Un portone in Via Tommaso Reggio

È un antico portone dei caruggi simile a molti altri.
Pesante, vetusto, muto testimone di storie perdute e di tragiche vicende, il portone si trova in Via Tommaso Reggio.
E forse in queste strade si sentirono un tempo lamenti, pianti e disperazioni.
Sembra quasi di udirle ancora quelle urla concitate: c’è un uomo che fugge e corre a perdifiato, lo inseguono le guardie e ci metteranno poco ad acciuffarlo, lo trascineranno via e la sua pena sarà così ancora più dura.

E c’è una giovane donna disperata, lei cerca con gli occhi proprio lui: il padre del bimbo che porta in grembo.
E lo vede mentre viene condotto via in catene, lei sa che lui verrà gettato in una cupa prigione.
Sarà accaduto in qualche tempo, in qualche giorno di Genova rischiarato da tremule fiammelle.
E poi queste voci nessuno più le ha udite: la giovane madre ha smesso di aspettare, il prigioniero non ha più fatto ritorno.
Il portone davanti al quale potrebbe essersi compiuta questa fuga immaginaria ancora si trova in quel luogo.
Testimone di storie che non possiamo raccontare.
E ha un battente tondeggiante e una toppa perfettamente quadrata, pare tagliata da un abile sarto.

E poi davvero non si possono conoscere i casi del destino, le minuzie delle ore quotidiane e le piccole incombenze di ognuno.
A un certo punto, chissà in che anno, sarà stato necessario mettere di nuovo mano al portone, sempre con la consueta perizia e con la solita abilità.
E così se ne sarà discusso con un abile artigiano con tante raccomandazioni di mantenere una certa armonia: e infatti dall’altro lato del battente ecco un’altra toppa praticamente identica all’altra.

È una questione di simmetrie, anche se è chiaramente impossibile dire in quale sequenza siano stati compiuti questi lavori.
Resta, sempre, l’immaginazione.
E lo senti il suono del martello che rimbomba nella strada?
È un rumore sordo, cadenzato, un ritmo che suscita l’attenzione dei passanti.
Là, in quel luogo dove un tempo ci furono un fuggitivo, una sposa affranta e implacabili guardie.
Il portone, solido e antico ancora resiste: ha file di chiodi posti tutti a giusta distanza, alle due estremità sono poi affissi dei chiodi più grandi.

Sono le tracce dei giorni che non abbiamo vissuto: di alcuni possiamo leggere sui libri di storia, altri invece possiamo solo tentare di immaginarli.
Su quelle ore trascorse e sulle nostre, sulla prospettiva di questo vicolo si staglia il cielo azzurro di Genova.
A pochi passi da quel portone c’era un tempo il Palazzetto Criminale con le sue cupe carceri, l’edificio divenne poi sede dell’archivio di Stato.
E sulla Torre Grimaldina che fu prigione dove furono rinchiusi illustri prigionieri come il patriota Jacopo Ruffini, sventola fiero il vessillo della Superba, simbolo di una città che cela tra le sue antiche mura le storie dei suoi tempi distanti.

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Genova,10 Dicembre 1847: Goffredo Mameli e i giovani che cambiano il mondo

I giovani cambiano il mondo.
I giovani hanno risorse che gli adulti non sanno comprendere, hanno istinti che li spingono verso ciò in cui credono, hanno l’incoscienza e la protervia di certi anni belli.
Sì, sono sempre i giovani a rovesciare il destino dell’umanità, da tempo immemore.
I giovani a volte leggono libri che infiammano i loro cuori e accendono le loro menti.
A volte si ritrovano in certi pensieri, nel quali riconoscono la propria identità.
Trascorreranno anni, e l’ideale e il reale collimeranno, per sovrapporsi in un lento divenire.
I giovani, i libri, le idee.
E la memoria di un gesto, di un evento.
Genova, 1746, la cacciata degli Austriaci, al quale è legata l’epica figura di Balilla, qui trovate la sua vicenda.

La targa che vedete si trova sul muro esterno di Via Balbi 5, dove è situata la facoltà di Legge.
Tanti studenti varcano quel portone, salgono la scala di marmo bianco, forse alcuni si soffermano a leggere, ho questa speranza.

Studenti in questa facoltà furono due giovani amici, in anni di grandi fermento.
Il primo ebbe per destino l’esilio, divenne il fuggiasco più ricercato d’Europa.

L’altro studente, Jacopo era il suo più caro amico, finì i suoi giorni in questo luogo. Studiò anche lui qui, come i suoi fratelli.

I giovani cambiano il mondo, sempre.
Tra i molti studenti della facoltà di Genova, ve ne fu un terzo che ebbe l’onore del ricordo nel luogo dove aveva compiuto i suoi studi.

Ed è a lui che torniamo, a Goffredo Mameli.
E all’inverno pungente del 1847, in quel 10 dicembre nel quale cade l’anniversario della cacciata degli austriaci.
Un corteo di cittadini parte alla volta del Santuario d’Oregina, dopo 101 anni lo scopo è rinnovare il ringraziamento alla Madonna per la liberazione della città dal nemico, ma in realtà si vuole dimostrare quanto gli italiani siano uniti nel desiderio di una sola nazione, è questo il grido, questo il messaggio che si leva dalla folla che procede verso Oregina.
La manifestazione è stata decisa da un gruppo di ardimentosi, tra i nomi di spicco figurano Nino Bixio, Gerolamo Ramorino e Goffedo Mameli.
Quest’ultimo ha vent’anni.
I giovani cambiano il mondo, ricordate?
Alle otto del mattino, i partecipanti si danno appuntamento all’Acquasola.
E un corteo affollato, che raccoglie grande partecipazione di pubblico, si tratta di ben 35.000 persone.
Marinai e commercianti, notai ed avvocati, ogni gruppo ha la propria bandiera.
Si sale verso Oregina, passando per Strada Nuova.
E alla testa del corteo c’è lui, Goffredo.
E intona il suo canto, ai tempi proibito, parole che diverranno l’Inno di questa nazione così poco patriottica.
E’ il canto della ribellione, perché i giovani cambiano il mondo.
Genovesi che salgono verso Oregina, compatti ed uniti, ridiscenderanno giù passando per la Nunziata, per Caricamento, Via San Lorenzo e poi fino a Portoria sotto la statua di Balilla.
Un corteo per la libertà e per l’Unità.
Un corteo guidato da un ventenne, perché i giovani cambiano il mondo.
E sventolano le bandiere e risuonano le voci che salgono potenti e sovrastano un’intera città e il destino di una nazione.
E tra le molte insegne, nella folla di gente, per la prima volta sventola il tricolore.
Sono due le bandiere, le reggono due universitari, uno è lui Goffredo Mameli, l’altro è il suo compagno di studi Luigi Paris.


Università di Genova, Facoltà di Legge, Via Balbi 5 

I giovani cambiano il mondo e non hanno paura di nulla.
I giovani intonano canzoni vietate, come il Canto degli Italiani.
La bandiera di Luigi Paris si trova esposta al Museo del Risorgimento.
Il tricolore di Goffredo Mameli, in quel dieci Dicembre, venne donato dal patriota al Rettore dell’Università di Genova ed ancora oggi si trova in quell’edificio.
La gioventù è caparbia, sventata, imprevedibile, scevra di ogni timore.
Chi oggi ha vent’anni forse non si riconosce in Goffredo Mameli, non vede in lui un suo simile, un fratello, un compagno di studi.
Ma il tempo non separa le generazioni, le unisce.
Libertà, democrazia, indipendenza.
Non sono parole vuote, non sono conquiste da dare per scontate, come spesso accade.
E le dobbiamo anche a lui, a Goffredo Mameli.
Nostro amico, fratello, compagno di studi.

Maria Drago, la madre di uno che amò il popolo

Sulle gradinate dell’Annunciata si vedeva seduto un vecchio mendicante romano, uno di quei tanti che fino all’altro giorno vedevamo sulla gradinata di Piazza di Spagna a Roma. Alto della persona e lacero, batteva forte col bastone per meglio attirare l’attenzione de’ passeggeri chiedendo la carità con voce tonante e straziante nello stesso tempo. Il fanciullo si fermò improvvisamente. e la madre temendolo spaventato fece per prenderlo in braccio “No! No! Dinè, dinè” gridò, gettando le braccia al collo del vecchio.
La madre diede alcuni centesimi al mendicante; e mentre staccava il figlio, quegli le disse in puro accento romano: “Tenetelo caro, o signora: è uno che amerà il popolo”.
Da quel giorno il fanciullo volle sempre uscire domandando denaro “pe’ l suo romano”.

 

(Immagine tratta da volume di mia proprietà)

La madre della quale si narra in questo brano si chiama Maria Drago, e il suo bambino diventerà un uomo che farà la storia, ha appena cinque anni e il suo nome è Giuseppe Mazzini.
L’episodio, accaduto sui gradini della chiesa della Nunziata a Genova,  è narrato da Jessie White Mario nel suo libro, Della vita di Giuseppe Mazzini, e da questo libro è tratta l’immagine soprastante.
Ed eccola quella scalinata, oggi è uguale a ieri.

Maria Drago fu donna di grande cultura, crebbe tra le buone letture e lo studio di testi religiosi.
A 22 anni, nel 1796, Maria andò in sposa al medico Giacomo Mazzini, dal quale ebbe quattro figli, Rosa, Antonietta, Giuseppe e Francesca. Quest’ultima è di salute malferma e ciò sarà fonte di grande sofferenza per Maria.
La famiglia visse fino al 1810 in Via Lomellini, per trasferirsi poi in Salita dei Pubblici Forni, che era situata alle spalle di Via Cairoli e che ai giorni nostri non esiste più.
Fu Giuseppe, detto Pippo, nato il 22 giugno del 1805, colui al quale Maria era più affezionata. Seguirà le sue vicende per tutto il corso della sua esistenza e sarà per lui, sempre, un solido punto di riferimento.
Giuseppe è dotato di un’intelligenza straordinaria, ma è gracile di salute e per questa ragione il padre vorrebbe che il bambino tralasciasse i suoi studi per curare con più attenzione la propria salute, ma Pippo ha un vero talento per gli studi, un sete di conoscenza che Maria comprende, e sarà lei a convincere il marito di quanto sia bene che il figlio curi le proprie doti e così Giuseppe, con l’appoggio di sua madre, studierà presso l’abate De Scalzi e in seguito, in contrasto con la volontà del padre, si iscriverà a giurisprudenza.
Ma quel figlio tanto amato è un figlio difficile, uno che farà la storia, ma che è fonte di ansia per quella madre che lo ama più di se stessa.

Piazza Corvetto, Monumento a Giuseppe Mazzini

All’Università la disciplina è ferrea, ma il giovane Mazzini ha già in sé il germe della rivolta, anela alla libertà e all’indipendenza.
Lo arrestano nel 1820 per aver partecipato ad alcuni tumulti scoppiati nell’ateneo e se, come molti, siete abituati a pensare a lui come a un severo e rigido pensatore, fermatevi a riflettere, Mazzini aveva appena 15 anni nel 1820, un giovane ribelle, indomito e destinato a lasciare un segno.
Arriverà alla laurea, frequenterà assiduamente i fratelli Ruffini, e Jacopo sarà uno dei suoi più cari amici. Se volete conoscere la sua storia, l’ho narrata qui, in occasione della mia visita alle carceri di Palazzo Ducale.
E arriverà, ferma e decisa, l’adesione alla Carboneria.
Mazzini verrà arrestato nel 1830 e sarà condotto nel carcere di Savona e sullo sfondo delle sue vicende umane si muove Maria Drago, madre presente e affettuosa, scrive lettere al figlio, lo sostiene moralmente e umanamente e trepiderà sempre per il destino del suo Pippo.
Lo scarcerano, non ci sono prove per inchiodarlo di aver cospirato contro l’ordine prestabilito, ma resta un personaggio scomodo e viene posto di fronte a una scelta: o il confino in un paesino dell’entroterra o l’esilio.
E come è noto sarà quest’ultimo che Giuseppe sceglierà, lasciando Genova, la sua casa, sua madre e i suoi affetti.
Partirà per l’esilio, sarà in Svizzera e in Francia, a Marsiglia fonderà la Giovine Italia e l’anello di congiunzione con i suoi compagni rimasti a Genova è proprio sua madre, con lei intrattiene una fitta corrispondenza ed è a casa di lei che vengono trovati documenti scottanti. Maria, per proteggere suo figlio, distrugge persino le sue lettere.
Nel 1833,  muore Jacopo Ruffini, il suo, apparentemente, sembra un suicidio, alcuni storici tuttavia obiettano che si sia trattata di un’esecuzione mascherata da suicidio; Mazzini, condannato a morte, diviene il ricercato più ambito di tutta Europa.
La condanna a morte viene letta davanti alla casa di Maria, in modo che il popolo sappia cosa succede a chi tenta di rovesciare lo stato.
Madre e figlio sempre più lontani, eppure vicini, in quelle tante lettere che si scambiavano vicendevolmente, sono missive cariche di amore, di affetto, di aneddoti, di storie che Maria racconta al suo Pippo, perché lui, così distante, possa sentirsi ancora a casa.


Piazza Corvetto, Monumento a Giuseppe Mazzini

Mazzini e le donne, gliene giravano tante intorno e tutte si prendevano cura di lui, a Carlotta Benettini, che fu sua amica e della quale ho parlato qui, nel 1861, Mazzini da Londra scrisse: vi ringrazio della focaccia che mi avete mandata.
Gli portavano Genova in Inghilterra, all’esule tanto amato e prima fra tutte, intenta in questa opera, c’era sua madre.
Lo incoraggia, lo aiuta sorregge, il suo timore per l’incolumità di lui si fa di giorno in giorno crescente, lo aiuta finanziariamente, con il tempo anche il padre Giacomo si riavvicina a lui e negli anni a venire, quando Giuseppe sarà sopraffatto dai dubbi e dai rimorsi per la morte del suo amico Jacopo, sarà sua madre a infondergli forza e fiducia in se stesso.
E molte saranno le sofferenze che Maria dovrà affrontare, quando morirà la più piccola delle sue figlie, lunga sarà l’esitazione di Maria nel confidare al figlio la prematura fine della sorella. Perché causare altro dolore, a lui così lontano?
E’ trascorso tanto tempo e bisognerà arrivare al 1847 perché madre e figlio si rincontrino, a Milano, Maria è provata dalla vita, ha 74 anni ormai, molti dei quali spesi a preoccuparsi per il suo Pippo e poi nuovamente il distacco, la lontananza, la morte di lei, sopraggiunta nel 1852, il marito se n’è già andato prima di lei.
E molto tempo ancora dovrà passare, prima che Giuseppe possa visitare la tomba di sua madre, bisognerà giungere a 1870, quando l’Italia sarà libera, seppur non come la desiderava Mazzini, bensì un’Italia nella quale regna ancora la Monarchia.
Non esistono ritratti giovanili di Maria Drago, sul libro di Jessie White ho trovato questa immagine, è un viso segnato dal tempo e dalle sofferenze, un volto forse non bello, dai tratti non tanto armoniosi. La curva del sopracciglio, che tende verso il basso, conferisce a questo viso un’espressione triste e malinconica, ma lo sguardo, lo sguardo di questa madre esprime solo fermezza, orgoglio ed infinita fierezza.

(Immagine tratta da volume di mia proprietà)

Jacopo Ruffini, anima pura e potente, nella Torre Grimaldina

Jacopo mi fu amico: il primo e il migliore.
Dai nostri primi anni d’Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l’esilio mi separarono la lui, noi vivemmo come fratelli.
Non credo di aver mai avuto conoscenza più compiuta d’un’anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia.
L’immagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qual volta io guardo uno di quei gigli delle valli che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d’un candido alpino, senza involucro di calice e dal profumo delicato e soave.
Egli era puro e modesto come essi sono.
E finanche il lieve piegarsi del collo sull’omero che gli era di abitudine m’è ricordato dal gentile tremolio che incurva sovente quel piccolo fiore.

Così ricorda Jacopo il suo amico fraterno Giuseppe Mazzini.
Erano nati, per fatalità, nello stesso giorno, il 22 giugno 1805.
Si conoscevano fin dall’infanzia e condivisero per tutta la vita ideali, speranze e lotte.
Jacopo, insieme al fratello Giovanni, nel 1829 aderì alla Carboneria.
Erano anni difficili, dopo il fallimento dei moti del 1821, vigeva a Genova un opprimente regime di polizia, tuttavia le repressioni e gli arresti non bastarono a placare i cuori né gli animi.
Mazzini, da Marsiglia, coltivava il suo sogno l’Italia libera dallo straniero, l’Italia, repubblicana e indipendente.
L’apostolo della libertà fondò così La Giovine Italia.
A Genova, a capo del movimento c’era lui, il suo amico Jacopo. Venne eletto per acclamazione da tutti i suoi compagni e la riunione si svolse in Via delle Grazie, nella casa natale dei fratelli Ruffini.


Jacopo, malgrado fosse convinto quanto Mazzini del proprio pensiero, ebbe un presentimento.
Al momento della sua elezione, alla presenza degli altri capi dell’insurrezione, ovvero suo fratello Giovanni, Federico Campanella, il Marchese Cambiaso e Napoleone Ferrari, pronunciò queste parole che, con il senno di poi, suonano come una triste profezia.

Eccoci in cinque giovani, molto giovani, con assai scarsi mezzi e siamo chiamati ad abbattere un governo stabilito. Noi non possiamo contare che su altri aiuti che su quelli i quali potremmo da noi medesimi procrearci. Ho il presentimento che a pochi di noi sarà dato vivere per poter vedere la vittoria, ma il seme sparso fruttificherà dopo di noi e il pane gettato sopra le acque sarà di nuovo trovato.

Jacopo fu tratto in arresto nella notte tra il 13 ed il 14 maggio 1833 e venne condotto nella torre Grimaldina di Palazzo Ducale, dove ancora è possibile visitare le carceri.

Fu rinchiuso in una cella, buia, umida ed angusta.


Riconosciuto come il capo della cospirazione mazziniana, per oltre un mese venne sottoposto al fuoco di fila degli interrogatori di polizia fino a che, il 19 Giugno 1833, Jacopo si tolse la vita.

 Si dice che si uccise per non rivelare i nomi dei suoi compagni e che per farlo usò una lamina di ferro, parte del rivestimento della porta della sua cella.
Alcuni storici non concordano con questa versione e, in considerazione del fatto che Jacopo era stato condannato a morte per impiccagione, ritengono che il suo suicidio sia stata una messa in scena delle autorità.
Infatti sostengono che, trattandosi di un personaggio molto popolare, non si voleva rischiare che la sua pubblica esecuzione incendiasse ancor più gli animi, sollevando ulteriori rivolte.
Tuttavia, altri obiettano a questa seconda teoria, argomentando che se Jacopo fosse morto sul patibolo, sarebbe stato considerato un eroe, mentre invece darsi la morte volontariamente era, al tempo, considerato un gesto vile e vigliacco.
E allora forse davvero Jacopo Ruffini si uccise, per mantener fede alle sue promesse.
Jessie White Mario, nella sua biografia di Mazzini, narra che Jacopo scrisse col proprio sangue sul muro della cella queste parole indirizzate ai suoi compagni: “Ecco la mia risposta – la mia vendetta ai fratelli”.
Forse, tra le molte scritte, ci sono anche quelle lasciate da Jacopo.

Sono numerose le scritte lasciate dai carcerati sulle mura di questa e delle altre celle della Torre Grimaldina e fa certamente una grande impressione vederle.

Su alcuni muri le parole sembrano essere state impresse usando dei tappi di sughero bruciati.

Se verrete in visita alla cella di Jacopo e alle Carceri della Torre, proverete un senso di pena, un disagio facilmente percepibile, ma se lo  affronterete vi renderete  conto di cosa siano stati questi luoghi.
I corridoi e le celle sono angusti, stretti, le porte basse e per la visita vi forniranno un caschetto, per proteggervi la testa da eventuali colpi.

Per rendere ancora più realistico questo viaggio, una delle celle è sprofondata nei buio e sui suoi muri viene proiettata una simulazione, con attori veri, che personificano i carcerati, e si può vederli adagiarsi su un giaciglio oppure sedersi sulla panca di legno, con una ciotola in mano, intenti a consumare il loro pasto.

Giuseppe Mazzini, nel ricordo del suo amico, usò sempre parole intense e struggenti, con le quali ci ha tramandato un ritratto indelebile di lui: “un’anima pura e potente, un vasto e profondo intelletto, il più dolce giovane, il più delicato e costante negli affetti che mai si vedesse”.
In una lettera del 1833, indirizzata ad Amedeo Melegari, il pensatore genovese, nel pieno del rimpianto e del rimorso, scrisse: “Io non ne parlo mai, ma quel cadavere mi sta davanti, e vado ripetendomi con amarezza che neppure il trionfo può ridargli la vita”.
Jacopo Ruffini morì, in quella cella, a soli 28 anni.
Sul muro esterno della Torre Grimaldina, a sua eterna memoria, queste parole ricordano il suo sacrificio.

 Consacrò queste carceri il sangue
di Jacopo Ruffini
mortovi per la fede italiana
1833

Carlotta Benettini, una genovese da ricordare

Vi sono personaggi della nostra storia sui quali è calato un velo, la patina del tempo ha come oscurato il loro ricordo e quasi se n’è quasi persa la memoria.
Questo ingiusto destino è toccato anche a una donna, una donna che ebbe un’esistenza avventurosa, vissuta sotto il segno del coraggio, nel rispetto del proprio pensiero e delle proprie azioni: il suo nome era Carlotta.

Carlotta Benettini
Ho scoperto la vicenda di Carlotta Benettini grazie a un volumetto trovato su una bancarella, si tratta di una pubblicazione del 1974, a cura di Giuseppe Marasco dal titolo “Carlotta Benettini, una Storia Genovese” edita dal Comitato per le Celebrazioni Mazziniane.
Ho letto questo libro e, incuriosita, ho cercato altre tracce di lei, nei siti specializzati e tra i faldoni dell’Archivio di Stato e vi assicuro che non è stato semplice trovarle, ma poi lentamente, da pagine ingiallite e polverose è emersa l’immagine di questa genovese, e insieme a lei la sua affascinante storia.
Nata a Sampierdarena nel 1812, era figlia di un notaio.
Ancora bambina conobbe Giuseppe Martini, colui che nel 1826 diverrà suo marito. Secondo l’uso del tempo, il matrimonio era stato combinato dalle famiglie dei due giovani e, per i primi anni, i due sposi vissero separati per lunghi periodi.
Insieme alla madre Carlotta venne a vivere a Genova, in una casa di famiglia in Salita Sant’Anna.

Sal. Inf. di S. Anna (19)

E qui, racconta Marasco, Carlotta comincia a leggere giornali pericolosi, quello che preferisce è “L’indicatore genovese”, un foglio sul quale scrivevano, sembra in forma anonima, sia Giuseppe Mazzini che uno dei fratelli Ruffini.
E a Genova, passeggiando per i vicoli, in quegli anni, si facevano incontri rischiosi. Accadde a Carlotta, in Banchi, nel maggio del 1833, quando uno sconosciuto le porse un foglio con un proclama che inneggiava alla libertà.

Piazza Banchi (2)
In quegli anni, nella casa di Sant’Anna, le Benettini avevano subaffittato un stanza a un ufficiale piemontese, un certo Brunone Boglione, che lì dimorava con il suo attendente, Giuseppe Gasparino. Una sera, in preda agli accessi della febbre, l’ufficiale mandò Gasparino dalla padrona di casa:  chiede un po’ brodo, per trovare sollievo dalla sua malattia.
Carlotta, solerte, si reca nella stanza dell’ospite ma addosso, per sicurezza, porta il proclama, quello in cui si parla di libertà e rivoluzione. Le cade in terra: lo trova, per disgrazia, l’attendente che, non sapendo leggere, lo affida al Boglione.
Questi, con uno stratagemma, si mette a frugare in casa delle Benettini ma non trova null’altro. Denuncia comunque Carlotta e la giovane finisce nel carcere di Sant’Andrea, vi rimarrà più di tre mesi, senza mai rivelare da dove provenga il foglio che l’ha condotta lì. Anzi, ai suoi carcerieri dirà che è stata lei stessa a scriverlo, per diletto, una sorta di esercizio di composizione che non ha alcun scopo cospirativo.
Carlotta ignora chi realmente abbia scritto quel proclama, non sa che l’uomo che gliel’ha dato altri non è che Antonio Gavotti, maestro di scherma e cospiratore aderente alla Giovane Italia, che, insieme ai suoi compagni Giuseppe Biglia e Francesco Miglio, verrà fucilato proprio nel 1833 alla Spianata della Cava in Carignano.
Lasciato il Carcere, a Carlotta viene imposto il soggiorno all’Albergo di Carbonara, in seguito si trasferirà a Loano. E’ già madre di Carlo e nel 1835, prima della nascita della figlia Cristina, su concessione della polizia Carlotta torna a Genova con la famiglia.
E’ ormai intrisa di ideali mazziniani, non ha timore di nulla.

Giuseppe Mazzini (4)

Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Nel 1848 scoppia la guerra con l’Austria e Carlotta si iscrive ai Comitati di Soccorso.
Nel 1849 il Re di Sardegna firma l’Armistizio di Novara con gli austriaci: i genovesi non ci stanno, è la rivolta. E sulle barricate c’è anche la nostra giovane e coraggiosa amica.
La Benettini ormai è uno dei motori del movimento mazziniano femminile a Genova: insieme a lei ci sono Enrichetta di Lorenzo, la donna amata da Carlo Pisacane, Marietta Serafini, Elena Casati e molte altre ancora.

Carlo Benettini

Cimitero Monumentale di Staglieno – Tomba di Carlotta Benettini

Si dedica animo e corpo alla causa e diventa punto di riferimento per i patrioti: è lei a soccorrere Aurelio Saffi malato di tifo.
Ed è in casa sua che, alla morte della madre di Mazzini, il movimento stabilirà la propria sede.
E lui, Mazzini? Intratterrà con Carlotta lunghi rapporti epistolari e lei sarà per lui la sua più cara amica, la donna alla quale si rivolgerà quando nel 1856, cercherà un rifugio a Genova. Si progetta la sedizione, in concerto con l’impresa di Carlo di Pisacane e i rivoltosi, che intendono attaccare il forte Diamante, sono ospitati nelle case di Carlotta, alcuni in Sant’Anna, altri a Quarto, in questa stessa dimora dove riparerà Mazzini stesso, prima di fuggire in Svizzera.

Carlotta Benettini (3)

Cimitero Monumentale di Staglieno – Tomba di Carlotta Benettini

Carlotta è nel mirino della polizia, la tengono d’occhio. All’Archivio di Stato di Genova ho rinvenuto un fascicolo che si riferisce a lei e alla presenza di Maurizio Quadrio in una delle sue case.
Proviene dalla Cartella nr 5 Fascicolo 1757 – Regia intendenza Generale della divisione di Genova.
Il mittente è il Ministero dell’Interno, Gabinetto particolare, la data 23 Giugno 1856. Vi si legge che il Quadrio, da qualche tempo,  si nasconde in una casa nel Comune di Marassi, di proprietà della Signora Benettini e lì, in quella dimora, l’agitatore riceve gli amici nell’uccelliera, dove a volte si ferma a dormire.
La risposta da Genova non tarda ad arrivare, il 2 Luglio del 1856. Si scagiona Carlotta, questa volta, lei non abita né ha mai vissuto a Marassi, la casa dell’uccelliera è da attribuire ad altri.
Di lei, di Carlotta, qui si legge di come essa sia nota alle autorità  per la sua partecipazione all’insurrezione del 1849 e di come sia abile con le parole, imponente d’aspetto e di maniere cortesi.
Ferma nei suoi ideali, Carlotta educò i suoi figli sulla base di questi e suo figlio Carlino si arruolò tra i Mille, mentre Cristina, la figlia, sposerà Giacomo Profumo, anch’egli protagonista delle vicende del tempo.
Legata sempre, fino alla fine, a Giuseppe Mazzini, ebbe per lui, ricambiati nel profondo, affetto e stima.
Si rivedranno quando lui nel 1870 tornerà a Genova per visitare la tomba della madre e quando verrà arrestato e rinchiuso nel carcere di Gaeta, sarà sempre Carlotta ad offrirsi di assisterlo nella sua prigione, ma lui, per tutelarla, rifiuterà.
Restano, della loro amicizia,  alcune lettere e se volete potrete leggerle  cliccando qui.

Giuseppe Mazzini

Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Nelle lettere che Mazzini scrisse alla Benettini si parta di politica, di ideali, di progetti, ma anche della vita quotidiana, in occasione del battesimo del nipotino di Carlotta, Mazzini le confida che, se avesse avuto un figlio, lo avrebbe chiamato Italo, in un’altra, inviata da Londra, la ringrazia per avergli mandato la focaccia.
Giuseppe Mazzini, personaggio ascetico e ammantato da un alone di mistero, scriveva lettere belle e dense di coinvolgimento emotivo e di parole tanto semplici quanto affettuose, come questa datata 1 Novembre 1856:

Cara Carlotta,
parto per breve tempo; nondimeno, per tutti i casi che possono accadere, sento il bisogno di dirvi che non dimenticherò mai finch’io viva l’affetto ospitale che voi, la vostra Cristina, e tutti di casa vostra mi avete mostrato. M’avete trattato non come s’io fossi tra amici, ma s’io fossi in una seconda famiglia. Non vi dico di ricordarvi di me, perchè so che vi ricorderete. Vi dico solamente che una delle cose liete che avrò, sarà, tornando un giorno, quella di stringervi la mano. Possiate essere felice in Cristina, in Carlino, in tutti quelli che amate, e vedere prima di morire il nostro paese uno e libero. Lo Meritate.
Giuseppe Mazzini.

Mazzini morì a Pisa il 10 marzo 1872, Carlotta se andò da questo mondo il 23 Ottobre 1873.
Lasciò Genova, lasciò la sua casa di Sant’Anna, lasciò i suoi figli.
Lasciò una storia, la storia di una genovese da non dimenticare.

Carlotta Benettini (2)

Carlotta Benettini Martini
Nata in Genova nel 1812
Morta il 28 Ottobre 1873
Consacrò la sessantenne esistenza
Alla patria
In nome di Mazzini

Genova, 1856: carcerieri e carcerati nelle prigioni della Superba

Un tempo monastero delle Monache Benedettine, il Carcere di Sant’Andrea si trovava in Piazza San Domenico, uno dei tanti luoghi di una Genova che non c’è più.
In quella piazza, situata dove ora si trova De Ferrari, al posto del Carlo Felice c’era il convento di San Domenico e sul colle denominato appunto di Sant’Andrea, a poca distanza dalle torri di Porta Soprana, il carcere.
Rimase in funzione per tutto il 1800, ma con il nuovo secolo si decise di demolirlo per avviare poi, in quella zona, la costruzione di Via XX Settembre e, in seguito, del palazzo della Borsa.
Il chiostro del convento venne pertanto smontato e trasferito dietro alla casa di Cristoforo Colombo, fatto che ingenera una certa confusione in alcuni turisti poco informati, i quali pensano che si tratti del giardino di famiglia del celebre navigatore.
Il carcere di Sant’Andrea: lì vennero rinchiusi Alberto Mario, Jessie White e Nino Bixio e molti altri protagonisti del nostro risorgimento.
Era il maggior carcere di Genova, insieme a quello che si trovava a Palazzo Ducale, dove venne recluso e dove morì Jacopo Ruffini, nel 1833.
E’ ancora oggi visibile lo stanzino tetro in cui perse la vita il patriota, e fa grande impressione, ve lo assicuro, vedere i graffiti incisi sui muri da persone che furono lì detenute ed è un argomento che, per la sua vastità, merita di essere trattato a parte.
A Genova vi erano poi altre prigioni succursali, di non grande capienza.
Da un documento dell’Archivio di Stato, infatti, si evince che, nel 1849, alla Malapaga nella zona del Molo, a quel tempo, si poteva contare su 90 posti, mentre alla Caserma di San Giacomo si disponeva di altri 50.
Nel suo libro  “I nomi delle Strade di Genova” (Arnaldo Forni Editore) Amedeo Pescio, fidato cronista  delle storie della Superba, racconta che per secoli, ai tempi della Repubblica di Genova, alla Malapaga si rinchiudevano i debitori e gli insolventi ed è da notare che il genovesi, accorti, ce li spedivano a spese dei creditori.
Ma chi erano gli altri prigionieri delle carceri? A quali pene venivano condannati e per quali colpe?
Bisogna viaggiare nel tempo, con l’immaginazione ed entrare lì, in quelle celle, sedersi accanto ai condannati ed ascoltare le loro storie.
Io l’ho vissuta questa esperienza.
Ho sfogliato è un volume alto, pesante, con gli angoli di metallo arrugginito, munito di una grossa  fibbia del medesimo materiale per richiuderlo: la sua carta ingiallita è ruvida e spessa, ed è vergata a mano con il pennino e l’inchiostro, con una calligrafia che nemmeno con mesi e mesi di esercizio riuscirei ad emulare.
Sulla prima pagina vi è scritto:

Direzione centrale dei bagni marittimi.
Matricola del condannati incominciata il 8 Aprile 1856.

Il prezioso registro, insieme a molti altri di uguale importanza, si trova presso l’Archivio di Stato di Genova.
E’ la parola scritta a tramandarci quel che non è più.
E quelle persone, le loro vite, le loro storie sono lì, tra quelle pagine.
Mentre leggevo, pensavo.
Chi ha scritto questo libro? E così me lo sono figurato, l’impiegato del carcere: cupo, triste, severo.
L’ho visto, lì seduto in una sorta di guardiola, davanti a un tavolino di legno scuro, alla luce di una lampada a petrolio compila il suo librone con bella scrittura.
E ogni giorno gli passa davanti un mondo: ladri, assassini, malfattori, ma anche povera gente ingiustamente gettata lì.
E loro, i carcerati? Che vita grama toccava a chi infrangeva la legge!
C’è un certo Gio Antonio di Cagliari, ad esempio. E se volete immaginare com’era basta che leggiate la sua scheda: ha 36 anni, è alto 1.67, ha i capelli castagni, la fronte scoperta, gli occhi bigi, il naso grosso, la bocca media, il mento tondo, il viso pieno.
Lo vedete ora Gio Antonio, buttato esanime sul suo giaciglio? Lo sentite lamentarsi, per la fame e per le angherie che subisce là dentro?
Deve farsi ventidue anni, per “Fabbricazione di falsi biglietti della banca nazionale e di vaglia postali”.
E lì vicino, nella cella accanto c’è un altro che non se la passa meglio, è in galera per “furto sacrilego” e deve scontare vent’anni  più altri dieci di sorveglianza della polizia.
Non uscirà vivo da lì, con tutta probabilità. Lui questo lo sa e ha tentato di svignarsela, ma gli è andata male e si è pure preso una pena aggiuntiva di cinque anni.
Ancor peggio è andata al falegname, quello con il viso vajolato: lui, condannato per “ferite volontarie”, deve scontare il carcere a vita. Sarà più breve, tuttavia, la sua pena in quanto se andrà nel 1866 a causa del colera.
Erano malsane le carceri, a quel tempo, si pativa la fame, la sete, il freddo.
Erano diffuse le febbri terzane, la sifilide, le bronchiti erano spesso letali.
In un documento del 1849, sempre disponibile all’Archivio di Stato, si legge che il carcere di Sant’Andrea, in quel periodo, è particolarmente affollato e che, a causa del caldo eccessivo, si teme che si propaghi qualche epidemia. E ancora, nello stesso anno, si scrive che, temendo la diffusione del colera asiatico,  il consiglio provinciale della Sanità intende adibire alcuni locali a infermeria, nel caso ve ne fosse bisogno.
Nel 1856, a Genova, è carcerato anche un certo Giacomo, lui è un filatore di cotone di Ivrea e il suo crimine è “Grassazione e furto di rame nell’Arsenale della Marina“.
E se per caso vi state chiedendo cosa caspita sia la grassazione, sappiate che prima di aprire il libro nero delle carceri di Genova pure io lo ignoravo: significa rapina a mano armata, un delitto piuttosto grave.
A Giacomo costerà vent’anni, più altri cinque di sorveglianza della polizia.
E poi, poi in quella cella laggiù c’è Carlo, un tizio di Voghera che, si legge sul registro, ha inciso sul braccio destro due fiori, tre stelle e due cuori. Ed è dentro per “insubordinazione con vie di fatto e tentata evasione“, non è uno scherzo, lui e i suoi tatuaggi non vedranno la luce del sole per quindici anni.
Vi passano davanti decine di esistenze con quel libro e provate pena per quelle persone, malgrado i loro crimini.
E allora, se lo leggerete, vi dispiacerete per il loro destino.
E vi stringerà il cuore per Michele, il negoziante di Pinerolo.
E’ in carcere per “furto”, chissà poi di cosa.
Si è beccato dodici anni più cinque di sorveglianza della polizia e, nel giugno del 1853, mentre era ai lavori forzati all’arsenale della Marina, si è dato alla macchia ma l’hanno ripreso.  E così, per punizione, lo hanno condannato ad un aumento di pena e a due anni di doppia catena.
Ma Michele non si dà per vinto e l’anno dopo ci riprova: si lima la catena, si nasconde in un magazzino, ma lo riacciuffano.
E nel 1855 ancora, si lima le due catene che porta alla gamba ma non ce la fa ad evadere.
E poi ancora, di nuovo, sempre: il suo scopo nella vita è togliersi quella stramaledetta ferraglia che gli blocca la caviglia e lo priva della sua libertà.
E ogni volta, immancabilmente i suoi tentativi di fuga gli costano altri anni di galera.
Ma Michele non si arrende, conta solo essere liberi, liberi e fuori da quell’inferno.
Ci proverà fino al 1860, anno in cui termina la sua prigionia nella nostra città per essere trasferito nel carcere di Alghero.
Ci sono queste storie in quel libro, storie di vita e di sofferenza.
E’ stata dura, sapete, vedersele scorrere ad una ad una sotto gli occhi, non si rimane indifferenti.
Però, sapete, ho sentito dei mormorii,dei sussurri, parole dette a metà che si lasciavano intendere.
Ne parlano tutti, in Sant’Andrea.
E dalla cella in fondo al corridoio, quella umida e maleodorante, è giunta la notizia ed è passata di bocca in bocca, da uno all’altro, tra lo stupore e l’ammirazione.
E uno a sentir la notizia è scoppiato in una risata fragorosa, e ha cominciato a picchiare forte sulle sbarre, sempre più forte, tanto che si è beccato pure una punizione.
Lo dicono tutti, in Sant’Andrea: non c’è n’è uno che non ci avrebbe scommesso che sarebbe venuto quel giorno, sì, lo sapevano tutti che, alla fine,  Michele ce l’avrebbe fatta.

Genova, la sua storia, un sogno

Genova, Strada Nuova.
C’è poca gente in giro, una bambina vende i suoi fiori, un ragazzo offre i giornali, un mendicante chiede l’elemosina, con una certa insistenza.
Al centro della via si staglia una figura.
E’ un uomo, ha i capelli grigi, incede con passo svelto, nervoso, di tanto in tanto alza lo sguardo, con fare guardingo.
Ha un aspetto ascetico, solenne, vestito completamente di nero, indossa un mantello color della pece che quasi tocca per terra.
Quanti giorni lontani dalla Superba.
Quanti li ha sognati, quei vicoli, quelle ardesie, quell’odore di risacca pungente che ti assale, quando sbarchi a Genova.
Tornare, rivedere la sua casa.
E’ vicino ormai, l’uomo cammina, Piazza della Meridiana, Salita degli Angeli, Strada Nuovissima,  Salita San Siro, la Chiesa.
Pochi passi ancora, non manca molto.

E ancora, più lontano. Piazza San Bernardo.
Qui è un incessante andirivieni di gente, mercanti, monelli, donne che si affacciano alle finestre, alcune tornano dal lavatoio, con le gerle cariche di panni da stendere.
Rumori, voci, canti, uno si fa poco a poco più chiaro e distinto.
E a voi pare di conoscerla, quella musica.
E le parole, le conoscete quelle parole, anche a voi sono famigliari.

Via delle Grazie.
Un urlo strozzato vi terrorizza.
E’una donna: piange, si dispera. Sentite i suoi singhiozzi.
E’ disperata e voi vorreste consolarla, la Marchesa Eleonora, desiderereste dirle che quel sacrificio non sarà dimenticato.
Lei è distrutta, dilaniata dal dolore per la sua perdita.
Le hanno detto che Jacopo, il suo Jacopo, è appena morto nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale.
Era rinchiuso in una celletta umida e angusta e con il suo sangue ha lasciato su quel muro queste parole: ecco la mia risposta, lascio in testamento la mia vendetta ai miei fratelli.
Alcuni dicono che si sia suicidato, per non tradire i suoi compagni.
Altri sostengono che sia stato trucidato dalle guardie, per togliere di mezzo un personaggio scomodo, uno che faceva paura all’ordine prestabilito.
Jacopo non c’è più, questo solo sa Eleonora.

Via Ravecca, inondata di luce.
Un uomo vende il suo pesce, una fornaia esibisce in bella mostra i suoi pani, e più giù,  Piazza Ponticello è affollata di gente, si formano crocchi davanti al barchile.
Per le strade e le vie si sente un brusio, e voci di bimbi che giocano, là dietro, in Via Madre di Dio.
D’un tratto, un suono sovrasta tutti gli altri.
E’ un funambolo dell’archetto quel Paganini e quando pizzica sulle corde del suo violino, nella sua casa al Passo di Gattamora, tutta Sarzano ammutolisce e si ferma ad ascoltarlo.

Vico del Dragone.
Un uomo cammina. E’ bello, alto, elegante, porta i baffetti.
E’ un giornalista, uno che non ha paura delle proprie idee.
Uno che farà dei suoi pensieri la propria ragione di vita.

Nacque in questa casa,
il VI gennaio MDCCCXX
Francesco Bartolomeo Savi
carcerato per tentativo del 1857
prode dei Mille
apostolo della fede mazziniana
sino alla morte
XXX marzo MDCCCLXV
nel vigesimo anno di Roma liberata
il Circolo del pensiero.

Scende la sera, su Genova.
E voi, rincasando, non siete del tutto certi che sia stato solo un sogno.