Pensieri sparsi e colori del 17 Marzo

Il profilo della costa, i contorni della nazione.
Lo stivale: l’Italia ha questa forma, lo sappiamo fin dalle elementari.
La freschezza degli agrumi di Sicilia, le fragranze delle erbe aromatiche, i diversi profumi di una terra generosa.
Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Luigi Pirandello.
Blu intenso, Mediterraneo.
Le lunghe spiagge sabbiose oppure gli scogli.
Le isole sferzate dal vento, i traghetti delle vacanze, le foto ricordo su Ponte Vecchio o in Piazza San Marco.
Carlo Pisacane, Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi.
Leonardo Da Vinci. E poi mi viene in mente quel film, proprio quello là. Non ci resta che piangere. Troisi e Benigni. Un fiorino.
Le Repubbliche Marinare.
Rischiatutto, il Corriere dei Piccoli e a letto dopo Carosello.
Raffaello, Michelangelo e Sandro Botticelli.
La costiera amalfitana, le Cinque Terre, il Monte Bianco, la Valle dei Templi.
Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento.
Le Camicie Rosse. I Mille. Lo scoglio di Quarto.
Il Colosseo, l’Arena di Verona, il Duomo di Milano, la Mole Antonelliana, Il Maschio Angioino.
La Lanterna, anche lei, mia amata.
In un mondo che non ci vuole più il mio canto libero sei tu.
Il colore del cielo, sembra che non sia proprio così ovunque si vada.
Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioacchino Rossini.
La 500, gli anni ‘60 e il boom economico.
I ragazzi del ‘99.
I ragazzi che avevano il Ciao.
Quelli che hanno fatto la guerra del 15/18, quelli del Carso.
Quelli che andavano su quelle montagne, i partigiani.
Quelli che sono tornati.
Quelli che invece non hanno compiuto vent’anni.
Quegli altri che non hanno mai vissuto una guerra e forse non sanno quanto sono fortunati per questo.
E voi, quando vedete un tricolore a cosa pensate?
Io a tante cose diverse, ne ho scritte qui alcune in ordine sparso, è impossibile parlare di noi in una scarna paginetta e fare pure un elenco esaustivo delle nostre eccellenze nel mondo dell’arte, della cultura, della storia e della musica.
E sono davvero tanti i motivi che rendono unica e speciale la nostra bella Italia.
Avrete poi notato che ho aggiunto anche alcune note molto lievi: siamo anche questo, siamo le nostre canzoni, siamo i luoghi che amiamo e siamo le nostre memorie.
E siamo la nostra storia, anche se a volte sembra che ce ne dimentichiamo.
Oggi è il 17 Marzo, oggi è l’anniversario dell’Unità d’Italia e io ho pensato di ricordarlo così, in modo forse insolito.
E voglio concludere con l’incipit di una canzone patriottica di un altro tempo: la cantavano con fierezza i ragazzi di quell’Italia ancora da fare, al tempo dei moti del 1848.
E la ricorderete anche voi, ne sono certa, queste sono le sue prime parole.

È la bandiera di tre colori
sempre è stata la più bella!
Noi vogliamo sempre quella,
Noi vogliam la libertà!

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Via di Scurreria, sulle tracce dei patrioti

Genova dai mille sguardi che amorosi e benevoli si posano su di voi, sguardi di Santi e di Madonne ritratti nelle statue collocate nelle molte edicole del centro storico.
Ci sono poi altri sguardi che appartengono alla storia e alla nazione intera, richiamano alla mente gesta eroiche che a volte paiono distanti nel tempo ed estranee al nostro quotidiano.
Evocano una parola caduta in disuso, negletta e quasi dimenticata: patria, una parola perduta che non si pronuncia quasi più.
Orgoglio dell’Italia e di Genova i nomi di coloro che si sacrificarono in nome di alti ideali, nella città di Mazzini, Savi e Ruffini troverete spesso tracce risorgimentali, i muri di Genova ancora raccontano quelle giornate.

Il tricolore - Genova

E se andrete in Via di Scurreria lasciate che su di voi si posi uno di questi sguardi, appartiene a una figura femminile graziosa ed armoniosa, la trovate proprio sopra ad una delle vetrine di un celebre negozio di abbigliamento, salendo la vedrete alla vostra sinistra.

Via di Scurreria

Ritta tra due cornucopie dalle quali fuoriescono frutti profumati e gustosi,  la fanciulla scolpita su quel marmo è circondata dall’abbondanza.
Lei indossa un manto che copre le sue fattezze, questa giovane donna fiera è una figura allegorica e rappresenta l’Italia Turrita, così detta perché  porta sul capo  una corona muraria con tanto di torri.
Fanciulla amata dai patrioti, l’Italia.

Via di Scurreria (3)

Con una mano regge il tricolore sul marmo potrete leggere questa frase: Italia libera, Iddio lo vuole e lo sarà.
Queste parole, come scrive lo studioso Leo Morabito, richiamano il motto delle Crociate, Dio lo vuole.
L’altorilievo risale al 1847, a giorni di furore, in quell’anno si vide una moltitudine di genovesi salire in corteo verso il Santuario di Oregina.
Era il 10 dicembre, era l’anniversario della cacciata degli Austriaci, alla testa di quel corteo c’era un giovane, Goffredo Mameli, trovate qui il racconto di quella epica giornata.
Tra i vessilli condotti dagli uomini in marcia, il giovane Mameli intona il Canto degli Italiani, destinato a divenire il nostro inno nazionale.
In nome dell’unità, in nome di un ideale per il quale egli sacrificò la sua vita.
In nome dell’Italia, colei che potete vedere nella strada un tempo percorsa dai patrioti.

Via di Scurreria (2)

Maestosi velieri nel mare di Genova

Nel corso della settimana a Genova è approdato uno splendido veliero, il Clipper Stad Amsterdam, adibito a scuola di nautica, in questi giorni ha lasciato più volte il porto per delle crociere.
E vuoi non andare a vederlo?
Era attraccato alla Stazione Marittima, con i suoi alberi maestosi e svettanti.

Clipper Stad Amsterdam (2)

Non semplice ammirarlo da vicino, però l’ho veduto tra i palazzi.

Clipper Stad Amsterdam (3)

E ancora dai Magazzini del Cotone.

Clipper Stad Amsterdam (4)

Un veliero evoca imprese eroiche, storie di pirati e di avventure.

Clipper Stad Amsterdam (5)

Il bello di vivere in una città portuale è anche il fatto che le novità non mancano mai.
E mentre vagavo nel tentativo di avvistare il celebre veliero in lontananza ho veduto un’altra imbarcazione non meno affascinante.
Caspita, che mai sarà?
Anche questa mi è sembrata piuttosto degna di nota così sono andata a vedere.

Nave Italia (2)

E la mia curiosità mi ha fatto scoprire una magnifica nave che solca i mari con nobili finalità.
Questa è la Nave Italia, un brigantino goletta della Fondazione Tender to Nave Italia, Onlus costituita dalla Marina Militare Italiana e dallo Yacht Club Italiano.
Ha scopi educativi e formativi, con questo veliero si portano sulle onde persone con disabilità o con disagi sociali di varia natura, così il mare regala a queste persone in difficoltà un nuovo orizzonte.

Nave Italia (3)

Sì, mi sono fermata a chiacchierare con i Marinai della Nave Italia e alcuni di loro mi hanno gentilmente raccontato questa splendida realtà.

Nave Italia (3a)

Il brigantino ha sulla prua un bianco cigno.

Nave Italia (5)

E’ legno, corde e sartie.

Nave Italia (6)

E su di esso sventola il nostro amato tricolore.

Nave Italia (7)

E non riesco a immaginare la suggestione di vederlo navigare a vele spiegate.

Nave Italia (8)

Bianco, cielo azzurro e tutta la magia del mare.

Nave Italia (9)

Immaginate l’entusiasmo di coloro che si imbarcano sulla Nave Italia, dev’essere un’esperienza indimenticabile.

Nave Italia (10)

Il bello di vivere in una città di mare è anche questo.
In un giorno di maggio puoi ritrovarti seduta per terra, su un molo.
Con lo sguardo che si perde tra cielo e corde e vele ripiegate.

Nave Italia (4)

Nave Italia (12)

E davanti al mare c’è sempre motivo di meravigliarsi.

Mare e CanoeHo atteso la sera e le sue suggestioni.

Nave Italia (13)

E poi ancora sono tornata, la Nave Italia lascerà Genova martedì, se siete da queste parti andate a vederla.
E i vostri occhi troveranno il confine del mare, la Lanterna e un brigantino che ha un cigno sulla prua, questo è un veliero che porta il bene nella vita di alcuni e regala sogni a chi lo osserva.

Nave Italia (13a)

Nel cielo terso e limpido, sul mare blu di Genova.

Nave Italia (14)

Buon vento a te, Nave Italia.

Nave Italia (15)

5 Maggio 1860, le Camicie Rosse all’Albergo del Raschianino

5 Maggio 1860, i Mille di Garibaldi lasciano Quarto e si apprestano a compiere un’impresa che unirà l’Italia.
Vi ho già mostrato lo scoglio dal quale partirono le Camicie Rosse, lo trovate cliccando qui.
Questa è la città dei patrioti, la città di Mameli e Mazzini, la città che ospitò Pisacane e che diede rifugio a molti esuli e sono numerosi i luoghi del Risorgimento, ad alcuni di essi non viene dato nessun risalto.
E oggi vi porto a quei giorni, in uno di questi posti.
E non siamo soli, camminiamo per la città insieme a un giovane uomo: ha 22 anni ed è originario di Cairo Montenotte.
E’ arrivato da Parma, anche lui parteciperà all’impresa di Garibaldi!
Annota i suoi ricordi e così scrive:

Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta da fuori. Sorte che, lungo i portici di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che indovinando, senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo.
La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d’Italia.

Queste sono le memorie di Giuseppe Cesare Abba, parole che potrete leggere nel suo Da Quarto al Volturno – Noterelle di uno dei Mille.
Ma il luogo di cui parla dove si trova?
Tutti i genovesi conoscono la piazza sulla quale affaccia quello che un tempo fu il glorioso Albergo del Raschianino o della Felicità.
E anche i turisti ci passano davanti perché è proprio a due passi dall’Acquario, osservate la palazzata di Caricamento, un targa è situata proprio sopra l’edificio rosa.

Caricamento

Il Raschianino, qui si riunivano i volontari che sarebbero partiti sul Piemonte e il Lombardo al seguito del Generale Garibaldi.

Caricamento - I Mille

Tra i tanti accorsi a Genova c’è anche un ventiseienne, il suo nome è Giuseppe Bandi  e anche lui passerà in quell’albergo.
E a leggere le sue parole pare di vederla la Superba piena di giovani di belle speranze animati da un ideale comune:

Genova formicolava di gente; colà rividi ed abbracciai parecchi amici, e feci allegramente baldoria, pensando, tra le altre cose, che quella baldoria poteva essere l’ultima che godessi su questa terra.
Andatomene, ad ora tardissima, all’albergo, dopo aver cenato nel celebre Raschianino dove in quei giorni ebbero tavola e segreteria parecchi dei più intimi generali…

(Giuseppe Bandi – I mille)

Ricordi di un italiano che c’era, in quei giorni di maggio, al Raschianino.

Il Raschianino

Giuseppe Bandi che scrive di madri e padri venuti a salutare i loro figli e sono baci e fazzoletti che sventolano, abbracci e mazzi di fiori.
E narra di Garibaldi con il poncho e il cappello in mano mentre la folla muta osserva in silenzio, uno solo proferisce parola: è un attempato siciliano e i suoi quattro figli sono al seguito del Generale.
Il vecchio profetizza una vittoria trionfale e così sarà.
Giuseppe Bandi che ricorda le giornate trascorse in questa città e narra un suggestivo episodio.
Le donne genovesi portano le ceste cariche di carciofi da vendere al mercato, le tengono sul capo come usava a quel tempo.
Il giovane Bandi e il suo amico Ignazio Occhipinti hanno fame: mangeranno carciofi crudi a sazietà.
E quando i due compagni di avventura si rincontreranno ogni volta Occhipinti si rivolgerà a Bandi con questa esclamazione:

 “O Bandi, ti rammenti i carciofi?”

 Memorie di giovani che portarono una camicia rossa, molti di loro passarono dal Raschianino a Caricamento.
Non c’è un museo in quell’edificio, penso ci sia un’abitazione privata.
E non c’è un museo nella casa natale di Goffredo Mameli e nulla ricorda che in Piazza Valoria aveva il suo studio Alessandro Pavia, il fotografo che immortalò i Mille.
Lungo è l’elenco dei luoghi del Risorgimento che andrebbero rivalutati e riscoperti, oltre a essere una risorsa culturale e turistica lo riterrei un giusto tributo alla nostra storia e al nostro passato.
Ognuno ha la propria maniera di ricordare questo giorno, io ho scelto di portarvi al Raschianino, albergo che chiuse i battenti nel 1920.
E da ultimo vi regalo un’immagine, è tratta da un vecchissimo libro con le pagine ingiallite che ho acquistato su un mercatino.
E’ una bella faccia di italiano, un signore anziano dallo sguardo fiero e con dei folti baffi bianchi: questo è Giuseppe Cesare Abba di Cairo Montenotte.
Aveva 22 anni quando salpò dallo scoglio di Quarto, era il 5 Maggio 1860.

Giuseppe Cesare Abba

Gli eroi

Gli eroi.
Abbiamo bisogno degli eroi, di persone che siano capaci di mostrarci quella grandezza che invece manca a coloro che eroi non sono.
Eroici, generosi e coraggiosi sono stati gli abitanti dell’Isola del Giglio.
Aperte le case, i negozi, i locali.
Hanno distribuito viveri, bevande, vestiti caldi a chi non aveva più nulla da indossare.
Eroi sono i sommozzatori che non esitano a scendere in acque gelate, in cerca di coloro che da troppo tempo ormai mancano all’appello, in cerca di salme da restituire a famiglie piangenti.
Sulle prime pagine dei giornali si è visto un sommozzatore, immerso nel mare, circondato dalle macerie.
Hanno aperto varchi con gli esplosivi, in una disperata lotta contro il tempo.
Eroi sono i vigili del fuoco.
Come voi, ho assistito a una diretta da mozzare il fiato.
Due vigili del fuoco, reggendosi a una fune, salivano sulla Costa Concordia, sul punto più alto.
In cerca, in cerca di persone da salvare, senza tregua, senza sosta.
Quanto guadagna un vigile del fuoco? E un sommozzatore?
Quali favolosi benefits vengono loro riconosciuti per il loro lavoro?
Sono impreparata in merito, ma premurerò di informarmi, certa comunque che quanto portano a casa non sarà mai abbastanza.
L’eroe ha il volto sofferente e bello di Manrico Giampietroni, commissario di bordo della Costa Concordia, che tornato indietro per soccorrere i passeggeri è precipitato per diversi metri fratturandosi una gamba.
La nave è capovolta, Giampietroni stava camminando su un muro, è caduto attraverso una porta aperta.
Eroe è quel passeggero che ho sentito parlare l’altra mattina.
Non ricordo il suo nome, ma raccontava che una volta arrivato in salvo, si è presentato davanti ai soccorritori e ha detto:
– Sono un vigile del fuoco.
Ed è andato anche lui ad aiutare, rimanendo a bordo di un’imbarcazione, ha aiutato a trarre in salvo coloro che erano nell’acqua.
Eroe è quel padre che di fronte al terrore della propria bambina, la confortava dicendole che era tutto tranquillo, che lì vicino c’era la terra, che no, non c’era da avere paura.
Eroi sono i membri dell’equipaggio che si sono ammutinati per portare soccorso ai passeggeri.
Eroe è il Capitano di fregata Gregorio De Falco, capo dei servizi operativi della Capitaneria di Porto di Livorno.
Voce stentorea, salda, forte.
Parole ferme, lucide, sapienti.
Ho ascoltato e riascoltato quella telefonata intercorsa tra lui e Francesco Schettino, il comandante accusato di aver abbandonato la nave.
Hanno trovato altre persone, la conta delle vittime si fa ogni giorno più numerosa.
Giampietroni, De Falco, gli abitanti del Giglio, un padre, i sommozzatori, i vigili del fuoco in servizio e uno di loro casualmente in vacanza su quella nave.
Sono i nostri eroi, eroi di una società che ha bisogno di loro, degli eroi.
E quella voce, la voce potente e sicura di Gregorio De Falco, le sue parole così nette e decise, sono già diventate il simbolo di quell’Italia migliore, l’Italia orgogliosa che non vuole affondare.

Il naufragio

Un naufragio.
Non c’è nulla che io possa scrivere che non sia già stato detto, analizzato e recriminato.
Un Titanic nel Mar Tirreno, a pochi metri dalla costa.
E tu guardi e ti domandi come sia possibile, come possa accadere una simile tragedia in tempi nei quali la comunicazione dovrebbe essere rapida, efficace e risolutiva.
Un’ora e mezza prima che arrivassero i soccorsi.
E tu ascolti, ti poni degli interrogativi.
Ti dai delle risposte, vengono alla mente altre problematiche, altri drammi quotidiani.
Un ospedale, una dose di chemioterapia errata, la fatale morte della paziente, giovane moglie e madre.
Una città spezzata da un terremoto, che fatica a ricominciare a vivere, ma non se ne parla di quel centro storico che tenta di conquistarsi una normalità, non ci racconta nessuno che a L’Aquila è un evento l’apertura di un locale notturno  per i giovani, quei giovani che già sono stati tanto colpiti e che meriterebbero, oltre alle prospettive, una quotidianità serena e solare.
Una città, la mia, riemersa dal fango che pochi mesi fa l’ha sommersa.
L’Agenzia Standards & Poors che assegna all’Italia la tripla B+, declassando la nostra nazione al livello del Perù e del Kazakistan. Al momento, pensando alle persone finite in mare di fronte all’isola del Giglio, scusate, ma mi sembra un’inezia, eppure so bene quanto sia grave, come serie saranno le conseguenze di ciò sulle nostre vite.
Un naufragio.
E’ impensabile che nel mondo civile si parta per una vacanza e si muoia annegati vicino a riva, non è accettabile che ci si rivolga ai medici per essere curati e ci si lasci la vita, la cronaca dei nostri mali si accavalla nella mia mente.
Guardo le notizie, seguo i racconti dei passeggeri della Costa Concordia, vedo quella balena di acciaio riversa su se stessa nelle acque del mare, non trovo le parole per esprimere cosa sento.
Tutto ciò ha un nome, naufragio.
Naufragio di vite, di speranze, di famiglie, di sogni e di progetti.
Ma la marea nera del naufragio va oltre, intacca e contamina qualcosa che manca alla nostra società, ogni giorno di più.
E’ il naufragio della serietà, io vorrei che esistesse, accanto alla sobrietà portata in auge dal professor Monti.
Serietà significa impegnarsi a far bene il proprio mestiere, qualunque esso sia, dal più semplice al più importante.
Serietà è il fornaio che impasta il pane con ingredienti di buona qualità, il medico scrupoloso, lo spazzino che raccoglie le foglie cadute dagli alberi impedendo che intasino i tombini, l’ingegnere che progetta un edificio in maniera corretta, il negoziante che emette lo scontrino e il cliente che lo esige, serio è chi paga le tasse, tutte, chi timbra il biglietto dell’autobus, chi si mette in mutua solo quando sta davvero male.
E smettiamo di chiamare furbi quelli che si comportano diversamente: furbo, a mio parere, ha una sorta di accezione positiva, ma tutti coloro che per il proprio interesse danneggiano gli altri andrebbero definiti banalmente disonesti, altro non sono.
Serietà significa che ognuno compie il proprio dovere fino in fondo, perché ognuno è un mattoncino della società civile, e se ciascuno si impegna e si adopera meglio che può, il proprio mattone diventa di cemento armato, un mattone che impilato su quello di molti altri che abbiano ugualmente agito al meglio costituirà le fondamenta di un solido edificio, resistente agli scossoni e alle intemperie.
Se invece, come spesso accade, si lavora e si agisce lasciandosi trascinare dal pressappochismo imperante, non si costruisce altro che un fragile castello di carte, destinato a crollare per una folata di vento.
Il naufragio.
Il naufragio della serietà.
Uh, che sequela di scontate banalità ho scritto!
Che frasi fatte, che parole già sentite, ripetute, quasi noiose.
Questa è una grande nazione ricca di storia, di tradizioni, culla della cultura e della scienza, una nazione che ha dato i natali a Leonardo, a Giotto, a Galilei, a Giuseppe Verdi e a Guglielmo Marconi, a pensatori, poeti, filosofi e scienziati.
E’ una nazione di gente geniale, creativa, capace e solidale, lo hanno dimostrato gli abitanti dell’isola del Giglio che hanno generosamente aperto le porte delle loro case a coloro che sono finiti su quelle rive, sbarcati di fortuna dalla Costa Concordia.
E questa nazione, oggi, per rimanere e ritornare grande come sempre è stata, ha bisogno che ognuno dei suoi abitanti si ricordi quella parola, serietà.
Serietà, in ogni gesto.
Nel proprio lavoro, nel modo di rapportarsi con gli altri, nelle azioni.
Serietà, come stile di vita.
E magari finiremo per sentire qualcuno che grida Viva l’italia! anche in circostanze diverse, non solo quando la nazionale di calcio vince una partita.