tenere lontani i due!
Vittorio è pazzo d’amore e cerca ogni occasione per incontrare la sua amata.
Si vedono in Hyde Park, a teatro, i due amanti si incontrano a casa di Penelope, quando il marito di lei è fuori per lavoro.
Che rischio!
E giunge il mese di maggio.
Penelope parte per la campagna, per soggiornare in una villa fuori Londra.
E in una di quelle sere, nelle quali il marito è lontano, impegnato con i suoi doveri militari nella capitale inglese, il bel Vittorio parte alla ventura, per incontrare la tanto desiderata Penelope.
E’ notte, notte fonda.
Cautamente, Alfieri lascia il suo cavallo a un miglio di distanza dalla casa di lei e, con l’ausilio delle tenebre, si avvia a piedi verso la sua meta.
Che follie si compiono per amore, eh?
Quelle visite, scrive il poeta, erano zolfo sul fuoco, e nulla ci bastava se non ci rassicurava del sempre.
Io viveva in un continuo delirio, inesprimibile quanto incredibile da chi provato non l’abbia, e pochi certamente l’avranno provato a tal segno.
E’ così, vero?
Ciascuno ritiene che il proprio sentimento sia sempre il più grande, incomparabile al sentire altrui.
La vita del poeta procede a gonfie vele, fra quell’amore ardente e le altre sue passioni; tra le tante, Vittorio adorava cavalcare.
Un giorno, in sella al suo cavallo preferito, in compagnia del Marchese Caracciolo, nel tentativo di saltare un ostacolo, il poeta cade malamente slogandosi una spalla.
Ah che sfortuna!
E ora come farà a raggiungere la sua bella?
Oh, nulla lo ferma! Una sera parte in carrozza e come sempre si fa lasciare a distanza di sicurezza, fa un bel pezzo di strada a piedi, scavalca la staccionata e finalmente si butta tra le braccia di Penelope.
Pochi giorni dopo accade il fattaccio.
Al teatro italiano, il poeta incontra Lord Ligonier, il consorte di Penelope.
Costui lo chiama da parte, i due escono da teatro e si dirigono verso Green Park, dove Ligonier riferisce al poeta di essere a conoscenza della tresca amorosa.
Vittorio nega.
Oh, no! Non c’è mai stato nulla tra lui e la signora!
Il nobiluomo insiste, afferma che sia stata la sua stessa moglie a confessare il tradimento, Alfieri a quel punto, ammette la sua colpa.
Come si era soliti a quei tempi, il marito tradito sfida a duello il fedifrago.
Io sono sempre stato un pessimo schermidore; mi ci buttai dunque fuori di ogni regola d’arte come un disperato; e a dire il vero io non cercava altro che di farmi ammazzare.
Queste le parole di Vittorio Alfieri!
Che momentaccio!
Il povero poeta riportò una lieve ferita al braccio, tenete conto che, oltre a non essere tanto abile con la spada, aveva pure la spalla slogata, e comunque se la cavò con quella che lui definì una scalfitura.
Ah, l’amore!
Vittorio pensa bene di rifugiarsi a casa di una sorella di Ligonier, che tante volte aveva fatto da copertura ai due amanti e lì trova proprio la sua Penelope.
Lei gli svela che il marito, assalito dai dubbi e dalla gelosia, aveva dato ordine a una persona di sua fiducia di vigilare sulla moglie, durante le assenze del marito, e così era accaduto che l’Alfieri era stato visto introdursi furtivamente nella villa.
Il racconto dettagliato di questo fierissimo intoppo amoroso, come lo definisce lo stesso Alfieri, si può leggere su La Vita scritta dal medesimo, dove egli chiosa:
Ogni lettore italiano sta qui aspettando pugnali, veleni, battiture, o almeno carcerazione della moglie, e simili ben giuste smanie.
Nulla di tutto ciò, il Lord non fa un plissé, con britannico aplomb si limita a chiedere il divorzio.
Gioia e felicità! Finalmente quell’amore può essere vissuto alla luce del sole!
Penelope, tuttavia, mostra una certa inquietudine.
Malgrado Vittorio le dimostri ogni giorno la sua devozione lei piange, si dispera, afferma che certo lui non l’avrebbe mai sposata.
Cosa è mai accaduto?
Dopo giorni di angoscia, lei confessa di aver avuto una lunga relazione con il palafreniere di casa, il quale, vinto dalla gelosia nei confronti del poeta, era andato dal padrone a spiattellare tutti i dettagli della sua storia con Penelope, dicendo al povero Ligonier che certo non perdeva una gran moglie!
Alfieri è furente, e così ricorda: andai quella sera facendo e disfacendo, e bestemmiando, e gemendo e ruggendo.
Per la rabbia, lui che inglese non è, dice a Penelope se io mai fossi venuto in chiaro d tale infamia dopo averla sposata, l’avrei certamente uccisa di mia mano e me stesso forse sovr’essa.
Un dramma d’amore!
Poi si cheta, riconoscendo a lei l’onestà di quell’attimo di sincerità.
E ancora non è finita, a sera Vittorio Alfieri si trova a sfogliare un giornale, dove trova un lungo articolo con i dettagli della sua vicenda amorosa, legge anche  particolareggiati racconti sulle avventure di Penelope con il  palafreniere.
Allora comprende che la confessione di lei era giunta solo nel momento inevitabile, quando cioè tutta la faccenda era stata ormai resa pubblica.
E qui il focoso Alfieri non regge il colpo, si precipita a casa di lei e la copre di male parole ma, malgrado la rabbia, non riesce a staccarsi da lei.
Eh, la povera Penelope, per rimediare al proprio disonore, si trasferirà in Francia, in un monastero, dove certo le distrazioni non saranno state tante!
Vittorio farà parte del viaggio insieme a lei, accompagnandola fino a Rochester per prolungare di stare insieme, fremendo io e bestemmiando nell’esservi e non me ne potendo pure a niun conto separare.
L’amore, sempre uguale nei secoli, come scriveva Catullo.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato
Vittorio  e Penelope si rincontreranno vent’anni dopo.
Lui è ormai legato alla contessa d’Albany, Penelope è ancora bellissima. Lui le scrive una lettera, con la quale si scusa per aver messo a soqquadro la sua vita, lei risponde serenamente, dichiarandosi fiera di aver conosciuto un poeta ormai famoso e noto al mondo.
Terminò così  la passione d’amore di Vittorio Alfieri per Penelope Pitt, un fierissimo intoppo amoroso.

L’amore secondo Emily

L’altro giorno, tornando a casa, ho incontrato una ragazza.
Era seduta di fronte a me, sull’autobus.
Una ragazza, sui 16 anni a dir tanto.
Un tipo molto semplice, con il visetto acqua e sapone,  senza un filo di trucco, portava i jeans e le scarpe da ginnastica.
Lei non ha fatto caso a me, no.
Era troppo assorta a leggere, teneva un libro tra le mani e la sua mente e i suoi pensieri erano tutti lì, tra quelle pagine.
Sembrava che la lettura l’avesse trasportata proprio in un altro mondo, distante e lontano dal tempo presente.
Leggeva e il suo sguardo si faceva serio, era rapita dalle parole.
Ho guardato la copertina, il titolo di quel libro che pareva suscitare tanto interesse: Cime tempestose.
E allora ho osservato ancora quella ragazza così giovane e ho pensato che stesse conoscendo l’amore, l’amore secondo Emily.
E ho pensato a lei, a Emily Brontë e a quell’incontro tra due giovani donne.
Colei che raccontò la più grande passione d’amore mai narrata, visse appena trent’anni e questo fu il suo unico romanzo.
E in questi giorni quel libro è tra le mani di quella ragazza.
Un incontro, al di là dei secoli.
E l’amore, l’amore secondo Emily ha quello scenario scabro, la brughiera, anch’essa protagonista del romanzo.
Ed è un amore tormentato, potente, un amore che travolge e distrugge.
Catherine, che quando parla di sè si definisce selvaggia, aspra e libera, aggettivi perfetti per la brughiera che rispecchia, per certi aspetti,  il carattere della protagonista del romanzo.
E quella ragazza, che legge, legge quelle pagine dense di emozioni.
E’ la grandezza della letteratura, capace di creare un legame con i personaggi e un senso di appartenza a certi luoghi neppure mai visti.
Le rocce, le foglie.
Guardavo la giovane lettrice, immersa in uno dei romanzi più grandi di tutti tempi e intanto pensavo.
Non è semplice narrare  questo  romanzo in maniera efficace, la sua bellezza è nelle atmosfere, in quel vento che spira implacabile su quelle colline, in quella passione che consuma e brucia, in quella complessità a tratti difficile da cogliere, nella profondità di certi abissi dell’animo.
Non ci sono mezze misure, mai.
L’amore è assoluto e totale, è crudele ed impietoso, annienta e colpisce al cuore.
E così è questo libro, lo amerete o lo odierete, senza vie di mezzo.
Non potrete scegliere, sarete accanto a Catherine nella brughiera, oppure lontani da lei.
Quella ragazza era lì, sulle colline, a Wuthering Heights.
Ed io ho pensato a quel passaggio del romanzo, nel quale la Brontë esprime appieno cosa sia l’amore, quella specie di amore, unico ed immenso.
E’ un sapiente gioco di metafore, nel quale si esplica appieno la potenza di un sentimento, quello che Catherine prova per Heatcliff, contrapposto a un diverso sentire, ben più flebile e fragile.
Queste le sue parole:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state le sofferenze di Heathcliff, e io le ho osservate e patite tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei ad essere; e se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l’universo mi diverrebbe estraneo: non mi sembrerebbe di esserne parte.
Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, lo so bene, come l’inverno muta gli alberi.
Il mio amore per Heathcliff è simile alle rocce eterne che stanno ai piedi degli alberi: fonte di poca gioia visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente: non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere.

Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei ad essere.
La ragazza ha continuato a leggere, senza distogliere mai lo sguardo da quelle pagine.
Simile alle rocce eterne.
Queste parole scorreranno sotto i suoi occhi.
Il mio pensiero principale nella vita è lui.
Una ragazza, un libro, la vita che verrà.
E l’amore.
L’amore secondo Emily, immutabile come le pietre, incorrotto dal tempo e dai suoi guasti.

Ofelia

Ofelia, è lei il personaggio shakespeariano femminile che più mi abbia colpita.
Sarà per solidarietà, forse.
A lei è toccato in sorte l’individuo più contorto e complesso che si possa immaginare, Amleto, il principe del dubbio.
Dramma, tragedia, omicidio.
E amore, quanto è grande l’amore di Ofelia?
Immenso, incommensurabile, puro e perfetto.
E’ quella specie di amore che può gettare in un abisso.
Ed è proprio in un baratro che precipita Ofelia, spinta giù dal rifiuto di lui e dalla perdita dell’illusione d’amore.
Io ricordo, nei miei anni di università, quando studiai l’Amleto.
Ero affascinata dalle parole di lui, da quel suo elucubrare, dormire, forse sognare.
E poi quel tormento, quell’inquietudine continua, perenne e costante, i suoi turbamenti.
E insomma, diciamocelo, aveva intortato anche me.
Ora poi, non vorrei far rimbalzare il Bardo nella tomba, ma questo Amleto, lasciatemelo dire, è davvero perfido.
Ofelia lo ama, visceralmente.
E come tutte le giovani innamorate, è sprovveduta e segue il suo istinto.
Eppure Laerte, il fratello di lei, la mette in guardia, Amleto è nobile, la scelta della sua sposa sarà inevitabilmente legata al suo titolo.

Fear it, Ophelia, fear it, my dear sister, and keep within the rear of your affection
Non fidarti, mia cara sorella, non fidarti, e tieni la retroguardia del tuo affetto

Ma Ofelia è certa dell’affetto di Amleto, oh sì, lui la ama!
Springes to catch woodcocks, laccioli per beccacce, dice Polonio, il padre di Ofelia, che ordina alla figlia di tenere a freno la sua passione, di moderare i suoi sentimenti.
E poi c’è l’incontro, quell’incontro fatale.
Amleto chiede ad Ofelia di ricordarsi di lui, nelle sue preghiere.
E poi le parla, le dice che lui non l’ha amata mai, le ripete più di una volta queste parole: get thee a nunnery, vai in convento.
Delusione, rifiuto, distacco, addio.
E le parole di lui, le sue parole, sono piene di disincanto e di amarezza.
E Ofelia che fa?
Mi perdoni il Cigno di Avon, per questo finale alternativo da me auspicato, ma lei, anziché prendere una padella e fracassarla sul regale cranio del principe di Danimarca, si lascia travolgere dal dolore.
Ofelia impazzisce , perde il senno e la padronanza di sé.
E muore annegata, nelle acque di un ruscello, sulle cui rive era andata ad intrecciare romantiche ghirlande di fiori.
Avrebbe dovuto spingerci lui, nell’acqua, altrochè! Con tanto di armatura e tutto, sarebbe andato a fondo in un battibaleno e tanti saluti.
Eh, però se lo avesse fatto, non avremmo quella tragedia.
E io non mi sarei tanto commossa per la fine di quella fanciulla, mi capita ogni volta che prendo tra le mani quel libro, sapete.
Quando sono stata a Londra, alla Tate Gallery, sono rimasta incantata ad osservare per un tempo infinito questo quadro, di John Everett Millais.

Ophelia, John Everett Millais

L’acqua scura, le braccia aperte, in quel gesto arreso, impotente.
I fiori che galleggiano sull’acqua, i capelli di lei, lunghissimi e mossi.
E il suo viso, quella pelle candida, quasi trasparente, gli occhi sbarrati di stupore, le labbra socchiuse, dopo che le ha abbandonate l’ultimo respiro.
Questa è Ofelia, nella sua fragilità, nella fine, nella sconfitta.
E sì, ho un po’ divagato nel raccontarvi cosa sia lei per me, è vero.
E poi insomma, i tipi complicati, enigmatici e imperscrutabili hanno un certo fascino, bisogna ammetterlo.
E lui non era uno qualunque, era Amleto, uno che sapeva incantatare con le sue parole.
Mi ha sempre fatto una tenerezza infinita Ofelia, travolta dall’acqua del fiume, implacabile e crudele come sono certi amori, così potenti da non lasciare scampo.
Come certi interrogativi, eterni e senza risposta.
To be or not to be, that is the question.