New York, New York!

E’ sempre stato il mio sogno, andare a New York.
E poi, per una serie di circostanze, non è mai accaduto.
Forse, a pensarci, questa affermazione non è corretta, sapete, sono stata a New York tante di quelle volte!
Provo a raccontarle, seguendo i ricordi, con la nostalgia che sempre mi contraddistingue.
Ero una bambina.
E c’erano due gemelli, li ricordate anche voi? Una bimbetta con i capelli biondissimi e il suo fratellino, si chiamavano Buffy e Jody, avevano uno zio ricchissimo e abitavano in un condominio di lusso, c’erano anche una sorella adolescente e un maggiordomo. Gli episodi di quel telefilm erano girati prevalentemente in interni, ma là fuori c’era New York, la Fifth Avenue, i grattacieli, le vetrine scintillanti dei negozi, c’era un mondo, da sognare e da scoprire.
E c’era Central Park.
E ditemi, nell’autunno del 1981, chi di voi era laggiù, seduto sull’erba ad ascoltare Simon & Garfunkel?
Central Park non è solo il polmone verde della città, è la metafora della vita.
Là, su quei viali, sotto gli alberi carichi di foglie, si vive, si soffre, ci si innamora.
E così lo ho attraversato, tante volte, insieme a Woody Allen, e certo star dietro ai suoi ragionamenti non è facile, soprattutto quando si mette a disquisire sulla religione e sui rapporti umani, ma lui è un tipo speciale, un newyorkese appunto, solo nella Grande Mela puoi incontrare persone come Woody.
E allora eccolo, insieme alla sua adorabile Annie Hall e poi ancora, ricorderete anche voi quella famosa scena di Manhattan, con la prospettiva del ponte di Brooklyn sullo sfondo, e le luci, le luci di New York.
New York è l’amore, tante maniere diverse di amare.
New York è romantica e struggente come Holly Golightly, la creatura sognante interpretata da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany.
Elegante, diafana, bellissima, con il suo tubino nero e l’immancabile filo di perle,  lei abita nelle sue stesse fantasie, si siede alla finestra con la chitarra sotto braccio ed arpeggiando sulle corde intona Moon River, che splendida malinconia in quella canzone!
New York, New York è sensuale e vivace, è come il getto d’aria che sale dal tunnel della metropolitana e solleva la gonna bianca di Marilyn Monroe.
New York, New York è grintosa e ruggente come Liza Minnelli, è un pianoforte, è musica, è jazz.
New York è energica e giovane, come Meg Ryan, in Harry ti presento Sally, e qui l’amore è sfuggito, inseguito ma, come spesso accade, predestinato.
New York, New York è Brooklyn e la comunità italiana che lì abita.
New York è lo Studio 54, la sola discoteca nella quale rimpiango di non essere mai stata.
Ma ho dei ricordi, dai contorni ben definiti, che davvero non si cancelleranno mai dalla mia mente.
E per me, per l’epoca nella quale sono cresciuta e per la musica che ha accompagnato i miei anni, la notte di New York è segnata dai passi di Tony Manero, sapete quante volte sono stata insieme a lui su quella pista da ballo?
E quanto mi affascinava il suo modo di essere così sofferto e contraddittorio, era un duro dal cuore tenero Tony Manero, frequentava dei cattivi ragazzi ma aveva perso la testa Stephanie, la donna che gli salverà la vita, a passo di danza.
New York, New York è nei libri, nell’incapacità di stabilire relazioni durature e che resistano all’usura del tempo, perché così è la vita, tutto brucia, veloce e implacabile.
E questo è il tema che ricorre nei romanzi di uno degli autori che ho più amato,  Jay Mc Inerney.
I suoi romanzi li ho letti tutti e sono forse legati ad un epoca, agli anni nei quali si ambientano.
Il primo che lessi mi rimase nel cuore più di ogni altro.
Bright lights, big city, questo il suo titolo.
Due sostantivi e due aggettivi, asciutto, rapido, essenziale.
Così è New York, così è quel romanzo.
Il titolo, nella nostra lingua, lo trovo assai più banale, penso che abbia quasi perso parte del suo simbolismo, è divenuto Le mille luci di New York.
Bright lights, big city.
Dal romanzo fu tratto un film, il protagonista ebbe il volto di Michael J. Fox, questa è la New York degli Anni Ottanta, della disillusione, del disincanto, dell’ambizione, della caduta e della rinascita.
E ancora, sempre di Jay McInerney, non posso dimenticare Alison Poole, la tormentata protagonista di Story of my life, edito in Italia da Bompiani con il titolo  Tanto per cambiare.
Una modella, un’eroina tragica, sofferta e affascinante come poche altre, ho letto questo libro un’infinità di volte e, ora che ne scrivo, mi torna il desiderio di riprenderlo tra le mani.
Jay Mc Inerney e  il suo Brightness falls, un romanzo che narra la storia di una coppia che si sgretola.
E da quelle pagine ho tratto una frase che da sempre riporto sulla mia Moleskine, questa: gli uomini parlano con le donne per poterci andare a letto, le donne vanno a letto con gli uomini per poterci parlare.
Questa frase, per me, riassume in sé tutti gli inganni della nostra epoca, la difficoltà di stabilire rapporti concreti e duraturi, l’assenza, a volte, di comunicazione.
New York, quante cose sto omettendo di narrare.
New York, e ancora una volta lui, Jay Mc Inerney e il suo romanzo Good Life, che risale al 2006.
Si narra, in quelle pagine, la vita e la risurrezione  di una città, dopo quel dannato martedì, quel terribile undici settembre.
Trauma, dolore, sofferenza, un abisso che ti scava dentro.
E le immagini, quelle immagini, hanno avuto un impatto forte e crudele su di me, mi hanno tormentato e ancora mi perseguitano adesso, quando la mia mente torna a quei grattacieli che si sgretolano, a quelle persone che cadono giù, a quella fiumana di gente che fugge, disperata e terrorizzata.
Nel 2011 c’è stato il decennale di questo tragico evento, la mia amica Valentina che mi conosce bene e sa quanto io abbia letto, visto e cercato di conoscere sugli eventi di quel giorno, mi ha chiesto come mai non avessi scritto nulla in merito.
Perchè mi fanno troppo male quelle vite perdute, perché ogni tanto mi viene in mente una ragazza di origini greche, della quale avevo letto la storia, aveva un fidanzato, una carriera, abitava in periferia e al mattino presto andava in palestra, perché ho impressi nella mente, sorrisi, volti e speranze che non ci sono più, centinaia di storie, di vite diverse, spezzate nel medesimo istante.
Perché ripenso a quei giorni, a quei fotogrammi tante volte rivisti.
Perché spesso mi domando cosa ne sia stato di quel giovane papà, chissà se lo ricordate anche voi.
Lo si vede correre, nella folla.
Stretto a sé, in un marsupio, tiene un bambino di pochi mesi, il piccino ha la mascherina sulla bocca, suo papà lo abbraccia, cerca di proteggerlo.
Quel bambino oggi dovrebbe avere circa undici anni, vorrei vedere il suo viso, vorrei vederlo camminare per le strade di New York, vicino al suo papà.
La più tragica scenografia mai vista nella Grande Mela l’ha messa in scena la vita reale, che atroce crudeltà!
New York, quanto è grande New York?
Quante suggestioni, quante illusioni, quanto futuro proviene da quella città?
L’arte che nasce a New York è oltre la nostra immaginazione, pensate ad Andy Warhol e alle sue latte di zuppa Campbells, a Roy Lichtenstein e alle sue donne da fumetto.
Quanti mondi è New York?
Quanti vite, quanti amori?
Un maratoneta, i coniugi Kramer che divorziano, Demi Moore rimasta sola, senza il suo amore e lui, ormai fantasma, che per farsi riconoscere anziché dirle ti amo le ripete idem, come faceva in vita.
E quante volte avete sorseggiato un Cosmopolitan insieme a quelle quattro splendide ragazze, Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda?
E lei, Carrie, quante disavventure, poverina!
Un tizio l’ha persino piantata con un post it, a me non è mai capitato, ma mai dire mai.
E quel Mr Big, quanto l’ha fatta dannare in quel continuo prendersi e lasciarsi, fuggire per poi ritrovarsi, con la forza di una passione che non si riesce a dominare, a vincere.
E quelle notti insonni a pensare, a scrivere sul Mac, davanti alla finestre,  quei tacchi altissimi che Carrie indossa, i molti taxi sui quali siamo salite insieme.
Tutte questo è avvenuto, in quelle strade, le strade di New York.
E davvero non mi pare vero di non esserci mai stata.

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